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#iorestoacasa. La nona “pillola video” proposta dalla Fondazione Aquileia ci conduce in uno dei luoghi-simbolo della Grande Guerra, “Il cimitero degli Eroi di Aquileia”, con il prof. Alberto Maria Banti

La nona “pillola video” promossa dalla Fondazione Aquileia, aderendo alla campagna del Mibact #iorestoacasa, ci conduce in uno dei luoghi-simbolo della Grande Guerra, “Il cimitero degli Eroi di Aquileia”, con il prof. Alberto Maria Banti, ordinario di Storia contemporanea all’università di Pisa. “Allo scoppio della Grande Guerra”, ricorda il prof. Banti, “Aquileia fa parte dell’impero Austro-ungarico. Quindi è coinvolta da subito nelle operazioni belliche. Alla fine sono tantissimi i soldati che sono non identificati o dispersi. Come possono padri e madri piangere i loro cari che non siano identificati? Il rituale del Milite Ignoto, che parte appunto dalla cerimonia di Aquileia, è un rituale che si basa su uno dei concetti cardine del nazional-patriottismo: concepire la comunità nazionale come una comunità sacrificale. Aquileia da questo punto di vista è un luogo simbolo”. Il Cimitero degli Eroi di Aquileia ospita più di 200 salme dei primi caduti nei combattimenti della Grande Guerra. E poi è il cimitero che ospita quelle dieci bare che non sono state scelte per essere poi trasportate a Roma ma inumate in un sarcofago, sormontato da un arco monumentale che deve ricordare appunto anche il sacrificio di questi poveri dieci soldati. “Ci sono anche due monumenti abbastanza spettacolari”, continua lo storico: “Uno, realizzato da Edmondo Furlan, la Pietà, è un Cristo sulla croce che abbassa il braccio destro e tocca dei soldati morenti quasi a dare loro conforto. L’altro, opera di Ettore Ximenes, si intitola l’Angelo della Carità: è una figura femminile angelica con le ali spiegate, potrebbe perfino essere la Vittoria che sostiene un soldato caduto che assume la posizione del Cristo in croce. Perché tutti questi riferimenti al Cristo? Perché il Cristo della passione, il Cristi sofferente è l’archetipo del sacrificio. Quindi l’idea è che i soldati che muoiono sono martiri politici ma hanno la stessa dignità dei martiri paleocristiani e trovano nella figura del Cristo della passione il loro archetipo di riferimento”.

Il profumo dei reperti racconta la storia dell’Antico Egitto. All’Egizio di Torino un’indagine mai svolta prima in un museo: si annusa il profumo dei reperti della Tomba di Kha e Merit per avere informazioni inedite. I risultati tra qualche settimana

Alcuni reperti del corredo della Tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino impacchettati e pronti per essere annusati (foto Federico Taverni / museo Egizio)

Il logo del museo Egizio di Torino

La storia dell’Antico Egitto raccontata attraverso il profumo dei reperti. È l’ultima frontiera delle tecnologie applicate all’archeologia: in questo caso è la chimica che si è messa al servizio dei beni culturali per un’indagine mai svolta in un museo: il corredo funebre della Tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino “annusati” dai ricercatori dell’università di Pisa. Quando Ernesto Schiaparelli scoprì nel 1906 la tomba di intatta di Kha e Merit, nel villaggio di Deir el-Medina, sapeva bene di aver trovato un tesoro inestimabile. A distanza di 3500 anni circa, questa tomba, che rappresenta uno dei principali tesori della collezione egittologica torinese, continua a svelare le sue meraviglie. In questi giorni, una ventina di contenitori provenienti dalla tomba sono stati protagonisti di un’indagine innovativa, mai eseguita prima d’ora in un museo: la ricerca del loro “profumo”. Nel quadro di un progetto europeo di ricerca, un team di chimici dell’università di Pisa, in collaborazione con gli archeologi e i curatori del museo Egizio, ha analizzato in modo del tutto non invasivo, senza prelevare alcun campione, il contenuto di più di venti vasi. Ad essere “annusati” grazie a questa tecnologia sono i composti volatili rilasciati nell’aria in concentrazioni estremamente basse (ultratracce) dai residui organici presenti nei contenitori al fine di identificarne la natura. L’indagine ha coinvolto il dottor Jacopo La Nasa e le professoresse Francesca Modugno, Erika Ribechini, Ilaria Degano e Maria Perla Colombini dell’università di Pisa, il dottor Andrea Carretta della SRA Instruments e Federica Facchetti, Enrico Ferraris e Valentina Turina del museo Egizio. L’iniziativa rientra nel progetto MOMUS – Spettrometria di Massa SIFT portatile e identificazione di Materiali Organici in ambiente museale, realizzato con il sostegno della Regione Toscana e di SRA Instruments, cha inoltre ha messo a disposizione lo spettrometro di massa e la sua esperienza.

Lo spettrometro di massa SIFT-MS (Selected Ion Flow Tube-Mass Spectrometry) annusa il contenuto di una ciotola del corredo della Tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto Federico Taverni / museo Egizio)

Delle provviste alimentari contenute in un piatto, per esempio, furono identificate come “verdura finemente triturata e impastata con un condimento” da Ernesto Schiaparelli, che scoprì la tomba intatta di Kha e Merit a Deir el-Medina. Ma finora nessuna analisi ha potuto confermare né smentire tale ipotesi, e una risposta potrebbe ora arrivare dalla spettrometria. L’esame è stato eseguito con uno spettrometro di massa SIFT-MS (Selected Ion Flow Tube-Mass Spectrometry) trasportabile, un macchinario che solitamente viene impiegato in ambito medico per quantificare i metaboliti del respiro e che solo recentemente ha dimostrato la sua utilità anche nel campo dei beni culturali per eseguire indagini preservando l’integrità dei reperti.

Esperti al lavoro con lo spettrometro di massa SIFT-MS (Selected Ion Flow Tube-Mass Spectrometry) al museo Egizio di Torino (foto Federico Taverni / museo Egizio)

Christian Greco, direttore dell’Egizio di Torino

“Per svolgere l’esame sono stati necessari alcuni giorni; infatti nella prima fase abbiamo chiuso ampolle, vasi e anfore in sacchetti a tenuta stagna in modo da concentrare il più possibile le molecole nell’aria”, spiega Francesca Modugno dell’università di Pisa, “i dati saranno registrati nell’arco di due giorni, ma risultati delle analisi saranno disponibili tra alcune settimane, considerata la difficoltà della loro interpretazione. Quello che ci aspettiamo di rilevare sono frazioni volatili di oli, resine o cere naturali”. E il direttore del museo Egizio, Christian Greco: “Siamo orgogliosi di collaborare con i partner di questo progetto e di sperimentare nelle nostre sale l’utilizzo di una tecnica così sofisticata. La ricerca è il cuore delle nostre attività e sentiamo fortemente il dovere di sostenerla, pur garantendo l’integrità della straordinaria collezione che abbiamo l’onore di custodire”.

Firenze. Trovata a Limite sull’Arno la villa romana dell’aristocratico Vettio Agorio Pretestato (IV sec. d.C.) paragonabile solo alle lussuose dimore di Costantinopoli, capitale dell’impero romano

Il grandioso mosaico con la caccia al cinghiale scoperto nella villa romana di Vettio Agorio Pretestato (IV sec. d.C.)

Il grandioso mosaico con la caccia al cinghiale scoperto nella villa romana di Vettio Agorio Pretestato (IV sec. d.C.)

A guardare l’articolazione della sua pianta, o la ricchezza dei pavimenti musivi, o la sontuosità del complesso del IV sec. d.C., la prima cosa che ti viene in mente è che non puoi che essere a Costantinopoli, l’allora capitale dell’impero romano d’Oriente. E invece sei a Limite sull’Arno, un puntino (non me ne vogliano i suoi abitanti) in provincia di Firenze. È qui che appunto nel IV sec. d.C. l’aristocratico romano Vettio Agorio Pretestato, governatore della Tuscia e dell’Umbria prima del 362, e prefetto dell’Urbe fino al 384, anno della sua morte, si fece costruire la sua villa, un complesso che – a detta degli archeologi che l’hanno ritrovata dopo 16 secoli – nulla aveva da invidiare ai complessi della capitale sul Bosforo.

La grande sala centrale ottagonale della villa romana scavata a Limite sull'Arno

La grande sala centrale ottagonale della villa romana scavata a Limite sull’Arno

L’occasione per parlare della villa romana di Pretestato è venuta con la presentazione dei nuovi eccezionali ritrovamenti al sito Oratorio-Le Muriccia di Limite dell’Arno (Firenze) durante l’ultima campagna di scavo diretta dal prof. Federico Cantini, docente di Archeologia medievale all’università di Pisa. La villa aveva una struttura esagonale centrale, alta 15 metri e del diametro di 30, circondata da numerose sale. Qui il padrone di casa sedeva e riceveva gli ospiti su un tavolo semicircolare rivolto verso un pavimento a mosaico, con una grande scena di caccia al cinghiale portata alla luce durante gli scavi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/10/28/toscana-nella-villa-romana-delloratorio-nel-comune-di-capraia-e-limite-scoperti-pavimenti-a-mosaico-con-caccia-al-cinghiale-figure-di-animali-e-motivi-geometrici-e-vegetali/). E nelle ultime settimane è venuta alla luce anche l’area termale della villa, con le sospensioni in mattoncini che reggevano la vasca posizionata accanto al forno che riscaldava l’ambiente.

Gli scavi diretti dal prof. Federico Cantini al sito Oratorio - Le Muriccia di Limite sull'Arno

Gli scavi diretti dal prof. Federico Cantini al sito Oratorio – Le Muriccia di Limite sull’Arno

“Possiamo senza dubbio paragonare questa villa ad altre che si trovano soltanto a Costantinopoli”, conferma Cantini, “viste anche le dimensioni eccezionali del complesso e il suo stato di conservazione”. E precisa: “Gli scavi di quest’anno stanno confermando l’ipotesi che siamo di fronte a una struttura importante sul piano internazionale, come altre presenti nelle città  capitali dell’Impero tardo-antico. D’altronde, bisogna pensare anche al prestigio del proprietario, che  volle una villa proporzionata al suo rango in cui trascorrere le  giornate nell’Otium, rimproveratogli da Simmaco in un passaggio del  suo Epistolario”. E conclude: “Ci sono buone prospettive per il sito, perché è un  unicum nel territorio ed anche a livello sovranazionale; è  fondamentale la conoscenza approfondita come prerequisito per una  futura valorizzazione”.

Antico Egitto. Il pugnale di ferro di Tutankhamon è di origine extraterrestre. Le analisi prodotte da un team italo-egiziano: il “ferro del cielo” (come ricordano i papiri) contiene nichel e cobalto in concentrazioni tipiche dei meteoriti

La famosa maschera di Tutankhamon e il pugnale in ferro trovato avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino

La famosa maschera di Tutankhamon e il pugnale in ferro trovato avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino

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Il prof. Francesco Porcelli

Il pugnale di ferro di Tutankhamon ha origini extraterrestri. A metter fine alla discussione tra gli studiosi che va avanti fin dal suo rinvenimento, avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino, nel 1925, è stata la scoperta, pubblicata dalla rivista “Meteoritics and Planetary Science”, portata a termine da un team di ricercatori internazionali – il Politecnico di Milano, l’università di Pisa, il Cnr, il Politecnico di Torino, il museo Egizio del Cairo e l’università di Fayoum, oltre che la ditta XGLab- che ha documentato l’origine meteoritica del ferro della lama del pugnale appartenuto a Tutankhamon. E pensare che la risposta ce l’avevano data proprio gli stessi antichi egizi. Su un papiro dell’antico Egitto vi era scritto che il pugnale era fatto con “ferro del cielo”. L’ipotesi ha appassionato generazioni di studiosi di storia egizia. C e n’erano alcuni che già sostenevano si trattasse di un meteorite, mentre altri pensavano fosse stato importato: in Anatolia nel XIV secolo a. C., quando visse Tutankhamon, il ferro c’era già. «Incredibilmente, però, finora nessuno aveva fatto analisi»., spiega Francesco Porcelli, professore di Fisica al Politecnico di Torino. «Gli oggetti egizi di ferro sono pochissimi, non avevano sviluppato la metallurgia del ferro e non c’erano cave. Così, era considerato più prezioso dell’oro. Per questo il ritrovamento del pugnale di ferro insieme a un altro d’oro nella mummia di Tutankhamon aprì un dibattito”. Stupiva la grande qualità della manifattura, segno della capacità nella lavorazione del ferro raggiunta già allora: il pugnale, lungo circa 15 centimetri, e un manico in oro lavorato, con incastonate piccole pietre multicolori, dai lapislazzuli alle corniole, non era per nulla arrugginito. “Dopo oltre 3mila anni”, scrive lo studioso Fabio Garuti, “nessun segno di ossidazione sul pugnale, e neppure oggi, dopo quasi 100 anni dal ritrovamento”.

Kamil crater, scoperto nel 2010 nel deserto egiziano, esito dell'impatto di un meteorite

Kamil crater, scoperto nel 2010 nel deserto egiziano, esito dell’impatto di un meteorite

La svolta avviene nel 2010 con la scoperta, annunciata dalla rivista Science, del Kamil Crater nel mezzo del deserto egiziano. Si tratta di un piccolo «cratere lunare», rarissimo sul nostro pianeta, perché di norma l’erosione cancella i segni degli impatti dei meteoriti. A quella spedizione parteciparono tra gli altri gli studiosi di Pisa e dell’osservatorio astronomico di Pino Torinese. “Quando fu scoperto il cratere”, ricorda Porcelli, “parlammo del mai risolto interrogativo sul pugnale sulla mummia di Tut, e decidemmo di fare le analisi, superando un po’ di riluttanza delle autorità egiziane, che giustamente custodiscono gelosamente i reperti”. Porcelli, per otto anni, fino al 2014, addetto scientifico all’ambasciata italiana al Cairo, mise insieme il progetto di studio, finanziato dal ministero degli esteri italiano e da quello della Ricerca scientifica egiziano, e portato avanti dagli esperti sui meteoriti dell’università di Pisa, il Politecnico di Milano e un suo spin-off, la ditta XGLab, insieme con il Politecnico di Torino, il Cnr e per parte egiziana il museo del Cairo e l’università di Fayyum.

Il pugnale di ferro di Tutankhamon con manico in oro lavorato, piccole pietre multicolori incastonate, dai lapislazzuli alle corniole

Il pugnale di ferro di Tutankhamon con manico in oro lavorato, piccole pietre multicolori incastonate, dai lapislazzuli alle corniole

I professori Massimo D'Orazio e Luigi Folco

I professori Massimo D’Orazio e Luigi Folco

Con la fluorescenza a raggi X, gli scienziati hanno tolto ogni dubbio: il ferro della lama di quel pugnale arriva dallo spazio. L’analisi chimica non invasiva ha rivelato che la lama di ferro del pugnale, esposto al Museo Egizio del Cairo, contiene nichel (10%) e cobalto (0.6%) in concentrazioni osservate tipicamente nelle meteoriti metalliche. “L’elevata qualità della manifattura della lama del pugnale, in confronto con altri semplici artefatti realizzati con ferro meteoritico, suggerisce una notevole padronanza nella lavorazione del ferro già all’ epoca di Tutankhamon”. La ricerca conferma, ancora una volta, come nell’Antico Egitto fosse largamente usato il ferro di origine meteorica usato soprattutto per la realizzazione di oggetti di particolare pregio. Alla ricerca hanno partecipato i professori Massimo D’Orazio e Luigi Folco, del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa: i due coordinano il gruppo di ricerca pisano per lo studio delle rocce extraterrestri che vengono catturate dal campo gravitazionale. Quel «ferro del cielo» può essere raccolto ancor oggi da chi abbia voglia di fare spedizioni nei deserti egiziani, dal Sinai al cosiddetto «orientale», compreso tra il corso del Nilo ed il mar Rosso, da sempre particolarmente ricco di minerali.

Toscana. Nella villa romana dell’Oratorio nel Comune di Capraia e Limite scoperti pavimenti a mosaico con caccia al cinghiale, figure di animali e motivi geometrici e vegetali

Il grande pavimento musivo con la caccia al cinghiale trovato nella villa romana dell'Oratorio

Il grande pavimento musivo con la caccia al cinghiale trovato nella villa romana dell’Oratorio in provincia di Firenze

Il progetto prevedeva il restauro e la musealizzazione del sito della villa romana dell’Oratorio, nel Comune di Capraia e Limite in provincia di Firenze, ma il risultato ha superato le aspettative dell’èquipe dell’università di Pisa, diretta dal professore Federico Cantini del dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, in collaborazione con la soprintendenza Archeologia della Toscana: scoperto un nuovo pavimento musivo caratterizzata da diversi tipi di decorazioni, tra le quali spiccano ottagoni con al centro figure animali e un busto umano, e cornici composte da motivi geometrici e vegetali.

Ottagono musivo con figure animali dalla villa romana dell'Oratorio

Ottagono musivo con figure animali dalla villa romana dell’Oratorio

“La grande villa romana dell’Oratorio è un sito di eccezionale importanza che getta nuova luce sulle residenze delle ultime aristocrazie senatorie vissute tra il IV e il V secolo”, spiega Cantini. “Il complesso ha avuto una importante fase di monumentalizzazione in età tardo antica, quando, come testimonia il frammento di un’iscrizione, doveva appartenere alla famiglia dei Vetti e probabilmente allo stesso Vettio Agorio Pretestato, che fu corrector Tusciae et Umbriae prima del 362 e praefectus urbi nel 384, anno della sua morte”. Durante le precedenti campagne di scavo condotte dal 2010 al 2014, i ricercatori avevano scoperto una grande aula absidata con pavimento musivo policromo, al centro del quale è collocato un pannello con una scena di “venatio apri”, cioè una caccia al cinghiale. Quest’ultimo ritrovamento, avvenuto a fine agosto, consente di ricostruire la pianta di una nuova parte della villa, che doveva essere costituita da una struttura esagonale con sale che si affacciavano su un ambiente centrale.

Il busto umano raffigurato all'interno di una cornice ottagona sul pavimento musivo della villa dell'Oratorio

Il busto umano raffigurato all’interno di una cornice ottagona sul pavimento musivo della villa dell’Oratorio

“Questa nuova scoperta”, sottolinea Lorella Alderighi della soprintendenza, “rafforza la valenza culturale ed economica in età romana, come già in età etrusca, di un’area considerata fino a poco tempo fa di limitata importanza per tutto il periodo imperiale, ma che, a seguito di una recente e intensa attività di ricerca sul campo e degli studi sul commercio e sui trasporti di merci e suppellettili nel medio Valdarno, sta dimostrando la propria centralità soprattutto nel periodo del tardo impero, considerato a torto un’epoca di decadenza commerciale e culturale”. “Siamo orgogliosi di queste nuove scoperte seguite alla campagna di scavi sul sito Le Muriccia di Limite sull’Arno”, conclude Alessandro Giunti sindaco del Comune Capraia e Limite. “Già il ritrovamento del mosaico policromo intatto di alcuni anni fa, ci aveva dato numerose soddisfazioni. Adesso lavoreremo nel tempo per tutelare, valorizzare e rendere fruibile alla cittadinanza il sito, che è un patrimonio storico, artistico e culturale di prim’ordine”.

Dal neolitico agli Ottomani, attraverso i Romani e i Crociati: l’università di Pisa curerà lo scavo e la valorizzazione del sito di Misis “città di eterna vita”, vicino ad Adana, nella Turchia sud-orientale

La collina di Misis, in provincia di Adana, in Turchia, dove opera la missione dell'università di Pisa

La collina di Misis, in provincia di Adana, in Turchia, dove opera la missione dell’università di Pisa

Dal neolitico ai Crociati: migliaia di anni di storia concentrati nel sito di Misis, nella provincia di Adana, nella Turchia sud-orientale, sarà al centro di una collaborazione per lo scavo archeologico del sito di Misis e, in un prossimo futuro, per lo sviluppo di programmi di ricerca e di lavoro in cui l’università di Pisa avrà un ruolo pilota. Sono questi i contenuti della cooperazione che l’ateneo pisano ha definito con la Turchia in occasione dell’incontro con le due delegazioni in visita a Pisa dal 16 al 18 dicembre, una dell’Università di Çukurova (Adana), guidata dal rettore Mustafa Kibar, e un’altra della municipalità di Yüreğir, nella stessa provincia di Adana, guidata dal sindaco Mahmut Çelikcan. Avviato nel 2012, lo scavo di Misis è condotto da un gruppo italiano guidato da Giovanni Salmeri dell’università di Pisa e da Anna Lucia D’Agata, del CNR-Istituto di Studi sul Mediterraneo Antico, in collaborazione con il Municipio di Yüreğir e il museo Archeologico di Adana. “Quella di Misis è un’area archeologica protetta di primo grado”, spiega il professor Salmeri. “Oggi il sito dell’antica città, i cui resti sono ancora in molti tratti visibili, è occupato da una popolazione di 5mila abitanti che vivono in circa 800 case. Una tale ‘occupazione delle rovine’ non corrisponde ai moderni criteri di tutela e valorizzazione dei siti archeologici, e per ovviare a tale situazione il Municipio di Yüreğir ha lanciato nel 2012 il progetto “Misis città di eterna vita” (Ölümsüzlük Şehri Misis). Esso prevede da un lato la riqualificazione del centro con opportuni interventi di carattere urbanistico ed economico e dall’altro l’avvio dello scavo e della progettazione di un parco archeologico e culturale nell’ambito di un’ampia collaborazione italo-turca”.

Il fiume Ceyhan attraversato dal ponte romano lambisce la collina di Misis in posizione strategica

Il fiume Ceyhan attraversato dal ponte romano lambisce la collina di Misis in posizione strategica

La presenza del fiume Ceyhan e la posizione di controllo su una delle principali rotte di comunicazione tra l’altopiano anatolico e la Siria e il Levante hanno contribuito in modo determinante alla lunga storia e alla precoce urbanizzazione del sito di Misis. Sviluppatasi su un terrazzo antico che domina il corso del fiume, lo höyük (collina artificiale) di Misis ha restituito le tracce di un insediamento neolitico e calcolitico, il più antico finora venuto alla luce nella piana inferiore del Ceyhan. Alle deboli testimonianze dell’età del Bronzo fa seguito la massiccia frequentazione nella media età del Ferro (IX-VII secolo a.C.), quando Misis conosce un’autentica esplosione. Entrata nell’orbita del potere romano nel I secolo a.C., la città, allora chiamata Mopsuestia, assunse man mano le caratteristiche di un grande centro dell’area orientale dell’impero, che dopo la fondazione di Costantinopoli nel 330 d.C. restò inserito per quasi trecento anni nell’orbita bizantina. Con il VII secolo d.C. la città, adesso chiamata Al Massisa, venne trasformata in fortezza e sino al XIV secolo furono frequenti i suoi passaggi di mano, dai Bizantini agli Arabi, ai Turchi, ai Crociati. Sotto l’impero ottomano infine prese il nome di Misis.

Lo scavo di Misis sta rivelando una frequentazione del sito dal neolitico agli ottomani

Lo scavo di Misis sta rivelando una frequentazione del sito dal neolitico agli ottomani

Aperto all’estremità sud-occidentale della sommità e sulle pendici immediatamente sottostanti, in un’area strategica per il controllo della piana inferiore del Ceyhan e delle vie di comunicazione verso est e verso ovest, lo scavo di Misis si pone come uno dei più importanti della Turchia sud-orientale. L’area della città antica – che è da identificare con Mopsuestia ⁄ Seleucia sul Piramo e ammonta a circa 40 ettari – si estende su due colline adiacenti, risulta in larga parta occupata dal moderno villaggio di Misis ed è contraddistinta dalla presenza di consistenti rovine che vanno dall’età romana a quella ottomana (teatro, stadio, mura, basiliche, caravanserraglio). Saggi di scavo vi furono effettuati negli anni Cinquanta del secolo scorso dall’archeologo tedesco Theodor Bossert: in particolare, nel 1956, fu messo in luce un importante gruppo di mosaici, tra cui primeggia una raffigurazione dell’arca di Noè. Pubblicati poco più di un decennio dopo da Ludwig Budde, i mosaici che erano parte di una basilica tardo antica, delle cui strutture non resta traccia, sono oggi visibili all’interno di una struttura museale.

L'imponente ponte romano sul fiume  Ceyhan, uno dei monumenti di Misis

L’imponente ponte romano sul fiume Ceyhan, uno dei monumenti di Misis

Del centro di Misis, oggi largamente occupato da un villaggio moderno, il Progetto Cilicia ha avviato la ricognizione e il rilievo sistematico con l’esplorazione soprattutto dei pianori prospicienti il fiume e delle dorsali. Ciò ha consentito di localizzare numerosi siti con resti di frequentazione a partire dal Neolitico, e fino all’epoca ottomana. “Come si è già detto”, continua Salmeri, “l’area della città antica è in larga parte occupata dal moderno villaggio di Misis abitato da rifugiati arrivati negli ultimi decenni dalla Turchia orientale e insediatisi tra le rovine di un precedente villaggio distrutto da un evento sismico negli anni Cinquanta del secolo scorso e subito abbandonato. Tale circostanza rende il luogo del tutto speciale. La vita del villaggio di Misis come succedeva in molti siti del Mediterraneo agli inizi del secolo scorso sembra essersi fermata e si svolge in simbiosi con le rovine: le nuove case vengono costruite con materiali (colonne, iscrizioni, blocchi) recuperati dai monumenti antichi, i bambini del villaggio giocano tra le rovine del teatro e delle mura, resti di case distrutte da terremoti sono visibili come in una grande sequenza stratigrafica orizzontale accanto alle nuove costruzioni”. Il centro, in altre parole, presenta caratteristiche non solo archeologiche o storiche, ma anche antropologiche del tutto eccezionali. “Al fine allora di garantire la sopravvivenza dei monumenti antichi e allo stesso tempo consentire agli abitanti del villaggio di continuare a vivere nell’area, il Progetto Cilicia si propone di studiare un piano di valorizzazione che, integrando le varie esigenze, faccia sì che il luogo possa essere fruito agevolmente a livelli differenziati (abitanti, turisti, ricercatori, operatori culturali)”.

L'equipe dell'università di Pisa con il personale turco della missione congiunta

L’equipe dell’università di Pisa con il personale turco della missione congiunta

“L’area indagata, che supera ad oggi i 1000 metri quadrati, ha restituito infatti una imponente sequenza stratigrafica che va dall’età contemporanea al IX-VIII secolo a.C. e documenta le trasformazioni nella funzione che il centro conobbe nei secoli”, conclude il professor Salmeri – Le strutture messe in luce mostrano che se in età medievale l’höyük aveva la fisionomia di area fortificata, in età ellenistica e romana era occupato da un’area abitativa che doveva includere anche un importante santuario. L’individuazione infine di enormi edifici in mattoni crudi, che risalgono all’VIII secolo a.C. – il cui scavo è attualmente in corso – è certo il dato di maggiore rilevanza: i resti della città neoittita di Misis vengono così lentamente alla luce”.

A Edda Bresciani, egittologa di fama mondiale e professore emerito dell’università di Pisa, il premio “Campano d’Oro” riservato ai migliori ex allievi dell’ateneo pisano

L'egittologa Edda Bresciani in missione nel sito di Medinet nell'oasi del Fayyum

L’egittologa Edda Bresciani dell’università di Pisa in missione nel sito di Medinet Madi in Egitto

Dal Cairo a Luxor, da Alessandria d’Egitto ad Assuan, da Siwa a El-Fayyum, e dici Edda ti rispondono “la professoressa Bresciani”. Edda Bresciani è un’istituzione dell’Egittologia, non solo italiana: una vita dedicata allo studio e alla conoscenza dell’Antico Egitto, partendo dall’ateneo di Pisa e approdando sulle rive del Nilo, tanto che lei “lucchese doc” si è trovata nella vita a diventare – ha sottolineato – “anche un po’ pisana e un po’ egiziana”. Nei giorni scorsi l’università di Pisa ha conferito a Edda Bresciani, egittologa di fama mondiale e professore emerito dell’Università di Pisa, il “Campano d’Oro” 2014, il prestigioso riconoscimento che l’Associazione laureati dell’Ateneo pisano (ALAP) assegna ogni anno a illustri personalità che si sono laureate a Pisa. La cerimonia di conferimento, che si è tenuta nei saloni del Bastione Sangallo, è stata aperta dai saluti del rettore Massimo Augello. Dopo aver ricordato che la professoressa Bresciani è la seconda donna a ricevere il Premio in 43 edizioni, il professor Augello ha ripercorso le tappe più significative della biografia scientifica della premiata, dai primi anni di insegnamento nell’Ateneo pisano alla fondazione della rivista “Egitto e Vicino Oriente”, dalle missioni archeologiche in territorio egiziano alla costituzione delle collezioni egittologiche dell’Ateneo. “Erede della grande tradizione pisana nell’Egittologia – ha concluso il rettore – la professoressa Bresciani è riuscita, con progettualità e lungimiranza, ad aggiornare e sviluppare quel glorioso passato, contribuendo a fare della Scuola egittologica un vanto per l’Università di Pisa e un punto di riferimento per gli studi del settore, sia a livello italiano che internazionale”.

La consegna del "Campano d'Oro" a Edda Bresciani

La consegna del “Campano d’Oro” a Edda Bresciani

Il premio “Campano d’Oro” è stato istituito nel 1971 come riconoscimento in onore di ex allievi dell’Ateneo pisano che si sono distinti nel campo della cultura, della scienza, dell’industria e delle professioni. Fra gli illustri premiati delle scorse edizioni, vi sono l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, cui il “Campano” fu attribuito quando era governatore della Banca d’Italia, Carlo Rubbia, Giuliano Amato, Marcello Pera, Tiziano Terzani, Remo Bodei, Antonio Cassese, Andrea Bocelli e, lo scorso anno, Vando D’Angiolo, tra i più importanti imprenditori italiani del settore lapideo.

La professoressa Edda Bresciani alla cerimonia del Campano d'Oro al Bastiano Sangallo di Pisa

La professoressa Edda Bresciani alla cerimonia del Campano d’Oro al Bastiano Sangallo di Pisa

Nella Laudatio, la professoressa Lucia Tomasi Tongiorgi, collega di Facoltà e amica della premiata, ha descritto il profilo di Edda Bresciani anche attraverso vicende personali, ricordando “le mail che Edda sovente mi invia di prima mattina e alle quali affida pensieri, citazioni e immagini spesso riferiti al mondo egiziano cui ha brillantemente dedicato la sua vita, la sua profonda e diramata cultura e la sua viva intelligenza”. Poco prima, la professoressa Tomasi aveva sottolineato che Edda Bresciani è stata sempre «apprezzata per la statura scientifica, ma anche amata per le doti umane e morali e per la carica di simpatia, che hanno fatto sì che divenisse maestra di svariate generazioni di studenti e amica generosa di molti colleghi. In Egitto ha costantemente rappresentato un punto di riferimento, ottenendo sempre, se pure in complicati contesti politici e culturali, l’appoggio delle autorità e la stima degli archeologi che si sono spesso aggregati alle sue missioni”. La consegna del “Campano” è stata preceduta dalla relazione del vicesindaco e presidente dell’Alap, Paolo Ghezzi, che ha segnalato nella forte determinazione un aspetto peculiare del percorso compiuto da Edda Bresciani; una caratteristica che è emersa anche in occasione della cerimonia, a cui la professoressa ha partecipato pur avendo subito un recente infortunio. Subito dopo, Paolo Ghezzi ha letto le Motivazioni del conferimento e consegnato alla premiata la medaglia d’oro che raffigura la Torre del Campano, la cui campana ha scandito l’inizio e la fine delle lezioni universitarie dal Medioevo fino ad alcuni anni fa.

Letteratura e poesia nell'Antico Egitto di Edda Bresciani, edito da Einaudi

Letteratura e poesia dell’Antico Egitto di Edda Bresciani, edito da Einaudi

La professoressa Edda Bresciani, nata a Lucca nel 1930, si è laureata in Egittologia all’Università di Pisa nel 1955, sede in cui ha insegnato come ordinario di Egittologia dal 1968. Nel corso della carriera ha ricevuto l’Ordine del “Cherubino” ed è stata nominata professore emerito dell’Ateneo pisano. Socia dell’Accademia Nazionale dei Lincei e dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi, nel 1996 è stata insignita della medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per la scienza e la cultura. Dal 1966 la professoressa Edda Bresciani ha diretto diverse campagne di scavo in Egitto in siti prestigiosi per la storia e la cultura antica, ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayyum, con scoperte di grande rilievo scientifico. Ha anche coordinato alcuni progetti di cooperazione italo-egiziana. La produzione scientifica di Edda Bresciani, tra articoli e libri, comprende varie centinaia di titoli, che riguardano i settori principali delle sue ricerche: la storia dell’antico Egitto, l’archeologia e la filologia. Per Einaudi ha pubblicato “Letteratura e poesia dell’antico Egitto” (1999 e 2007) e “La porta dei sogni” (2005). La professoressa Bresciani ha fondato nel 1978 e dirige la rivista scientifica “Egitto e Vicino Oriente”, oltre ad alcune collane editoriali egittologiche.

Edda Bresciani nel deserto egiziano

Edda Bresciani nel deserto egiziano

“Il racconto di una carriera non usuale, per una donna che negli anni Cinquanta si è laureata in Lettere”, ha chiosato la professoressa Edda Bresciani nell’introdurre il ricordo del suo percorso scientifico, preludio all’Omaggio musicale preparato dal Coro dell’Università di Pisa, diretto dal maestro Stefano Barandoni, che nell’occasione ha eseguito musiche di Verdi, Rossini e Orff. Al piano Chiara Mariani e come mezzosoprano solista Sarà Bacchelli.

 

Archeologia subacquea, missione in Israele dei robot italiani classe Tifone alla ricerca di tesori sommersi

L'antennina del robot subacqueo classe Tifone in azione in mare alla ricerca di tesori sommersi

L’antennina del robot subacqueo classe Tifone in azione in mare alla ricerca di tesori sommersi

Se entro il 1. luglio vi capita di navigare o balneare lungo le coste israeliane tra Cesarea e Akko, e per caso notate un’antennina che affiora tra le spume del mare e si muove in modo sospetto, tranquilli: non si tratta di qualche operazione segreta nelle acque territoriali di Israele né vi trovate nel bel mezzo del set di un nuovo film di James Bond mentre sta provando una delle sue nuove diavolerie tecnologiche. No, niente di tutto questo. Ma state assistendo in diretta a una missione archeologica alla ricerca di tesori sommersi e, più prosaicamente, per documentare i siti di interesse per l’Israel Antiquities Authority. Protagonisti della missione sono due robot subacquei autonomi, progettati dal dipartimento di Ingegneria industriale con la collaborazione del Centro “Enrico Piaggio” dell’Università di Pisa e un robot filoguidato, realizzato in collaborazione con il dipartimento di Scienza della Terra. Responsabile del progetto è Benedetto Allotta, ordinario di Meccanica applicata alle macchine, che dal 17 giugno al 1° luglio coordina le indagini in Israele. Nei fondali antistanti le coste israeliane si trovano infatti relitti di tutte le epoche e i resti un villaggio neolitico (Atlit Yam) sommerso in seguito alla fine delle glaciazioni. La missione archeologica israeliano-americana che si occupa delle indagini ha chiesto la collaborazione del team di ricercatori fiorentini, coordinato da Benedetto Allotta, con la sua flotta di veicoli sottomarini. I Tifoni e Nemo aiuteranno gli archeologi nel lavoro di scoperta di nuovi relitti e reperti sommersi, di documentazione dei siti scoperti e pianificazione dei nuovi lavori da effettuare.

I due robot subacquei: il TifOne e il TifTu, le cui operazioni sono coordinati dal prof. Allotta

I due robot subacquei: il TifOne e il TifTu, le cui operazioni sono coordinati dal prof. Allotta

I due Tifoni – realizzati nell’ambito del progetto regionale “Thesaurus”, attivo da marzo 2011 ad agosto 2013 – hanno una lunghezza di 3,7 metri, un peso di 170 chilogrammi, e possono superare i 5 nodi di velocità con un’autonomia di 8 ore. TifTu naviga in superficie con l’antenna emersa, è localizzabile grazie al segnale Gps e può localizzare a sua volta TifOne, che naviga in immersione. Il progetto “Thesaurus”, acronimo per Tecniche per l’Esplorazione Sottomarina Archeologica mediante l’Utilizzo di Robot autonomi in Sciami”, ha per obiettivo rilevare, censire e monitorare a costi contenuti siti archeologici sottomarini, relitti e reperti isolati sommersi, fino a trecento metri di profondità. “Volevamo sviluppare veicoli che dessero la possibilità di effettuare ricognizioni a basso costo (e con minor rischio rispetto all’uso di subacquei professionali)”, spiga Allotta, “su ampi tratti di fondale marino e di ritornare periodicamente su siti precedentemente individuati per verificarne lo stato o riprendere i lavori di ricognizione e classificazione. A livello ingegneristico, l’obiettivo era quello di realizzare veicoli intelligenti che, mutuando tecnologie già sviluppate in campo militare e nel settore della ricerca petrolifera, riuscissero a fornire agli archeologi e agli scienziati interessati all’ambiente marino, come geologi, biologi, etc., strumenti dal costo relativamente contenuto e di facile utilizzo”.

Il team di ricercatori fiorentini coordinato dal prof. Benedetto Allotta, al lavoro in Israele

Il team di ricercatori fiorentini coordinato dal prof. Benedetto Allotta, al lavoro in Israele

TifOne – il primo dei veicoli che abbiamo realizzato, continua Allotta – e TifTu sono due Autonomous Underwater Vehicle della classe “Tifone”, nome scherzosamente preso a prestito dal libro di Tom Clancy “La grande fuga dell’Ottobre Rosso”. “Li abbiamo realizzati nell’ambito del progetto regionale “Thesaurus”, in collaborazione – oltre che con il Centro Piaggio dell’Università di Pisa – anche con l’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione – CNR di Pisa e la Scuola Normale Superiore. I veicoli della classe Tifone, hanno una lunghezza di 3,7 metri, un peso di 170 chilogrammi, e possono superare i 5 nodi di velocità con un’autonomia di 8 ore. TifTu è identico a TifOne dal punto di vista naval-meccanico, ma è equipaggiato con sensori e apparati diversi in quanto nella diade ognuno dei due robot ha un ruolo specifico”. Della flotta fa parte anche un piccolo robot filoguidato (ROV = Remotely Operated Vehicle) denominato Nemo, realizzato da Dipartimenti di Scienze della Terra e di Ingegneria industriale nell’ambito di una collaborazione di UNIFI con la Protezione Civile per l’emergenza Costa Concordia. Essendo collegato alla superficie con un cavo di comunicazione ad alta velocità, Nemo – che ha dato luogo a due richieste di brevetto internazionale attualmente in fase di valutazione – consente all’archeologo di essere “presente” sulla scena, guidando il robot con un joystick”.

Molti i relitti e i tesori sommersi presenti nelle acque davanti ad Akko, la vecchia San Giovanni d'Acri

Molti i relitti e i tesori sommersi presenti nelle acque davanti ad Akko, la vecchia San Giovanni d’Acri

I ricercatori e i tecnici con TifOne all'opera nelle acque antistanti Israele

I ricercatori e i tecnici con TifOne all’opera nelle acque antistanti Israele

Dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso le coste Israeliane tra Caesarea e Akko (la vecchia San Giovanni d’Acri o semplicemente Acri) sono oggetto di indagine archeologica perché vi si trovano relitti di tutte le epoche e i resti un villaggio neolitico (Atlit Yam) sommerso in seguito alla fine delle glaciazioni. Un team israeliano-americano, che comprende archeologi delle Università del Rhode Island e di Luisville, sta lavorando nella zona e ha chiesto la partecipazione dell’Università di Firenze che ha contribuito con 7 ricercatori, con i suoi due Tifoni e con Nemo. “TifTu – ricorda il coordinatore del team fiorentino – naviga in superficie con l’antenna emersa e sarà localizzabile grazie al segnale GPS. TifTu ha a bordo uno strumento acustico denominato USBL che gli permette di localizzare TifOne, che naviga in immersione. I due veicoli possono scambiare informazioni tramite strumenti di comunicazione chiamati modem acustici. TifOne ha a bordo i sensori (payload) che acquisiscono i dati di interesse archeologico, ovvero due telecamere e un sonar a scansione laterale (SSS = Side-Scan Sonar). Ha inoltre un sistema di navigazione accurato che consente di “sbagliare poco” nella propria localizzazione anche se non riemerge da molto tempo e non riceve i dati di localizzazione forniti da TifTu. Le immagini georeferenziate – conclude – serviranno a effettuare una ricostruzione tridimensionale dei siti in cui si potrà navigare virtualmente come in un videogioco”.

 

Le meraviglie di Meroe e le ultime scoperte in Sudan alla IV Giornata di Studi Nubiani al museo Pigorini di Roma

Le famose piramidi di Meroe dell'antica Nubia, oggi in Sudan

Le famose piramidi di Meroe dell’antica Nubia, oggi in Sudan

Volete conoscere gli ultimi sviluppi delle ricerche sulla civiltà nubiana e le meraviglie di Meroe, l’antica città posta sulla riva orientale del Nilo nell’attuale Sudan, 200 chilometri a nord della capitale Khartoum, famosa per le più di duecento piramidi sparse sul suo territorio dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2011? L’appuntamento da non perdere è sabato 19 aprile a Roma, al Museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini” dove alle 11.30, nella sala conferenze e salone delle Scienze, si aprirà la IV Giornata di Studi Nubiani, promossa dall’ambasciata del Sudan in Italia, dall’Ismeo (associazione internazionale di studi sul Mediterraneo e l’Oriente) e dal museo Pigorini.

La IV giornata di Studi nubiani al museo Pigorini di Roma si sofferma sul comprensorio di Meroe

La IV giornata di Studi nubiani al museo Pigorini di Roma si sofferma sul comprensorio di Meroe

La IV Giornata di Studi Nubiani, pur passando in rassegna numerose tematiche delle realtà archeologiche e culturali sudanesi, riserva particolari attenzioni all’epoca meroitica (III secolo a.C. – IV secolo d.C.), la cui data d’inizio coincide con lo spostamento delle sepolture reali dall’area di Napata a quella di Meroe. La parte di valle del Nilo nota come Nubia, nell’odierno Sudan, ospitò infatti in antichità tre diversi regni di Kush: il primo ebbe la capitale a Kerma e durò dal 2600 al 1520 a.C.; il secondo si trovava a Napata dal 1000 al 300 a.C., ed infine l’ultimo fu a Meroe (300 a.C.– 300 d.C.). Durante gli oltre sei secoli in cui Meroe prosperò, l’Egitto fu conquistato dai greci tolemaici e dai romani, mentre il Sudan non è mai stato invaso da potenze straniere. Nel 340 d.C. Meroe fu conquistata dal re cristiano Ezana di Axum (Etiopia). Prima di Meroe, e prima del periodo di Napata, almeno tre re nubiano-sudanesi sono citati nella Bibbia. A quei tempi, i re nubiani della XXV dinastia governavano tutto l’Egitto e furono alleati con Israele contro gli Assiri. Meroe fu un importante centro metallurgico per l’utilizzo del ferro destinato alla realizzazione di armi e attrezzi, tanto che ancor oggi si possono vedere enormi cumuli di scorie di ferro. E sempre a Meroe si sviluppò un sistema unico di scrittura alfabetica che è ancora indecifrabile. Inoltre Meroe esportò al mondo classico dei Greci e dei Romani molti prodotti inclusi elefanti da guerra per scopi militari. Come riporta anche la Bibbia qui si annovera uno dei primi convertiti al cristianesimo sudanesi, uno schiavo eunuco che ha servito la Candace o regina guerriera di Meroe.

Il gruppo di archeologi e personale sudanese impegnato nella missione ad Abu Erteila

Il gruppo di archeologi e personale sudanese impegnato nella missione ad Abu Erteila

Gli interventi della IV Giornata di Studi nubiani alterneranno alla presentazione dei risultati di due missioni archeologiche italiane attualmente operanti in Sudan, l’analisi di fonti antiche e moderne relative alla geografia e al popolamento di questa vasta e variegata realtà africana. Nel corso della conferenza, alla quale sarà presente una vasta rappresentanza del corpo diplomatico africano accreditato in Italia, verrà presentato il volume: “Atti della IV Giornata di Studi Nubiani”, a cura di Eugenio Fantusati e Marco Baldi; edito da Scienze e Lettere nella collana Serie Orientale Roma. Proprio Eugenio Fantusati dell’università di Roma La Sapienza fa parte con la moglie architetto Rita Virriale e i suoi studenti, Eleonora Kormysheva dell’Oriental Institute di Moscow, Richard Lobban del Rhode Island College, della missione archeologica Abu Erteila Project nel sito di Abu Erteila nel comprensorio di Meroe nella parte orientale del deserto di Butana del Sudan. Qui, dopo quattro anni di ricerca, la missione ha scoperto un tempio perduto dell’impero meroitico, la cui esistenza finora era stata solo ipotizzata. “Dal sito di Abu Erteila – raccontano – si possono anche vedere alcune delle tante piramidi meroitiche in Sudan. Anche se più tarde e più piccole che le più famose piramidi egizie, in Sudan ci sono ancora più piramidi che in Egitto”. Lo scavo archeologico di Abu Erteila è iniziato nel 2008, ma è stata dalla quarta campagna che gli archeologi sono riusciti a individuare il tempio meroitico.

L'architrave del tempio meroitico creduto perduto ad Abu Erteila

L’architrave del tempio meroitico creduto perduto ad Abu Erteila

Ceramica meroitica dal sito di Abu Erteila in Sudan

Ceramica meroitica dal sito di Abu Erteila

Nella nostra quarta stagione”, ricordano gli archeologi dell’Ismeo, “abbiamo continuato lo scavo del kom I (collina artificiale), dove sono state trovate molte pareti di mattoni di fango in situ e un gran numero di mattoni rossi cotti sparsi in grande disordine fino ai livelli di fondazione. Nelle stanze inferiori abbiamo trovato le pentole abbiamo trovato camere con molti strumenti a smeriglio usati per la preparazione del cibo e un’altra camera che aveva gran numero di ossa di animali macellati. Nel corso dello scavo abbiamo trovato anche altri due scheletri adulti e uno di un figlio anche del periodo paleocristiano. In questa stessa campagna abbiamo aperto un nuovo saggio e qui abbiamo avuto i risultati più sorprendenti fino a oggi. In kom II abbiamo portato alla luce due belle anfore, quasi complete, in ceramica a collo stretto per lo stoccaggio di liquidi. Abbiamo anche trovato due rocchi di colonne in arenaria con iscrizioni in geroglifico. Tra le iscrizioni leggibili c’è il riferimento a “neb-Tawi” o ‘Il Signore delle Due Terre”, riservata esclusivamente alla regalità e nobiltà. È ben visibile il dio Hapy della fertilità del Nilo e la combinazione di Nekhbet e Wedjat (avvoltoio e cobra), simbolo della regalità per valle del Nilo. Avevamo la conferma che avevamo individuato un antico tempio meroitico con strutture edilizie orientate coerenti con i vicini templi solari a Meroe, Awlib, Awatib, Naqa e Musawwarat es-Sufra. Infatti, a questa latitudine, questo orientamento il sole si riversa direttamente nel tempio due volte l’anno: e il dio Sole – Amon o Mashil è stato il più celebre nel pantheon enoteistico nubiano”.

Un rocco di colonna istoriato del tempio perduto di Abu Erteila

Un rocco di colonna istoriato del tempio perduto di Abu Erteila

Ecco il programma della IV Giornata di Studi Nubiani. Alle 11.30, saluti e introduzione con Francesco di Gennaro, soprintendente del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico “Luigi Pigorini”, e S.E. Amira Hassan Daoud Gornass, ambasciatore del Sudan in Italia. Alle 12, Eugenio Fantusati (Università di Roma “La Sapienza” – ISMEO) in “La missione archeologica di Abu Erteila: un resoconto sulle attività svolte”. Alle 12.30, Jaffar Mirghani (Khartoum, Museo Etnografico) in “Musawwarat identified with Meroe”. Alle 13, Mostra fotografica. Alle 14, Luisa Bongrani (Università di Roma “La Sapienza” – ISMEO) in “Considerazioni sull’Africa di Erodoto: geografia e genti”. Alle 14.30, Andrea  Manzo (Università di Napoli “L’Orientale” – ISMEO) in “Sudan ed Egitto nel II millennio a.C.: nuove evidenze”. Alle 15, Marco Baldi (Università di Pisa  – ISMEO) in “Il Complesso di Awlib. Alcune osservazioni”. Alle 15.30, Adriano Rossi (ISMEO) presenta il volume degli atti. Saluti finali. Organizzazione a cura dell’Associazione Il Cuore.

 

 

L’Athena Nike di Fondazione Sorgente Group: un originale greco a Roma. Ora è oggetto di studio della comunità scientifica alla Normale di Pisa

La statua greca di Athena Nike del 430 a.C. comprata da Fondazione Sorgente Group

La statua greca di Athena Nike del 430 a.C. comprata da Fondazione Sorgente Group

Due giorni per svelare tutti i segreti della statua greca di Athena Nike della Fondazione Sorgente Group. Il 3 e il 4 aprile la statua del 430 a.C. è al centro di un convegno di studio organizzato dalla Scuola Normale Superiore di Pisa. Introdotto da Eugenio La Rocca (che per primo identificò e studiò l’opera) e da Gianfranco Adornato, l’incontro fa luce sulle caratteristiche di questo capolavoro dell’arte greca antica, già oggetto di una mostra multimediale nello Spazio Espositivo Tritone a Roma. La statua di Athena Nike fu acquistata dalla Fondazione Sorgente Group nel dicembre del 2011: l’opera, individuata nel mercato antiquario, è stata subito sottoposta a vincolo di tutela dalla soprintendenza Archeologica di Roma. Il convegno, organizzato da Gianfranco Adornato (ricercatore di Archeologia classica in Normale) si propone di far conoscere questo capolavoro greco alla comunità scientifica e di proseguirne gli studi, discutendo – con i maggiori specialisti a livello internazionale – questioni e aspetti sull’iconografia della scultura ancora non risolti. Eugenio La Rocca, ordinario di Archeologia e storia dell’arte all’Università “Sapienza” di Roma, che – come si diceva – ha affrontato per primo uno studio approfondito scientifico sulla scultura, è riuscito a individuare la cronologia e soprattutto l’identificazione del soggetto. “La scultura è un originale greco in marmo pario lychnite del V secolo a.C.”, spiega l’esperto archeologo, “da inquadrarsi intorno al 430 a.C. È stato possibile identificarla come Athena Nike per gli attributi che la caratterizzano: l’egida trattenuta sul davanti da una fibbia ricoperta da una piccola testa di Medusa e i due fori quadrangolari sulle scapole indicano l’originaria presenza delle ali, ora perdute”. Tuttavia non esistono confronti statuari coevi da poter prendere a esempio: “L’opera è un unicum, sarebbe l’archetipo, il modello a cui si guardò per la realizzazione della copia romana di una Minerva Vittoria di età antoniniana della collezione Pitcairn, conservata nel Museo Glencairn a Philadelphia”. Al convegno di Pisa apre i lavori proprio Eugenio La Rocca (Università di Roma La Sapienza) dopo l’introduzione di Gianfranco Adornato della Scuola Normale Superiore. Sulla cattedra si alternano poi Arne Thomsen (Universitat des Saarlandes), Kenneth Lapatin (The J. Paul Getty Museum, Los Angeles), Olga Palagia (Università di Atene) e Irene Bald Romano (The University of Arizona, Tucson) mentre le note conclusive verranno affidate a Lucia Faedo (Università di Pisa).

L'Athena Nike nella ricostruzione in 3D su studi del pro. La Rocca con in mano la corona d'alloro e la palma, l'egida sul petto e, dietro, due ampie ali

L’Athena Nike nella ricostruzione in 3D su studi del pro. La Rocca con in mano la corona d’alloro e la palma, l’egida sul petto e, dietro, due ampie ali

La Fondazione Sorgente Group nel febbraio 2013 ha presentato per la prima volta a Roma la scultura di Athena Nike, ponendola al centro di un allestimento multimediale nel suo Spazio Espositivo Tritone, su iniziativa della vicepresidente della Fondazione, Paola Mainetti. Per circa un anno la statua è stata esposta al pubblico in un progetto multimediale realizzato da Paco Lanciano con la sua equipe di Mizar, grazie a sofisticati procedimenti informatici e installazioni illuminotecniche e audio. La statua del 430 a.C. ha mostrato così il suo aspetto originario con suggestive proiezioni tridimensionali. “Il progetto multimediale”, spiega Paola Mainetti, “nasce dall’idea di trasmettere e rendere fruibile il grande capolavoro dell’Athena Nike al pubblico, regalando un’emozione inaspettata e scoprendo l’arte greca in una forma più comprensibile”. La ricostruzione virtuale realizzata da Paco Lanciano si è basata scientificamente sull’accurato studio delle ipotesi ricostruttive e iconografiche della scultura del prof. Eugenio La Rocca. “Nel passato la statua – spiega La Rocca – era una scultura votiva, collocata su una colonna o pilastro, a circa 5 metri di altezza, all’interno di un santuario attico o di ambiente filo-ateniese, atterrava su uno sperone di roccia per celebrare le vittorie dell’esercito”. Continua La Rocca: “Nella mano sinistra doveva tenere una corona di alloro o ulivo destinata al vincitore della battaglia, mentre nella destra un ramo di palma. La tradizionale egida, collocata sul petto completava e caratterizzava la dea come Athena, mentre le ali la connotavano come una Nike. È possibile che in età augustea l’Athena Nike di Fondazione Sorgente Group sia stata trasferita dalla sua sede originaria a Roma, dove venne restaurata”. Claudio Strinati, direttore scientifico della Fondazione Sorgente Group: “Ho sposato subito il progetto per la sua novità, poiché unisce innovazione tecnologica e mondo della cultura per mostrare un prodotto di facile comprensione”. Un filmato didattico realizzato dalla Sema di Sergio Fontana ha documentato la realizzazione dei modelli tridimensionali della statua approfondendone gli aspetti archeologici di realizzazione della superficie.