Dai faraoni ai copti: al museo Egizio di Torino Paola Buzi parla di “Monaci e mummie: trasformazione dello spazio sacro e continuità culturale tra l’Egitto faraonico e l’Egitto tardoantico”

La locandina dell’incontro Monaci e mummie: trasformazione dello spazio sacro e continuità culturale tra l’Egitto faraonico e l’Egitto tardoantico” al museo Egizio di Torino
Il periodo post-faraonico è un’epoca meno conosciuta ma non meno affascinante di quella che ebbe per protagonisti faraoni e sacerdoti dell’affollato pantheon egizio. Si concentra infatti sulla vita della comunità giudaica, cristiana e islamica, sui rapporti tra loro e sulla rispettiva rielaborazione della cultura egizia. Il passaggio dalla religione tradizionale a quella cristiana avvenne sotto la dominazione romana. Successivamente gli Egiziani fecero una scelta teologica autonoma denominata copta ovvero la Chiesa cristiana d’Egitto, sviluppando una letteratura e forme d’arte proprie. In letteratura, le narrazioni propongono temi propri della spiritualità monastica o della polemica confessionale, in moduli figurativo-fantastici piuttosto che logici. Martedì 23 aprile 2019, alle 18, il museo Egizio ospiterà la conferenza “Monaci e mummie: trasformazione dello spazio sacro e continuità culturale tra l’Egitto faraonico e l’Egitto tardoantico”, tenuta dalla prof.ssa Paola Buzi. Nonostante la diffusa convinzione in base alla quale l’Egitto tardoantico rappresenterebbe una fase storico-culturale completamente estranea alla ben più nota età dei faraoni, sono innumerevoli i motivi di continuità che caratterizzano la prima età cristiana della terra del Nilo. La conferenza mira dunque a evidenziare tale continuità e a narrare la progressiva trasformazione degli spazi sacri – templi e necropoli – illustrandone le nuove forme di utilizzo e, al tempo stesso, sfatando più di qualche luogo comune. La conferenza sarà introdotta da Daniela Galazzo, curatrice del museo Egizio e si terrà in lingua italiana. LIVE STREAMING della conferenza sulla pagina Facebook del Museo.
Paola Buzi è professore ordinario di Egittologia e Civiltà Copta alla “Sapienza” Università di Roma e professore onorario di Egittologia alla Universität Hamburg. Agli interessi di tipo storico-letterario e codicologico unisce da sempre quelli per la ricerca archeologica, egittologica e coptologica. Dal 2008 è co-direttore della Missione Archeologica dell’ateneo bolognese e della Sapienza a Bakchias (Fayyum, Egitto) e dal 2014 è anche vicedirettore della missione archeologica a Manqabad (Assyut, Egitto) diretta da Rosanna Pirelli (Università di Napoli “L’Orientale”).
Per “I giovedì del PArCo” alla Curia Iulia, Paolo Sommella porta il pubblico nel salotto culturale dell’archeologa Ersilia Caetani Lovatelli quando Roma papale divenne la Capitale d’Italia
“Il salotto culturale della contessa Ersilia Caetani Lovatelli”: giovedì 18 aprile 2019 settimo incontro a Roma della rassegna “I giovedì del PArCo”, nella splendida sede della Curia Iulia, l’antica sede del Senato romano su un lato del Foro, iniziativa promossa dal Parco archeologico del Colosseo che conferma la vocazione della monumentale Curia Iulia a spazio culturale vivo e per questo designato al dibattito, dedicato non solo a presentazioni di volumi, dialoghi tra specialisti e protagonisti del mondo della cultura, ma anche ad approfondimenti sulle mostre in corso e anticipazioni di progetti futuri, fornendo, al contempo, una pluralità di occasioni per rafforzare il legame della città con l’archeologia e confermare la strategia che il Parco archeologico del Colosseo, diretto da Alfonsina Russo, persegue con costanza. Ospite per l’occasione è Paolo Sommella, linceo e professore emerito di topografia antica alla Sapienza Università di Roma, che alle 16.30 illustrerà al pubblico il cruciale momento di transizione dalla Roma papale alla Capitale d’Italia, visto attraverso le presenze dei politici, degli artisti e degli studiosi al salotto letterario di Ersilia Caetani Lovatelli, archeologa e studiosa di storia e antichità romane, prima donna eletta membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei (1879).
Ersilia Caetani nacque a Roma nel 1840 da una famiglia di nobili origini e di idee moderatamente progressiste. La memoria della madre, morta quando aveva solo due anni, infuse a Ersilia la passione per la cultura cosmopolita, mentre il padre, appassionato di pittura, di scultura e di oreficeria, e autore di saggi danteschi, le trasmise l’amore per il bello e per l’antichità. Ersilia venne educata in casa ed ebbe come istitutore un amico paterno, Ignazio Guidi, che alimentò il suo interesse per la storia antica, imparando il latino, il greco antico e il sanscrito. A diciannove anni, Ersilia sposò Giacomo Lovatelli, discendente di una famiglie patrizia del Ravennate. In quegli stessi anni iniziò attivamente a interessarsi a studi di carattere archeologico, entrando in contatto con le figure più eminenti della ricerca archeologica romana, come Giovanni Battista de Rossi, Rodolfo Lanciani e Carlo Ludovico Visconti. A 24 anni, per iniziativa tra l’altro di Theodor Mommsen fu nominata membro onorario dell’istituto di corrispondenza archeologica di Roma. Dopo la presa di Roma, nel salotto di palazzo Lovatelli convennero anche esponenti del nuovo mondo politico e fu Quintino Sella a decidere che il 15 maggio 1879 la Caetani divenisse, malgrado il suo relativo dilettantismo, membro dell’Accademia dei Lincei, prima donna a varcare la soglia di quella storica istituzione. E fu l’inizio di numerosi altri titoli accademici.
A Parma si presentano gli atti del simposio internazionale “Fondare e ri-fondare: origine e sviluppo della città di Parma. Costruzione di un’identità policentrica lungo la via Emilia tra Parma, Reggio e Modena”
Sono passati solo quindici mesi dal simposio internazionale “Fondare e ri-fondare: origine e sviluppo della città di Parma. Costruzione di un’identità policentrica lungo la via Emilia tra Parma, Reggio e Modena”, a cura di C. Quintelli e A. Morigi, che il Comune di Parma e l’università di Parma avevano promosso nel dicembre 2017 all’auditorium di Palazzo del Governatore per le celebrazioni di Parma 2200 nell’ambito del Programma MMCC – 2200 anni lungo la via Emilia. E sono già pronti gli Atti pubblicati nella collana Il Progetto dell’Archè 2 (Padova, Il Poligrafo, 2018). Mercoledì 10 aprile 2019, alle 17.30, nella sala convegni dell’Unione Parmense Industriali a Palazzo Soragna di Parma, sarà presentato il volume “Fondare e ri-fondare. Parma, Reggio e Modena lungo la via Emilia romana”. Dopo l’introduzione di Michele Guerra, assessore alla Cultura del Comune di Parma, e di Roberto Catelli, vice presidente dell’Unione Parmense Industriali, è previsto l’intervento di Paolo Carafa, professore ordinario di Archeologia classica dell’università di Roma “La Sapienza”, che terrà una conferenza dal titolo “Le origini e i paesaggi di Roma visti dal Palatino”.

Il volume degli atti del simposio internazionale “Fondare e ri-fondare: origine e sviluppo della città di Parma. Costruzione di un’identità policentrica lungo la via Emilia tra Parma, Reggio e Modena”
“Qual è il senso oggi di un interrogarsi sull’origine della città, intesa quale luogo comunitario in cui si vive e a cui si appartiene, soprattutto al cui futuro ciascuno presta un personale contributo?”, si sono chiesti i partecipanti al simposio. “La fondazione di una città, non importa se attraverso un unico atto o una combinazione di fattori tra loro più o meno contemporanei, sicuramente ci parla dei termini di necessità dell’epifania urbana, stabilendo così le forme prime dell’essere di una città. Allo stesso tempo però l’atto fondativo non può dirsi concluso e anzi continuamente rivive rigenerandosi in quel processo di trasformazione che interpreta i successivi stati di necessità della città attraverso i secoli. Da qui il tema di un’origine che si fa strumento di caratterizzazione del divenire della città, dove al dato fondativo segue la (dis)continuità storica di quello ri-fondativo. Per cogliere ma soprattutto misurare il senso perdurante dell’origine bisognerà allora avvalersi di una fenomenologia storica di ri-fondazione della città, anche attraverso saperi eterogenei ma accomunati dal proprio interesse nella costruzione dell’identità urbana”.
Medio Egitto. Ad Antinoupolis, la città romana voluta dall’imperatore Adriano per il favorito Antinoo c’è un tempio ramesside di 1400 anni prima. Ne parla, con le ultime scoperte, l’egittologa Giulia Rosati al museo Egizio di Torino

La locandina dell’incontro con Giulia Rosati al museo Egizio di Torino sul tempio ramesside di Antinoupolis
Poco meno di 300 chilometri a Sud del Cairo, e a una decina da Beni Hasan, nel Medio Egitto sorgono le rovine della città di Antinoupolis, città fondata nel 130 d.C. dall’imperatore Adriano in memoria del suo favorito Antinoo, che secondo la tradizione si sarebbe lasciato annegare nel fiume per salvare il suo imperatore, come vaticinato da un oracolo. Tra le rovine di questa città romana si notano i resti di un tempio realizzato circa 1400 anni prima da Ramses II, riutilizzando gran parte di materiali di Tell el-Amarna, la città del faraone eretico Akhenaten. Prenderà spunto da questo tempio l’incontro con l’egittologa Giulia Rosati al museo Egizio di Torino. Appuntamento martedì 26 marzo 2019 alle 18 nella sala conferenze dell’Egizio. Giulia Rosati parlerà di “Un tempio per Amon e per tutti gli dei nella Città di Antinoo: antichi e nuovi culti nella fondazione di Adriano”. La conferenza sarà introdotta dal direttore del museo Egizio, Christian Greco. Gloria Rosati è professore associato di Egittologia all’università di Firenze dal 2007. Fin dal 1978 ha partecipato alle campagne di scavo dell’università di Firenze ad Antinoupolis, in Medio Egitto, e sta portando a compimento, assieme all’architetto M. Coppola, l’edizione del tempio di Ramses II. Nel corso degli anni ha partecipato a campagne in Egitto (Luxor) e Sudan (Gebel Barkal) dirette dall’università di Roma La Sapienza, e ha fatto pratica di testi funerari e rituali su papiro in scrittura ieratica, contribuendo al riordino della collezione dell’Istituto Papirologico “G. Vitelli” – Università di Firenze.
“Sebbene privo dei muri e delle coperture”, spiegano gli studiosi, “del tempio ramesside di Antinoupolis restano le colonne di corte e sala ipostila e – caso raro – gli architravi dell’ipostila e della terrazza orientale della corte. Ne è stata ormai definita correttamente la pianta e si possono fare ipotesi sulle fasi costruttive. Ufficialmente dedicato ad Amon, di fatto sono le grandi divinità nazionali e locali che vi hanno spicco. Ulteriori conoscenze sulla sua decorazione derivano incredibilmente dalle indagini archeologiche condotte nella città, dove materiali originariamente nel tempio sono stati a loro volta riusati. È recentissima poi una scoperta archeologica inattesa, nella quale si ritrovano geroglifici di età adrianea”.
L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi rivive nell’incontro al museo Egizio di Torino con Paolo Matthiae che presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone
L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi, dalla decifrazione delle due scritture più antiche dell’umanità alle prime epiche imprese alla ricerca di Ninive, alle grandi scoperte nella Valle dei Re a Tebe, da Ebla, Qatna e Aleppo in Siria a Nimrud e Sippar in Mesopotamia, a Troia e Hattusa in Anatolia, ad Abido e Amarna in Egitto, fino a Gerusalemme in Palestina. Sarà un incontro particolarmente appassionante quello con Paolo Matthiae, il noto archeologo del Vicino Oriente, che mercoledì 20 marzo 2019, alle 12, nella sala conferenze del museo Egizio di Torino, nell’ambito del ciclo “Incontro con gli autori”, presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” (Einaudi). Come il titolo del volume fa intendere, Matthiae parte dalle evidenze archeologiche (e anche dalle fonti testuali) per ricostruire la storia culturale, politica ed economica dell’intera area vicino orientale: Anatolia, Siria, Mesopotamia e Levante, e anche l’Egitto. Il volume è suddiviso in dodici capitoli, ognuno dei quali è dedicato ad un sito chiave; la scelta di questi siti non è casuale, ma si tratta di luoghi che sono stati al centro di grandi scoperte archeologiche e continuano ad essere oggetto di nuove analisi e studi anche recenti. Tre siti sono egiziani, rispettivamente Abido, Avaris e Amarna, tre si trovano in Siria, Ebla, Qatna e Aleppo, due sono anatolici, Hattusa e Troia, uno è nel Levante, Gerusalemme, e tre si riferiscono all’area mesopotamica, Nimrud, Babilonia e Sippar. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti. Al termine della conferenza sarà possibile acquistare il libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” di Paolo Matthiae.

Il sito di Ebla in Siria: dal 2011, con lo stop alle missioni archeologiche a causa della guerra, non c’è più manutenzione. La città del III millennio a.C. si sta distruggendo
Dialogheranno con Paolo Matthiae il direttore Christian Greco, il prof. Stefano de Martino e la prof.ssa Clelia Mora. Paolo Matthiae è accademico dei Lincei, già professore di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Roma “La Sapienza”. Dal 1963 ha diretto lo scavo nel sito siriano di Tell Mardikh, l’antica città di Ebla. Matthiae è autore di moltissimi volumi e saggi scientifici. Dopo le distruzioni operate dall’Isis in Siria e Iraq, Matthiae si è molto impegnato sul tema della protezione del patrimonio culturale in aree di guerra, pubblicando recentemente anche il volume “Distruzione, Saccheggi e Rinascite”, o organizzando mostre e convegni. Stefano de Martino è professore ordinario al dipartimento di Studi storici dell’università di Torino, dove insegna Ittitologia e Civiltà dell’Anatolia preclassica. È direttore scientifico del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia. È coordinatore del dottorato dell’università di Torino “Technology Driven Sciences: Technologies for the Cultural Heritage”. È autore di saggi e volumi sulla storia, la civiltà e la lingue degli Ittiti e dei Hurriti; fa parte del team internazionale che studia e pubblica le tavolette in lingua hurrita rinvenute nel sito di Ortaköy (Turchia). Clelia Mora è professore ordinario al dipartimento di Studi umanistici dell’università di Pavia, dove insegna Storia del Vicino Oriente antico e Storia, epigrafia e sistemi di scrittura nel Vicino Oriente antico. Dal 2000 al 2010 ha collaborato con la missione archeologica francese attiva a Terqa in Siria e dal 2010 è responsabile del Progetto Kinik Höyük, nell’ambito del quale sono condotte indagini archeologiche in Cappadocia in sinergia con la New York University.
Uno dei maggiori protagonisti dell’archeologia orientale rievoca origini, sviluppi e risultati delle più affascinanti imprese degli ultimi decenni. Sempre attento a rilevare, nel passaggio suggestivo dalla terra dello scavo all’interpretazione della storia, l’inestimabile contributo che le scoperte recano alla ricostruzione di un lontano passato fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana, che vide il sorgere e l’affermarsi delle prime città, dei primi stati territoriali, dei primi imperi a vocazione universale nella storia mondiale. “Le scoperte rievocate e illustrate nelle pagine di questo libro hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali. In primo luogo, sono il frutto, in modi certo diversi, di esplorazioni archeologiche sistematiche di lungo periodo. In secondo luogo, sono state realizzate, approssimativamente, nell’ultimo mezzo secolo. In terzo luogo, a un giudizio oggettivo e di nuovo in modi diversificati, hanno avuto un significato rivoluzionario. Il loro valore leggendario dipende, da un lato, dal forte impatto di innovazione che è tipico di tutte e, dall’altro, dal loro carattere inatteso e sorprendente. La notevole varietà di queste scoperte, in ambiti differenziati della ricerca storica, ha inciso, volta a volta, sulla storia politica, sulla storia religiosa, sulla storia sociale, sulla storia economica, sulla storia artistica, sulla storia letteraria e, in diversi casi, su più di una di esse…Se è vero che non v’è nulla di più concreto e reale di una scoperta archeologica, è altrettanto vero che le interpretazioni prime di quella scoperta, che sono un’esperienza esaltante, non hanno nulla di definitivo perché esse sono solo un contributo, primario e fondamentale, alle innumerevoli valutazioni storiche future. Le interpretazioni che per ciascuna delle scoperte raccolte in questo saggio sono qui presentate, spesso già oggetto di accesi dibattiti negli ambienti scientifici, nella maggior parte dei casi sono di questo tipo ed esprimono solo una parte iniziale del lungo loro tragitto, di fatto inesauribile, dalla terra alla storia”.
L’antica Cina protagonista al Muciv-museo Preistorico etnografico “L. Pigorini” all’Eur-Roma del ciclo di conferenze col prof. Di Branco dell’associazione “Amici della scuola archeologica italiana di Atene”

Prezioso tripode del XVIII secolo dalla Cina conservato al museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” di Roma-Eur
È dedicato all’antica Cina il nuovo ciclo di conferenze dell’associazione “Amici della scuola archeologica italiana di Atene”, organizzate da Maria Antonietta Rizzo e tenute dal prof. Marco Di Branco, università di Roma “Sapienza”. L’associazione (Syllogos) “Amici della Scuola Archeologica Italiana di Atene” nasce in Roma, per atto pubblico, il 26 maggio 1995 su impulso del prof. Antonino Di Vita e con l’intervento di ventotto soci fondatori. Tra questi prevalgono i docenti universitari, ma non mancano magistrati, funzionari pubblici -dello Stato in particolare- pensionati e casalinghe. Scopo dell’associazione è: promuovere, in sede nazionale ed internazionale, la conoscenza delle funzioni e dell’attività della Scuola archeologica italiana di Atene (SAIA); favorire le relazioni tra gli studiosi e i cultori, anche non professionali, dell’archeologia con particolare riferimento ai campi specifici di azione della Scuola; contribuire al miglioramento e all’arricchimento del patrimonio bibliografico della SAIA e alla sua utilizzazione; contribuire all’acquisizione delle attrezzature necessarie per il raggiungimento delle finalità della Scuola.

L’impressionante colpo d’occhio dell’esercito di terracotta nel mausoleo del primo imperatore della dinastia Qin, scoperto nel 1974 a Xian in Cina
Il ciclo di conferenze, tutte al Museo delle Civiltà – sala conferenze del museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” all’Eur – Roma, inizia sabato 26 gennaio 2019, alle 11, con “Storia e archeologia della Cina: dalla Preistoria agli Stati combattenti”. In questo primo incontro si torna agli albori del continente asiatico per addentrarci in un’esplorazione storica, antropologica e archeologica che investirà la nascita della filosofia cinese, i primi esempi di letteratura, le più antiche credenze religiose fino all'”arte della guerra”, ripercorrendo le più antiche tappe di una delle civiltà più complesse e affascinanti del mondo antico. Il ciclo continua il 23 febbraio 2019, “Il Primo imperatore e la sua armata di terracotta”; il 30 marzo 2019, “Storia e archeologia della Cina: dai Qin ai Tang”; il 13 aprile 2019, “Introduzione per immagini al pensiero cinese: tra filosofia e religione”; il 25 maggio 2019, “Sulla via della seta: il percorso”. Ultima conferenza il 22 giugno 2019, “Sulla via della seta: il viaggio”.
“Arslantepe, la “collina dei leoni”. La nascita dello Stato e del potere laico”: al museo Archeologico di Modena incontro con Marcella Frangipane, direttore della missione archeologica italiana in Anatolia orientale dell’università la Sapienza di Roma

La grande collina artificiale di Arslantepe dove opera la missione archeologica italiana in Anatolia orientale dell’università La Sapienza di Roma
Il sito è stato occupato ininterrottamente a partire almeno dal V millennio a.C. fino all’età romana e bizantina, quando diventa un piccolo villaggio agricolo (IV-VI sec. d.C.), mentre viene edificato il grande castrum di Melitene in posizione più vicina al corso dell’Eufrate (attuale cittadina di Eski Malatya). L’affascinante storia stratificata di quest’area è racchiusa nella lunghissima successione di abitati che, sovrapponendosi uno all’altro nel corso di millenni, hanno formato la grande collina artificiale di Arslantepe (“collina dei leoni”), alta circa 30 metri e con una superficie totale di 4 ettari. Qui dal 1961 opera la Missione Archeologica Italiana in Anatolia Orientale, a circa 15 chilometri dalla riva destra dell’Eufrate e a 6 chilometri dalla città moderna. Al sito di Arslantepe, uno dei più prestigiosi progetti di scavo archeologico dell’università La Sapienza di Roma, il museo Archeologico di Modena dedica un incontro nella sala Crespellani dei musei civici sabato 1° dicembre 2018 alle 17: protagonista della conferenza “Arslantepe, la collina dei leoni. La nascita dello Stato e del potere laico” sarà Marcella Frangipane, una delle figure più rilevanti nel panorama archeologico internazionale, direttrice della missione Archeologica Italiana in Anatolia, che le è valsa la nomina – primo cittadino italiano e prima donna – a membro della National Academy of Sciences statunitense in ambito umanistico e non scientifico.
Gli eventi che gli scavi archeologici della Missione Archeologica Italiana in Anatolia Orientale (MAIAO) hanno portato in luce nel corso degli oltre 50 anni di attività di ricerca hanno contrassegnato non solo la storia della regione nella quale si trova il sito, ma anche alcune tappe fondamentali delle origini delle nostre civiltà. In particolare la nascita della città e dello Stato, sul cui processo di formazione i ritrovamenti di Arslantepe hanno gettato nuova luce, arricchendo e modificando in parte le conoscenze tradizionali. Gli scavi hanno restituito il più antico esempio finora noto (IV millennio a.C.) di un complesso palaziale in mattoni crudi, straordinariamente conservato, che svela l’origine delle prime forme di un sistema laico di governo centrale e controllo economico, accompagnato dallo sviluppo di una sofisticata burocrazia. Arslantepe ha avuto un ruolo di centro politico ed economico per la regione nella quale si trova, durante quasi tutta la sua storia, controllando, sia pure con diversa capacità attrattiva a seconda dei momenti, il territorio circostante e gestendo i rapporti esterni.
Vienne, “la piccola Pompei francese”, è la scoperta archeologica dell’anno premiata con l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad 2018, promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo. La consegna a Paestum alla XXI Bmta

Pavimento a mosaico della domus di Thalie a Vienne: la scoperta nel 2017 della città romana è stata premiata con l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad 2018

Nel tell di Abu Tbeirah in Iraq è stato scoperto il più antico porto di una città sumerica: la scoperta archeologica premiata con lo Special Award del pubblico Fb della Bmta
È la città romana di Vienne, già ridenominata “la piccola Pompei francese”, la scoperta archeologica dell’anno cui è stato assegnato l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad 2018, giunto alla quarta edizione, premio promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo. Il premio sarà consegnato a Benjamin Clément, il ricercatore associato del Laboratorio ArAr Archéologie et Archéométrie dell’università di Lione che guida i lavori, venerdì 16 novembre 2018, a Paestum, nel corso della XXI BMTA in programma dal 15 al 18 novembre 2018, alla presenza di Omar, archeologo e figlio di Khaled al-Asaad. Per l’archeologo Clément si tratta “senza dubbio del ritrovamento di un sito romano più importante degli ultimi 40 o 50 anni”. Le cinque scoperte del 2017 candidate alla vittoria erano il ginnasio ellenistico ad Al Fayoum (Egitto), la “piccola Pompei francese” di Vienne (Francia), il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah (Iraq), la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma (Italia), la città romana sommersa nel golfo di Hammamet (Tunisia) (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/07/27/ginnasio-ellenistico-al-fayoum-egitto-piccola-pompei-vienne-francia-il-piu-antico-porto-di-una-citta-sumerica-abu-tbeirah-iraq-domus-del-centurione-roma-italia-citta-romana-sommersa-h/). Invece lo “Special Award”, il Premio alla scoperta con il maggior consenso sulla pagina Facebook della BMTA, è stato assegnato al più antico porto di una città sumerica, rinvenuto ad Abu Tbeirah in Iraq da parte della missione archeologica italo-irachena, diretta da Franco D’Agostino e Licia Romano dell’università “Sapienza” di Roma.
L’International Archaeological Discovery Award, il premio intitolato a Khaled al-Asaad, direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira dal 1963 al 2003, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo, la prima testata archeologica italiana, hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). Nella prima edizione (2015) il premio è stato assegnato a Katerina Peristeri per la Tomba di Amphipolis (Grecia); la seconda edizione (2016) all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner Direttore della missione archeologica che ha scoperto la città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq.
Vincitrice dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad 2018 è dunque risultata la “piccola Pompei francese” di Vienne (sulle sponde del Rodano, a circa 30 km a sud di Lione), una città romana di circa 7mila mq abitata dal I sec. d.C., con ville di lusso arredate con mosaici, statue monumentali e uffici pubblici, esistita per tre secoli e distrutta da una serie di incendi improvvisi. La città di Vienne, già famosa per il suo teatro romano e per un tempio, fu un importante nodo nella strada che collegava la Gallia settentrionale con la provincia della Gallia Narbonensis, la Francia meridionale di oggi. Il sito è stato scoperto nell’aprile 2017, in seguito all’inizio di lavori di costruzione per un complesso abitativo. Molti degli oggetti ritrovati si sono presentati, non solo in ottimo stato di conservazione, ma in quello stato di situazione pietrificata da un istante all’altro, proprio di un sito abbandonato all’improvviso per un’emergenza. In questo, oltre che nella tipologia degli ambienti rinvenuti, sta la similitudine con la città devastata dall’eruzione vesuviana. Tra le strutture sopravvissute, un’imponente casa con pavimentazione a mosaico e un grande edificio pubblico con una fontana monumentale, una struttura atipica per i tempi, molto probabilmente la Schola di retorica e/o di filosofia che gli studiosi sanno venisse ospitata a Vienne.



















































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