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Dall’Uomo di Neanderthal a Guido d’Arezzo: a Roma per i “Venerdì del Muciv” incontro sull’origine della musica “La prima scienza delle note, tra gli Etruschi, Pitagora e i Celti”

Il flauto paleolitico scoperto a Divje Babe in Slovenia

Come nasce la musica? È davvero una scoperta casuale che si origina da percussioni e strumenti idiofoni o fin dai primordi esperisce dei tentativi di misurazione delle distanze tonali? È possibile che un flauto in osso realizzato dall’Uomo di Neanderthal in Slovenia ricostruisse già empiricamente nelle scelte delle distanze tra i fori un tentativo pur molto approssimativo di apprezzare degli intervalli tonali fissi per modulare una qualche melodia, derivata inizialmente dall’imitazione degli effetti canori? E quando nascono gli accordi e la ricerca armonica? Domande cui tenterà di dare una risposta Filippo Maria Gambari, direttore del museo delle Civiltà a Roma, venerdì 21 giugno 2019, nell’incontro “La prima scienza delle note, tra gli Etruschi, Pitagora e i Celti”, alle 16.30, nella sala delle conferenze del museo delle Civiltà, nell’ambito del ciclo “I Venerdì del MuCiv”.

Le tombe dipinte di Tarquinia testimoniano l’importanza della musica per gli etruschi

Partendo da questi interrogativi si potrà arrivare ad approfondire l’utilizzo delle prime arpe preistoriche diffuse fin dall’età del Rame nel Mediterraneo per analizzare il rapporto matematico tra la lunghezza delle corde e la misura degli intervalli tonali, alla definizione pitagorica del tono come unità di misura corrispondente alla distanza tra l’intervallo di quarta e l’intervallo di quinta (cioè tra fa e sol, se si parte dal do), sulla base di calcoli geometrici e matematici. Si potrà continuare verificando la diffusione dalle corti dei principi dell’Etruria Padana presso le popolazioni celtiche cisalpine e transalpine dell’arpa “celtica”. Insomma si cercherà di indagare un mondo insospettato ma molto precoce, che precede lungamente l’invenzione della notazione musicale sul tetragramma da parte di Guido d’Arezzo a Pomposa intorno all’anno 1000. Si potrà seguire così la nascita ed il primo sviluppo primordiale della musica lungo due binari paralleli, quello dell’armonia costruita su proporzioni e rapporti matematici e quello della costruzione istintiva ed artistica del “rapimento” musicale, ben accostati da Dante nel canto XIV del Paradiso: E come giga e arpa, in tempra tesa / di molte corde, fa dolce tintinno / a tal da cui la nota non è intesa, / così da’ lumi che lì m’apparinno / s’accogliea per la croce una melode /che mi rapiva, sanza intender l’inno.

Firenze Archeofilm 2019 dedicato a Sebastiano Tusa, l’archeologo scomparso nel disastro aereo in Etiopia. Ecco l’ultima sua intervista, rilasciata da Tusa a TourismA. Il programma della prima giornata del festival

“Il mestiere dell’assessore, che non conoscevo, se fatto bene ti prende – direi – quasi anche la notte… per cui per me continuare a fare l’archeologo è stato molto difficile. Lo riesco a fare solo la sera, tardi, quando rientro a casa… Io continuo caparbiamente perché prima di tutto è una passione e poi perché ritengo sia importante continuare le ricerche già iniziate e soprattutto perché penso che non farò l’assessore a vita…”. Inizia così l’intervista – l’ultima intervista purtroppo prima della sua tragica morte in Etiopia – che l’archeologo Sebastiano Tusa, nella veste di assessore ai Beni culturali della Regione siciliana, ha rilasciato agli organizzatori di Tourisma 2019, dove – come avevamo scritto – il 23 febbraio 2019 era intervenuto in un confronto sul cosiddetto “ponte Morandi” di Agrigento (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/11/archeologia-in-lutto-nel-disastro-aereo-del-boing-737-precipitato-in-etiopia-e-morto-larcheologo-sebastiano-tusa-siciliano-doc-docente-di-paletnologia-e-archeologia-marina-ha-creato-la-so/). E ora, all’indomani del terribile schianto del Boing 737 dell’Ethiopian Airlines da Adis Abeba a Nairobi, precipitato sei minuti dopo il decollo, dove Tusa, con altri 156 passeggeri, ha trovato la morte, il direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, non solo mette a disposizione di tutti (lo pubblichiamo anche noi con piacere), ma, di concerto con il direttore di Firenze Archeofilm Dario Di Blasi, ha deciso di dedicare proprio all’archeologo Sebastiano Tusa l’edizione 2019 di Firenze Archeofilm, il festival di Archeologia, Arte e Ambiente in programma al cinema La Compagnia di Firenze da mercoledì 13 a domenica 17 marzo 2019, oltre ottanta film provenienti da tutto il mondo, tra cui moltissime anteprime, che accompagneranno il pubblico a spasso nel tempo e tra i luoghi più remoti del pianeta (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/05/firenze-archeofilm-2019-ecco-il-programma-delle-cinque-giornate-di-proiezioni-con-una-sessantina-di-film-in-concorso-da-una-ventina-di-paesi-alla-fine-saranno-consegnati-tre-premi/).

Il manifesto della seconda edizione di Firenze Archeofilm, festival internazionale di archeologia arte ambiente

Cinque giorni di grandi film. Si potrà così entrare, per la prima volta dopo trent’anni dall’ultima missione, nella Piramide di Giza al seguito dell’equipe di archeologi che hanno scoperto una nuova camera segreta. Oppure, restando in Egitto, capire chi fu davvero il faraone bambino, Tutankhamon, tra miti, leggende e false maledizioni. Spazio anche alle realtà di casa nostra con un filmato che ripercorre le gesta del toscano Girolamo Segato, l’uomo che pietrificava i corpi, mentre si potrà assistere alle prime visite turistiche a Pompei negli anni sessanta attraverso filmati originali. Ci si potrà poi avvicinare alle civiltà più lontane da noi come quella delle antiche città di pietra ormai inghiottite dalla giungla in Tanzania, o, salire sulle vette dell’Himalaya dove sono state scoperte alcune mummie perfettamente conservate risalenti a 5000 anni fa. Creta e i resti del famoso labirinto del Minotauro, le imprese navali dei Vichinghi, la corsa contro il tempo degli archeologi nelle zone di guerra, la celebre Battaglia di Canne (in 3 D) e il mercato nero dei fossili di dinosauri in Mongolia solo alcuni degli altri argomenti proposti al pubblico. Sarà quest’ultimo che, in veste di giuria popolare, potrà votare i film in concorso attribuendo così il “Premio Firenze Archeofilm” alla pellicola più gradita.

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

Prima giornata, mercoledì 13 marzo 2019. Si inizia con la Cina per sapere di più sulle straordinarie “ruote idrauliche” capaci fin dall’antichità di sfruttare la potenza del fiume Giallo per l’irrigazione dei campi. Un’arte perduta nel ventunesimo secolo, rinata oggi grazie ad un lontano discendente dell’inventore. Sarà poi la volta di Tutankhamon con un film che cerca di indagare su chi sia stato veramente questo personaggio: un fragile bambino o un signore della guerra? Spazio anche ai misteri di casa nostra dove, in una piccola chiesa delle Marche, gli archeologi stanno cercando di risalire alle ultime ore di vita di ben 18 mummie perfettamente conservate. Una sfida a bordo di alcuni kayak lungo le antiche rotte di navigazione nei Caraibi è oggetto invece della pellicola che documenta un progetto di archeologia sperimentale senza precedenti. E ancora il pubblico potrà conoscere l’Irlanda tra Neolitico e presente dove sull’orlo di vertiginose falesie incontriamo ancora oggi abitanti/custodi di questo paesaggio. Si resta al Nord col film che porta alla riscoperta della verità sui leggendari Vichinghi e il loro viaggio epico verso le Americhe. E ancora. “Creta e il Mito del labirinto”, il titolo del film che illustra la grande capacità del popolo minoico nella costruzione di edifici che hanno alimentato la leggenda. Prende le mosse da uno dei “gialli” più antichi il film che indaga sulla scomparsa dell’Uomo di Neanderthal improvvisamente 30.000 anni fa. Genocidio, epidemie, cambiamenti climatici? Il regista del film accompagna il pubblico attraverso una sorta d’indagine criminale nei laboratori forensi di tutto il mondo. Infine uno sguardo all’ambiente e alle criticità del nostro tempo con uni straordinario viaggio in Artico, al momento il luogo più fragile del pianeta a causa del riscaldamento globale.

XXIX rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto: 35 film che spaziano dalla preistoria all’Egitto, dalla Grecia a Roma al Medioevo, dalle civiltà africane all’Isola di Pasqua. Conversazioni con protagonisti dell’archeologia che poi incontrano il pubblico anche in aperitivi informali. La rassegna in città: incontri con gli autori nelle librerie. Percorsi e degustazioni guidati

Il manifesto della 29.ma edizione della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto 2018

Il film “L’Ile de Paques, l’heure des verites” di Thibaud Marchand

“Sono tantissimi gli argomenti toccati dai 35 film in concorso nella XXIX Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto”, sintetizza Barbara Maurina, conservatrice per l’Archeologia, supervisore scientifico della rassegna. “Alto l’interesse per le origini dell’uomo e la preistoria, per l’Egitto e i suoi grandi monumenti, per le civiltà fiorite nel Mediterraneo, per Grecia, Roma, per il Medioevo e i suoi castelli, per le civiltà africane, per i Rapa Nui e l’Isola di Pasqua, oltre a produzioni curiose sulle origini della musica e della stampa, su personaggi storici particolari e interessanti come Matilde di Canossa, l’archeologo Winckelmann o Pia Laviosa Zambotti. Ma la Rassegna – continua – sarà molto più dei film. Gli incontri con i protagonisti di quest’anno propongono argomenti che vanno dalle origini dell’uomo, all’utilizzo delle nuove tecnologie in ambito archeologico per effettuare nuove scoperte perfino nelle straordinarie tombe dei Faraoni egizi, al mercato nero di reperti che ha superato il traffico d’armi per volume d’affari. Non mancherà un incontro in memoria del grande documentarista italiano Folco Quilici, che verrà ricordato grazie all’intervento del figlio Brando. Gli incontri saranno moderati da giornalisti, archeologi, blogger, e – grande novità – alla fine delle conversazioni con #dachepulpito “aperitivo informale con i protagonisti” le domande il pubblico le potrà fare a tu per tu, incontrando gli ospiti nella sala bar del teatro, dove sarà possibile sciogliere qualche curiosità sugli argomenti proposti in un ambiente informale e amichevole”.

Il film “Mysterious Discoveries in the Great Pyramid / Misteriose scoperte nella Grande Piramide” di Florence Tran

Il prof. Francesco Porcelli

Focus sull’Egitto. Martedì 2 ottobre 2018, nel pomeriggio, il film “Mysterious Discoveries in the Great Pyramid / Misteriose scoperte nella Grande Piramide” di Florence Tran (Francia, 2017, 85′). La grande Piramide di Giza è l’unica delle sette meraviglie oggi sopravvissute. Alla fine del 2017, un team multidisciplinare di scienziati autorizzato dal governo egiziano per la prima volta dopo 30 anni, mette in campo le più moderne tecnologie e scopre misteriose cavità nella Grande Piramide. “Non poteva mancare la terra dei faraoni con un film sulle più recenti tecnologie applicate all’archeologia”, spiega Maurina, “cui seguirà, alle 17.45, la conversazione con Francesco Porcelli, professore al DISAT Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino al quale è stato affidato l’incarico da parte del ministero delle Antichità egiziano di verificare la presenza di un corridoio che dalla tomba di Tutankhamon avrebbe dovuto portare alla tomba di Nefertiti. Il professore parlerà di “Archeo-fisica nel terzo millennio. Il progetto Luxor-Valle dei re” insieme a Marco Cattaneo, direttore di National Geographic e Mattia Mancini, archeologo e blogger.

“La passeggiata del cavallo i Troia” affrescata da Giandomenico Tiepolo nella seconda metà del XVIII secolo nella villa di famiglia a Zianigo nella terraferma veneziana

L’archeologo navale Francesco Tiboni

Focus sulla Grecia. Mercoledì 3 ottobre 2018, il film “Crète, le mythe du labyrinthe / Creta, il mito del labirinto” di Agnès Molia (Francia, 2017, 26′). L’archeologo Peter Eeckhout, nella fortunata serie francese «Inchieste archeologiche», accompagna gli spettatori al centro del Mediterraneo, a Creta, che fu la culla, tra il 3000 e il 1400 a.C., della prima grande civiltà del mondo greco, particolarmente avanzata: la civiltà Minoica. “Il film rientra in una produzione più ampia che presenta inchieste di archeologia alla ricerca di nuovi siti e di recenti scoperte archeologiche. E di una “scoperta” tratta la conversazione alle 17.45 con Francesco Tiboni, archeologo terrestre, subacqueo e navale, docteur de l’Université Aix-Marseille I e presidente di ATENA CuMaNa dell’università di Genova, che metterà in discussione la veridicità dello stratagemma del cavallo per la risoluzione della guerra di Troia nell’incontro “La presa di Troia. Un inganno venuto dal mare. Perché Omero non parlò mai di un cavallo” insieme a Graziano Tavan, giornalista e curatore dell’archeoblog archeologiavocidalpassato.

Il film “Le fils de Neanderthal. Il figlio dei Neanderthal” di Jacques Mitsch

Il paleoantropologo Giorgio Manzi

Focus dell’Uomo di Neanderthal. Mercoledì 3 ottobre 2018, alla sera, il film “Le fils de Neandertal / Il figlio dei Neandertal” di Jacques Mitsch (Francia, 2017, 52′). L’Homo sapiens ha veramente soppiantato i Neandertal? È quello che si credeva fino alla scoperta di una strana sepoltura. Per mesi paletnologi, paleoantropologi e genetisti hanno lavorato per scoprirne i segreti in un grande viaggio immaginario sulle tracce del più incredibile dei nostri antenati. E giovedì 4 ottobre 2018, alla sera, il film “Qui a tué Neandertal? / Chi ha ucciso i Neandertal?” di Thomas Cirotteau (Francia, 2017, 90′). 350.000 anni fa, i Neandertal dominavano il mondo e gli animali, adattandosi all’ambiente difficile, e sviluppando abilità ed elementi culturali propri. La loro scomparsa 30.000 anni fa rimane un mistero. Tra le ipotesi: genocidio, epidemie, cambiamenti climatici, diluizione genetica. Il docudrama cerca di risolvere l’enigma. “Sul tema si inserisce la conversazione di giovedì 4 ottobre 2018, alle 17.45, con Giorgio Manzi, paleoantropologo e divulgatore, professore al dipartimento di Biologia ambientale dell’università La Sapienza di Roma”. Si parlerà di “Qualcosa di molto speciale: come e quando siamo diventati umani” insieme a Marco Perinelli, archeologo e giornalista, e Antonia Falcone, archeologa e blogger.

Folco Quilici, grande documentarista, divulgatore scientifico, scrittore e ambientalista

Il cinema di Folco Quilici. Venerdì 5 ottobre 2018, alle 17.45, “Brando Quilici, regista e documentarista, insieme ad Andrea M. Steiner, direttore della rivista Archeo, consegneranno al pubblico il ricordo del grande Folco Quilici, ospite di numerose edizioni del nostro festival”. Durante l’incontro sarà proiettato il film “Hierapolis” di Folco Quilici (Italia, 2008, 28’). Pamukkale, ovvero “Castello di cotone”, è un sito nella valle del Meandro dove l’acqua forma straordinarie formazioni di calcare, bianche come il frutto del cotone. Su questo scenario grandioso, tornano alla luce i resti dell’antica Hierapolis, città greca, romana e cristiana.

La giornalista della Rai Valeria Ferrante affronta il tema del mercato nero di reperti archeologici

La grande razzia. Per finire, sabato 6 ottobre 2018, alle 17.30, con Valeria Ferrante, giornalista e reporter, si affronterà il tema scottante della “Grande razzia” ovvero il furto e il mercato nero di reperti archeologici in Italia, insieme a Rocco Cerone, giornalista e segretario Assostampa del Trentino-Alto Adige. Valeria Ferrante collabora con inchieste e video-reportage a diversi programmi TV, e con Repubblica. Nel 2017 ha vinto il premio giornalistico Giustolisi “Giustizia e verità”. La sua è una testimonianza sul furto e il traffico illecito di beni culturali e opere d’arte, il cui volume d’affari criminali ha superato quello del traffico d’armi.

 

Il libro “Ötzi The Iceman. Der Mann aus dem Eis” di Armin Barducci e Eleonora Suri Bovo

Il libro “Iron Towns” di Anthony Cartwright

La Rassegna va in città. Ma la novità forse più grande è quella di voler far vivere il festival non solo a teatro e nella sala cinematografica, ma anche in città. Oltre alla nuova formula degli aperitivi coi protagonisti al termine delle conversazioni, con vino offerto da Cantine Vivallis, la Rassegna si sposta infatti al di fuori del cinema con “Rassegnaincittà” e offre eventi organizzati in collaborazione con diversi partner: ci saranno presentazioni di libri a cura delle librerie Arcadia (sabato 6 ottobre 2018, alle 19, presentazione del libro di Anthony Cartwright “Iron towns. Città di ferro” con la presenza dell’autore) e Piccoloblu (mercoledì 3 ottobre 2018, alle 17.30, incontro per bambini e ragazzi dagli 8 ai 12 anni con Armin Barducci e Eleonora Suri Bovo, autori e fumettisti del libro “Ötzi The Iceman. Der Mann aus dem Eis. / L’uomo venuto dal ghiaccio”; venerdì 5 ottobre 2018, “L’archeologia animata”, proiezioni di cartoni animati a tema per bambini dai 4 ai 7 anni alle 17, e per ragazzi dagli 8 ai 12 anni alle 18); un percorso guidato con degustazione al Museo del Caffé Bontadi (mercoledì 3 ottobre 2018, “L’arte del caffè”, alle 14); un percorso con degustazione “Sulle rotte del cioccolato” all’eno-cioccoteca Exquisita (venerdì 5 ottobre 2018, alle 14, lezione con degustazione guidato). Nella mattinata finale del festival, sabato 6 ottobre 2018, alle 11.15, sarà anche presentata, questa volta nella sala bar del teatro, una pralina appositamente creata da Exquisita in esclusiva per la Rassegna, che ne descriverà l’essenza attraverso il cioccolato e che si potrà degustare in anteprima.

Musicarivafestival porta lo spettacolo “Sinfonia della storia. Musica e immagini archeologiche”

Serata finale con premiazioni. Tra le novità anche lo spettacolo della serata finale (6 ottobre, alle 21): quest’anno c’è la collaborazione con il MusicaRivaFestival, grazie al sostegno della Fondazione Caritro, per uno spettacolo che unisce l’archeologia e la musica: “La sinfonia della storia”, musica e immagini archeologiche. Il concerto del Milano Saxophone Quartet, quartetto composto da quattro giovani musicisti che ha già suonato in tutto il mondo, sarà infatti accompagnato da immagini tratte dai film dell’archivio della Rassegna. Quindi si chiude con la cerimonia di premiazione. Gli spettatori avranno la possibilità di attribuire, con votazioni giornaliere, il premio Città di Rovereto al film più gradito dal pubblico. Verranno poi attribuite la menzione speciale CinemAMoRe, insieme a Trento Film Festival di Trento e Religion Today Filmfestival, e la menzione speciale Archeoblogger, attribuita da una giuria formata da alcuni dei più seguiti blogger di archeologia italiani.

(2 – fine; il precedente post è stato pubblicato il 10 settembre 2018)

Lutto nella scienza. Si è spento a 96 anni il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, una vita dedicata a smontare il concetto di “razza”. I suoi studi ci hanno permesso di capire da dove veniamo e come ci siamo distribuiti su questo pianeta

Luigi Luca Cavalli Sforza, genetista e antropologo

“Geni, popoli e lingue”, opera fondamentale di Luigi Luca Cavalli Sforza

“Chi siamo. La storia della diversità umana” di Luca e Francesco Cavalli Sforza

Chi siamo noi? La somma di una storia evolutiva che in ogni individuo lascia traccia? O siamo esseri avulsi dal passato, immersi in un presente fluido e “globale”? Quale è la nostra percezione della diversità (sia essa fisica, di razza, di idioma o culturale) e la nostra capacità di accoglierla? La risposta, spiazzando non solo il sentore comune ma soprattutto molti suoi colleghi scienziati, la diede il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza gettando le basi della genetica delle popolazioni e dimostrando l’infondatezza scientifica del concetto di razza umana. È stato infatti uno dei primi scienziati a concentrarsi sulle modalità con cui i geni contengono le tracce della storia dell’umanità: i risultati dei suoi sforzi sono contenuti in saggi diventati best seller, primo tra tutti “Geni, popoli e lingue” (Adelphi, 1996). Nel 2013 con il figlio Francesco ha scritto poi il libro divulgativo “Chi siamo. La storia della diversità umana” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/02/09/chi-siamo-la-storia-della-diversita-umana-a-milano-incontro-con-luca-e-francesco-cavalli-sforza/). Luigi Luca Cavalli Sforza il 31 agosto 2018 a 96 anni si è spento a Belluno, dove viveva. Pioniere della genetica delle popolazioni, studioso anche di antropologia e linguistica, era nato a Genova il 25 gennaio 1922. La sua carriera scientifica, dedicata a smontare il concetto di “razza”, era cominciata in Gran Bretagna, e fin dagli anni ’50 è proseguita fra Italia, dove insegnava nell’università di Pavia, e gli Stati Uniti, nell’università di Stanford. Il genetista è stato allievo di Adriano Buzzati Traverso, padre della genetica italiana, e fratello dello scrittore Dino. I suoi studi sulla genetica li avviò partendo dal moscerino della frutta e dai batteri, per poi spostare la sua attenzione sull’uomo. Studiò la genetica delle popolazioni e delle migrazioni dell’uomo e le interazioni tra geni e cultura. I suoi studi hanno permesso di ritrovare nell’attuale patrimonio genetico dell’uomo i segni lasciati dai grandi movimenti migratori del passato e delle società multietniche.

A Luigi Luca Cavalli Sforza si deve l’intuizione che esiste una genetica della popolazione

Il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’università di Roma Tor Vergata (foto Angelo Carconi)

Una “perdita immensa” per la genetica italiana e mondiale e per tutto il mondo della ricerca: per il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, a Luigi Luca Cavalli Sforza il mondo scientifico deve moltissimo, a partire dalla “grande intuizione di aver capito che esista una genetica di popolazione, una grande disciplina che ci ha permesso di capire da dove veniamo, come ci siamo distribuiti su questo pianeta”. Proprio Novelli sull’agenzia Agi Scienza (https://www.agi.it/blog-italia/scienza/cavalli_sforza_dna-4334536/post/2018-09-01/) dedica un lungo articolo a ricordare il grande genetista. “I geni contengono le istruzioni per costruire cellule, tessuti, organi e organismi completi”, scrive Novelli. “I geni vengono trasmessi dai genitori ai figli attraverso la riproduzione sessuale seguendo particolari modelli di eredità. I geni si distribuiscono nelle varie popolazioni con frequenze diverse rendendo ognuno di noi diverso da un altro per una piccolissima quota di DNA (lo 0.03%): siamo allo stesso tempo uguali e diversi. Ecco questo è l’insegnamento più importante che ci ha dato Luca Cavalli-Sforza. Proprio queste differenze scoperte da lui per la prima volta, sono alla base della medicina personalizzata. La medicina moderna che ci permetterà di curarci in modo preciso, accurato e senza rischi”.

Il manifesto della mostra “Homo Sapiens. La grande storia della diversità umana”, curata da Luigi Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani a Roma tra il novembre 2011 e il febbraio 2012

“Lo studio della distribuzione e della frequenza dei geni nelle diverse popolazioni”, continua Novelli, “è stata la disciplina studiata da Cavalli-Sforza, ovvero la genetica di popolazione. Lo sviluppo di questa scienza ha fornito risposte a numerosi quesiti circa l’origine della nostra specie, le grandi migrazioni che hanno caratterizzato l’evoluzione dell’uomo moderno, il ruolo della selezione naturale nel mantenere le frequenze geniche nelle popolazioni e sul piano applicativo, gli effetti dei programmi di prevenzione e di terapia sulla frequenza dei geni dannosi. Per molto tempo, soltanto i parametri antropologici (colore della pelle, aspetto fisico del corpo, tratti facciali ecc.) venivano utilizzati per descrivere la nostra diversità. Tuttavia, questi caratteri sono fortemente influenzati dall’ambiente e quindi poco adatti a studiare le relazioni tra i popoli e l’evoluzione dell’uomo moderno. Soltanto il confronto tra geni può fornire queste informazioni. La variabilità genica della nostra specie è talmente elevata da consentire la definizione di mappe geografiche basate sulla frequenza di particolari alleli. Proprio l’esistenza di una tale grande variabilità ha permesso a Cavalli-Sforza di dimostrare la non esistenza delle razze nella popolazione umana”.

L’uomo di Neanderthal era cacciatore

“Gli studi di genomica hanno ormai dimostrato che i Neanderthal si incrociarono con i primi esseri umani moderni usciti dall’Africa, e che le popolazioni non africane sono il prodotto di questo mescolamento. Si stima che in media dall’1 al 4 per cento del genoma di un non africano sia costituito da sequenze ereditate dai Neanderthal. Alcune di queste sequenze sarebbero alla base di patologie della pelle, del sistema immunitario, del metabolismo, ma anche dell’apparato riproduttivo e del sistema nervoso, inclusi disturbi depressivi e dipendenza dalla nicotina, oggi presenti nella nostra specie. Sono malattie quindi che ci portiamo dietro da più di quarantamila anni, ereditate dal DNA degli uomini di Neanderthal che ancora è presente nel nostro genoma. Ecco – conclude Novelli – questi sono esempi della straordinaria eredità che Cavalli-Sforza ci lascia. A questo si aggiunge secondo me l’insegnamento più importante: “La scienza fa paura agli ignoranti e quando non fa paura, la scienza delude: ma anche qui per ignoranza (Cavalli-Sforza, 2006)”.

“…comunicare l’archeologia…”: il Gruppo archeologico bolognese presenta il ricco programma del ciclo del IV trimestre 2017 tra medicina etrusca e cucina degli antichi greci, news delle più recenti ricerche archeologiche e il resoconto della situazione del patrimonio archeologico in Vicino Oriente

L’archeologo Nicolò Marchetti a Karkemish: il 14 novembre sarà ospite del Gabo

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Dalla medicina etrusca alla tavola degli antichi greci, dai rapporti dei longobardi con le popolazioni locali ai casi di buone azioni al femminile nella Chiesa delle origini, e poi tanta ricerca: l’anfiteatro romano di Bononia, la valle del Samoggia, da Marzabotto a Pompei, fino alle “interviste impossibili” con l’uomo di Neanderthal e al resoconto drammatico sulla situazione del patrimonio archeologico in Vicino Oriente. È un programma particolarmente ricco quello proposto dal nuovo ciclo di incontri “…comunicare l’archeologia…” promosso per il IV trimestre del 2017, cioè da ottobre a dicembre, dal Gruppo archeologico bolognese, costituito nel 1991, composto da insegnanti di scuole medie superiori, studenti universitari, archeologi ed appassionati di vario tipo, tutti accomunati dal medesimo interesse per la storia della cultura e dell’arte antica. Il Gabo, che aderisce ai Gruppi archeologici d’Italia, oggi collabora con il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto e con il museo della Preistoria “Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena. Gli incontri, come da tradizione, si tengono il martedì alle 21, al  Centro Sociale “G.Costa” in via Azzo Gardino 48 a Bologna. E allora vediamo più da vicino il programma proposto dal Gabo.

L’uomo di Neanderthal protagonista delle “Interviste impossibili”

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” a Pavia

Serata inaugurale martedì 17 ottobre 2017, alle 21 al Centro Sociale G.Costa. La prima parte dell’incontro sarà riservata alla presentazione del programma sociale di conferenze, viaggi, eventi culturali. Quindi prima conferenza del ciclo con Silvia Romagnoli, archeologa specializzata in etruscologia e viaggiatrice, che parlerà di “Etrusca medicina: rimedi e cure naturali nell’Italia antica”. Il martedì successivo, 24 ottobre 2017, alle 21 ancora al “G.Costa”, conferenza preparatoria al viaggio a Pavia del 5 novembre per la visita della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/08/23/pavia-e-pronta-a-tornare-capitale-del-regnum-langobardorum-apre-al-castello-visconteo-la-mostra-longobardi-un-popolo-che-cambia-la-storia-un-grande-evento-in-cui-per-la-prima-volt/). Erika Vecchietti, archeologa specializzata in archeologia romana, ha scelto un tema intrigante: ““In fila longobarda. Piccola storia di migrazioni, contrasti e integrazioni nell’Italia di VI-VII secolo”. Attenzione, perché col terzo incontro si cambiano giorno, luogo e orario: l’appuntamento, nell’ambito della Festa internazionale della Storia, è infatti domenica 29 ottobre 2017, alle 16.30, al MUV Museo della civiltà villanoviana in via B. Tosarelli 191 a Villanova di Castenaso (Bo). Per la serie “Le interviste impossibili”, Italo Calvino intervista l’Uomo di Neanderthal: con Marco Mengoli nel ruolo dell’Uomo di Neanderthal e Michele Gambetti in quello dell’Intervistatore. Introduce l’evento Federica Fontana, ricercatrice al Dipartimento di Studi Umanistici dell’università di Ferrara.

Scena di banchetto da una pittura vascolare greca: ne parlerà Cristina Servadei

Martedì 31 ottobre 2017, si torna alle 21 al “G.Costa” con Cristina Servadei, archeologa specializzata in archeologia greca, che ci farà fare un viaggio dei gusti e nei sapori del mondo antico con “A tavola con gli antichi. Il cibo degli dei, degli eroi e dei mortali nell’antica Grecia”. La settimana successiva “…comunicare l’archeologia…” fa una pausa per lasciare spazio all’altra tradizionale iniziativa del Gabo “Imagines: obiettivo sul passato”, XV edizione, rassegna del documentario archeologico in cartellone il 10-11-12 novembre 2017 alla Mediateca del Comune di S. Lazzaro di Savena (Bo). Gli incontri riprendono martedì 14 novembre 2017, alle 21, al “G.Costa” su “Il patrimonio archeologico del Vicino Oriente: una rassegna dei vari tipi di minacce e distruzioni nella culla della civiltà”, preziosa testimonianza di Nicolò Marchetti, docente al dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, dal 2011 direttore della missione archeologica turco-italiana a Karkemish e dal 2016 direttore della missione archeologica italo-irachena per la ricognizione di superficie del settore sud-orientale della regione di Qadissiya (QADIS).

La musealizzazione dell’anfiteatro romano di Bologna

Martedì 21 novembre 2017, alle 21, al “G.Costa”, si “gioca in casa”: Claudio Calastri, archeologo e coordinatore del settore Archeologia di Ante Quem srl, presenta le “Nuove ricerche sull’anfiteatro romano di Bononia”. Sara Campagnari, funzionario archeologo alla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e ricercatrice all’università di San Marino, completa gli incontri di novembre, martedì 28 novembre 2017, alle 21, al “G.Costa”, illustra le “Nuove testimonianze archeologiche dalla valle del Samoggia. Gli scavi lungo la Nuova Bazzanese”. Martedì 5 dicembre 2017l alle 21, ma stavolta alla mediateca comunale di S. Lazzaro di Savena, chiude il ciclo del IV trimestre 2017, con un incontro in collaborazione con il museo della Preistoria “L. Donini” di S. Lazzaro: i ricercatori Andrea Gaucci ed Enrico Giorgi, assegnisti di ricerca all’università di Bologna – dipartimento Storia Culture Civiltà, con la collaborazione di Simone Garagnani e Michele Silani, si soffermano su “La ricerca in scena: raccontare la città da Marzabotto a Pompei”. Presenta la serata Giuseppe Sassatelli, già docente di Etruscologia e Antichità Italiche all’università di Bologna.

L’Uomo di Altamura trova casa. A un anno dalla presentazione del volto del famoso fossile neandertaliano e dalla scomparsa del suo “papà”, il paleoantropologo Vittorio Pesce Delfino, nasce la Rete Museale dell’Uomo di Altamura articolata su tre sedi

Il paleoantropologo Vittorio Pesce Delfino, grande studioso dell’Umo di Altamura, è morto il 27 aprile 2017

Adrie e Alfons Kennis, i due fratelli olandesi, paleo-artisti (qui con una loro “creatura”) che hanno realizzato l’uomo di Altamura

Una “casa” per l’Uomo di Altamura. Giusto un anno dopo aver svelato il suo volto e aver perso il suo “papà”. Era infatti il 26 aprile 2016 quando furono presentate in anteprima mondiale le immagini del volto dell’Uomo di Altamura, con la ricostruzione a grandezza naturale del Neanderthal, realizzata dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/05/09/preistoria-la-fronte-sporgente-le-sopracciglia-arcuate-il-naso-molto-grande-e-schiacciato-eccolo-il-volto-ricostruito-delluomo-di-altamura-un-neanderthal-vissuto-150mila-anni-fa-il-cui-schelet/). E solo il giorno dopo l’atteso evento, il 27 aprile, si era spento a 75 anni Vittorio Pesce Delfino, nato nel 1941 a Bari, docente di antropologia nell’ateneo barese e specialista in anatomia e istologia patologica, che proprio allo studio e alla valorizzazione dell’Uomo di Altamura aveva dedicato 15 anni della sua vita. Pesce Delfino fu l’artefice del cosiddetto progetto Sarastro, una pionieristica soluzione hi-tech per consentire la fruizione a distanza dello straordinario reperto paleoantropologico intrappolato nella grotta di Lamalunga di Altamura. Si trattava di un sistema che attraverso una serie di telecamere ricostruiva appunto l’esplorazione dello scheletro di quest’uomo del Neanderthal in maniera quanto mai realistica. Palpitante il ricordo del prof. Giorgio Manzi, paleoantropologo all’università la Sapienza di Roma:  “Non è certo mia intenzione ricordare qui il suo formidabile curriculum scientifico, mi basta dire che il prof. Pesce Delfino per me rimane soprattutto il vate della morfometria analitica delle forma: un sistema logico-matematico e relativo hardware, internazionalmente noto con la sigla S.A.M. (Shape Analytical Morphometry), con innumerevoli applicazioni nello studio delle forme in diagnostica medica, nel monitoraggio territoriale e urbanistico, nei controlli industriali, nel restauro di opere d’arte, in ortognatodonzia, in ortopedia, in medicina legale e, soprattutto (dal mio punto di vista), nello studio e nell’interpretazione della documentazione fossile dell’evoluzione umana. In questo (e non solo in questo) l’impresa scientifica di Vittorio Pesce Delfino fu assolutamente pionieristica. Trent’anni fa almeno, quando quello che oggi è normale – una normalità fatta di immagini in tre dimensioni e di sofisticati metodi di analisi nel campo della morfometria geometrica – non lo si poteva certo prevedere, mentre all’università di Bari e nei laboratori del consorzio Digamma (la ben nota creatura di Pesce Delfino) c’era chi muoveva i primi passi proprio in questa ambiziosa direzione”.

L’inaugurazione della Rete Museale dell’Uomo di Altamura

E ora l’inaugurazione (30 marzo 2017) della Rete Museale dedicata all’Uomo di Altamura articolata in tre sedi (Palazzo Baldassarre, Centro visite di Lamalunga e secondo piano del museo nazionale Archeologico con una sezione dedicata al Paleolitico della Puglia e all’Uomo di Altamura) che permette una corretta fruizione di una realtà preistorica affascinante e unica in Italia: una delle più sensazionali scoperte archeologiche degli ultimi anni ha dunque finalmente una propria sede adeguata. E il sindaco di Altamura, Giacinto Forte: “Il Sud Italia si arricchisce di un nuovo importante contenitore museale che si candida a diventare uno dei musei più visitati di Puglia e Basilicata. Ringrazio la Regione Puglia, il Polo Museale della Puglia, la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Bari, il parco nazionale dell’Alta Murgia e tutti coloro che si sono impegnati con l’amministrazione comunale per il raggiungimento di questo grande traguardo”. Vediamo cosa propone la nuova Rete Museale dell’Uomo di Altamura.

La sala dedicata all’Uomo di Altamura a Palazzo Baldassarre

Palazzo Baldassarre ad Altamura

Palazzo Baldassarre, interessante esempio di edilizia civile di impianto cinque-seicentesco, ospita un punto informazioni relativo alla Rete museale e agli altri siti e monumenti del territorio. Il percorso espositivo segue l’evoluzione biologica dell’uomo, soffermandosi sui fattori geologici e climatici che sono all’origine del processo di ominazione, descrivendo tempi, luoghi, modalità, casualità dell’evoluzione, con l’ausilio di pannelli didattici e repliche dei reperti paleoantropologici più importanti. Particolare rilevanza è riservata al fossile di Altamura, uno dei più interessanti reperti fossili neandertaliani, con la presentazione dei risultati degli studi interdisciplinari realizzati fino a questo momento. È esposta in questa sede la riproduzione fisica in scala 1:1 della cosiddetta abside, la porzione della Grotta di Lamalunga che contiene lo scheletro neandertaliano.

I suggestivi ambienti del Centro visite di Lamalunga di Altamura

L’ingresso del Centro visite di Lamalunga

All’interno del territorio del parco nazionale dell’Alta Murgia, a 3 km dall’abitato di Altamura, il Centro Visite di Lamalunga, gestito dal Comune di Altamura, sviluppa il discorso espositivo/didattico intorno al fenomeno del carsismo per approfondire la conoscenza dell’ambiente dell’Alta Murgia e della speleologia, per inquadrare e illustrare le tematiche e le attività che hanno condotto alla scoperta della grotta dove è conservato lo scheletro fossile. Una selezione di minerali e fossili illustra la storia della terra, con particolare riguardo per la geologia del territorio e si possono osservare da vicino le speciali attrezzature con cui gli esperti esplorano le cavità carsiche, traendo informazioni importanti per la conoscenza della natura. Il percorso di visita, che comprende l’utilizzo di sussidi audiovisivi, può essere integrato con specifiche attività didattiche, destinate soprattutto alle scuole. Partendo dal centro visite allestito presso la Masseria, sono possibili escursioni per raggiungere l’imbocco della Grotta dell’Uomo, la Grotta della Capra, il Pulo, il parco della Mena.

La visita immersiva nella grotta dell’Uomo di Altamura nel museo nazionale Archeologico di Altamura

La sala dell’Uomo di Altamura al museo nazionale Archeologico di Altamura

Il museo nazionale Archeologico di Altamura, aperto al pubblico dal 1997 con un itinerario dal titolo “Il popolamento antico dell’Alta Murgia, custodisce i reperti provenienti dai vari ritrovamenti e scavi della Peucezia interna e si caratterizza per la rilevante concentrazione di materiali appartenenti a importanti complessi culturali preistorici. L’allestimento al secondo piano illustra il Paleolitico della Puglia, con approfondimenti sugli aspetti culturali della storia dell’uomo, valorizzando contesti e reperti paleolitici provenienti dai siti più significativi. Il ritrovamento dello scheletro fossile nella grotta di Lamalunga è inserito nello sviluppo del discorso sul Paleolitico pugliese, dando ovviamente risalto alla particolarità del contesto, che è proposto anche attraverso l’esperienza di una visita immersiva, con l’ausilio di ricostruzioni e tecnologie multimediali. Partendo dai dati archeologici, il museo offre la possibilità di capire come verosimilmente pensavano e materialmente operavano gli uomini della Preistoria nell’applicazione di tecniche, nella produzione di oggetti d’uso quotidiano, ma anche di ornamenti e di oggetti legati alla sfera simbolica, grazie alle moderne indagini in chiave tecnologica.

Preistoria. L’Uomo di Altamura ha un volto. Sarà svelato il 26 aprile 2016. Realizzato da paleo artisti a un anno dalla scoperta del suo dna: era un antico Neanderthal di 150mila anni fa. Progetto per la musealizzazione dell’Uomo di Altamura

L'Uomo di Altamura, fossile di Homo neanderthalensis trovato nel 1993 nella grotta di Lamalunga nelle Alte Murge

L’Uomo di Altamura, fossile di Homo neanderthalensis trovato nel 1993 nella grotta di Lamalunga nelle Alte Murge (Puglia)

Ottobre 1993: durante una delle esplorazioni del gruppo speleologico del Club Alpino Italiano in una grotta nel sistema carsico di Lamalunga, nell’Alta Murgia, scoperta dal CARS (Centro Altamurano Ricerche Speleologiche) già nel 1989, gli speleologi Lorenzo Di Liso, Marco Milillo e Walter Scaramuzzi trovano casualmente uno scheletro fossile di un uomo che ben presto sarebbe stato noto a tutti come Uomo di Altamura. Quindici anni dopo, nel 2009, il progetto condotto da un gruppo interdisciplinare coordinato da Giorgio Manzi, paleoantropologo della Sapienza di Roma, e da David Caramelli dell’Università di Firenze, in collaborazione con autorità locali e la soprintendenza Archeologia della Puglia, avvia un nuovo ciclo di ricerca sull’Uomo di Altamura, i cui risultati, come vedremo, sono stati pubblicati solo un anno fa, confermando si tratta di un fossile di Neanderthal.

La grotta di Lamalunga con la posizione, in fondo, dei resti fossili dell'Uomo di Altamura

La grotta di Lamalunga con la posizione, in fondo, dei resti fossili dell’Uomo di Altamura

Dalla scoperta intanto sono passati più di vent’anni e lo scheletro fossile dell’uomo di Altamura giace ancora “imprigionato” nelle stesse formazioni calcaree che ne hanno preservato le ossa fino ai giorni nostri. Le nostre conoscenze però nel frattempo sono cambiate. Ora gli scienziati sanno che quelle ossa sono appartenute a un uomo preistorico che precipitò in un pozzo dove morì successivamente di stenti; le gocce di calcare che le ricoprirono, le protessero anche dall’usura del tempo. I resti furono ritrovati alla fine di una galleria stretta della grotta: le diverse parti dello scheletro appaiono distribuite su un’area lunga e ristretta. Il rivestimento di calcare conferisce al tutto un aspetto singolare, che ricorda le formazioni dei coralli. Il cranio, rovesciato e parzialmente inclinato a sinistra, mostra buona parte della faccia, con le orbite bene in vista.

Una ricostruzione a disegno dell'Uomo di Altamura che visse 150mila anni fa

Una ricostruzione a disegno dell’Uomo di Altamura che visse 150mila anni fa

Ma c’è una novità. Gli scienziati sono riusciti a dare un volto all’Uomo di Altamura vissuto circa15mila anni fa: il suo viso, con tanto di capelli, barba e baffi, sarà presentato in anteprima mondiale alla stampa nazionale e internazionale il 26 aprile 2016. L’Uomo di Altamura rappresenta uno scheletro umano di morfologia «arcaica» e probabilmente completo; appartiene a una specie estinta del genere Homo, probabilmente a Homo neanderthalensis. Il 26 aprile sarà presentata la ricostruzione a grandezza naturale dello scheletro della grotta di Lamalunga, realizzata sulla base di una analisi rigorosamente scientifica dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis, fra i più qualificati al mondo in ricostruzioni paleoantropologiche, nelle quali si combinano dati scientifici e interpretazione artistica. Sarà inoltre mostrata la ricostruzione 3D del cranio dell’Uomo di Altamura, estratto virtualmente dal suo scrigno carsico nell’ambito dello stesso progetto di ricostruzione.

Lo scheletro fossile dell’uomo di Altamura giace ancora “imprigionato” nelle stesse formazioni calcaree che ne hanno preservato le ossa fino ai giorni nostri

Lo scheletro fossile dell’uomo di Altamura giace ancora “imprigionato” nelle stesse formazioni calcaree che ne hanno preservato le ossa fino ai giorni nostri

La realizzazione dei Kennis arriva a un anno dalla pubblicazione sulla rivista internazionale “Journal of Human Evolution” dei risultati raggiunti dallo studio di Manzi e Caramelli secondo i quali lo scheletro fossile di Altamura, tuttora imprigionato in formazioni calcitiche, presenta caratteristiche morfologiche e paleogenetiche che lo identificano come appartenente alla specie Homo neanderthalensis. La stessa ricerca lo colloca cronologicamente in un intervallo finale del Pleistocene Medio compreso tra 172 e 130 mila anni, dunque in una fase antica dell’esistenza di questa specie umana estinta. Attraverso l’uso di metodologie innovative e tecnologicamente avanzate, il gruppo di ricerca ha potuto prelevare dalla grotta (in condizioni di massima sicurezza e assoluta sterilità) una parte di osso umano rappresentato da un frammento di scapola, relativo alla porzione della spalla. Sebbene rappresenti solo una piccola parte dello scheletro, che resta tuttora imprigionato nella grotta, le informazioni che esso ha potuto rivelare sono di estrema importanza scientifica. Tanto la morfologia della superficie articolare quanto l’analisi del Dna estratto dall’osso, hanno infatti confermato che l’Uomo di Altamura era un Neanderthal, la specie vissuta in tutta Europa tra almeno 200mila e circa 40mila anni fa. Le datazioni eseguite sul campione e su vari frammenti di stalattiti con la tecnica dell’Uranio-Torio hanno indicato che il sistema carsico di Lamalunga ha iniziato a essere attivo prima di 189mila anni fa e che le formazioni calcitiche stratificatesi sulle rocce e sullo scheletro umano hanno iniziato a deporsi fra 172 e 130mila anni fa, nel pieno della penultima glaciazione quaternaria.

La ricostruzione dell'Uomo di Altamura quando viveva nella grotta

La ricostruzione dell’Uomo di Altamura quando viveva nella grotta

Per quanto esistano in Europa e nel Vicino Oriente diversi campioni fossili riferibili a Homo neanderthalensis, nessuno può eguagliare per grado di completezza e stato di conservazione il reperto pugliese. “I risultati dell’analisi paleogenetica”, spiega David Caramelli, protagonista della ricerca con il suo team del Dipartimento fiorentino di Biologia e, in particolare, con la ricercatrice Martina Lari, “hanno registrato la presenza di Dna endogeno, anche se altamente frammentato. Questi primi dati genetici permettono, fra l’altro, di considerare lo scheletro di Altamura come il più antico Neanderthal da cui siano state estratte porzioni di materiale genetico (mtDna) e dunque un ottimo candidato per analisi genomiche di grande interesse”.

Il manifesto della presentazione-evento del volto dell'Uomo di Altamura il 26 aprile 2016

Il manifesto della presentazione-evento del volto dell’Uomo di Altamura il 26 aprile 2016

E ora l’Uomo di Altamura ha anche un volto. “Presentiamo al mondo intero”, annuncia il sindaco di Altamura, Giacinto Forte, “il vero volto dell’Uomo di Lamalunga. La Città di Altamura si candida a diventare una delle capitali turistiche della Regione Puglia. C’è ancora tanto da fare ma la strada che abbiamo intrapreso è quella giusta. Ringrazio la soprintendenza Archeologia della Puglia, il Polo Museale della Puglia, la Regione Puglia e tutti coloro che si stanno impegnando con l’Amministrazione Comunale per il raggiungimento di questo traguardo. A breve – aggiunge Forte – anche la cava dei dinosauri, bene di importanza mondiale, sarà restituito alla comunità internazionale, affinché anche l’entroterra murgiano, assieme al Salento e al Gargano, possa ricoprire un ruolo di primo piano nell’offerta turistica della Regione Puglia». L’evento rappresenta una vera e propria anteprima della Rete Museale Uomo di Altamura, di prossima inaugurazione, sulla quale saranno fornite alcune anticipazioni il prossimo 26 aprile. Il completamento della Rete Museale è stato finanziato con fondi del PO FESR 2007-2013 dell’Unione Europea e della Regione Puglia, Programma Stralcio Area Vasta Murgia, chiamato «Completamento di Palazzo Baldassarre e Musealizzazione dell’Uomo di Altamura per la fruizione virtuale in tre siti» realizzato dal Comune di Altamura, 6 Settore Lavori Pubblici in stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologia della Puglia.

Uomo preistorico in Valdichiana: 45mila anni concentrati nel rinnovato museo per la Preistoria del Monte Cetona con il Parco archeologico-naturalistico e l’Archeodromo di Belverde

Lo scheletro dell'orso speleo nelle sale del museo per la Preistoria del Monte Cetona

Lo scheletro dell’orso speleo nelle sale del museo per la Preistoria del Monte Cetona

Dai resti di un mammut allo scheletro di un orso speleo, dagli utensili in selce utilizzati dall’Uomo di Neanderthal, a vasellame, oggetti in metallo, osso e pietra del Neolitico e dell’età del Bronzo: più di 45mila anni di testimonianze della presenza dell’uomo preistorico nella Valdichiana senese, materiali che documentano l’ambiente naturale antico e la Preistoria del territorio, concentrati nelle nove sale del rinnovato museo per la Preistoria del Monte Cetona che è stato inaugurato nei giorni scorsi a Cetona in provincia di Siena. I promotori avevano annunciato che tutte le novità, legate al progetto di ammodernamento e al nuovo allestimento delle sale del museo civico, sarebbero state “svelate” in una cerimonia ufficiale nella struttura al piano terra del Palazzo comunale di Cetona, nel centro storico del borgo chianino, alla presenza del sindaco Eva Barbanera, e del direttore del museo, Maria Teresa Cuda, insieme ai rappresentanti di quanti hanno sostenuto e contribuito alla realizzazione del progetto: la soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana, la soprintendenza per i Beni archeologici dell’Umbria, la Regione Toscana, l’università di Siena con il dipartimento di Archeologia e storia delle arti, la fondazione Musei Senesi, Gal Leader Siena, l’Unione dei Comuni Valdichiana Senese e la Provincia di Siena. E le aspettative non sono andate deluse.

La ricostruzione dell'ambiente dove viveva l'uomo preistorico nell'area del Monte Cetona

La ricostruzione dell’ambiente dove viveva l’uomo preistorico nell’area del Monte Cetona

Nove sale – una in più rispetto al passato – con postazioni multimediali, nuovi pannelli didascalici e vetrine espositive dove centinaia di reperti, alcuni dei quali esposti per la prima volta, testimoniano la presenza dell’Uomo sul Monte Cetona dal Paleolitico medio (oltre 50mila anni fa) all’Età del Bronzo (secondo millennio a.C.). L’intervento di ammodernamento, avviato nel settembre 2013, ha restituito un museo più accessibile, moderno e interattivo, che per tutto il mese di novembre l’ingresso al nuovo museo civico sarà gratuito: e fino a domenica 23 novembre la struttura sarà aperta, con orario straordinario, tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Il nuovo allestimento del museo civico per la Preistoria del Monte Cetona in Valdichiana

Il nuovo allestimento del museo civico per la Preistoria del Monte Cetona in Valdichiana

Le nove sale del nuovo museo ospitano quattro sezioni cronologiche per approfondire la vita preistorica sul Monte Cetona dal Paleolitico all’Età del Bronzo passando per il Neolitico e l’Età del Rame. Ogni sezione conta sul supporto di postazioni multimediali e pannelli esplicativi. “Fin dalla sua nascita, nel 1990”, spiega il direttore, “il museo civico per la Preistoria del Monte Cetona ha voluto contestualizzare i reperti nel territorio da cui provengono, dando un’impostazione didattica all’esposizione e alla conoscenza dei reperti rinvenuti nel corso degli anni nelle numerose cavità di Belverde e nella Grotta Lattaia. A questi si uniscono quelli recuperati nella Grotta Beato Benincasa, a Monticchiello, e nella Grotta dell’Orso, a Sarteano”. Come si diceva, il nucleo principale del museo riguarda la vasta collezione di reperti recuperati nell’area di Belverde, sulle pendici del Monte Cetona, dove si trova anche l’omonimo parco archeologico-naturalistico. Qui, nel 1927, avviò le sue prime ricerche l’archeologo perugino Umberto Calzoni, che scoprì quasi casualmente le testimonianze dell’intensa frequentazione preistorica e l’imponente formazione di travertino, la cosiddetta “scogliera”, composta da blocchi accatastati gli uni sugli altri. Questi, con il passare del tempo, hanno creato cunicoli e gallerie collegati fra loro da una sorta di labirinto naturale, usati in epoca preistorica come rifugi, luoghi di culto e di sepoltura e oggi visitabili in piccoli gruppi e con una guida. Le indagini archeologiche nell’area hanno restituito reperti di vario genere, tra cui resti di orso speleo, utensili in selce utilizzati dall’Uomo di Neanderthal, raffinato vasellame, oggetti in metallo, osso e pietra risalenti al secondo millennio a.C. e altri oggetti testimonianza di vita quotidiana.

Il parco archeologico-naturalistico di Belverde completa la scoperta della preistoria in Valdichiana

Il parco archeologico-naturalistico di Belverde completa la scoperta della preistoria in Valdichiana

L’ammodernamento e il nuovo allestimento coinvolgono in maniera dinamica i visitatori nel viaggio alla scoperta della preistoria del Monte Cetona. “Il nuovo volto del Museo Civico segna una tappa importante nella promozione storica e culturale dell’area, che conta anche sul Parco archeologico-naturalistico e sull’Archeodromo di Belverde, con l’opportunità di vivere un’esperienza unica di archeologia sperimentale”.

L'ingresso di una grotta visitabile nei percorsi del parco archeologico-naturalistico di Belverde

L’ingresso di una grotta visitabile nei percorsi del parco archeologico-naturalistico di Belverde

La ricostruzione dell'interno di una capanna preistorica all'Archeodromo

La ricostruzione dell’interno di una capanna preistorica all’Archeodromo

Strettamente collegato al museo è infatti il Parco archeologico-naturalistico di Belverde dove è possibile visitare alcune delle cavità che si aprono nel travertino, adeguatamente illuminate e attrezzate quali la grotta di San Francesco, gli antri della Noce e del Poggetto, frequentate dall’uomo per scopi funerari o di culto, e i resti degli abitati all’aperto. L’area del parco è caratterizzata da “presenze vegetali” che mostrano scarsi segni di intervento antropico: una sorta di oasi in cui l’elemento storico-archeologico e quello naturalistico sono intimamente legati. Infine c’è l’Archeodromo di Belverde, situato non lontano dall’omonima zona archeologica, un percorso didattico creato per completare e integrare la visita al Museo e al Parco. Le ambientazioni, le strutture e i manufatti riprodotti si ispirano alle due fasi della preistoria meglio documentate in questo territorio: sono stati ricostruiti una parte di un villaggio dell’età del bronzo, con capanne a grandezza naturale e aree per le attività artigianali, e un abitato in grotta del paleolitico medio. I due settori sono collegati da un itinerario nel bosco e lungo la balza rocciosa sovrastante le cavità di Belverde, da cui si gode un ampio panorama sulla Valdichiana. In una apposita area è allestito uno spazio per la simulazione degli scavi archeologici. La visita prende avvio dal Centro servizi del parco, una struttura in cui sono presenti aule per attività didattica, un punto informazioni, sosta e ristoro per i visitatori. Nei vari settori dell’archeodromo – interamente accessibile ai disabili ad eccezione della grotta – vengono effettuate visite guidate, laboratori tematici, attività di sperimentazione, simulazione e animazione con operatori specializzati. E per chi vuole conoscere da vicino il nuovo museo civico per la Preistoria del Monte Cetona e scoprire il patrimonio storico e archeologico locale, è possibile seguire la pagina Facebook Museo Civico Cetona, il profilo Twitter MuseoPreistCetona e il profilo Instagram, MuseoPreistoriaCetona, seguendo l’hashtag #PreistoriaCetona.