Locride. Tre serate-evento in agosto al museo e parco Archeologico dell’antica Kaulon (Monasterace) con apertura serale, mostre e incontri

Il museo Archeologico nazionale dell’antica Kaulon annesso al parco Archeologico nel territorio di Monasterace (RC)
Estate 2017 speciale al museo Archeologico e parco Archeologico dell’antica Kaulon – Monasterace (Reggio Calabria) con aperture serali ed eventi. “Anche il museo dell’antica Kaulon, ricadente nel comune di Monasterace (Reggio Calabria)”, spiega Rossella Agostino, direttore del museo Archeologico e parco Archeologico dell’antica Kaulon, che ha disposto alcune prestigiose iniziative, “aderisce al piano di valorizzazione programmato dal MiBACT finalizzato ad un prolungamento di apertura serale dei musei statali non autonomi che fanno riferimento ai Poli museali. Un’iniziativa che permette orari prolungati per le visite a musei e luoghi di cultura in un periodo, quello estivo appunto, maggiormente frequentato dai turisti”. Si inizia il 10 agosto 2017 con il prolungamento dell’apertura serale dalle 20 alle 23, e la mostra “Il castello di Monasterace. Dal Restauro la Storia” in collaborazione con il dipartimento PAU, Università Mediterranea di Reggio Calabria, il Comune di Monasterace e la cooperativa ViviKaulon- Servizi aggiuntivi museo di Kaulon. Una settimana dopo, il 18 agosto 2017, prolungamento apertura serale dalle 20 alle 23, con la mostra “La Moda ha una storia da raccontare” a cura di Digi. Art e cooperativa ViviKaulon – Servizi aggiuntivi museo di Kaulon. Infine il 22 agosto 2017, con il prolungamento dell’apertura serale dalle 20 alle 23, il museo di Kaulon allestisce un nuovo spazio per le testimonianze numismatiche con conversazione a cura di Giorgia Gargano, Ispettore onorario ai beni numismatici della Calabria.
Recuperato nel mare di Levanzo il dodicesimo rostro che conferma l’ubicazione della battaglia delle Egadi del 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che pose fine alla prima guerra punica a favore dei romani

Il recupero del dodicesimo rostro dalle acque antistante Levanzo appartenuto a una nave coinvolta nella battaglia delle Egadi del 241 a.C.
E 12! Se ancora ci fossero stati dubbi sull’ubicazione della battaglia delle Egadi, combattuta nel 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che concluse a favore dei romani la lunga ed estenuante Prima Guerra Punica iniziata nel 264 a.C., ora dovrebbero essere fugati definitivamente. A tredici anni di distanza dal sequestro del primo rostro, che avviò le ricerche subacquee sistematiche, è stato recuperato a 80 metri di profondità, nei fondali a nord – ovest dell’isola di Levanzo, il dodicesimo rostro in bronzo della battaglia delle Egadi, cioè proprio dove da anni Sebastiano Tusa, responsabile della soprintendenza del Mare, ritiene si sia combattuto lo scontro finale. Questa importante scoperta conferma dunque la veridicità dell’ipotesi e aggiunge un tassello importante al patrimonio culturale della Sicilia. Il suo recupero è stato possibile ancora una volta grazie alla fruttuosa collaborazione che la soprintendenza del Mare ha intrapreso con la statunitense RPM Nautical Foundation guidata da George Robb e la direzione scientifica archeologica di Jeff Royal. Per la soprintendenza del Mare la ricerca è diretta da Sebastiano Tusa con la collaborazione di Stefano Zangara. Le ricerche sono state condotte con l’ausilio della nave oceanografica Hercules a posizionamento dinamico (DPS) dotata di sistemi di ricognizione elettroacustica di ultima generazione.
Ma non è tutto. Perché questo dodicesimo rostro ha una particolarità eccezionale: il reperto, tra i 12 finora identificati, ha ancora la parte lignea della prua della nave incastrato al suo interno: Il reperto presenta la novità, tra i 12 finora identificati, ha la parte lignea della prua della nave all’interno: si notano le parti finali della chiglia, del dritto di prua, delle due cinte laterali e della trave di speronamento. La sua estrazione e il conseguente studio darà preziose informazioni sulla tecnologia navale adoperata per costruire le navi da guerra in quel periodo. Proprio il soprintendente Tusa, qualche anno fa, dava una spiegazione alla mancanza di ritrovamenti di reperti lignei: “L’assenza di legno è dovuta quasi certamente al fatto che le navi perdute in battaglia erano quelle adibite al combattimento. Erano, pertanto, prive di pesante carico che generalmente con il suo peso copre e fa sprofondare lentamente lo scafo al di sotto del sedimento del fondo marino preservandolo dall’aggressione della Teredo Navalis. Il legno è, pertanto, scomparso lasciando sul fondo le ceramiche usate dall’equipaggio, i chiodi e quegli elementi inorganici che facevano parte delle imbarcazioni affondate. Emerge, in tal modo, un vasto areale ove si raggruppano numerose concentrazioni di oggetti che offrono la percezione di numerose navi affondate costituendo l’ulteriore prova dell’identificazione esatta del luogo dello scontro”.

La sede logistica del team che partecipa alle ricerche archeologiche subacquee alle isole Egadi (foto Salvo Emma)
La svolta nel 2004. “Dapprima vi fu la consegna spontanea da parte di un pescatore”, ricorda Tusa, “di un elmo in bronzo del tipo Montefortino in uso proprio in quella battaglia da parte dei militi romani. Egli affermò di averlo trovato nello spazio di mare a poche miglia a Nord-Ovest di Levanzo. Poi venne l’elemento decisivo per darci la convinzione che la nostra ipotesi era esatta e che, pertanto, avrebbe avuto ottime possibilità di essere provata da auspicate ricerche. Fu la “scoperta” del primo rostro delle Egadi nello studio di un dentista trapanese ad opera del nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri. Chi lo deteneva ed era in procinto (su sua dichiarazione) di consegnarlo agli organi di tutela, ci diede la conferma che il luogo di rinvenimento era a poche miglia a Nord-Ovest del Capo Grosso di Levanzo. Fu una “scoperta” eccezionale poiché oltre al valore storico-topografico legato all’evento bellico, il primo rostro delle Egadi era il secondo in assoluto rinvenuto fino ad allora seguendo quello di Athlit rinvenuto nelle acque israeliane qualche decennio prima”.

Lo studio del regime dei venti nella battaglia delle Egadi (vedi https://libreriainternazionaleilmare.blogspot.it/2015/11/egadi-241-ac-il-vento-cambio-il-corso.html)
Le scoperte archeologiche consentono di ricostruire la dinamica della battaglia con notevole accuratezza anche grazie agli studi sul regime del vento che dovette caratterizzare quel fatidico giorno. Così la sintetizza Tusa: “Annone all’alba del 10 marzo del 241 a.C., invogliato da una leggera brezza da Sud che andava girando da Ovest, diede l’ordine di salpare da Marettimo poiché pensava che con il vento in poppa avrebbe raggiunto rapidamente la costa siciliana eludendo i rigidi pattugliamenti romani della costa tra Drepanum e Lilibeo. Evidentemente Lutazio Catulo, l’astuto ammiraglio romano, intuì la mossa del nemico e pose tutta o parte della sua flotta al riparo dell’alta mole di Capo Grosso. Quando la flotta cartaginese si andava avvicinando diede l’ordine di salpare mollando cime ed ancore e scaraventando la sua forza d’urto e di sorpresa sul nemico. Lo scontro avvenne a circa miglia 4 ad Ovest / Nord-Ovest di Capo Grosso di Levanzo. Lo scompiglio nelle file nemiche dovette essere terribile sicché, anche in virtù del cambiamento del vento che già nel pomeriggio iniziò a spirare da Nord- Nord-Est ed Est, impossibilitato a proseguire e con il vento nuovamente in poppa per una salvifica ritirata verso il suo Paese, Annone diede l’ordine di far vela verso Cartagine. Svanirono per sempre le speranze cartaginesi di risolvere il conflitto a proprio favore. Amilcare, privo di rifornimenti, dovette capitolare cedendo la Sicilia ai Romani. La dinamica del vento che nel pomeriggio gira da Nord giustifica il rinvenimento della ben nota “nave punica di Marsala” sulle sponde dell’Isola Longa (qualche miglio a Sud del teatro del conflitto) giustamente identificata da Honor Frost come pertinente quella battaglia”. La battaglia delle Egadi fu di epocale valore per il destino del Mediterraneo ed oltre nei secoli a venire. “Nell’ambito dei 118 anni di guerra che videro lo scontro titanico tra due grandi potenze dell’antichità”, conclude Tusa, “questo fu uno dei momenti più importanti che ebbe un peso non indifferente per la vittoria finale del 146 a.C. dei romani, non foss’altro che perché tolse ai cartaginesi il controllo strategico della Sicilia. Ma, soprattutto, perché, come ci dice espressamente Polibio, il più attento osservatore, seppur di parte, del conflitto, i romani dopo il 10 marzo del 241 acquisirono la legittimità e l’autorevolezza di grande potenza mediterranea e di potenza navale intraprendendo con l’abilità che seppero sviluppare nei secoli seguenti la ben nota fisionomia di potenza imperialista anche se il vero e proprio impero nascerà dopo altre due secoli”.
“L’Arte di Vivere al tempo di Roma”: ricreata al museo “Isidoro Falchi” di Vetulonia una domus pompeiana con cento preziosi reperti dal museo Archeologico di Napoli e una star assoluta: l’Efebo di via dell’Abbondanza, la più bella statua mai trovata a Pompei

L’Efebo di via dell’Abbondanza nel suggestivo allestimento della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto Graziano Tavan)
Un cancelletto di legno. Apparentemente insignificante. Eppure è un’autentica “porta del tempo”: di qui noi, di là il mondo degli antichi romani. Basta varcarlo per fare un salto indietro nel tempo di duemila anni. Benvenuti nella casa di un antico pompeiano, accolti da un personaggio speciale: l’Efebo di via dell’Abbondanza. Ma questa domus, fate bene attenzione, non si trova a Pompei, bensì a Vetulonia, importante centro della dodecapoli etrusca. All’interno del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia è stata infatti ricreata una vera domus pompeiana grazie alla collaborazione della direttrice del “Falchi”, Simona Rafanelli, con il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini. Ecco dunque la mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” (aperta fino al 5 novembre; catalogo de “L’Erma” di Bretschneider; vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/05/20/pompei-trasloca-in-etruria-notte-speciale-dei-musei-a-vetulonia-con-la-mostra-larte-del-vivere-al-tempo-di-roma-i-luoghi-del-tempo-nelle-domus-di-pompei/), con un centinaio di reperti provenienti dalle colonie romane dell’area vesuviana, Pompei, Ercolano, Stabia, e per la maggior parte conservati nei magazzini del Mann. “Abbiamo cercato gli oggetti da prestare per questa mostra”, ricorda Valeria Sampaolo, conservatore delle collezioni del Mann, “nei magazzini, locali protetti da pesanti cancelli dove sono conservati tesori di bronzi, ceramica e vetro. Con Simona Rafanelli abbiamo selezionato quanto potesse essere più significativo per facilitare la ricostruzione ideale di ambienti analoghi a quelli rimessi in luce dalle ricerche vetuloniesi. I visitatori possono così percepire di quante comodità gli antichi fossero riusciti a circondarsi, e a quali livelli di tecnica e di artigianato si fosse giunti nel I sec. d.C. attraverso oggetti reali, concreta e tangibile testimonianza del passato”. Reperti così importanti (alcuni usciti per la prima volta dal Mann) che, per dissipare l’incredulità manifestata dai primi visitatori sorpresi da tanta qualità, gli organizzatori sono stati “costretti” a porre un cartello bilingue all’ingresso “Sono tutti pezzi originali”.

Visione assonomentrica del progetto di allestimento della mostra “Arte di Vivere al tempo di Roma” dell’architetto Luigi Rafanelli
Entriamo dunque a scoprire “L’Arte di Vivere” di senechiana memoria in questa ricca domus pompeiana. Ci accompagna un’ospite speciale, l’archeologa Luisa Zito. Apriamo il cancelletto, ed eccoci nel I sec. d.C. I pavimenti musivi della domus sono stati riprodotti nei minimi dettagli per un allestimento, curato dall’architetto Luigi Rafanelli, “immersivo” ed “emozionale”, per solleticare più sensi del visitatore: dalla vista all’udito, e, per i fortunati presenti all’inaugurazione, all’olfatto. “Quel giorno – ricorda Zito – nel giardinetto cui si accede dal tablino c’erano piante vere (ora sostituite da riproduzioni per ovvi motivi tecnici) che inondavano le stesse fragranze simili a quelle apprezzate dagli antichi pompeiani”. Per ricreare queste atmosfere, “ridare vita agli oggetti domestici, e restituire splendore alle straordinarie opere d’arte, di pittura e scultura, presenti in mostra”, spiega Luigi Rafanelli, “si è ricostruita parzialmente, in due stanze del museo, una domus pompeiana: nella prima, sono stati localizzati ambienti dedicati a banchetto, simposio, cucina, dispensa, toeletta, che si affacciano sull’atrio, con al centro l’impluvio; nella seconda, sono riproposti tre ambienti: uno interno, il tablinum; uno interesterno, il portico; uno esterno, il giardino, in sequenza scenografica”. La casa pompeiana qui è intesa dall’architetto allestitore non come semplice contenitore di un’antologia di pezzi archeologici, ma come luogo dove è (ri)messa in scena L’Arte di Vivere dei romani, il teatro della rappresentazione delle attività domestiche, comprese quelle artistiche e culturali, fondamentali nello stile di vita di quel tempo.
(1 – continua)
Gli archeologi e gli studenti della scuola di specializzazione di Oristano hanno scoperto nel golfo di Hammamet, in Tunisia, le tracce della Colonia Iulia Neapolis, una delle più importanti città romane d’Africa, sprofondata nel mare nel IV sec. d.C. per un terremoto

Visione area del sito archeologico di Colonia Iulia Neapolis, nel golfo di Hammamet in Tunisia, con una parte sulla costa e una parte sprofondata nel mare
Da Oristano in Sardegna ad Hammamet in Tunisia. Da Santa Maria di Nabui, nel golfo di Oristano, a Nabeul di Cap Bon, vicino a Tunisi. Per un unico comun denominatore: Nesiotikà, la Scuola di specializzazione in Beni archeologici di Oristano, e una Neapolis. Quella sulla costa occidentale sarda, città prima sotto controllo fenicio-punico e poi romano, descritta da Plinio come una delle più importanti città della Sardegna, era stata studiata dalla seconda metà del Novecento, quella nord-africana – nota come Colonia Iulia Neapolis – è stata scoperta (ma sarebbe più corretto dire che ne è stata certificata la sua struttura urbanistica) nella IX missione archeologica sardo-magrebina, conclusasi nei giorni scorsi, coordinata dai professori Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu e dal prof. Mounir Fantar, responsabile archeologo dell’area della Tunisia del Nord Est, e riservata agli studenti di Nesiotikà. E verso la seconda metà di agosto è programmata una decima missione volta ad approfondire alcune aspetti della scoperta, ma soprattutto le ragioni per cui questo pezzo della città di Neapolis sarebbe rimasto sommerso dall’acqua. Parteciperanno dunque anche archeosismologi e geomorfologi subacquei. La IX campagna si è svolta nell’ambito dell’accordo quadro siglato nel 2009 tra l’Institut National du Patrimoine di Tunisi e l’università di Sassari e ha coinvolto quattro specializzandi della sede di Oristano oltre ad alcuni studenti tunisini. I settori di intervento hanno riguardato un’area terrestre, con la conclusione dei saggi di scavo iniziati nel 2016 e la realizzazione di piccoli saggi di verifica della cronologia degli atria con fontane della Nympharum Domus e del cardo orientale della domus e un’area marina con l’indagine delle strutture sommerse attraverso sonar a scansione laterale (side scan sonar) e immagini fotografiche e video tramite GoPro. E, ancora, la verifica dell’esistenza di strutture portuali sommerse nell’area di Beni Khiar-Mammoura, eventualmente riferibili alla fase successiva alla sommersione nel IV secolo d.C. delle Usines de Salaisons e del porto neapolitano.
Neapolis sarebbe stata fondata nel V secolo a.C.: di qui sono passati i fenici, i cartaginesi e anche i romani., quando raggiunse l’estensione di 60 ettari. Quella che oggi è stata scoperta copre un’area di 20 ettari: lunga un chilometro e larga 200 metri. Antiche strade e vecchi edifici si trovano a 5 metri di profondità e sono suddivisi in isolati, realizzati quasi geometricamente, di 71 metri per 35,5. Sprofondata per effetto di un terremoto nel IV sec. d.C., Neapolis si presenta integra, quasi identica alla città descritta nel IV secolo dopo Cristo. Nell’800 si conosceva la localizzazione di Neapolis, ma gli scavi veri e propri sono iniziati nel 1965, in occasione della costruzione di un hotel. I primi ritrovamenti riguardano un’antica domus con mosaici e un vecchio stabilimento per la produzione del garum, la salsa di pesce. La missione sarda inizia nel 2009 quando, dopo aver studiato la Neapolis sarda di fronte al golfo di Oristano, il professor Zucca proponeva di studiare anche la gemella e omonima città africana. I rilievi anche subacquei e aerei eseguiti nel corso della missione appena conclusa hanno permesso di completare la planimetria della città sommersa che rappresenta circa un terzo dell’intera Colonia Iulia Neapolis.
“La porzione di Neapolis individuata nelle precedenti missioni e ben documentata”, spiegano gli archeologi Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu del Dipartimento di Storia, Scienze dell’uomo e della Formazione dell’università di Sassari e il professor Mounir Fantar, dell’Institut national du patrimoine (Inp) di Tunisi, “potrebbe essere definita la zona industriale della già ben nota Colonia Iulia Neapolis, ed è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di vasche dove si procedeva alla salagione di grandi quantità di pesce (in particolare sardine ma anche piccoli tonni) che poi venivano sistemate all’interno di anfore di terracotta, caricate sulle navi e esportate in vari paesi del Mediterraneo”. Ma non è tutto. Nel corso della IX missione è stato scoperto tra le rovine della città di terraferma un interessante frammento di una lastra calcarea utilizzata per una iscrizione plateale, che ha permesso di individuare quello che potrebbe essere il 27.mo foro romano (il quarto in Africa) con il suo tempio dedicato a Giove Capitolino, la sua Curia e la sua Basilica giudiziaria.
Serata speciale a Vetulonia con “Archeologia sotto le stelle”: l’archeologa Luigia Melillo svela i segreti dell’Efebo di via dell’Abbondanza, star della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” al museo Etrusco “Isidoro Falchi”

L’Efebo di via dell’Abbondanza star della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” al museo Etrusco “Isidoro Falchi” e protagonista della rassegna “Archeologia sotto le stelle” a Vetulonia
“Quel lontano 25 maggio del 1925, trascorsi ormai molti anni dalla importante scoperta della statua bronzea dell’Apollo della Casa del Citarista nel 1859”, scrive Simona Rafanelli direttore del museo civico Etrusco “Isidoro Falchi” di Vetulonia, nel catalogo della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” (L’Erma di Bretschneider), “proprio quando (sono parole dell’archeologo Amedeo Maiuri, all’epoca direttore degli scavi a Pompei) … poteva sembrare che il suolo della distrutta città … non ci riserbasse più … alcun’altra opera di vero pregio artistico, riemerge, dal cuore di una delle maggiori abitazioni signorili di Pompei, aperta su via dell’Abbondanza con ben tre ingressi, una straordinaria statua in bronzo di dimensioni di poco inferiori al vero, degna di essere annoverata (annotava ancora Maiuri) tra le più importanti scoperte della città dissepolta: l’Efebo di via dell’Abbondanza”. L’Efebo era riemerso dal cumulo di cenere e lapilli che per quasi duemila anni l’aveva occultata agli occhi del mondo e tornava ad offrirsi agli attoniti occhi degli astanti come un fanciullo “non più adolescente”, dal corpo nudo di radiosa bellezza (la magistrale descrizione di Maiuri), in cui l’armonico e perfetto sviluppo delle membra, agili e snelle e già adusate … all’esercizio della palestra, ci rivela la figura di un giovanetto atleta offerente, immortalato nel gesto di offerta, fatto con l’ancora timida e reverente grazia della divina giovinezza.
L’Efebo di via dell’Abbondanza, protagonista assoluto della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” al museo “Isidoro Falchi”, per ammirare il quale vale un viaggio a Vetulonia, è anche il protagonista del secondo appuntamento di “Archeologia sotto le stelle 2017: conversazioni in piazza sui temi della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma”, rassegna promossa dal museo civico di Vetulonia, dal Comune di Castiglione della Pescaia e dai Musei della Maremma. Venerdì 4 agosto 2017, alle 21.15, in piazza a Vetulonia, “Focus sull’Efebo di Via dell’Abbondanza” con Luigia Melillo, responsabile ufficio Restauro del museo Archeologico nazionale di Napoli. Con Melillo sarà interessante ripercorrere le vicende che hanno interessato l’Efebo dalla sua scoperta fino all’ultimo restauro curato dal Paul Getty Museum di Los Angeles prima del suo arrivo a Vetulonia. Così si scopre che il primo restauro risale ancora al 1925 quando furono ricongiunte le parti staccate degli arti inferiori, ricomposto l’avambraccio destro e creata una solida armatura interna che desse stabilità alla statua. Ma solo nel 1996, di fronte alle precarie condizioni statiche della statua, quando si procedette allo smontaggio dell’Efebo, si scoprì che, come scrive Luigia Melillo, “per dare stabilità all’armatura interna e per fornire una superficie d’appoggio compatta su cui fissare i frammenti da ricomporre, le gambe e parte delle cosce furono riempite di cemento, principale causa delle precarie condizioni statiche dell’Efebo”. Ma è solo una delle tante curiosità legate alla grande scoperta fatta da Amedeo Maiuri nel 1925.
La serata si chiude al museo. Al termine dell’incontro con Luigia Melillo è possibile partecipare a un brindisi dolce/salato a prezzo speciale nel Borgo (Info 0564 948058). Ma la rassegna “L’Archeologia sotto le stelle” offre anche l’occasione veramente ghiotta, tra le ore 22 e le 23, di partecipare a visite guidate con l’archeologo alla mostra evento 2017 “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei”.
“Zeus in trono” torna a casa, al Mann di Napoli. La statuetta in marmo era stata trafugata negli anni Ottanta e comprata dal Paul Getty Museum nel 1992, che ora l’ha restituita spontaneamente, una volta dimostrata la provenienza illegale dalla Campania

La statuetta in marmo di “Zeus in trono” restituita all’Italia dal Paul Getty Museum e ora al museo Archeologico nazionale di Napoli
Zeus torna a casa. A Napoli. Trafugata illecitamente dall’Italia intorno agli anni Ottanta del secolo scorso, la preziosa statua di “Zeus in trono”, databile intorno al 100 a.C., e acquistata nel 1992 dal Getty Museum di Los Angeles tramite un mercante d’arte londinese, è stata accolta con tutti gli onori al museo Archeologico nazionale di Napoli, che – famoso per sue preziose raccolte greco–romane – è stato scelto come sede ideale per il ritorno in Italia e in Campania, da dove sicuramente proviene, dell’importante scultura in marmo raffigurante Zeus in trono, almeno fintanto che non sarà determinata la sua esatta provenienza. La statuetta di “Zeus in trono”, che sarebbe stata utilizzata in origine come oggetto di culto nel tempietto casalingo di una facoltosa famiglia greca o romana. è stata restituita spontaneamente dal museo californiano. “La decisione di restituire questo oggetto rientra nella nostra politica di collaborazione con il ministero dei Beni Culturali per la risoluzione di controversie e questioni relative alla provenienza e proprietà di oggetti facenti parte della nostra collezione”, spiega Timothy Potts, direttore del J.P. Getty Museum. E il ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini: “È il risultato della collaborazione tra Italia e Usa, e di una strategia fatta di azioni di Polizia e di azioni di diplomazia per riportare qui il patrimonio culturale sparso nel mondo”. La statua di “Zeus in trono” resterà a Napoli, ha annunciato il titolare del Mibact, favorevole alla linea secondo cui le opere d’arte trafugate debbono ritornare al territorio di appartenenza dopo il loro recupero. “La scelta del Mann”, sottolinea il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, “è un riconoscimento della rappresentatività di Napoli e della Campania e conferma i rapporti di collaborazione tra il Mann ed il Paul Getty Museum che risalgono a 25 anni fa”. D’altra parte il Getty Museum di Los Angeles ha di recente rinnovato proprio con il direttore del Mann, Paolo Giulierini, anche una importante collaborazione per l’esposizione temporanea di opere del museo napoletano presso l’Istituzione californiana, connessa al restauro delle stesse. Il caso più recente è quello del celeberrimo Cratere di Altamura o dell’Inferno che verrà restaurato ed esposto al Getty Villa di Malibù.

Il ministro Franceschini, il generale della Guardia di Finanza Carrarini e il direttore Giulierini applaudono il ritorno in Italia dello “Zeus in trono”
A festeggiare la nuova collocazione di Zeus al Mann, oltre al ministro Dario Franceschini anche il procuratore della Repubblica facente funzioni presso il Tribunale di Napoli Nunzio Fragliasso e il procuratore aggiunto con delega alla tutela dei beni culturali Vincenzo Piscitelli; il comandante della Regione Campania della Guardia di Finanza gen. D. Fabrizio Carrarini, il comandante del nucleo di polizia tributaria di Roma da dove erano partite le indagini col. t. st. Paolo Compagnone e il comandante del gruppo Tutela mercato beni e servizi dello stesso nucleo di polizia tributaria di Roma ten. col. Luigi Smurra. “La presenza del ministro Franceschini oggi a Napoli ci onora”, commenta Giulierini. “Il ritorno delle statua di Zeus è una conferma del successo dell’azione dell’Italia, fortemente impegnata con tutte le sue Istituzioni nel recupero e nella conservazione del nostro patrimonio”.

Lo scoprimento dello “Zeus in trino” dall’imballaggio per preservarlo durante il viaggio da Los Angeles a Napoli
La statuetta di “Zeus in trono” è alta 74 cm potrebbe essere stata oggetto di culto – come si diceva – nella cappella privata di una ricca dimora patrizia, in ogni caso le numerose incrostazioni marine fanno supporre un prolungato periodo di immersione in mare, con un lato intatto probabilmente perché coperto dalla sabbia, che l’avrebbe protetto. E proprio queste incrostazioni hanno contribuito a dimostrare la provenienza campana della statua esposta a Los Angeles. Tutto comincia con il ritrovamento in uno scavo clandestino di un frammento marmoreo che poi si sarebbe scoperto essere uno spigolo del bracciolo del trono di Zeus. Quel frammento è stato recuperato a Bacoli, nel Napoletano, dalla Guardia di Finanza il 12 dicembre 2012. Ben presto fu ipotizzato che quel frammento poteva appartenere allo “Zeus in trono” di Los Angeles. Grazie a un’immagine disponibile sul web è stato possibile sovrapporre virtualmente il frammento alla statua, e si p visto che era perfettamente compatibile. Così si è proceduto a una verifica diretta nel museo californiano, eseguita il 6 marzo 2014. Infine le analisi delle concrezioni calcaree presenti sul frammento (conseguenza della lunga permanenza in mare), uguali a quelle presenti sulla statua, hanno costituito la prova definitiva.





















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