1937-2017: ottant’anni fa veniva aperta al pubblico la visita delle rovine di villa Jovis, il primo palazzo imperiale romano, il “nido di falco” voluto da Tiberio su un promontorio dell’isola di Capri davanti alla penisola sorrentina. Fu scavata dall’archeologo Amedeo Maiuri che si ha lasciato una romantica descrizione
Ottant’anni: tanti ne sono passati dall’apertura al pubblico di villa Jovis, la residenza ufficiale dell’imperatore Tiberio, sul promontorio del versante orientale di Capri, isola particolarmente cara al successore di Augusto, tanto che qui fece costruire altre undici ville. Ma fu villa Jovis quella più amata, per il clima mite e gli ampi panorami. Quando il sito archeologico di villa Jovis fu aperto al pubblico era il 1937, anno speciale perché scadeva il bimillenario della nascita dell’imperatore Augusto, celebrato con grande enfasi e solennità dal regime fascista. Il recupero e la riscoperta della residenza imperiale fu affidata a un maestro dell’archeologia, quell’Amedeo Maiuri che, dopo aver scavato con successo nell’Egeo, assumendo anche la direzione del museo Archeologico di Rodi, dal 1924 era stato nominato soprintendente alle Antichità di Napoli e del Mezzogiorno, nonché direttore del museo Archeologico di Napoli. Quando all’inizio degli anni Trenta del Novecento Maiuri venne a Capri il sito di villa Jovis, come lui stesso avrebbe scritto nel 1938 sul Corriere della Sera, “era un cumulo informe di macerie da cui erompevano, quasi paurosamente, le occhiaie vuote delle volte delle cisterne: fulmini, nembi e terremoti, abbattendosi su quel picco di roccia, avevano scrollato le mura della gran fabbrica e sulle malte sgretolate i venti avevano seminato una prodigiosa macchia di ginestre e allevato qualche querciuolo contornato; la grande rampa che saliva all’umile chiesetta aveva sepolto la parte migliore del palazzo; corridoi, logge, terrazze erano coperti da magri filari di vigna; all’ingresso un torracchione sgretolato, la Torre del Faro, quella che aveva dato con il suo crollo un sinistro presagio di morte, pencolante sull’abisso, e di quell’abisso la leggenda aveva fatto la rupe del sangue, della carneficina. Il mito di Tiberio riviveva in quella selvaggia e deserta solitudine, e uomini e natura sembravano congiurare a rendere il suo nome più esecrabile”.
La prima campagna di scavo iniziò nell’inverno 1932-1933. In pochi anni, è ancora Maiuri a scrivere, “le ricerche al gran sole di Capri, o al soffio rabbioso dello scirocco, hanno fatto di questa tragica e muta rovina uno dei più grandiosi complessi che la romanità ci abbia dato. E l’imperatore che non ha lasciato fama di gran costruttore e al quale si faceva anzi colpa di estrema parsimonia di opere pubbliche, ci ha dato invece un superbo esempio di organicità struttiva e architettonica che non è possibile non attribuire a suo personale gusto e a una deliberata volontà preordinatrice. Era facile quassù fare opera di grandiosa scenografia architettonica, di superflua magnificenza, e invece ci troviamo dinanzi alla rude e austera saldezza di una rocca, di una cittadella attanagliata alla rupe, di un palazzo abbarbicato al nudo sasso come un eremo di solitudine o un castello di difesa. E tutto appare subordinato ad una rigorosa, razionale funzionalità delle strutture, con una serrata logica di ideazione e di esecuzione: le immense cisterne affondate nel vivo della roccia, che occupano tutto il cuore del palazzo come il mastio di un castello; il quartiere del bagno degno di un ospite imperiale collegato direttamente a quelle cisterne; il quartiere degli alloggi del seguito disposti lungo i corridoi di servizio dei quattro piani del palazzo, come altrettante celle monastiche d’una badia di frati; la grande sala di ricevimento in forma di esedra-ninfeo; la sua stanza, la più remota e appartata, al di sotto della più alta terrazza del belvedere, proprio ai piedi della chiesetta; e il quartiere della loggia, dell’ambulatio imperiale, aerea, sospesa sulle rupi, tutt’aperta sull’immenso scenario del golfo di Napoli. Segno e suggello infine del soggiorno imperiale – conclude Maiuri la sua descrizione – la torre massiccia del Faro, piantata sul crinale delle rupi, in modo da non servire solo di faro ai naviganti. Ma da lanciare segnalazioni e messaggi al vicino Capo di Sorrento e al più lontano porto di Miseno dove ormeggiavano al sicuro, pronte ai comandi, le navi della flotta tirrena”.
Per raggiungere il promontorio di monte Tiberio e ammirare le rovine della splendida villa Jovis e conoscere le tecniche geniali di costruzione dei romani bisogna affrontare una salita di 45 minuti a piedi dalla famosa Piazzetta tra giardini di ville e viste su Marina Grande. Vicino all’ingresso della villa si trova il cosiddetto “salto di Tiberio”, una scogliera di 297 metri, che, secondo la leggenda, era da dove Tiberio faceva gettare sotto i suoi nemici. Villa Jovis, considerata il primo palazzo imperiale romano e un importante testimone dell’architettura romana del primo secolo, copre una superficie di 7mila metri quadrati. Dall’alto del promontorio il panorama è mozzafiato: a nord, il blu del Golfo di Napoli e l’isola di Ischia fino a Punta Campanella; a sud, il centro di Capri. “Già la scelta del luogo era d’eccezione”, scriveva Maiuri. “I romani amavano disporre le loro ville a mezza costa o lungo il litorale, in vista di una valle o a specchio della marina, innanzi ad aspetti sereni e dolci di colli e di piano o entro seni anfrattuosi di mare; e Capri pur aspra e petrosa aveva dovizia di questi luoghi, e Augusto aveva scelto per sé il più agevole, il più comodo, la bella spianata tutta verde di selva e di vigneti di Palazzo a mare, presso la marina; Tiberio volle invece per sé il picco più solitario, le rupi più abissali, il luogo più remoto da ogni altro abitato, e vi costruì il suo nido di falco. Fu una villa fortezza, più castello che palazzo, più eremo che magione imperiale; a guardarla oggi con la sua gran mole che copre il cocuzzolo del monte, si direbbe il vecchio castello di un signore feudale che imponesse chissà quale odioso diritto di preda ai naviganti: e fu invece la casa di un imperatore che consolidò saldamente sul mare e sulla terra l’impero di Augusto”.
Lapis specularis, il “vetro dei poveri”, molto diffuso nel mondo romano: nel Bolognese le più importanti cave del mondo antico. E proprio Brisighella ospiterà in settembre il III convegno internazionale sul prezioso gesso, dal titolo “Il lapis specularis nei rinvenimenti archeologici”
Duro come il marmo, candido e trasparente come il vetro: così nel I sec. d.C. lo scrittore naturalista romano Plinio il Vecchio nella sua opera più famosa, la Naturalis Historia definiva il lapis specularis: in realtà si tratta di un gesso secondario, facilmente lavorabile a lastre piane. I romani ne facevano ampio uso come valida e più economica alternativa al vetro; un importante distretto minerario si trovava anche “in Bononiensis Italiae parte breves”, poco lontano da Bologna. Nell’ultimo decennio sono state individuate vicino a Brisighella diverse cave in cui si è praticata in età romana l’estrazione del gesso speculare: quelle nella Vena del Gesso Romagnola sono le prime mai scoperte in Italia. Non è un caso, quindi, che proprio a Brisighella (Bologna) dal 27 al 29 settembre 2017 ospiti al convento dell’Osservanza il convegno internazionale, a ingresso libero e gratuito, “Il lapis specularis nei rinvenimenti archeologici”, il terzo dedicato all’argomento, che riunisce archeologi, speleologi, storici e geologi, avvalendosi della partecipazione degli archeologi dell’Asociation Cultural Lapis Specularis de Madrid che illustreranno l’esperienza maturata nelle diverse cave di lapis presenti in Spagna. Il lapis specularis deve il suo nome al fatto che, a partire dall’età romana, sia stato utilizzato come elemento trasparente per le finestre. Per queste sue caratteristiche il gesso speculare è stato oggetto di intensa attività estrattiva e di una commercializzazione ad amplissimo raggio, in modo particolare nei primi secoli dell’Impero.
“La ricerca sistematica di cave di lapis specularis in Italia è iniziata solamente da pochi anni”, spiega Chiara Guarnieri della soprintendenza Archeologia dell’Emilia Romagna, “limitata, al momento, alle regioni Sicilia ed Emilia-Romagna. Attualmente la Vena del Gesso romagnola è la sola area dell’Italia peninsulare che ospita cave di lapis specularis”. La Vena del Gesso è caratterizzata dalla presenza di gesso macrocristallino, da ambienti spesso dirupati e da vene di lapis specularis di dimensioni relativamente ridotte. “È chiaro che, a suo tempo”, continua Guarnieri, “queste vene non sono state individuate a causa delle notevoli difficoltà di accesso. Al momento, la sola cavità di chiara origine carsica che presenta importanti tracce di escavazione del lapis specularis resta la Grotta della Lucerna”. La scoperta e l’esplorazione di cave di lapis specularis nella Vena del Gesso si sono dimostrate piuttosto impegnative. La presenza di rupi, spesso verticali ed instabili, rende infatti problematica l’individuazione e l’accesso alle cave. Un altro motivo che rende difficoltoso l’accesso è dovuto alla presenza di riempimenti naturali, costituiti per lo più da terriccio e da blocchi di gesso, che spesso ostruiscono l’entrata. “La frane sono poi frequenti nella Vena del Gesso e si può quindi presumere che, nel corso dei secoli, anche la morfologia degli ambienti circostanti le cave di lapis specularis sia notevolmente mutata. Gli ambienti interni presentano poi difficoltà di esplorazione in quanto tamponati da materiale di riporto di origine antropica. Da ciò consegue che è assai probabile che gran parte delle cave di lapis specularis, un tempo presenti nella Vena del Gesso romagnola, sia oggi ostruita oppure sia andata completamente distrutta. Nonostante le condizioni ambientali non siano dunque ottimali, la scoperta di una quindicina di cave di lapis specularis, avvenuta nel corso di pochi anni, fa ritenere che questa attività fosse, a suo tempo, piuttosto diffusa nel territorio”.
Ricco il programma del convegno promosso da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini; soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; asociation cultural Lapis Specularis – Madrid; parco della Vena dei Gessi Romagnoli; speleo GAM Mezzano; Comune di Brisighella; federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna. Si apre alle 15 di mercoledì 27 settembre 2017 con i saluti istituzionali di Giorgio Cozzolino (soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini), Luigi Malnati (soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara), Davide Missiroli (sindaco di Brisighella), Massimo Ercolani (federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna), Massimiliano Costa (parco regionale della Vena del Gesso Romagnola). Alle 15.30, inaugurazione della mostra “Le grotte emiliano romagnole frequentate dall’uomo: le immagini” con foto di Francesco Grazioli. Quindi iniziano i lavori.
Sezione I. “Il lapis specularis come occasione di conoscenza del territorio”: ore 15.50, Massimiliano Costa, “I progetti per la conservazione e la divulgazione delle testimonianze dell’attività estrattiva del lapis specularis nella Vena del Gesso romagnola”; 16.10, Massimo Ercolani, Piero Lucci, Baldo Sansavini, “Il ruolo degli speleologi per la scoperta e tutela delle cave di lapis specularis nel Parco della Vena del Gesso Romagnola”; 16.30, Paolo Forti, “La candidatura a World Heritage dell’UNESCO delle principali aree carsiche nelle Evaporiti dell’Emilia-Romagna”; 16.50, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, “El lapis specularis como recurso cultural: actuaciones en las minas romanas de lapis specularis de difusión social y de dinamización turística”; 17.10, Emanuela Rontini (consigliere regionale, presidente commissione Ambiente), conclusione dei lavori. Alle 18, in sala espositiva, in via Baldi, inaugurazione della mostra “Usi impropri? La fruizione delle cavità nell’inconografia antica e moderna”, a cura di Maria Luisa Garberi e della biblioteca Franco Anelli (centro italiano di documentazione speleologica – Bologna).

Segobriga, l’importante sito spagnolo famoso durante l’impero romano per la produzione di lapis specularis
Giovedì 28 settembre 2017. Sezione II. “Nuovi rinvenimenti di manufatti in lapis specularis nel bacino del Mediterraneo”. Alle 9.30, Chiara Guarnieri, “I rinvenimenti di manufatti in lapis specularis nel bacino del Mediterraneo: status quaestionis”; 9.50, Thomas Staub, “Lapis specularis from Pompeii, V 1,30”; 10.10, Maria Stella Pisapia, Vega Ingravallo, “Lanterne con lapis specularis da Pompei: una proposta di ricostruzione”; 10.30, Maria Concetta Parello, “Il butto tardo antico nell’area dell’ agorà di Agrigentum, ritrovamenti in deposizione secondaria: il lapis specularis”; 10.50, Claudia Tempesta, “Inafferrabili trasparenze: i rinvenimenti di lapis specularis a Roma e nel Lazio”; 11.10-11.30, pausa caffè; 11.30, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, “Hallazgos de lapis specularis y su contexto arqueológico en Hispania. Estado de la cuestión”; 11.50, Guido Rosada, Maria Teresa Lachin, Stefania Mazzocchin, “Frammenti di lapis specularis dalle Terme Romane di Tyana (Kemerhisar, Cappadocia-Turchia)”; 12.10, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, Rubén Montoya, “Lapis Specularis en Chipre y su interpretación”; 12.30, Alfredo Buonopane, “Specularii e speculariarii nella documentazione epigrafica: un problema interpretativo”; 12.50, Simona Pannuzi, “L’utilizzo del lapis specularis nelle transenne di finestra delle basiliche romane: il caso della basilica di S. Sabina sull’Aventino”; 13.10-13.30, discussione.
Sezione III. “Le cave. Aggiornamenti e nuove scoperte”: 15.30, Giovanni Belvederi, Massimo Ercolani, Chiara Guarnieri, Marina Lo Conte, Piero Lucci, Katia Poletti, Baldo Sansavini, “Non solo lapis specularis: la cava a blocchi di selenite presso Ca’ Castellina a Monte Mauro”; 15.50, Domenica Gullì, Stefano Lugli, Rosario Ruggieri, “Nicchie per lucerne e tunnel di scavo: nuove scoperte in Sicilia”; 16.10, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, Alejandro Navares, Fernando Villaverde, “El complejo minero romano de lapis specularis de Huete-Palomares del Campo (H.PC) en Cuenca (Castilla-La Mancha)”; 16.30-16.50, pausa caffè; 16.50, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, Alejandro Navares, Fernando Villaverde, “Las minas romanas de lapis specularis de Arboleas (Almería – Andalucía). Adecuación turística y puesta en valor”. Sezione IV. “Analisi”: 17.10, Stefano Lugli, “Analisi isotopiche per identificare la provenienza dei cristalli di lapis specularis”; 17.30, discussione; 17.45, proiezione del filmato “Lapis specularis, la luminosa trasparenza del gesso”, realizzato dal gruppo speleologico bolognese-unione speleologica bolognese e speleo Gam Mezzano, da un’idea di Danilo De Maria, Elisa Pinti e Francesco Grazioli con il supporto della federazione speleologica regionale dell’Emilia-Romagna. Venerdì 29 settembre 2017, ultimo giorno del convegno, sarà dedicato alle visite guidate alle cave di lapis specularis di Ca’ Toresina e Ca’ Castellina.
Ancora due venerdì per visitare il cuore antico di Verona: l’area archeologica sotterranea di Corte Sgarzerie con il criptoportico del Capitolium
Ancora due venerdì per scoprire le bellezze sotterranee dell’area archeologica di Corte Sgarzerie a Verona: un’opportunità da non lasciarsi scappare. Venerdì 25 agosto 2017 e venerdì 1° settembre 2017 sono infatti previste le ultime due aperture straordinarie, dalle 19 alle 21, a cura dell’associazione Archeonaute. Le visite hanno durata di 30 minuti: le visite guidate partono alle 19, alle 19.40, e alle 20.20 circa. È previsto un contributo minimo di 3 euro a persona. Durante la visita c’è la visione di un video multimediale in italiano con sottotitoli in inglese. I posti sono limitati: è gradita quindi la prenotazione scrivendo ad archeonaute@gmail.com (ma è possibile anche aggiungersi al momento, disponibilità permettendo).
Sono passati poco più di tre anni e mezzo dalla riapertura dell’area archeologica di Corte Sgarzerie a Verona (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/02/01/a-verona-apre-al-pubblico-il-criptoportico-capitolino-in-corte-sgarzerie/) uno straordinario palinsesto di presenze archeologiche che consente di percorrere la storia del cuore antico di Verona dall’età romana al Medioevo. Gli scavi, condotti dalla soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto tra 1988 e 2004 sotto la Loggia delle Sgarzerie, con fondi ministeriali e con il sostegno economico di Fondazione Cariverona, hanno messo in luce un tratto del portico sotterraneo (criptoportico) che su tre lati circondava il Capitolium, il principale tempio cittadino dedicato alle tre divinità Giove, Minerva, Giunone.
Il criptoportico visitabile nell’area si sviluppava per oltre 200 m sotto il portico. Diviso in due navate larghe 4,5 m da una spina di archi retti da 78 pilastri in pietra e coperta da volte a botte, era debolmente illuminato da finestre “a strombo” affacciate sulla terrazza superiore. Il complesso rimase in vita fino al IV secolo, quando, per effetto dell’affermazione del cristianesimo e probabilmente per un incendio cadde in abbandono. Dopo circa un secolo Teodorico iniziò la sistematica spoliazione dell’edificio per recuperare materiali costruttivi. Il criptoportico continuò a essere usato, ma tra la fine del VII e l’VIII sec. il suo braccio ovest crollò: infiltrazioni d’acqua e probabili eventi sismici ne provocarono il collassamento, facendo crollare di conseguenza anche buona parte del soprastante triportico. Nell’area archeologica di Corte Sgarzerie è possibile vedere un suggestivo particolare del crollo delle volte. Fino al IX-X secolo l’edificio sotterraneo fu usato come discarica per immondizie e macerie. Per vedere una ripresa dell’attività edilizia bisogna attendere il XII secolo, quando, nel contesto della fortissima crescita demografica, politica e commerciale che caratterizzò l’età comunale, si insediarono nell’area le casate aristocratiche con le loro torri e le loro attività commerciali. Nell’area archeologica sono visibili i resti di un edificio interrato (cantina?), di una ghiacciaia e di una casa-torre. Gli episodi costruttivi maggiori saranno poi nel Trecento l’edificazione della Loggia delle Sgarzerie e nel Quattrocento del Monte di Pietà.
Visite serali all’Antiquarium di Boscoreale, ai piedi del Vesuvio, con un’opportunità eccezionale: ammirare l’affresco di giardino della casa del Bracciale d’Oro di Pompei, il più bello mai trovato nella colonia romana
Metti una sera una passeggiata in giardino. Ma non un giardino qualsiasi; uno spazio verde speciale: l’eccezionale affresco di giardino recuperato a Pompei nella Casa del Bracciale d’Oro. L’opportunità fino al 30 settembre 2017 la offre l’Antiquarium di Boscoreale, ai piedi del Vesuvio, che il venerdì in agosto e il venerdì e il sabato in settembre, nel corso delle aperture serali, al costo di 2 euro, presenterà eccezionalmente la grande parete affrescata con scene di giardino proveniente dalla casa del Bracciale d’Oro di Pompei, rientrata il 14 agosto dal Grand Palais di Parigi dove era stata esposta dal 15 marzo al 24 luglio scorsi nella mostra “Jardins” assieme a opere di Fragonard, Monet, Cézanne, Klimt, Picasso e Matisse.
“L’Antiquarium, istituito nel 1991 ed ospitato in un edificio costruito su un terreno donato dal Comune di Boscoreale, nelle adiacenze dell’area archeologica di Villa Regina”, spiegano alla soprintendenza speciale di Pompei, “illustra, con l’ausilio di strumenti didattici, la vita e l’ambiente dell’epoca romana nell’agro Vesuviano particolarmente favorevole all’insediamento e allo sfruttamento umano. Vi sono esposti numerosi reperti di ogni genere, rinvenuti spesso in eccezionale stato di conservazione sotto la coltre di cenere e lava vesuviana durante gli scavi effettuati, tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, in alcune delle case di Pompei e nelle ville rustiche e signorili attestate in questa zona, i quali permettono di acquisire dati notevolmente precisi sul tenore di vita, sulle condizioni economiche, sugli usi e costumi degli abitanti di questo territorio in età romana”.

Il massiccio bracciale d’oro, che ha dato il nome alla casa di Pompei dove è stato trovato: oggi è conservato al museo Archeologico di Napoli
Il grande affresco decorava la zona centrale della parete a sinistra dell’ingresso della Casa del Bracciale d’Oro a Pompei. “La dimora”, ricorda l’archeologa Rosaria Ciardiello, “prende il nome dal rinvenimento di un bracciale d’oro dell’eccezionale peso di seicentodieci grammi. Nel corso dello scavo, nel settore di servizio, infatti, si rinvenne un piccolo nucleo familiare composto da due adulti ed un bambino in tenera età, che si erano rifugiati nel sottoscala dove trovarono la morte. Al braccio di uno dei due adulti fu rinvenuta la preziosa armilla costituita da una verga che termina con due teste di serpente i cui occhi sono composti da pietre preziose che reggono nelle fauci un disco sul quale è rappresentato un busto di Selene. La divinità, sormontata da un crescente lunare e da sette stelle, regge un velo rigonfio a forma di nimbo”. Vedi il video della soprintendenza sulla casa del Bracciale d’Oro
L’affresco della Casa del Bracciale d’Oro è tra le più accurate rappresentazioni di giardino di III stile, risalente al secondo venticinquennio del I secolo d.C. La cura dei dettagli con la quale è raffigurato il lussureggiante giardino fiorito, genera un effetto realistico che permette di riconoscere diverse specie di piante dell’epoca, l’oleandro, il viburno, il vilucchione, la palma, la rosa, l’edera variegata, oltre alla varie tipologie di uccelli, volteggianti o posati sui rami degli alberi, come il colombo, il colombaccio, la gazza ladra, il passero e la rondine. La decorazione rinvenuta negli anni ’70 in frammenti è stata ricomposta grazie ad un complesso intervento di restauro. Proprio Rosaria Ciardiello descrive l’affresco nei minimi dettagli: “L’oecus (la sala di rappresentanza) era decorato da bellissime pitture di giardino che, per l’ottimo stato di conservazione dei colori dell’intonaco, nonostante le condizioni di frammentarietà, cui si è ovviato con una attenta e curatissima opera di distacco e ricomposizione realizzata tra il 1979 e il 1983, si pongono al primo posto fra quelle ritrovate nelle città vesuviane. La decorazione, rinvenuta negli anni ‘70 in numerosi frammenti sotto il crollo della volta, è stata ricomposta a seguito di un delicato intervento di restauro. Essa riproduceva un bellissimo viridarium ricco di vari tipi di piante e ravvivato da erme marmoree ed uccelli di varia specie. Le pareti mostrano un giardino immaginario visto attraverso una grande finestra che si apre per tutta la sua larghezza. La fauna e la flora sono rappresentate con grande fedeltà. Tra gli uccelli si riconoscono l’alzavola, raffigurata mentre si leva in volo, l’usignolo, la cornacchia grigia, la garzetta. Tra le piante spiccano gli oleandri, i corbezzoli, il pino, le rose. Ad ogni elemento si accompagna anche un possibile significato simbolico. Sono state riconosciute, infatti, la palma da datteri, simbolo di vittoria e immortalità; l’alloro, sacro ad Apollo; il corbezzolo, simbolo di eternità; il papavero, caro a Demetra; il pino, simbolo di fecondità e sacro a Cibele; il viburno, consacrato nei trionfi; l’oleandro velenoso simbolo di morte, e la rosa, simbolo di amore e sacra a Venere. Allo stesso modo è stato possibile riconoscere anche nelle specie di uccelli raffigurati un significato simbolico, come nel caso della colomba sacra a Venere simbolo della fedeltà coniugale o della coturnice simbolo dell’amore. A sinistra di un bacino di fontana zampillante si riconosce l’usignolo poggiato su di una canna utilizzata come sostegno alle rose. Dall’alto pendono maschere dionisiache, in funzione di oscilla”.
Le passeggiate notturne sono previste anche negli altri siti vesuviani: fino al 30 settembre 2017, dalle 20.30 alle 23, si può entrare nella Villa di Poppea a Oplontis e agli Scavi di Pompei in due diversi itinerari, l’uno con partenza da Porta Marina con proiezioni multimediali lungo il percorso fino al quartiere dei teatri e l’altro da piazza Anfiteatro con visita alle mostre “Pompei e i greci”, “Pompei underground” sui Pink Floyd e all’esposizione sugli affreschi di Moregine alla Palestra grande.
Nobile e solenne: l’Efebo di via dell’Abbondanza ti accoglie nel tablino della domus ricostruita a Vetulonia per la mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” insieme a una quadreria con i pinakes, piccoli affreschi staccati dalle case pompeiane. E poi l’angolo della musica con l’Apollo Citaredo e il giardino arricchito da fontane, erme, oscilla e statue

Rendering dell’allestimento del tablino a cura dell’arch. Luigi Rafanelli per la mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” a Vetulonia
Ti affacci all’uscio e lui, l’Efebo di via dell’Abbondanza, è lì che ti accoglie, il suo sguardo pensoso, il suo portamento solenne, “nell’armonica disposizione del corpo e nella nobile compostezza del volto”, come sottolinea Simona Rafanelli, direttore del museo Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia dove, nella mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” (aperta fino al 5 novembre; catalogo de “L’Erma” di Bretschneider), è stata ricreata una domus pompeiana, con un centinaio di reperti provenienti dalle colonie romane dell’area vesuviana, Pompei, Ercolano, Stabia, e conservati al museo Archeologico nazionale di Napoli. Dopo aver fatto la conoscenza con gli ambienti che davano sull’atrio, il luogo più rappresentativo e privato della domus (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/08/15/nellatrio-di-una-domus-pompeiana-a-vetulonia-nella-mostra-larte-di-vivere-al-tempo-di-roma-si-scoprono-tesori-e-oggetti-comuni-degli-ambienti-del-cuore-di-una-cas/),continuiamo il nostro viaggio nel tempo e nello spazio sempre accompagnati dall’archeologa Luisa Zito entrando nel tablino, “l’ambiente più importante della mostra”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli, che ha curato l’allestimento, “perché ospita il famosissimo Efebo in bronzo, che campeggia al centro di esso, ed è decorato alle pareti da affreschi che formano una immaginaria quadreria”. L’Efebo, a Vetulonia, diversamente da quando era esposto al Paul Getty Museum di Los Angeles (ultima tappa straniera prima del suo rientro in Italia), non è circoscritto da uno spazio delimitato e definito, ma è libero da tutte le parti, in modo che può essere visto e goduto (circostanza eccezionale) dai visitatori a 360°, come sospeso nel tempo e nello spazio. “Non c’è altra luce nella stanza – continua Luigi Rafanelli – se non quella speciale che lo illumina, e il chiarore che proviene dalle pareti con gli affreschi è soffuso e non se ne percepisce la provenienza”.

L’archeologa Luisa Zito davanti all’Efebo di via dell’Abbondanza nella mostra di Vetulonia (foto Graziano Tavan)
Era in piedi, nell’atrio della domus di Publius Cornelius Tages, una delle più grandi di Pompei, quando fu trovato da Amedeo Maiuri in quel lontano 25 maggio 1925. “E se oggi possiamo ammirare l’Efebo in tutta la sua bellezza”, ricorda l’archeologa Zito, “è perché quando ci fu l’eruzione la grande casa era in ristrutturazione, e quindi – come si fa ancora oggi – il padrone aveva provveduto a spostare nel grande atrio parte della mobilia, proteggendola con teli. Così è stato anche per l’Efebo che deve proprio la sua sopravvivenza al suo ricovero negli spazi aperti dell’atrio che non conobbero il crollo dei piani superiori della domus”. Alla preservazione eccezionale della patina bronzea – continua Simona Rafanelli -, al di sotto di una superficiale doratura, dovette inoltre contribuire il tessuto abbondante con il quale l’Efebo, con i due sostegni per le lampade in forma di tralci vegetali, di cui era stato munito, ed unitamente ad altri pregiati arredi bronzei recuperati accanto alla statua, era stato completamente avvolto. In mostra, però, l’Efebo presenta un solo sostegno portalampade: “L’altro”, precisa Zito, “era in uno stato di conservazione precario, che ha consigliato la sua non esposizione”. La statua fu realizzata tra il 20 e il 10 a.C. in una bottega artigiana pompeiana che ha riadattato a uso portalampade un bronzo greco che si rifaceva ai canoni del V sec. a.C. con riferimenti diversi: “La lieve torsione del corpo è di ispirazione policletea”, spiega Zito, “mentre il volto ha analogie con l’Athena Lemnia di Fidia”.

Donna con filo: intonaco dipinto dalla Casa di Giuseppe II di Pompei, oggi al Mann (foto Graziano Tavan)
Rapiti da tanta bellezza notiamo solo ora la calda atmosfera che ci ha accolti nel tablino: le dolci note di un flauto riempiono tutta la sala e si diffondono fino al giardino. “È un’antica musica etrusca”, precisa Zito. Proprio Simona Rafanelli con il maestro e compositore Stefano Cocco Cantini da anni sta studiando gli antichi strumenti emersi dagli scavi archeologici e le fonti coeve per recuperare suoni e ritmi della musica etrusca (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/03/05/dalle-tombe-dipinte-di-tarquinia-alla-musica-perduta-degli-etruschi-a-firenze-live-coinvolgente-con-letruscologa-simona-rafanelli-e-il-jazzista-stefano-cocco-contini/). Sulle note degli antichi etruschi l’occhio comincia a scorrere sulle pareti decorate del tablino, l’ambiente di rappresentanza della casa, che qui ospita una eccezionale quadreria, composti da sedici bellissimi quadri-affreschi, provenienti da Pompei e dall’area vesuviana. “L’allestimento”, interviene Luigi Rafanelli, “suggerisce l’idea di come erano sistemati, nella “pinacoteca” di una villa romana/pompeiana i piccoli dipinti (pinakes) che rappresentavano soggetti mitologici , domestici, naturalistici, con una tecnica pittorica mutuata dai greci. In questo modo diventava uno spazio fantasioso pieno di immagini, da cui l’abitante e l’ospite si sentivano avvolti, così per il visitatore odierno costituisce una immaginifica messa in scena per ritornare con la mente a quei luoghi e a quei tempi”. Gli affreschi, come fa notare l’archeologa Zito, sono stati staccati da soggetti più grandi e ricomposti senza rispettare la sequenza originale ma rispondendo al gusto estetico dell’epoca borbonica. “In questa maniera”, stigmatizza Fiorenza Grasso, “gli scavatori borbonici distruggevano i complessi decorativi da cui i singoli soggetti (amorini, scorci di paesaggi, uccelli, …) erano tratti, e solo in rarissimi casi si ordinava un preventivo disegno dell’intera decorazione”. Gli affreschi o, meglio, i quadretti-affresco nel tablino ricreato di Vetulonia, appartengono per la maggior parte al cosiddetto IV stile pompeiano, definito anche “stile fantastico” che si sviluppa negli ultimi decenni di vita di Pompei prima dell’eruzione: “si torna all’illusione spaziale ottenuta con arditi scorci, quinte sceniche, portici e architetture complesse, baroccheggianti nella fase claudio-neroniana e di ispirazione teatrale”.

Statua in bronzo di Apollo con la lira dalla Casa di Apollo di Pompei, oggi al Mann (foto di Giorgio Albano, Mann)
Dal tablino, attraverso una grande apertura, si accede al portico in cui è posto l’angolo della musica, forse la disciplina più importante della paideia (educazione) giovanile. Il tema della musica è sviluppato in una vetrina con reperti eccezionali. Si è subito rapiti dall’Apollo citaredo in bronzo: “Prima della scoperta dell’Efebo di via dell’Abbondanza”, ricorda Zito, “questa era la più importante scultura in bronzo rinvenuta a Pompei”. Nudo, con le gambe incrociate, il capo reclinato, il braccio sinistro disteso lungo il corpo e in mano il plettro, mentre il destro piegato a reggere la lira poggia su un pilastrino; capelli raccolti sopra la nuca, occhi resi con la tecnica dell’ageminazione: lega d’argento per la cornea e rame per l’iride. “La domus dove fu scoperto l’Apollo, che da allora è ricordata come la casa del Citaredo”, continua Zito, “fu scavata tra il 1810 e il 1840, all’estremità dell’insula VII”. Accanto all’Apollo citaredo, un sistro, caratteristico strumento in bronzo molto comune nelle cerimonie in onore di Iside, Cibele e Dioniso; e un prezioso flauto in bronzo, argento e avorio: era usato dai musicisti nei funerali, ai banchetti e nelle rappresentazioni teatrali.

Rendering della vista dal tablino sul giardino chiuso dalla riproduzione del grande affresco della domus pompeiana del Bracciale d’oro

Venere accovacciata: piccola statua in marmo dalal Casa del triclino a Pompei, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)
E siamo nel giardino, che chiude il nostro viaggio nel tempo e nello spazio. “Nelle pareti che delimitano idealmente uno spazio aperto”, precisa Luigi Rafanelli, “è riportata graficamente una scena continua di giardino”. È la riproduzione del grande affresco della Domus pompeiana del Bracciale d’oro. “Nella trasformazione della casa, con la nuova moda ellenistica”, spiega Grasso, “il giardino diventa il luogo più adatto per creare sfarzosi giochi d’acqua, importanti scenografie evocative, del mondo nilotico e bacchino da godere distesi negli adiacenti letti triclinari all’aperto”, Al centro del nostro giardino vediamo una vasca-fontana (labrum) in marmo bianco da Pompei: le fontane erano parte importante della ornamentazione del giardino, immancabilmente abbinate a erme, oscilla e statuette marmoree e bronzee. Anche nell’ideale giardino ricreato a Vetulonia troviamo alcune erme (pilastrini con sopra un busto di Dioniso), gli oscilla (i caratteristici dischi in marmo a vari soggetti o maschere teatrali che venivano appesi lungo il peristilio e, perciò, oscillavano al vento), alcune statuette: “Bellissima”, indica Zito, “la piccola Venere accovacciata, in marmo, oggi bianco, ma in origine dipinta: all’altezza del seno sono ancora visibili tracce di colore rosso. La Venere al bagno decorava l’impluvio dell’atrio della Domus del Triclinio: questa copia miniaturistica si rifà, come moltissime altre trovate, alla Venere lavantem sese realizzata nel III sec. a.C. da Doidalsas di Bitinia ed esposta nel tempio di Giove, nel portico di Ottavia a Roma”. In primo piano il rigoglioso giardino ricostruito con essenze arboree (finte) presenti all’epoca, chiuso da una staccionata a maglie romboidali, molto comune nella recinzione di orti e giardini. Superiamo anche questo cancelletto, e torniamo alla Vetulonia dei giorni nostri.
(3 – fine; i precedenti post il 7 agosto e il 15 agosto 2017)
Nell’atrio di una domus pompeiana: a Vetulonia, nella mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” si scoprono tesori e oggetti comuni degli ambienti del cuore di una casa romana

Il rendering della prima sala della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” che riproduce, nell’allestimento di Luigi Rafanelli, l’atrium di una domus pompeiana
Un gracidare di ranocchie sembra quasi fare festa per il nostro arrivo. Iniziamo dunque il nostro viaggio nel tempo e nello spazio. Siamo nell’atrio di una domus pompeiana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/08/07/larte-di-vivere-al-tempo-di-roma-ricreata-al-museo-isidoro-falchi-di-vetulonia-una-domus-pompeiana-con-cento-preziosi-reperti-dal-museo-archeologico-di-na/) ricreata nel museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia nella mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” (aperta fino al 5 novembre; catalogo de “L’Erma” di Bretschneider): “Le ranocchie che sentiamo ricordano quelle che popolavano l’impluvio”, spiega l’archeologa Luisa Zito, “la grande vasca nel cortile porticato della domus destinata alla raccolta dell’acqua piovana: qui in mostra l’impluvio è reso idealmente da un rettangolo disegnato sul pavimento musivo”. Attorno a noi pareti rosse, nere, ocra, dove si aprono vetrine che rappresentano le stanze cui si accedeva dall’atrio e che dall’atrio prendevano luce. Siamo in un percorso visivo affascinante che, sottolinea l’architetto Luigi Rafanelli, “guidando il visitatore in un viaggio emozionale nelle agiate dimore pompeiane, tende ad annullare le coordinate spazio-tempo”.
Era proprio nell’atrium, il luogo più rappresentativo e privato della domus, che si attendeva al culto degli antenati: nel Larario, costituito da una semplice nicchia fino a una più elaborata fronte di un tempietto, era raffigurato il Genius, protettore della famiglia, con accanto i Lari, figli di Mercurio, portatori di prosperità, e i Penati, divinità collegate al benessere della casa. “Il Larario poteva essere al centro dell’atrio o lungo una parete del porticato”, ricorda Zito, indicando due vetrine, una al centro della sala e l’altra lungo una parete: “Potevano esserci divinità famose – qui possiamo ammirare due preziose statuette in bronzo con Atena/Minerva ed Ercole -; oppure Lari generici, qui nella versione “a riposo” e “danzante”: statuette in bronzo provenienti da Ercolano”. Reso omaggio agli antenati, cominciamo a scoprire meglio gli ambienti della domus. La prima vetrina ci introduce in una delle sale di rappresentanza (oeci) o di soggiorno (exedra): ecco quindi la presenza di candelabri (“Molto moderno il candelabro in bronzo da Pompei, su tre piedi a forma di gamba umana, con asta estensibile, così da alzare la posizione della lucerna e allargare il raggio di illuminazione della stanza”), e lucerne, da appoggiare o da appendere.

Pentola in terracotta con coperchio su treppiedi in ferro, trovata nella Casa del Poeta tragico a Pompei; oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)
Dalla sala di rappresentanza si passa idealmente alla dispensa e alla cucina. Ecco – fossilizzati – una coppetta di noci, alcune già sgusciate; e poi piccoli contenitori con olive e fichi; e ancora pagnotte già porzionate in 8 spicchi e pronte – duemila ani fa – per essere consumate: “Pompei ha restituito fin dalle prime ricerche borboniche una messe unica di informazioni sulla vita quotidiana della colonia”, ricorda Zito. “Per la prima volta gli archeologi avevano a disposizione una grande varietà di oggetti di uso quotidiano di epoca imperiale, straordinariamente conservatisi sotto la coltre di cenere e lapilli: suppellettili da cucina, strumenti per la medicina e le misurazioni, ma anche materiali fragili come tessuti, e cordame. E alimenti: cereali, olive, uova, frutta, e salse come il famoso garum. Già dalla metà del Settecento la Collezione de’ Commestibili era esposta nella villa Reale di Portici”. Accanto alla dispensa c’era la cucina, sempre dotata di una propria suppellettile che variava per quantità, qualità e materia in base alle possibilità economiche del proprietario. L’instrumentum domesticum (ossia l’insieme degli utensili domestici) poteva essere di vetro, bronzo o terracotta: troviamo pentole (“Bellissima la grande pentola in terracotta trovata nella Casa del Poeta Tragico di Pompei: poggia su un treppiede di ferro che poteva essere spostato direttamente sulle braci, ed evitava il contatto diretto della pentola con la fiamma”); imbuti, colini, stadere, pentole a uno o due manici, e stampi per pasticcio in bronzo a forma di pollo spiumato (a ricordare l’ingrediente base della lasagna).

L’eccezionale samovar in bronzo proveniente dall’area vesuviana, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)
Anfore, crateri, situle, bacili su tripode ci introducono alla sala del banchetto e, quindi agli arredi della tavola. E i banchetti, anche se non saranno stati sempre sontuosi come quello di Trimalcione descritto dal Satyricon di Petronio, nel mondo romano rappresentavano un momento importante. Anche a Pompei, come ben descrive Fiorenza Grasso nel catalogo della mostra (L’Erma di Bretschneider): la giornata tipo del pompeiano iniziava al mattino con la prima colazione (jentaculum), considerata uno dei pasti principali della giornata, a base di pane condito con aglio e formaggio, uova, miele, datteri e frutta, e talora rinforzata con pietanze di carne. A mezzogiorno il pranzo (prandium) era una sorta di spuntino leggero con legumi, pesce, uova e frutta. Il pasto più importante era la cena. Per i poveri, sulla tavola pane nero, piccoli pesci, verdure locali e formaggio. Per i ricchi il banchetto, reso possibile con una schiera di servi e cuochi, rappresentava un motivo di sfoggio della propria ricchezza. La bevanda principe del banchetto era il vino che veniva servito dagli schiavi pocillatores. D’inverno il vino veniva servito bollente condito con miele (vinum mulsum) o spezie (vinum conditum) nell’apposito samovar in bronzo. Sì, avete capito bene: un samovar. “La tradizione vuole che questo caratteristico contenitore metallico sia un’invenzione moderna dei Paesi slavi o del Vicino Oriente”, interviene l’archeologa Zito. “Invece c’erano già a Pompei, duemila anni fa. Per Vetulonia è un pezzo eccezionale: finora se ne conoscono solo due; uno è a Napoli, e uno qui!”. Il samovar pompeiano permetteva di scaldare il liquido al suo interno attraverso una doppia camera e di regolarne poi il deflusso con valvole di scarico. La cena, dopo una sfilata di pietanze, servite sugli scissores, si concludeva tra danze, musica e giochi acrobatici, col dessert di frutta secca, fichi farciti, datteri, miele fritto e una sorta di sorbetto (secundae mensae).

Il caratteristico vaso a paniere in bronzo (vasa escaria) proveniente da Pompei, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)
Durante il banchetto gli ospiti cenavano semisdraiati sui letti triclinari. Con la sinistra reggevano il piatto (patina o patella) o la scodella (catinus) o la coppa per bere (poculum) e con la destra portavano il cibo alla bocca. Frequenti quindi le abluzioni delle mani che si asciugavano con il tovagliolo. Gli avanzi (scoparii) erano gettati a terra sotto la mensa dagli stessi commensali a scopo beneaugurante. Le donne partecipavano al banchetto accanto agli uomini, ma sedute. Gli oggetti più frequenti per la mensa sono bacili in bronzo a due anse; coppe (in mostra, molto belle quelle a valva di conchiglia); brocche in bronzo per il vino (oinochoe). “Caratteristici i cosiddetti vasa escaria, ritrovati in grande quantità negli scavi pompeiani, hanno la forma del paniere con un grande manico che si apre a T e va ad agganciarsi sui due lati del vaso. Si ipotizza che fossero usati per servire in tavola i pesci o i molluschi attinti direttamente dal recipiente di cottura e offerti ai banchettanti nell’acqua di bollitura”. Sulla mensa non mancano boccalini in argilla figulina, economica alternativa ai più cari prodotti ceramici in “terra sigillata”; brocchette a “pareti sottili”; coppe carenate o emisferiche. E poi vetri: anfore da acqua; bottiglie a corpo quadrato, bicchieri con decorazioni a rilievo; piatti e ciotoline.
“I romani”, ci ricorda Fiorenza Grasso, “ponevano grande attenzione nella cura del corpo e dell’estetica. Perciò erano assidui frequentatori delle terme, pubbliche o private, che quindi ricoprivano un ruolo di centrale importanza nella vita sociale e politica. Alle terme ci si recava, oltre che per usufruire dei tanti servizi offerti per la cura del corpo, come massaggi o epilazioni praticate da personale specializzato, anche per svolgere attività fisica o intellettuale negli ampi spazi aperti coperti disponibili”. Non poteva quindi mancare, nel percorso della mostra di Vetulonia, una vetrina che ricordasse la toeletta. Ovviamente l’oggetto più emblematico è lo specchio in argento, e poi aghi crinali in avorio per le acconciature femminili, cucchiaini in avorio o bronzo per mescolare ed applicare unguenti e medicamenti. Il “set” base dei romani alle terme era costituito da pinzette, fiaschette in vetro per l’olio (aryballos) e lo strigile in bronzo per detergersi. Ma non mancavano i balsamari in vetro con unguenti profumati per la cura del corpo o a scopo medico.
(2 – continua; il precedente post il 7 agosto 2017)
Musei, aree e parchi archeologici nazionali: doppia apertura straordinaria, lunedì 14 e Ferragosto 2017. Ecco l’elenco, regione per regione
Doppia apertura straordinaria per musei, aree e parchi archeologici che lunedì 14 e martedì 15 agosto 2017 rimarranno aperti per un lungo ponte all’insegna della cultura. Oltre all’apertura prevista per Ferragosto, quest’anno il ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo apre le porte ai visitatori anche lunedì 14, consueto giorno di chiusura per gran parte dei luoghi della cultura nazionali. Un’occasione unica per cittadini e turisti di trascorrere un Ferragosto all’insegna di una grande festa della cultura e godere dello straordinario patrimonio del nostro Paese. Dai resti dell’antica città italica nell’area archeologica di Alba Fucens a Massa d’Albe in Abruzzo ai Bronzi di Riace al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria alle tante domus riaperte agli Scavi di Pompei, dalla più grande area archeologica d’Europa tra il Foro Romano e il Palatino di Roma alle rovine della capitale dei Sanniti a Pietrabbondante in Molise, dal rinnovato allestimento del museo Archeologico nazionale di Taranto alle vestigia della colonia fenicia di Tharros nei pressi di Cabras. Ecco l’elenco completo, con gli orari rispettivamente di lunedì e martedì.
ABRUZZO Museo Archeologico “La Civitella” (Chieti), 9-19.30, 9-19.30; museo Archeologico nazionale d’Abruzzo – Villa Frigerj (Chieti), 9-20, 9-20; terme romane (Chieti), chiuso; area archeologica di Iuvanum (Montenerodomo, Ch), chiuso, 8-14; nuovo museo Paludi di Celano — Centro di Restauro (Celano, Aq), 8.30-13.30, chiuso; teatro e anfiteatro di Amiternum, San Vittorino (L’Aquila), 9-19.30, 9 -19.30; area archeologica di Alba Fucens (Massa d’Albe, Aq), 14-20, 8-14; santuario di Ercole Curino (Sulmona, Aq), 8-14, 14-20.
BASILICATA Museo Archeologico nazionale di Metaponto (Bernalda, Mt), 9-20, 9-20; parco archeologico (Bernalda, Mt), 10-19, 10-19; parco archeologico dell’area urbana e Tavole Palatine (Bernalda, Mt), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale “Domenico Ridola” (Matera), 9-20, 9-20; museo nazionale Archeologico della Siritide (Policoro, Mt), 9-20, 9-20; area archeologica di Siris – Herakleia (Policoro, Mt), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale dell’Alta Val d’Agri (Agrumento Nova, Pz), 9-20, 9-20; teatro romano (Agrumento Nova, Pz), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; parco archeologico (Agrumento Nova, Pz), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale del Melfese “Massimo Pallottino” (Melfi, Pz), 9-20, 9-20; museo Archeologico nazionale (Muro Lucano, Pz), 9-14, 9-20; museo Archeologico nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu” (Potenza), 9-20, 9-20; museo Archeologico nazionale (Venosa, Pz), 9-20, 9-20; area archeologica (Venosa, Pz), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; catacombe ebraiche (Venosa, Pz), 9-13 (prenotazione obbligatoria), 9-13 (prenotazione obbligatoria); insediamento neolitico di Notarchirico (Venosa, Pz), 9-13 (prenotazione obbligatoria), chiuso.
CALABRIA Museo Archeologico nazionale e parco archeologico di Scolacium (Borgia, Cz), chiuso, 9-19; museo Archeologico Lametino (Lamezia Terme, Cz), 8.30 -16.30, chiuso; museo Archeologico di Amendolara (Amendolara, Cs), 9-17, 9-14; museo Archeologico nazionale della Sibaritide (Cassano all’Ionio, Cs), 9-20, 9-20; parco archeologico della Sibaritide (Cassano all’Ionio, Cs), 9-19.15, 9-19.15; antiquarium di Torre Cimalonga (Scalea, Cs), 9-23, 9-23; museo Archeologico nazionale di Crotone (Crotone), 9-20, 9-20; museo e parco archeologico nazionale di Capo Colonna (Crotone), 9-13/15-19, 9-13/15-19; museo e parco archeologico nazionale (Locri, Rc), 9-2, 9-20; museo dell’antica Kaulon (Monasterace, Rc), 9-20, 9-20; area archeologica dell’antica Kaulon (Monasterace, Rc), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale (Reggio di Calabria), 9-20, 9-20; museo Archeologico di Medma (Rosarno, Rc), 9-17, 9-17; museo statale (Mileto, Vv), 10-19, 10-19; museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” (Vibo Valentia), 9-20, 9-20.
CAMPANIA Antiquarium di Ariano Irpino (Ariano, Av), 8-14, chiuso; parco archeologico dell’antica Abellinum (Atripalda, Av), 8-14, 8-14; anfiteatro romano (Avella, Av), 9-13, 9-13; area archeologica dei Monumenti Funerari (Avella, Av), 9-13, 9-13; parco archeologico dell’antica Aeclanum (Mirabella Eclano, Av), 9-13, 9-13; teatro romano (Benevento), 8-19.30, 8-19.30; museo Archeologico nazionale del Sannio Caudino (Montesarchio, Bn), 9-20, 9-20; museo Archeologico dell’antica Allifae (Alife, Ce), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo Archeologico di Teanum Sidicium (Teano, Ce), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo Archeologico dell’antica Calatia (Maddaloni, Ce),9-20, 9-20; museo archeologico dell’antica Capua e Mitreo (S.Maria Capua Vetere, Ce), 9-19.30, 9-19.30; anfiteatro campano (S.M. Capua Vetere, Ce), 9-19.30, 9-19.30; museo Archeologico dell’Agro atellano (Succivo, Ce), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo Archeologico dei Campi Flegrei (Bacoli, Na), 9.14.20, 9-14.20; parco archeologico delle Terme di Baia (Baia, Na), 9.19.20, 9-19.20; scavi e antiquarium nazionale (Boscoreale, Na), 8.30-19.30, 8.30-19.30; villa Jovis (Capri, Na), 10-19, 10-19; scavi di Stabia (Castellamare di Stabia, Na), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale (Napoli), 9-19, 9.19.30; museo Archeologico di Nola (Nola, Na), chiuso, 9-19; parco archeologico di Ercolano (Ercolano, Na), 8.30-19.30, 8.30-19.30; scavi di Pompei (Pompei, Na), 9-19.30, 9-19.30; parco archeologico di Cuma (Pozzuoli, Na), 9-19.20, 9-19.20; Anfiteatro Flavio di Pozzuoli (Pozzuoli, Na), 9-19.20, 9-19.20; scavi di Oplontis (Torre Annunziata, Na), 8.30-19.30, 8.30-19.30; parco archeologico di Elea-Velia (Ascea, Sa), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo archeologico nazionale di Eboli e della media valle del Sele (Eboli, Sa), 8.30-16, 8.30-14; villa romana e antiquarium di Minori (Minori, Sa), 8-19.30, 8-19.30; museo archeologico della Valle del Sarno (Sarno, Sa), 8.30-22, 8.30-19; museo archeologico nazionale di Pontecagnano (Pontecagnano, Sa), 9-19.30, 9-19.30; museo archeologico nazionale e area archeologica di Paestum (Capaccio, Sa), 8.30-19.30, 8.30-19.30.
EMILIA ROMAGNA Museo nazionale etrusco “Pompeo Aria” e area archeologica di Kainua (Marzabotto, Bo), chiuso, 11-18.30; museo archeologico nazionale di Ferrara (Ferrara), 9.30-17.30, 9.30-20.30; museo Archeologico nazionale di Sarsina (Sarsina, Fc), 8.30-13.30, 8.30-13.30; complesso monumentale della Pilotta – galleria nazionale, museo archeologico nazionale, teatro Farnese, biblioteca Palatina (Parma), 8.30-14, 8.30-14; area archeologica di Veleia (Lugagnano val d’Arda, Pc), 9-18.30, 9-18.30; villa romana di Russi (Russi, Ra), 9-19, 9-19.
FRIULI VENEZIA GIULIA Museo archeologico nazionale di Aquileia (Aquileia, Ud), 15-19, 8.30-19.30; museo paleocristiano (Aquileia, Ud), 9-13; museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli (Cividale, Ud), 9-14/15-19, 8.30-19.
LAZIO Museo archeologico nazionale “G. Carettoni” e Area archeologica di Casinum (Cassino, Fr), 9-20, 9-20; museo archeologico nazionale di Formiae (Formia, Lt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; comprensorio archeologico di Minturnae (Minturno, Lt), 8-20, 8-20; museo archeologico nazionale e area archeologica di Sperlonga (Sperlonga, Lt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; antiquarium e area archeologica di Lucus feroniae (Capena, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo nazionale archeologico Cerite (Cerveteri, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; necropoli della Banditaccia (Cerveteri, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo nazionale archeologico (Civitavecchia, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; villa di Orazio (Licenza, Rm), apertura su prenotazione, 9-20; museo delle Navi Romane di Nemi (Nemi, Rm), 9-19, 9-19; museo archeologico nazionale di Palestrina e Santuario della Fortuna Primigenia (Palestrina, Rm), 9-20, 9-20; Pantheon (Roma), 8.30-19.30, 9-18; museo nazionale etrusco di Villa Giulia (Roma, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo nazionale preistorico ed etnografico “L. Pigorini” (Roma), 8-19, 8-19; Anfiteatro Flavio – Colosseo (Roma), 8.30-19.15, 8.30-19.15; Foro Romano e Palatino (Roma), 8.30-19.15, 8.30-19.15; terme di Caracalla (Roma), 9-14, 9-19; Palazzo Massimo – Museo nazionale Romano (Roma), chiuso, 9-19.45; Terme di Diocleziano – Museo nazionale Romano (Roma), chiuso, 9-19.30; Palazzo Altemps – Museo nazionale Romano (Roma), chiuso, 9-19.45; Crypta Balbi (Roma), chiuso, 9-19.45; parco archeologico dell’Appia antica -Tombe della via Latina (Roma), chiuso, 9-18.30; parco archeologico dell’Appia antica -Santa Maria Nova (Roma), chiuso, chiuso; parco archeologico dell’Appia antica – Mausoleo di Cecilia Metella (Roma), chiuso, 9-18.30; parco archeologico dell’Appia antica -Villa dei Quintili (Roma), chiuso, chiuso; parco archeologico dell’Appia antica -Antiquarium Lucrezia Romana (Roma), 9-15, 9-15; parco archeologico dell’Appia antica -Villa di Capo di Bove (Roma), 9-18.30, chiuso; scavi di Ostia antica (Roma), 8.30-18.15, 8.30-18.15; Santuario dell’Apollo a Portonaccio (Roma), 8-14, 8-14; Antiquarium di Pyrgi (Santa Marinella, Rm), 9-19, 9-19; area archeologica di Villa Adriana (Tivoli, Rm), 9-22.30, 9-19.30; area archeologica di Poggio Moscini (Bolsena, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico di Vulci (Canino, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; Forte Sangallo e museo archeologico dell’Agro Falisco (Civita Castellana, Vt), 9-19, 9-19; area archeologica Anfiteatro Romano e Mitreo (Sutri, Vt), 9-18, 9-18; museo archeologico nazionale (Tarquinia, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; necropoli dei Monterozzi di Tarquinia (Tarquinia, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico nazionale (Tuscania, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo nazionale Etrusco di Viterbo – Rocca Albornoz (Viterbo), 8.30-19.30, 8.30-19.30.
LIGURIA Museo archeologico di Chiavari (Chiavari, Ge), 9-14, 9-14; museo preistorico dei “Balzi Rossi” e area archeologica (Ventimiglia, Im), 9-19.30, 9-19.30; area archeologica di Albintimilium (Ventimiglia, Im), 13-19, 13-19; villa romana del Varignano (Porto Venere, Sp), 14-19, 14-19; museo archeologico nazionale di Luni e area archeologica (Ortonovo, Sp), 9-19.30, 9-19.30.
LOMBARDIA Parco nazionale delle Incisioni Rupestri di Capo di Ponte (Capo di Ponte, Bs), 8.30-19, 8.30-19; Mupre – Museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica (Capo di Ponte, Bs), 14-18, 14-18; museo archeologico nazionale della Valle Camonica (Cividate Camuno, Bs), 8.30-13.45, 8.30-13.45; villa Romana e Antiquarium (Desenzano, Bs), 8.30-19.30, 8.30-19.30; grotte di Catullo (Sirmione, Bs), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico di Mantova (Mantova), 8.30-13.30, 8.30-13.30; area archeologica e Antiquarium di Castelseprio (Castelseprio, Va), 8.30-19, 9.30-18.30.
MARCHE Museo archeologico nazionale delle Marche (Ancona), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico Statale (Arcevia, An), 13.30-19.30, 8.30-13.30; museo archeologico Statale di Numana (Numana, An), 8.15-19.15, 8.15-19.15; museo archeologico Statale (Ascoli Piceno), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico statale di Cingoli Moscosi (Cingoli, Mc), 13.30-19.30, 8.30-13.30.
MOLISE Museo sannitico di Campobasso (Campobasso), 9.30-19, 9.30-19; anfiteatro romano (Larino, Cb), 8.30-13.30, 8.30-13.30; Museo della città e del territorio (Sepino, Cb), 9.30-19, 9.30-19; area archeologica di Altilia –Sepino (Sepino, Cb), 9-18, 9-18; museo archeologico di Santa Maria delle Monache Isernia), 8.15-13.45, 8.15-13.45; museo nazionale del Paleolitico d’Isernia (Isernia), 8-19, 8-19; area archeologica del santuario Italico e teatro sannitico Pietrabbondante, Is), 10-19, 10-19, museo archeologico di Venafro (Venafro, Is), 8-19, 8-19.
PIEMONTE Area archeologica di Libarna (Serravalle Scrivia, Al), 8.30-16.30, 8.30-16.30; area archeologica di Augusta Bagiennorum (Bene Vagienna, Cn), 8.30-18.30, 8.30-18.30; Musei Reali (Palazzo Reale, Armeria Reale, Museo archeologico, Galleria Sabauda) (Torino), 8.30-19.30, 8.30-19.30.
PUGLIA Museo nazionale archeologico (Altamura, Ba), 8.30-19.30, 8.30-13.30; museo archeologico nazionale di Gioia del Colle (Gioia del Colle, Ba), 8.30-19.30, 14.30-19.30; parco archeologico di Monte Sannace (Gioia del Colle, Ba), 8.30-15, 8.30-15; museo nazionale archeologico Jatta (Ruvo di Puglia, Ba), 8.30-13.30, 8.30-13.30; parco archeologico di Canne della Battaglia (Barletta), 10-19, 10-19; museo nazionale e parco archeologico di Egnazia (Fasano, Br), museo: 8.30 -19.30, 8.30-19.30, parco: 8.30-19.15, 8.30-19.15; parco archeologico (Siponto, Fg), 12.30-21.30, 12.30-21.30; museo archeologico di Manfredonia (Manfredonia, Fg), 9-19.30, 9-19.30; museo nazionale archeologico di Taranto (Taranto), 8.30-19.30, 8.30-19.30.
SARDEGNA Museo archeologico nazionale (Cagliari), 9-20, 9-20; museo antiquarium di Porto Torres Porto Torres, Ss), 9-18, 9-18; museo archeologico ed etnografico “G. Sanna” (Sassari), 9-13, chiuso.
TOSCANA Museo archeologico nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” (Arezzo), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico nazionale (Firenze), 8.30-14, 8.30-19; museo archeologico nazionale di Cosa (Ansedonia, Gr), 10.15-21.30, 10.15-18.30; museo archeologico nazionale di Castiglioncello (Rosignano, Li), 17.30-20, 17.30-20; museo archeologico nazionale di Chiusi (Chiusi, Si), 9-23, 9-20; museo archeologico nazionale di Siena (Siena), 10-19, 10-19.
UMBRIA Tempietto sul Clitunno (Campello sul Clitunno, Pg), 12.15 -17.45, 8.15 -19.45; teatro romano e antiquarium di Gubbio (Gubbio, Pg), 10-19.30, 10-19.30; museo archeologico nazionale dell’Umbria (Perugia), 8.30-19.30, 8.30-19.30; ipogeo dei Volumni e necropoli del Palazzone (Ponte San Giovanni, Pg), 9-19, 9-19; museo archeologico nazionale (Spoleto, Pg), 9.30-19.30, 9.30-19.30; museo archeologico nazionale (Orvieto, Tr), 8.30-19.30, 8.30-19.30; necropoli del Crocifisso del Tufo (Orvieto, tr), 10-19, 10-19; area archeologica di Carsulae (Terni), 8.30-19.30, 8.30-19.30.
VENETO Area archeologica della Cattedrale (Feltre, Bl), solo su prenotazione 10-13/16-19; museo nazionale Atestino (Este, Pd), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico nazionale di Adria (Adria, Ro), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico nazionale (Fratta Polesine, Ro), 8.30-19.30, 8.30-19.30; area archeologica di Piazza Cardinal Costantini (Concordia Sagittaria, Ve), 8.30-19, 8.30-19; museo archeologico nazionale concordiese (Portogruaro, Ve), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico di Altino (Quarto di Altino, Ve), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico di Venezia (Venezia), 10-19, 10-19.






















































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