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Dai faraoni ai copti: al museo Egizio di Torino Paola Buzi parla di “Monaci e mummie: trasformazione dello spazio sacro e continuità culturale tra l’Egitto faraonico e l’Egitto tardoantico”

La locandina dell’incontro Monaci e mummie: trasformazione dello spazio sacro e continuità culturale tra l’Egitto faraonico e l’Egitto tardoantico” al museo Egizio di Torino

Una versione del nuovo logo del Museo Egizio

Il periodo post-faraonico è un’epoca meno conosciuta ma non meno affascinante di quella che ebbe per protagonisti faraoni e sacerdoti dell’affollato pantheon egizio. Si concentra infatti sulla vita della comunità giudaica, cristiana e islamica, sui rapporti tra loro e sulla rispettiva rielaborazione della cultura egizia. Il passaggio dalla religione tradizionale a quella cristiana avvenne sotto la dominazione romana. Successivamente gli Egiziani fecero una scelta teologica autonoma denominata copta ovvero la Chiesa cristiana d’Egitto, sviluppando una letteratura e forme d’arte proprie. In letteratura, le narrazioni propongono temi propri della spiritualità monastica o della polemica confessionale, in moduli figurativo-fantastici piuttosto che logici. Martedì 23 aprile 2019, alle 18, il museo Egizio ospiterà la conferenza “Monaci e mummie: trasformazione dello spazio sacro e continuità culturale tra l’Egitto faraonico e l’Egitto tardoantico”, tenuta dalla prof.ssa Paola Buzi. Nonostante la diffusa convinzione in base alla quale l’Egitto tardoantico rappresenterebbe una fase storico-culturale completamente estranea alla ben più nota età dei faraoni, sono innumerevoli i motivi di continuità che caratterizzano la prima età cristiana della terra del Nilo. La conferenza mira dunque a evidenziare tale continuità e a narrare la progressiva trasformazione degli spazi sacri – templi e necropoli – illustrandone le nuove forme di utilizzo e, al tempo stesso, sfatando più di qualche luogo comune. La conferenza sarà introdotta da Daniela Galazzo, curatrice del museo Egizio e si terrà in lingua italiana. LIVE STREAMING della conferenza sulla pagina Facebook del Museo.

La prof.ssa Paola Buzi

Paola Buzi è professore ordinario di Egittologia e Civiltà Copta alla “Sapienza” Università di Roma e professore onorario di Egittologia alla Universität Hamburg. Agli interessi di tipo storico-letterario e codicologico unisce da sempre quelli per la ricerca archeologica, egittologica e coptologica. Dal 2008 è co-direttore della Missione Archeologica dell’ateneo bolognese e della Sapienza a Bakchias (Fayyum, Egitto) e dal 2014 è anche vicedirettore della missione archeologica a Manqabad (Assyut, Egitto) diretta da Rosanna Pirelli (Università di Napoli “L’Orientale”).

Per “I giovedì del PArCo” alla Curia Iulia, Paolo Sommella porta il pubblico nel salotto culturale dell’archeologa Ersilia Caetani Lovatelli quando Roma papale divenne la Capitale d’Italia

La Curio Iulia nel foro romano sede degli incontri de “I Giovedì del PArCo”

“Il salotto culturale della contessa Ersilia Caetani Lovatelli”: giovedì 18 aprile 2019 settimo incontro a Roma della rassegna “I giovedì del PArCo”, nella splendida sede della Curia Iulia, l’antica sede del Senato romano su un lato del Foro, iniziativa promossa dal Parco archeologico del Colosseo che conferma la vocazione della monumentale Curia Iulia a spazio culturale vivo e per questo designato al dibattito, dedicato non solo a presentazioni di volumi, dialoghi tra specialisti e protagonisti del mondo della cultura, ma anche ad approfondimenti sulle mostre in corso e anticipazioni di progetti futuri, fornendo, al contempo, una pluralità di occasioni per rafforzare il legame della città con l’archeologia e confermare la strategia che il Parco archeologico del Colosseo, diretto da Alfonsina Russo, persegue con costanza. Ospite per l’occasione è Paolo Sommella, linceo e professore emerito di topografia antica alla Sapienza Università di Roma, che alle 16.30 illustrerà al pubblico il cruciale momento di transizione dalla Roma papale alla Capitale d’Italia, visto attraverso le presenze dei politici, degli artisti e degli studiosi al salotto letterario di Ersilia Caetani Lovatelli, archeologa e studiosa di storia e antichità romane, prima donna eletta membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei (1879).

Ersilia Caetani Lovatelli

Ersilia Caetani nacque a Roma nel 1840 da una famiglia di nobili origini e di idee moderatamente progressiste. La memoria della madre, morta quando aveva solo due anni, infuse a Ersilia la passione per la cultura cosmopolita, mentre il padre, appassionato di pittura, di scultura e di oreficeria, e autore di saggi danteschi, le trasmise l’amore per il bello e per l’antichità. Ersilia venne educata in casa ed ebbe come istitutore un amico paterno, Ignazio Guidi, che alimentò il suo interesse per la storia antica, imparando il latino, il greco antico e il sanscrito. A diciannove anni, Ersilia sposò Giacomo Lovatelli, discendente di una famiglie patrizia del Ravennate. In quegli stessi anni iniziò attivamente a interessarsi a studi di carattere archeologico, entrando in contatto con le figure più eminenti della ricerca archeologica romana, come Giovanni Battista de Rossi, Rodolfo Lanciani e Carlo Ludovico Visconti. A 24 anni, per iniziativa tra l’altro di Theodor Mommsen fu nominata membro onorario dell’istituto di corrispondenza archeologica di Roma. Dopo la presa di Roma, nel salotto di palazzo Lovatelli convennero anche esponenti del nuovo mondo politico e fu Quintino Sella a decidere che il 15 maggio 1879 la Caetani divenisse, malgrado il suo relativo dilettantismo, membro dell’Accademia dei Lincei, prima donna a varcare la soglia di quella storica istituzione. E fu l’inizio di numerosi altri titoli accademici.

A Parma si presentano gli atti del simposio internazionale “Fondare e ri-fondare: origine e sviluppo della città di Parma. Costruzione di un’identità policentrica lungo la via Emilia tra Parma, Reggio e Modena”

Una ricostruzione della via Emilia, la strada romana fondata dal console Marco Emilio Lepido

Sono passati solo quindici mesi dal simposio internazionale “Fondare e ri-fondare: origine e sviluppo della città di Parma. Costruzione di un’identità policentrica lungo la via Emilia tra Parma, Reggio e Modena”, a cura di C. Quintelli e A. Morigi, che il Comune di Parma e l’università di Parma avevano promosso nel dicembre 2017 all’auditorium di Palazzo del Governatore per le celebrazioni di Parma 2200 nell’ambito del Programma MMCC – 2200 anni lungo la via Emilia. E sono già pronti gli Atti pubblicati nella collana Il Progetto dell’Archè 2 (Padova, Il Poligrafo, 2018). Mercoledì 10 aprile 2019, alle 17.30, nella sala convegni dell’Unione Parmense Industriali a Palazzo Soragna di Parma, sarà presentato il volume “Fondare e ri-fondare. Parma, Reggio e Modena lungo la via Emilia romana”. Dopo l’introduzione di Michele Guerra, assessore alla Cultura del Comune di Parma, e di Roberto Catelli, vice presidente dell’Unione Parmense Industriali, è previsto l’intervento di Paolo Carafa, professore ordinario di Archeologia classica dell’università di Roma “La Sapienza”, che terrà una conferenza dal titolo “Le origini e i paesaggi di Roma visti dal Palatino”.

Il volume degli atti del simposio internazionale “Fondare e ri-fondare: origine e sviluppo della città di Parma. Costruzione di un’identità policentrica lungo la via Emilia tra Parma, Reggio e Modena”

“Qual è il senso oggi di un interrogarsi sull’origine della città, intesa quale luogo comunitario in cui si vive e a cui si appartiene, soprattutto al cui futuro ciascuno presta un personale contributo?”, si sono chiesti i partecipanti al simposio. “La fondazione di una città, non importa se attraverso un unico atto o una combinazione di fattori tra loro più o meno contemporanei, sicuramente ci parla dei termini di necessità dell’epifania urbana, stabilendo così le forme prime dell’essere di una città. Allo stesso tempo però l’atto fondativo non può dirsi concluso e anzi continuamente rivive rigenerandosi in quel processo di trasformazione che interpreta i successivi stati di necessità della città attraverso i secoli. Da qui il tema di un’origine che si fa strumento di caratterizzazione del divenire della città, dove al dato fondativo segue la (dis)continuità storica di quello ri-fondativo. Per cogliere ma soprattutto misurare il senso perdurante dell’origine bisognerà allora avvalersi di una fenomenologia storica di ri-fondazione della città, anche attraverso saperi eterogenei ma accomunati dal proprio interesse nella costruzione dell’identità urbana”.

Medio Egitto. Ad Antinoupolis, la città romana voluta dall’imperatore Adriano per il favorito Antinoo c’è un tempio ramesside di 1400 anni prima. Ne parla, con le ultime scoperte, l’egittologa Giulia Rosati al museo Egizio di Torino

La locandina dell’incontro con Giulia Rosati al museo Egizio di Torino sul tempio ramesside di Antinoupolis

L’egittologa Giulia Rosati

Poco meno di 300 chilometri a Sud del Cairo, e a una decina da Beni Hasan, nel Medio Egitto sorgono le rovine della città di Antinoupolis, città fondata nel 130 d.C. dall’imperatore Adriano in memoria del suo favorito Antinoo, che secondo la tradizione si sarebbe lasciato annegare nel fiume per salvare il suo imperatore, come vaticinato da un oracolo. Tra le rovine di questa città romana si notano i resti di un tempio realizzato circa 1400 anni prima da Ramses II, riutilizzando gran parte di materiali di Tell el-Amarna, la città del faraone eretico Akhenaten. Prenderà spunto da questo tempio l’incontro con l’egittologa Giulia Rosati al museo Egizio di Torino. Appuntamento martedì 26 marzo 2019 alle 18 nella sala conferenze dell’Egizio. Giulia Rosati parlerà di “Un tempio per Amon e per tutti gli dei nella Città di Antinoo: antichi e nuovi culti nella fondazione di Adriano”. La conferenza sarà introdotta dal direttore del museo Egizio, Christian Greco. Gloria Rosati è professore associato di Egittologia all’università di Firenze dal 2007. Fin dal 1978 ha partecipato alle campagne di scavo dell’università di Firenze ad Antinoupolis, in Medio Egitto, e sta portando a compimento, assieme all’architetto M. Coppola, l’edizione del tempio di Ramses II. Nel corso degli anni ha partecipato a campagne in Egitto (Luxor) e Sudan (Gebel Barkal) dirette dall’università di Roma La Sapienza, e ha fatto pratica di testi funerari e rituali su papiro in scrittura ieratica, contribuendo al riordino della collezione dell’Istituto Papirologico “G. Vitelli” – Università di Firenze.

I resti del tempio ramesside ad Antinoupolis (Egitto)

“Sebbene privo dei muri e delle coperture”, spiegano gli studiosi, “del tempio ramesside di Antinoupolis restano le colonne di corte e sala ipostila e – caso raro – gli architravi dell’ipostila e della terrazza orientale della corte. Ne è stata ormai definita correttamente la pianta e si possono fare ipotesi sulle fasi costruttive. Ufficialmente dedicato ad Amon, di fatto sono le grandi divinità nazionali e locali che vi hanno spicco. Ulteriori conoscenze sulla sua decorazione derivano incredibilmente dalle indagini archeologiche condotte nella città, dove materiali originariamente nel tempio sono stati a loro volta riusati. È recentissima poi una scoperta archeologica inattesa, nella quale si ritrovano geroglifici di età adrianea”.

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi rivive nell’incontro al museo Egizio di Torino con Paolo Matthiae che presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La locandina dell’incontro con l’archeologo Paolo Matthiae al museo Egizio di Torino

L’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi, dalla decifrazione delle due scritture più antiche dell’umanità alle prime epiche imprese alla ricerca di Ninive, alle grandi scoperte nella Valle dei Re a Tebe, da Ebla, Qatna e Aleppo in Siria a Nimrud e Sippar in Mesopotamia, a Troia e Hattusa in Anatolia, ad Abido e Amarna in Egitto, fino a Gerusalemme in Palestina. Sarà un incontro particolarmente appassionante quello con Paolo Matthiae, il noto archeologo del Vicino Oriente, che mercoledì 20 marzo 2019, alle 12, nella sala conferenze del museo Egizio di Torino, nell’ambito del ciclo “Incontro con gli autori”, presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” (Einaudi). Come il titolo del volume fa intendere, Matthiae parte dalle evidenze archeologiche (e anche dalle fonti testuali) per ricostruire la storia culturale, politica ed economica dell’intera area vicino orientale: Anatolia, Siria, Mesopotamia e Levante, e anche l’Egitto. Il volume è suddiviso in dodici capitoli, ognuno dei quali è dedicato ad un sito chiave; la scelta di questi siti non è casuale, ma si tratta di luoghi che sono stati al centro di grandi scoperte archeologiche e continuano ad essere oggetto di nuove analisi e studi anche recenti. Tre siti sono egiziani, rispettivamente Abido, Avaris e Amarna, tre si trovano in Siria, Ebla, Qatna e Aleppo, due sono anatolici, Hattusa e Troia, uno è nel Levante, Gerusalemme, e tre si riferiscono all’area mesopotamica, Nimrud, Babilonia e Sippar. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti. Al termine della conferenza sarà possibile acquistare il libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” di Paolo Matthiae.

Il sito di Ebla in Siria: dal 2011, con lo stop alle missioni archeologiche a causa della guerra, non c’è più manutenzione. La città del III millennio a.C. si sta distruggendo

Miliziani dell’Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

Il cosiddetto Grande diadema con pendenti dal Tesoro di Priamo, oggi al museo Puskin di Mosca

Dialogheranno con Paolo Matthiae il direttore Christian Greco, il prof. Stefano de Martino e la prof.ssa Clelia Mora. Paolo Matthiae è accademico dei Lincei, già professore di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Roma “La Sapienza”. Dal 1963 ha diretto lo scavo nel sito siriano di Tell Mardikh, l’antica città di Ebla. Matthiae è autore di moltissimi volumi e saggi scientifici. Dopo le distruzioni operate dall’Isis in Siria e Iraq, Matthiae si è molto impegnato sul tema della protezione del patrimonio culturale in aree di guerra, pubblicando recentemente anche il volume “Distruzione, Saccheggi e Rinascite”, o organizzando mostre e convegni. Stefano de Martino è professore ordinario al dipartimento di Studi storici dell’università di Torino, dove insegna Ittitologia e Civiltà dell’Anatolia preclassica. È direttore scientifico del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia. È coordinatore del dottorato dell’università di Torino “Technology Driven Sciences: Technologies for the Cultural Heritage”. È autore di saggi e volumi sulla storia, la civiltà e la lingue degli Ittiti e dei Hurriti; fa parte del team internazionale che studia e pubblica le tavolette in lingua hurrita rinvenute nel sito di Ortaköy (Turchia). Clelia Mora è professore ordinario al dipartimento di Studi umanistici dell’università di Pavia, dove insegna Storia del Vicino Oriente antico e Storia, epigrafia e sistemi di scrittura nel Vicino Oriente antico. Dal 2000 al 2010 ha collaborato con la missione archeologica francese attiva a Terqa in Siria e dal 2010 è responsabile del Progetto Kinik Höyük, nell’ambito del quale sono condotte indagini archeologiche in Cappadocia in sinergia con la New York University.

Il famoso busto della regina Nefertiti, scoperto ad Amarna, conservato al Neues Museum di Berlino

Locandina della mostra sulle scoperte a Qatna, promossa dall’università di Udine a Homs (Siria)

La ricostruzione di Ninive in una stampa antica dà un’idea della magnificenza della capitale assira

Uno dei maggiori protagonisti dell’archeologia orientale rievoca origini, sviluppi e risultati delle più affascinanti imprese degli ultimi decenni. Sempre attento a rilevare, nel passaggio suggestivo dalla terra dello scavo all’interpretazione della storia, l’inestimabile contributo che le scoperte recano alla ricostruzione di un lontano passato fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana, che vide il sorgere e l’affermarsi delle prime città, dei primi stati territoriali, dei primi imperi a vocazione universale nella storia mondiale. “Le scoperte rievocate e illustrate nelle pagine di questo libro hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali. In primo luogo, sono il frutto, in modi certo diversi, di esplorazioni archeologiche sistematiche di lungo periodo. In secondo luogo, sono state realizzate, approssimativamente, nell’ultimo mezzo secolo. In terzo luogo, a un giudizio oggettivo e di nuovo in modi diversificati, hanno avuto un significato rivoluzionario. Il loro valore leggendario dipende, da un lato, dal forte impatto di innovazione che è tipico di tutte e, dall’altro, dal loro carattere inatteso e sorprendente. La notevole varietà di queste scoperte, in ambiti differenziati della ricerca storica, ha inciso, volta a volta, sulla storia politica, sulla storia religiosa, sulla storia sociale, sulla storia economica, sulla storia artistica, sulla storia letteraria e, in diversi casi, su più di una di esse…Se è vero che non v’è nulla di più concreto e reale di una scoperta archeologica, è altrettanto vero che le interpretazioni prime di quella scoperta, che sono un’esperienza esaltante, non hanno nulla di definitivo perché esse sono solo un contributo, primario e fondamentale, alle innumerevoli valutazioni storiche future. Le interpretazioni che per ciascuna delle scoperte raccolte in questo saggio sono qui presentate, spesso già oggetto di accesi dibattiti negli ambienti scientifici, nella maggior parte dei casi sono di questo tipo ed esprimono solo una parte iniziale del lungo loro tragitto, di fatto inesauribile, dalla terra alla storia”.

L’antica Cina protagonista al Muciv-museo Preistorico etnografico “L. Pigorini” all’Eur-Roma del ciclo di conferenze col prof. Di Branco dell’associazione “Amici della scuola archeologica italiana di Atene”

Prezioso tripode del XVIII secolo dalla Cina conservato al museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” di Roma-Eur

L’associazione Amici della Scuola archeologica italiana di Atene

È dedicato all’antica Cina il nuovo ciclo di conferenze dell’associazione “Amici della scuola archeologica italiana di Atene”, organizzate da Maria Antonietta Rizzo e tenute dal prof. Marco Di Branco, università di Roma “Sapienza”. L’associazione (Syllogos) “Amici della Scuola Archeologica Italiana di Atene” nasce in Roma, per atto pubblico, il 26 maggio 1995 su impulso del prof. Antonino Di Vita e con l’intervento di ventotto soci fondatori. Tra questi prevalgono i docenti universitari, ma non mancano magistrati, funzionari pubblici -dello Stato in particolare- pensionati e casalinghe. Scopo dell’associazione è: promuovere, in sede nazionale ed internazionale, la conoscenza delle funzioni e dell’attività della Scuola archeologica italiana di Atene (SAIA); favorire le relazioni tra gli studiosi e i cultori, anche non professionali, dell’archeologia con particolare riferimento ai campi specifici di azione della Scuola; contribuire al miglioramento e all’arricchimento del patrimonio bibliografico della SAIA e alla sua utilizzazione; contribuire all’acquisizione delle attrezzature necessarie per il raggiungimento delle finalità della Scuola.

L’impressionante colpo d’occhio dell’esercito di terracotta nel mausoleo del primo imperatore della dinastia Qin, scoperto nel 1974 a Xian in Cina

Il prof. Marco di Branco dell’università La Sapienza di Roma

Il ciclo di conferenze, tutte al Museo delle Civiltà – sala conferenze del museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” all’Eur – Roma, inizia sabato 26 gennaio 2019, alle 11, con “Storia e archeologia della Cina: dalla Preistoria agli Stati combattenti”. In questo primo incontro si torna agli albori del continente asiatico per addentrarci in un’esplorazione storica, antropologica e archeologica che investirà la nascita della filosofia cinese, i primi esempi di letteratura, le più antiche credenze religiose fino all'”arte della guerra”, ripercorrendo le più antiche tappe di una delle civiltà più complesse e affascinanti del mondo antico. Il ciclo continua il 23 febbraio 2019, “Il Primo imperatore e la sua armata di terracotta”; il 30 marzo 2019, “Storia e archeologia della Cina: dai Qin ai Tang”; il 13 aprile 2019, “Introduzione per immagini al pensiero cinese: tra filosofia e religione”; il 25 maggio 2019, “Sulla via della seta: il percorso”. Ultima conferenza il 22 giugno 2019, “Sulla via della seta: il viaggio”.

“L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”: terzo incontro del ciclo Archeo 40, sui tesori scoperti a Spilamberto (Mo) in 40 anni di scavi archeologici: dallo scavo della tomba n° 1 della necropoli eneolitica del Fiume Panaro (1978) a quello recentissimo (2018) dei due pozzi romani/tardo antichi dell’ex via Macchioni

Il torrione di Spilamberto (Mo), sede del museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto

La locandina del ciclo di incontri Archeo 40 a Spilamberto

Simonetta Munari, assessore alla Cultura di Spilamberto (foto Daniele Pietropinto)

“L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”: mercoledì 16 gennaio 2019, alle 20.30, allo Spazio Eventi “L. Famigli” di Spilamberto (Mo), incontro con gli archeologi Sara Campagnari (soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio di Bologna) e Donato Labate, terzo del ciclo di sei conferenze “ARCHEO 40, i Tesori di Spilamberto in 40 anni di scavi archeologici” promosse dal Comune di Spilamberto in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna e le università Sapienza di Roma e di Torino per celebrare i 40 anni dalle prime scoperte archeologiche nel territorio di Spilamberto. Gli incontri passano in rassegna i ritrovamenti spesso eccezionali avvenuti nell’area spilambertese: dallo scavo della tomba n° 1 della necropoli eneolitica del Fiume Panaro (1978) a quello recentissimo (2018) dei due pozzi romani/tardo antichi dell’ex via Macchioni. Quarant’anni di rinvenimenti, studi e divulgazione che sono illustrati anche attraverso escursioni, competenze e laboratori che proseguiranno fino ad aprile 2019. “Quarant’anni non sono nemmeno un battito di ciglia rappresentabile nell’arco della storia dell’uomo”, interviene Simonetta Munari, assessore alla Cultura del Comune di Spilamberto, “ma per il nostro territorio questi anni rappresentano il tempo della scoperta dell’archaios / antico e il lungo discorso d’amore e passione che ne è scaturito. Per celebrare, ma soprattutto per proiettare nel futuro delle nuove generazioni questo tema, abbiamo ideato il progetto “Archeo 40” che accanto alle iniziative di studio pone esperienze, laboratori e rievocazioni per far sentire questi tesori sempre più vivi e nostri”.

Una sala del museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto (Mo)

Celestino Cavedoni (foto Rivista Italiana di Numismatica)

Arsenio Crespellani, archeologo e numismatico

Anche se a Spilamberto gli esordi della moderna ricerca archeologica risalgono alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso, rinvenimenti e recuperi nel territorio comunale sono segnalati sin dalla prima metà dell’Ottocento, ad opera principalmente di Celestino Cavedoni e di Arsenio Crespellani. Tuttavia è con le scoperte nel 1977 e gli scavi (a partire dal 1978) nell’alveo del fiume Panaro che ha avuto origine una puntuale, ininterrotta stagione di indagini sul campo con lo sviluppo di numerosi studi. In quest’ambito, con l’inaugurazione nel 1979 della mostra “Archeologia nel fiume Panaro” e prima con il reperimento di locali comunali adibiti a deposito, si sono poste le basi per la nascita dell’Antiquarium di Spilamberto (1997), frutto della collaborazione tra l’allora soprintendenza Archeologica, il Comune di Spilamberto, volontari del Gruppo Naturalisti, enti di ricerca e cittadinanza, con lo scopo di conservare e rendere fruibili a un più vasto pubblico i risultati delle ricerche in corso. Nel 2018 sono ricorsi quindi i 40 anni dalle prime scoperte archeologiche sul territorio. In questi decenni sono emersi reperti dalla preistoria alle terramare, dal periodo romano alla presenza di Celti e Longobardi, fino al periodo alto medievale con l’ospitale per i pellegrini. Il Comune di Spilamberto per festeggiare questo importante traguardo ha deciso di organizzare una serie di attività e conferenze: quarant’anni di rinvenimenti, studi e divulgazione illustrati anche attraverso escursioni, competenze e laboratori che proseguiranno fino ad aprile 2019.

Pugnale in osso dalla necropoli eneolitica sul Panaro (foto Sistemonet)

Monica Miari, archeologa della soprintendenza

Punte di freccia in selce conservate al museo Archeologico di Spilamberto

Mercoledì 14 novembre 2018, dopo la presentazione del progetto “Archeo40: i tesori di Spilamberto in 40 anni di scavi archeologici” da parte di Simonetta Munari, l’archeologa della soprintendenza Monica Miari ha parlato de “L’Età del Rame e il periodo Eneolitico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. “Nell’alveo del fiume Panaro, nei territori di Spilamberto e di S. Cesario”, spiega Munari, “sono venute alla luce dal 1977 ad oggi testimonianze di numerosi siti preistorici, oggetto di scavi sistematici. È stato possibile individuare tre fasi principali d’insediamento: la prima riferibile a un aspetto piuttosto antico della Cultura dei vasi a bocca quadrata (pieno Neolitico, metà del V millennio a.C.), una seconda che documenta la successione di più momenti della Cultura di Chassey-Lagozza (Neolitico recente, fine del V, prima metà del IV millennio a.C.) e una terza con la necropoli eneolitica che ha dato il nome al relativo Gruppo di Spilamberto (databile fra la metà del IV e gli esordi della seconda metà del III millennio a.C.). La necropoli assume particolare rilevanza per le implicazioni sociali e rituali: di essa sono esposte in museo otto sepolture (su 39 recuperate) e la totalità dei corredi funerari. I riti di sepoltura appaiono fortemente standardizzati: inumazioni in giacitura primaria singola (un solo caso di deposizione bisoma), supina, con orientamento prevalente Est-Ovest e capo a Ovest e corredo ceramico costituito generalmente da un singolo vaso posto ai piedi dell’inumato. Tra questi si evidenzia la netta prevalenza di recipienti a squame caratteristici del Gruppo di Spilamberto anche se in sette tombe è sostituito da una brocca/boccale, di tradizione peninsulare. Tra le armi figurano cuspidi di freccia, pugnali e un’alabarda. Al momento si conoscono in Emilia occidentale tre/quattro sepolcreti di questo Gruppo, non privi di significativi rapporti con le altre principali necropoli eneolitiche dell’Italia padana, quali Remedello nel Bresciano e Celletta dei Passeri a Forlì”.

Le asce in bronzo (1650 – 1150 a.C.) trovate nel ripostiglio di Lovara a Savignano sul Panaro

Andrea Cardarelli dell’università La Sapienza di Roma

Si è proseguito lunedì 3 dicembre 2018 con “L’Età del Bronzo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto” a cura di Andrea Cardarelli, docente di Preistoria e Protostoria all’università Sapienza di Roma. “Il territorio di Spilamberto”, ricorda Cardarelli, “è noto per una straordinaria ricchezza di rinvenimenti archeologici attribuibili all’età neolitica e del Rame ma è ben rappresentata anche la successiva fase dell’età del Bronzo. Già nelle fasi dell’antica età del Bronzo (circa 2200 – 1650 a.C.) vi sono numerose attestazioni attribuibili a villaggi che si collocavano lungo l’asse del fiume Panaro, i quali presentano caratteristiche precipue rispetto agli aspetti maggiormente noti della Lombardia e dell’area del Garda. Si tratta di un popolamento ancora piuttosto sparso e poco indagato, che tuttavia doveva avere una certa importanza a giudicare da alcuni rinvenimenti eccezionali, come ad esempio il vicino ripostiglio di asce in bronzo di Savignano sul Panaro, uno dei più grandi contesti archeologici di questo tipo trovati in Italia. Successivamente, durante l’età del bronzo medio e recente (1650 -1150 a.C.) – continua -, il territorio di Spilamberto è partecipe dello sviluppo delle Terramare, uno dei più rilevanti fenomeni storici e culturali dell’età del Bronzo Italiana ed Europea. Diverse sono le attestazioni di terramare presenti nell’area spilambertese e nelle zone limitrofe. Di particolare importanza è la recente scoperta di una grande terramara, in gran parte sepolta e pertanto molto ben conservata, venuta in luce durante i lavori di escavazione delle cave di Ponte del Rio – via Macchioni. Gli scavi condotti a più riprese in questo sito negli ultimi dieci anni hanno evidenziato importantissimi resti di case, recinti e reperti di grande rilevanza, come oggetti in bronzo e in ambra. Integrando i dati noti per il territorio di Spilamberto con quelli della regione si cercherà di fornire un quadro aggiornato della grande epopea delle terramare dalle origini alla crisi”.

Pozzo romano parzialmente ricostruito nel museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto

L’archeologo Donato Labate

Scavo della villa rustica romana a Ponte del Rio a Spilambergo (foto Massimo Trentin)

Armilla in bronzo del III sec. d.C. da Ponte del Rio di Spilamberto (foto Massimo Trentin)

Quindi mercoledì 16 gennaio 2019 sarà la volta degli archeologi Sara Campagnari (soprintendenza) e Donato Labate parlare di “L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. In questo millennio sono state condotte nel territorio di Spilamberto regolari campagne di scavo che hanno restituito strutture insediative, infrastrutture e necropoli ascrivibili sia all’età del Ferro che all’età romana, in un’area già ricca di numerose altre testimonianze archeologiche. “Per la prima età del Ferro”, intervengono Campagnari e Labate, “le testimonianze sono esigue ma piuttosto significative in relazione alla frequentazione di epoca villanoviana gravitante sull’asse del Panaro. Per la fase di VI e V sec. a.C. i rinvenimenti delineano un assetto territoriale costituito da piccoli nuclei insediativi, collegati alla frequentazione della valle del torrente Guerro tramite una rete di vie di percorrenza traversali, marcate dalla presenza di piccole aree di culto, come testimoniano due bronzetti votivi rinvenuti da Arsenio Crespellani nel 1881. In particolare nell’area della cave di via Macchioni sono stati indagati due pozzi dell’età del ferro – da mettere in relazione con la presenza di un insediamento etrusco- e alcune sepolture celtiche di cui una appartenuta a un guerriero tumulato con una spada e una lancia da parata traforata. Risale all’ultima fase del periodo celtico l’impianto di una fattoria abitata senza soluzione di continuità dalla fine del III sec. a.C. fino al periodo tardo antico. A questa fattoria sono riferibili cinque pozzi, un silos, una fornace, una necropoli con 32 tombe collocata in prossimità di un cardine e un piccolo cimitero tardo antico con altre 31 tombe collocate vicino al rustico. Nella stessa cava è venuta in luce la porzione di una villa urbano-rustica di età romana con una fornace e un’altra necropoli con 46 sepolture. In un’altra cava di via Macchioni è stato integralmente indagato un complesso produttivo, con una grande fornace di età repubblicana, collocato in un’area destinata alla lavorazione e deposito dei prodotti fittili. In località Ergastolo è stata infine indagata una grande buca per la decantazione dell’argilla, utilizzata per la produzione di ceramica e laterizi, di pertinenza di un vicus i cui resti sono stati smaltiti all’interno della grande depressione; a questo insediamento sono riferibili anche alcune antefisse ed ex voto da mettere in relazione con la presenza di un’area sacra. Nella stessa località sono stati trovati negli anni ’80 del secolo scorso i resti di una villa urbano-rustica di età romana i cui materiali sono esposti nell’Antiquarium di Spilamberto”.

Bottiglia in ceramica del VII sec. d.C. da Ponte del Rio di Spilamberto (foto Massimo Trentin)

Fibula a S da Spilamberto (foto Sabap-Bo)

Maria Grazia Maioli (foto da http://www.caffeletterario.it)

Il 12 febbraio 2019 Maria Grazia Maioli, archeologa emerita della soprintendenza, approfondirà il tema “Il Tardo Antico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. “Nei momenti difficili”, sottolinea Maioli, “si è sempre cercato di salvare il salvabile. E se questo è vero in tutte le epoche, in epoca tardo imperiale, in periodo di incursioni, si cercava di nascondere non solo gli oggetti di maggior valore ma tutto quanto sarebbe stato necessario in vista di un auspicato ritorno dopo la fuga. La paura degli invasori ha portato alla nascita dei “tesori”, a volte non recuperati e ritrovati solo dopo secoli. Nelle nostre zone si tendeva ad usare come nascondigli soprattutto i pozzi ma non solo”. La conversazione di Maria Grazia Maioli intende illustrare come e perché sono stati nascosti questi oggetti e soprattutto come mai, in determinate condizioni, poteva essere considerato prezioso anche un oggetto di uso comune come un semplice vaso da cucina.

Scavi nel 2003 della necropoli longobarda a Ponte del Rio di Spilambergo

Fibula cameo, tra i tesori scoperti a Spilambergo (foto Sabap-Bo)

Paolo Devingo dell’università di Torino

Invece mercoledì 13 marzo 2019 il docente di Archeologia Cristiana e Medievale dell’università di Torino, Paolo De Vingo, parlerà di “I Goti e i Longobardi nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. L’incontro con De Vingo vuole mettere in luce la possibilità che i rapporti tra Romani e popolazioni gote si siano svolti in una prospettiva fortemente continuista tra il prima e il dopo, utilizzando come spartiacque la data del 476. Lo studio dei materiali della villa rustica individuata nella cava di via Macchioni a Spilamberto, posteriori al V secolo, sembrerebbero confermare questa possibilità lasciando intravvedere come le popolazioni gote si siano inserite nella penisola italiana in contesti produttivi dei quali conoscevano in modo abbastanza preciso i meccanismi di funzionamento. Questa ipotesi, se confermata dal completamento del lavoro di studio attualmente in corso, potrebbe rendere possibile uno slittamento al 554 come data finale del mondo romano come noi lo abbiamo sempre concepito, seguito dalla breve occupazione bizantina fino alla conquista longobarda nel 568 che aprirebbe di fatto la fase altomedievale della penisola italiana.

Veduta zenitale dello scavo dell’Ospitale di San Bartolomeo a Spilamberto (foto Donato Labate)

Il ciclo di incontri si chiude mercoledì 17 aprile 2019 con l’archeologo Donato Labate che illustra il tema de “L’Ospitale di San Bartolomeo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. Fino alla fine del Novecento non c’era traccia dell’antica chiesa di San Bartolomeo, con annesso Ospitale, già citata in un atto del 1162. Si sapeva solo che era a sud di Spilamberto. “Gli scavi condotti tra il 2007 e il 2008”, ricorda Labate, “in località San Pellegrino hanno individuato una chiesa con annesso cimitero e altre strutture e infrastrutture rurali di età basso medievale riferibili ai resti dell’antico Ospitale che, a giudicare dai reperti rinvenuti, fu frequentato dall’XI al XIV secolo. Di grande interesse sono le tombe di due pellegrini giacobiti, riconoscibili dalla conchiglia con cui adornavano il proprio abbigliamento, di cui una esposta nell’Antiquarium di Spilamberto. L’Ospitale, fondato dall’Abbazia di Nonantola, era collegato alla viabilità con la Toscana (strada frequentata dai pellegrini) e legato alle prime fasi di vita di Spilamberto, dal tempo del Marchese Bonifacio alla fondazione del Castello ad opera dei Modenesi nel 1210. Resterà operativo fino al XIV secolo quando l’insediamento religioso sarà abbandonato con la fondazione del un nuovo Ospitale di Santa Maria degli Angioli all’interno dell’abitato di Spilamberto”.

“Arslantepe, la “collina dei leoni”. La nascita dello Stato e del potere laico”: al museo Archeologico di Modena incontro con Marcella Frangipane, direttore della missione archeologica italiana in Anatolia orientale dell’università la Sapienza di Roma

La grande collina artificiale di Arslantepe dove opera la missione archeologica italiana in Anatolia orientale dell’università La Sapienza di Roma

L’archeologa Marcella Frangipane

Il sito è stato occupato ininterrottamente a partire almeno dal V millennio a.C. fino all’età romana e bizantina, quando diventa un piccolo villaggio agricolo (IV-VI sec. d.C.), mentre viene edificato il grande castrum di Melitene in posizione più vicina al corso dell’Eufrate (attuale cittadina di Eski Malatya). L’affascinante storia stratificata di quest’area è racchiusa nella lunghissima successione di abitati che, sovrapponendosi uno all’altro nel corso di millenni, hanno formato la grande collina artificiale di Arslantepe (“collina dei leoni”), alta circa 30 metri e con una superficie totale di 4 ettari. Qui dal 1961 opera la Missione Archeologica Italiana in Anatolia Orientale, a circa 15 chilometri dalla riva destra dell’Eufrate e a 6 chilometri dalla città moderna. Al sito di Arslantepe, uno dei più prestigiosi progetti di scavo archeologico dell’università La Sapienza di Roma, il museo Archeologico di Modena dedica un incontro nella sala Crespellani dei musei civici sabato 1° dicembre 2018 alle 17: protagonista della conferenza “Arslantepe, la collina dei leoni. La nascita dello Stato e del potere laico” sarà Marcella Frangipane, una delle figure più rilevanti nel panorama archeologico internazionale, direttrice della missione Archeologica Italiana in Anatolia, che le è valsa la nomina – primo cittadino italiano e prima donna – a membro della National Academy of Sciences statunitense in ambito umanistico e non scientifico.

Lo scavo di Arslantepe, la “collina dei leoni”, in Turchia

Gli eventi che gli scavi archeologici della Missione Archeologica Italiana in Anatolia Orientale (MAIAO) hanno portato in luce nel corso degli oltre 50 anni di attività di ricerca hanno contrassegnato non solo la storia della regione nella quale si trova il sito, ma anche alcune tappe fondamentali delle origini delle nostre civiltà. In particolare la nascita della città e dello Stato, sul cui processo di formazione i ritrovamenti di Arslantepe hanno gettato nuova luce, arricchendo e modificando in parte le conoscenze tradizionali. Gli scavi hanno restituito il più antico esempio finora noto (IV millennio a.C.) di un complesso palaziale in mattoni crudi, straordinariamente conservato, che svela l’origine delle prime forme di un sistema laico di governo centrale e controllo economico, accompagnato dallo sviluppo di una sofisticata burocrazia. Arslantepe ha avuto un ruolo di centro politico ed economico per la regione nella quale si trova, durante quasi tutta la sua storia, controllando, sia pure con diversa capacità attrattiva a seconda dei momenti, il territorio circostante e gestendo i rapporti esterni.

Al via a Paestum la XXI Borsa mediterranea del Turismo archeologico: 100 espositori di cui 20 Paesi esteri, circa 60 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 120 operatori dell’offerta. Ecco i momenti da non perdere nel ricco programma

Dodicimila visitatori, 100 espositori di cui 20 Paesi esteri, circa 60 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 120 operatori dell’offerta, 100 giornalisti accreditati: ecco i numeri della XXI edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma a Paestum da giovedì 15 a domenica 18 novembre 2018, promossa e sostenuta da Regione Campania, città di Capaccio Paestum, parco archeologico di Paestum. La Bmta, ideata e organizzata dalla Leader srl con la direzione di Ugo Picarelli, si conferma un evento originale nel suo genere: luogo di approfondimento e divulgazione di temi dedicati al turismo culturale e al patrimonio; occasione di incontro per gli addetti ai lavori, gli operatori turistici e culturali, i viaggiatori, gli appassionati; un format di successo testimoniato dalle prestigiose collaborazioni di organismi internazionali quali Unesco e Unwto. La location per il Salone Espositivo, il Programma Conferenze e il Workshop ENIT e AIDIT sarà il centro espositivo del Savoy Hotel, a soli 2 km dal parco archeologico, dal museo e dalla basilica, dove avranno luogo le altre sezioni (ArcheoExperience, ArcheoLavoro, la mostra ArcheoVirtual, le Visite Guidate). Vediamo un po’ il ricco programma.

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

A Paestum l’international archaeological discovery Award intitolato a Khaled al-Asaad

Eventi al centro espositivo del Savoy Hotel. Giovedì 15 novembre 2018, “Buone pratiche di orientamento e alternanza scuola-lavoro per la promozione del turismo culturale”, a cura della direzione generale Ufficio scolastico regionale per la Campania Miur; “Le regioni e le nuove camere di commercio insieme per la valorizzazione dei beni culturali e la promozione del turismo”, incontro pubblico tra assessori regionali – turismo e beni e attività culturali – con i presidenti delle Camere di Commercio, in collaborazione con Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e Unioncamere; “Ecosistema digitale per la cultura della Regione Campania: esperienze, buone prassi e programmi in corso”, a cura della direzione generale per le politiche culturali e il turismo della Regione Campania. Venerdì 16 novembre 2018, “Il patrimonio culturale in Africa Orientale. La Farnesina e le ricerche italiane in Etiopia ed Eritrea”, a cura della direzione generale per la promozione del Sistema Paese del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale; “Gemellaggio tra Paestum e Palmira”, alla presenza di Paolo Matthiae che portò alla luce l’antica città di Ebla e di una delegazione siriana, tra cui Talal al-Barazi governatore di Homs e Mohamad Saleh ultimo direttore per il Turismo di Palmira, per suggellare il legame con la “Sposa del Deserto” che tornerà fruibile dal 2019, come da poco annunciato (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/09/07/palmira-riaprira-ai-turisti-entro-lestate-2019-lannuncio-del-governatore-di-homs-a-un-anno-e-mezzo-dalla-sua-definitiva-liberazione-dallisis-a-montereale/); “Il dialogo interculturale valore universale delle identitá e del patrimonio culturale #pernondimenticare il Museo del Bardo, 18 marzo 2015 e #unite4heritage for Palmyra”, con Moncef Ben Moussa direttore del museo del Bardo di Tunisi all’epoca dell’attentato del marzo 2015 (attuale direttore per lo Sviluppo dei musei), Irina Bokova già direttore generale Unesco e Mounir Bouchenaki consigliere speciale del direttore generale Unesco; 4a edizione dell’International archaeological discovery award “Khaled al-Asaad”, alla presenza di Omar Asaad, figlio dell’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, la consegna del premio alla scoperta archeologica più significativa del 2017: la “piccola Pompei francese” di Vienne (sulle sponde del Rodano, a circa 30 km a sud di Lione), una città romana di circa 7mila mq abitata dal I sec. d.C., con ville di lusso arredate con mosaici, statue monumentali e uffici pubblici, esistita per tre secoli e distrutta da una serie di incendi improvvisi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/11/05/vienne-la-piccola-pompei-francese-e-la-scoperta-archeologica-dellanno-premiata-con-linternational-archaeological-discovery-award-khaled-al-asaad-2018-pr/); “Distretti turistici: sviluppo del territorio tra zona a burocrazia zero e politiche comunitarie”, a cura dell’assessorato Sviluppo e promozione del Turismo della Regione Campania e del coordinamento regionale Distretti turistici della Campania; “Incontro con i buyer esteri selezionati dall’Enit e nazionali dell’Aidit”, in collaborazione con Enit, Aidit di Federturismo e Trenitalia; venerdì 16 e sabato 17 novembre 2018, “20 anni di Paestum e Troia quali siti Unesco”, celebrazione del 20° anniversario dell’iscrizione nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità dell’Unesco delle aree archeologiche di Paestum e Troia.

Rüstem Aslan, responsabile dell’area archeologica di Troia

Gli incontri con i protagonisti, dedicati ai siti archeologici del mondo. Sabato 17 novembre 2018: Rüstem Aslan, responsabile dell’area archeologica di Troia (in collaborazione con l’ufficio cultura e informazioni dell’ambasciata di Turchia); Dan Bahat, per decenni l’archeologo ufficiale di Gerusalemme (in collaborazione con l’Ufficio nazionale israeliano del Turismo); Marie Bardisa, conservatrice Grotta di Chauvet; Azedine Beschaouch, segretario scientifico del comitato internazionale di Coordinamento per la Salvaguardia e lo Sviluppo di Angkor – Cambogia; Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo.

La famosa lastra di copertura della Tomba del Tuffatore esposta al museo Archeologico nazionale di Paestum

Il Workshop Enit e Aidit al centro espositivo del Savoy Hotel

Premio Paestum Archeologia “Mario Napoli”. Assegnato a quanti contribuiscono, con il loro impegno, alla valorizzazione del patrimonio culturale, alla promozione del turismo archeologico e al dialogo interculturale. Dal 2018, in coincidenza del 50° anniversario della scoperta della Tomba del Tuffatore, il premio è intitolato all’archeologo Mario Napoli che, il 3 giugno 1968, data del ritrovamento dell’unica testimonianza in ambito greco di pittura non vascolare, dirigeva la soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino e Benevento. Ricevono il Premio per il 2018: Irina Bokova, già direttore generale Unesco; Sackona Phoeurng, ministro della Cultura del Regno di Cambogia; Paolo Verri, direttore generale Fondazione Matera-Basilicata 2019. Da non perdere il Salone Espositivo, l’unico al mondo dedicato al patrimonio archeologico con la presenza di istituzioni, enti, Paesi Esteri, Regioni, organizzazioni di categoria, associazioni professionali e culturali, aziende e consorzi turistici. La stretta collaborazione con le Regioni ha determinato una notevole partecipazione: Abruzzo, Basilicata (APT Agenzia Promozione Territoriale), Calabria, Campania, Lazio (Agenzia Regionale per il Turismo), Sicilia (assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e assessorato del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo). Rappresentate anche altre regioni italiane: Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna. Da sottolineare l’autorevole presenza del MiBAC, con uno stand di oltre 300 mq nel quale è previsto un ricco programma di incontri, e la partecipazione per la prima volta di Roma Capitale. Tra i 100 espositori, previsti come ogni anno numerosi Paesi esteri: Albania, Azerbaigian, Cambogia, Croazia, Ecuador, Estonia, Etiopia, Georgia, Giordania, Grecia, Israele, Mongolia, Montenegro, Perù, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Tunisia, Turchia, Uzbekistan. Inoltre, come in passato, la Borsa ha ritenuto di dare attenzione rilevante a Palmira dedicandole uno spazio nel Salone Espositivo. Per quanto riguarda l’aspetto economico, nel rispetto del nome Borsa, il Workshop di sabato 17 novembre dedicato al turismo culturale si arricchisce dei buyer nazionali dell’Aidit Associazione Italiana Distribuzione Turistica di Federturismo Confindustria, che si aggiungono a quelli europei selezionati dall’Enit provenienti da 7 Paesi (Austria, Belgio, Germania, Olanda, Regno Unito, Spagna, Svizzera).

La mostra di ArcheoVirtual al museo Archeologico di Paestum presenterà lo stato dell’arte del digitale nei musei archeologici

Eventi alla Basilica, Parco e Museo Archeologico di Paestum. Attraverso i Laboratori di archeologia sperimentale nei pressi del Museo Archeologico, ArcheoExperience permette di rivivere le antiche tecniche utilizzate per creare gli oggetti adoperati dai nostri lontani antenati e ora conservati nelle vetrine dei musei archeologici, testimoni della cultura materiale che ha accompagnato l’evoluzione dell’uomo: la lavorazione dell’ambra nella Preistoria, la vita delle Legioni romane, l’arte del vasaio dalla Magna Grecia ad oggi, la produzione di calzature in pelle, lucerne in terracotta e gioielli nell’antichità. La mostra di ArcheoVirtual al museo Archeologico presenterà lo stato dell’arte del digitale nei musei archeologici in collaborazione con l’Itabc Istituto per le Tecnologie applicate ai Beni culturali Cnr e la direzione generale Musei del ministero per i Beni e le attività culturali. La mostra vuole essere un laboratorio interattivo e stimolante in cui le applicazioni siano strumento di comunicazione culturale e di promozione turistica ad ampio spettro, abbracciando il pubblico più eterogeneo e gli ambiti più diversi. I visitatori potranno, solo per fare alcuni esempi, camminare nei templi di Paestum all’epoca della loro costruzione, sorvolare la Valle del Tevere in un viaggio attraverso il tempo, o difendere il Castello Sforzesco nei panni di un arciere virtuale. ArcheoVirtual, attraverso la mostra e il workshop di sabato 17 novembre, intende valorizzare le soluzioni tecnologiche che hanno reso i luoghi della cultura più appetibili per il grande pubblico e più leggibili in termini di comprensione e sensibilità culturale.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum

Archeolavoro presso la Basilica da giovedì 15 a sabato 17 novembre 2018: orientamento post diploma e post laurea con presentazione dell’offerta formativa a cura delle università presenti nel Salone: Alma Mater Studiorum università di Bologna, università Cattolica del Sacro Cuore, università di Salerno, università Europea di Roma, università Giustino Fortunato, Universitas Mercatorum; presentazione delle figure professionali e incontri con i protagonisti dedicati a scuole e università con la partecipazione di Ciro Buonajuto, sindaco di Ercolano; Mario Caligiuri, direttore del Master in Intelligence università della Calabria: Lorenzo Nigro, archeologo e associato dipartimento di Scienze dell’Antichità – Sezione di Orientalistica “Sapienza” università di Roma; Francesco Scoppola, direttore generale Educazione e Ricerca MiBAC; Giusy Sica, Founder Re-Generation (Y)outh e Dina Galdi consulente in politiche del turismo; Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano; Luigi Vicinanza, presidente della Fondazione Cives; Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum; ArcheoTeatro, workshop di orientamento e formazione a cura dell’Accademia Magna Graecia di Paestum con la direzione artistica di Sarah Falanga. E ancora: giovedì 15 e venerdì 16 novembre, Masterclass a cura di Universitas Mercatorum riservate ai diplomati; venerdì 16 novembre, premio “Antonella Fiammenghi” per la migliore tesi di laurea sul turismo archeologico.

Vienne, “la piccola Pompei francese”, è la scoperta archeologica dell’anno premiata con l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad 2018, promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo. La consegna a Paestum alla XXI Bmta

Pavimento a mosaico della domus di Thalie a Vienne: la scoperta nel 2017 della città romana è stata premiata con l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad 2018

Nel tell di Abu Tbeirah in Iraq è stato scoperto il più antico porto di una città sumerica: la scoperta archeologica premiata con lo Special Award del pubblico Fb della Bmta

È la città romana di Vienne, già ridenominata “la piccola Pompei francese”, la scoperta archeologica dell’anno cui è stato assegnato l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad 2018, giunto alla quarta edizione, premio promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo. Il premio sarà consegnato a Benjamin Clément, il ricercatore associato del Laboratorio ArAr Archéologie et Archéométrie dell’università di Lione che guida i lavori, venerdì 16 novembre 2018, a Paestum, nel corso della XXI BMTA in programma dal 15 al 18 novembre 2018, alla presenza di Omar, archeologo e figlio di Khaled al-Asaad. Per l’archeologo Clément si tratta “senza dubbio del ritrovamento di un sito romano più importante degli ultimi 40 o 50 anni”. Le cinque scoperte del 2017 candidate alla vittoria erano il ginnasio ellenistico ad Al Fayoum (Egitto), la “piccola Pompei francese” di Vienne (Francia), il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah (Iraq), la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma (Italia), la città romana sommersa nel golfo di Hammamet (Tunisia) (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/07/27/ginnasio-ellenistico-al-fayoum-egitto-piccola-pompei-vienne-francia-il-piu-antico-porto-di-una-citta-sumerica-abu-tbeirah-iraq-domus-del-centurione-roma-italia-citta-romana-sommersa-h/). Invece lo “Special Award”, il Premio alla scoperta con il maggior consenso sulla pagina Facebook della BMTA, è stato assegnato al più antico porto di una città sumerica, rinvenuto ad Abu Tbeirah in Iraq da parte della missione archeologica italo-irachena, diretta da Franco D’Agostino e Licia Romano dell’università “Sapienza” di Roma.

A Paestum l’international archaeological discovery Award intitolato a Khaled al-Asaad

L’International Archaeological Discovery Award, il premio intitolato a Khaled al-Asaad, direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira dal 1963 al 2003, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo, la prima testata archeologica italiana, hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). Nella prima edizione (2015) il premio è stato assegnato a Katerina Peristeri per la Tomba di Amphipolis (Grecia); la seconda edizione (2016) all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner Direttore della missione archeologica che ha scoperto la città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq.

Veduta aerea del mosaico della domus di Thalie nel sito archeologico di Vienne

Veduta aerea dello scavo archeologico con St. Colombe e Vienne sullo sfondo

Vincitrice dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad 2018 è dunque risultata la “piccola Pompei francese” di Vienne (sulle sponde del Rodano, a circa 30 km a sud di Lione), una città romana di circa 7mila mq abitata dal I sec. d.C., con ville di lusso arredate con mosaici, statue monumentali e uffici pubblici, esistita per tre secoli e distrutta da una serie di incendi improvvisi. La città di Vienne, già famosa per il suo teatro romano e per un tempio, fu un importante nodo nella strada che collegava la Gallia settentrionale con la provincia della Gallia Narbonensis, la Francia meridionale di oggi. Il sito è stato scoperto nell’aprile 2017, in seguito all’inizio di lavori di costruzione per un complesso abitativo. Molti degli oggetti ritrovati si sono presentati, non solo in ottimo stato di conservazione, ma in quello stato di situazione pietrificata da un istante all’altro, proprio di un sito abbandonato all’improvviso per un’emergenza. In questo, oltre che nella tipologia degli ambienti rinvenuti, sta la similitudine con la città devastata dall’eruzione vesuviana. Tra le strutture sopravvissute, un’imponente casa con pavimentazione a mosaico e un grande edificio pubblico con una fontana monumentale, una struttura atipica per i tempi, molto probabilmente la Schola di retorica e/o di filosofia che gli studiosi sanno venisse ospitata a Vienne.