#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Altino ci fa conoscere un sesto reperto “imperdibile”: una collana d’oro di produzione tarantina della fine II-I sec. a.C.
Vado al Parco archeologico di Paestum per vedere la Tomba del Tuffatore. E vado ad Altino per vedere…? È la sesta “provocazione” del museo Archeologico nazionale per presentare il sesto reperto “imperdibile”: una collana d’oro (fine II-I sec. a.C.) da un rinvenimento sporadico del 1985 presso la via Claudia Augusta Altinate. Nel video di Francesca Farroni Gallo, il testo e la voce narrante sono di Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino.

La collana d’oro di produzione tarantina (fine II-I sec. a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Altino (foto SABAP-Veneto)
La collana d’oro ci porta ad Altino in un periodo turbolento della Repubblica romana. “Erano tempi duri”, ci racconta Marianna Bressan “Giulio Cesare era appena stato assassinato a Roma. Dopo il colpo di Stato si erano scatenate le lotte per il potere: Antonio, Lepido, Ottaviano, tra i principali contendenti, sorretti dai rispettivi eserciti, avevano stretto un patto, ma continuavano a lottare per la supremazia. In quegli anni Antonio teneva la Cisalpina. Il suo esercito era guidato dal generale Asinio Pollione. Veniva sempre in città per cercare uomini da reclutare e soldi per finanziare le proprie imprese di guerra. Avevamo un piccolo tesoro in famiglia, una collana d’oro arriva a noi da chissà da quale progenitrice. Era antica. Era stata fatta almeno cento anni prima da un artigiano di Taranto che aveva imparato la tecnica dai greci, o era greco lui stesso, chissà. La lavorazione era raffinatissima, una fascia che aderiva perfettamente al collo composta da due coppie di catenelle collegate da elementi biconici cavi. Sulle clavicole cadevano una trentina di pendaglietti a forma di foglia. Il fermaglio a gancio era preceduto da due cordoncini con la superficie zigrinata. La indossavamo per le grandi occasioni, ci sentivamo delle regine. Ma erano tempi duri. Non potevamo di cedere questo tesoro di famiglia agli appetiti che finiranno per distruggere la Repubblica. Così un giorno chiudemmo la collana d’oro in uno scrigno e lo sotterrammo fuori città, vicino alla strada che saliva verso il Sile. Non la rivedemmo mai più”.
Avete da 6 a 14 anni? Nove musei archeologici tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia vi invitano al concorso “Instrumenta Design Junior 2020 – L’antico ispira il contemporaneo!”: immaginare un oggetto contemporaneo di uso quotidiano – spiegato in un video – dopo aver “intervistato” reperti antichi esposti in museo
Nove musei archeologici tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia invitano i loro giovani amici a partecipare al concorso “Instrumenta Design Junior 2020 – L’antico ispira il contemporaneo!”. L’iniziativa è rivolta a chi ha tra i 6 e i 14 anni (si può partecipare da soli, con i genitori o gli insegnanti e la classe) e vede coinvolti i musei archeologici di Este, Padova, Adria, Fratta Polesine, Venezia, Altino, Portogruaro, Caorle e Aquileia. Ogni museo ha individuato tre reperti antichi da “intervistare” per saperne di più e per stimolare la creatività dei giovani designer, invitati ad immaginare un oggetto contemporaneo di uso quotidiano. Vuoi conoscere i musei coinvolti? Vuoi scoprire quali reperti sono stati scelti? Guarda i video preparati dai singoli musei:
Entro il 15 giugno 2020 i partecipanti dovranno realizzare un video di massimo 3 minuti in cui spiegano il loro progetto (attenzione! il volto dei partecipanti non deve essere visibile) ed inviarlo all’indirizzo instrumentajunior@gmail.com. Gli elaborati verranno presentati dal 3 all’11 ottobre 2020 nei musei e rimarranno consultabili in rete fino al 31 maggio 2021. Si può consultare il sito alla pagina https://www.studiodarcheologia.it/musei/instrumenta-design-junior/ per scaricare regolamento, materiali e video. Per ulteriori informazioni lo Studio D – Archeologia Didattica Museologia invita a scrivere una email all’indirizzo dedicato instrumentajunior@gmail.com: “Aspettiamo con curiosità i vostri progetti!”.
#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Altino ci fa conoscere un quinto reperto “imperdibile”: una statuetta di gladiatore in terracotta (I-II sec. d.C.). E per i bambini propone la lettura di una favola con due bambini, Lucilio e Tito, che osservano gli artigiani al lavoro
Vado al MANN di Napoli per vedere l’affresco con la rissa all’anfiteatro di Pompei. E vado ad Altino per vedere…? È la quinta “provocazione” del museo Archeologico nazionale per presentare il quinto reperto “imperdibile”: statuetta di gladiatore in terracotta (I-II sec. d.C.), da un rinvenimento sporadico del 1971 a Sud della via Annia. Nel video di Francesca Ferroni Gallo, il testo e la voce narrante sono di Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino.

Statuetta di gladiatore in terracotta (I-II sec. d.C.) conservato al museo di Altino (foto PM-Veneto)
La statuetta del gladiatore ci porta a primo pomeriggio di fine aprile ad Altino. “Siamo in anfiteatro”, ci racconta Marianna Bressan. “È appena terminata la pompa, la sfilata delle armi e dei gladiatori che si affronteranno in duello. Il popolo, accalcato sugli spalti attorno all’arena, rumoreggia, inneggia il nome del favorito, strepita impaziente. Nella caserma, lontano dalla vista del pubblico, il gladiatore indossa le armi appena presentate in corteo. Sulla tibia sinistra, l’ocrea di metallo, legata a una spessa imbottitura di lana, che aiuta ad attutire i colpi. Sul braccio destro, la manica gladiatoria di cuoio; all’altezza dello stomaco il balteus, il cinturone protettivo, e, sotto, il subligaculum, il perizoma. In testa mette l’elmo: una calotta liscia con una cresta curvilinea dai bordi stondati e solo due forellini per gli occhi. Con la sinistra imbraccia lo scudo rettangolare, avvolgente, senza spigoli vivi. Il suo lato sinistro è protetto dalla testa ai piedi, letteralmente. Con la destra impugna il gladio. Dal suo armamentario è chiaro: è un gladiatore della classe dei secutores. E finalmente si avvia nell’arena. Al suo ingresso, esplode il furore del popolo: è lui il preferito e non il suo avversario, il retiarius, che cercherà di batterlo armato di tridente e rete da pesca. Ci siamo, siamo pronti, uno di fronte all’altro. Il secutor mostra il lato sinistro, il gladio in resta, il corpo pronto a scattare al via dell’arbitro. Che il combattimento abbia inizio. Che sia io il vincitore”.
Ed ecco la quarta favola altinate per i bambini. 👨🏻👩🏻👦🏻👦🏻👨🏼👩🏼👧🏼👧🏼👩🏻👧🏻👦🏻Bambine, bambini! 👩🏾👩🏾👦🏾👦🏾👨🏻👨🏻👧🏻👦🏻👨👦👦 è tempo di un’altra lettura… favolosa! 📖 Il 1° maggio è stata la Festa dei Lavoratori e noi abbiamo reso omaggio ai mestieri di Altino antica. La favola di oggi ci racconta l’abilità di quegli artigiani attraverso gli occhi di due bambini, il “poeta” Lucilio e il suo curioso e intraprendente amico Tito. E, ai loro occhi, il lavoro degli artigiani non poteva che apparire… una 🧜♀ magia 🧚♀! Legge per noi 🎤Michele Bars🎤, custode del Museo. Il testo è di Gabriella Bosmin e le illustrazioni di Erica Schweizer. E allora…. c’era una volta… https://it-it.facebook.com/1119722614724773/videos/344833106492793/
#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Altino ci fa conoscere un quarto reperto “imperdibile”: la coppa di vetro murrino a nastri e a millefiori (fine I sec. a.C. – inizio I d.C), un oggetto lussuoso e raro. E per i bambini propone la lettura di una favola con due ragazzi che sognano di aprire una bottega di calzolaio
Vado a Villa Giulia per vedere il sarcofago degli sposi. E vado ad Altino per vedere…? È la quarta “provocazione” del museo Archeologico nazionale per presentare il quarto reperto “imperdibile”: la coppa di vetro murrino a nastri e a millefiori (fine I sec. a.C. – inizio I d.C.) dalla tomba 509 della necropoli nord-orientale lungo la via Annia. Nel video di Francesca Ferroni Gallo, il testo e la voce narrante sono di Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino.

La coppa di vetro murrino (I sec. a.C. – I sec. d.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Altino (foto PM-Veneto)
“Se metti le mani a conca e le accosti, possono contenere questa coppetta coloratissima, resistente e fragile come solo il vetro può essere. Questo stesso gesto avrà fatto duemila anni fa una persona, non ti so dire se uomo, donna, giovane, anziana, di certo emozionata e con fare solenne, per essere certa di usare tutte le cautele necessarie a deporre intatta la coppetta accanto ai poveri resti di una parente o una compagna di vita o un’amica, appena partita per il viaggio da cui non si torna. E pensare che lei, la padrona della coppetta, era stata così orgogliosa di quell’oggetto lussuoso e raro. Era un pezzo unico, fatto a mano da un abile vetraio, forse ad Aquileia o ad Adria; un maestro, che sapeva ottenere paste di colori diversi e tutti brillanti, lavorarle in tessere e canne, tagliarle secondo necessità, comporle con fantasia in disegni geometrici, fonderle, per poi dar forma di coppetta alla piastra ottenuta e molare la superficie, per renderla liscia, brillante, senza imperfezioni. Un artigiano d’altri tempi: le sue mani interpretavano una tecnica, che avevano iniziato a mettere a punto i vetrai di Mesopotamia ed Egitto almeno quindici secoli prima. Lei, la padrona, amava esibire la coppetta con il servizio buono, quando c’era occasione di avere ospiti per cena. Per questo i suoi cari gliela misero nel bagaglio, quando partì per sempre, lasciandosi Altino alle spalle”.
Ed ecco la terza favola altinate per i bambini. 👨🏻👩🏻👧🏻👦🏻👩🏻👧🏻👩🏿👩🏿👧🏿👧🏿 Bambine, bambini! 👨🏼👨🏼👧🏼👦🏼👨👦👨👩👧 questa domenica per voi un’altra lettura… favolosa!📖 Ci racconta la favola di oggi Giovanni Nato, custode del Museo. Il testo è di Gabriella Bosmin e le illustrazioni di Erica Schweizer. E allora…. cominciamo! C’era una volta, ad Altino… Donato, il figlio del 👞calzolaio👠 e il suo amico Procolo. Riusciranno i due ragazzi ad aprire la loro bottega di calzolai? Scopriamolo insieme! https://www.facebook.com/MuseoArcheologicoAltino/videos/245720066810048/?__so__=permalink&__rv__=related_videos P.S. se verrete a Museo di Altino, quando riaprirà, potrete conoscere Donato il calzolaio di persona!
#iorestoacasa. Museo Archeologico nazionale di Altino: la direttrice Marianna Bressan lancia una rubrica per far conoscere i reperti “imperdibili”. Si inizia con il “coccio parlante” con l’iscrizione al dio Altino datata al VI sec. a.C
“Vado al Louvre per vedere la Gioconda. E vado ad Altino per vedere…?”. Comincia con questa domanda il primo appuntamento con gli #imperdibili, con la scoperta cioè di uno dei reperti da vedere in una visita del museo Archeologico nazionale di Altino. Ma in tempi di coronavirus, nell’impegno di #iorestoacasa, Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e area archeologica di Altino, questa scoperta la propone sul profilo Facebook del museo. Si comincia con “il coccio parlante”. Vediamo di cosa si tratta. “Sul fianco di uno scodellone, fatto nel V secolo a.C. con un impasto di argilla grossolana e giunto a noi frammentato”, spiegano gli archeologi del museo altinate, “è vergata una scritta, incisa a secco con una punta affilata. Si legge, con un po’ di pazienza e cominciando da destra, A:LTINO.M. Questo, almeno dal VI secolo a.C., è il nome della divinità “propria del luogo” (“sainati”). Lo stesso nome porta il luogo, la città, che va popolandosi per diventare in breve tempo il principale snodo commerciale dei Veneti antichi, attraversato com’è da vie d’acqua e di terra. Si tratta di una delle più antiche attestazioni del nome ed è tanto più preziosa, perché è una fonte diretta, non una citazione per sentito dire”. L’alfabeto scelto – continuano – è proprio della lingua venetica, ma non è tipico di Altino: si usava in un centro veneto dell’entroterra, noto allora come Patava (Padova). “Il frammento iscritto venne deposto in onore del dio Altino direttamente nel santuario ad esso dedicato, forse dopo essere stato rotto intenzionalmente per spezzare la scritta. Qui tornò alla luce circa vent’anni fa, dopo duemila e cinquecento anni, durante regolari scavi archeologici”.

Marianna Bressan, direttrice del museo Archeologico nazionale e dell’area archeologica di Altino (foto Graziano Tavan)
Ecco, dunque, una delle tante storie che questo frammento racconta. “C’era una volta un viaggiatore, veniva da Padova. Egli, un giorno qualunque del V secolo a.C., imboccò la strada diretta a Nord-Est e, dopo giorni di tragitto, giunse ad Altino; forse accompagnava le sue merci o forse voleva acquistarne. Una volta in città, si recò nel santuario del dio quaggiù venerato, che portava lo stesso nome della città. Era un bel posto, appena fuori l’abitato, e guardava verso il mare. Voleva rendere grazie di aver protetto il suo viaggio o forse chiedergli di favorire i suoi commerci. Decise di lasciare un dono; allora si procurò un coccio, vi incise il nome del dio cui si raccomandava e lo spezzò prima di gettarlo nella fossa con gli altri ex voto. Speriamo che il dio Altino abbia accolto la sua preghiera!”.
#iorestoacasa. Al museo di Altino salta – causa emergenza coronavirus – l’appuntamento con i laboratori didattici. Ma direzione e associazione Lapis propongono un tutorial per i bambini: come realizzare un mosaico a casa con i genitori o i nonni

La direttrice Marianna Bressan nella nuova aula didattica del museo Archeologico nazionale di Altino (foto Graziano Tavan)
Il programma era quello di andare in museo ad Altino per partecipare a un laboratorio pensato per i ragazzi. Ma le misure di contenimento del coronavirus hanno cancellato ogni appuntamento. In museo, almeno. Ma non a casa, dove il laboratorio dedicato alla realizzazione di un mosaico è stato sostituito con un tutorial per realizzare l’esercizio a casa con i genitori. A gennaio Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino, aveva lanciato il nuovo progetto “Aspettando i centri estivi”, un ciclo promozionale di laboratori gratuiti, calendarizzati in alcuni pomeriggi di domenica tra gennaio e giugno, dedicati ai ragazzi tra i 6 e i 12 anni. “Durante i laboratori”, spiega la direttrice, “si riprodurranno strumenti di età veneta e romana, si comporrà un mosaico come quello che decorava le case romane, si realizzerà una mappa di Altino antica. Gli oggetti creati rimarranno in parte per ricordo a chi li ha prodotti, mentre in parte saranno donati al Museo, che li integrerà nel percorso per le persone con disabilità visiva. I bambini, dunque, con il lavoro operoso e divertente dei laboratori saranno ambasciatori del Museo verso le persone con queste disabilità, contribuendo a rendere il patrimonio archeologico altinate più accessibile. Oltre alla partecipazione al laboratorio, sarà gratuito anche l’ingresso al Museo per un accompagnatore del piccolo partecipante”. E ricorda: “Tutte le attività didattiche proposte sono affidate a professionisti della didattica museale specializzati in archeologia. Fa da capofila al gruppo delle associazioni Lapis, da tempo impegnata nella gestione di importanti siti culturali quali le aree archeologiche di Montegrotto Terme e il museo Sanpaolo di Monselice. La affiancano Studio D, da decenni un’istituzione della didattica museale veneta, e Tramedistoria, i cui archeologi sono specializzati nella archeologia imitativa, ovvero nella traduzione divulgativa dell’archeologia sperimentale”.
Proprio l’associazione Lapis ha proposto questo tutorial “Come realizzare un mosaico in casa”, postato sulla pagina Facebook del museo di Altino, “un’idea diversa per una domenica pomeriggio in casa con i vostri bambini o nipoti… con affetto dallo staff del Museo Altino”- Ovviamente la realizzazione di un mosaico con tessere di pietra come facevano gli antichi romani è rimandato alla riapertura del museo quando sarà finita l’emergenza coronavirus. Intanto ci si può ingegnare con quanto si può reperire in casa, come legumi e cereali, e giocare con la fantasia.
Museo nazionale e area archeologica di Altino: la direttrice Marianna Bressan fa un primo bilancio, annuncia le iniziative del 2020, e presenta il ciclo di incontri “L’archeologo racconta. Scavi, studi e ricerche su Altino e dintorni”

Marianna Bressan, direttrice del museo Archeologico nazionale e dell’area archeologica di Altino (foto Graziano Tavan)
“L’archeologo racconta. Scavi, studi e ricerche su Altino e dintorni”: dieci incontri tra gennaio e maggio 2020 al museo Archeologico nazionale di Altino, al mercoledì pomeriggio alle 17.30. “L’iniziativa è nata perché ci sembrava giusto offrire un aggiornamento delle ricerche in corso e di quelle che sono in programma. C’è un filo rosso che collega i dieci incontri in programma: proprio l’aggiornamento. Vogliamo far conoscere a una platea sempre più ampia le attività dell’Archeologico di Altino, far passare il messaggio che il nostro museo non è fermo, anche nel campo della ricerca. E questo in piena collaborazione con la soprintendenza competente (Sabap per il Comune di Venezia e Laguna), condizione essenziale per lo sviluppo armonico della ricerca e della comunicazione del Museo, ora che le competenze di tutela e valorizzazione sono attribuite a due diversi uffici”. C’è entusiasmo e partecipazione nelle parole di Marianna Bressan, la giovane direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino che ha ideato e aperto il ciclo di incontri “L’archeologo racconta” presentando un primo bilancio di un anno di direzione al museo insieme alle iniziative programmate o in cantiere. “Nel 2019”, ricorda Bressan, “l’Icom, l’International Council of Museums, ha cercato di dare una definizione di museo più aggiornata”. In un Convegno sono stati infatti affrontati i temi dell’accessibilità, della sicurezza e della trasformazione digitale nei musei, nell’ottica dei professionisti museali, a cui vengono richieste competenze un tempo non previste per aprirsi all’ascolto e alla partecipazione in un mondo sempre più interculturale. La rapida trasformazione degli istituti di cultura con una sempre maggiore attenzione alle persone, alle comunità e all’ambiente, il diverso approccio al patrimonio culturale e il superamento delle barriere disciplinari, schiudono nuove prospettive da cogliere ed elaborare. “Noi abbiamo cercato di migliorare, valorizzare, promuovere l’accessibilità del museo”, continua la direttrice. “A cominciare dall’ideazione e allestimento della mostra Antenati altinati, realizzata nell’ambito del progetto di collaborazione Historic, finanziato dal Programma INTERREG CBC Programma Italia -Croazia e finalizzato alla valorizzazione turistica dei siti pilota museali di Altino e Torcello con il coinvolgimento di professori e studenti universitari/neolaureati”. I reperti in mostra sono in pietra o marmo e pertanto sono “toccabili”. “Con la mostra lanciamo il progetto Tocchiamoli con mano per allargare l’accessibilità dell’esposizione agli ipovedenti”. E poi un altro modo per coinvolgere il visitatore è l’allestimento: i reperti, “gli altinati”, sembrano dialogare tra loro e al contempo rivolgersi al visitatore/viandante che cammina tra i sepolcri.

Paride Arciere, bronzetto di produzione etrusco-padana (prima metà V sec. a.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Altino (foto museo Altino)

La direttrice Marianna Bressan nella nuova aula didattica del museo Archeologico nazionale di Altino (foto Graziano Tavan)
Ma i progetti in cantiere per il 2020 non finiscono qui. Come spiegato da Marianna Bressan nel primo incontro de “L’archeologo racconta” da gennaio a maggio ecco “Aspettando i centri estivi”, laboratori gratuiti per bambini e ragazzi dai 6 ai 12 anni, dove i piccoli partecipanti si cimentano nel produrre strumenti antichi e nello sperimentare antiche tecniche di lavorazione, tenendo sempre presente il quadro storico e geografico in cui si inseriva Altino. A ospitare i bambini e i ragazzi è la nuova aula didattica, fresca di inaugurazione, arredata grazie al progetto Historic. “I bambini”, interviene Bressan, “tengono una parte dei lavori realizzati per sé e parte li lasciano in dono al museo a disposizione delle persone con disabilità visive, che potranno così farne esperienza attraverso l’esplorazione tattile”. E poi il museo è pronto a presentare, dopo il Paride-Arciere (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/01/11/novita-al-museo-archeologico-nazionale-di-altino-ve-al-via-il-ciclo-reperto-riscoperto-con-lesposizione-di-oggetti-provenienti-dai-depositi-si-inizia-col-bronzetto-etru/) il secondo reperto dai depositi su cui focalizzare l’attenzione del pubblico. Infine la prima domenica del mese, in occasione dell’ingresso gratuito al museo, ci sono le “PasseggiAltine”: percorsi guidati con partenza alle 15 e alle 17.30.

Il sito della prima età del ferro studiato nell’ambito del progetto Altnos dell’università di Padova
Il ciclo “L’archeologo racconta” riprende il 5 febbraio 2020 l’incontro con Michele Cupitò, docente di Preistoria e Protostoria e di Archeologia del Veneto preromano all’università di Padova, su “Altino-Padova: un legame antico che si rinnova. Il progetto “Altnos” dell’università di Padova”. Seguirà il 19 febbraio 2020, Luigi Sperti, docente di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’università Ca’ Foscari di Venezia, “Architettura e decorazione architettonica di Altino dalla tarda età repubblicana al III sec. d.C.”; il 4 marzo 2020, Diego Calaon, ricercatore di Topografia antica all’università Ca’ Foscari di Venezia, su “Torcello e Altino tardoantica e altomedievale. Archeologia e topografia degli spazi lagunari”; il 18 marzo 2020, Luigi Sperti, docente di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’università Ca’ Foscari di Venezia; Silvia Cipriano, conservatrice del museo della Centuriazione romana di Borgoricco; Eleonora Del Pozzo, dottoranda all’università Ca’ Foscari di Venezia, su “Alla ricerca di Altinum 2012-2020. Indagini archeologiche nel cuore dell’antica città romana”; il 1° aprile 2020, Marianna Bressan, direttrice del museo Archeologico nazionale di Altino, e il gruppo di lavoro della mostra, su “Antenati altinati. Incontro a sorpresa… la Mostra si attiva”; il 15 aprile 2020, Marta Mascardi, conservatrice del museo Archeologico “Eno Bellis” – Fondazione Oderzo Cultura, su “Mostrare l’anima delle cose. Opitergium si racconta attraverso i reperti della sua necropoli”; il 29 aprile 2020, Alessandro Asta, archeologo della soprintendenza Archeologia Bap Venezia-Metropolitana; Stefano Medas, archeologo subacqueo, su “Storie sommerse tra Murano e Cavallino-Treporti. L’archeologia subacquea in Laguna Nord”; il 6 maggio 2020, Alberta Facchi, direttrice del museo Archeologico nazionale di Adria; Maria Cristina Vallicelli, archeologa della soprintendenza Archeologia Bap Venezia-Metropolitana, su “Adria. Una città tra Veneti, Greci ed Etruschi”; infine il 20 maggio 2020, Émilie Mannocci, dottoranda dell’università Aix-Marsiglia, università di Padova, École française de Rome, su “Una tavola raffinata: bicchieri e coppe decorate per i banchetti di Altino romana”.
Novità al museo Archeologico nazionale di Altino (Ve): al via il ciclo “Reperto Riscoperto”, con l’esposizione di oggetti provenienti dai depositi. Si inizia col bronzetto etrusco-padano Paride Arciere

Paride Arciere, bronzetto di produzione etrusco-padana (prima metà V sec. a.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Altino (foto museo Altino)
“L’eroe, inginocchiato, è ritratto nell’atto di incordare l’arco, trattenuto tra le dita del piede sinistro. Evidente è la concentrazione del volto, dominato dai grandi occhi: le rughe che solcano la fronte ne accentuano la tensione”. Inizia così la scheda sul bronzetto di Paride Arciere curata da Margherita Tirelli, già direttore del museo Archeologico nazionale di Altino per il catalogo della mostra “Venetkens. Viaggio nella terra dei Venti antichi”. Proprio il Paride Arciere”, normalmente custodito nei depositi del museo, è il protagonista del primo evento del ciclo “Reperto Riscoperto”, che al museo Archeologico nazionale di Altino (Ve) vedrà periodicamente esposti reperti particolarmente interessanti provenienti dai magazzini e presentati al pubblico. L’esposizione del Paride Arciere, dal 12 al 31 gennaio 2020, rappresenta una delle novità del museo di Altino. Il bronzetto fu prodotto nell’Etruria padana nel secondo venticinquennio del V secolo a.C., e fu rinvenuto durante gli scavi del santuario del dio Altino al quale un devoto lo donò come ex voto. “Il principe troiano”, continua Tirelli, “indossa, al di sopra di una corta tunica, una corazza con spallacci, fittamente decorata da file di puntini e occhi di dado, e sul capo porta un elmo a forma di rapace., le cui lunghe code scendono a coprire la nuca. Gambali a reticolo e faretra, stretta sotto il braccio, ne completano l’armamento. Le appendici forate di fissaggio, presenti sotto i piedi, unitamente alle evidenti tracce di usura rilevabili alle spalle, che costituiscono l’appiglio più immediato, richiamano la funzione originaria del bronzetto, in cui è individuabile la presa di un coperchio di una cista o forse anche l’applique dell’ansa di un cratere, solo in seguito – conclude – trasformato in un ex voto a sé stante, secondo una prassi che conosce vari precedenti”.
Per la Festa dei musei 2018 giornata-evento al museo Archeologico nazionale di Altino: si presenta l’esposizione temporanea su Altino tardo antica e altomedievale, anteprima della futura nuova sezione del museo, accompagnata dalla colazione medievale alla scoperta dei sapori dei secoli bui
Quanto lontano e quanto vicino è il Medioevo nei nostri piatti? La domanda viene spontanea studiando i ricettari dei cuochi medievali. Ma prima ancora di avere la risposta, l’osservazione che fa Antimo, medico bizantino, nel De observatione ciborum (511 d.C.), fondamentale trattato di dietetica (“A noi, invece, che ci nutriamo con cibi vari, con numerose ghiottonerie e bevande diverse, conviene controllarci, in modo che l’eccesso non ci faccia male, e che diminuendo le quantità, restiamo in salute”), non sembra che siano passati 15 secoli! Comunque, per scoprire quanto lontano e quanto vicino è il Medioevo in cucina l’appuntamento è al museo Archeologico nazionale di Altino domenica 20 maggio 2018, quando, in occasione della Festa dei musei e nell’ambito dell’Anno europeo del patrimonio, per la prima volta sarà illustrato al pubblico un nutrito nucleo di testimonianze archeologiche di Altino nell’età tardoantica e alto medioevale: oggetti di prestigio e di uso quotidiano, nonché le tracce materiali della cristianità, risalenti ai secoli dal IV al VII d.C. “Grazie alla collaborazione della prof.ssa Elisa Possenti”, spiega Francesca Ballestrin, archeologa del museo di Altino, “è stato possibile esporre temporaneamente un nucleo di reperti archeologici molto significativi per la storia di Altino nei secoli compresi tra il IV e il VII d.C., una sorta di anteprima di quanto in futuro sarà compreso nella sezione tardoantica e altomedievale del Museo”. Si comincia alle 11, con la colazione medievale proposta dall’associazione Companatiche (costo 13 euro; è richiesta la prenotazione a companatiche@gmail.com), cui seguirà alle 12 la conversazione su Altino medievale con Elisa Possenti, docente di Archeologia Cristiana e Medievale all’università di Trento.
Scopriamo sapori e saperi della colazione medievale con le protagoniste, Francesca Lamon e Marta Sperandio, responsabili di Companatiche. “Il Medioevo non concepisce il fatto che si possano portare le vivande in successione una dopo l’altra come oggi avviene”, spiegano. “Così sulla tavola troviamo i vassoi dai quali ogni convitato prenderà la propria porzione e affida al galateo di ognuno la capacità di comportarsi con… giusta equità. Dietro questo tipo di servizio c’è una idea forte: ognuno deve decidere che cosa vuole mangiare, ognuno deve seguire il proprio desiderio. È un po’ il sistema moderno del buffet perché ognuno ha una propria “complessione”, come dicevano i medici medievali, e così il piatto viene composto autonomamente e ciascuno sceglie il vino a seconda dell’estro momentaneo, magari allungandolo con acqua o scaldandolo o raffreddandolo”. Ma tutti devono stare al proprio posto e non tutti ricevono le stesse pietanze. “C’è una gerarchia anche a tavola”, continuano: “chi sta nei posti con poca visibilità e di scarso prestigio riceve un cibo più modesto rispetto a chi siede alla prima mensa, vicino al padrone di casa”. In coda di taula arrivano “piccoli pesci e altre quisquilie, mentre alla prima mensa se ne servivano di magnifici”.
Il pane rappresenta l’alimento basilare della dieta medievale. Così si assaggia la focaccia di farine di grano tenero locali che, nel Medioevo, la si usava al posto dei piatti: il “piatto” di pane ci ricorda molto la pizza. Con la focaccia un profumato prosciutto cotto in crosta, che conserva i succhi e i profumi di erbe e spezie. Maestro Martino (sec. XV) nel suo “De arte coquinaria” così ci racconta la ricetta del prosciutto cotto: “Pianta il coltello in mezzo del presutto, et ponilo al naso; se ‘l coltello ha bono odore il presutto è bono, et così per lo contrario. Et se tu lo voi cocere et che duri più tempo cotto, togli di bon vino biancho, overo aceto, et altrettanta acqua, ma meglio serrebe senza acqua; et nel dicto vino fa’ bollire il presutto tanto che sia mezo cotto. Et dapoi levalo dal focho, et lassa el presutto nel brodo che sia fredo. Et dapoi caccialo fore, et in questo modo serà bono et durarà un bono tempo”. Nel menù medievale non mancano le verdure o meglio “le erbe”, che devono mantenere il colore desiderato sia alle erbe, come prezzemolo e basilico, sia alle foglie: biete, spinaci… Companatiche faranno assaggiare la salsa di senape con le spezie. Carne e pesce sono sempre accompagnati con una salsa appropriata. Le salse sono importanti per dare sapore e aiutare a digerire. “Oggi”, intervengono Francesca e Marta, “ci limitiamo a preparane solo poche come le salse verdi per i bolliti. Nel Medioevo erano invece tantissime, spesso a base di frutta (prugne secche, uva passa, more, ciliege), agro-dolci, sempre legate da mandorle pestate o da mollica di pane e ovviamente, speziate”.
I medici medievali consigliano di mangiare la frutta fresca e la verdura cruda all’inizio del pranzo perché l’acidità della frutta “apre lo stomaco” e, non essendo cotta, si ha tutto il tempo per digerirla. Dopo le mele, la colazione medievale chiude con le palline dolci. “I dolci medievali europei sono soprattutto biscotti secchi, panpepati, frutta cotta e frittelle ma le varie conquiste, le Crociate e soprattutto gli scambi commerciali tra Oriente e Occidente, contribuiscono alla diffusione della cultura dello zucchero, molto utilizzato nella cultura alimentare del mondo islamico”. Le palline dolci fritte e addolcite con miele, zucchero e confettini ancor oggi si trovano a Napoli come “struffoli” e in Centro Italia come “cicerchiata” perché simili a piccoli ceci. Questa la ricetta araba del 1226: “Per questo piatto si fa una pasta consistente, quando è lievitata se ne prendono pezzi grandi come nocciole e si friggono nell’olio di sesamo. Poi si immergono nello sciroppo e si cospargono con zucchero finemente macinato”.
Altino tardoantica e altomedievale. “Le notizie storiche su Altino tardoantica ritraggono la città come un centro caratterizzato da sistemi di difesa monumentali, popoloso e dotato di numerosi edifici religiosi, tra cui la chiesa episcopale”, spiega Francesca Ballestrin. “La sua importanza è tra l’altro sottolineata dalle fonti scritte che annoverano passaggi ripetuti in città dell’imperatore e della sua corte, almeno fino alla presa e distruzione di Altino da parte di Attila nel 452 d.C. Fonti leggermente più tarde, però, fanno presupporre che almeno fino alla fine del sesto secolo d.C. il centro mantenesse il proprio sistema difensivo e che l’episcopato altinate fosse ancora attivo, fino al trasferimento a Torcello, collocato tradizionalmente entro la metà del VII secolo d.C., ma probabilmente concluso solo agli inizi dell’XI. La presa longobarda della città, invece, dovrebbe risalire ai primi anni di regno del re Rotari, nel 635 o nel 639 d.C.”.
Rispetto alle fonti scritte i dati archeologici su Altino tardoantica e altomedievale sono numericamente molto scarsi e non sono ancora stati localizzati né gli edifici di culto cristiani né la sede del potere pubblico. Le ricerche sul campo finora sono state limitate solo a porzioni di alcune aree urbane e lo sfruttamento agricolo dell’area nei secoli ha probabilmente in parte comportato l’asporto degli strati più superficiali dei depositi archeologici, comprensivi dei livelli tardoantichi e altomedievali. “Dai dati archeologici in nostro possesso”, continua Ballestrin, “si ricava nel complesso l’immagine di una città caratterizzata da un aspetto urbanistico di un certo livello e decoro e da un ruolo istituzionale e militare di rilievo. L’abbandono della necropoli alto imperiale coincise con la realizzazione di nuovi sepolcreti organizzati in piccoli gruppi nelle vicinanze del perimetro urbano. Tra la fine dell’età antica e l’inizio del medioevo Altino probabilmente si caratterizzava come un centro cosmopolita, in contatto con le aree più lontane del Mediterraneo orientale e che mantenne un ruolo di rilievo all’interno della compagine statale bizantina almeno fino a quando si trovò nell’area di cerniera tra i territori longobardi e le rotte che dal Mediterraneo orientale risalivano le coste dell’Adriatico. Tra VIII e XI secolo, infine, Altino fu oggetto di un’intensa attività di spoglio, che disperse quasi totalmente i suoi resti monumentali”.
Che cosa vedremo in questa esposizione temporanea su Altino tardoantica e altomedievale? Gli oggetti presentati sono organizzati in cinque sezioni. Nella prima, “Struttura e militarizzazione della società”, una Testa fittile di membro della famiglia imperiale di età costantiniana (300-360 circa) , alcune fibule in bronzo a testa di cipolla (databili tra la fine del III e gli inizi del V secolo d.C.), guarnizioni di cintura (IV-V secolo d.C.). La seconda sezione illustra la “Cristianizzazione”, testimoniata da simboli della religione, come il chrismon, monogramma di Cristo formato dalle lettere greche Chi (X=CH) e Rho (p=R), su una placca traforata in bronzo (IV-VI sec) o su due lucerne fittili V-VI secolo, o come l’anellino in bronzo con castone decorato da una croce. La terza sezione si sofferma su “Assetto urbanistico ed economico”: troviamo piatti e scodelle in terra sigillata o lucerne di produzione africana. E ancora anfore per il trasporto di salse, vino o conserve di olive di produzione nord-africana. Con la quarta sezione scopriamo “Le necropoli”: la tomba 162 (inizi-prima metà del IV secolo d.C.) dalla necropoli a nord-est dell’Annia, ad esempio, presenta una sepoltura a inumazione con corredo costituito da una coppa in ceramica, una lucerna in ceramica, un balsamario di vetro e un follis (moneta di bronzo coniata per la prima volta in seguito alla riforma di Diocleziano del 294 d.C. inizialmente del peso di 10 gr, ridotto a circa 1,5 gr poco prima del 348 d.C.) del 307 d.C. Mentre la tomba 741 (fine del IV secolo d.C.) è una sepoltura a incinerazione con corredo costituito da un’olletta in ceramica grezza e da un’olletta in ceramica comune, un piccolo rocchetto in bronzo e una moneta del 383-388. più ricca la tomba 8 (IV-inizi V secolo d.C.) dalla necropoli lungo il Sioncello: sepoltura a inumazione con corredo costituito da due orecchini in bronzo (non esposti), una fibula in bronzo, una collana con vaghi in pasta vitrea e ambra, un’olletta in ceramica depurata, un asse spezzato della seconda metà del II sec. a.C. L’esposizione temporanea chiude con la quinta sezione “Gli ultimi secoli” dove spiccano un pettine in osso e ferro a doppia fila di denti (V-VII secolo d.C.); un anello bizantino dell’VIII-X secolo con iscrizione in greco chaire techousa (gioisci di aver partorito); e un medaglione aureo dogale del IX-X secolo d.C.





























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