Notte dei Ricercatori (on line). Il museo Archeologico nazionale di Napoli presenta il restyling del Giardino della Vanella (da giugno 2021 aperto gratuitamente al pubblico) e gli studi diagnostici della Quadriga di Ercolano

Il Giardino della Vanella, cuore verde del museo Archeologico nazionale di Napoli, sarà uno dei temi approfonditi dal Mann nella Notte dei Ricercatori, venerdì 27 e sabato 28 novembre 2020, che quest’anno sarà solo on line sui canali social. Scopo della programmazione social, infatti, sarà mostrare progetti ed idee che, con studio e competenza, stanno ridando luce ai tesori del Mann. Il claim dei post sulle pagine Facebook ed Instagram dell’Archeologico adottato dal Mann per la Notte dei Ricercatori è un pensiero dello scrittore austriaco Robert Musil: “Non è vero che il ricercatore insegue la verità; è la verità che insegue il ricercatore”.

Si partirà venerdì 27 novembre 2020, alle 20, con un approfondimento dedicato al restyling del terzo cuore verde dell’Archeologico, il Giardino della Vanella, che sarà aperto a tutti i cittadini, senza ticket di ingresso, a partire da giugno 2021. Il progetto di allestimento, curato dall’arch. Silvia Neri, sarà presentato con un’ “anteprima”: tramite le simulazioni condivise online, si avrà un’overview sull’assetto futuro dello spazio. Il Giardino, completamente rinnovato, manterrà intatti i suoi elementi principali: il Mausoleo di Caivano, la peschiera voluta da Maiuri, i muretti in mattoni di inizio Novecento. Così, si potrà nuovamente ammirare il Mausoleo di Caivano: lo straordinario monumento funerario del I sec. d.C., riscoperto nella cittadina del napoletano nel 1923 e “trasportato” al museo Archeologico nazionale di Napoli, è chiuso da decenni; i delicati e preziosi affreschi contenuti al suo interno, dopo il restauro, saranno “restituiti” ai visitatori, anche con un sistema di presentazione digitale per chi non potrà percorrere i gradini di accesso agli ambienti chiusi.

Eppure il Giardino della Vanella sarà non soltanto uno scrigno di tesori, ma anche uno spettacolo “a cielo aperto”: al centro dell’area, infatti, sarà recuperata la peschiera voluta da Amedeo Maiuri nella prima Sezione Tecnologica, allestita al Museo negli anni Trenta del Novecento. La peschiera è la riproduzione in scala ridotta di un modello romano, presente in una villa di Formia: la struttura serviva, nell’antichità, per allevare pesci, quindi era una vasca di tipo prettamente tecnico. Il progetto di recupero, voluto dal Mann, lascerà la peschiera nella medesima posizione in cui era stata creata, considerandola “parte esterna” della rinnovata Sezione Tecnologica: suggestivi giochi d’acqua si inseriranno in un armonico contesto, disegnato con il verde per accrescere il fascino del percorso di visita. Saranno circa trenta, infatti, le tipologie di alberi, arbusti e piante erbacee del Giardino: sarà predominante la candida Rosa Iceberg, che ben si armonizzerà con i colori della facciata del Braccio Nuovo; per gli eventi pomeridiani e serali, la Vanella sarà illuminata con luce calda, diffusa da lampade in acciaio corten. Dopo una proiezione nel prossimo futuro, il Mann dedicherà anche un post (sabato 28, alle 12) agli studi che, negli scorsi anni, hanno guidato il restyling dei Giardini delle Camelie e delle Fontane.

Un’incursione nei nuovi allestimenti delle collezioni del Museo concluderà questo itinerario social dedicato alla ricerca: sabato 28 novembre 2020 (alle 20) saranno postate alcune immagini fornite dall’Istituto di Studi sul Mediterraneo-ISMed CNR di Napoli dedicate alle attività di diagnostica sulla Quadriga di Ercolano. Il gruppo scultoreo in bronzo (età imperiale), che sarà inserito (giugno 2021) nel nuovo allestimento della Sezione Campania Romana, era collocato nel Foro della città vesuviana. Durante gli scavi in età borbonica, l’opera fu estratta in frammenti: ricostruito un cavallo (il celebre “cavallo Mazzocchi”), il resto del gruppo deve essere sottoposto a restauro, dopo la ricerca realizzata grazie alle più innovative metodologie di rilevamento digitale dei singoli pezzi ed alle possibilità offerte dalla grafica 3D. Per questa fase diagnostica, il Mann ha stipulato un accordo con l’ISMed-CNR.
“Fate presto”: il grido simbolo del terremoto dell’Irpinia del 1980. Nel quarantennale ecco l’anteprima della mostra fotografica “19.34/ Quaranta anni dopo/La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo”, l’introduzione del direttore Giulierini, e il documentario sul sisma al Mann


Il manifesto della mostra “19.34/ Quarant’anni dopo/ La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo” al museo Archeologico nazionale di Napoli, rinviata al 2021 causa Covid-19

Irpinia 1980: il sisma in presa diretta nelle foto di Antonietta De Lillo (archivio marechiarofilm)
23 novembre 1980. Alle 19:34 la terra trema per 90 secondi. Dall’epicentro a Conza della Campania l’onda si propaga per 17mila chilometri quadrati, radendo al suolo 126 paesi, lasciando senza casa 300mila persone. 8.848 i feriti, 2.914 i morti. FATE PRESTO! è il grido rimasto nella storia del quotidiano Il Mattino quando il 26 novembre ancora non arrivano i soccorsi, in quello che è a tutt’oggi il terremoto più devastante che ha colpito l’Italia nell’ultimo secolo. Nel quarantennale del terremoto sul sito di marechiarofilm anteprima di 10 scatti inediti della fotografa e regista napoletana Antonietta De Lillo della mostra “19.34/ Quaranta anni dopo/La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo”, che il museo Archeologico nazionale di Napoli ospiterà nel 2021 dopo il rinvio forzato per l’emergenza Covid. Le immagini sono il reportage sensibile di una delle ferite ancora aperte della nostra storia recente. Senza mai perdere una giusta distanza dalla realtà che osserva, l’occhio dell’autrice riesce a restituirci l’umanità che si cela dietro la cronaca, sempre in bilico tra la presa diretta della realtà e la ricerca di ciò che è invisibile. La gallery, online fino al 2 dicembre 2020, è anteprima della mostra “19:34 quarant’anni dopo / La storia in presa diretta” che sarà realizzata al Mann nel 2021, dove sarà possibile vedere l’intero complesso delle fotografie di Antonietta De Lillo sul terremoto del 1980. La mostra è l’occasione di rivivere pagine della nostra storia recente e capire come queste possono riflettersi sull’oggi e aprire importanti riflessioni sul nostro presente.

23 novembre 1980: cosa successe al museo Archeologico nazionale di Napoli? Ce lo raccontano alcuni scatti dell’Archivio Fotografico del Mann: le conseguenze del terremoto furono pesanti, anche se non si ebbero effetti ancora più devastanti grazie al consolidamento dell’edificio, iniziato proprio nel 1975. Tra i danni più consistenti, si annoverano 165 terrecotte, 122 vasi esposti e 195 nei depositi, includendo essenzialmente reperti corinzi, attici, apuli (Raccolta Cumana, Collezioni Spinelli, Santangelo e Vivenzio).
23 novembre: per ricordare e costruire il futuro, partendo dal passato. La giornata è iniziata con il videomessaggio del direttore del Mann, Paolo Giulierini. “Oggi 23 novembre, abbiamo deciso di lanciare on line la mostra “19.34”, l’ora relativa alla scossa del terremoto dell’Irpinia, e lo abbiamo fatto nell’ambito di una serie di mostre dedicate al “Mann e la memoria”, la prima delle quali è stata la mostra dedicata alle Quattro giornate di Napoli. Non possiamo non iniziare questa mostra partendo dal mondo antico, in quanto già le vicende delle terre vesuviane all’epoca dell’eruzione del Vesuvio e alla distruzione di Pompei ed Ercolano ci insegnano quanto sia vicino, intimo, il rapporto tra vita dell’uomo e catastrofe naturale. D’altra parte poi la mostra non si ferma qui, ma ha un importante focus dedicato a fotografie eccezionali, uniche, di reportage dei primi momenti relativi alla scossa in Irpinia, e poi passiamo a quello che rappresentò il terremoto a livello di danni nel nostro istituto. Furono persi tantissimi vasi. Ci furono danni strutturali al palazzo. Ma vorremmo anche ripercorrere un’idea di rinascita attraverso l’ultima parte che si occupa di quello che il museo sta facendo insieme all’università “Federico II” per realizzare un palazzo che sia in sicurezza e con un allestimento a prova di sisma. Perché il museo si occupa di terremoto? Perché analogamente ad oggi, che siamo in una situazione simile per via del Covid, un istituto culturale non può stare lontano dalle vicende che in qualche modo si ripercuotono sulla società civile, la segnano, e quindi deve ricordare, ha l’obbligo di recuperare la memoria e lanciare messaggi positivi per un rilancio come fu quello degli anni Ottanta che dal sisma si generò ad esempio nell’ambito dei beni culturali una generazione di giovani che parteciparono al recupero di tutte quelle opere che erano andate distrutte. Quei giovani degli anni Ottanta adesso sono persone prossime alla pensione, ma lasceranno i testimoni a nuove generazioni che sapranno sicuramente tutelare al meglio quell’immenso patrimonio che rischiò di essere perso per sempre”.
All’indomani del 23 novembre 1980, un gruppo di archeologi si ritrovò nell’Atrio del museo Archeologico nazionale di Napoli per verificare i danni provocati dal violento sisma. Tra i giovani esperti, vi era il prof. Antonio De Simone, che racconta in questo breve documentario le emozioni dei “ragazzi del 1980”: insieme per far rivivere la bellezza.
23 novembre: nel quarantennale del terremoto dell’Irpinia del 1980, il museo Archeologico nazionale di Napoli propone un’anteprima digitale della mostra “19.34/ Quarant’anni dopo/ La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo” (rinviata al 2021 per il Covid) e un mini-documentario sul Museo nel 1980

23 novembre 1980, ore 19.34: la terra trema nel cuore della Campania, l’Irpinia. Magnitudo 6.9 della scala Richter, X della scala Mercalli. Il bilancio finale parla di quasi 3mila morti. L’onda sismica colpisce anche il museo Archeologico nazionale di Napoli: negli storici depositi, il famoso Sing Sing, i segni più evidenti: vasi caduti dagli scaffali, cocci dappertutto, una coltre di polvere e calcinacci. Antonietta De Lillo all’epoca era una stimata fotogiornalista agli esordi della carriera. È lei che realizza un reportage su quei primi momenti drammatici. E oggi i suoi scatti diventano una mostra: “19.34/ Quarant’anni dopo/ La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo” che il museo Archeologico nazionale di Napoli ospiterà nel 2021 dopo il rinvio forzato per l’emergenza Covid-19. Lunedì 23 novembre 2020, quarantennale del terremoto del 1980, ricorrenza simbolica da celebrare con le nuove tecnologie, la mostra “19.34/ Quarant’anni dopo/ La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo” sarà presentata in anteprima digitale sui canali Facebook ed Instagram del Mann; i contenuti sono disponibili sul sito di marechiarofilm srl, titolare dell’archivio che concede le immagini inedite di Antonietta De Lillo.

In occasione dunque del quarantennale del terremoto, che devastò la Campania con particolare violenza nelle aree dell’Avellinese, il Mann riscopre pagine indimenticabili della storia regionale: partendo dall’archivio fotografico inedito della regista Antonietta De Lillo, che agli esordi di carriera è stata fotogiornalista per importanti quotidiani e settimanali, i fan delle piattaforme social del Mann avranno un’anteprima degli oltre cento scatti, che saranno esposti al Museo nel prossimo anno. Fil rouge della campagna virtuale sarà il claim “Il MANN e la memoria”, che connette la programmazione di importanti attività culturali alla volontà di riscoprire luoghi e momenti topici della storia: in una drammatica fase di pandemia, che ha costretto a posticipare la mostra al 2021, ricordare una fase di crisi (e di successiva ricostruzione) assume un valore particolare. Esattamente alle 19.34 di lunedì 23 novembre 2020, così, gli internauti potranno sfogliare, su Facebook, una slide show di anteprima dell’exhibit: le fotografie selezionate rappresenteranno un viaggio a ritroso nel tempo per conoscere cronaca e vita della Campania (e dell’Italia). Le immagini, che saranno fruibili per dieci giorni sul portale di marechiarofilm, rappresenteranno quasi un ingresso virtuale e metaforico nelle sale della mostra: si partirà, dunque, dai primi scatti in bianco e nero, realizzati da De Lillo all’indomani del terremoto a Sant’Angelo dei Lombardi, Laviano ed in altri centri dell’Irpinia. “Recuperare parte del mio archivio fotografico è stata una grande emozione, è stato come guardarmi attraverso un binocolo girato al contrario”, confessa la regista Antonietta De Lillo. “Queste immagini mi hanno riportata esattamente alle emozioni che mi hanno spinto a muovermi attraverso la Campania e i borghi dell’Irpinia distrutti dal terremoto. Ricordo perfettamente cosa ho provato nel trovarmi lì a fotografare interi paesi ridotti a un cumulo di macerie, con gli uomini che scendevano dalle montagne portando con sé lenzuola e coperte che avvolgevano cadaveri. Ho dovuto per un attimo spostare la macchina fotografica dalla mia faccia per sentire quell’umanità dolente e poi ho guardato di nuovo nell’obiettivo e ho scattato. Vedendo queste fotografie oggi mi sembra che questa ricerca di contatto umano sia riuscita a entrare dentro le immagini o almeno lo spero”.

“Il Mann e la memoria è una delle direttrici principali della nostra ricerca”, spiega il direttore del Mann, Paolo Giulierini. “Ci è sembrato importante che il Museo di una città, intimamente connessa alla sua storia archeologica e più in generale culturale e sociale, dedicasse una mostra ai 40 anni del terremoto del 1980. Lo facciamo nella giornata del 23 novembre, anche se in maniera solo digitale, dandovi appuntamento alla futura esposizione. Trasmettere la memoria viva di ciò che è accaduto 40 anni fa è oggi, in piena emergenza Covid, ancora più significativo. Insieme al ricordo della tragedia vogliamo comunicare alle giovani generazioni anche e soprattutto la capacità di rinascita e di solidarietà, che trasmettono le immagini di questa mostra, il coraggio, le opportunità, l’impegno. Gli inediti scatti in presa diretta di Antonietta De Lillo – continua Giulierini – ci fanno riflettere su una umanità sicuramente non differente da quella che soffrì per simili eventi nell’antichità, aspetto questo che sarà indagato in mostra nel dialogo con i nostri straordinari reperti, a cominciare da un iconico calco umano di Pompei. Una terra abituata a tremare quella del Sud. E basti pensare al terribile terremoto del 62 d.C. che colpì proprio Pompei ed Ercolano e ai lavori di ristrutturazione mai ultimati, le cui testimonianze sono state conservate dall’eruzione del 79 d.C. Un altro aspetto è fondamentale, per la storia del Mann, è l’apporto che diedero i giovani a quella rinascita post terremoto: dallo sviluppo del nostro laboratorio di restauro, alla definizione di una vera e propria coscienza archeologica della città, aspetti spiegati nel contributo video del prof. Antonio de Simone che di quei giorni fu protagonista. Da questa storia nasce il nostro grande impegno sugli studi per l’antisismica, che stiamo conducendo insieme all’università “Federico II” e in rete con i musei della California e del Giappone. Perché le grandi crisi, ieri come oggi, devono indicarci la strada per un futuro migliore”.
Ritrovando idealmente i temi della mostra, e senza anticipare le caratteristiche dell’allestimento, che sarà ospitato nelle sale 91-93 limitrofe alla Meridiana, la giornata di lunedì 23 novembre 2020 avrà diversi post preparatori della slide show delle 19.34: si partirà al mattino con alcuni scatti dei danni subiti dal Museo con il sisma del 1980; le fotografie, provenienti dall’Archivio Fotografico del Mann, racconteranno le conseguenze del terremoto, che non ebbe effetti ancora più devastanti grazie al consolidamento dell’edificio, iniziato proprio nel 1975: tra i danni più consistenti, si annoverano quelli a 165 terrecotte, 122 vasi esposti e 195 nei depositi, includendo essenzialmente reperti corinzi, attici, apuli (Raccolta Cumana, Collezioni Spinelli, Santangelo e Vivenzio). Dalle immagini in bianco e nero al video-racconto: sulla pagina Facebook del Mann sarà postato anche un mini-documentario, che sarà presente in mostra, in cui l’archeologo prof. Antonio De Simone ripercorrerà le emozioni del 24 novembre, quando un gruppo di esperti si ritrovò nell’Atrio del Museo per fare la stima dei danni causati dalla scossa della sera precedente.

Per completare la giornata social di ricordo del quarantennale del terremoto, condivisione congiunta di post con la Reggia di Caserta: alle 13, il Mann proporrà alcune immagini del nuovo allestimento di “Terrae Motus”, mentre la Reggia, allo stesso orario, presenterà gli scatti dell’Archivio Fotografico del Museo. Sensibilità, culto della storia e valore della memoria sono valori che rappresentano un terreno comune di cooperazione interistituzionale: previste nuove forme di collaborazione, tra l’Archeologico e la Reggia, in occasione della mostra “19.34”.
I capolavori del museo Archeologico coinvolti in avvincenti storie tinte di mistero protagonisti nell’antologia “Delitti al Museo” (Giallo Mondadori) al centro di una nuova campagna social del Mann: suggestivo video-racconto tra letteratura e arte

C’è un gatto che si aggira per il museo Archeologico nazionale di Napoli di cui conosce ogni segreto, e osserva il mondo da un’angolazione privilegiata quella del Giardino della Vanella. Si scopre così che la Venere Callipigia, la Tazza Farnese, i Tirannicidi ed altri capolavori del Mann sono coinvolti in avvincenti storie tinte di mistero. Succede questo e molto altro in “Delitti al Museo” (Giallo Mondadori, 2019): il volume, a cura di Franco Forte e Diego Lama, comprende dieci racconti firmati da noti giallisti italiani (Diego Lama, Diana Lama, Andrea Franco, Stefano Di Marino, Carlo Martigli, Giulio Leoni, Romano De Marco, Antonio Fusco, Luigi Guicciardi, Serena Venditto) ed ambientati nelle sale dell’Archeologico: da venerdì 20 novembre 2020, il libro sarà al centro di una nuova campagna social lanciata dal Museo in questa fase di chiusura. Sulla pagina Facebook del Mann sarà possibile trovare, così, una connessione ideale tra letteratura ed arte: l’introduzione al libro sarà ripercorsa in un suggestivo video-racconto, che permetterà ad una voce narrante, in pochi minuti, di attraversare gli ambienti oggi chiusi dell’Archeologico; nelle “puntate” successive, sempre programmate di martedì e venerdì, spazio a brevissimi inserti video realizzati da alcuni scrittori in novanta secondi. Non mancheranno focus diretti sui testi, con post di poche righe di sintesi “emozionale” in abbinamento alle immagini.


La copertina del libro “Delitti al Museo” (Giallo Mondadori)
Delitti al Museo. Il museo Archeologico nazionale di Napoli nella sua sede monumentale custodisce secoli di storia e infinite storie. Un paradiso per i turisti, un inferno per gli investigatori. Lo sa bene Sebastiano “Bas” Salieri, illusionista e ricercatore dell’occulto, alle prese con il macabro assassinio rituale di un vecchio amico e la scomparsa di un prezioso manufatto. Napoli è una città di enigmi, che le sono connaturati fin da epoche lontane. Come scoprono Martino da Barga, frate francescano inviato dal pontefice a indagare su una sacerdotessa che forse è una strega, e monsignor Attilio Verzi, chiamato a risolvere il caso di un omicidio commesso con un antico pugnale. Enigmi che aleggiano intorno a opere d’arte. Come la statua di Venere che ossessiona un’artista, ignara che qualcuno è pericolosamente attratto da lei. La stessa statua in qualche modo collegata alla morte di un accademico inglese, un nuovo rompicapo per il commissario Veneruso. Dagli anni Trenta, quando il ritrovamento di un reperto “impossibile” innesca sviluppi imprevedibili, fino ai giorni nostri, che sia per una brutale esecuzione tra la folla dei visitatori, per un delitto perpetrato nella sezione egizia, o per l’inspiegabile presenza notturna di un uomo seduto a fissare un certo oggetto, il centro di tutto è sempre uno e uno solo: il Mann.

Filo conduttore della campagna social “Delitti al Museo” sarà la riscoperta dei reperti del Mann, secondo una diversa chiave di lettura creativa: non soltanto opere d’arte, ma anche Sezioni (in primis quella Egizia, che si caratterizza per la sua aura di mistero) e manufatti preziosi, come la lamina orfica che corredava un’antica sepoltura del IV sec. a.C. Non a caso, la promozione dell’antologia “Delitti al Museo” rientra negli interventi definiti dal direttore del Mann, Paolo Giulierini, e realizzati nell’ambito del progetto “Museo Accessibile” (coordinamento scientifico: prof. Ludovico Solima, università della Campania “Luigi Vanvitelli”/ framework operativo: PON Cultura e sviluppo- FESR 2014/2020): “La valorizzazione delle pagine della silloge permette di ampliare le maglie dell’accessibilità al patrimonio dell’Archeologico. Un’accessibilità che, in fase di pandemia, si connota sempre più come piattaforma cognitiva e digitale da condividere”.
Napoli. “Sette statue per sette giorni” al museo Archeologico nazionale: quinta opera della Sezione Campania Romana, il Busto di Plotina

Sette statue per sette giorni: il museo Archeologico nazionale di Napoli anticipa un suggestivo tour virtuale con foto di Luigi Spina della Sezione Campania Romana, che sarà nuovamente fruibile al pubblico da giugno 2021. Il viaggio online è giunto al quinto giorno e propone il Busto di Plotina (dal settore cosiddetto Mercurio del Palatium di Baia, 117-138 d.C), custodito per molti anni nei depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli. “Anch’io a guardarmi bene vivo da millenni”: ammirando questa splendida scultura, ci viene in mente il verso della canzone “Mesopotamia” di Franco Battiato.
Napoli. “Sette statue per sette giorni” al museo Archeologico nazionale: terza opera della Sezione Campania Romana, protome di Giunone

Sette statue per sette giorni: il museo Archeologico nazionale di Napoli anticipa un suggestivo tour virtuale con foto di Luigi Spina della Sezione Campania Romana, che sarà nuovamente fruibile al pubblico da giugno 2021. Il viaggio online è giunto al terzo giorno e propone la protome di Giunone, svelata dai depositi, un’immagine enigmatica e magnetica: la testa probabilmente è parte di una statua di culto, proviene dal Tempio di Giove a Pompei ed è databile al I sec. d.C.
Napoli. “Sette statue per sette giorni” al museo Archeologico nazionale: seconda opera della Sezione Campania Romana, testa di Apollo Omphalos

Sette statue per sette giorni: il museo Archeologico nazionale di Napoli anticipa un suggestivo tour virtuale con foto di Luigi Spina della Sezione Campania Romana, che sarà nuovamente fruibile al pubblico da giugno 2021. Il viaggio online è giunto al secondo giorno e propone la (quasi sconosciuta) testa di Apollo tipo Omphalos, l’opera proviene da Baia ed è copia romana (II sec. d.C.) di un originale di età severa. “Il lavoro sulla Campania Romana è da considerarsi una delle più significative ricerche fotografiche al Museo di Napoli degli ultimi dieci anni. Tutto questo si esplica in un’azione quotidiana di riprese che richiedono tempi precisi e giuste riflessioni per individuare l’unicità di ogni opera”, afferma Luigi Spina.
Napoli. “Sette statue per sette giorni” al museo Archeologico nazionale di Napoli: si inizia con il cosiddetto Germanico

Sette statue per sette giorni: il museo Archeologico nazionale di Napoli anticipa un suggestivo tour virtuale della Sezione Campania Romana, che sarà nuovamente fruibile al pubblico da giugno 2021. Il viaggio online è iniziato simbolicamente sabato 14 novembre 2020, alle 20: era prevista la Notte dei Musei, con aperture straordinarie che, a causa dell’emergenza Covid, sono oggi trasformate in appuntamenti virtuali. A guidare gli internauti in un itinerario di scoperta sono sette splendide immagini di Luigi Spina: i capolavori scelti per questa preziosa e raffinata campagna digitale sono alcuni marmi che, provenienti per lo più dai depositi del Mann, arricchiranno le sale del piano terra nell’ala occidentale del Museo. Per iniziare, il museo Archeologico nazionale di Napoli presenta la statua maschile del cd. Germanico: proviene dal Macellum di Pompei, risale ai primi decenni del I sec. d.C. ed è uno dei tesori dischiusi dai depositi del Mann.
Napoli. Il museo Archeologico nazionale propone “Sette statue per sette giorni”: anteprima virtuale della Sezione Campania Romana che aprirà nel giugno 2021 con sette scatti di Luigi Spina. Si inizia con la Notte dei Musei (solo virtuale)

Le sale, ancora vuote, del Mann che ospiteranno la Sezione Campania Romana dal giugno 2021 (foto Mann)

Rendering della nuova sezione Campania romana al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)
Al piano terra dell’ala occidentale del museo Archeologico nazionale di Napoli alcune sale, oggi vuote, ospiteranno nel giugno 2021 i capolavori della Campania Romana: la Sezione raccoglierà circa duecento reperti, provenienti dalle principali città romane della regione (non solo i grandi centri vesuviani come Pompei ed Ercolano, ma anche Cuma, Baia, Pozzuoli e Santa Maria Capua Vetere) e databili a partire dalla prima età imperiale. Nell’attesa il museo Archeologico nazionale di Napoli anticipa un suggestivo tour virtuale della Sezione Campania Romana: “Sette statue per sette giorni”, con sette post su Facebook ed Instagram.

Il viaggio online inizia su Facebook, simbolicamente il 14 novembre 2020 alle 20: per quella data e quello specifico orario era prevista la Notte dei Musei, con aperture straordinarie che, a causa dell’emergenza Covid, sono oggi trasformate in appuntamenti virtuali. Da sabato 14 novembre così, i fan e follower potranno trovare, nella rete, uno spazio per ammirare sculture quasi sconosciute: i capolavori scelti per questa preziosa e raffinata campagna digitale non saranno il Doriforo di Policileto, il Cavallo Mazzocchi o l’Afrodite di Capua, opere che pure figureranno nel riallestimento della Campania Romana, ma alcuni marmi che, provenienti per lo più dai depositi del Mann, arricchiranno le sale del piano terra nell’ala occidentale del Museo. A guidare gli internauti in un itinerario di scoperta, da vivere per ora con like, commenti e condivisioni, saranno sette splendide immagini di Luigi Spina: il fotografo ha ripreso a studiare la statuaria del Mann, con un impegno di ricerca pari a quello profuso per la Collezione Farnese. Se l’illuminazione e l’inquadratura saranno i primi strumenti per “interpretare” l’opera, facendone emergere il valore simbolico, culturale e sociale, la vera scommessa della campagna di Spina sarà conciliare le esigenze scientifiche della documentazione con il forte senso estetico espresso da marmi e bronzi: un approccio allo stesso tempo divulgativo e rigoroso, che non soltanto “premierà” gli appassionati di archeologia, ma anche i cultori di una ricerca evocativa ed emozionale sull’immagine.

Primo post sabato 14 novembre 2020, dunque, con la statua maschile del cd. Germanico: proviene dal Macellum di Pompei, risale ai primi decenni del I sec. d.C. ed è uno dei tesori dischiusi dai nostri depositi. Quasi sconosciuta anche la testa di Apollo tipo Omphalos, che sarà postata la domenica: in ossequio alla dimensione “multicentrica” che connoterà la Sezione della Campania Romana, l’opera proviene da Cuma ed è copia romana (II sec. d.C.) di un originale di età severa. Per iniziare la settimana online, enigma e magnetismo nell’immagine della protome di Giunone, anch’essa svelata dai depositi: la testa, che per le sue dimensioni particolari (sessanta centimetri circa) probabilmente è parte di una statua di culto del Tempio di Giove a Pompei ed è databile al I sec. d.C. Ancora dai depositi, l’elegante figura femminile panneggiata (dal Foro di Ercolano, I sec. d.C.), così come non esposta da tempo la scultura di Olconio Rufo (I sec. d.C.), che proviene dal quadrivio di via Stabiana a Pompei. Completeranno l’anteprima social la statua femminile della Concordia Augusta (da Pompei, edificio di Eumachia, I sec. d.C.) ed il Busto di Plotina (dal settore cd. Mercurio del Palatium di Baia, 117-138 d.C., anch’esso custodito da molti anni nei depositi).

“Il lavoro sulla Campania Romana è da considerarsi una delle più significative ricerche fotografiche al museo di Napoli degli ultimi dieci anni”, commenta Luigi Spina. “Tutto questo si esplica in un’azione quotidiana di riprese che richiedono tempi precisi e giuste riflessioni per individuare l’unicità di ogni opera”. La campagna fotografica di Luigi Spina rientra nella prassi di valorizzazione del patrimonio museale, da divulgare e condividere in rete: nella recente rilevazione, realizzata dal Politecnico di Milano per la Direzione Generale Musei del Mibact, il Mann è risultato il museo italiano più attivo su Facebook, in termini di numero di post pubblicati (122) nel settembre scorso. Così, nella compagine più complessiva e variegata dei dati inerenti alla “propensione social” degli istituti culturali, con particolare riferimento alla specifica attività su Facebook, il Mann conferma la cura nell’applicazione delle opportunità comunicative offerte dalla piattaforma: in questi tempi difficili, una risorsa indispensabile per mantenere vivo il dialogo con il pubblico.



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