Firenze. Al Palazzo dei congressi al via tourismA – Salone dell’Archeologia e del Turismo culturale: tre giorni con proposte di viaggio sulle orme degli Etruschi, archeologia nelle zone di guerra, i 50 anni dei Bronzi di Riace, il ricordo di Philippe Daverio e un virtual tour nella Cappella Brancacci

La platea del centro congressi di Firenze gremita per gli incontri di TourismA (foto AV)
Tutto pronto per l’VIII edizione di tourismA – Salone dell’Archeologia e del Turismo culturale organizzato da Archeologia Viva (Giunti editore) al Palazzo dei Congressi di Firenze dal 30 settembre al 2 ottobre 2022 a ingresso libero (orario 8.30-18.30). Decine di incontri, centinaia di relatori, stand, laboratori didattici, ricostruzioni virtuali per viaggiare avanti e indietro sulla linea del tempo con nuovi avvincenti linguaggi e tecnologie. Quest’anno tra i protagonisti indiscussi gli Etruschi, con nuove scoperte e progetti di valorizzazione turistica in Toscana, e l’Egitto a 100 anni esatti dalla straordinaria scoperta della tomba di Tutankhamon. L’inaugurazione ufficiale della kermesse venerdì 30 settembre alle 10.30 alla presenza della autorità. Vediamo i temi più importanti.

CELESTE AIDA: a “tourismA 2022” nel 150° della prima dell’Aida alla Scala di Milano (foto AV)
Egitto ed Etruschi: tra reale e virtuale. Protagonisti della tre giorni fiorentina l’Egitto con incontri, laboratori e realtà virtuale in occasione del centenario della scoperta della Tomba di Tutankhamon, il bicentenario dalla decifrazione dei geroglifici e il centocinquantesimo della rappresentazione dell’Aida alla Scala, che Verdi considerò la vera e propria “prima”. E poi gli Etruschi con le nuove scoperte in Toscana (Gonfienti) e Umbria (Perugia) e i progetti di promozione turistica che vedono protagonista l’antica civiltà dei Tirreni.

Il nuovo museo dell’Acropoli ad Arene “dialoga” direttamente con il Partenone (foto AV)
I marmi del Partenone. Le celebri sculture di Fidia sono al centro di un convegno internazionale sulla annosa questione della restituzione alla Grecia. Sarà la stessa ministra greca della Cultura, Lina Mendoni, a lanciare da “tourismA 2022” un accorato appello al governo britannico. Conservare il passato. tourismA sarà occasione anche per presentare importanti restauri di statue e dipinti fra antichità e medioevo (in collaborazione con CNRc).
Missioni di scavo all’estero. Importante la collaborazione col Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionali per la presentazione delle attività delle missioni archeologiche italiane in Iraq, Turchia, Giordania Tunisia, Turkmenistan, Perù…
Archeologia sotto le bombe. L’associazione nazionale archeologi fa il punto sullo stato delle principali aree archeologiche e monumentali in Ucraina.
5° Workshop del turismo culturale. Enti del turismo, enti locali e tour operator incontrano gli agenti di viaggio venerdì 30 settembre a Buy Cultural Tourism, 5° Workshop B2B del turismo culturale, appuntamento riservato agli operatori professionali dedicato all’incontro tra domanda e offerta di viaggi, esperienze e itinerari culturali. Presenti gli enti del turismo di Cipro, Croazia, Fiandre, Israele, Malta, Polonia, Portogallo, Promoturismo FVG, Valle d’Aosta, Visit Romagna, oltre a diversi siti e operatori della Sardegna.
Ricca parte espositiva. L’area espositiva offre una significativa panoramica dell’offerta culturale di regioni italiane, dalla Toscana alla Sardegna, dal Friuli Venezia Giulia alla Sicilia, dalla Valle d’Aosta alla Romagna, ed estere come Cipro, Croazia, Turchia, Grecia.

Il direttore del nuovo museo dell’Acropoli, Nikolaos Stampolidis
Appuntamento a Firenze. Molti i big della comunicazione storico-archeologica che danno appuntamento a tourismA tra cui l’archeologo Andrea Carandini, il filologo e archeologo Louis Godart, lo storico e conduttore tv Cristoforo Gorno, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, l’orientalista Paolo Matthiae, il direttore del parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel, il direttore del museo dell’Acropoli di Atene Nikolaos Stampolidis, il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli Paolo Giulierini, il noto medievista Franco Cardini e molti altri.

Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)
Ricco il programma della prima giornata tra storia dell’arte, archeologia e grandi personaggi della comunicazione del passato. Si parte col convegno dedicato alla memoria del noto storico dell’arte Phillippe Daverio dal titolo “Save Art 2022 – Copie, restauri, NFT, falsi, realtà ambigue e mondi alternativi” a cura di Art e Dossier e con la partecipazione di Eike Schmidt direttore delle Gallerie degli Uffizi. “Tra terra e mare: itinerari ed esperienze alla scoperta dell’antico popolo” è il titolo del convegno a cura di Regione Toscana con la partecipazione di Eugenio Giani presidente Regione Toscana. Il Prodotto Turistico Omogeneo Toscana Terra Etrusca sarà al cento del convegno organizzato da Toscana Promozione Turistica. Franco Cardini storico del Medioevo, Cristoforo Gorno scrittore e conduttore televisivo, Carmelo Malacrino direttore Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria sono tra i big della giornata di venerdì 30 settembre 2022.

Ritorno a Cartagine. Scavi e ricerche della Sapienza Università di Roma a Dermech (Tunisia) (foto AV)
Sempre in apertura di “tourismA” si farà il punto sulla situazione dell’Archeologia italiana all’estero nell’incontro organizzato col ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale: un coinvolgente racconto che dall’Africa dei primi ominidi conduce il pubblico in Giordania a Petra e in Tunisia a Cartagine nel cuore del Mediterraneo fenicio, poi nelle steppe dell’Asia Centrale nella grande capitale dei Parti e, attraversando l’Oceano, a Machu Picchu sulle vette delle Ande peruviane, per chiudere con la nascita dello Stato arcaico ad Arslantepe in Turchia.

L’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans ad Aosta (foto AV)
La tragica situazione dell’Ucraina e la salvaguardia del patrimonio culturale nel Paese sono i temi di un altro importante focus della giornata di venerdì nel convegno organizzato dall’Associazione Nazionale Archeologi. Mentre, sempre venerdì, si guarda al futuro del turismo che abbatte le barriere con la presentazione delle più sofisticate tecnologie digitali capaci di far viaggiare davvero tutti nello spazio e nel tempo. Per tutta la durata della manifestazione il Palazzo dei congressi si trasforma nella casa del turismo culturale con numerosi stand che propongono una significativa panoramica dell’offerta culturale di regioni italiane, dalla Toscana alla Sardegna, dal Friuli Venezia Giulia alla Sicilia, dalla Valle d’Aosta alla Romagna, ed estere come Cipro, Croazia, Turchia, Grecia.
Come ogni anno tornano infine i laboratori didattici per grandi e piccoli che spaziano dalle tecnologie dell’uomo preistorico (scheggiatura della pietra, accensione del fuoco, prime espressioni artistiche) alle lezioni di geroglifico, alla realizzazione di un mosaico o di una lucerna come facevano i Romani. Quest’anno arricchiscono l’offerta di “tourismA” la visita virtuale alla Cappella Brancacci a cura di CNR – ISPC (presentazione venerdì alle 11,30 nello spazio espositivo BracacciPOV) e un viaggio alle origini dell’alfabeto etrusco.
Torino. Al museo Egizio per il ciclo “Incontri con gli autori” Christina Riggs dialoga con Christian Greco sul suo nuovo libro “Vedo cose meravigliose. Come la Tomba di Tutankhamon ha plasmato cento anni di storia”
Quando fu scoperta nel 1922 – in un Egitto appena diventato indipendente dall’Impero Britannico – la tomba di Tutankhamon, vecchia di 3300 anni, produsse un’enorme onda d’urto in tutto il mondo. Da un giorno all’altro il nome del “faraone bambino” divenne familiare, dando vita a un’ossessione internazionale che dura ancora oggi. Dalla cultura pop alla politica, dal turismo all’economia della cultura, è impossibile immaginare gli ultimi cento anni senza Tutankhamon. Eppure gran parte della storia del ritrovamento della tomba e delle molte vicende che seguirono rimane sconosciuta. Martedì 12 luglio 2022, alle 18, in presenza nella sala Conferenze del museo Egizio (ingresso libero fino ad esaurimento posti: si entra in sala dalle 17.40), e on line in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del Museo Egizio e sulla pagina Facebook de IlLibraio.it, nuovo appuntamento del ciclo “Incontri con gli autori”: Christina Riggs in dialogo con il direttore Christian Greco ci parlerà del suo nuovo libro, edito da Bollati Boringhieri, “Vedo cose meravigliose. Come la Tomba di Tutankhamon ha plasmato cento anni di storia”. La conferenza è in lingua italiana.

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

Howard Carter e Lord Carnarvon davanti all’ingresso della Tomba di Tutankhamon (KV62) nella Valle dei Re a Tebe Ovest
Chi si ricorda che Jacqueline Kennedy fu la prima ad accogliere il giovane faraone in America? Che un revival di Tutankhamon negli anni Sessanta ha contribuito a salvare gli antichi templi della Nubia egizia? O che la grande mostra di Tutankhamon al British Museum, nel 1972, rimane il maggior successo di sempre del museo? Ma non tutto ciò che riguarda il “Re Tut” luccica: le esposizioni dei suoi tesori negli anni Settanta andavano mano nella mano con gli eccessi del capitalismo e la politica della guerra fredda; i suoi resti sono stati sfruttati in nome della scienza e il racconto della scoperta della sua tomba ha escluso gli archeologi egiziani – che pure ne sono stati protagonisti. Christina Riggs intreccia le avvincenti analisi storiche con i racconti delle vite toccate o, come la sua, cambiate per sempre dall’incontro con Tutankhamon. La storia del giovane faraone che ne emerge è nuova e audace, e ha tanto da dirci sul nostro mondo quanto sul suo. Perché l’archeologia, nello stesso modo di molte altre discipline, non è affatto un sapere neutrale: si alimenta invece delle convinzioni e degli interessi della cultura che l’ha prodotta. La storia del rinvenimento e della notorietà della tomba di Tutankhamon riflette gli squilibri di potere fra gli Stati coinvolti e le tante contraddizioni che ne derivano: ipocrisie e infingimenti, cupidigia e ambizione, nazionalismi e velleità neoimperiali. L’ombra scura celata dietro l’ammaliante splendore della maschera del faraone bambino.

Copertina del libro “Vedo cose meravigliose. Come la tomba di Tutankhamon ha plasmato cento anni di storia” di Christina Riggs

Christina Riggs
Christina Riggs insegna History of Visual Culture all’università di Durham ed è una specialista di storia dell’archeologia e dell’arte, in particolare dell’antico Egitto. Tra le sue pubblicazioni: Ancient Egyptian Magic. A Hands-on Guide (2020), Photographing Tutankhamun. Archaeology, Ancient Egypt, and the Archive (2019), e Egypt (2017).
“Tutankhamon. L’ultima mostra”: solo il 9, 10 e 11 maggio in esclusiva al cinema il film, un racconto straordinario con immagini ad altissima definizione, a cento anni dalla scoperta della tomba del faraone che ha rivoluzionato la storia dell’archeologia

È il 26 novembre 1922 quando l’archeologo ed egittologo britannico Howard Carter, eseguito un piccolo foro nell’intonaco di copertura di una parete sotterranea, getta per la prima volta lo sguardo nella camera sepolcrale della tomba del faraone Tutankhamon. La stanza è stracolma di oggetti e praticamente intatta e si appresta ad entrare nella leggenda. Oggi quello di Tutankhamon è un nome entrato nell’immaginario collettivo mondiale: per tutti racchiude quanto di più imponente e misterioso possano evocare l’Antico Egitto, le sue piramidi, la leggenda della maledizione del faraone. Pochi, però, associano la sua celebrità a una convergenza di fatti unici e soprattutto all’ostinazione di quell’archeologo inglese che ne scoprì la tomba proprio negli anni in cui mezzi di comunicazione di massa cominciavano a rivoluzionare completamente le nostre vite.
Per celebrare il centenario di quella rivoluzionaria scoperta che cadrà nel 2022, solo il 9, 10, 11 maggio arriva al cinema il docu-film “Tutankhamon. L’ultima mostra”, diretto da Ernesto Pagano e prodotto da Laboratoriorosso e Nexo Digital. Per la prima volta gli spettatori cinematografici avranno così un’opportunità straordinaria: incontrare il faraone, rivivendo sul grande schermo quei momenti unici e seguendo in esclusiva lo spostamento di 150 oggetti del tesoro di Tutankhamon per la più grande mostra internazionale mai dedicata al Golden Boy che il fotografo Sandro Vannini ha seguito in esclusiva mondiale: l’ultima mostra in assoluto dedicata al tesoro perché per volere del governo egiziano ora questo patrimonio immenso diverrà inamovibile e potrà essere visitato solo nella sua sede del Cairo. A guidare lo spettatore attraverso la scoperta, la voce di Manuel Agnelli, sin da giovanissimo appassionato di Antico Egitto e rimasto folgorato dalla visita della tomba di Tutankhamon nel 1996. “Ho provato subito un grande entusiasmo nell’accettare di prendere parte a questa avventura perché in realtà, da piccolo, avrei voluto fare l’archeologo”, spiega Manuel Agnelli. “Poi ho avuto l’occasione di visitare i luoghi che avevo studiato. Così lavorare al film è stato come un cerchio che si chiudeva. E poi Tutankhamon è diventato una sorta di rockstar e, come succede alle rockstar, le persone si immaginano di provare le tue emozioni, di conoscere la tua vita… Quello che affascina di lui è proprio il mistero. Per questo forse è bene che non sia mai svelato, mai sconfitto. È il mistero che rende Tutankhamon così tanto evocativo e poetico”. La colonna sonora del film è firmata da Marco Mirk. “Tutankhamon. L’ultima mostra” è prodotto da Laboratoriorosso e Nexo Digital. La Grande Arte al Cinema è un progetto originale ed esclusivo di Nexo Digital. Per il 2022 la Grande Arte al Cinema è distribuita in esclusiva per l’Italia da Nexo Digital con i media partner Radio Capital, Sky Arte, MYmovies.it e in collaborazione con Abbonamento Musei.

Il docu-film offre un accesso esclusivo ad alcuni dei luoghi che ancor oggi rappresentano il cuore pulsante della leggenda di Tutankhamon, proprio a partire dai primi istanti che segnarono la scoperta della celebre tomba. “Fra il profondo silenzio, la pesante lastra si sollevò. La luce brillò nel sarcofago. Ci sfuggì dalle labbra un grido di meraviglia, tanto splendida era la vista che si presentò ai nostri occhi: l’effige d’oro del giovane re fanciullo”, annotò Howard Carter. Scopriremo questa storia attraverso i dipartimenti dell’area restauro del nuovo Grand Egyptian Museum di Giza, ancora chiuso al pubblico, e il museo Egizio di piazza Tahrir del Cairo, dove – in occasione dell’ultima tournée internazionale organizzata per la mostra “KING TUT. Treasures of the Golden Pharaoh” – osserveremo a pochi centimetri di distanza gli oggetti del tesoro del faraone e i passaggi più impegnativi e poco noti del backstage della mostra, come lo spostamento dell’imponente Statua del Guardiano del Re in legno dipinto e dorato, mai più mossa da quando Carter l’aveva inviata da Luxor al Cairo alla fine degli anni ’20.

Grazie a uno dei più ricchi archivi fotografici privati del mondo dedicati al tesoro e grazie a materiali fotografici e cinematografici originali raccolti tra il Metropolitan Museum di New York e il Griffith Institute di Oxford, gli spettatori potranno rivivere i momenti più emozionanti della scoperta di Carter, l’eco della celebre maledizione di Tutankhamon, i frammenti della storia del giovane faraone: un ragazzino elevato al rango di semidio, morto prematuramente e accompagnato in una tomba di fortuna per intraprendere il viaggio attraverso l’eternità insieme al suo ricchissimo corredo funerario. Dopo un regno effimero, Tutankhamon morì nel 1824 a.C. e venne ben presto dimenticato. Ma per un intreccio di casualità, 3342 anni dopo la sua sepoltura, il suo nome è diventato, tra quello dei faraoni dell’antico Egitto, l’unico capace di travalicare ogni confine, guadagnando una forma di eternità del tutto inattesa: quella della celebrità. Il racconto storico permetterà di arrivare anche all’epoca contemporanea quando il celebre archeologo Zahi Hawass, ministro delle Antichità Egizie fino al 2011, trasformò il Golden Boy in un ambasciatore d’Egitto nel mondo. Fu in quegli anni che per la prima volta venne fatta una TAC alla mummia del faraone per indagarne le cause della morte: proprio alle scansioni di quelle TAC è stato concesso l’accesso esclusivo in occasione del docu-film.

Saranno le fotografie ad altissima risoluzione di Sandro Vannini, fotografo tra i più prolifici del tesoro di Tutankhamon e unico ad aver avuto acceso al tesoro liberato dalle sue vetrine prima della partenza della tournée della mostra “KING TUT. Treasures of the Golden Pharaoh”, a raccontare come gli oggetti danneggiati nel corso della Rivoluzione del 2011 abbiano recuperato le loro fattezze originarie grazie al sapiente lavoro dei restauratori: il lavoro di Vannini è basato principalmente su tecnologie digitali sofisticate e d’avanguardia che, applicate alla ricostruzione virtuale, alla fotografia e alle riprese video, rappresentano la nuova frontiera della narrazione e della descrizione dei Patrimoni Artistici e Culturali. Attraverso le spettacolari e rivoluzionarie fotografie di Vannini si snoda anche la ricostruzione di stralci della vita e del rituale funebre del faraone della XVIII dinastia. Secondo gli egizi, l’eternità di un uomo finirà soltanto quando non ci sarà più nessuno al mondo a pronunciare il suo nome. Ma la maschera d’oro di Tutankhamon e il suo nome rimangono e rimarranno ben incisi e vivi nella memoria dell’umanità. E continueranno ad essere pronunciati ad alta voce, come accade in questo film.
Il 2022 è un anno speciale per l’Archeologia, segnato da importanti anniversari: decifrazione geroglifici (200 anni), scoperta della tomba di Tutankhamon (100), della necropoli di Spina (100), dei Bronzi di Riace (50)

Per l’archeologia il 2022 è un anno di grandi anniversari. A cominciare l’Antico Egitto (vedi il video promo (3) Facebook): 100 anni della scoperta della tomba di Tutankhamon e 200 della decifrazione della stele di Rosetta e della scoperta dell’antica lingua egizia che segna la nascita ufficiale dell’Egittologia. Ma anche l’Italia ha un calendario di tutto rispetto, dai 100 anni della scoperta della necropoli di Spina ai 50 anni dal rinvenimento dei Bronzi di Riace.


La famosa maschera di Tutankhamon e il pugnale in ferro trovato avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino
4 novembre 1922: è la data ufficiale della scoperta della Tomba di Tutankhamon nella valle dei Re, a Tebe Ovest, quindi sulla sponda occidentale del Nilo. Ma l’evento che avrebbe avuto una risposta mediatica eccezionale portando per la prima volta in prima pagina l’Archeologia. Il racconto di quei giorni è noto, a cominciare dal famosissimo dialogo tra l’archeologo Howard Carter e il suo finanziatore Lord Carnarvon del 24 novembre 1922: “Era venuto il momento decisivo. Con mani tremanti praticammo una piccola apertura nell’angolo superiore sinistro…”. “Potete vedere qualche cosa?”. “Sì, cose meravigliose”. In realtà la scoperta della sepoltura del re bambino era avvenuta all’inizio del mese di novembre 1922. Il 1° novembre 1922, Carter fece spostare il campo di scavo proprio dinanzi all’ingresso della tomba KV9 di Ramses VI, faraone della XX dinastia, in un settore di forma triangolare dove aveva già lavorato parecchi anni prima, ma che aveva incomprensibilmente abbandonato. Qui erano precedentemente stati rinvenuti i resti (ritenuti archeologicamente privi di importanza) di alcune capanne costruite dagli operai che avevano lavorato alla tomba KV9 e proprio in quel punto, tre giorni dopo, il 4 novembre 1922, fu scoperto il primo gradino di una scala di accesso a un ipogeo: la tomba intatta di Tutankhamon, nota come KV62, giovanissimo sovrano della XVIII dinastia che salì al trono a 9 anni e morì a 18, poco prima di compierne 19, divenuta famosa per la ricchezza del suo corredo e dei sarcofagi che proteggevano la mummia reale, che costrinse le autorità egiziane dell’epoca a rivedere l’organizzazione degli spazi del museo Egizio del Cairo, riservando un’intera ala al faraone bambino (vedi 4 novembre 1922 – 4 novembre 2020: nel 98.mo anniversario della scoperta del secolo, ingresso scontato nella tomba di Tutankhamon. Il ministro El-Anani: “L’anno prossimo tutto il tesoro del faraone bambino esposto al Grand Egyptian Museum” | archeologiavocidalpassato).


Jean François Champollion ritratto da Leon Cogniet nel 1831
27 settembre 1822, Jean François Champollion detto Champollion il Giovane annuncia la decifrazione dei geroglifici: nasce l’Egittologia. Secondo quanto raccontato dal nipote, Aimé Champollion-Figeac, Champollion il 14 settembre 1822 aveva notato che un cartiglio di Abu Simbel conteneva quattro segni geroglifici. Intuì che il primo segno circolare rappresentasse il sole che in copto si dice “ri”. Mentre il segno che appariva due volte alla fine del cartiglio era la “s” nel cartiglio di Tolomeo. Ciò gli fece concludere che se il nome nel cartiglio inizia con Re e termina con “ss”, potrebbe quindi corrispondere a “Ramesse”, suggerendo che il segno al centro rappresentasse “m”. Un altro cartiglio conteneva tre segni, due uguali a quelli del cartiglio Ramesse: un ibis, simbolo del dio Toth. Seguendo il ragionamento fatto per Ramesse giunse a indicare che il nome nel secondo cartiglio sarebbe Thothmes, cioè il faraone Thutmosis. Il passo successivo su sulla Stele di Rosetta: Champollion conosceva le parole copte che avrebbero tradotto il testo greco e poteva dire che segni fonetici come “p” e “t”, che erano già stati identificati nel nome di Tolomeo, si sarebbero adattati a queste parole. Da lì poteva indovinare i significati fonetici di molti altri segni. L’annuncio ufficiale delle sue proposte di letture dei cartigli greco-romani nella Lettre à M. Dacier (titolo completo: Lettre à M. Dacier relative à l’alphabet des hiéroglyphes phonétiques “Lettera a M. Dacier riguardante l’alfabeto dei geroglifici fonetici”) che completò il 22 settembre 1822. Questa comunicazione scientifica, sotto forma di una lettera, inviata a Bon-Joseph Dacier, segretario francese dell’Académie des Inscriptios et Belles-Lettres, è considerata il documento fondante dell’Egittologia, ma rappresentava solo un inizio. Champollion non dice nulla della scoperta sui cartigli di Ramesse e Thutmose, non dice ancora nulla (forse per prudenza) di quanto già sa o intuisce, e si limita a suggerire che segni fonetici avrebbero potuto essere usati nel lontano passato dell’Egitto. Ma la strada è aperta.


Le Valli di Comacchio che conservano le tracce dell’antica città etrusca di Spina (foto http://www.rivadelpo.it)
23 aprile 1922: scoperta della necropoli della città greco-etrusca di Spina, nelle Valli di Comacchio. La scoperta del sito è legata alle opere di bonifica del primo dopoguerra, come ricostruisce Nereo Alfieri in “Spina. Storia di una città tra Greci ed etruschi” (catalogo mostra, 1994). La prima comunicazione, infatti, è dell’ing. Aldo Mattei, direttore della sezione staccata del Genio civile a Comacchio, con una lettera alla soprintendenza agli Scavi e Monumenti archeologici di Bologna: “Nella valle Trebba (Valli settentrionali di Comacchio), in cui è stata compiuta la bonifica idraulica a cura dello Stato e dove si stanno facendo da Comuni interessati opere di bonifica agraria, è stato scoperto casualmente da un operaio un sepolcreto probabilmente dell’epoca etrusca: così almeno ritengo vai vasi istoriati scoperti”. Questa sobria segnalazione – scrive ancora Alfieri – dette l’avvio a un’impresa archeologica tra le più notevoli dell’Italia settentrionale. La ricerca dell’antica Spina tra le paludi nel delta del Po era stata fino ad allora un vero giallo archeologico che aveva appassionato eruditi e studiosi illustri fin dal Medioevo. Il primo che ipotizzò il sito di Spina a Valle Trebba fu il medico bolognese Gian Francesco Bonaveri (fine del XVII secolo) attratto dalla singolarità di quell’ambiente lagunare da cui emergevano di tanto in tanto manufatti antichi, ma del celebre e florido emporio marittimo descritto dagli autori greci e romani sembrava essersi persa ogni traccia. E la sua intuizione trovò conferma solo due secoli dopo. Alla scoperta casuale del 1922 seguirono le indagini scientifiche dirette dalla soprintendenza alle Antichità dell’Emilia e della Romagna, istituita il 19 settembre 1924. Le campagne di scavo, condotte fino al 1935 dal neo soprintendente Salvatore Aurigemma nell’area di Valle Trebba portarono alla luce la zona settentrionale della necropoli di Spina con più di 1200 sepolture i cui materiali sono oggi esposti al museo Archeologico nazionale di Ferrara. Ma la ricerca continua. L’obiettivo è scoprire il nucleo abitato dell’antica Spina (vedi Ritrovare l’antica città etrusca di Spina (le vaste necropoli sono state una delle scoperte più importanti del Novecento): è l’obiettivo del progetto Eos (Etruscans on the Sea) dell’università di Bologna all’interno del progetto interreg Value. A Comacchio la presentazione in streaming della prima campagna di scavo e le attività future. Intanto a Stazione Foce sta nascendo la ricostruzione dell’abitato di Spina | archeologiavocidalpassato).


Agosto 1972: il ritrovamento dei Bronzi di Riace da parte del sub Stefano Mariottini
16 agosto 1972: rinvenimento dei Bronzi di Riace. Era il 16 agosto 1972 quando un giovane sub dilettante romano, Stefano Mariottini, si immerse nel mar Ionio a 230 metri dalle coste di Riace Marina. Quando, a 8 metri di profondità, fu attratto da un qualcosa che emergeva dalla sabbia del fondo marino: sembrava un braccio. Non si sbagliava. Era il braccio sinistro di quella che poi sarebbe stata denominata statua A: aveva scoperto le statue di due guerrieri considerati tra i capolavori scultorei più significativi dell’arte greca, e tra le testimonianze dirette dei grandi maestri scultori dell’età classica. Stefano Mariottini aveva scoperto i Bronzi di Riace. Da quel momento è iniziato un delicato, lungo processo di restauro. Prima all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e poi direttamente a Reggio Calabria, man mano che si riscontravano nuove problematiche sui fragili bronzi. L’ultimo spettacolare intervento di restauro conservativo, dal 2009 al 2013, in una sala appositamente predisposta a Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria, da dove a un certo punto era sembrato non dovessero più tornare a casa. Ciò avvenne grazie a un blitz notturno dell’allora ministro ai Beni culturali Massimo Bray con la soprintendente Simonetta Bonomi: il guerriero A e B furono rimessi in piedi e trasportati in assoluta sicurezza a Palazzo Piacentini, sede del museo Archeologico nazionale della Magna Grecia, alloggiati in una speciale sala dotata di uno specifico sistema di filtraggio, e di un percorso di depurazione, attraverso il quale transitano i visitatori, per mantenere sempre costante il clima in cui sono conservati i Bronzi. Inoltre è stata attivata una protezione antisismica (vedi 16 agosto 1972, il sub Mariottini scoprì nel mar Ionio i Bronzi di Riace. L’anno prossimo saranno passati 50 anni. Al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria si lavora per #BronzidiRiace2022: incontro strategico tra il direttore e l’assessore alla Cultura. In attesa di promuovere i Bronzi di Riace nel mondo, il MArRC promuove in classe la storia e il patrimonio archeologico della Calabria antica | archeologiavocidalpassato).
Egitto. Zahi Hawass ha scoperto a Tebe Ovest la “città d’oro perduta”, edificata da Amenhotep III e utilizzata anche da Tutankhamon e Ay: è la più grande città mai trovata, con distretto amministrativo e industriale (“Scoperta paragonabile alla tomba di Tut”). Informazioni sulla vita quotidiana degli antichi egizi. Si spera dia risposte al perché Akhenaten e Nefertari si spostarono ad Amarna


L’egittologo Zahi Hawass già ministro delle Antichità (foto ministry of Tourism and Antiquities)
Dalle sabbie di Luxor-Tebe Ovest riaffiora la “città d’oro perduta” edificata più di 3000 anni fa sotto il regno di Amenhotep III / Amenofi III e utilizzata – dopo la parentesi di Akhenaten – anche da altri due faraoni: Tutankhamon e Ay. Lo ha annunciato lo stesso autore della scoperta, Zahi Hawass, già ministro alle Antichità, alla guida della missione egiziana a Tebe Ovest. “La scoperta di questa città perduta è la seconda scoperta archeologica più importante dalla tomba di Tutankhamon”, assicura Betsy Brian, professore di egittologia alla John Hopkins University di Baltimora (Stati Uniti). “Molte missioni straniere hanno cercato questa città e non l’hanno mai trovata”, ha sottolineato Hawass. “Noi abbiamo iniziato il nostro lavoro alla ricerca del tempio funerario di Tutankhamon perché i templi di Horemheb e Ay sono stati trovati in questa zona, e abbiamo trovato la città d’oro”. Non si sono ancora spenti gli echi della Parata d’Oro dei Faraoni, l’evento – seguito da milioni di appassionati nel mondo – voluto dal presidente Abdel Fatah al-Sisi e organizzato dal ministero per il Turismo e le Antichità per promuovere l’Egitto in occasione del trasferimento di 22 mummie reali dal museo Egizio di piazza Tahrir al nuovo museo nazionale della Civiltà egizia, che dall’Egitto arriva un’altra notizia destinata a fare rapidamente il giro del mondo.


La mummia del re Amenhotep III fu trovata nel 1898 nella tomba di Amenhotep II (KV 35), nella Valle dei Re a Luxor (foto ministry of Tourism and Antiquities)
“È la più grande città mai esistita in Egitto”, ha confermato Hawass, “fondata da uno dei più grandi sovrani dell’Egitto, il re Amenhotep III, il nono re della XVIII dinastia, che governò l’Egitto dal 1391 al 1353 a.C. Suo figlio e futuro erede al trono, Amenhotep IV, che poi nella città dell’Aten (Akhetaten / Amarna) si farà chiamare Akhenaten, ha condiviso nella città d’oro gli ultimi otto anni del suo regno. Questa città era il più grande insediamento amministrativo e industriale dell’epoca. Le strade erano fiancheggiate da case, di cui ci sono rimasti alzati fino a 3 metri. L’area di scavo si trova tra il Tempio di Ramses III a Medinet Habu e il Tempio di Amenhotep III a Memnon: la città si estende a Ovest, fino a Deir el-Medina”. E Brian ha aggiunto: “La scoperta della Città Perduta, non solo ci darà un raro sguardo sulla vita degli antichi egizi nel periodo in cui il Regno era più ricco, ma ci aiuterà a far luce su uno dei più grandi misteri della storia: perché Akhenaten e Nefertiti decisero di trasferirsi ad Amarna”. Le ricerche stanno portando infatti gli archeologi allo strato della città nel suo momento d’oro: le informazioni che ricaveranno sono destinate a cambiare le nostre conoscenze su quel periodo storico tra Amenhotep III e Tutankhamon. Cosa è successo veramente? Perché la città è stata abbandonata e la capitale è stata trasferita ad Amarna? E la città fu di nuovo ripopolata quando Tutankhamon tornò a Tebe? Solo ulteriori scavi nell’area riveleranno cosa accadde veramente quasi 3400 anni fa. La scoperta della città perduta permetterà di capire meglio anche alcuni aspetti della vita quotidiana degli antichi egizi, come la tecnica di costruzione e decorazione delle case, gli strumenti usati e l’organizzazione del lavoro. Finora è stata scavato solo un terzo dell’area: la missione continuerà le ricerche, compresa l’area che è stata identificata come possibile sito del tempio funerario di Tutankhamon. “Abbiamo molte informazioni su tombe e templi”, ha sottolineato Hawass, “ma questa è la prima volta che uno scavo rivela segreti sulla vita dei re dell’età d’oro dell’Egitto”.

Lo scavo è iniziato nel settembre 2020 e in poche settimane, con grande sorpresa del team, file di mattoni di fango hanno iniziato ad apparire in tutte le direzioni. Quello che veniva poco a poco alla luce era il sito di una grande città in buone condizioni di conservazione, con mura quasi complete e con stanze piene di strumenti della vita quotidiana. Gli strati archeologici sono rimasti intatti per migliaia di anni, lasciati dagli antichi residenti come se fosse ieri. La missione egiziana – come detto – ha iniziato a lavorare in quest’area con l’obiettivo di ritrovare il tempio funerario di Tutankhamon, realizzato dal re Ay, il successore di Tutankhamon, su un sito che più tardi sarebbe finito adiacente al lato meridionale del Tempio di Ramses III a Medinet Habu. Gli egittologi ritengono che il tempio di Ay possa essere appartenuto prima a Tutankhamon poiché lì furono trovate due statue colossali del giovane re. La parte settentrionale del tempio è ancora sotto la sabbia.


Applique rinvenute nello scavo della città d’oro perduta a Tebe Ovest (foto ministry of Tourism and Antiquities)
Il primo obiettivo della missione è stato datare questo insediamento. Iscrizioni geroglifiche trovate su tappi di argilla di vasi di vino e riferimenti storici ci dicono che l’insediamento era costituito da tre palazzi reali del re Amenofi III, nonché dal centro amministrativo e industriale del Regno. Un gran numero di reperti archeologici, come anelli, scarabei, vasi di ceramica colorata e mattoni di fango recanti i sigilli del cartiglio del re Amenhotep III, hanno confermato la datazione della città. Dopo soli sette mesi di scavi, sono state scoperte diverse aree o quartieri. Nella parte meridionale, la missione ha trovato una panetteria, una zona di cottura e preparazione dei cibi, completa di forni e deposito di vasellame. Dalle sue dimensioni, possiamo affermare che la cucina accoglieva un numero molto elevato di lavoratori e dipendenti. La seconda area, ancora scoperta parzialmente, rappresenta il distretto amministrativo e residenziale, con unità più ampie e ben disposte. Quest’area è recintata da un muro a zig-zag, con un solo punto di accesso che conduce a corridoi interni e zone residenziali. L’unico ingresso ci fa pensare che fosse un sistema di sicurezza, che permetteva di controllare l’ingresso e l’uscita da aree chiuse. I muri a zig-zag sono uno dei rari elementi architettonici dell’antica architettura egizia, utilizzati principalmente verso la fine della XVIII dinastia. La terza area è l’officina. Da un lato, l’area di produzione dei mattoni di fango utilizzati per la costruzione di templi e annessi. I mattoni hanno sigilli recanti il cartiglio del re Amenhotep III (Neb Maat Ra). Dall’altro, un gran numero di stampi da colata per la produzione di amuleti e delicati elementi decorativi. Questa è un’ulteriore prova della vasta attività in città per la produzione di decorazioni sia per i templi che per le tombe.

In tutte le aree scavate, la missione ha trovato molti strumenti utilizzati in una sorta di attività industriale come la filatura e la tessitura. Sono state portate alla luce anche scorie di lavorazione del metallo e del vetro, ma l’area principale di tale attività deve ancora essere scoperta. All’interno di una delle stanze sono state trovate due insolite sepolture di una mucca o di un toro. Sono in corso indagini per determinare la natura e lo scopo di questa pratica. E ancora più notevole è la sepoltura di una persona trovata con le braccia tese lungo i fianchi, e resti di una corda avvolta intorno alle ginocchia. La posizione della sepoltura e la deposizione di questo scheletro sono piuttosto strane e sono in corso ulteriori indagini. È stato inoltre ritrovato un contenitore contenente due galloni di carne essiccata o bollita (circa 10 kg) che reca una preziosa iscrizione: “Anno 37, carne condita per la terza festa di Heb Sed dal macello del recinto per bestiame di Kha fatta dal macellaio luwy”. Questa preziosa informazione non solo ci dà i nomi di due persone che hanno vissuto e lavorato nella città, ma conferma anche che la città era attiva e ha determinato il tempo della co-reggenza del re Amenhotep III con suo figlio Amenhotep IV / Akhenaten. La missione ha anche trovato un testo inciso sull’impronta di un sigillo che recita: “gm pa Aton” che può essere tradotto come “il dominio dell’abbagliante Aten”, e questo è il nome di un tempio costruito dal re Akhenaten a Karnak. A nord dell’insediamento è stato anche scoperto una grande necropoli, la cui estensione non è stata ancora determinata, e la missione ha scoperto un gruppo di tombe scavate nella roccia di varie dimensioni, a cui si accede tramite scale scavate nella roccia, che mostrano una caratteristica comune alla costruzione delle tombe nella Valle dei Re e nella Valle dei Nobili. Gli scavi sono ancora in corso e la missione prevede di scoprire tombe incontaminate piene di tesori.
4 novembre 1922 – 4 novembre 2020: nel 98.mo anniversario della scoperta del secolo, ingresso scontato nella tomba di Tutankhamon. Il ministro El-Anani: “L’anno prossimo tutto il tesoro del faraone bambino esposto al Grand Egyptian Museum”


Howard Carter e Lord Carnarvon nella tomba di Tutankhamon scoperta nella Valle dei Re nel novembre 1922

La prima pagina del New York Times del febbraio 1923 con la notizia della scoperta della tomba di Tutankhamon
“Era venuto il momento decisivo. Con mani tremanti praticammo una piccola apertura nell’angolo superiore sinistro…”
“Potete vedere qualche cosa?”
“Sì, cose meravigliose”
È il 24 novembre 1922. Siamo nella Valle dei Re, a Tebe Ovest, quindi sulla sponda occidentale del Nilo, davanti a Luxor, sulla riva opposta. Quel breve dialogo, che è passato alla storia dell’archeologia, intercorre tra l’archeologo Howard Carter e il suo finanziatore Lord Carnarvon, e sancisce la conferma di una scoperta che avrebbe lasciato il segno non solo negli studi egittologici ma nel costume della società: la tomba del faraone Tutankhamon. Ma solo il successivo 17 febbraio 1923, quando l’anticamera era stata sgombrata, furono ammessi i primi visitatori per assistere all’apertura della tomba: membri del governo e scienziati. E la notizia fece il giro del mondo.

In realtà la scoperta della sepoltura del re bambino era avvenuta all’inizio del mese di novembre 1922. Il 1° novembre 1922, Carter fece spostare il campo di scavo proprio dinanzi all’ingresso della tomba KV9 di Ramses VI, faraone della XX dinastia, in un settore di forma triangolare dove aveva già lavorato parecchi anni prima, ma che aveva incomprensibilmente abbandonato. Qui erano precedentemente stati rinvenuti i resti (ritenuti archeologicamente privi di importanza) di alcune capanne costruite dagli operai che avevano lavorato alla tomba KV9 e proprio in quel punto, tre giorni dopo, il 4 novembre 1922, fu scoperto il primo gradino di una scala di accesso a un ipogeo: la tomba intatta di Tutankhamon, nota come KV62, giovanissimo sovrano della XVIII dinastia che salì al trono a 9 anni e morì a 18, poco prima di compierne 19, divenuta famosa per la ricchezza del suo corredo e dei sarcofagi che proteggevano la mummia reale, che costrinse le autorità egiziane dell’epoca a rivedere l’organizzazione degli spazi del museo Egizio del Cairo, riservando un’intera ala al faraone bambino.

Il 4 novembre 2020, per celebrare il 98° anniversario della scoperta della tomba del faraone d’oro Tutankhamon, il ministro del Turismo e delle Antichità, Khaled el-Anani, ha concesso una riduzione del 50% sui prezzi dei biglietti per entrare nella Tomba del Giovane Re, sulla terraferma occidentale a Luxor, per egiziani e stranieri. E poi ha annunciato: “Quando aprirà il prossimo anno, il Grand Egyptian Museum ospiterà i tesori del re Tutankhamon”, trovati all’interno della tomba, oltre 5mila reperti, che si stanno progressivamente trasferendo dal museo di piazza Tahrir alla nuova sede del Gem con vista sulle piramidi di Giza.
Egitto. Dopo dieci anni di studi e lavori del Getty Conservation Institute completato il restauro della Tomba di Tutankhamon per salvarla dal degrado causato da migliaia di visitatori: un intervento complesso su graffi, polvere e muffe. Creata una terrazza panoramica per il pubblico

Howard Carter e Lord Carnarvon nella tomba di Tutankhamon scoperta nella Valle dei Re nel novembre 1922
Dieci anni: tanti ne sono passati per restaurare e quindi salvare per le generazioni future la Tomba di Tutankhamon (KV62), scoperta nella Valle dei Re nel 1922 da Howard Carter, oggi patrimonio dell’Umanità. Ma ne è valsa la pena, come è stato sottolineato in questi giorni a Luxor in un convegno in cui sono stati presentati ufficialmente i risultati del progetto di restauro per ridurre l’impatto di graffi, polvere e muffe favorite dall’umidità creata dai turisti, sviluppato dal ministero egiziano delle Antichità e dal Getty Conservation Institute di Los Angeles. L’intervento ha interessato una superficie di 110 mq, coinvolgendo team di una dozzina di restauratori alla volta, con un piano d’intervento quinquennale dal 2009 al 2014: ma per gli effetti della rivoluzione in Egitto del 2011 i lavori sono arrivati fino all’inizio del 2019. Ora, dopo 10 anni di restauro e di ingressi limitati ai visitatori, la tomba di Tutankhamon torna a splendere, grazie alle nuove tecniche usate: un sistema di ventilazione e filtrazione dell’aria ha permesso di eliminare polvere e biossido di carbonio dalla tomba e di ridurre l’umidità. Per proteggere i dipinti murali della camera del sarcofago è stata costruita una terrazza panoramica, che permette di ammirarli, senza avvicinarsi.

Le macchie marrone presenti sulle pitture murali della camera funeraria della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)

Alta tecnologia per lo studio dello stato di salute delle pitture murali della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)
In realtà le sfregiature di macchie nere che segnano le pitture murali della camera funeraria erano già state notate all’epoca dello scavo nel 1923, senza mai accertarne però l’origine o la causa. In compenso, dagli anni ’30 del secolo scorso, da quando cioè la tomba fu aperta alle visite, ha visto un sempre maggiore degrado provocato dall’umidità e dai microorganismi portati al suo interno dal pubblico. Le autorità egiziane hanno espresso particolare preoccupazione per il fatto che un gran numero di visitatori potrebbe contribuire al deterioramento fisico della tomba. Di qui l’accordo del Consiglio Supremo delle Antichità (Sca) in Egitto con il Getty Conservation Institute per un progetto di conservazione e gestione della tomba di Tutankhamon (KV 62). Il progetto segue una metodologia di conservazione che tenga conto dei dati archeologici, storici, artistici e il significato della tomba. Il team GCI-SCA ha lavorato per studiare e investigare queste preoccupazioni e per progettare e attuare un piano per la conservazione e la gestione della tomba e dei suoi dipinti murali che garantiranno la sua futura conservazione.

Studi approfonditi delle pitture murali della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)
Il progetto è stato diviso in tre fasi. Durante la prima fase (2009-2011), il lavoro ha riguardato la ricerca e la valutazione di fondo, la preparazione di una registrazione accurata delle condizioni della tomba e dei suoi dipinti murali, l’analisi scientifica dei materiali e delle tecniche dei dipinti, lo studio delle condizioni ambientali, e diagnosi delle cause del loro deterioramento. I risultati di questa ricerca determinano le esigenze di conservazione.

La balconata riservata al pubblico per ammirare la camera funeraria di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)

I restauratori intervengono sulle pitture murali della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)
La seconda e la terza fase (2012-2014) erano previste in tre anni, slittati poi – come detto – fino alla fine del 2018. La seconda fase si è concentrata su test, valutazione e implementazione di interventi appropriati per la tomba e le sue pitture murali e lo sviluppo di un piano di monitoraggio delle condizioni a lungo termine. Anche l’infrastruttura tombale (passerelle, barriere protettone, illuminazione e segnaletica) è stata aggiornata e migliorata durante questa fase insieme a raccomandazioni per limitare i numeri dei visitatori. Durante tutto il corso del progetto, i conservatori, gli scienziati e il personale di SCA hanno seguito una formazione in materia di conservazione e gestione dei siti.

Veduta panoramica della Valle dei Re con l’ingresso della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)
Nella terza fase, i risultati del progetto sono stati valutati e diffusi al pubblico sia professionale che pubblico attraverso supporti cartacei, visivi e basati sul web. L’obiettivo – hanno spiegato i tecnici – è stato promuovere buone pratiche di conservazione e gestione in Egitto, migliorare le capacità professionali del personale SCA e promuovere la comprensione da parte del pubblico delle pratiche di conservazione.
Dai segreti della Grande Piramide a quelli della Tomba di Tutankhamon: la 29.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto apre nel segno dell’Antico Egitto

I misteri della Grande Piramide al centro del film di Florence Tran alla Rassegna internazionale del cinema di Rovereto
Cosa nasconde la tomba di Tutankhamon, scoperta nel 1922 nella valle dei Re da Howard Carter? La risposta alla 29.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto che apre martedì 2 ottobre 2018 nel segno dell’Antico Egitto, grande protagonista del pomeriggio al teatro Zandonai. Alle 15, si inizia con la proiezione del film “La storia dimenticata degli Swahili” (Francia, 2017, 26’), girato in Tanzania, cui seguono due interessanti produzioni italiane, una su un’innovativa tecnica di restauro, dal titolo “Risvegli – il restauro dei Beni culturali nascosti” (Italia, 2017, 23’), e l’altra “La rosa dello sciamano” (Italia, 2018, 3’), che presenta un breve cartoon sulle incisioni rupestri della Val Camonica. Quindi il sipario si apre sull’Egitto con il documentario francese “Misteriose scoperte nella grande piramide” che introduce il tema del successivo incontro, e cioè la ricerca della missione archeologica autorizzata nel 2017, per la prima volta dopo trent’anni – all’interno della grande piramide di Giza per scoprire con le più moderne tecnologie spazi segreti ancora inesplorati. Il film “Mysterious Discoveries in the Great Pyramid / Misteriose scoperte nella Grande Piramide” di Florence Tran (Francia, 2017, 85’) parla infatti della grande Piramide di Giza, l’unica delle sette meraviglie oggi sopravvissute, dove alla fine del 2017 un team multidisciplinare di scienziati – autorizzato dal governo egiziano per la prima volta dopo 30 anni – mette in campo le più moderne tecnologie e scopre misteriose cavità nella Grande Piramide.

La famosa maschera di Tutankhamon e il pugnale in ferro trovato avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino
Dai segreti della Grande Piramide a quelli della tomba di Tutankhamon. Alle 17.45 infatti Francesco Porcelli, professore del politecnico di Torino, intratterrà il pubblico su “Archeo-fisica del terzo millennio: il progetto Luxor Valle dei Re”, insieme a Marco Cattaneo direttore di National Geographic, media partner della manifestazione, e Mattia Mancini, archeologo e blogger. Seguirà nella sala bar del teatro un aperitivo con i protagonisti della conversazione, dove si potranno porre domande agli esperti in un ambiente informale. Il prof. Porcelli segue tematiche dell’Antico Egitto dal 2007, quando è stato nominato Attaché Scientifico presso l’ambasciata italiana in Egitto, posizione che ha ricoperto fino al 2015. Rientrato al Politecnico di Torino nel luglio 2015, ha iniziato una nuova linea di ricerca sulle Tecnologie Applicate ai Beni Culturali. Tra i risultati principali conseguiti in questo settore, ha fatto parte del team che ha dimostrato, sulla base di misure di fluorescenza a raggi-X, l’origine meteoritica della lama di ferro della spada di Tutankhamon. Nel 2017 ha ricevuto l’incarico da parte del ministero delle Antichità egiziano di condurre il terzo radar scan della Tomba di Tutankhamon, al fine di dirimere una controversia riguardo la presunta presenza di camere nascoste dietro le pareti della camera funeraria, da alcuni ipotizzate come la dimora della regina Nefertiti. Il terzo radar scan è inserito nell’ambito di un più ampio progetto, intitolato “La mappatura geofisica completa della Valle dei Re”. Tema oggetto della conversazione alla rassegna del cinema archeologico di Rovereto.
La rassegna e le scuole. Il programma al teatro Zandonai di Rovereto si apre alle 9.30 di martedì 2 ottobre 2018 con una mattinata che vede protagonista la scuola – ma anche aperta al pubblico – sull’interessante tema del linguaggio del documentario, e in particolar modo del documentario archeologico, oltre che sulla complessità della traduzione in italiano dei film in rassegna. Dopo una breve introduzione del progetto svolto dai ragazzi del liceo Maffei di Riva del Garda che si sono cimentati nella traduzione dei film, sarà proiettato il bellissimo film su cui gli studenti hanno lavorato “Peau d’Ane. Sottopelle. La favola in superficie” un documentario che torna sul set del famosissimo film “pelle d’asino” di Jacques Demy con Catherine Deneauve e lo indaga come in un vero scavo archeologico per recuperare le tracce originali del set.
In serata, a partire dalle 20.45, protagonista il film “Gutemberg, l’avventura della stampa” (Francia/Austria, 2016, 86’), coproduzione franco-austriaca splendidamente realizzata, che ripercorre, attraverso testimonianze di esperti e inserti di fiction, la storia di una delle invenzioni che ha rivoluzionato il modo di comunicare dell’umanità. A seguire, un interessante documentario tedesco, “Panormos” (Germania, 2017, 44), su una necropoli del VII-VI secolo a.C., ritrovata presso un sito ancora poco conosciuto sulla penisola di Mileto nell’ambito di un progetto di ricerca dell’università di Halle Wittemberg in collaborazione con il Museo di Mileto e l’istituto archeologico tedesco. L’ingresso a tutte le attività è gratuito.
Le due mummie di Rovigo, Meryt e Baby, sveleranno tutti i loro segreti sotto gli occhi dei visitatori della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini” aperta a Palazzo Roncale di Rovigo. Restauro affidato a Cinzia Oliva, mentre le indagini diagnostiche, mediche (Tac), antropologiche, chimiche e l’accertamento con il C14, agli esperti delle università di Padova e Venezia, ospedale di Rovigo e museo Egizio di Torino

La mummia di Meryt viene sollevata dal sarcofago moderno in cui era stata posta per il trasporto (foto Graziano Tavan)
Silenzio. In un’affollata presentazione della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini”, curata dall’egittologo Emanuele Ciampini dell’università Ca’ Foscari di Venezia e dall’archeologa Paola Zanovello dell’università di Padova, aperta fino al 1° luglio 2018 a Palazzo Roncale di Rovigo, è calato improvvisamente uno spontaneo, rispettoso, quasi sacrale silenzio. Nessuno lo aveva richiesto. Ma in quel momento tutta l’attenzione dei presenti era concentrata sui movimenti attenti e precisi dei tecnici che, guidati dalla professoressa Cinzia Oliva, restauratrice di tessuti antichi, specializzata sulle mummie, stavano sollevando da un moderno sarcofago la mummia di Meryt, nomignolo con cui è conosciuta la mummia di donna adulta giunta a Rovigo 140 anni fa con le quattro casse di reperti dell’antico Egitto inviate dal rodigino Giuseppe Valsé Pantellini alla sua città. La mummia di Meryt è stata adagiata su un tavolo anatomico e liberata dai sostegni e dai fermi che la assicuravano nel trasporto. E sono “esplosi” i flash. Una raffica di flash degni di una star sul red carpet di un grande festival. Anche se di Meryt al momento si sa ben poco. Non certo il nome, né l’età, né quando e dove visse. L’unica certezza è che si tratta di una mummia di donna adulta, che oggi si presenta quasi completamente sbendata, con le braccia portate al petto e incrociate, e gli arti e le dita di mani e piedi singolarmente bendati. E che i tessuti di Meryt sono di epoca faraonica. Un dato comunque molto generico. Ma ora è in buone mani, quelle della prof. Oliva. Sarà lei che, durante l’apertura della mostra (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/04/08/a-rovigo-apre-la-mostra-egitto-ritrovato-la-collezione-valse-pantellini-protagoniste-due-mummie-di-donna-e-infante-note-come-meryt-e-baby-diventate-star-nelle-tavole-a-fumetti-d/), in una stanza parte integrante del percorso espositivo, sotto gli occhi dei visitatori, procederà a una articolata campagna diagnostica già predisposta: “Adotteremo un approccio interdisciplinare per ottenere il massimo dei dati ricavabili”, assicura l’esperta.
La mummia di Meryt era stata sottoposta a indagini radiografiche negli anni Novanta del secolo scorso, indagini che hanno evidenziato la presenza di materiale radiopaco all’interno del cranio e di un ammasso oblungo all’interno della cassa toracica, sul lato destro. “Gli interventi di restauro sulle mummie sono occasioni speciali – spesso uniche – per studiarle”, esordisce Oliva. “Possiamo capire meglio le tecniche di imbalsamazione (la teoria in materia era molto rigida e codificata, ma nella realtà ogni imbalsamatore faceva come poteva, spesso con quello che aveva a disposizione), la tipologia e l’utilizzo dei tessuti. Il caso della mummia di Rovigo, nota come Meryt, è molto interessante per la varietà del corredo tessile, o di quello che rimane. La mummia, infatti, è stata sbendata in passato, situazione comune a molte mummie, perché interessavano di più gli eventuali amuleti nascosti tra le pieghe delle bende. Una volta sbendate, però, le mummie diventano molto più fragili. I tessuti di bendaggio hanno una funzione di protezione e contenimento delle parti molli dei corpi”.

L’ala del museo Egizio di Torino dove è esposto il ricco materiale della tomba di Kha (foto Graziano Tavan)
Per la prof.ssa Oliva l’intervento sulla mummia di Rovigo non è il primo. La sue esperienza è pluridecennale, iniziata a Torino, sua città natale, con il restauro delle mummie di Kha, capo architetto dei lavori della necropoli tebana sotto il faraone Amenhotep III, e della moglie Merit, cioè dei titolari di quella tomba ritrovata intatta – fatto eccezionale, come è successo con la sepoltura di Tutankhamon – a nord di Deir el-Medina dall’egittologo Ernesto Schiaparelli nel 1906, e oggi conservata con tutto il ricco corredo nel museo Egizio di Torino. A lei dunque sono state affidate le mummie di Meryt e Baby. E se della mummia di donna si sa pochissimo, della mummia di bambino, ancora bendata, sulla quale sono state aggiunte – forse in epoca moderna – strisce di tessuto rosso all’altezza delle spalle e della caviglie, si sa ancora meno, neppure il sesso dell’infante lì conservato. Questa poi non è mai stata sottoposta ad alcuna indagine o esame radiologico. Complessivamente lo stato di conservazione delle due mummie di Rovigo è piuttosto precario. Di qui la necessità e l’urgenza di un restauro volto a permettere il loro recupero e il loro futuro allestimento.

La prof.ssa Cinzia Oliva davanti alla mummia di Meryt, che sarà restaurata davanti ai visitatori della mostra di Rovigo (foto Graziano Tavan)
Come procederanno e quali saranno gli interventi sulle due mummie fino al 1° luglio, cioè nel periodo di apertura della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini”? “Si inizia con il togliere la polvere presente sui tessuti e sul corpo con microaspiratore”, spiega Cinzia Oliva. “quindi si procede con analisi specifiche per capire se i depositi sulla mummia sono estranei o pertinenti al processo di mummificazione. Purtroppo questi depositi non possono essere rimossi del tutto per l’impossibilità di usare solventi che danneggerebbero irrimediabilmente la mummia. Perciò le muffe vanno campionate, per capire se queste sono ancora attive così da evitare danni in futuro”. E continua: “Dopo la pulitura si studieranno tutti i tessuti presenti sulla mummia. Ce ne sono di diversi tipi, applicati a seconda delle aree di utilizzo. Quelli più grossolani sono posti a contatto con il corpo, perché questo tipo di tessuto anche se più scadente in realtà è migliore e più adatto a trattenere i materiali di imbalsamazione. All’esterno, invece, vengono posizionati i lini più pregiati. Infine si vedrà se potremo girare la mummia al rovescio, sempre se lo stato di conservazione lo permetterà”.
Accanto agli interventi di restauro si prevedono una serie di analisi diagnostiche, mediche (Tac), antropologiche, chimiche e l’accertamento con il C14 dell’epoca dei reperti con il coinvolgimento delle università di Padova e Venezia, dell’ospedale di Rovigo, e del laboratorio del museo Egizio di Torino. “Il metodo del C14 è applicato alle mummie solo di recente”, precisa Oliva. “Purtroppo il materiale di Meryt è molto contaminato, perciò dovremo fare molta attenzione quando preleveremo i campioni dalla mummia. Il C14 svolto su questi campioni potrebbe far emergere, oltre alla datazione, delle correlazioni tra essi e alcuni reperti della collezione: una ipotesi al vaglio è che la mummia di adulta sia arrivata dall’Egitto bendata e successivamente spogliata del suo corredo di bende ed eventuali amuleti. Studieremo poi i materiali di imbalsamazione. Ci sono infine delle resine di cui non sappiamo ancora se si tratti di residui di restauri di epoche recenti”. L’obiettivo delle Tac, che sarà effettuata a maggio 2018 all’ospedale di Rovigo, è di acquisire ulteriori e nuove informazioni sull’età dei soggetti, la loro costituzione, lo stato di salute, le eventuali patologie o anomalie, l’etnia e le tecniche di mummificazione usate. Con la scansione 3D e la fotogrammetria si potranno realizzare loro copie digitali tridimensionali e restituirne l’aspetto originario.

Alessia Vedova, responsabile della collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo (foto Graziano Tavan)
A luglio, se tutto va bene, sapremo molto su Meryt e Baby. Se siamo fortunati, oltre a epoca e luogo in cui sono vissuti questi due individui dell’antico Egitto, potremo conoscere anche il loro volto, grazie alla collaborazione con gli esperti della Polizia di Stato. Ma con la chiusura della mostra che fine faranno le due mummie, nel frattempo divenute star dell’esposizione rodigina? Torneranno di nuovo sotto chiave negli spazi dell’Accademia dei Concordi dove sono rimaste pressoché dimenticate? “L’obiettivo finale”, assicura la restauratrice torinese, “è la messa in sicurezza e la conservazione delle due mummie, per garantire loro un futuro di fruizione del pubblico”. Un impegno dichiarato ufficialmente da Alessia Vedova, responsabile della valorizzazione della collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo: “Questa mostra è solo la premessa per una esposizione permanente della collezione egizia Valsè Pantellini. Posso assicurare che questi reperti, comprese le due mummie, non torneranno nei depositi. Stiamo valutando alcune ipotesi per permettere a Rovigo di riappropriarsi di un patrimonio unico”. Questo progetto ha infine portato a un’ulteriore entusiasmante scoperta poiché è emerso un insieme ancora non ordinato di resti mummificati e stoffe in un vano finora non indagato dalle precedenti campagne di studio della collezione rodigina. Un eccezionale ritrovamento che riconferma come il patrimonio egittologico rodigino sia tra i più pregevoli e vasti della Regione Veneto e oggi più che mai sia al centro di un importante progetto multidisciplinare volto al suo completo recupero.













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