#iorestoacasa. Museo Archeologico nazionale di Altino: la direttrice Marianna Bressan lancia una rubrica per far conoscere i reperti “imperdibili”. Si inizia con il “coccio parlante” con l’iscrizione al dio Altino datata al VI sec. a.C

“Vado al Louvre per vedere la Gioconda. E vado ad Altino per vedere…?”. Comincia con questa domanda il primo appuntamento con gli #imperdibili, con la scoperta cioè di uno dei reperti da vedere in una visita del museo Archeologico nazionale di Altino. Ma in tempi di coronavirus, nell’impegno di #iorestoacasa, Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e area archeologica di Altino, questa scoperta la propone sul profilo Facebook del museo. Si comincia con “il coccio parlante”. Vediamo di cosa si tratta. “Sul fianco di uno scodellone, fatto nel V secolo a.C. con un impasto di argilla grossolana e giunto a noi frammentato”, spiegano gli archeologi del museo altinate, “è vergata una scritta, incisa a secco con una punta affilata. Si legge, con un po’ di pazienza e cominciando da destra, A:LTINO.M. Questo, almeno dal VI secolo a.C., è il nome della divinità “propria del luogo” (“sainati”). Lo stesso nome porta il luogo, la città, che va popolandosi per diventare in breve tempo il principale snodo commerciale dei Veneti antichi, attraversato com’è da vie d’acqua e di terra. Si tratta di una delle più antiche attestazioni del nome ed è tanto più preziosa, perché è una fonte diretta, non una citazione per sentito dire”. L’alfabeto scelto – continuano – è proprio della lingua venetica, ma non è tipico di Altino: si usava in un centro veneto dell’entroterra, noto allora come Patava (Padova). “Il frammento iscritto venne deposto in onore del dio Altino direttamente nel santuario ad esso dedicato, forse dopo essere stato rotto intenzionalmente per spezzare la scritta. Qui tornò alla luce circa vent’anni fa, dopo duemila e cinquecento anni, durante regolari scavi archeologici”.

Marianna Bressan, direttrice del museo Archeologico nazionale e dell’area archeologica di Altino (foto Graziano Tavan)

Ecco, dunque, una delle tante storie che questo frammento racconta. “C’era una volta un viaggiatore, veniva da Padova. Egli, un giorno qualunque del V secolo a.C., imboccò la strada diretta a Nord-Est e, dopo giorni di tragitto, giunse ad Altino; forse accompagnava le sue merci o forse voleva acquistarne. Una volta in città, si recò nel santuario del dio quaggiù venerato, che portava lo stesso nome della città. Era un bel posto, appena fuori l’abitato, e guardava verso il mare. Voleva rendere grazie di aver protetto il suo viaggio o forse chiedergli di favorire i suoi commerci. Decise di lasciare un dono; allora si procurò un coccio, vi incise il nome del dio cui si raccomandava e lo spezzò prima di gettarlo nella fossa con gli altri ex voto. Speriamo che il dio Altino abbia accolto la sua preghiera!”.

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