Il Cratere di Eufronio, capolavoro del V secolo, torna con una mostra a Cerveteri a 40 anni dal trafugamento: ora è accanto all’altro capolavoro di Eufronio: la kylix. E si pensa farlo restare per l’Expo

Il Cratere di Eufronio, capolavoro del V sec. a.C., trafugato nel 1971 da Cerveteri dove ora è tornato

Il ministro Dario Franceschini all’inaugurazione della mostra “I capolavori di Eufronio” a Cerveteri
Il Cratere di Eufronio è tornato nella “sua” Cerveteri. Il capolavoro dell’arte attica del V secolo di uno dei più importanti pittori del mondo antico, dopo una quarantennale avventura di scavi di frodo, trafficanti internazionali e trattative con gli Stati Uniti, dove è stato conservato per anni, è esposto al museo nazionale Cerite fino al 20 gennaio nella mostra di Cerveteri “I Capolavori di Eufronio” accanto alla kylix (coppa da vino) dello stesso autore. A inaugurare l’eccezionale mostra il ministro per i Beni culturali e turismo Dario Franceschini e il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, accolti dal sindaco Alessio Pascucci. Proprio il sindaco della cittadina laziale, che sui beni culturali della città ha grandi progetti e che ha visto triplicare i biglietti del museo da quando vi è esposta la kylix di Eufronio, anch’essa tornata in Italia dopo aver percorso le vie del traffico illegale, aveva esplicitamente e a più riprese chiesto al ministro che il cratere (attualmente parte della collezione di Villa Giulia a Roma) rimanesse a Cerveteri. E Franceschini, a Cerveteri, ha lasciato intendere di non essere contrario a una collocazione definitiva del capolavoro nella cittadina laziale da cui era stato strappato, accendendo le speranze del giovane sindaco Alessio Pascucci: “Il patrimonio culturale deve essere distribuito nel Paese. Credo che questa mostra sul Cratere di Eufronio vada prolungata anche nel periodo di Expo, che va da maggio a ottobre. E poi, chissà…”. E ha continuato: “Expo sarà, ne siamo certi, un successo enorme, che avrà numeri incredibili. In Cina sono già stati venduti un milione di biglietti e altri 500mila saranno venduti a breve. La nostra sfida è evitare che tutti si concentrino su Roma e Milano e sui grandi musei di queste città”.

La kylix di Eufronio a Cerveteri da maggio, era stata restituita nel 1999 dal Getty Museum di Malibu
Ritenuto unanimemente “l’opera più importante” fra le pochissime che ci sono rimaste, 27 in tutto, del grande maestro greco del V secolo a. C., il Cratere di Eufronio, cratere a calice decorato a figure rosse, alto 45.7 cm con un diametro di 55.1 cm, modellato dal ceramista Euxitheos e dipinto dal ceramografo Eufronio intorno al 515 a.C., e ornato con scene dell’episodio omerico del trasporto del corpo dell’eroe Sarpedonte, era stato trafugato nel 1971 dai tombaroli che lo avevano strappato da una tomba di Greppe Sant’Angelo, alle porte di Cerveteri. Il cratere fu venduto per un milione di dollari dal mercante d’arte svizzero Robert Hecht Jr. e dal mercante d’arte italiano Giacomo Medici al Metropolitan Museum of Art di New York. Solo grazie a una indagine della procura di Roma e dei carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale, e all’impegno del governo, che aprì un canale diplomatico con gli Usa, l’inestimabile reperto riuscì nel 2008 a rientrare in Italia, accolto nel museo nazionale etrusco di Villa Giulia. La kylix decorata con storie della caduta di Troia, invece, è stata restituita dal Getty Museum di Malibu, in California, nel 1999: proviene, hanno ricostruito gli studiosi, dal Santuario di Ercole di Cerveteri. Ecco dunque perché, per la soprintendente all’Etruria meridionale Alfonsina Russo Tagliante, la mostra di Cerveteri “è il simbolo della lotta contro il traffico illecito di reperti archeologici”, terzo mercato nero mondiale dopo armi e droga. Per l’assessore alla Cultura del Lazio, la scrittrice Lidia Ravera, “è come se i fregi del Partenone tornassero ad Atene”. Ma è anche una occasione per il territorio: “Cerveteri – spiega il governatore Zingaretti – sta entrando a far parte di una rete di promozione in Italia e nel mondo: bisogna lavorare in vista di Expo 2015 affinché si arrivi all’appuntamento con l’idea dell’esistenza del ‘bel Lazio’”.

La scena, tratta dall’Iliade, narra della morte di Sarpedonte, figlio di Zeus e di Laodamia, alleato dei Troiani nella guerra contro gli Achei
L’opera è conservata al Museo Etrusco di Villa Giulia, a Roma: ha una capacità di 45 litri ed è l’unico cratere di Eufronio arrivato completo, è stato spiegato. Le anse dividono la superficie in due aree decorate con scene differenti. La scena sul lato principale è tratta dall’Iliade e narra della morte di Sarpedonte, figlio di Zeus e di Laodamia, alleato dei Troiani nella guerra contro gli Achei. Le personificazioni del Sonno, Hypnos e della Morte, Thanatos, ne riportano il corpo in patria, trascinandolo via dal campo, il dio Hermes, al centro della scena, dirige l’operazione. “La composizione – spiegano gli storici dell’arte antica – è dominata dal grande corpo di Sarpedonte che evidenzia la padronanza raggiunta da Euphronios nella rappresentazione dello scorcio e nella comprensione della struttura anatomica; le due figure allegoriche, chine sul giovane, sono rappresentate, a parte le ali, come guerrieri, in pose naturalistiche e con anatomia precisa. Due altri guerrieri chiudono la scena alle estremità; sono figure stanti, osservatori, tradizionalmente presenti ad indicare l’esemplarità della rappresentazione, forse un collegamento tematico con il gruppo di giovani che, sul lato opposto del cratere, vengono raffigurati nell’atto di indossare le armi prima di una battaglia: una scena di genere, non necessariamente collegata ad eventi identificabili. Si tratta di giovani ateniesi contemporanei, ma identificati con nomi tratti dalla mitologia dalle iscrizioni che accompagnano ciascuna figura. La scelta di unire scene storiche a vicende mitologiche, sullo stesso vaso e con lo stesso stile, crea un legame tra l’attualità e il mito”.
Scoperta nella necropoli della Doganaccia a Tarquinia una tomba etrusca di 2600 anni fa ancora inviolata. Progetto per valorizzare la Via dei Principi tra i tumuli del Re e della Regina
È rimasta chiusa per 2600 anni. Ma quando gli archeologi dell’università di Torino e della soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale l’hanno aperta, si sono trovati di fronte a qualcosa di eccezionale. Nella necropoli etrusca della Doganaccia a Tarquinia è stata rinvenuta una tomba del VII secolo avanti Cristo, intatta. Dell’eccezionale scoperta hanno parlato a Firenze, al X incontro nazionale di Archeologia Viva, Alfonsina Russo, soprintendente per i Beni archeologici dell’Etruria Meridionale, e Alessandro Mandolesi, docente di Etruscologia e Antichità italiche all’università di Torino.
“Se il Vicino Oriente in generale, e la Mesopotamia in particolare, sono territori ad altissimo rischio saccheggi, dove il patrimonio archeologico è alla merce’ di tombaroli, soldataglie e governatori corrotti che alimentano il mercato antiquario depredando i siti del proprio territorio”, esordisce Alfonsina Russo, “c’è un territorio in Italia – l’Etruria – che è stato per lungo tempo altrettanto terra di rapina da parte di tombaroli e oggetto di scavi clandestini che ne hanno depauperato il patrimonio. Almeno fino alla metà degli anni Novanta quando, con l’arrivo del Nucleo Tutela Patrimonio Beni Culturali dell’Arma dei Carabinieri si è posto un freno a queste devastanti attività illecite con l’arresto di numerosi trafficanti di antichità attivi proprio in Etruria. È quindi un fatto eccezionale – continua – poter annunciare il ritrovamento, avvenuto alla fine dell’estate 2013, di una tomba etrusca inviolata, ancora integra all’interno di un territorio particolarmente importante come è quello di Tarquinia, e nello specifico all’interno della famosa necropoli della Doganaccia, dove è ben testimoniato il cosiddetto periodo “orientalizzante” (VII sec. a.C.)”.
La scoperta della tomba 6423 che, come vedremo più avanti, è stata chiamata “dell’Aryballos sospeso” risale al 21 settembre scorso: un sepolcro inviolato rinvenuto nel corso della sesta campagna di scavo del Tumulo della Regina, sepolcro monumentale di oltre 40 metri di diametro, situata a poca distanza dal monumento principale che domina, insieme al gemello Tumulo del Re, l’area archeologica della Doganaccia, a Tarquinia. Gli scavi sono iniziati nel 2008, diretti dalla soprintendente Alfonsina Russo e dall’etruscologo Alessandro Mandolesi dell’università di Torino, con il coinvolgimento e la collaborazione delle associazioni locali. Russo e Mandolesi– proprio per questo ritrovamento – sono stati insigniti di un importante riconoscimento dal presidente Daniele Leodori, a nome del consiglio regionale del Lazio.
La necropoli della Doganaccia si trova al centro della vasta area sepolcrale di Tarquinia, caratterizzata dalla presenza di due grandi tumuli, che l’immaginario popolare ha chiamato “del Re” e “della Regina”, e che oggi sappiamo divisi dal passaggio (ovvero essere posti ai lati) della strada che collegava il porto di Tarquinia (non ancora localizzato con precisione) con la civita: questa strada, che oggi chiamiamo la Via dei Principi, era già stata ipotizzata dal grande etruscologo Massimo Pallottino nella prima metà del secolo scorso. “Tutta l’area della Doganaccia, come si diceva, dal tumulo del Re a quello della Regina alle tombe a essi collegati”, spiega la soprintendente, “è interessata al periodo culturale “orientalizzante” (VII sec. a.C.) che segna il trionfo della mentalità e delle forme socio-economiche della nascente aristocrazia etrusca, quella dei Principi, che avevano rapporti con Corinto, Cipro e il Mediterraneo Orientale in genere. Questo rapporto è attestato dalla metà dell’VIII secolo (730 a.C.) all’inizio del VI (580 a.C.). È in questo periodo che i Principi, come segno della acquisita potenza economica e politica, allargano i tumuli, e li riempiono di prodotti esotici, soprattutto dall’Egitto, come uova di struzzo e oggetti in faiance, che oggi possiamo ammirare al museo nazionale di Tarquinia. I Principi avevano dunque contatti e traffici regolari con i greci e i fenici”. Non conosciamo ancora l’ubicazione esatta del porto di Tarquinia, ma ci sono testimonianze archeologiche alle Saline (importante insediamento dell’Età del Ferro) e alla foce del fiume Marta. “Fonti antiche latine raccontano che verso la metà del VII secolo a.C.”, continua Russo, “qui approdò – proveniente da Corinto – Demarato, il padre di Tarquinio Prisco. Demarato arrivò a Tarquinia non a caso, ma perché già si conoscevano questi luoghi. Quindi il collegamento dalla costa alla civita, quello che passa attraverso i tumuli, era più antico e già noto”. La soprintendenza dell’Etruria meridionale ha ora lanciato il progetto di valorizzazione della Via dei Principi, sviluppando proprio i rapporti che la vicenda di Demarato sottende. Il progetto collega in un percorso culturale i tumuli del Re e della Regina con il museo archeologico nazionale di Tarquinia e le tombe etrusche dipinte.
Il tumulo del Re era stato scavato nel 1928, ma per avere idea di cosa poteva custodire il tumulo della Regina si è dovuto attendere 80 anni fino al 2008 quando è iniziata la sua esplorazione ufficiale. Lo scavo ha rivelato un quadro più articolato e complesso. “È stato trovato un grande vestibolo monumentale a cielo aperto a pianta cruciforme”, interviene il prof. Mandolesi: “questa è una tipica espressione della architettura nella Cipro (sito di Salamina) di cultura omerica. Oltre alla gradinata che precede la piattaforma cultuale, sono state ritrovate tracce di intonaco bianco, caso unico a Tarquinia, e anche in questo caso riferibile a un modello presente a Cipro. E un altro ritrovamento eccezionale nel vestibolo riguarda le tracce di pittura murale tarquiniese: sono le più antiche finora trovate. Purtroppo, nonostante queste incoraggianti e stimolanti premesse, le ricerche archeologiche al tumulo della Regina sono state interrotte per mancanza di fondi”.
Si è invece continuato a sondare e scavare l’area vicino al tumulo della Regina. È qui che è stato trovato un sepolcreto che, vista la vicinanza con il tumulo monumentale, si ipotizza possa essere relativo a famiglie di rango collegate in qualche modo al signore (titolare) del tumulo. È qui che è stata trovata una tomba gemina (640-630 a.C.) realizzata su modello cipriota che imita il tumulo della Regina. È un tumulo di 6 metri di diametro. A una profondità di tre metri si presenta la facciata con lastre a sigillare la porta d’ingresso: una sigillatura compatta che aveva ancora il servizio da simposio posto accanto alla porta. “La perfetta conservazione di quella sigillatura”, sottolinea Mandolesi, “ci ha permesso di dire che eravamo davanti a una tomba integra, non violata né in antico né in tempi recenti: e questo è un fatto eccezionale. L’ingresso presenta una porta ad arco (tipico modello architettonico del VII sec. a.C.) che dà accesso a una piccola camera ricolma di oggetti: la pianta è rettangolare, con due panchine, che sono due letti funerari, più lunga quella a sinistra, più piccola quella a destra. Il corredo funerario è stato posto nello spazio al centro e ai piedi delle due deposizioni. C’erano anche piccoli troni per sostenere il corredo”.
Appeso alla parete di testa un aryballos (di qui il nome dato dalla soprintendente Alfonsina Russo alla tomba: “dell’aryballos sospeso”): quello è l’unico trovato in situ, ma dai fori sulle pareti o dagli appigli (chiodi) ancora visibili si può dire che nella tomba in tutto erano nove gli unguentari appesi al muro. Le differenti dimensioni dei due letti scavati nella roccia per le deposizioni hanno rivelato anche un diverso rito funerario: a inumazione e a incinerazione. Su quello di sinistra infatti c’era uno scheletro, probabilmente di una donna sui 35-40 anni, deposta con ricchi ornamenti e oggetti personali, fra cui una raffinata pisside in lamina di bronzo contenente (secondo uno studio per ora solo con i raggi X) oggetti da ricamo: degli aghi in bronzo o argento, alcuni con la punta ritorta. Sull’altro letto più piccolo sono state ritrovate, invece, le ceneri di un uomo: il marito o il figlio. L’utilizzo della tomba (620-570 a.C.) testimonia una sequenza di deposizione nell’arco di circa mezzo secolo. L’architettura della tomba è tipica del VII secolo: sullo schema a botte viene disegnato un timpano con una linea rossa. La struttura richiama quindi più il concetto di padiglione che quello di casa. Probabilmente l’uomo è morto dopo, quando era già cambiata la mentalità e la cultura. Ricco il corredo funerario composto da vasellame (ceramiche etrusco-corinzie a impasto), oggetti di ornamento, fibule, suppellettili, sigilli, monili e armi tra cui una lancia e un giavellotto.
“Ora è necessario fare le analisi dei resti della sepoltura e studiare i materiali del corredo”, annuncia Alfonsina Russo, “per poter così capire meglio l’ordine seguito nelle deposizioni. Questa tomba è importante anche perché segna il passaggio dalla società dei Principi a una società più popolare”. I reperti trovati verranno sottoposti ad analisi scientifiche nei centri di restauro specializzati. “Apriremo il cofanetto, che pensiamo possa contenere anche gioielli; e condurremo indagini sui resti organici per capire cosa mangiavano i principi”, spiega la soprintendente, riferendosi alla pisside. Per quanto riguarda le armi ritrovate (una lancia, un giavellotto e un coltello rituale), anche queste saranno a breve oggetto di studio. I reperti in metallo e il materiale organico andranno ai laboratori di analisi dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali di Roma e il restante materiale sarà analizzato nei laboratori di Diagnostica e Restauro di Montalto di Castro (della società Mastarna), dalla soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale e dall’accademia di Belle arti “Lorenzo da Viterbo”.
“È motivo di soddisfazione, in un periodo così difficile per la tutela, perché abbiamo scarse risorse economiche e umane”, conclude Russo, “aver ottenuto questo risultato raggiunto solo grazie a una operazione sinergica con il Comune di Tarquinia, l’Università di Torino e anche, in futuro, con la Regione Lazio, visto che stiamo portando avanti un progetto di valorizzazione di questo sito tramite un finanziamento Por. Tutto ciò dimostra la bontà degli obiettivi che si possono raggiungere grazie alla sinergia tra vari enti e istituzioni”. Saranno infatti presto svolti lavori di valorizzazione dell’intera area, grazie a un finanziamento europeo (Por Fesr), erogato dalla Regione Lazio, nell’ambito del progetto Via dei Principi, che comprenderanno i restauri delle strutture con l’obiettivo di creare un Parco archeologico a tema. Ma è auspicio di tutti che per il futuro si possano proseguire anche gli scavi della Doganaccia.
































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