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La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico del Ventennale parlerà l’arabo: a Paestum viene introdotta la lingua araba nella comunicazione. La Bmta è best practice per l’impegno a favore del dialogo interculturale

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum parlerà arabo

Il Ventennale allarga gli orizzonti linguistici della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum: dal 26 al 29 ottobre 2017 la Bmta parlerà arabo. È la campagna molto innovativa e senza esempi analoghi in Europa o nel mondo nell’ambito delle Fiere del Turismo, che con lo slogan “Con BMTA il turismo archeologico parla arabo” invita le persone di lingua araba interessate all’archeologia e al turismo culturale a connettersi con il sito http://www.bmta.it o a visitare Paestum, colonia della Magna Grecia che ha fatto tesoro della cultura greca e di quella romana, custodendo le vestigia di entrambe. In arabo non sarà sviluppata solo la comunicazione web, ma anche l’attività di ufficio stampa e la promozione della Borsa con newsletter e una intensa attività attraverso i social network. Che la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum decida di comunicare anche in arabo non capita per caso. La BMTA è riconosciuta quale best practice per l’impegno a favore del dialogo interculturale, non solo attraverso la partecipazione nel Salone Espositivo di circa 25 Paesi Esteri e la presenza annuale di un Paese Ospite Ufficiale (negli anni Egitto, Marocco, Tunisia, Siria, Francia, Algeria, Grecia, Libia, Perù, Portogallo, Cambogia, Turchia, Armenia, Venezuela, Azerbaigian, India), ma anche per dedicare annualmente dal 2015 nell’ambito del programma tre significativi momenti a questo tema. Innanzitutto l’incontro “#pernondimenticare il Museo del Bardo, 18 marzo 2015” con la partecipazione del direttore Moncef Ben Moussa, dopo l’attacco terroristico al museo di Tunisi, per ricordare che il patrimonio culturale è uno strumento fondamentale per il dialogo fra le culture: ogni cittadino del mondo, al di là di appartenenze religiose o politiche, deve essere consapevole che il patrimonio culturale è un bene comune e rappresentazione di identità nazionale, per cui va difeso da tutti i Paesi che fanno della democrazia il loro baluardo.

Siglato alla XIX Borsa Mediterranea del Turismo archeologico l’Accordo di Amicizia tra Paestum e Palmira

Il secondo significativo momento riguarda Palmira con il lancio dell’hashtag “#unite4heritage for Palmyra” e una serie di incontri sulla distruzione del patrimonio culturale, sull’archeologia ferita e sulla disintegrazione delle identità. Quest’anno saranno a Paestum i tre figli di Khaled Asaad, l’archeologo-custode-direttore del sito archeologico siriano patrimonio dell’Unesco, trucidato dai miliziani dell’Isis il 18 agosto 2015: sono Fayrouz, archeologa; Walid, l’ultimo direttore delle Antichità di Palmira; Omar, archeologo. Con loro ci saranno Paolo Matthiae, archeologo e direttore della missione archeologica a Ebla in Siria dell’università la Sapienza di Roma, e Mohamad Saleh, ultimo direttore per il Turismo di Palmira. Palmira, “La Sposa del Deserto”, è la città dell’Antico Regno saccheggiata e distrutta dai terroristi dell’Isis, restituita agli occhi del mondo per la prima volta nel 1929 da Henri Arnold Seyrig (archeologo francese, directeur général des Antiquités de Syrie et du Liban a Beirut – Siria e Libano erano dal 1922 un mandato francese – è stato direttore dei musei di Francia e dell’École du Louvre dal 1960 al 1962). “Uniti per Palmira” significa impegno a tutela dell’identità culturale e spirituale di un unico mondo: quello dei tanti popoli del Mediterraneo che incontrano Roma e l’Ellade per vivificare il deserto. Dove la civiltà trova la sua sposa.

Il manifesto dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

Il terzo momento importante è rappresentato dall’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, il premio dedicato alla scoperta archeologica più significativa del 2016, nel nome del direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira, dal 1963 al 2003, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, alla presenza dei figli Fayrouz, Walid e Omar. Il premio, promosso dalla Borsa e dalla rivista Archeo e giunto alla terza edizione, verrà assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della BMTA: Antike Welt (Germania), Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). Le cinque scoperte dello scorso anno candidate alla vittoria sono: Egitto, l’edificio della barca di Sesostri III e i graffiti di 120 navi ad Abido; Francia, la prima opera architettonica dei Neanderthal in una caverna di Bruniquel; Iraq, la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki; Pakistan, la città indo-greca di Bazira; Regno Unito, le 400 tavolette di epoca romana ritrovate nella City di Londra (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/21/annunciate-le-cinque-grandi-scoperte-archeologiche-del-2016-in-lizza-per-il-terzo-international-archaeological-discovery-award-khaled-al-asaad-promosso-da-borsa-mediterranea-del-turi/).

La Unite4Heritage è una task force composta da 60 unità pronte a intervenire su chiamata degli Stati

La Borsa con questa mission interpreta in pieno la “diplomazia culturale” che il ministro Angelino Alfano persegue nel suo impegno di politica estera, ma anche l’impegno internazionale che l’Italia ha assunto con il ministro Dario Franceschini nei confronti dell’Unesco e quindi del mondo intero di farsi partecipe della salvaguardia del patrimonio dell’umanità con i Caschi Blu coordinati dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale; non ultima l’attenzione che riserva il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca alla cooperazione culturale: il progetto ENI CBC “Mediterranean Sea Basin”, che succede al programma “ENPI – CBC Bacino Mediterraneo 2007-2013”, è il nuovo programma di cooperazione transfrontaliera multilaterale che vede la Campania in partenariato con i Paesi Mediterranei, al fine di creare opportunità economiche attraverso lo sviluppo locale delle destinazioni con siti Unesco e realizzare forme innovative di valorizzazione. “Non è un progetto commerciale, ma culturale”, afferma il fondatore e direttore della Borsa, Ugo Picarelli, “quella di una nuova forma di inclusione sociale, in nome della denominazione Mediterranea della Borsa (area geografica crocevia di civiltà) e del riconoscimento internazionale dell’evento da parte di Unwto e Unesco (le Nazioni Unite del Turismo e della Cultura) quale best practice di dialogo interculturale. Nel Salernitano, come nel Sud Italia, vivono migliaia di cittadini arabi, moltissimi dei quali, probabilmente, del patrimonio culturale non sanno nulla, benché vivano in luoghi dove si afferma la loro storia e dove emerge a pieno una parte non certo secondaria della loro tradizione culturale. Scoprirla non è solo un’acquisizione di conoscenza, ma una opportunità di dialogo e confronto, consapevoli nella loro lingua che il patrimonio culturale, non solo quello dei siti Unesco, appartiene anche a loro”.

Recuperato nel mare di Levanzo il dodicesimo rostro che conferma l’ubicazione della battaglia delle Egadi del 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che pose fine alla prima guerra punica a favore dei romani

Il recupero del dodicesimo rostro dalle acque antistante Levanzo appartenuto a una nave coinvolta nella battaglia delle Egadi del 241 a.C.

Area della battaglia delle isole Egadi tra romani e cartaginesi del 241 a.C.

E 12! Se ancora ci fossero stati dubbi sull’ubicazione della battaglia delle Egadi, combattuta nel 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che concluse a favore dei romani la lunga ed estenuante Prima Guerra Punica iniziata nel 264 a.C., ora dovrebbero essere fugati definitivamente. A tredici anni di distanza dal sequestro del primo rostro, che avviò le ricerche subacquee sistematiche, è stato recuperato a 80 metri di profondità, nei fondali a nord – ovest dell’isola di Levanzo, il dodicesimo rostro in bronzo della battaglia delle Egadi, cioè proprio dove da anni Sebastiano Tusa, responsabile della soprintendenza del Mare, ritiene si sia combattuto lo scontro finale. Questa importante scoperta conferma dunque la veridicità dell’ipotesi e aggiunge un tassello importante al patrimonio culturale della Sicilia. Il suo recupero è stato possibile ancora una volta grazie alla fruttuosa collaborazione che la soprintendenza del Mare ha intrapreso con la statunitense RPM Nautical Foundation guidata da George Robb e la direzione scientifica archeologica di Jeff Royal. Per la soprintendenza del Mare la ricerca è diretta da Sebastiano Tusa con la collaborazione di Stefano Zangara. Le ricerche sono state condotte con l’ausilio della nave oceanografica Hercules a posizionamento dinamico (DPS) dotata di sistemi di ricognizione elettroacustica di ultima generazione.

Il dodicesimo rostro in bronzo a 80 metri di profondità nel mare di Levanzo (foto Luca Palezza)

Ma non è tutto. Perché questo dodicesimo rostro ha una particolarità eccezionale: il reperto, tra i 12 finora identificati, ha ancora la parte lignea della prua della nave incastrato al suo interno: Il reperto presenta la novità, tra i 12 finora identificati, ha la parte lignea della prua della nave all’interno: si notano le parti finali della chiglia, del dritto di prua, delle due cinte laterali e della trave di speronamento. La sua estrazione e il conseguente studio darà preziose informazioni sulla tecnologia navale adoperata per costruire le navi da guerra in quel periodo. Proprio il soprintendente Tusa, qualche anno fa, dava una spiegazione alla mancanza di ritrovamenti di reperti lignei: “L’assenza di legno è dovuta quasi certamente al fatto che le navi perdute in battaglia erano quelle adibite al combattimento. Erano, pertanto, prive di pesante carico che generalmente con il suo peso copre e fa sprofondare lentamente lo scafo al di sotto del sedimento del fondo marino preservandolo dall’aggressione della Teredo Navalis. Il legno è, pertanto, scomparso lasciando sul fondo le ceramiche usate dall’equipaggio, i chiodi e quegli elementi inorganici che facevano parte delle imbarcazioni affondate. Emerge, in tal modo, un vasto areale ove si raggruppano numerose concentrazioni di oggetti che offrono la percezione di numerose navi affondate costituendo l’ulteriore prova dell’identificazione esatta del luogo dello scontro”.

La sede logistica del team che partecipa alle ricerche archeologiche subacquee alle isole Egadi (foto Salvo Emma)

La svolta nel 2004. “Dapprima vi fu la consegna spontanea da parte di un pescatore”, ricorda Tusa, “di un elmo in bronzo del tipo Montefortino in uso proprio in quella battaglia da parte dei militi romani. Egli affermò di averlo trovato nello spazio di mare a poche miglia a Nord-Ovest di Levanzo. Poi venne l’elemento decisivo per darci la convinzione che la nostra ipotesi era esatta e che, pertanto, avrebbe avuto ottime possibilità di essere provata da auspicate ricerche. Fu la “scoperta” del primo rostro delle Egadi nello studio di un dentista trapanese ad opera del nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri. Chi lo deteneva ed era in procinto (su sua dichiarazione) di consegnarlo agli organi di tutela, ci diede la conferma che il luogo di rinvenimento era a poche miglia a Nord-Ovest del Capo Grosso di Levanzo. Fu una “scoperta” eccezionale poiché oltre al valore storico-topografico legato all’evento bellico, il primo rostro delle Egadi era il secondo in assoluto rinvenuto fino ad allora seguendo quello di Athlit rinvenuto nelle acque israeliane qualche decennio prima”.

Lo studio del regime dei venti nella battaglia delle Egadi (vedi https://libreriainternazionaleilmare.blogspot.it/2015/11/egadi-241-ac-il-vento-cambio-il-corso.html)

Uno dei rostri in bronzo recuperati e già restaurato

Le scoperte archeologiche consentono di ricostruire la dinamica della battaglia con notevole accuratezza anche grazie agli studi sul regime del vento che dovette caratterizzare quel fatidico giorno. Così la sintetizza Tusa: “Annone all’alba del 10 marzo del 241 a.C., invogliato da una leggera brezza da Sud che andava girando da Ovest, diede l’ordine di salpare da Marettimo poiché pensava che con il vento in poppa avrebbe raggiunto rapidamente la costa siciliana eludendo i rigidi pattugliamenti romani della costa tra Drepanum e Lilibeo. Evidentemente Lutazio Catulo, l’astuto ammiraglio romano, intuì la mossa del nemico e pose tutta o parte della sua flotta al riparo dell’alta mole di Capo Grosso. Quando la flotta cartaginese si andava avvicinando diede l’ordine di salpare mollando cime ed ancore e scaraventando la sua forza d’urto e di sorpresa sul nemico. Lo scontro avvenne a circa miglia 4 ad Ovest / Nord-Ovest di Capo Grosso di Levanzo. Lo scompiglio nelle file nemiche dovette essere terribile sicché, anche in virtù del cambiamento del vento che già nel pomeriggio iniziò a spirare da Nord- Nord-Est ed Est, impossibilitato a proseguire e con il vento nuovamente in poppa per una salvifica ritirata verso il suo Paese, Annone diede l’ordine di far vela verso Cartagine. Svanirono per sempre le speranze cartaginesi di risolvere il conflitto a proprio favore. Amilcare, privo di rifornimenti, dovette capitolare cedendo la Sicilia ai Romani. La dinamica del vento che nel pomeriggio gira da Nord giustifica il rinvenimento della ben nota “nave punica di Marsala” sulle sponde dell’Isola Longa (qualche miglio a Sud del teatro del conflitto) giustamente identificata da Honor Frost come pertinente quella battaglia”. La battaglia delle Egadi fu di epocale valore per il destino del Mediterraneo ed oltre nei secoli a venire. “Nell’ambito dei 118 anni di guerra che videro lo scontro titanico tra due grandi potenze dell’antichità”, conclude Tusa, “questo fu uno dei momenti più importanti che ebbe un peso non indifferente per la vittoria finale del 146 a.C. dei romani, non foss’altro che perché tolse ai cartaginesi il controllo strategico della Sicilia. Ma, soprattutto, perché, come ci dice espressamente Polibio, il più attento osservatore, seppur di parte, del conflitto, i romani dopo il 10 marzo del 241 acquisirono la legittimità e l’autorevolezza di grande potenza mediterranea e di potenza navale intraprendendo con l’abilità che seppero sviluppare nei secoli seguenti la ben nota fisionomia di potenza imperialista anche se il vero e proprio impero nascerà dopo altre due secoli”.

“Archeologia ferita”: ad Aquileia gli eventi collaterali alla mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”. Apre Morandi Bonacossi sulla distruzione della memoria in Iraq e Siria. Con Matthiae e Castellani giornata omaggio a Khaled Asaad. Mostra fotografica di Elio Ciol “Sguardi su Palmira”

La storia cancellata con l’esplosivo: così è stata distrutta dall’Is la città assira di Nimrud in Iraq

L’archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

Il catalogo (Gangemi editore) della mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”

“Mai nella storia dell’uomo, neppure nei momenti più bui dei conflitti mondiali del secolo scorso, il patrimonio culturale dell’umanità aveva subito devastazioni così sistematiche e intenzionali come oggi in Siria e Iraq. Dopo oltre sei anni di guerra civile siriana una parte significativa dello straordinario patrimonio culturale di questi Paesi si trova ancora sotto il controllo di forze islamiste, che perseguono la deliberata distruzione dei monumenti e siti archeologici come strumento politico e di lotta per il potere”. Così scrive nella premessa al catalogo della mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” (Gangemi editore) Daniele Morandi Bonacossi, docente di Archeologia del Vicino Oriente all’università di Udine e direttore di missioni archeologiche a Palmira in Siria e a Ninive in Iraq. È proprio l’archeologo dell’ateneo friulano a inaugurare gli eventi collaterali della grande mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, aperta al museo Archeologico nazionale di Aquileia fino al 3 ottobre. Domenica 2 luglio 2017, alle 17.30, nelle gallerie lapidarie del museo Archeologico nazionale di Aquileia (ingresso gratuito), Daniele Morandi Bonacossi parlerà de “L’archeologia ferita in Siria e Iraq: la distruzione della memoria dell’uomo e la sua rinascita”. Distruzioni che, come rileva il presidente della Fondazione Aquileia, Zanardi Landi, “hanno sottratto una parte rilevante del patrimonio artistico dell’Umanità e non solo colpiscono l’identità culturale, religiosa, ideale e artistica di siriani, iracheni, egiziani, tunisini, ma anche la nostra, costituendo un danno gravissimo e irreparabile al nostro essere italiani ed europei”.

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

“Destruction of memory”, film di Tim Slade

Mercoledì 26 luglio 2017 sarà per Aquileia una giornata speciale con un omaggio particolare a Khaled Asaad, oltre che a Palmira e alla Siria: nell’ambito della prima serata dell’Aquileia Film Festival, giunto all’ottava edizione, alle 21, in piazza del Capitolo, verrà prima proiettato il film “Tesori in cambio di armi” (2014), sul commercio illegale di reperti archeologici che finanzia guerre e violenze; quindi Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, intervisterà il prof. Paolo Matthiae, decano degli archeologi in Siria, scopritore di Ebla, di cui ha diretto la missione per 47 anni. Matthiae sarà chiamato a rispondere alla domanda che tutti noi ci facciamo: cosa rimarrà dell’immensa ricchezza archeologica e monumentale di Siria e Iraq devastate dall’Isis? Chiuderà la serata il film di Alberto Castellani “Quel giorno a Palmira” (2015)  con un’intervista recuperata da materiale d’archivio al direttore-custode Khaled Asaad, trucidato dall’Isis il 18 agosto 2015 per aver tentato di difendere l’inestimabile patrimonio della “sposa del deserto” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/10/06/aperta-la-xxvi-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-nel-nome-di-khaled-asaad-larcheologo-di-palmira-decapitato-dallisis-e-sabato-instant-movie/). Il film è una sorta di viaggio della memoria per tener vivo il ricordo di un autentico eroe e meditare non solo sulle macerie ma anche sul dramma umano che la Siria sta oggi vivendo. E il 29 luglio 2017 Aquileia ospita la prima italiana del film “Destruction of memory” di Tim Slade, narrato da Sophie Okonedo e basato sul libro “La distruzione della memoria: Architecture at War” di Robert Bevan, documento sugli eroi che hanno rischiato la vita per proteggere non la loro identità culturale, ma per salvaguardare la memoria preziosa di ciò che siamo. Infine venerdì 8 settembre 2015 il terzo incontro in programma:  il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale affronterà la piaga del commercio illegale di antichità che, come è noto, è uno dei mezzi di finanziamento dei terroristi. “Il nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri”, interviene il il generale comandante Fabrizio Parrulli, “è un reparto speciale che opera dal 1969 per la tutela del patrimonio culturale di tutti i Paesi del mondo. Nell’incontro affronteremo anche il tema dei caschi blu della cultura. Un’iniziativa nuova e fortemente voluta dal ministro Franceschini per realizzare un team di esperti che possano essere impiegati rapidamente dove richiesto a seguito di eventi naturali o anche a seguito di crisi provocate dall’uomo”.

La via colonnata di Palmira chiusa dal monumentale arco trionfale (distrutto dall’Isis) in una foto di Elio Ciol del 1996

La scultura di Elias Naman “Le memorie di Zenobia”

In piazza del Capitolo possiamo ammirare la scultura “Le memorie di Zenobia” dell’artista contemporaneo siriano Elias Naman, generosamente prestata da Danieli: essa vuole ricordarci con il suo sguardo la drammaticità del momento presente. A un passo dalla scultura si accede al complesso archeologico della Domus e Palazzo episcopale, recentemente restaurato (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/23/aquileia-aperta-dalla-fondazione-una-nuova-area-archeologica-domus-e-palazzo-episcopale-viaggio-a-ritroso-nel-tempo-dal-palazzo-episcopale-del-v-sec-d-c-a-una-domus-romana-del-i-ii-sec-d-c/), che ospita la mostra fotografica “Sguardi su Palmira” con fotografie di Elio Ciol eseguite il 29 marzo 1996.  “Elio Ciol, che della fotografia europea è riconosciuto protagonista”, scrive Fulvio Dell’Agnese, “da oltre mezzo secolo si misura con gli antitetici poli della sua arte: istantaneità e permanenza. Le scene di vita popolare fissate negli scatti degli anni cinquanta parlavano dell’emozione umana in presa diretta, mentre lo sguardo di Ciol si è spinto oltre il quotidiano in memorabili serie di immagini dedicate al paesaggio e all’idea del sacro. L’immediatezza del reale e la sua trasfigurazione poetica si fondono anche nelle fotografie che l’autore scattò a Palmira nel 1996. I soggetti sono architetture e sculture, segnacoli di permanenza secolare contemplati da uno sguardo che li rispetta quali opere d’arte, ma contemporaneamente ne ricompone e fa proprie le geometrie nella metafisica libertà del chiaroscuro, proiettandole contro incombenti cieli cinerei. L’addensarsi di un presagio? Fatto sta che i monumenti vengono ripresi pochi anni – istanti, in termini storici – prima del loro ritorno a una fragilità del tutto quotidiana, vittime dell’opaca violenza di una bestialità distruttiva”. “Se la scultura Le memorie di Zenobia dell’artista siriano Elias Naman ci ricorda il dramma attuale”, conclude il presidente Zanardi Landi, “se le conferenze tematiche illustreranno le ricerche archeologiche e le istruzioni provocate dalla guerra, il documentario di Alberto Castellani Quel giorno a Palmira, sarà l’omaggio di Aquileia a Khaled Asaad, martire della cultura”.

Alla scoperta dei Brettii, antico popolo italico che popolò la Calabria dal IV sec. a.C.: incontro al museo della nazionale Archeologico della Sibaritide

La mappa degli insediamenti dei Brettii in Calabria (museo dei Brettii e degli Enotri, Cosenza)

A parlare dei Brettii, un popolo italico noto anche come Bruttii o Bruzi, sono alcuni storici antichi come Strabone, Diodoro Siculo e Giustino. Ricordano che i Brettii comparvero in Calabria intorno alla seconda metà del IV sec. a.C. espandendosi nella terra degli Enotri ai danni delle colonie greche della costa. Pare che essi fossero dei servi-pastori dei Lucani da cui si separarono in seguito ad una ribellione e, dedicatisi dapprima al brigantaggio e alle scorrerie, successivamente si riunirono in una Confederazione che elesse come capitale (metròpolis) Cosenza (circa 356 a.C.). Nonostante vari tentativi di resistenza all’espansione romana in Italia meridionale, che li videro anche alleati dei Cartaginesi durante la seconda guerra punica (219-202 a.C.), non ebbero la capacità di opporsi alla conquista definitiva del Bruzio (fine del III sec. a.C.).

Una sala del museo nazionale Archeologico della Sibaritide

Al tema “I Brettii: storia, cultura, evidenze archeologiche” è dedicato l’incontro di sabato 1° aprile 2017, alle 17, a Cassano allo Ionio (Cosenza), nella sala convegni del museo nazionale Archeologico della Sibaritide, diretto da Adele Bonofiglio. All’iniziativa, indetta dalla Società Italiana per la Protezione dei Beni culturali (Sipbc onlus) sezione Calabria “Luigi De Luca” con il patrocinio della Deputazione di Storia patria per la Calabria e la collaborazione del museo nazionale Archeologico della Sibaritide, parteciperanno: Adele Bonofiglio, direttore museo nazionale Archeologico della Sibaritide, che relazionerà su “Note sul percorso espositivo del Museo Archeologico di Sibari”; Carmine Gesualdo, comandante Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale – Cosenza; Franco Liguori, presidente Sipbc onlus Calabria; Gian Piero Givigliano, docente università della Calabria, “Identità e vicende storiche dei Brettii attraverso le fonti letterarie”; Armando Taliano Grasso, docente università della Calabria, “Città fortificate brettie tra Thuri e Kroton”; Maria Cerzoso, direttore museo dei Brettii e degli Enotri, “Cosenza, metropoli dei Brettii”.

Alla mostra “Archaeology and Me” a Palazzo Massimo a Roma per la prima volta insieme due dei tre pezzi trafugati del “Gladiatore che uccide un leone”, gruppo scultoreo della seicentesca Collezione Giustiniani

Il gruppo del "Gladiatore che uccide il leone" in un'incisione della seicentesca Collezione Giustiniani

Il gruppo del “Gladiatore che uccide il leone” in un’incisione della seicentesca Collezione Giustiniani

Palazzo Massimo a Roma, sede del museo nazionale Romano

Palazzo Massimo a Roma, sede del museo nazionale Romano

Per la prima volta dopo 50 anni tornano insieme due dei tre pezzi del “Gladiatore che uccide un leone”, gruppo scultoreo della seicentesca Collezione Giustiniani, trafugati tra il 1966 e il 1971: sono la testa del leone, preso, ma ruggente. E il busto dell’atleta pronto a colpirlo a morte. Testa di leone e busto dell’atleta sono le star indiscusse della mostra “Archaelogy and Me – Pensare l’archeologia nell’Europa contemporanea”, aperta al museo nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma fino al 23 aprile 2017. Che cos’è l’archeologia? Come viene percepita dai cittadini europei? Quale ruolo ha nella società contemporanea? Sono le domande alle quali risponde la mostra a cura di Maria Pia Guermandi e Rita Paris, promossa dalla soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area centrale di Roma e dal museo nazionale Romano, in collaborazione con l’Istituto per i Beni Artistici Culturali e naturali dell’Emilia Romagna, con l’organizzazione di Electa.

Il torso di Mitra-Gladiatore restituito dal Paul Getty Museum, ora in mostra a Roma

Il torso di Mitra-Gladiatore restituito dal Paul Getty Museum, ora in mostra a Roma

Il gruppo del “Gladiatore che uccide un leone”, ritratto in una delle incisioni volute dal marchese Vincenzo Giustianiani nel 1631 per illustrare la sua collezione di antichità, era in realtà una composizione creata all’epoca intorno al frammento di un Mitra tauroctono di età romana. Rubato dalla Villa di Bassano Romano, il torso è stato restituito dal Getty Museum nel ’99 grazie al nucleo Tutela patrimonio culturale dei carabinieri dopo una lunga vicenda, ben riassunta sul sito “Archaelogy and me”, che dimostra come “l’archeologia non sia solo scavo, ma anche studio, conoscenza, collaborazione e tanta pazienza. E talora, come nel caso del “torso di Mitra”, l’archeologia un caso  da risolvere!”. “Siamo al 1984”, raccontano gli esperti di Archaeology and me, “quando alcune foto di dettaglio del solo busto della statua apparvero in un articolo sui restauri del Paul Getty Museum di Malibu, in California. Non venivano forniti né una foto per intero della statua né indicazioni sulla provenienza! Ancora una volta fu un archeologo a riconoscere il pezzo: il tedesco Rainer Vollkommer, studioso dell’iconografia del dio Mitra. Evidentemente il torso del “Gladiatore-Mitra” era uscito illegalmente dal nostro Paese per essere venduto sul mercato antiquario. Grazie al reparto operativo del comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale nel 1999 l’opera ritornò in Italia e venne collocato a Ostia, accanto all’originale come avrebbe voluto Giovanni Becatti”.

La testa di leone del gruppo Giustiniani: era esposta a Villa di Capo del Bove sulla via Appia

La testa di leone del gruppo Giustiniani: era esposta a Villa di Capo del Bove sulla via Appia

La testa del leone è stata invece rinvenuta ad aprile scorso nel sito archeologico di Capo di Bove sulla Via Appia, in una villa privata acquistata dalla soprintendenza e oggi aperta al pubblico. “Per una strana coincidenza della sorte”, ci raccontano ancora gli archeologi di Archaeology and Me, “la testa, rubata nel 1966, era già rientrata a far parte delle collezioni dello Stato: era esposta nella Villa di Capo di Bove, al Parco Archeologico dell’Appia Antica! È possibile che la testa fosse stata acquistata sul mercato antiquario dal vecchio proprietario della villa, prima che la proprietà fosse venduta alla Soprintendenza Archeologica di Roma nel 2002. E ora, grazie al sapiente lavoro dei Carabinieri del Nucleo Tutela il pezzo è stato riconosciuto e, in occasione della mostra “Archaeology&ME”, è finalmente possibile rivedere riuniti due “protagonisti” di questa lunga storia!”.

“Barbablu” torna a casa: la Testa di Ade dal 21 dicembre sarà esposta definitivamente al museo Archeologico di Aidone (Enna)

La Testa di Ade, nota anche come "Barbablu", trafugata da Morgantina negli anni '70-'80

La Testa di Ade, nota anche come “Barbablu”, trafugata da Morgantina negli anni ’70-’80

“Barbablu” torna a casa. La famosa “Testa di Ade” dal 21 dicembre 2016 sarà esposta definitivamente al museo Archeologico di Aidone (Enna). Si chiude così un lungo contenzioso giudiziario con il Paul Getty Museum di Los Angeles che aveva acquistato la statua nel 1985 per esporla con tutti gli onori nella prestigiosa sede di Malibù. Ma quella “testa” famosa per il caratteristico colore blu della sua folta barba a riccioli, colore che richiama il concetto di eternità per l’assimilazione appunto dell’azzurro con il colore del cielo, era frutto di scavi clandestini. A dimostrarlo l’intuito di un’archeologa siciliana, Serena Raffiotta, figlia dell’ex procuratore di Enna Silvio Raffiotta, noto per il suo impegno nel recupero dei beni archeologici trafugati. Raffiotta studiando alcuni reperti in frantumi abbandonati dai tombaroli durante scavi clandestini a Morgantina, aveva notato quattro “riccioli” (recuperati tra il 1978 e il 1988). A distanza di diversi anni, nell’ambito di una collaborazione – avviata dal 2011 – tra il dipartimento dei Beni culturali della Regione Sicilia e il museo californiano è stato possibile compararli con la “testa” custodita al Getty. Si è così scoperto che quei riccioli appartenevano alla Testa di Ade. “Ricevuta la notifica del dissequestro da parte della Procura di Enna, con la direttrice del Polo museale di Enna, Piazza Armerina e Aidone, abbiamo operato affinché l’opera fosse esposta nel più breve tempo possibile nel museo di Aidone restituendola alla fruizione della comunità civica e di tutti i visitatori. Continueremo a impegnarci, con il contributo di tutte le istituzioni e dei cittadini di Aidone, per la promozione di questo territorio che racconta storie importanti della Sicilia antica”, spiega l’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana Carlo Vermiglio.

Il momento della restituzione a Los Angeles della Testa di Ade da parte dei responsabili del Getty Museum alle autorità italiane

Il momento della restituzione a Los Angeles della Testa di Ade da parte dei responsabili del Getty Museum alle autorità italiane

La testa di Ade era stata recuperata nel gennaio 2016 dalla missione del sostituto procuratore Francesco Rio, titolare delle indagini, che ha coordinato il Nucleo carabinieri tutela patrimonio culturale e il dipartimento dei Beni culturali della Regione Sicilia. Il 29 gennaio 2016 “Barbablu” atterrava all’aeroporto “Falcone e Borsellino” di Palermo. Poi, in attesa di completare le formalità per la sua definitiva esposizione al museo di Aidone, la Testa di Ade è stata esposta dal maggio 2016 al museo Archeologico “Antonio Salinas” di Palermo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/05/11/esposta-temporaneamente-al-museo-archeologico-salinas-di-palermo-la-testa-di-ade-barbablu-trafugata-dal-sito-siculo-greco-di-morgantina-negli-anni-70-80-e-restitui/).

Aidone Museo

Il museo archeologico di Aidone che conserva i tesori di Morgantina, destinazione finale della Testa di Ade (foto di Vincenzo Capasso, http://notizie.comuni-italiani.it/foto/41404)

E ora il ritorno ad Aidone. “La testa di Ade ritorna nella sua sede espositiva naturale”, aggiunge la direttrice Giovanna Susan. “Non si tratta solo del recupero di un importante oggetto d’arte, ma della ricostituzione di un contesto archeologico. I riccioli che “attaccano”, prima ancora di essere una prova giuridica, costituiscono un dato scientifico che permette di ricostituire la provenienza della testa dal Santuario di San Francesco Bisconti a Morgantina dedicato a Demetra e Kore, la stessa provenienza della coppia di acroliti”. Il museo di Aidone ospita insieme alla coppia di acroliti, la statua di Demetra e gli argenti di Eupolemos trafugati da Morgantina e restituiti dai musei americani. “Si completa così il mito di Demetra e Kore, iniziato con il ritorno degli acroliti”, dice il sindaco di Aidone, Vincenzo Lacchiana. “Il nostro museo espone capolavori che assumono, per le vicende che li hanno contraddistinti, un valore universale in un territorio che negli anni è stato fortemente depredato”. Anche per Luisa Lantieri, assessore regionale alla Funzione pubblica che ha seguito la vicenda del rientro della testa ad Aidone, “il ritorno della testa di Ade ad Aidone è un altro passo in avanti nella valorizzazione del patrimonio artistico culturale del centro della Sicilia. La consegna ufficiale del reperto archeologico alla comunità aidonese, fortemente voluta da me e dall’assessore Carlo Vermiglio – aggiunge -, rappresenta un momento importante in grado di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sui tanti tesori che la nostra terra custodisce che creano opportunità di sviluppo economico se sapientemente utilizzate per attrarre flussi turistici”. Conclude l’assessore Vermiglio: “Questo museo si può considerare il museo dei nostoi, dei ritorni e della legalità e, in questo contesto, la testa di Ade rappresenta un simbolo della lotta contro la criminalità e il saccheggio del nostro patrimonio culturale”.

Esposta temporaneamente al museo archeologico Salinas di Palermo la Testa di Ade “Barbablu”, trafugata dal sito siculo-greco di Morgantina negli anni ’70-’80 e restituita nel gennaio 2016 dal Getty Museum di Los Angeles

La Testa di Ade, nota anche come "Barbablu", trafugata da Morgantina negli anni '70-'80

La Testa di Ade, nota anche come “Barbablu”, trafugata da Morgantina negli anni ’70-’80 del Novecento

“Barbablu” star temporanea del museo Salinas di Palermo. La Testa di Ade, più nota appunto col nomignolo “Barbablu” per il caratteristico colore blu della sua folta barba a riccioli, colore che richiama il concetto di eternità per l’assimilazione appunto dell’azzurro con il colore del cielo, è esposta da mercoledì 11 maggio 2016 al museo archeologico Salinas di Palermo, con orario 9.30-19 (dal martedì alla domenica, ingresso libero). Lo annuncia l’assessore regionale dei Beni Culturali, Carlo Vermiglio. “In qualità di custodi giudiziari, d’intesa con il sostituto procuratore di Enna, Francesco Rio, e il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, con il direttore del museo Salinas, Francesca Spatafora, abbiamo deciso di restituire alla fruizione del pubblico “Barbablù”, la famosa Testa di Ade, trafugata negli anni ’70 dal sito archeologico di Morgantina e rientrata in Italia il 29 gennaio scorso. Il capolavoro dell’arte greco-ellenistica rappresenta un momento positivo e importante per la ricerca archeologica e soprattutto una vittoria per la legalità”.

Il teatro greco nel sito archeologico di Morgantina (Aidone, Enna)

Il teatro greco nel sito archeologico di Morgantina (Aidone, Enna)

La vicenda della Testa di Ade è emblematica. Il reperto era stato trafugato, come detto, alla fine degli anni Settanta del Novecento dall’area archeologica di Morgantina, nel territorio di Aidone, in provincia di Enna, importante città siculo-greca che, tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, è stata oggetto di numerosissimi scavi clandestini con conseguente trafugamento di inestimabili capolavori dell’arte greca (la coppia di acroliti arcaici, la colossale statua tardo-classica della dea, il tesoro di argenti ellenistici), illecitamente esportati e restituiti all’Italia negli ultimi anni, tutti attualmente custoditi nel museo Archeologico di Aidone.

Il momento della restituzione a Los Angeles della Testa di Ade da parte dei responsabili del Getty Museum alle autorità italiane

Il momento della restituzione a Los Angeles della Testa di Ade da parte dei responsabili del Getty Museum alle autorità italiane

Ma come si è giunti a scoprire che quella Testa di Ade che nella seconda metà degli anni Ottanta viene esposta con tutti gli onori al Paul Getty museum di Los Angeles era frutto di scavi clandestini? L’eccezionale risultato è dovuto all’intuito e alla preparazione di una archeologa siciliana Serena Raffiotta, figlia dell’ex procuratore di Enna Silvio Raffiotta, da sempre in prima linea nella lotta per il recupero dei beni archeologici trafugati. Raffiotta studiando alcuni reperti in frantumi abbandonati dai tombaroli durante scavi clandestini a Morgantina, aveva notato quattro “riccioli” (recuperati tra il 1978 e il 1988). A distanza di diversi anni, nell’ambito di una collaborazione – avviata dal 2011 – tra il dipartimento dei Beni culturali della Regione Sicilia e il museo californiano è stato possibile compararli con la “testa” custodita al Getty. Si è così scoperto che quei riccioli appartenevano alla Testa di Ade, dimostrando così che “Barbablu” proveniva da scavi clandestini di Morgantina. Il Paul Getty Museum di Los Angeles l’aveva acquistata nel 1985 e collocata nella Getty Villa di Malibù.

La Testa di Ade a Palermo dove è stata riportata dal nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

La Testa di Ade a Palermo dove è stata riportata dal nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Palermo, che ha operato in sinergia con il dipartimento dei Beni culturali e su coordinamento della procura di Enna, ha acquisito i riscontri documentali utili per formalizzare la richiesta di rogatoria internazionale, poi indirizzata alle autorità statunitensi. La piena collaborazione con il dipartimento di Giustizia Usa e il Paul Getty Museum ha permesso, dopo l’espletamento delle procedure giudiziarie, l’organizzazione della missione di recupero. Il 24 gennaio 2016 militari del Nucleo di Palermo, insieme al sostituto procuratore Francesco Rio, titolare delle indagini, sono pertanto partiti alla volta di Los Angeles, facendo rientro il 29 gennaio scorso all’aeroporto Falcone e Borsellino di Palermo, con la Testa di Ade.

Il museo archeologico di Aidone che conserva i tesori di Morgantina, destinazione finale della Testa di Ade

Il museo archeologico di Aidone che conserva i tesori di Morgantina, destinazione finale della Testa di Ade

In attesa del ritorno definitivo al museo archeologico di Aidone che conserva i tesori di Morgantina, Barbablu è esposto al museo Salinas di Palermo. Il procuratore generale Massimo Palmeri ha ricostruito la storia di Barbablu. Determinante è stato, per il rientro della statua, il ruolo del sostituto Augusto Rio che ha avviato le procedure per la rogatoria internazionale ed è andato personalmente a Malibù a riprendere il reperto archeologico. “Le indagini che abbiamo avviato non sono concluse”, spiega Rio. “Vogliamo risalire a chi a suo tempo possa avere trafugato la statua”. Il comandante dei carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio di Palermo, Luigi Mancuso, ha parlato di momento importante nel contrasto del traffico internazionale di opere d’arte e di come il lavoro dei carabinieri sia puntato all’individuazione di reti nazionali ed internazionali, alla ricerca e al recupero dei beni culturali trafugati: “Tutto ciò ha consentito di creare una vera e propria banca dati capace di indicare quali siano i beni trafugati e la loro effettiva provenienza. L’attività scientifica che è alla base del nostro lavoro diventa poi lo strumento probatorio per consentire il recupero dei beni”.

Istituiti i “caschi blu della cultura” sotto l’egida dell’Unesco. La prima task force “Unite4Heritage” è italiana, con tecnici specializzati e carabinieri del nucleo tutela, a disposizione della comunità internazionale. Centro di formazione a Torino

Istituiti i "caschi blu della cultura": la prima task force operativa è italiana

Istituiti i “caschi blu della cultura”: la prima task force operativa è italiana

Sono i “monuments men” del Terzo millennio. E sono italiani. Sono i “caschi blu della cultura”. L’idea era stata proprio l’Italia a lanciarla all’Onu all’indomani dello scempio di Palmira da parte dell’Isis. Idea che fu subito approvata dall’Unesco. E la prima task force “Unite4Heritage” sarà composta da esperti italiani al servizio dell’Unesco per la tutela e la ricostruzione di siti culturali danneggiati da guerre e terrorismo, ma anche per il contrasto del traffico di opere d’arte, coordinati dal ministero dei Beni culturali, con la partecipazione dei ministeri degli Esteri, della Difesa e dell’Istruzione, oltre al Comando dei carabinieri per la Tutela del patrimonio Culturale. “Siamo il primo Paese che mette in pratica la risoluzione approvata dall’Unesco”, ha detto il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, alla cerimonia alle Terme di Diocleziano della firma dell’accordo con il direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova, alla quale hanno partecipato i titolari della Difesa, Roberta Pinotti, dell’Istruzione, Stefania Giannini, e degli Esteri Paolo Gentiloni, oltre al Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette e al sindaco di Torino, Piero Fassino con il quale è stato sottoscritto un protocollo per l’istituzione nel capoluogo piemontese di un centro per la formazione sulla tutela dei Beni culturali. La task force, ha spiegato Franceschini, “sarà a disposizione della comunità internazionale e non si muoverà su iniziativa di un singolo Stato ma su richiesta dell’Unesco per situazioni in cui è richiesto l’intervento”.

I carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale operativi in Iraq

I carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale operativi in Iraq

I firmatari del protocollo: da sinistra, Franceschini, Giannini, Pinotti, Bokova e Gentiloni

I firmatari del protocollo: da sinistra, Franceschini, Giannini, Pinotti, Bokova e Gentiloni

Il gruppo di pronto intervento, composto da personale specializzato civile e carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, avrà diversi compiti: valutare i rischi e quantificare i danni al patrimonio culturale, ideare piani d’azione, formare personale nazionale locale, fornire assistenza al trasferimento di oggetti in rifugi di sicurezza e rafforzare la lotta contro il saccheggio e il traffico illecito di reperti. “L’Italia esercita il suo naturale ruolo di leadership nella tutela del patrimonio culturale mondiale con oltre 170 missioni archeologiche in tutto il mondo”, ha aggiunto Franceschini. E il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: “La task force italiana, la prima in assoluto, rappresenta un pezzo molto italiano della lotta al terrorismo. “Colpire un monumento è un crimine di guerra”, ha sottolineato il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, aggiungendo che il compito della task force sarà anche quello di ridisegnare una nuova “topografia della bellezza” nelle aree violate dai terroristi. Un’operazione che rappresenta un “salto di qualità non solo culturale ma anche politico”. Il ministro della Difesa Pinotti ha posto l’accento sul successo delle missioni italiane di peacekeeping, che è fondato sul “rispetto delle popolazioni locali” e ha ricordato il ruolo dei Carabinieri con “specificità che non si trovano altrove”. Il comandante generale dell’Arma Tullio Del Sette ha citato ad esempio il recupero di “oltre un milione e centomila reperti rubati”. L’iniziativa italiana ha riscosso “l’entusiasmo e la gratitudine” del direttore generale dell’Unesco Irina Bokova, che ha evidenziato come si sia aperto “un nuovo capitolo della lotta al terrorismo, che ha paura della storia e dei simboli”.

Ritrovata dai carabinieri la bellissima tomba affrescata campano-sannitica del IV-III trafugata dal museo di Paestum dove tornerà dopo il 10 gennaio

Le cinque lastre affrescate della tomba da Paestum recuperate dai carabinieri

Le cinque lastre affrescate della tomba da Paestum recuperate dai carabinieri

Il ministro Dario Franceschini con il comando del nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri

Il ministro Dario Franceschini con il comando del nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri

Ritrovata la “tomba dell’eroe”. Ora è in mostra a Roma, e dopo il 10 gennaio 2016 tornerà a casa, al museo nazionale del parco archeologico di Paestum, da dove era stata smontata e rubata. È l’ultimo “colpo” messo a segno dal Comando dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, presentato nel museo Storico dell’Arma dei Carabinieri, in piazza Risorgimento a Roma. In particolare, i militare dell’Arma hanno ritrovato cinque affreschi sottratti a Paestum che fino al 10 gennaio visitatori e turisti potranno ammirare, nell’ambito della mostra (ingresso gratuito) “L’arma custode della memoria” insieme agli altri beni recuperati dai carabinieri. E poi, come detto, dopo le Festività, le cinque lastre che costituiscono le pareti della sepoltura torneranno a Paestum. La “tomba dell’eroe” è una sepoltura campano-sannitica del IV-III secolo a.C., molto ben conservata, che proviene dalle aree archeologiche di Paestum, in cui viene raffigurato un giovane guerriero in trionfo mentre, armato, conduce un mulo che sulla groppa trasporta un probabile bottino di guerra e un cagnolino.

La grande lastra con il giovane guerriero in trionfo mentre, armato, conduce un mulo che sulla groppa trasporta un probabile bottino di guerra e un cagnolino

La grande lastra con il giovane guerriero in trionfo mentre, armato, conduce un mulo che sulla groppa trasporta un probabile bottino di guerra e un cagnolino

Il ministro Dario Franceschini

Il ministro Dario Franceschini

“Questi bellissimi affreschi”, ha confermato il ministro dei Beni culturali e del Turismo, Dario Franceschini, “torneranno a Paestum dal mese di gennaio. Abbiamo deciso che i beni recuperati tornino sempre nei luoghi dai quali sono stati trafugati o prelevati nei decenni passati. È una scelta che abbiamo fatto in generale e che viene confermata anche oggi. Questi affreschi andranno ad arricchire uno dei posti su cui abbiamo fatto l’investimento più importante, Paestum, che non ha avuto negli anni il riconoscimento internazionale, in termini di numeri e di risorse, che invece merita per la sua bellezza straordinaria”.

La lastra con una donna di casa che saluta il ritorno dell'eroe

La lastra con una donna di casa che saluta il ritorno dell’eroe

Il neodirettore del Parco archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel, si sofferma sul soggetto principale degli affreschi recuperati, quello che ha dato il “nome” alla tomba: “È un affresco di una tomba lucana del 300 a.C. che raffigura il rientro di un giovane guerriero col bottino della guerra salutato dalle donne di casa”. E aggiunge: “Qui si vuole esaltare la vita di un membro dell’aristocrazia lucana del IV secolo a.C. Purtroppo quello che manca è il corredo, che ci potrebbe consentire di datare la tomba in modo più preciso. E manca anche l’ubicazione precisa”. Elementi mancanti perché “la tomba non è stata scavata da archeologi ma nell’ambito di scavi clandestini che sono devastanti per i beni culturali”, conclude Zuchtriegel.

Archeologia rubata. Ritrovato dai carabinieri il gruppo del dio Mitra trafugato da Tarquinia. Restaurato, ora è esposto ai Musei Vaticani. Ma entro l’estate tornerà a Tarquinia, al museo archeologico nazionale Tarquiniense

Il ministro Dario Franceschini plaude per il ritrovamento e il restauro del gruppo scultoreo del dio Mitra

Il ministro Dario Franceschini plaude per il ritrovamento e il restauro del gruppo scultoreo del dio Mitra

Dici Tarquinia e pensi agli etruschi. Ma se la città fu uno degli insediamenti più antichi e più importanti della dodecapoli etrusca, non va mai dimenticato il suo rapporto con Roma: dai Tarquini, la dinastia di re etruschi, alle guerre fino alla sottomissione a Roma nel 295 a.C. dopo la battaglia di Sentino. Da allora Tarquinia fece parte dei territori romani nella regio VII Etruria e, fino alla fondazione di Centumcellae (oggi Civitavecchia) da parte di Traiano, rappresentò con la colonia marittima di Gravisca il principale porto dell’Etruria meridionale. E proprio al periodo imperiale risale il gruppo scultoreo del dio Mitra che fu trafugato dai tombaroli dall’area archeologica della Civita e recuperato dai carabinieri mentre trafficanti d’arte antica stavano per portarlo in Svizzera. E Tarquinia è già pronta a festeggiare “il ritorno a casa” del dio Mitra quasi fosse un figliol prodigo, perché il ministro Dario Franceschini ha assicurato che tornerà a Tarquinia, anche se per qualche tempo (almeno fino ad agosto) farà bella mostra di sé in un’esposizione ai Musei Vaticani.

I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale presentano il groppo del dio Mitra trafugato a Tarquinia

I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale presentano il gruppo scultoreo del dio Mitra (II-III secolo d.C.) trafugato da Tarquinia

Intanto a Tarquinia prepara “l’atmosfera” con un incontro di studio e approfondimento della storia di questo prezioso ritrovamento il cui valore è stato stimato in otto milioni di euro. L’appuntamento è per il 30 aprile alle 10.30 nella sala del Palazzo comunale. La grande importanza di questa opera, che ci è pervenuta quasi integra, risiede nella sua datazione che risale al II-III secolo d.C., e che la colloca nel periodo romano, l’epoca meno “testimoniata” da reperti di questa rilevanza. L’opera, hanno spiegato i carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio artistico, era su un furgone di un vivaista destinato in Svizzera, all’apparenza anonimo, che trasportava alcune piante e altro materiale: il mezzo su cui veniva trasportata l’opera è stato bloccato e controllato all’altezza del museo delle navi di Fiumicino. Durante una perquisizione del mezzo, i militari, sotto un telone, hanno rinvenuto la statua. Alla giornata di studio, promossa dall’amministrazione comunale, parteciperanno il sindaco di Tarquinia Mauro Mazzola, il presidente della commissione cultura Angelo Centini, il giornalista Fabio Isman, autore del libro ‘L’archeologia rubata. Il saccheggio in Etruria e in Italia dal 1970 a oggi”. Ci saranno anche gli studenti di tutte le scuole, la soprintendente Alfonsina Russo e il direttore del museo di Tarquinia Maria Gabriella Scapaticci.

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini

“Una bellissima notizia”. È il primo commento del sindaco Mauro Mazzola, in merito al ritrovamento della statua romana del dio Mitra che uccide un toro datata II-III secolo d.C.. ‘Voglio esprimere un grande ringraziamento ai carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale che hanno condotto questa brillante azione”, prosegue il primo cittadino. “La nostra città si arricchirà di un nuovo eccezionale reperto. Un’opera di pregio storico e archeologico enorme”. Ancora più entusiasmanti sono le parole del ministro Franceschini: “Quando verrà stabilita la data del trasporto a Tarquinia, si dovrà lavorare per organizzare un evento celebrativo”. Il gruppo del Mitra, che raffigura appunto la divinità “importata” dall’Oriente il cui culto si era andato ampiamente diffondendo nella tarda romanità, raffigura il dio mentre sta per uccidere un grande toro. L’opera, proveniente dal Pianoro della Civita di Tarquinia, come dimostrato a seguito di uno scavo condotto nel maggio del 2014, sarà nei prossimi mesi esposta in via definitiva a palazzo Vitelleschi, sede del museo Archeologico nazionale Tarquiniense che raccoglie una delle collezioni più ricche di arte etrusca. Attualmente il gruppo scultoreo – recuperato dai carabinieri – è esposto ai Musei Vaticani ma il ministro della Cultura Dario Franceschini ha già dato ampie assicurazioni sul ritorno del Mitra nella capitale etrusca. «Mi sono sentito al telefono con il ministro Dario Franceschini, che mi ha riconfermato il ritorno a Tarquinia della statua del dio Mitra”, dichiara il sindaco. “Condivido in pieno la posizione espressa dal ministro Franceschini, – prosegue il primo cittadino – ovvero che le opere trafugate tornino nel loro territorio di origine, per essere un volano di promozione culturale e sviluppo turistico. Il nostro Paese, e Tarquinia ne è un chiaro esempio, è un museo a cielo aperto, custodendo un patrimonio storico e artistico di straordinario valore”.

L'eccezionale gruppo scultoreo del II-III secolo d.C. con il dio Mitra che uccide il toro, trafugato da Tarquinia

L’eccezionale gruppo scultoreo del II-III secolo d.C. con il dio Mitra che uccide il toro

Il gruppo scultoreo tarquiniese è un reperto raro e prezioso, per l’eccezionale integrità e per il soggetto rappresentato. Due esemplari simili si trovano al British Museum e ai Musei Vaticani. La scultura, tra il novembre 2014 e il febbraio 2015, è stata sottoposta a restauro ad opera dalle restauratrici del Laboratorio Materiali Lapidei dell’Iscr (istituto superiore per la conservazione e il restauro). Al momento del sequestro l’opera si presentava ancora completamente ricoperta di depositi terrosi e mancante di alcune parti come la testa e le braccia, e di alcuni di quegli elementi, quali il cane e il serpente, che connotano le raffigurazioni del Mitra “tauroctono”. La delicata pulitura è stata eseguita meccanicamente su tutta superficie e rifinita con laser. Durante il corso degli interventi, grazie ad uno scavo archeologico organizzato dalla soprintendenza ai Beni archeologici per l’Etruria Meridionale sul probabile luogo dello scavo clandestino, all’interno del Parco Archeologico di Tarquinia, è stato ritrovato il frammento raffigurante il cane e sono stati portati alla luce i resti dell’ambiente destinato al culto mitraico. Il ritrovamento del frammento del cane, perfettamente combaciante con il resto della statua, ha fornito un’inconfutabile prova della provenienza della statua dal sito individuato.