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Modena dedica due giornate a Fernando Malavolti, grande archeologo e speleologo modenese: sabato, presentazione del volume con i “Diari”; domenica escursione nella Val Secchia

La locandina della due giorni dedicata all’archeologo e speleologo modenese Fernando Malavolti

Due giornate – sabato 20 e domenica 21 ottobre 2018 – dedicate alla figura di Fernando Malavolti, il grande archeologo e speleologo modenese (1913 – 1954) cui si devono tante scoperte nei territori di Modena e Reggio Emilia. A promuoverle i musei civici di Modena, in collaborazione con soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Poliedrica figura di archeologo, geologo e speleologo, Fernando Malavolti (Modena, 1913–1954) condusse a partire dagli anni Trenta del secolo scorso un’instancabile attività di ricerca, con indagini sistematiche nel territorio modenese, bolognese e reggiano, che hanno fornito un fondamentale contributo allo studio della preistoria e in particolare del Neolitico dell’Italia settentrionale. Leggendarie rimangono le spedizioni organizzate nel 1938 e nel 1945 per studiare gli aspetti geologici, idrologici, botanici, faunistici, meteorologici, paletnologici e toponomastici dell’area carsica dei Gessi Triassici della Val Secchia (Reggio Emilia).

Il gruppo degli esploratori dei Gessi Triassici dell’alta val Secchia in posa di fronte alla risorgente del Cunicolo del Fontanino presso Pradale (Villa Minozzo), 12/8/1945. In alto da sinistra: Rodolfo de Salis, Fernando Malavolti, Mario Bertolani. Gli altri componenti del gruppo sono Celso Guareschi, Carlo Moscardini, Mario Levrini e Enrico Bombardi

Gita del Centro Emiliano di Studi Preistorici alla Grotta della Spipola, 19 marzo 1949

Sabato 20 ottobre 2018, al Palazzo dei Musei di Modena, viene presentato il volume “Fernando Malavolti. I diari delle ricerche 1935-1948” (editore All’Insegna del Giglio, Firenze 2018 (30 euro edizione a stampa – 21 euro edizione digitale). Fra il 1935 e il 1948, infatti, Malavolti affida la narrazione meticolosa di 13 anni di ricerche pionieristiche a una serie di Diari, con la caratteristica copertina nera dei quaderni di una volta, che oggi il museo Archeologico, grazie alla disponibilità dei figli Marco e Mara, pubblica integralmente, arricchiti dai contributi di specialisti dei diversi campi di ricerca che Malavolti attraversò. Appuntamento, dunque, sabato 20 alle 17, in sala Crespellani dei Musei Civici di Modena, per la presentazione del volume a cura di Silvia Pellegrini e Cristiana Zanasi (All’Insegna del Giglio Editore). Intervengono: Gianpietro Cavazza, assessore alla Cultura; Francesca Piccinini, direttrice Musei Civici; Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bologna; Monica Miari, presidente Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. Saranno presenti Mara e Marco Malavolti. La presentazione è a cura di Maria Bernabò Brea (Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria) e Andrea Cardarelli (università La Sapienza di Roma). A seguire, reading dell’attore Santo Marino (Compagnia Peso Specifico Teatro) che riporterà idealmente fra il pubblico la figura dello studioso, grazie alla lettura di alcuni brani tratti dai Diari. In occasione della presentazione del volume, la Sala dell’Archeologia ospiterà una piccola esposizione di oggetti che accompagnarono Malavolti nelle sue escursioni come la bussola, il coltello usato per prelevare campioni di rocce da analizzare, la cordella, la livella e il compasso per i rilievi, gentilmente concessi dalla famiglia, oltre agli originali contenitori con cui raccoglieva e conservava i reperti. Brani dei Diari, con osservazioni, disegni e descrizioni installati sulle vetrine permetteranno ai visitatori di percorrere il Museo Archeologico seguendo il filo rosso delle ricerche dello studioso. Della sua attività di speleologo resta anche un frammento di lastra di gesso prelevato da una grotta esplorata nei gessi bolognesi (Spipola-Acquafredda) e firmata da Malavolti e dall’amico e compagno di avventure Salvatore Mascarà (esplorazione del 1932).

Sala Floriana nel sistema Spipola-Acquafredda (Foto Gsb-Usb)

I Diari sono editi in formato digitale accessibile a tutti, scaricabile e stampabile. Si tratta complessivamente di 2.647 pagine interamente trascritte e corredate da un indice dei nomi di persona e dei toponimi. I Diari sono accompagnati da un volume a stampa (acquistabile anche in formato digitale) che accoglie saggi critici sulla biografia di Malavolti (A. Saltini), sull’importanza dello studioso nel panorama della ricerca archeologica del suo tempo (M. Tarantini), sul fondamentale contributo nello studio della preistoria e del neolitico in Italia Settentrionale (A. Pessina), sulla ricerca archeologica delle terramare emiliane (A. Cardarelli, G. Pellacani) e di siti dell’età del Ferro (S. Campagnari), sul rapporto con il Museo Civico e la città, negli anni del secondo conflitto mondiale (S. Pellegrini, F. Piccinini) e sulla sua importanza come geologo, naturalista e speleologo (S. Lugli e S. Piastra).

Escursione di Unimore ai Gessi Triassici nel Reggiano

L’archeologo preistorico Andrea Cardarelli

Domenica 21 ottobre 2018, seconda giornata dedicata a Fernando Malavolti. In programma l’escursione “Itinerario sulle orme di Fernando Malavolti. La Val Secchia fra archeologia, geologia e speleologia: rupe di Pescale, Pietra di Bismantova, Fonti di Paiano, grotte nei Gessi Triassici”, promossa da Musei Civici e UNIMORE. L’iniziativa, su prenotazione, prevede un percorso lungo la Val Secchia fra archeologia, geologia e speleologia guidato e illustrato da Andrea Cardarelli, dell’università La Sapienza di Roma – Dipartimento di Scienze dell’Antichità; Stefano Lugli, università di Modena e Reggio Emilia – Dipartimento di Scienze della Terra; Marco Malavolti; il Gruppo Speleologico Emiliano e il Gruppo Speleologico e Paletnologico G. Chierici di Reggio Emilia. L’escursione è realizzata in collaborazione con Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia Romagna e Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano. Info e modalità di partecipazione: http://www.museicivici.modena.it In caso di maltempo l’escursione sarà rimandata a domenica 28 ottobre.

Al parco archeologico di Pompei nella “Notte europea dei ricercatori” gli specialisti sveleranno il loro lavoro: dall’archeobotanica allo studio dei corpi alle dinamiche dell’eruzione del 79 d.C., dalla lavorazione antica dei tessuti ai segreti delle murature

Specialista al lavoro nel laboratorio del parco archeologico di Pompei

La locandina de “La notte dei ricercatori 2018” a Pompei

Il Parco Archeologico di Pompei partecipa alla “Notte europea dei ricercatori 2018”, venerdì 28 settembre 2018 dalle 15 alle 19. Esperti di antropologia, geologia, archeobotanica – specialisti del Laboratorio di Ricerche Applicate, che affiancano quotidianamente con i loro studi gli archeologi, gli architetti e i restauratori di Pompei nell’ottica della più completa attività interdisciplinare di studio, salvaguardia e tutela del sito – saranno a disposizione del pubblico, per raccontare le attività scientifiche in corso a Pompei. Gli esperti accoglieranno i visitatori dalle 15 alle 19 in alcuni luoghi significativi dell’area archeologica, dove racconteranno curiosità scientifiche sulla storia del sito e sulle vicende legate all’eruzione, secondo il loro punto di vista specialistico. La Notte Europea dei Ricercatori 2018, rientra nella manifestazione #ERN18, BE a citizEn Scientist (BEES), coordinata dall’Associazione Frascati Scienza volta a incoraggiare la partecipazione dei cittadini nella ricerca scientifica e chiude venerdì 28 la settimana dal 22 al 29 settembre dedicata alla ricerca, con conferenze a tema, incontri con i ricercatori, presentazioni di libri, quiz, aperitivi scientifici in varie realtà italiane. Un modo per far conoscere ai cittadini, il mondo della ricerca e i ricercatori. Il progetto è promosso dalla Commissione Europea.

Il laboratorio di ricerche applicate del parco archeologico di Pompei

Il Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei, presso il quale sono attivi i vari specialisti, è la sezione operativa, una sorta di HUB, nel quale si esaminano e si utilizzano tutte le possibilità che le scienze e le tecnologie attuali ci offrono per raggiungere il fine della conservazione del patrimonio archeologico di Pompei. Gli interventi conservativi, di prevenzione e manutenzione sui manufatti e le strutture antiche, partono, imprescindibilmente, dall’analisi dello stato di conservazione dei beni e delle loro condizioni ambientali di custodia, per arrivare alla diagnosi attraverso l’anamnesi delle cause di degrado mediante indagini e prove non invasive e in situ.

L’Orto dei fuggiaschi a Pompei: nella “Notte dei ricercatori” si parlerà dei risultati di archeobotanica nell’area e degli studi sui corpi

Alla Palestra Grande l’archeobotanica Chiara Comegna, illustrerà le caratteristiche dei reperti organici rinvenuti a Pompei; presso l’ Orto dei Fuggiaschi l’antropologa Valeria Amoretti, racconterà le novità relative allo studio dei corpi delle vittime; mentre lungo il Viale delle Ginestre, il geologo Vincenzo Amato spiegherà le caratteristiche e le dinamiche dell’eruzione del 79 d.C. Inoltre, grazie alla collaborazione di Enti convenzionati, alla Fullonica di Stephanus, la dott.ssa Francesca Coletti del dipartimento di Scienze dell’antichità e del Laboratorio LTFAPA dell’Università ‘La Sapienza’, illustrerà i tre diversi momenti della catena operativa tessile secondo le procedure impiegate nel mondo antico; mentre l’ingegnere Francesca Autiero del dipartimento Dist di Ingegneria Strutturale dell’Università Federico II spiegherà la tipologia e l’utilità di indagini non distruttive di tipo sonico sulle murature antiche, presso il Foro Civile.

“Mesopotamia: in memoriam. Appunti su un patrimonio violato”: prime anticipazioni della nuova produzione cinematografica di Alberto Castellani, una miniserie televisiva in uscita nel 2019, con immagini e testimonianze dall’Iraq e dalla Siria prima e dopo l’Isis. Il regista veneziano ospite a Montereale Valcellina per la “serata Palmira”

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Il museo Archeologico di Montereale Valcellina

La Mesopotamia com’era. E com’è oggi la “culla della civiltà” dopo gli sfregi dell’Isis, e non solo. “Mesopotamia: in memoriam. Appunti su un patrimonio violato” è il nuovo film in lavorazione, o meglio la miniserie televisiva in due puntate (una sull’Iraq e l’altra sulla Siria), del regista veneziano Alberto Castellani, ideato sull’onda dell’orrore suscitato per l’eccidio del direttore del museo di Palmira, Khaled Asaad, e denunciato nel film “Khaled Asaad, quel giorno a Palmira” (2015), che si può vedere venerdì 28 settembre 2018, alle 18.30, a Montereale Valcellina (Pn), nella “serata Palmira” con l’intervento del giornalista Graziano Tavan e dello stesso regista.

Il regista veneziano Alberto Castellani durante le riprese in Vicino Oriente

Il montaggio del nuovo film di Castellani inizierà a giorni (“Devo visionare gli ultimi contributi filmici del prof. Daniele Morandi Bonacossi, direttore della missione archeologica “Terre di Ninive” nel Kurdistan iracheno, poi si comincia la nuova fatica”, annuncia Castellani). Ma archeologiavocidalpassato è in grado di dare qualche anticipazione sul progetto Mesopotamia che rappresenta il ritorno del regista veneziano nelle terre martoriate del Vicino Oriente, e affronta – ora con un respiro più ampio – in termini sociali e culturali il dramma che sta vivendo il Vicino Oriente, e in particolare l’Iraq e la Siria. “È il progetto più ambizioso che ho affrontato in tanti anni di lavoro sul campo – ammette -. Tutto nasce proprio dall’esperienza vissuta nell’incontro con Khaled Asaad. E allora mi sono chiesto: tutto qui? Così ho iniziato a cercare i segni delle ferite inferte dalla guerra e a confrontare la situazione attuale con quella giunta fino a noi, prima dell’Isis, attraverso millenni di storia. Conto di presentare l’opera in una grande rassegna cinematografica internazionale nel corso del 2019”.

Il resgita Alberto Castellani durante le riprese della collezione mesopotamica “Ugo Sissa” a Palazzo Te di Mantova (foto Graziano Tavan)

Il famoso Stendardo di Ur (2500 a.C.) conservato al British Museum di Londra

L’archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

“C’erano una volta due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, e tutt’attorno una terra fertile a forma di mezzaluna, dove nacquero civiltà antiche, a cui si fanno risalire scoperte come la scrittura o la nascita della società urbana. Ora possiamo definirla come la tomba della storia della civiltà”, esordisce Alberto Castellani nel suo studio di Venezia dove sta ultimando la sceneggiatura del programma (ben 160 pagine) e schedando il materiale già girato in musei italiani ed europei. Dietro questo progetto c’è più di un anno di ricerche, sia di materiali di archivio (Castellani ha all’attivo decine di documentari e ore di girato in Vicino Oriente, soprattutto in Siria, prima che arrivassero i miliziani dell’Isis), sia di nuove riprese delle più importanti collezioni mesopotamiche conservate in Europa, sia di contributi filmici di enti vari (dall’università di Udine alla comunità di monaci di Marango, vicino a Caorle, gemellati con una comunità vicino a Mosul, in Iraq). “Ho raccolto immagini al British di Londra, al Louvre di Parigi e al Pergamon di Berlino, dove ci sono le collezioni mesopotamiche più famose, ma anche in piccole collezioni, come quella mesopotamica messa insieme da Ugo Sissa e oggi conservata a Palazzo Te a Mantova”, spiega Castellani. “Inoltre posso contare sulla consulenza di grandi archeologi: Daniele Morandi Bonacossi, ordinario di Archeologia e storia dell’Arte del Vicino Oriente antico all’università di Udine; Paolo Matthiae, già docente di Archeologia e storia del Vicino Oriente antico all’università di Roma “La Sapienza”; Franco d’Agostino, docente di Assiriologia al Dipartimento italiano di Studi Orientali de “La Sapienza”; Massimo Maiocchi, docente di Archeologia del Vicino Oriente all’università Ca’ Foscari di Venezia; Paolo Brusasco, docente di Archeologia e storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Genova. In più posso contare sul patrocinio di Consiglio d’ Europa- Venezia/ Bruxelles, CEI – Ufficio Comunicazioni Sociali Roma, Ente dello Spettacolo – Roma”.

A colpi di martello contro un lamassu (toro alato androcefalo) da Nimrud al museo di Mosul

I miliziani dell’Isis si accaniscono contro i tesori del museo di Mosul in Iraq

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

Parlando con Castellani si percepisce tutta l’amarezza di chi ha firmato numerosi programmi di taglio archeologico ambientati nel Vicino Oriente ma che vede di giorno in giorno allontanarsi la possibilità di ripercorrere quelle terre con lo spirito di un tempo. “L’elenco di ciò che l’uomo ha perduto è oggi impossibile”, sottolinea Castellani. “Si tratta di saccheggi operati dall’Isis che non hanno alcuna giustificazione: men che meno quella della distruzione dell’ idolatria. Ma anche di razzie operate da regimi diversi e favorite da connivenze colpevoli”. Tra le testimonianze perdute ci sono sculture, tavolette cuneiformi, sigilli cilindrici. “Così risulta difficile se non impossibile per le popolazioni della Mesopotamia”, sottolinea il regista facendo proprie le parole dell’archeologo Paolo Brusasco, “conservare il legame con la propria terra perché sono venuti meno i riferimento storici del mondo di cui sono eredi. Rimane allora soltanto un gigantesco buco nero di smarrimento e di angoscia sociale”. Tutto finito dunque, nessuna speranza per il futuro? “Per dare un senso al domani e alle motivazioni che sottintendono il mio film, mi piace ricordare”, conclude Castellani, “quanto si è chiesto recentemente Domenico Quirico, inviato di guerra de La Stampa: … perché il bassorilievo di un toro antropomorfo del primo millennio assiro fa paura al califfato? – scrive Quirico -. Perché le statue di Mosul spaventano lo stato islamico tanto che i suoi sgherri le fanno a pezzi, si accaniscono su di esse, le gettano al suolo sbriciolate come se fossero nemici armati o ribelli? Perché …le pietre, le statue, i templi parlano. Parlano più dei sermoni e dei discorsi e tutti li possono leggere. Allora bisogna ucciderle, quelle pietre, polverizzarle per affermare che la Storia è stata scritta di nuovo e definitivamente. Altrimenti l’impalcatura della finzione cade, l’avvento islamista diventa arbitrario, incerto, una parentesi che prima o poi finirà”.

XXIX rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto: 35 film che spaziano dalla preistoria all’Egitto, dalla Grecia a Roma al Medioevo, dalle civiltà africane all’Isola di Pasqua. Conversazioni con protagonisti dell’archeologia che poi incontrano il pubblico anche in aperitivi informali. La rassegna in città: incontri con gli autori nelle librerie. Percorsi e degustazioni guidati

Il manifesto della 29.ma edizione della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto 2018

Il film “L’Ile de Paques, l’heure des verites” di Thibaud Marchand

“Sono tantissimi gli argomenti toccati dai 35 film in concorso nella XXIX Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto”, sintetizza Barbara Maurina, conservatrice per l’Archeologia, supervisore scientifico della rassegna. “Alto l’interesse per le origini dell’uomo e la preistoria, per l’Egitto e i suoi grandi monumenti, per le civiltà fiorite nel Mediterraneo, per Grecia, Roma, per il Medioevo e i suoi castelli, per le civiltà africane, per i Rapa Nui e l’Isola di Pasqua, oltre a produzioni curiose sulle origini della musica e della stampa, su personaggi storici particolari e interessanti come Matilde di Canossa, l’archeologo Winckelmann o Pia Laviosa Zambotti. Ma la Rassegna – continua – sarà molto più dei film. Gli incontri con i protagonisti di quest’anno propongono argomenti che vanno dalle origini dell’uomo, all’utilizzo delle nuove tecnologie in ambito archeologico per effettuare nuove scoperte perfino nelle straordinarie tombe dei Faraoni egizi, al mercato nero di reperti che ha superato il traffico d’armi per volume d’affari. Non mancherà un incontro in memoria del grande documentarista italiano Folco Quilici, che verrà ricordato grazie all’intervento del figlio Brando. Gli incontri saranno moderati da giornalisti, archeologi, blogger, e – grande novità – alla fine delle conversazioni con #dachepulpito “aperitivo informale con i protagonisti” le domande il pubblico le potrà fare a tu per tu, incontrando gli ospiti nella sala bar del teatro, dove sarà possibile sciogliere qualche curiosità sugli argomenti proposti in un ambiente informale e amichevole”.

Il film “Mysterious Discoveries in the Great Pyramid / Misteriose scoperte nella Grande Piramide” di Florence Tran

Il prof. Francesco Porcelli

Focus sull’Egitto. Martedì 2 ottobre 2018, nel pomeriggio, il film “Mysterious Discoveries in the Great Pyramid / Misteriose scoperte nella Grande Piramide” di Florence Tran (Francia, 2017, 85′). La grande Piramide di Giza è l’unica delle sette meraviglie oggi sopravvissute. Alla fine del 2017, un team multidisciplinare di scienziati autorizzato dal governo egiziano per la prima volta dopo 30 anni, mette in campo le più moderne tecnologie e scopre misteriose cavità nella Grande Piramide. “Non poteva mancare la terra dei faraoni con un film sulle più recenti tecnologie applicate all’archeologia”, spiega Maurina, “cui seguirà, alle 17.45, la conversazione con Francesco Porcelli, professore al DISAT Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino al quale è stato affidato l’incarico da parte del ministero delle Antichità egiziano di verificare la presenza di un corridoio che dalla tomba di Tutankhamon avrebbe dovuto portare alla tomba di Nefertiti. Il professore parlerà di “Archeo-fisica nel terzo millennio. Il progetto Luxor-Valle dei re” insieme a Marco Cattaneo, direttore di National Geographic e Mattia Mancini, archeologo e blogger.

“La passeggiata del cavallo i Troia” affrescata da Giandomenico Tiepolo nella seconda metà del XVIII secolo nella villa di famiglia a Zianigo nella terraferma veneziana

L’archeologo navale Francesco Tiboni

Focus sulla Grecia. Mercoledì 3 ottobre 2018, il film “Crète, le mythe du labyrinthe / Creta, il mito del labirinto” di Agnès Molia (Francia, 2017, 26′). L’archeologo Peter Eeckhout, nella fortunata serie francese «Inchieste archeologiche», accompagna gli spettatori al centro del Mediterraneo, a Creta, che fu la culla, tra il 3000 e il 1400 a.C., della prima grande civiltà del mondo greco, particolarmente avanzata: la civiltà Minoica. “Il film rientra in una produzione più ampia che presenta inchieste di archeologia alla ricerca di nuovi siti e di recenti scoperte archeologiche. E di una “scoperta” tratta la conversazione alle 17.45 con Francesco Tiboni, archeologo terrestre, subacqueo e navale, docteur de l’Université Aix-Marseille I e presidente di ATENA CuMaNa dell’università di Genova, che metterà in discussione la veridicità dello stratagemma del cavallo per la risoluzione della guerra di Troia nell’incontro “La presa di Troia. Un inganno venuto dal mare. Perché Omero non parlò mai di un cavallo” insieme a Graziano Tavan, giornalista e curatore dell’archeoblog archeologiavocidalpassato.

Il film “Le fils de Neanderthal. Il figlio dei Neanderthal” di Jacques Mitsch

Il paleoantropologo Giorgio Manzi

Focus dell’Uomo di Neanderthal. Mercoledì 3 ottobre 2018, alla sera, il film “Le fils de Neandertal / Il figlio dei Neandertal” di Jacques Mitsch (Francia, 2017, 52′). L’Homo sapiens ha veramente soppiantato i Neandertal? È quello che si credeva fino alla scoperta di una strana sepoltura. Per mesi paletnologi, paleoantropologi e genetisti hanno lavorato per scoprirne i segreti in un grande viaggio immaginario sulle tracce del più incredibile dei nostri antenati. E giovedì 4 ottobre 2018, alla sera, il film “Qui a tué Neandertal? / Chi ha ucciso i Neandertal?” di Thomas Cirotteau (Francia, 2017, 90′). 350.000 anni fa, i Neandertal dominavano il mondo e gli animali, adattandosi all’ambiente difficile, e sviluppando abilità ed elementi culturali propri. La loro scomparsa 30.000 anni fa rimane un mistero. Tra le ipotesi: genocidio, epidemie, cambiamenti climatici, diluizione genetica. Il docudrama cerca di risolvere l’enigma. “Sul tema si inserisce la conversazione di giovedì 4 ottobre 2018, alle 17.45, con Giorgio Manzi, paleoantropologo e divulgatore, professore al dipartimento di Biologia ambientale dell’università La Sapienza di Roma”. Si parlerà di “Qualcosa di molto speciale: come e quando siamo diventati umani” insieme a Marco Perinelli, archeologo e giornalista, e Antonia Falcone, archeologa e blogger.

Folco Quilici, grande documentarista, divulgatore scientifico, scrittore e ambientalista

Il cinema di Folco Quilici. Venerdì 5 ottobre 2018, alle 17.45, “Brando Quilici, regista e documentarista, insieme ad Andrea M. Steiner, direttore della rivista Archeo, consegneranno al pubblico il ricordo del grande Folco Quilici, ospite di numerose edizioni del nostro festival”. Durante l’incontro sarà proiettato il film “Hierapolis” di Folco Quilici (Italia, 2008, 28’). Pamukkale, ovvero “Castello di cotone”, è un sito nella valle del Meandro dove l’acqua forma straordinarie formazioni di calcare, bianche come il frutto del cotone. Su questo scenario grandioso, tornano alla luce i resti dell’antica Hierapolis, città greca, romana e cristiana.

La giornalista della Rai Valeria Ferrante affronta il tema del mercato nero di reperti archeologici

La grande razzia. Per finire, sabato 6 ottobre 2018, alle 17.30, con Valeria Ferrante, giornalista e reporter, si affronterà il tema scottante della “Grande razzia” ovvero il furto e il mercato nero di reperti archeologici in Italia, insieme a Rocco Cerone, giornalista e segretario Assostampa del Trentino-Alto Adige. Valeria Ferrante collabora con inchieste e video-reportage a diversi programmi TV, e con Repubblica. Nel 2017 ha vinto il premio giornalistico Giustolisi “Giustizia e verità”. La sua è una testimonianza sul furto e il traffico illecito di beni culturali e opere d’arte, il cui volume d’affari criminali ha superato quello del traffico d’armi.

 

Il libro “Ötzi The Iceman. Der Mann aus dem Eis” di Armin Barducci e Eleonora Suri Bovo

Il libro “Iron Towns” di Anthony Cartwright

La Rassegna va in città. Ma la novità forse più grande è quella di voler far vivere il festival non solo a teatro e nella sala cinematografica, ma anche in città. Oltre alla nuova formula degli aperitivi coi protagonisti al termine delle conversazioni, con vino offerto da Cantine Vivallis, la Rassegna si sposta infatti al di fuori del cinema con “Rassegnaincittà” e offre eventi organizzati in collaborazione con diversi partner: ci saranno presentazioni di libri a cura delle librerie Arcadia (sabato 6 ottobre 2018, alle 19, presentazione del libro di Anthony Cartwright “Iron towns. Città di ferro” con la presenza dell’autore) e Piccoloblu (mercoledì 3 ottobre 2018, alle 17.30, incontro per bambini e ragazzi dagli 8 ai 12 anni con Armin Barducci e Eleonora Suri Bovo, autori e fumettisti del libro “Ötzi The Iceman. Der Mann aus dem Eis. / L’uomo venuto dal ghiaccio”; venerdì 5 ottobre 2018, “L’archeologia animata”, proiezioni di cartoni animati a tema per bambini dai 4 ai 7 anni alle 17, e per ragazzi dagli 8 ai 12 anni alle 18); un percorso guidato con degustazione al Museo del Caffé Bontadi (mercoledì 3 ottobre 2018, “L’arte del caffè”, alle 14); un percorso con degustazione “Sulle rotte del cioccolato” all’eno-cioccoteca Exquisita (venerdì 5 ottobre 2018, alle 14, lezione con degustazione guidato). Nella mattinata finale del festival, sabato 6 ottobre 2018, alle 11.15, sarà anche presentata, questa volta nella sala bar del teatro, una pralina appositamente creata da Exquisita in esclusiva per la Rassegna, che ne descriverà l’essenza attraverso il cioccolato e che si potrà degustare in anteprima.

Musicarivafestival porta lo spettacolo “Sinfonia della storia. Musica e immagini archeologiche”

Serata finale con premiazioni. Tra le novità anche lo spettacolo della serata finale (6 ottobre, alle 21): quest’anno c’è la collaborazione con il MusicaRivaFestival, grazie al sostegno della Fondazione Caritro, per uno spettacolo che unisce l’archeologia e la musica: “La sinfonia della storia”, musica e immagini archeologiche. Il concerto del Milano Saxophone Quartet, quartetto composto da quattro giovani musicisti che ha già suonato in tutto il mondo, sarà infatti accompagnato da immagini tratte dai film dell’archivio della Rassegna. Quindi si chiude con la cerimonia di premiazione. Gli spettatori avranno la possibilità di attribuire, con votazioni giornaliere, il premio Città di Rovereto al film più gradito dal pubblico. Verranno poi attribuite la menzione speciale CinemAMoRe, insieme a Trento Film Festival di Trento e Religion Today Filmfestival, e la menzione speciale Archeoblogger, attribuita da una giuria formata da alcuni dei più seguiti blogger di archeologia italiani.

(2 – fine; il precedente post è stato pubblicato il 10 settembre 2018)

Ginnasio ellenistico (Al Fayoum, Egitto), piccola Pompei (Vienne, Francia), il più antico porto di una città sumerica (Abu Tbeirah, Iraq), Domus del Centurione (Roma, Italia), città romana sommersa (Hammamet, Tunisia): sono le cinque scoperte archeologiche candidate alla vittoria della 4ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. Aperto il voto popolare. La premiazione alla XXI Bmta

Alla Bmta di Paestum l’international archaeological discovery Award intitolato a Khaled al-Asaad

Il ginnasio ellenistico rinvenuto ad Al Fayoum (Egitto), la piccola Pompei di Vienne (Francia), il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah (Iraq), la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma (Italia), e la città romana sommersa nel golfo di Hammamet (Tunisia), sono le cinque scoperte archeologiche candidate alla vittoria della 4ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo, che sarà consegnato a Paestum il 16 novembre in occasione della XXI BMTA, dal 15 al 18 novembre 2018, alla presenza di Fayrouz, figlia di Khaled al-Asaad. Lo hanno annunciato i promotori, Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo, che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla quarta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale. Il Premio sarà assegnato alla prima scoperta archeologica classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata, che indicherà cinque scoperte in ordine di preferenza, tutte avvenute nell’anno precedente. La somma delle indicazioni di ogni testata determinerà l’assegnazione del riconoscimento. Sarà attribuito, inoltre, uno “Special Award” alla scoperta archeologica che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico) nel periodo 18 luglio – 18 ottobre. E allora cerchiamo di conoscere meglio queste scoperte archeologiche.

Il ginnasio ellenistico scoperto nei pressi dell’oasi di al-Fayyum in Egitto

Egitto: il ginnasio ellenistico rinvenuto ad Al Fayoum. Presso Al Fayoum, l’oasi più grande dell’Egitto, nota come “il giardino dell’Egitto”, a 130 km a sud-ovest del Cairo, nell’antico villaggio di Philoteris, l’odierna oasi di Madinat Watfa vicino al Qarun Lake, archeologi tedesco-egiziani del Fayum Survey Project hanno rinvenuto il primo ginnasio ellenistico conosciuto in Egitto. La presenza di gymnasia in Egitto era già attestata da fonti scritte, soprattutto nei papiri tolemaici, ma non se n’era mai trovata traccia. Gli scavi hanno portato in luce elementi architettonici riconducibili a una pista da corsa, una palestra, ma anche giardini e altri luoghi di ritrovo. “Il ginnasio”, spiega Aymen Ashmawi, capo del dipartimento delle Antichità dell’Antico Egitto al ministero delle Antichità, “comprendeva una grande sala riunioni, allora con tante statue, una sala da pranzo e un cortile. La pista da corsa era quasi di 200 mt, per le tipiche gare di 180 metri negli stadi. Intorno all’edificio sontuosi giardini”. E Cornelia Römer, responsabile degli scavi per conto dell’Istituto Archeologico Germanico (DAI) aggiunge: “Questi ginnasi erano finanziati privatamente da persone ricche, desiderosi che i loro villaggi diventassero ancora più greci. In questi luoghi i giovani greci dell’alta società si allenavano negli sport, imparavano a leggere e scrivere, e godevano di discussioni filosofiche”. Questa sensazionale scoperta, prima nel suo genere, mostra chiaramente l’impatto che la vita greca ebbe in Egitto; Alessandro Magno fu il primo a introdurla in Egitto e in seguito migliaia di coloni greci vi giunsero attratti dal nuovo regno tolemaico, che prometteva pace e prosperità.

A Vienne, in Francia, è stata scoperta una città romana del I sec. d.C. distrutta da incendi come Pompei

Francia: una piccola Pompei a Vienne. Il ritrovamento di una città romana, di circa 7mila mq abitata dal I sec. d.C., con ville di lusso arredate con mosaici e statue monumentali e uffici pubblici, frequentata per tre secoli e distrutta da una serie di incendi improvvisi, è avvenuto nelle vicinanze di Vienne, sulle sponde del Rodano, a circa 30 km a sud di Lione, capitale dei Galli. Per Benjamin Clement, l’archeologo ricercatore associato al Laboratorio ArAr, Archéologie et Archéométrie, che guida i lavori, “è senza dubbio lo scavo di un sito romano più importante degli ultimi 40 o 50 anni”. La città di Vienne, già famosa per il suo teatro romano e per un tempio, fu un importante nodo nella strada che collegava la Gallia settentrionale con la provincia della Gallia Narbonensis, la Francia meridionale di oggi. Il sito è stato scoperto nell’aprile 2017, in seguito all’inizio di lavori di costruzione per un complesso abitativo. Molti degli oggetti si sono presentati, non solo in ottimo stato di conservazione, ma in quello stato di razionalità nel disordine, di ambiente pietrificato da un istante all’altro, proprio di un sito abbandonato all’improvviso per un’emergenza. Ecco perché, insieme alla tipologia degli ambienti ritrovati, è stata fatta la similitudine con la città devastata dall’eruzione vesuviana. Tra i ritrovamenti un’imponente casa dei Baccanali, all’interno della quale c’è una pavimentazione a mosaico che mostra una processione di menadi e satiri; e in un’altra area un bellissimo mosaico dipinge Talia, musa protettrice della commedia, rapita dal dio-satiro Pan; c’è poi un grande edificio pubblico con una fontana monumentale, una struttura atipica per i tempi, molto probabilmente la Schola di retorica e/o di filosofia, che gli studiosi sanno venisse ospitata a Vienne.

Nel tell di Abu Tbeirah in Iraq è stato scoperto il più antico porto di una città sumerica

Iraq: il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah. La scoperta di un porto risalente al III millennio a.C. nella parte Nord-Ovest del tell di Abu Tbeirah (di 130×40 mt circa, vicino all’antica linea di costa del golfo arabico, una posizione importante all’interno di un ambiente paludoso e a ridosso del mare) da parte della missione archeologica italo-irachena, diretta da Franco D’Agostino e Licia Romano dell’università La Sapienza di Roma, scrive un nuovo capitolo della storia della Mesopotamia, superando l’immaginario comune che identifica le antiche città attorniate da distese di campi di cereali, irrigati da canali artificiali. Le città sumeriche erano tutte organizzate attorno al polo templare/palatino e collegate tra di loro tramite canali, dotate per questo di un porto che consentisse la gestione dei contatti e dei commerci. Il porto è un bacino artificiale, una zona più depressa, circondata da un massiccio terrapieno con un nucleo di mattoni d’argilla, con due accessi che lo mettevano in comunicazione con la città e che sono chiaramente visibili anche dalle immagini satellitari di Google. Si tratta del porto più antico sinora scavato in Iraq, visto che le uniche testimonianze di strutture portuali provengono da Ur, di duemila anni più tarde. La connessione del sito con le paludi sumeriche non esclude che il porto non fosse deputato esclusivamente alla funzione di ormeggio delle barche e di gestione dei commerci con le altre città, ma anche riserva d’acqua e immensa vasca di compensazione delle piene del fiume, nonché fulcro di varie attività dell’insediamento connesse all’utilizzo della risorsa idrica. La scoperta apre nuovi scenari di ricerca sulla vita delle città del sud della Mesopotamia, ma anche sulle ragioni del loro abbandono. La forte connessione con le paludi del delta, quindi con un ambiente estremamente sensibile ai cambiamenti climatici e al regime delle precipitazioni, potrebbe chiarire i motivi della riduzione e poi scomparsa dell’insediamento di Abu Tbeirah alla fine del III millennio a.C., un momento in cui in diverse parti del mondo si registra un cambiamento climatico importante, il cosiddetto 4.2 ka BP event, cioè un evento di 4200 anni fa.

I lavori per la Metro C a Roma hanno portato alla luce la Domus del Centurione

Italia: la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma. Mosaici in bianco e nero suggestivi, pavimenti di ardesia e marmo bianco, pitture sulle pareti, i resti di una fontana. Tutto questo è stato rinvenuto a dodici metri di profondità, nel corso degli scavi del cantiere della Metro C. Si tratta di una scoperta straordinaria in un’area, nei pressi della stazione della metropolitana di Amba Aradam, che dalla primavera del 2016 restituisce strutture legate al mondo militare. Il rinvenimento più recente, è stato definito la Casa del Comandante. Dagli scavi sono riemersi mosaici bianchi e a figure nere, geometrie, alberi, un satiro e un amorino, che lottano o danzano sotto un tralcio d’uva, un uccello su un ramo e perfino un’antica fontana, e due edifici della caserma con i dormitori dei soldati imperiali. La struttura potrebbe aver ospitato le milizie speciali, ovvero, i servizi segreti dell’imperatore. Per gli archeologi, Simona Morretta e Rossella Rea, della soprintendenza speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, guidata da Francesco Prosperetti, il rinvenimento sarebbe parte integrante del complesso militare, risalente agli inizi del II secolo d.C., nel pieno dell’età adrianea. Protagonista della scoperta è la Domus del Comandante della caserma, un edificio rettangolare di circa 300 mq, in cui sono riconoscibili i gradini di accesso al corridoio, il pavimento di opus spicatum (i mattoncini a spina di pesce tipici dell’epoca), le 14 stanze intorno a una sorta di cortile centrale, i resti di una fontana con vasche, arricchita, probabilmente, da sculture decorative. Incredibili i pavimenti a quadrati di marmo bianco e ardesia, in opus sectile, e intorno le pareti decorate con intonaci colorati o bianchi. Una delle stanze doveva essere riscaldata alla luce del rinvenimento delle suspensurae, pile di mattoni che formavano un’intercapedine per il passaggio dell’aria calda. Lo scavo ha riportato alla luce anche i resti di una scala realizzata successivamente per salire al piano superiore che ospitava, probabilmente, uffici o altri dormitori di soldati. Inoltre, è stata individuata un’area di servizio con pavimenti in mattoncini, vasche, canalizzazioni dell’acqua e una soglia in travertino, destinata ad accogliere le merci da conservare, e ancora, oggetti di uso comune come anelli d’oro, un manico d’avorio intarsiato di un pugnale, amuleti e i bolli laterizi che hanno consentito di datare i resti. I due nuovi edifici, come il dormitorio dei soldati, furono abbandonati e poi rasati a un metro e mezzo di altezza dopo la metà del III secolo, quando nel 271 si cominciarono a costruire le fortificazioni delle Mura Aureliane. L’importanza della scoperta si deve alla complessità e allo stato di conservazione dei CASTRA, nonché alla loro posizione, che integra tutta la cintura di edifici militari rinvenuta tra il Laterano e il Celio, un vero e proprio quartiere militare. I resti sono stati smontati e saranno rimontati all’interno della stazione museo, definita “la stazione archeologica della metropolitana più bella del mondo”.

Nel golfo di Hammamet in Tunisia sotto il mare è stata scoperta una città romana

Tunisia: una città romana sommersa nel golfo di Hammamet. Una città romana sommersa, Neapolis, con il suo reticolo di cardi e decumani che si estende per circa 20 ettari sotto il mare del Golfo di Hammamet in Tunisia è stata scoperta da archeologi sardi, tunisini e algerini, nell’ambito della nona di una serie di missioni archeologiche iniziate nel 2010 da parte del Consorzio Uno per gli studi universitari di Oristano, gli archeologi Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu del dipartimento di Storia, Scienze dell’uomo e della Formazione dell’università di Sassari e il professor Mounir Fantar dell’INP Institut National du Patrimoine di Tunisi. L’area è una sorta di zona industriale della già ben nota Colonia Iulia Neapolis ed è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di vasche, dove si procedeva alla salagione di grandi quantità di pesce (in particolare sardine ma anche piccoli tonni), che venivano sistemate all’interno di anfore di terracotta, caricate sulle navi per vari paesi del Mediterraneo. L’avventura era cominciata nel 2009 sulla base di una proposta del professor Zucca, che dopo aver studiato la Neapolis sarda, di fronte al Golfo di Oristano, mirava a studiare anche la gemella e omonima città africana. I rilievi anche subacquei e aerei eseguiti nel corso della missione appena conclusa hanno permesso di completare la planimetria della città sommersa, che rappresenta circa un terzo dell’intera Colonia Iulia Neapolis. Grazie alla scoperta di un grosso frammento di lastra calcarea utilizzata per una iscrizione plateale, la missione ha anche permesso di individuare, tra le rovine della città di terraferma, quella che potrebbe essere la 27a piazza forense romana (la 4a in territorio africano) con il suo tempio dedicato a Giove Capitolino, la sua Curia e la sua Basilica giudiziaria. Un rovinoso terremoto avvenuto più o meno a metà del IV secolo d.C. avrebbe sommerso proprio quella parte della città, aspetti attualmente da svelare anche con la partecipazione di archeosismologi e geomorfologi subacquei.

“La sirena: soltanto un mito? Nuovi spunti per una storia della medicina fra mito, religione e scienza”: una singolare mostra al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma affronta il tema delle creature fantastiche rappresentazione di rare patologie, come la sirenomelia

Il famoso episodio dall’Odissea con Ulisse che resiste alle sirene (donne-uccello) rappresentato su uno stamnos da Vulci oggi al British Museum

La sirena (donna-pesce) in una miniatura medievale

Il loro canto ammaliava i marinai che rischiavano di morire se si avvicinavano loro incautamente. Sono le sirene, con l’aspetto di donna nella parte superiore del corpo e di uccello in quella inferiore, che gli antichi ritenevano abitassero un’isola tra Scilla e Cariddi, un’isola mortifera disseminata di cadaveri in putrefazione. Lo sapeva bene Ulisse, come ci racconta Omero nell’Odissea, che – su consiglio della maga Circe – riuscì a superare indenne il canto delle sirene, intonato per causare la morte sua e del suo equipaggio: “Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei,/ e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce./ Nessuno è mai passato di qui con la nera nave/ senza ascoltare con la nostra bocca il suono di miele,/ ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose” (Odissea XII, 184-8: traduzione di Giuseppe Aurelio Privitera, Milano 2007). Ma l’immagine della sirena che noi oggi abbiamo è ben diversa: sono creature fantastiche che popolavano il mare, con il busto umano e con la coda di pesce, un’immagine che prende forma solo dall’VIII-IX secolo d.C. con il Liber Monstrorum, un bestiario e trattato di mirabilia, che parla chiaramente della figura della sirena come oggi noi la intendiamo, codificata e resa immortale dal 1913 con la realizzazione della statua della Sirenetta che attende malinconica il suo principe, monumento simbolo di Copenaghen. In realtà queste creature acquatiche erano note anche nell’antichità, ma i greci non le chiamavano sirene. Per loro erano nereidi e tritoni. Il tema affascinante delle sirene è affrontato in una singolare mostra “La sirena: soltanto un mito? Nuovi spunti per una storia della medicina fra mito, religione e scienza” aperta fino al 30 settembre 2018 nella sala Venere del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

La mostra “La sirena: soltanto un mito?” allestita nella sala Venere del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

Come si intuisce già dal titolo, l’approccio alla mostra è più scientifico che letterario. Non è un caso infatti che la ricerca che ha portato alla mostra sia stata curata dal museo di Villa Giulia e dalla Fondazione San Camillo Forlanini, con il coinvolgimento del museo di Storia della Medicina del Dipartimento di Medicina Molecolare e del Polo museale dell’Università “Sapienza” di Roma, e promossa in occasione del decennale della Fondazione San Camillo Forlanini di Roma e dell’evento “Premio 2018 – Eccellenze in Sanità”, attribuito il 13 giugno 2018 nel prestigioso contesto del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, contestualmente all’inaugurazione della mostra “La sirena: soltanto un mito? Nuovi spunti per una storia della medicina fra mito, religione e scienza”.

Il singolare ex-voto proveniente da scavi ottocenteschi a Veio sembra evocare un corpo affetto da una rarissima malformazione congenita, la sirenomelia

Ex voto anatomici in mostra al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

Focus della mostra è un raro e singolare tipo di ex-voto, frutto di scavi ottocenteschi condotti a Veio ed esposto dal 2012 nella sala 39 del museo di Villa Giulia. Generalmente interpretato come una rappresentazione schematica della parte inferiore del corpo umano, in coerenza con quella semplificazione dei processi produttivi a cui si assiste nel corso dei secoli III-II a.C., questo particolarissimo votivo anatomico sembra invece evocare suggestivamente un corpo affetto da una rarissima malformazione congenita, la sirenomelia. Questa gravissima patologia determina lo sviluppo di un singolo arto, simile a una coda di pesce, mentre il feto è nel grembo della madre e dunque è immediatamente evidente alla nascita. Intorno a questa singolare storia di religione e di scienza ruotano racconti e immagini che fanno comprendere come nel mondo antico fossero ritenute “straordinarie” patologie rare, quali il nanismo e l’epilessia, solo per citarne alcune. “Nel mondo etrusco”, spiegano gli archeologi, “si hanno varie manifestazioni del sacro collegate all’evidenza di anomalie o di comportamenti divergenti dalla norma in bambini ritenuti prodigiosi. Nella letteratura latina ricorrono frequentemente termini quali monstrum, prodigium, confrontabili con il greco teras, che esprimono concetti legati a eventi “soprannaturali”, considerati come segni divini e a volte presagi funesti”.

Tavola anatomica del 1829 sulla sindrome sirenomelica, eccezionale reperto del museo di Anatomia patologica dell’università La Sapienza di Roma

Accanto alle “storie” di malattie “prodigiose” che ci giungono dal mondo antico, la mostra getta uno sguardo sull’attualità e sull’evoluzione degli strumenti chirurgici. Dal museo di Anatomia patologica dell’università La Sapienza di Roma viene eccezionalmente prestato il reperto anatomico di una neonata affetta da sirenomelia, patologia di cui la Fondazione San Camillo Forlanini ha delineato le problematiche cliniche e gli strumenti diagnostici. Dal museo di Storia della Medicina dell’università La Sapienza di Roma giungono in mostra interessanti manufatti che illustrano l’evoluzione dello strumentario chirurgico fin dall’età romana, chiaramente connessa con il progredire delle teorie e delle conoscenze anatomiche e mediche. Infine tre video dell’archivio storico video “Adalberto Pazzini” del medesimo museo, installati nella saletta adiacente alla Sala Venere che ospita la mostra, consentono al visitatore di approfondire aspetti della ritualità e delle pratiche magiche popolari (Magia dell’assurdo), di conoscere i dettami della Scuola Medica Salernitana (Chirurgia medievale) e di ripercorrere le raffigurazioni artistiche di patologie e interventi terapeutici (Arte e medicina).

“Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”: otto conferenze per conoscere meglio il popolamento dell’area padana da parte degli Etruschi dalla prima età del Ferro fino all’invasione storica dei Celti. Il ciclo è preparatorio all’apertura il 14 giugno degli scavi nell’area archeologica di Kainua

Il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” e l’area archeologica di Marzabotto ospita parte del ciclo di incontri su Kainua

Otto incontri per conoscere meglio Kainua, l’odierna Marzabotto (Bo), una delle città-stato più importanti dell’Etruria padana, e importante snodo commerciale tra l’Etruria tirrenica e la Pianura Padana, fino ad oltralpe. Così da essere preparati alla vigilia dell’apertura dello scavo nell’area archeologica di Kainua, prevista per giovedì 14 giugno 2018. Il ciclo di conferenze “Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”, è promosso da Elisabetta Govi del dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, in collaborazione con il Polo Museale dell’Emilia-Romagna e la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e con il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Marzabotto. Gli incontri affronteranno il tema del popolamento dell’area padana da parte degli Etruschi dalla prima età del Ferro fino all’invasione storica dei Celti. Oltre ad approfondimenti sui porti costieri con particolare riguardo a Spina, e sui culti di questo ambito territoriale, ampio spazio verrà dato alla città Kainua-Marzabotto, della quale si esporranno gli aspetti della vita quotidiana, le più recenti scoperte e il rapporto con il mondo greco. Le conferenze si terranno alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto e al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Il ciclo – come detto – si concluderà il 14 giugno con un evento legato allo scavo archeologico dell’università di Bologna nell’area sacra del tempio tuscanico dedicato alla dea Uni (romana Giunone), eccezionale scoperta avvenuta negli scorsi anni.

“Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”: ciclo di conferenze a Marzabotto

Gli incontri iniziano sabato 7 aprile 2018, alle 16, alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto; Elisabetta Govi, professore di Etruscologia e Antichità italiche dell’università di Bologna, parla di “Kainua. La nuova città. Le ultime scoperte e la ricostruzione virtuale”. Il sabato successivo, 14 aprile 2018, ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Alle 15.30, Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, responsabile dell’area archeologica di Marzabotto, interviene su “I precedenti della prima Età del ferro tra Bologna e la Valle del Reno”. Sabato 21 aprile 2018, alle 16.30, si torna alla Casa della Cultura, con Giuseppe Sassatelli, presidente dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, che offrirà un quadro articolato del sistema urbano sviluppato dagli Etruschi in questo settore strategico dell’Italia: “Le città etrusche dell’Etruria padana: storia, economia, società”. Quarto incontro, sabato 28 aprile 2018, alle 16.30, ancora alla Casa della Cultura, su “L’urbanistica di Marzabotto sullo sfondo delle esperienze greco-coloniali di Italia Meridionale e Sicilia” con Rosario Maria Anzalone,
archeologo del Polo Museale dell’Emilia-Romagna, direttore del museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto.

Ricostruzione del tempio tuscanico dedicato alla dea Uni a Marzabotto

Sabato 5 maggio 2018, alle 15.30, ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, con Bojana Gruška, dottoranda dell’università di San Marino, su “La vita quotidiana degli Etruschi di Kainua”. Sabato 12 maggio 2018, alle 16.30, alla Casa della Cultura, è la volta di Federica Timossi, dottoranda dell’università di Ferrara, su “La città etrusca di Spina e l’Adriatico”. Per il settimo incontro, sabato 19 maggio 2018, alle 16.30, di nuovo al museo di Marzabotto, con Riccardo Vanzini, dottorando dell’università di Bologna, su “I Celti a Marzabotto e nei territori etruschi”. Il ciclo di conferenze chiude sabato 26 maggio 2018, alle 15.30, ancora alla Casa della Cultura, con Giacomo Mancuso, dottorando dell’università La Sapienza di Roma, su “I culti religiosi in Etruria padana”. Meno di due settimane di attesa, e finalmente giovedì 14 giugno 2018 alle 16, appuntamento al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto per “Scavo aperto: visita al museo e all’area archeologica con dimostrazione della realtà virtuale” accompagnati da Elisabetta Govi, Chiara Mattioli, Simone Garagnani e Andrea Gaucci, dell’università di Bologna.

Giochi e spettacoli nel mondo antico. A Reggio Emilia una giornata di studi internazionali sulle nuove scoperte che aprono nuovi scenari nel campo delle indagini sul divertimento nell’antichità

A Reggio Emilia la giornata di studi “Giochi e spettacoli nel mondo antico. Problematiche e nuove scoperte”

Barcellona, Volterra, Reggio Emilia. Ma anche Claterna di Ozzano dell’Emilia, Bologna e Lodi. Luoghi diversi, anche lontani tra loro. Eppure c’è qualcosa che li lega: la scoperta o la riscoperta degli anfiteatri romani  e degli apprestamenti per il divertimento dei legionari al fronte, risultati archeologici importanti che aprono nuovi scenari nel campo delle indagini sul divertimento nell’antichità. Da questa premessa muove la giornata di studio “Giochi e spettacoli nel mondo antico. Problematiche e nuove scoperte”, sabato 24 marzo 2018,  dalle 9.30 alle 18,  alla Fondazione FAR Studium Regiense, in via San Filippo a Reggio Emilia. Promosso da Famiglia Artistica Reggiana Studium Regiense, con la partecipazione di studiosi di prestigiosi atenei italiani e stranieri e di archeologi pubblici e privati (tra cui quelli delle soprintendenze Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, Mantova e Pisa) questo convegno internazionale, curato da Paolo Storchi (Sapienza Università di Roma – Scuola Archeologica Italiana ad Atene) e organizzato da P. Storchi, E. Badodi e G. Mete, intende presentare le più importanti novità sul tema degli spettacoli e dei giochi nel mondo antico. Curiosità, conferme e sorprese dal “mondo di sotto”, dai  nuovi approcci di ricerca, come la geofisica e le ricostruzioni tridimensionali, all’anfiteatro individuato “scendendo in cantina”, dai ludi gladiatori agli agoni atletici, senza dimenticare i proverbi inventati da greci e romani per parlare del “mondo dello spettacolo” e le nuove prospettive dall’America precolombiana.

I rilievi dell’anfiteatro romano di Volterra (dal sito archeomatica.it)

Ricco il programma che apre alle 9.30, con i saluti di Carlo Baldi (presidente della fondazione FAR Studium Regiense) e delle autorità. Alle 10, iniziano i lavori con la I sessione “Novità dall’Italia. Fra scavi, fonti antiche e nuove tecnologie” moderata da Roberto Macellari (università di Parma). Intervengono: 10.15:  C. Calastri (AnteQuem; Archeoimprese), “Archeologia di cantina: la scoperta dell’anfiteatro di Bologna”; 10.35: R. Curina, M. Molinari, C. Negrelli (soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Ferrara e Reggio Emilia), “Dalla fotografia aerea allo scavo archeologico: il teatro romano di Claterna”; 10.55: E. Sorge (soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Pisa e Livorno), “La scoperta dell’anfiteatro di Volterra”; 11.15: R. Tosi (università di Bologna), “I Proverbi antichi riguardo gli spettacoli ed i giochi”. Dopo il coffee break, 11.55: P. Blockley; G. Mete (Ra.Ga srl), M. Camorani (G.S.T. srl), P. Storchi (Sapienza università di Roma-Scuola Archeologica Italiana ad Atene), “Elementi di novità dal Reggiano”; 12.15: D. Dininno (università di Pisa), “Il Circo Massimo nell’ambito urbanistico della Regio XI”; 12.35: L. Marsicano, S. Onofri (Sapienza università di Roma), M. Montanari (Open History Map), “Interagire con il passato: il caso del circo di Massenzio”. Pausa pranzo.

I resti dell’arena romana di Milano

Nel pomeriggio, la II sessione “Nuove prospettive nella ricerca italiana”, moderata da Stefano Maggi (università di Pavia). Intervengono: 14.15: M. Bianchini (università della Campania L. Vanvitelli), “Il ruolo dell’opus caementicium nel processo evolutivo dell’architettura anfiteatrale”; 14.35: G. Legrottaglie (università Cattolica di Milano), “L’anfiteatro di Milano fra città e ager”; 14.55: M. Balbo (università di Torino), P. Storchi (Sapienza università di Roma-Scuola Archeologica Italiana ad Atene), “Divertirsi nelle campagne. Il curioso caso dell’Ager Saluzzensis”; 15-15: S. De Francesco, S. Jorio (soprintendenza Archeologica per le province di Lodi, Cremona e Mantova ), G. Mete (museo Archeologico di Laus Pompeia), “L’anfiteatro di Laus Pompeia, tra scavo e geofisica”; 15.35: D. Iacobone (Politecnico di Milano), “Il destino degli anfiteatri dopo l’antichità, nuovi dati”. Segue la III sessione “Principali novità dalle Province dell’Impero e fuori dal mondo romano”, moderata da Damiano Iacobone (Politecnico di Milano). Intervengono: 16.15: T. Wilmott (English Heritage), “Anfiteatri e campi militari in Britannia”; 16.35: T. Hufschmid (University of Basel), “Giochi e svago nella Svizzera romana”; 16.55: D. Bomgarder (university of Winchester), “Una rilettura del concetto di anfiteatro nel mondo romano”; 17.15: J. Sales-Carbonell (universitat de Barcelona), “Ipotesi di riconoscimento dell’anfiteatro di Barcino”; 17.35: G. Carosi (Sapienza università di Roma), “Edifici da spettacolo in area maya, un’analisi topografica”. Alle 17.55, saluti e brindisi di fine lavori.

“Syria. The making the future”: i workshop estivi di progettazione architettonica dello Iuav di Venezia dedicati alla ricostruzione della Siria. Il rettore: “Non solo temi archeologici, abitativi e architettonici, ma anche la ricostruzione di un’identità culturale forte”

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

Ricostruire la Siria. Non solo Palmira. Ecco Wave 2017 “Syria. The making the future”, workshop estivi di progettazione architettonica dell’università Iuav di Venezia, dedicata alla ricostruzione della Siria. Hanno lavorato in 1341 per tre settimane a immaginare e progettare il futuro della Siria. Sono stati guidati da 26 architetti provenienti da tutto il mondo, di generazioni e formazioni molto diverse tra loro, ognuno dei quali è stato chiamato a studiare e analizzare un’area geografica specifica del territorio siriano. Si sono confrontati con esperti nei campi della conservazione del patrimonio, dell’architettura e del progetto urbano, dell’emergenza umanitaria e della cultura mediorientale, molti dei quali provenienti dalla Siria e attivi in rinomati studi internazionali. Al termine delle tre settimane di progettazione sono stati presentati i risultati dell’intenso lavoro degli studenti Iuav e dei 150 studenti stranieri ospiti dei workshop W.A.Ve. “I temi che la Siria ci pone oggi non sono solo archeologici, abitativi, architettonici, ma riguardano la ricostruzione di un’identità culturale molto forte”, afferma Alberto Ferlenga, rettore dello Iuav. “Questa edizione di W.A.Ve. rinnova un’attitudine storica della nostra Scuola, quella del prendersi cura, ed è anche un segno di come l’architettura si stia trasformando, sviluppando una nuova e sempre più intensa attenzione ai temi del mondo. Quello di oggi non è un punto di arrivo, ma è una tappa di un percorso iniziato in Iuav due anni fa con l’Omaggio di Venezia a Palmyra ed è il preludio a un intervento operativo, di ricostruzione, che sarà possibile al termine del conflitto”. Che la ricostruzione non sia solo un tema architettonico, ma anche e soprattutto identitario e sociale è stato anche il pensiero di Emanuela Carpani, soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, che ricorda i 12 siti Unesco presenti in Siria: “La parola ricostruzione è una sconfitta per tutti. Vorremmo più coerenza tra l’outstanding value dei siti UNESCO e le loro politiche di difesa e controllo. I workshop di Iuav non offriranno una soluzione, ma un metodo e una nuova consapevolezza. Auguro che W.A.Ve., questo bellissimo acronimo, porti un’onda di creatività, di progettualità, di futuro”.

La distruzione del tempio di Baal a Palmira da parte dei miliziani dell’Isis

Il mondo della cultura italiana accende dunque un faro sulla ricostruzione in Siria. Lo Iuav di Venezia si presenta come hub di discussione e confronto, avviando, attraverso il programma estivo di architettura W.A.Ve., un processo culturale a supporto della rinascita di questo territorio, una volta terminato il conflitto. Questi sono gli obiettivi di W.A.Ve. 2017, “Syria / The making of the future”, il workshop promosso dall’ateneo veneziano in collaborazione con UN ESCWA, UNESCO e Aga Khan Award for Architecture e sponsorizzato da I-Barbon, che mira a richiamare l’attenzione del mondo globale dell’architettura su un argomento fondamentale ma ancora poco affrontato. “L’intento dell’iniziativa”, spiega Ferlenga, “è di creare un network importante di architetti, esperti locali e globali pronti ad avviare una riflessione sugli strumenti e sui metodi necessari a stabilire una pratica progettuale della ricostruzione di un luogo devastato dalla guerra. Un’opportunità – prosegue il rettore – per riaffermare l’appartenenza della Siria al patrimonio culturale dell’umanità e la responsabilità cosmopolita della sua ricostruzione”.

La presentazione dei progetti realizzati dagli studenti dello Iuav a Wave 2017 “Syria. The making the future”

Veronique Dauge, Head Culture Unit Unesco, sottolinea l’importanza delle iniziative Iuav in favore della Siria, in particolare la Carta della ricostruzione messa a punto dall’Ateneo: “La ricostruzione della Siria implica non solo un intervento nelle città, nei contesti rurali, nei siti archeologici, ma in primo luogo la trasformazione della società”. E Achille Amerio, ultimo ambasciatore italiano in Siria: “Il nostro Paese ha investito in ospedali, agricoltura, energia elettrica, cultura e missioni archeologiche con l’intenzione di creare un indotto che andasse a beneficio delle popolazioni locali. Tutti questi progetti sono stati interrotti. A questo punto bisogna pensare non solo alla ricostruzione, ma anche alla riconciliazione, alla creazione di un nuovo baricentro dell’identità nazionale”. “Pace” è stata la parola chiave dell’intervento di Benno Albrecht, responsabile scientifico del workshop: “Pace come spazio di resistenza umanistica, in cui costruire una nuova cultura architettonica. Iuav si propone come luogo di discussione e di lavoro sulle possibilità che l’architettura ha di lavorare per preservare e ricostruire la pace. Per dirla con le parole di Elio Vittorini all’indomani della seconda guerra mondiale, un luogo dove formare non una cultura che consoli dalle sofferenze, ma una cultura che protegga dalle sofferenze”.

“Omaggio di Venezia a Palmyra تدمر Canto per immagini, parole, suoni”: lo spettacolo dello Iuav

Forte della sua esperienza progettuale, lo Iuav ha messo a punto una Carta di Venezia della ricostruzione in cui sono individuate le azioni necessarie alla rinascita sostenibile dei luoghi distrutti dalla guerra. Negli ultimi anni, in particolare, lo Iuav di Venezia ha promosso numerose iniziative a favore delle città della Siria: lo spettacolo teatrale “Omaggio di Venezia a Palmyra” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/07/03/omaggio-di-venezia-a-palmira-lo-iuav-propone-un-canto-per-immagini-parole-suoni-dedicata-alla-sposa-del-deserto-violentata-dallisis-e-al-suo-custode-dir/) ha portato alla riscoperta delle radici comuni delle due realtà; le conferenze “Urbicide Syria” a Venezia e “Urbicide Iraq Palestine Syria Yemen” a Beirut, hanno coinvolto i maggiori esperti nel campo della ricostruzione; la mostra “Sketch for Syria” è nata da una call internazionale di disegni che ha collezionato più di 150 proposte di architetti da tutto il mondo sulla ricostruzione del paese. Tra le iniziative che confermano l’impegno di Iuav nella ricostruzione rientrano a pieno titolo i workshop W.A.Ve.: occasioni internazionali di confronto e progettazione per giovani studenti.

Uno scatto della mostra “Territori della ricostruzione”, a corollario di Wave 2017

Scopo finale del workshop W.A.Ve. 2017 è la costituzione del SyriaHub Iuav, un think tank che intende fornire una piattaforma apartitica, aperta e collaborativa per la ricerca, la progettazione, la condivisione delle conoscenze e lo sviluppo di capacità relative alla futura ricostruzione della Siria. Con lo Iuav di Venezia in campo anche la Bocconi di Milano (Economia), la Sapienza di Roma (Archeologia) e l’Università di Bologna (Giurisprudenza). “Attraverso lo studio multidisciplinare delle attuali condizioni del territorio siriano e lo sviluppo di soluzioni per l’architettura, l’urbanistica e la gestione dell’ambiente costruito”, conclude Ferlenga, “giovani professionisti internazionali e siriani condivideranno una strategia di restauro urbano sostenibile per la ricostruzione. Il rinnovo della tradizione italiana del restauro urbano può contribuire a preservare il patrimonio culturale e a promuovere la riconciliazione sociale futura nelle città e nei paesi devastati dalla guerra”.

Archeofest 2017: tre giorni col festival dell’archeologia sperimentale al museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” di Roma

“Archeofest”, ovvero il festival di archeologia sperimentale: giunto alla quarta edizione, l’appuntamento è al museo delle Civiltà nella sede del museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” di Roma dal 23 al 25 giugno 2017.   Tema di quest’anno: la tessitura, analizzata nei sui gesti tecnici e nel sapere delle mani e trattata da un punto di vista teorico e pratico. Sperimentare è un ottimo metodo per comprendere ed imparare. Lo studio della Preistoria e della Storia, attraverso l’Archeologia sperimentale, non si limita al racconto delle tecnologie usate nel passato, ma porta alla riscoperta del mondo naturale in cui vivevano i nostri antenati e dal quale ricavavano il necessario per il vivere quotidiano. L’Archeologia sperimentale è un importante strumento di recupero del rapporto con la natura, ma anche lo strumento didattico per comprendere una storia che da millenni accompagna il nostro cammino.  Archeofest 2017 è presentato dall’associazione culturale Paleoes – eXperimentalTech ArcheoDrome, fondatore, insieme alla CoopAcai Phoenix dell’RTI ADITUM Cultura, concessionario delle attività culturali e didattiche del Museo delle Civiltà (EUR, Roma). L’evento ideato e organizzato da Paleoes – EXTAD quest’anno è in collaborazione con il museo delle Civiltà, patrocinato dalla soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale e l’università di Roma “Sapienza”. Inoltre, essendo Paleoes – EXTAD membro di EXARC, network internazionale di archeologia sperimentale e musei all’aperto, ha il suo patrocinio e quello di ICOM (International Council of Museums). Il comitato scientifico è composto dai membri di Paleoes – EXTAD, dal Direttore e dai funzionari del museo delle Civiltà, dal soprintendente, da alcuni docenti universitari di “Sapienza” e responsabili della NY Carlsberg Glyptotek di Copenhagen.

Ecco il programma delle tre giornate del festival. Venerdì 23 giugno: aree sperimentali, alle 11, apertura al pubblico delle aree sperimentali (Tessitura, Fusione dei metalli, Tinture naturali, Produzione ceramica, Scheggiatura della pietra, Intreccio fibre vegetali, Area di simulazione di scavo archeologico); dalle 11 alle 18, atelier di sperimentazione per adulti e bambini. In sala conferenze, dalle 15 alle 18:30, tavola rotonda “Le buone pratiche nell’Archeologia sperimentale”. Sabato 24 giugno: aree sperimentali, alle 11, apertura al pubblico delle aree sperimentali; dalle 11 alle 18, atelier di sperimentazione per adulti e bambini; dalle 17 alle 18, visita alle aree sperimentali dei partecipanti alla giornata di studio. In sala conferenze, alle 9.30, registrazione; dalle 10 alle 17, giornata di studio “Attraverso le trame della storia”. Atrio Salone delle Scienze: dalle 18 alle 19, aperitivo musicale a cura di Q-Jazz STANDARDS & SWINGTIME. Inaugurazione della mostra “Bel suol d’amore – The Scattered Colonial Body”, di Leone Contini, a cura di Arnd Schneider. Domenica 25 giugno: aree sperimentali, alle 11, apertura al pubblico delle aree sperimentali; dalle 11 alle 18, atelier di sperimentazione per adulti, bambini e workshop per specialisti.