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“IN THE VOLCANO: Cai Guo-Qiang and Pompeii”: l’artista cinese prima ricrea nell’anfiteatro di Pompei l’eruzione del Vesuvio, poi al Mann di Napoli dissemina gli effetti “dell’esplosione artistica” in un dialogo tra tra passato e presente, cultura orientale e occidentale

Manifesto della mostra “Nel vulcano. Cai Guo-Qiang e Pompei” al museo Archeologico nazionale di Napoli fino al 20 maggio 2019

Jerome Neutres, curatore della mostra “Nel vulcano” al Mann

Cai Guo-Qiang si inginocchia al centro dell’anfiteatro di Pompei. Prende in mano la miccia. E dà fuoco alle polveri, allontanandosi di corsa quasi inciampando. Boom. Un’esplosione di polvere da sparo e fumi colorati invadono l’anfiteatro di Pompei per ripercorrere la dinamica tragica e, al tempo stesso, vitale dell’eruzione del Vesuvio, in un viaggio poetico senza tempo che racconta la distruzione e la rinascita a nuova vita di Pompei. È l’evento unico dell’artista cinese Cai Guong-Qiang che il 21 febbraio 2019 nell’anfiteatro ha dato luogo all’“Explosion Studio”: un’esplosione artistica che, attraverso le sue fasi, ha riproposto non soltanto la tragedia che sconvolse Pompei ma anche la sua fortunosa scoperta, in grado di riportare alla luce eccezionali testimonianze storiche e archeologiche. Le opere create dall’esplosione artistica sono state “scavate” e poi trasferite al museo Archeologico nazionale di Napoli per l’inaugurazione della mostra “IN THE VOLCANO: Cai Guo-Qiang and Pompeii”: fino al 20 maggio 2019, disseminati negli spazi museali (dalla Collezione Farnese alla sezione affreschi, dall’atrio ai mosaici), i lavori di Cai Guo-Qiang racconteranno il legame indissolubile tra passato e presente, cultura orientale e occidentale. La mostra è curata da Jérôme Neutres; il progetto è ospitato dal parco archeologico di Pompei e dal museo Archeologico nazionale di Napoli; la realizzazione di “In the Volcano” è stata possibile grazie al supporto organizzativo della Fondazione Morra. Con questa poliedrica esperienza creativa l’artista Cai Guo-Qiang prosegue la sua attività in Italia, dopo il successo della performance con fuochi d’artificio a Firenze (“City of Flowers in the Sky”) e della personale “Flora Commedia: Cai Guo-Qiang agli Uffizi”, nell’ambito del più ampio progetto “Viaggio di un Uomo nella Storia dell’Arte Occidentale” di Cai Guo-Qiang.

L’artista cinese Cai Guo-Qiang dà fuoco alle polveri nell’anfiteatro romano (foto Parco archeologico di Pompei)

Explosion Studio – Anfiteatro di Pompei. L’esplosione all’anfiteatro di Pompei è stato un unicum, per le infinite suggestioni del luogo: al centro dell’arena, tele di diverse dimensioni e copie di oggetti legati alla vita quotidiana di Pompei, ma anche riproduzioni di sculture del Mann (Venere Callipigia, Ercole ed Atlante farnese, busto di Pseudo-Seneca) sono stati collocati su una tela di 32 metri per 6, supportata da una piattaforma. Explosion Studio si è sviluppato in tre momenti: I. A partire dal capitolo evocativo “Tela della Civiltà”, piccole esplosioni hanno distrutto i manufatti disposti sulla tela, marcandoli in maniera violenta e con la stessa spietatezza che ha segnato le vite umane al momento dell’esplosione del Vesuvio; II. Dopo una breve pausa, colorati fuochi d’artificio sono stati allineati lungo la tela e puntati verso il cielo per produrre l’effetto di un’eruzione vulcanica inarrestabile. I fuochi d’artificio hanno incarnato teatralmente un pesante “Sospiro”, quello dell’ascesa e della caduta della civiltà umana; III. In chiusura, si è proceduto allo “Scavo”: tra i fumi residui, l’artista e il suo team hanno portato alla luce le “rovine archeologiche”. La tela, segnata dall’Explosion, è stata riempita di immagini e colori ispirati agli oggetti scoperti a Pompei, ora conservati al Mann.

Le opere d’arte (copie dal Mann) avvolte dalle fiamme per l’effetto dell’eruzione simulata dall’artista cinese Cai Guo-Qiang (foto Parco archeologico di Pompei)

Alfonsina Russo, direttrice ad interim, e Massimo Osanna, già soprintendente, in anfiteatro (foto Parco archeologico di Pompei)

L’artista cinese Cai Guo-Qiang a Pompei (foto Parco archeologico di Pompei)

La città di Pompei fu verosimilmente sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel mese di ottobre del 79 d.C. non nel mese di agosto, come si è sempre ritenuto. “Le più recenti scoperte archeologiche”, ricorda Massimo Osanna, già direttore generale del parco archeologico di Pompei, “sembrano infatti confermare quanto vari studiosi hanno a più riprese proposto, che occorre riposizionare la datazione dell’eruzione al 24 ottobre di quel fatidico anno, ridefinendo un dato storico verosimilmente errato e dimostrando così la perdurante contemporaneità del sito pompeiano – un’ossimorica archeologia in divenire, o in prospettiva – che muta continuamente per la necessità di ridare i propri strumenti di indagine e di aggiornare i criteri e i metodi conoscitivi della ricerca archeologica in base alle campagne di scavo condotte, alle scoperte effettuate e alla loro interpretazione”. A partire dalla riscoperta di Pompei, nel 1748, due secoli e mezzo di Grand Tour hanno determinato molteplici riletture, e quindi riscoperte, di questo sito. “Ognuno dei viaggiatori, intellettuali, artisti, scrittori, musicisti, architetti, scienziati di questo costante Grand Tour, che giunge sino a oggi… ha aggiunto ulteriori livelli critici, e quindi nuove interpretazioni, che nel loro complesso delineano un’archeologia collettiva della nostra esperienza, pubblica e privata, dell’antica città di Pompei”. Come ha recentemente (2017) raccontato al museo Madre di Napoli anche la mostra “Pompei@Madre. Materia archeologica”, l’arte contemporanea – sostiene Osanna – non ha modificato il sito in termini di tutela oggettiva, ma in termini di ampliamento dei possibili significati di cosa intendiamo per tutela, aprendola a un multiverso di culture, discipline e ipotesi in grado di collaborare, interagire e ispirare il lavoro quotidiano di ricerca degli archeologi. “Anche Cai Guo-Qiang fa parte di questa storia contemporanea di Pompei, quale sito in perenne divenire, quale patrimonio accogliente e collettivo dei saperi umani. Conformazione estetica e consapevolezza etica (politica) – conclude Osanna -, sono componenti inscindibili del metodo di lavoro di questo artista, riplasmato anche dalla formazione teatrale, e quindi dal dominio di aspetti quali messa in scena (intesa come rapporto scenografia/racconto), produzione di gruppo, relazionalità fra opera e spettatore, pratica performativa e time-based”. E Alfonsina Russo, direttrice ad interim del parco archeologico di Pompei, “Pompei è un luogo del contemporaneo. Riprendo questo pensiero di Massimo Osanna, a cui si deve la promozione di questo progetto, che trovo quanto mai significativo. Pompei, sospesa nel tempo, ha da sempre catturato l’immaginazione e lo spirito creativo di artisti di ogni epoca, ricordandoci che quel tragico evento del 79 d.C. si è impresso nella memoria collettiva per l’eternità, non solo per la sua storia e testimonianza unica di un’epoca, ma anche per il profondo senso di fragilità e di impotenza a cui ci rimanda costantemente”.

L’Ercole farnese, l’Atlante farnese, la Venere callipigia si riconoscono dallo “scavo” dopo l’eruzione artistica (foto Parco archeologico di Pompei)

La mostra “In the Volcano” al Mann. Dopo l’Explosion Studio nell’anfiteatro, il percorso “In the Volcano” ha trovato naturale completamento nella mostra al Mann. Particolarmente evocativa l’installazione della tela di 32 metri nella sala del Toro Farnese: qui, tra gli archi e le volte, essa si presenta come un affresco sul soffitto. L’itinerario di visita si sviluppa, poi, tra le tele e gli oggetti “scavati”, che sono collocati, insieme ai dipinti con la polvere da sparo creati a New York, nelle collezioni permanenti museali. Se Cai Guo-Qiang reinterpreta i capolavori dell’antica statuaria, dall’Ercole Farnese alla Venere Callipigia, rileggendoli con le suggestioni dei colori della polvere da sparo, uno sguardo originale è dedicato alla vita quotidiana degli antichi romani, ricostruita grazie a vasi e manufatti in terracotta esposti su semplici piattaforme. Per concludere il viaggio, una barca, ancorata alla parete e affiancata dagli affreschi di Pompei, rivela il segreto atemporale di un’esperienza artistica sempre in fieri. La mostra è accompagnata da un catalogo (pubblicato dalla casa editrice Silvana Editoriale in inglese e in italiano, cui seguirà a un’edizione cinese edita da TCREATIVEMEDIA). Un video-documentario diretto da Shanshan Xia (disponibile al pubblico in visita al MANN) accompagna la mostra.

Particolare dell’Ercole farnese dopo l’incendio (foto Parco archeologico di Pompei)

Il direttore del Mann, Paolo Giulierini

“Il Mann – interviene il direttore Paolo Giulierini – continua a viaggiare nelle suggestioni della cultura orientale e, stavolta, si affida all’arte contemporanea, interpretata dalla creatività di Cai Guo-Quiang: proiettare questo straordinario sguardo “Nel Vulcano, tra Napoli e Pompei” significa riscoprire gli ineludibili legami tra il passato classico e la sensibilità moderna. Legami persistenti, che, partendo dai capolavori del Museo (tra questi, la Venere Callipigia, l’Ercole Farnese, l’Atlante, il busto dello Pseudo-Seneca), intrecciano un dialogo nuovo, inquieto e sorprendente con il visitatore. Cai Guo-Quiang, così, giocando con la sua maestria di sky ladder, crea un’esplosione reale e simbolica al tempo stesso: all’Anfiteatro di Pompei, come nel 79 d.C., l’arte nasce (o rinasce) dalle viscere magmatiche del vulcano. Grazie all’artista cinese, insignito del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia (1999), il museo Archeologico nazionale di Napoli scopre pagine straordinarie di arte contemporanea, capaci non soltanto di abbattere gli steccati temporali (ieri ed oggi si mescolano in una dialettica piena di energia), ma soprattutto le distanze spaziali: il folclore, le suggestioni e la potenza delle tradizioni orientali – conlcude – si innestano, prepotenti, nelle sale del MANN, dimostrando che la condivisione culturale nasce da un’analoga capacità di guardare il mondo con la curiositas di cui parlavano gli antichi”.

Gli assistenti dell’artista cinese ai Guo-Qiang mostrano la “Tela della Civiltà” (foto Parco archeologico di Pompei)

L’artista cinese Cai Guo-Qiang nell’anfiteatro di Pompei (foto Parco archeologico di Pompei)

“Quando l’eruzione del Vesuvio seppellì le antiche civiltà greca e romana, la natura creò un capolavoro avente come medium la catastrofe, preservando eredità monumentali come una capsula del tempo-spazio…”, dichiara Cai Guo-Qiang. “L’energia repressa del vulcano si accumula fino a quando non può essere più contenuta, portando a un’esplosione sfrenata! Un tale stato naturale può anche essere trovato nella natura umana e nella nostra condizione sociale, e anche in risonanza con la natura dei miei decenni di lavoro con la polvere da sparo… Per questo progetto, ho cercato di lasciare che gli ormoni prendessero il comando, per creare qualcosa che avesse un tocco di ferocia. In un periodo in cui le persone spesso si sforzano di essere eccessivamente civilizzate, lucidando con cura, “ripulendo” le loro opere e persino i concetti che tentano di spiegare il significato dei loro lavori. Non posso semplicemente inscenare un’eruzione incontrollata, richiamando il vulcano e il giorno del giudizio di Pompei? Un evento del tutto inaspettato, qualcosa che arriva proprio sulla nostra strada!”. E Jérôme Neutres, curatore della mostra, aggiunge: “Pompei è più di un museo, è la città delle immagini, con le sue case ricoperte di affreschi e mosaici, dal pavimento al soffitto. La città sembrava vivesse con l’arte. Il dialogo con Pompei per Cai Guo-Qiang investe questo mondo di immagini e la sua immaginazione. Per questa mostra, Cai Guo-Qiang ha usato nuovi mezzi di creazione, rinnovando il suo gesto con l’uso di vetro, specchio, marmo, ceramica, gesso… L’artista ha trovato nella cultura e nella storia artistica di Napoli e della Campania nuovi media con cui realizzare i suoi dipinti-esplosioni. Questo dialogo si materializza nella scenografia della mostra allestendo le opere di Cai Guo-Qiang all’interno delle collezioni, tra le opere di Pompei, creando una sorta di caccia al tesoro, avanti e indietro tra passato e passato ed effetti speculare tra l’estetica di Pompei nel primo secolo e l’arte eminentemente contemporanea di Cai Guo-Qiang.”

Pompei rivive l’eruzione del Vesuvio: con “Explosion studio” nell’anfiteatro romano l’artista cinese Cai Guo-Qiang provocherà un’esplosione artistica irripetibile per la mostra “IN THE VOLCANO. Cai Guo-Qiang and Pompeii” che apre al Mann

 

Nell’anfiteatro di Pompei sarà spettacolare, ma per fortuna non drammatica: è l’eruzione del Vesuvio che l’artista cinese Cai Guo-Qiang ricreerà all’interno del “catino romano”, novella bocca del vulcano, giovedì 21 febbraio 2019, alle 13. L’artista ha chiamato la sua performance “Explosion studio”, un’esplosione artistica irripetibile, evento unico in preparazione della mostra “IN THE VOLCANO. Cai Guo-Qiang and Pompeii” allestita al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 22 febbraio al 20 maggio 2019. “Explosion studio” propone dunque un’esplosione di polvere da sparo e fumi colorati nell’Anfiteatro di Pompei per ripercorrere la dinamica tragica e, al tempo stesso, vitale dell’eruzione del Vesuvio, in un viaggio poetico senza tempo che racconta la distruzione e la rinascita a nuova vita di Pompei. “Un’esplosione artistica – spiegano i promotori – che, attraverso le sue fasi, riproporrà non soltanto la tragedia che sconvolse Pompei, ma anche la sua fortunosa scoperta in grado di riportare alla luce eccezionali testimonianze storiche ed archeologiche”. Ad assistere alla performance nell’anfiteatro sono ammessi solo i tecnici e i giornalisti, ma l’evento sarà interamente documentato e visibile al pubblico nell’ambito della mostra al Mann.

“Atto sesto: gigli rossi”, un’opera di Cai Guo Qiang (foto di Tatsumi Masatoshi)

L’evento si aprirà con i saluti del direttrice ad interim del parco archeologico di Pompei, Alfonsina Russo, dal direttore del Mann, Paolo Giulierini, del curatore artistico del progetto, Jérôme Neutres e dell’artista Cai Guo-Qiang. Le opere create dall’esplosione artistica saranno “scavate” e poi trasferite al museo Archeologico nazionale di Napoli dove, fino al 20 maggio 2019, saranno disseminati negli spazi museali (dalla Collezione Farnese alla sezione affreschi, dall’atrio alla collezione dei mosaici): i lavori di Cai Quo Qiang racconteranno il legame indissolubile tra passato e presente, cultura orientale e occidentale. L’artista Cai Guo-Qiang prosegue, con questo doppio appuntamento artistico, la sua attività in Italia, dopo il successo della performance con fuochi d’artificio a Firenze (“Cai Guo-Qiang. City of Flowers in the Sky”) e della personale “Flora Commedia alle Gallerie degli Uffizi”, in programma fino al 17 febbraio 2019, nell’ambito del più ampio progetto “Viaggio di un Uomo nella Storia dell’Arte Occidentale” di Cai Guo-Qiang. “In the Volcano. Cai Guo-Qiang and Pompeii” ospitato dal Parco Archeologico di Pompei e dal museo Archeologico nazionale di Napoli è stato possibile grazie al supporto speciale della Fondazione Morra.

Pompei. Eccezionale scoperta nella lussuosa villa suburbana di Civita Giuliana, saccheggiata dai tombaroli: nella stalla trovato un terzo cavallo di razza da parata con bardature militari. Osanna: “Nel 2019 fondi per esproprio terreni, completare lo scavo e aprire il sito al pubblico”

Nella stalla della lussuosa villa suburbana di Civita Giuliana scoperto un terzo cavallo di razza con bardature militari (foto parco archeologico di Pompei)

I carabinieri esplorano i cunicoli clandestini nel sito archeologico di Civita Giuliana

I danni provocati dai tombaroli purtroppo non hanno permesso di realizzarne il calco, ma la scoperta annunciata nella villa suburbana di Civita Giuliana, nella zona Nord fuori le mura del sito archeologico di Pompei, è di quelle che solleticano l’immaginario collettivo: nella stalla di Civita Giuliana scoperto un terzo cavallo di razza con ricca bardatura militare appartenuto a qualche comandante. La scoperta conferma l’importanza del sito che sta venendo alla luce dopo anni di saccheggi ad opera dei tombaroli. Proprio lo scorso marzo un’operazione congiunta del parco archeologico di Pompei con la Procura della Repubblica di Torre Annunziata (con il procuratore capo Alessandro Pennasilico e il procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli), il Comando gruppo carabinieri di Torre Annunziata e il Nucleo tutela patrimonio culturale di Napoli aveva dato avvio a un importante intervento di scavo allo scopo di arrestare l’attività illecita di tombaroli a danno del patrimonio archeologico dell’area (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/05/11/pompei-osanna-contro-le-fake-news-ecco-la-descrizione-scientifica-delle-eccezionali-scoperte-nella-villa-suburbana-di-civita-giuliana-nel-settore-per-fortuna-non-danneggiato-irrimediabilme/).

Una veduta zenitale della stalla della villa suburbana di Civita Giuliana con i resti dei tre cavalli di razza (foto parco archeologico di Pompei)

La stalla della villa suburbana di Civita Giuliana dove sono stati trovati i resti di tre cavalli di razza (foto parco archeologico di Pompei)

L’intervento a Civita Giuliana aveva portato alla luce una serie di ambienti di servizio di una grande villa suburbana conservata in maniera eccezionale, con diversi reperti (anfore, utensili da cucina, parte di un letto in legno di cui è stato possibile realizzare il calco). Tra gli ambienti era stata individuata la stalla della tenuta dove si era potuto realizzare il calco di un cavallo di razza. Nella prima fase di scavo era stata identificata una mangiatoia lignea di cui è stato possibile realizzare un calco, la sagoma integra di un cavallo e le zampe di un secondo animale. Le attuali operazioni di scavo, avviate nel mese di luglio, hanno messo in luce integralmente tale ambiente e hanno individuato la parte restante del secondo cavallo e un terzo equide con i resti di una ricca bardatura di tipo militare. Dei due, l’uno giace riverso sul fianco destro, con il cranio ripiegato sulla zampa anteriore sinistra. Presumibilmente legato alla mangiatoia, non era riuscito a divincolarsi. L’altro giace riverso sul fianco sinistro, e sotto la mandibola conserva il morso in ferro. La realizzazione dei tunnel da parte dei tombaroli e la conseguente cementificazione delle cavità, non hanno permesso di realizzare il calco del terzo cavallo.

Il direttore generale Massimo Osanna tra i resti dei cavalli riemersi a Civita Giuliana (foto di Cesare Abbate, Ansa)

Uno dei finimenti di pregio, parte di una bardatura militare, da un cavallo di Civita Giuliana

“I tre cavalli, come forse il primo rinvenuto ed analizzato, dovevano far parte della razza più nobile, animali di rappresentanza, per la loro imponenza dimensionale, probabilmente frutto di accurate selezioni, e per i finimenti di pregio, in ferro e bronzo”, sottolinea il direttore generale Massimo Osanna. “Lo studio della sella è a cura dell’archeologo Domenico Camardo, mentre le ricerche sul campo sono seguite dall’archeologa Paola Serenella Scala. Questi eccezionali ritrovamenti confermano che si trattava di una tenuta prestigiosa, con ambienti riccamente affrescati e arredati, sontuose terrazze digradanti che affacciavano sul golfo di Napoli e Capri, oltre a un efficiente quartiere di servizio, con l’aia, i magazzini per l’olio e per il vino, e ampi terreni fittamente coltivati, anche stando a le prime indagini di inizio Novecento”. I tre cavalli probabilmente erano pronti per essere montati. Ma sono stati sorpresi dagli effetti nefasti dell’eruzione del Vesuvio. Non si può quindi escludere – un’ipotesi, ma anche una speranza degli archeologi impegnati nelle ricerche – che all’esterno della stalla si possano trovare i resti del carro, forse una biga, per la fuga e, magari, i resti di quanti abitavano quella lussuosa villa e che si apprestavano a scappare per salvarsi. Lo scavo non resterà “ristretto” agli esperti. Lo assicura Osanna: “Nel 2019 saranno stanziati due milioni di euro, dai fondi ordinari del Parco archeologico, per procedere all’esproprio dei terreni che appartengono alla famiglia Russo e per proseguire le indagini di scavo, al termine delle quali sarà possibile l’apertura al pubblico”. E per quel giorno, il sogno del direttore generale è poter ristrutturare il casolare Russo, dove realizzare un centro accoglienza per i visitatori, con un polo didattico per raccontare Pompei dopo l’eruzione, alla luce del rinvenimento della tomba di un pompeiano morto tra fine I e II secolo d.C.”.

Ricostruzione dei finimenti e della sella cosiddetta “a quattro corni” in base ai ritrovamenti nella stalla della villa suburbana di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

Reperti in legno di conifera rivestiti di lamina bronzea di forma semilunata: appartenevano a una sella a quattro corni (foto parco archeologico di Pompei)

Ricostruzione delle giunzioni ad anello che collegavano le cinghie di cuoio della sella (foto parco archeologico di Pompei)

Durante la fasi di scavo del corpo sono venuti alla luce anche cinque reperti bronzei. Sulle coste della gabbia toracica, fortemente rimaneggiate, si sono individuati quattro reperti in legno di conifera rivestiti di lamina bronzea di forma semilunata ; un quinto oggetto, sempre in bronzo, è stato recuperato sotto il ventre, in prossimità degli arti anteriori, formato da tre ganci con rivetti collegati da un anello a un disco. La forma di questi elementi e i confronti in letteratura fanno ipotizzare che appartengano a un tipo particolare di sella definita a quattro corni, formata da una struttura di legno rivestita con quattro corni, due anteriori e due posteriori, ricoperta da placche di bronzo che servivano per dare stabilità al cavaliere, in un periodo in cui non erano state inventate le staffe. Selle di questo tipo sono state utilizzate nel mondo romano a partire dal I secolo d.C. ed in particolare in ambito militare. Le giunzioni ad anello erano quattro per ogni bardatura e servivano a collegare diverse cinghie di cuoio per bloccare la sella sul dorso del cavallo . Si tratta sicuramente di bardature militari da parata. Ulteriori elementi riferibili agli “ornamenta” del cavallo sono documentati dietro la schiena, dove tracce di fibre vegetali lasciano ipotizzare la presenza di un drappo/mantello e nello spazio tra le zampe posteriori ed anteriori, in cui un ulteriore calco suggerisce la presenza di una sacca. “È probabile che parte dei mancanti finimenti siano stati trafugati dai tombaroli”.

Pompei. La scoperta di un’iscrizione a carboncino nella Casa con Giardino sposterebbe la datazione dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. da agosto a ottobre. L’annuncio durante la visita agli scavi della Regio V del ministro ai Beni culturali Alberto Bonisoli

La Casa con Giardino tornata alla luce nella Regio V di Pompei

La datazione dell’eruzione del Vesuvio sarebbe sbagliata. Eppure l’abbiamo studiata a scuola, l’abbiamo letta su libri importanti e vista ricreata con effetti speciali in film più o meno colossal. Dobbiamo ricrederci: l’eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei e gli altri centri vicini al vulcano non sarebbe avvenuta nell’agosto del 79 d.C., come sostenuto da Plinio il giovane. La datazione andrebbe spostata al mese di ottobre. Non è la prima volta che vengono formulate ipotesi o comunque tesi che mettono in dubbio il mese di agosto. Ma stavolta l’archeologia avrebbe fornito una prova molto attendibile: dalla cosiddetta Casa con Giardino è emersa una nuova iscrizione che permette un decisivo passo avanti per datare correttamente l’eruzione. La scoperta è stata annunciata oggi, 16 ottobre 2018, nel corso della visita ufficiale del ministro ai Beni culturali Alberto Bonisoli per fare il punto sul cantiere aperto nella Regio V dove gli interventi di manutenzione e messa in sicurezza dei fronti di scavo previsti dal Grande Progetto Pompei hanno riportato alla luce due dimore di pregio, la Casa di Giove, con le pitture in I stile e gli eccezionali mosaici pavimentali dalle raffigurazioni senza precedenti, e, appunto, la Casa con Giardino, con il bel portico affrescato e gli ambienti decorati da vivaci megalografie.

L’iscrizione a carboncino, scoperta nella Casa con Giardino di Pompei, che riporta la data del 17 ottobre del 79 d.C.

Un’iscrizione a carboncino, in particolare, traccia tangibile di un momento di vita quotidiana, supporta la teoria che la data dell’eruzione fosse a ottobre e non ad agosto. La scritta è, infatti, datata al sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, corrispondente al 17 ottobre. L’iscrizione appare in un ambiente della casa in corso di ristrutturazione, a differenza del resto della stanze già completamente rinnovate; ci dovevano essere, pertanto, lavori in corso nell’anno dell’eruzione. Inoltre, trattandosi di carboncino, fragile e evanescente, che non avrebbe potuto resistere a lungo nel tempo, è più che probabile che si tratti dell’ottobre del 79 d.C., una settimana prima della grande catastrofe che sarebbe, secondo questa ipotesi, avvenuta il 24 ottobre.

Il ministro Alberto Bonisoli a Pompei

“Oggi siamo qui al Parco Archeologico di Pompei”, ha dichiarato il ministro Bonisoli, “per presentare una scoperta straordinaria avvenuta nell’ambito dei nuovi cantieri di scavo: un’iscrizione che cita la data del 17 ottobre del 79 d.C., a supporto di quelle teorie che sostengono che l’eruzione del Vesuvio possa essere successiva al 24 agosto. Ma quello che mi preme sottolineare, oltre l’eccezionale valore scientifico e storico-artistico dei ritrovamenti, è ciò che i nuovi scavi rappresentano, ossia l’eccezionale competenza del nostro Paese. Essa nasce dall’impegno costante delle strutture statali – del MiBAC- nella ricerca così come nella tutela, dal lavoro d’equipe interdisciplinare e di alta specializzazione che viene portato avanti con la collaborazione delle Università italiane e internazionali, dall’utilizzo di tecnologie estremamente avanzate. Tutto questo crea un modello virtuoso che può e deve essere esportato in altre realtà analoghe e soprattutto nei siti considerati minori solo perché ancora non hanno flussi turistici rilevanti”.

24 agosto: nell’anniversario della devastante eruzione del Vesuvio (79 d.C.) i social network del parco archeologico di Pompei hanno fatto rivivere quei terribili momenti con immagini evocative e le parole di Plinio il Giovane

Il sito archeologico di Pompei: ancora oggi la sagoma del vulcano Vesuvio domina il paesaggio

24 agosto del 79 d.C. è la data in cui, dall’esito dell’analisi filologica di un passo della lettera di Plinio il Giovane a Tacito, si colloca convenzionalmente l’eruzione del Vesuvio, evento che portò alla devastazione di tutta l’area circumvesuviana. Oggi, 24 agosto 2018, 1939 anni dopo il tragico evento, per ricordare quel fatidico giorno, i social network del parco archeologico di Pompei hanno fatto rivivere ai propri utenti i terribili istanti dell’eruzione, attraverso una sequenza di immagini fortemente evocative ed il racconto di Plinio il Giovane contenuto nelle sue famose epistole. Il nostro cronista, Plinio il Giovane appunto, che, in quel momento, si trova a Miseno dallo zio, Plinio Il Vecchio, uomo di scienza e comandante della flotta romana, descrive nel dettaglio, nelle sue epistole, quella terribile esperienza e le ultime ore di vita del fratello della madre, così come gli vengono riportate dal racconto dei sopravvissuti.

Nell’incisione di Thomas Burke ispirata a un dipinto di Angelika Kauffmann rappresenta Plinio il Giovane rimproverato mentre era in atto l’eruzione del Vesuvio

L’eruzione del Vesuvio nell’olio su tela di Pierre Henri de Valenciennes oggi al Musee des Augustins a Tolosa

Ore 13, a Miseno… Ecco il racconto di Plinio il Giovane (Ep. VI). “[…] Il 24 Agosto, verso l’una del pomeriggio, mia madre attirò l’attenzione di mio zio su una nube di straordinaria forma e grandezza. […] Si elevava in alto, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna [si seppe poi che era il Vesuvio]: nessun’altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la forma. […] Nella sua profonda passione per la scienza, mio zio stimò che si trattasse di un fenomeno molto importante e meritevole di essere studiato più da vicino. Pertanto, ordinò che si preparasse una liburnica, offrendomi, se volevo, la possibilità di andare con lui. Risposi che preferivo studiare: era stato egli stesso, infatti, ad assegnarmi qualcosa da scrivere. […] In gran fretta si diresse là, da dove gli altri fuggivano, navigando diritto tenendo il timone verso il luogo del pericolo con animo così impavido da dettare o annotare egli stesso ogni nuova fase e ogni aspetto di quel terribile flagello, come gli si veniva presentando allo sguardo. Oramai, quanto più si avvicinavano, la cenere cadeva sulle navi sempre più calda e più densa, vi cadevano ormai anche pomici e pietre nere, corrose e frantumate dal fuoco; poi, improvvisamente, si trovarono in acque basse e una frana della montagna impediva di accostarsi al litorale. Dopo una breve esitazione, indeciso se tornare indietro, al pilota che lo esortava a farlo, disse: “La fortuna aiuta gli audaci; drizza la prora verso la villa di Pomponiano a Stabiae!”. Questi si trovava a Stabia, dalla parte opposta del golfo […]. Pomponiano aveva trasportato sulle navi le sue masserizie, determinato a fuggire non appena si fosse calmato il vento contrario. Per mio zio invece questo era allora pienamente favorevole, cosi che vi giunge, lo abbraccia tutto spaventato com’era, lo conforta, gli fa animo, per smorzare la sua paura con la propria serenità, si fa calare nel bagno: terminata la pulizia prende posto a tavola e consuma la sua cena con un fare gioviale o, cosa che presuppone una grandezza non inferiore, recitando la parte dell’uomo gioviale”.

Dettaglio dell’affresco “Bacco e il Vesuvio” dalla Casa del Centenario a Pompei, oggi al Mann

Il paesaggio intorno era da sempre pacifico, rigoglioso e nulla faceva sospettare la natura vulcanica di quella “montagna” e presagire quello che di terribile stava per accadere. Interessante, al proposito, l’affresco, in IV stile pompeiano, proveniente dal larario della Casa del Centenario, raffigurante “Bacco e il Vesuvio” (68-79 d.C.), oggi conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli: il vulcano domina quel mondo che non sembra conoscere paure. Improvvisamente, invece, il vulcano si sveglia da un sonno durato oltre 1500 anni: il magma sale in superficie attraverso una serie di forti esplosioni. Una colonna eruttiva di gas, vapori e frammenti litici, in veloce ascesa, cresce progressivamente. Gli abitanti di Pompei e degli altri centri vicini assistono a questo spettacolo increduli, con un misto di curiosità e panico, mentre una pioggia di pietre e pomici bianche, sempre più fitta, si riversa sulle città. Ma riprendiamo il racconto di Plinio il Giovane: “Nel frattempo dal Vesuvio risplendevano in parecchi luoghi delle larghissime strisce di fuoco e degli incendi che emettevano alte vampate, i cui bagliori e la cui luce erano messi in risalto dal buio della notte. Egli, per sedare lo sgomento, insisteva nel dire che si trattava di fuochi lasciati accesi dai contadini nell’affanno di mettersi in salvo e di ville abbandonate che bruciavano nella campagna. Poi si abbandonò al riposo […]. Senonché il cortile da cui si accedeva alla sua stanza, riempiendosi di ceneri miste a pomice, aveva ormai innalzato tanto il livello che, se mio zio avesse ulteriormente indugiato nella sua camera, non avrebbe più avuto la possibilità di uscirne. Svegliato, viene fuori e si ricongiunge al gruppo di Pomponiano e di tutti gli altri […]. Infatti, sotto l’azione di frequenti ed enormi scosse, i caseggiati traballavano e, come se fossero stati sbarbicati dalle loro fondamenta, lasciavano l’impressione di sbandare ora da una parte ora dall’altra e poi di ritornare in sesto. D’altronde all’aperto cielo c’era da temere la caduta di pomici, anche se erano leggere e corrose; tuttavia il confronto tra questi due pericoli indusse a scegliere quest’ultimo. In mio zio una ragione predominò sull’altra, nei suoi compagni una paura s’impose sull’altra. Si pongono sul capo dei cuscini e li fissano con dei capi di biancheria; questa era la loro difesa contro tutto ciò che cadeva dall’alto. Altrove era già giorno, là invece era una notte più nera e più fitta di qualsiasi notte, quantunque fosse mitigata da numerose fiaccole e da luci di varia provenienza. Si trovò conveniente di recarsi sulla spiaggia ed osservare da vicino se fosse già possibile tentare il viaggio per mare; ma esso perdurava ancora sconvolto ed intransitabile”.

L’ultimo giorno di Pompei nell’olio su tela di Karl Brjullov conservato all’Ermitage di San Pietroburgo

Plinio il Giovane, nella sua ricostruzione drammatica di quei momenti, giunge alla descrizione della morte dello zio. “Colà, sdraiato su di un panno steso a terra, chiese a due riprese dell’acqua fresca e ne bevve. Poi delle fiamme ed un odore di zolfo che preannunciava le fiamme spingono gli altri in fuga e lo ridestano. Sorreggendosi su due semplici schiavi riuscì a rimettersi in piedi, ma subito stramazzò, da quanto io posso arguire, l’atmosfera troppo pregna di cenere gli soffocò la respirazione e gli otturò la gola, che era per costituzione malaticcia, gonfia e spesso infiammata. Quando riapparve la luce del sole (era il terzo giorno da quello che aveva visto per ultimo) il suo cadavere fu ritrovato intatto, illeso e rivestito degli stessi abiti che aveva indossati: la maniera con cui si presentava il corpo faceva più pensare ad uno che dormisse che non ad un morto”.

Il logo del parco archeologico di Pompei

I canali social del Parco, in continua crescita di numeri ed interazione, rappresentano la piattaforma principale per la promozione e la quotidiana comunicazione di notizie e curiosità che riguardano Pompei e i siti vesuviani di Oplontis, Stabiae e Boscoreale, luoghi che oggi, a centinaia di anni dalla loro scoperta, ancora riservano importantissime novità grazie ai recenti e sensazionali rinvenimenti che continuano ad affiorare dai lapilli di quella tragica eruzione.

Positano (Costiera Amalfitana). A 15 anni dalla scoperta, 11 metri sotto la parrocchiale, apre al pubblico la villa marittima del I sec. d.C. con gli splendidi affreschi del triclinium aperto sulla baia: “Il Mar Positano (Museo Archeologico Romano) è uno dei più suggestivi spazi archeologici ipogei di età romana rinvenuti negli ultimi anni in Italia meridionale”

Con l’apertura della villa romana di Positano nasce il Mar Positano, il Museo Archeologico Romano di Positano

Il percorso aereo in vetro e acciaio creato per i visitatori del Mar Positano

Una villa marittima del I secolo d.C. nelle viscere di Positano, sulla Costiera Amalfitana, 11 metri sotto la chiesa di Santa Maria Assunta, sopravvissuta all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che seppellì Pompei ed Ercolano. La ricchezza e lo splendore degli affreschi del triclinium, l’ambiente di rappresentanza più importante della dimora, fanno pensare che la villa appartenesse a un ricco mercante o a un politico che cercava in Costiera il relax di cui non poteva godere in città. Proprio nel periodo tardo repubblicano e primo imperiale le coste del golfo di Napoli e della penisola sorrentina furono scelte dall’élite romana per le proprie lussuose ville con giardini e ambienti affrescati aperti su panorami mozzafiato della costiera. La dimora gentilizia romana di Positano venne riscoperta nel 2003 ma era già nota fin dal 1758 per interventi dei Borboni. Due le campagne di scavo, tra 2004-2006 e 2015-2016, quando si sono conclusi i lavori alla villa, con la realizzazione di un percorso sotterraneo con passerelle e impianto di illuminazione. Il 1° agosto 2018, a quindici anni dalla sua riscoperta, la Villa Romana di Positano, uno dei più suggestivi spazi archeologici ipogei di età romana rinvenuti negli ultimi anni in Italia meridionale, apre per la prima volta al grande pubblico, dalle 9 alle 21 (biglietto 15 euro): da ora in poi per tutti sarà il Mar Positano, cioè il nuovo Museo Archeologico Romano di Positano. Grazie agli interventi curati dal direttore dei lavori, Diego Guarino, i visitatori (un massimo di 10 per ogni ingresso, per motivi di sicurezza) attraverso passerelle e scale in vetro e acciaio potranno apprezzare gli affreschi restaurati e la stratigrafia che testimonia le trasformazioni subite dal sito nel corso dei secoli. In realtà il pubblico che entrerà il 1° agosto, non sarà il primo in assoluto: la villa romana sarà ammirata già qualche giorno prima, ma da un pubblico speciale: dal 19 al 31 luglio 2018, infatti, il sito è riservato con visite gratuite ai residenti di Positano.

Il triclinium della villa romana all’inizio degli scavi archeologici

L’inaugurazione della villa romana di Positano mercoledì 18 luglio 2018 (vedi l’annuncio sul video di Telecolore, qui sopra). Al taglio del nastro la soprintendente Francesca Casule e il vescovo Orazio Soricelli; il sindaco di Positano Michele De Lucia; l’archeologa Silvia Pacifico; Diego Guarino, architetto e direttore dei lavori; Walter Tuccino, restauratore del Mibact; l’ex presidente della Regione Campania Stefano Caldoro. Presenti numerosi cittadini, turisti e sindaci della zona. Daniele Milano di Amalfi, Luigi Mansi di Scala, Giovanni Di Martino di Praiano. Poi ancora il consigliere regionale Alberico Gambino, Gaetano Amatruda e Aniello Salzano. “Sono a Positano per inaugurare un’eccellenza: il Mar Positano, Museo archeologico Romano”, interviene Stefano Caldoro. “Una grande opera nata con la intuizione della accelerazione della spesa, fortemente voluta dalla mia giunta, e dalla visione dell’amministrazione comunale. Un gioiello in un posto che ha, da sempre, un fascino internazionale”.

Gli affreschi del triclinium della villa romana di Positano con motivi del Quarto stile pompeiano (metà del I sec. d.C.)

Restauratori al lavoro sugli affreschi della villa romana di Positano

“L’esistenza della villa era nota già da tempo”, racconta Elena Percivaldi su Perceval Archeostoria. “Karl Weber, addetto agli scavi borbonici, descrive nel 1758 strutture con affreschi e mosaici al di sotto della Chiesa madre e del campanile. Lo studioso Matteo della Corte pensò di aver individuato la villa di Posides Claudi Caesaris, potente liberto dell’imperatore Claudio, da cui deriverebbe lo stesso nome di Positano. Intorno alla metà del I secolo, la villa era in corso di restauro per i danni prodotti dal sisma del 62 e per un probabile passaggio di proprietà intervenuto nel frattempo. Il terremoto divenne occasione per riproporre una nuova e ricca veste agli ambienti di rappresentanza, come testimonia una delle sale da pranzo della villa, il lussuoso triclinium venuto alla luce nella cripta. Sulle pareti, ricoperte con motivi del Quarto stile pompeiano (metà del I secolo d.C.), sono visibili architetture a più piani. Nella parte superiore la scenografia architettonica è parzialmente celata da una tenda con mostri marini, delfini guizzanti e amorini in stucco. Di grande effetto è lo scorcio di un palazzo con porta socchiusa e loggiato con elegante balcone. La zona mediana è decorata da pannelli a sfondo monocromo ornati da eleganti ghirlande. Una serie di medaglioni conteneva ritratti e scene mitologiche, come la raffigurazione del centauro Chirone che impartisce lezioni di musica al giovane Achille; quadretti con nature morte e un paesaggio marino, con una baia attorniata da edifici porticati e da scogli, arricchivano l’insieme. Un paesaggio non dissimile si doveva godere da questa sala triclinare aperta sulla baia di Positano” (vedi https://percevalasnotizie.wordpress.com/2018/07/16/positano-riapre-la-villa-romana/) .

I 69 sedili allineati in muratura per l’essiccazione dei defunti trovati nella cripta superiore

La chiesa di Santa Maria Assunta di Positano: 11 metri al di sotto c’è il Mar Positano

Come si diceva, sull’area occupata dalla villa romana sorsero degli edifici religiosi, non ultimo la parrocchiale di Santa Maria Assunta. Gli scavi hanno riportato alla luce due cripte diverse, una superiore risalente al Settecento, e una inferiore, più antica. Come spiega in una nota Lina Sabino, funzionario storico dell’arte della soprintendenza ABAP di Salerno, “la cripta superiore è formata da due spazi longitudinali; lungo il perimetro della sala principale – sotto cui sono emersi i resti della Villa stessa – e sulle pareti degli anditi di passaggio, sono allineati 69 sedili in muratura per l’essiccazione dei defunti, di ragguardevole fattura nella finitura plastica degli stucchi dalla morbida stesura, priva di riscontro nell’intero territorio amalfitano. I fondi delle pareti sono ricoperti da una leggera velatura di calce bianca su cui sono tracciate rapide pennellate di colore rosso a formare fasce oblique parallele e rombi nei sottarchi: un’insolita ricchezza decorativa per ambienti di questo tipo, presumibilmente voluta e commissionata, nel primo trentennio del Settecento, dai laici appartenenti alla Confraternita del Monte dei Morti, che aveva sede nel soprastante Oratorio”. Invece è di età medievale l’altra cripta, che si trova sotto il presbiterio della parrocchiale. “Non è chiaro”, continua Sabino, “se in origine fosse a sua volta una vera e propria chiesa, oppure se fungesse da cripta all’edificio soprastante. Il corpo principale si compone di due navate, coperte da volte a botte e separate da archi che scaricano su colonne di marmo. Due di esse, inglobate nei pilastri innalzati agli inizi del Seicento per sostenere la grande cupola della chiesa superiore, sono state messe in luce dall’ultimo restauro. All’interno vi era un altare – citato più volte nei documenti – intitolato alla Natività. Più tardi lo spazio absidale fu confinato, rispetto alle navate, da una parete divisoria; al suo interno furono realizzati scolatoi funebri a seduta mentre, tra le volte a crociera soprastanti, fu praticata un’apertura (corrispondente alla collocazione attuale dell’altare maggiore della chiesa) attraverso la quale venivano calati i corpi dei defunti. Ciò fa supporre che a seguito dei lavori seicenteschi, la cripta avesse perso la sua prima destinazione liturgica e che da allora svolgesse una funzione esclusivamente cimiteriale

Pompei. Aveva cercato di salvarsi dall’eruzione del Vesuvio nelle Terme Centrali. Invano. Dopo duemila anni trovato lo scheletro di un bambino, giovane vittima dell’eruzione. Ritrovamento straordinario per la fortuita e inaspettata scoperta, e per la collocazione inusuale del corpicino immerso nel flusso piroclastico anziché in lapilli e cenere

“L’eruzione del Vesuvio” di Pierre Jacques Volaire conservato al museo e real bosco di Capodimonte

L’eruzione era cominciata. Il Vesuvio faceva paura. La grande nube nera minacciava Pompei, seguita da una pioggia mortale di lapilli e cenere. Col terrore negli occhi, il bimbo cercò un riparo sicuro nel grande complesso delle Terme Centrali, che avviate dopo il terremoto del 62 d.C. spianando un gruppo di edifici danneggiati tra via di Nola e via Stabiana, nel 79 d.C. era ancora un cantiere aperto. I soffitti resistettero alla pressione di lapilli e ceneri, ma le massicce strutture delle terme non riuscirono a fermare i gas venefici e per il bambino non ci furono speranze, rimanendo sepolto da un sottile strato di materiale magmatico portato dalla nube del Vesuvio. Fino a qualche giorno fa quando il suo scheletro è stato ritrovato dagli archeologi nel corso di un intervento di consolidamento e restauro del complesso termale. Si tratta di ambienti già scavati tra il 1877 e il 1878. In quell’occasione lo scheletro doveva essere già stato intercettato, ma inspiegabilmente non scavato, forse perché lo strato vulcanico non permetteva la realizzazione di un calco.

Lo scheletro di un bambino di 7-8 anni, vittima dell’eruzione del Vesuvio, scoperto a Pompei

Lo  scheletro di un bambino di 7-8 anni è l’ultimo rinvenimento di una giovane vittima dell’eruzione, individuata in un ambiente del grande complesso delle Terme Centrali. Il ritrovamento è straordinario sia per la fortuita e inaspettata scoperta, sia per la collocazione inusuale del corpicino rispetto alla stratigrafia  vulcanica del 79 d.C. 2La peculiarità del ritrovamento”, spiegano gli archeologi del Parco archeologico di Pompei, “è che lo scheletro è immerso nel  flusso piroclastico (mix di gas e materiale vulcanico). Normalmente nella stratigrafia  dell’eruzione del 79 d.C. è presente nel livello più basso il lapillo e poi la cenere che sigilla tutto. In questo caso si doveva trattare di un ambiente chiuso dove il lapillo non è riuscito ad entrare né a provocare il crollo dei tetti, mentre è penetrato direttamente il flusso piroclastico dalle finestre, nella fase finale dell’eruzione”.

Suggestiva immagine delle Terme Centrali di Pompei

L’intero complesso delle Terme Centrali è oggetto  di interventi di consolidamento (trattamento delle lacune, consolidamenti, sarcitura delle lesioni, ripristino delle sommità murarie; ripristino dei livelli dei davanzali e delle soglie; sostituzione di architravi) e di restauro (revisione e restauro dei paramenti murari e degli intonaci; pulitura e restauro dell’impluvio, delle vasche e della scala;  restauro dei tubuli nel calidarium) avviati a gennaio scorso. “L’asse economico-sociale di Pompei”, sottolineano gli archeologi, “si sposta verso via di Stabia: ecco dunque in quest’area il progetto di un nuovo complesso termale, che sostituiva un intero isolato della IX Regio e che, iniziato dopo il 62 d.C., non fu mai completato. Da notare che non sono previste sezioni separate per gli uomini e per le donne. Un efficace sistema assicurava il riscaldamento degli ambienti: ma al momento dell’eruzione mancavano ancora le fornaci, e non erano stati organizzati il giardino con porticato a pilastri, la palestra, la piscina. Ai lati dell’entrata principale, su via di Nola, due piccoli ambienti dovevano fungere da biglietteria e da deposito degli oggetti di valore”.

I resti del corpicino ritrovati in un ambiente dell’ingresso delle Terme Centrali di Pompei

Lo scheletro è emerso durante la pulizia di un ambiente di ingresso. Al di sotto di uno strato di circa 10 centimetri è affiorato prima il piccolo cranio e in un secondo momento le ossa, disposte in maniera raccolta, che hanno permesso di formulare le prime ipotesi circa l’età del  fanciullo che, in fuga dall’ eruzione, aveva trovato ricovero nelle Terme Centrali.  Grazie alle indagini antropologiche, che vengono condotte in maniera sistematica fin dal ritrovamento dei reperti, sarà possibile determinare eventuali patologie. Allo scopo lo scheletro è stato rimosso e trasferito al Laboratorio di Ricerche applicate del parco archeologico di Pompei.

Il soprintendente Massimo Osanna osserva lo scheletro del bambino appena ritrovato

“Pompei è a una svolta per la ricerca archeologica”, dichiara Massimo Osanna, direttore del parco Archeologico di Pompei – non solo per le scoperte eccezionali che regalano forti emozioni come nel caso di questo ritrovamento. Ma anche perché si è consolidato  un nuovo modello di approccio scientifico che affronta in maniera interdisciplinare le indagini di scavo. Un team di professionisti specializzati quali archeologi, architetti, restauratori ma anche ingegneri, geotecnici, archeobotanici, antropologi, vulcanologi lavora stabilmente, fianco a fianco e con il supporto di risorse tecnologiche all’avanguardia, per non lasciare al caso nessun elemento scientifico, e dunque ricostruire nella maniera più accurata possibile un nuovo pezzo di storia che, attraverso gli scavi, ci viene restituito”.

Speciale innamorati a Pompei: aperta eccezionalmente per San Valentino la domus dei Casti Amanti, un’esperienza unica e irripetibile. Dopo il 14 febbraio sarà chiusa per restauri fino al 2020

Apre per San valentino la preziosa domus dei Casti Amanti, un cantiere aperto tra impalcature e passerelle metalliche

Apre per San valentino la preziosa domus dei Casti Amanti, un cantiere aperto tra impalcature e passerelle metalliche

A San Valentino? Alla Casa dei Casti Amanti a Pompei. Un’esperienza unica e irripetibile: la domus romana è infatti oggi un cantiere aperto off limits, che rimarrà inaccessibile al pubblico per i prossimi tre anni.  Ma per gli innamorati e i turisti che nella settimana di San Valentino, dall’11 al 14 febbraio 2017, hanno in programma una visita agli Scavi di Pompei, la soprintendenza speciale ha pensato di fare un regalo… speciale: aprire eccezionalmente al Casa dei Casti Amanti, un gioiello del sito archeologico ai piedi del Vesuvio. E per gli appassionati dei social saranno pubblicati i selfie e le foto degli innamorati postati su Instagram.

L'affresco con il bacio che ha dato il nome alla domus dei Casti Amanti di Pompei aperta per San Valentino

L’affresco con il bacio che ha dato il nome alla domus dei Casti Amanti di Pompei aperta per San Valentino

Il nome della domus nasce dal bacio “casto” che due amanti si scambiano in uno dei quadretti di banchetto che decorano il triclinio della casa, con annesso panificio. Si trattava infatti dell’abitazione di un ricco panettiere e all’interno della domus sono visibili oltre al forno del panificio, splendidamente conservato, con le annesse macine anche le due stalle con i resti di sette animali. Ancora non integralmente esplorata, Vittorio Spinazzola nel 1912 aveva iniziato l’indagine della facciata con il balcone con colonnato, poi danneggiato nel bombardamento del 1943. Lo scavo è proseguito, a più riprese, dal 1982 fino al 2004, con un ampio progetto di restauro e valorizzazione. Poco prima dell’evento drammatico del 79 d.C., erano in corso la risistemazione della rete idraulica e, nella Casa dei Pittori al lavoro, il rifacimento della decorazione parietale nel grande oecus (stanza di ricevimento): l’interruzione improvvisa lasciò incompleti i quadretti dei quali era già eseguita la sinopia. Indizio dell’abbandono repentino dei lavori sono le numerose coppette ancora piene di pigmenti che l’artista stava adoperando. Aperta al pubblico per la prima volta nel 2010 e poi richiusa, la domus dei Casti Amanti viene ora in via straordinaria proposta alla visita del pubblico prima dell’avvio del grande cantiere che ne consentirà il restauro globale e la valorizzazione, oltre che riconfigurare le scarpate dell’area.

La selva di tubi e impalcature che oggi imbraga il complesso della Casa dei Casti Amanti e quella dei Pittori al Lavoro

La selva di tubi e impalcature che oggi imbraga il complesso della Casa dei Casti Amanti e quella dei Pittori al Lavoro

La casa fa parte di un’unica grande Insula che comprende anche la Domus dei Pittori al Lavoro e alcune botteghe. La visita alla Casa dei Casti Amanti ovviamente richiede alcune accortezze: l’area di 2600 metri quadri infatti, ingabbiata da una fitta rete di tubolari, è interessata da lavori di scavo, messa in sicurezza e restauro  che mettono in luce tutta la delicatezza dello status della domus. Per questo l’accesso sarà consentito a gruppi di venti persone (non è richiesta la prenotazione), per disciplinare il percorso dei turisti in questo gigantesco cantiere che consiste in aree ricche di reperti archeologici al piano terra e camminamenti su pedane in ferro grigliate ai piani alti dai quali si può ammirare la pianta di due importanti domus pompeiane: la Casa dei Casti Amanti, ovviamente, e la vicina Casa dei Pittori al lavoro. La prima “attenzione” per i visitatori è già subito all’ingresso: due gradini che separano di soli quaranta centimetri un muro antico e dallo scheletro intero e  suggestivo di un grosso mulo, emerso dagli scavi insieme ad altri animali che si trovavano nella stalla al momento della esplosione del Vesuvio e che giacciono al suo fianco. L’intero flusso dei visitatori che arriverà a Pompei nei quattro giorni di apertura straordinaria della Casa dei Casti Amanti dovrà infilarsi in questo passaggio.

Il giardino della domus dei Casti Amanti con la ricostruzione della organizzazione degli spazi

Il giardino della domus dei Casti Amanti con la ricostruzione della organizzazione degli spazi

Il progetto di restauro e messa in sicurezza dell’area prevede la rimozione dell’attuale ingabbiatura di tubolari, inoltre, lo scavo della restante parte delle due domus confinanti, la messa in sicurezza dei muri pericolanti e l’installazione di una moderna copertura in alluminio con lucernari, e una passerella in acciaio sospesa. Il tutto poggerà su 12 pilastri esterni alle mura. “Chi entra oggi nella Casa dei Casti Amanti”, assicurano gli archeologi della soprintendenza, “non può fare a meno di abbassare il tono della voce. I visitatori provano soggezione e una forma di spavento davanti allo spettacolo della bellezza, della distruzione e della morte che si presenta allo sguardo. L’impatto con gli scheletri di cinque muli ridotti in mummie e in parte pietrificati espone il visitatore a un duro confronto con la sofferenza degli animali utilizzati per la macina dell’annesso panificio e abbandonati alla loro sorte al momento dell’esplosione del Vesuvio nel 79 d.C. Poi i muri con file di colonne, in parte in piedi e in parte abbattuti e trascinati dal peso della lava. Le anfore implose. E, infine, i danni del bombardamento durante la Seconda guerra mondiale rappresentano tutti insieme l’insulto della storia e degli elementi alla vita quotidiana della bella città vesuviana”. Per terminare i lavori, che saranno appaltati entro la fine del 2017, saranno utilizzati 10 milioni di euro del Grande progetto Pompei. Quando l’opera sarà ultimata, una parte della villa oggi inesplorata sarà visitabile, insieme alla Casa dei Pittori al Lavoro, che si presenta sontuosa con le stanze affrescate e un giardino nell’impluvium ricostruito con il cannucciato, proprio come si presentava nel 79 d.C, prima dell’eruzione del Vesuvio. Chi ha dunque la fortuna di entrare in quest’area della Regio IX nel weekend lungo, dedicato a San Valentino, ammirerà non solo la Casa dei Casti Amanti ma anche l’annessa domus dei Pittori al Lavoro. E potrà dirsi privilegiato. Perché, dopo il 14, il cantiere chiuderà per i prossimi 3 anni e sarà riaperto al pubblico solo nel 2020.

Un pavimento musivo riportato alla luce nella Casa dei Casti Amanti a Pompei

Un pavimento musivo riportato alla luce nella Casa dei Casti Amanti a Pompei

La giornata dell’amore sarà celebrata anche attraverso Instagram.  Infatti la soprintendenza speciale di Pompei ha organizzato con la comunità Igers Campania uno speciale percorso dedicato all’amore: 15 fotografi molto seguiti sul popolare social network visiteranno il sito archeologico e la Casa dei Casti Amanti e pubblicheranno il giorno di San Valentino le loro foto usando gli hashtag #ILovePompeii, #DiscoverPompeii e #CastiAmanti.

 

Scavi di Pompei. Per Natale i visitatori hanno trovato tre “doni”: restituiti il piccolo Lupanare, la casa di Obellio Firmo e la casa di Marco Lucrezio Frontone grazie agli interventi programmati dal Grande Progetto Pompei

Il grande atrio della casa di M. Obellio Firmo restituita per le festività natalizie ai visitatori degli scavi di Pompei

Il grande atrio della casa di M. Obellio Firmo restituita per le festività natalizie ai visitatori degli scavi di Pompei

Erotismo e lusso a Pompei nel 79 d.C nei 50mila mq restituiti ai turisti: il piccolo Lupanare, la casa di Obellio Firmo, la casa di Marco Lucrezio Frontone e, in più, lo scavo inedito di un ambiente totalmente occultato dal terreno sono i “doni” di Natale degli Scavi di Pompei ai visitatori del sito archeologico. Sessanta milioni di euro spesi, altri 40 milioni da impiegare. I fondi europei per i restauri del Grande progetto Pompei sono ancora in gran parte non spesi, ma il volto della città antica è già completamente cambiato come hanno sottolineato il direttore della soprintendenza speciale di Pompei, Massimo Osanna, e il direttore generale del Grande Progetto Pompei, gen. Luigi Curatoli, nel presentare la vastissima area di 50mila metri quadrati liberata da ponteggi, puntellamenti, vecchi residui di materiali inidonei che rendevano non percorribile le Regio V e IX. È terminato, infatti, il lavoro di messa in sicurezza della Regio V e IX previsti dal Grande Progetto Pompei. Un’imponente  opera di restauro che ha interessato le murature (integrazione di lacune e mancanze, stilatura dei giunti, revisione delle creste murarie, manutenzione o sostituzione di piattabande), gli apparati decorativi (pulizia, consolidamento, piccole integrazioni, sostituzione di materiali non idonei di vecchi restauri), oltre a prevedere interventi su strade e marciapiedi, cancelli e coperture, consentendo anche di conoscere e documentare dettagli finora ignoti delle aree interessate. Gli interventi strutturali sulle murature più compromesse hanno finalmente resi accessibili gli edifici del piccolo lupanare (Regio IX, insula 5, civico16), custode di un’altra serie di affreschi erotici in uno degli ambienti, la maestosa Casa di Obellio Firmo ( Regio IX insula 14 civico 4) aperta sul decumano di via di Nola e la casa di Marco Lucrezio Frontone (Regio V) completata con il restauro dell’ambiente triclinare, con lo splendido affresco che raffigura l’uccisione di Neottolemo da parte di Oreste.

Il gigantesco forziere in bronzo e ferro che M. Obellio Firmo teneva nell'atrio di ingresso della sua domus

Il gigantesco forziere in bronzo e ferro che M. Obellio Firmo teneva nell’atrio di ingresso della sua domus

Un gigantesco forziere in bronzo e ferro, sfondato dai lapilli dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. accoglie i visitatori all’ingresso della casa di Obellio Firmo, aperta nel sito archeologico di Pompei al termine del restauro. Cinque persone, delle quali sono stati trovati gli scheletri, tentarono di ripararsi all’ingresso del secondo atrio di questa Domus abitata da una famiglia aristocratica che mostrava la propria potenza economica esponendo all’ingresso una imponente cassaforte tra quattro colonne visibili dalla strada. La domus di M. Obellio Firmo è tra le più grandi e articolate di Pompei: il nome del proprietario, al momento dell’eruzione del Vesuvio, appunto Obellio Firmo, era scritto nell’angolo Nord Ovest del peristilio. La casa aveva due ingressi: il più importante, chiuso da un portone, era quello sul civico 4 di via di Nola, con un monumentale atrio a quattro colonne in tufo di più di 7 metri di altezza. Qui, visibile anche dalla strada, a ribadire lo status sociale della famiglia, c’era un cartibulum (tavolo)  in marmo a sostenere una statuetta. Un atrio secondario era destinato all’accoglienza dei clientes con sedili in muratura. È qui che sono stati trovati gli scheletri di cinque persone in cerca di un riparo durante l’eruzione. Su questo atrio gravitavano anche gli ambienti privati della casa, con la cucina e il quartiere termale tra i più antichi di Pompei.

La domus di Marco Lucrezio Frontone dalle preziose decorazioni

La domus di Marco Lucrezio Frontone dalle preziose decorazioni

Con le festività natalizie è stata aperta anche un’altra sontuosa dimora: la casa di Marco Lucrezio Frontone, identificata grazie alle iscrizioni elettorali rinvenute durante gli scavi. Lucrezio Frontone aveva infatti intrapreso una brillante carriera politica, candidandosi alle principali cariche pubbliche della città. In uno dei tre soggiorni di questa domus furono trovati i resti di cinque adulti e tre bambini morti in seguito dell’eruzione del Vesuvio. All’interno di questa casa, un gioiello per le decorazioni di notevole qualità nonostante le limitate dimensioni (460 mq), si può ammirare l’elegante parete a fondo nero e quadretti del tablino raffiguranti immaginarie ville marittime che affiancano i quadri principali: quello con il trionfo di Bacco e Arianna, e quello con gli amori di Venere e Marte. E poi, in un piccolo cubicolo, amorini in volo su un fondo giallo ocra e contorni di scene moraleggianti in cui si riconoscono Narciso e Perona, rappresentata mentre allatta il vecchio padre Micone per salvarlo dalla morte a cui era stato condannato. Triste pudore fuso con pietà è la traduzione del distico dipinto nell’angolo superiore della composizione per celebrare l’amore filiale proposto dal mito. I padroni di casa hanno ritratto i volti dei propri figli ai lati dell’ingresso di questo interessante cubicolo che probabilmente era la stanza dei ragazzi. Forse sono i volti di quei bambini trovati morti. La stanza della padrona di casa (domina) è decorata dall’affresco di Arianna che porge il filo a Teseo in una scena della toilette di Venere. Sulle pareti del giardino è ancora visibile l’affresco con scene di caccia (leoni, pantere e orsi, tori, buoi e cavalli). Al termine dei lavori di messa in sicurezza è stato restituito alla vista dei turisti il grande triclinio in cui campeggia il quadro in cui Neottolemo viene ucciso da Oreste davanti al tempio di Apollo a Delfi. La parte posteriore della casa è occupata dagli ambienti di servizio, con cucina e latrina, dal viridario e da un portico con tre colonne su cui si affacciano diversi ambienti di soggiorno. È qui che sono stati trovati gli scheletri di cinque adulti e tre bambini schiacciati dal crollo del tetto durante l’eruzione del 79 d.C.

Gli affreschi erotici del Piccolo Lupanare di Pompei o "Lupanariello"

Gli affreschi erotici del Piccolo Lupanare di Pompei o “Lupanariello”

La terza novità delle festività natalizie per i visitatori è il Piccolo Lupanare (“Lupanariello”) restaurato all’interno di una struttura che era, probabilmente, un luogo di ristorazione in cui veniva esercitata la prostituzione. Quattro affreschi erotici rivelano la natura degli incontri che si tenevano in quel locale, del quale era stata murata la finestra per garantire la privacy ai clienti. Inedito, infine, lo scavo emerso dalla pulizia effettuata dagli archeologi nella Regio IX, insula 3, utilizzata già dai pompeiani come una sorta di “discarica” di materiali di costruzione. Così la trovò Giuseppe Fiorelli e la lasciò durante i suoi scavi a metà del 1800. Oggi, grazie ai restauri del Grande Progetto Pompei, è riportato alla luce il pavimento in signinum di una dimora probabilmente abbandonata a seguito del terremoto del 62 d.C. Nei pressi, è stato portato alla luce un antico panificio (pistrinum) con una parte della macina, edificio poi trasformato in una tintoria (fullonica), con vasca e annesso lavatoio. Una bomba nel 1943 semidistrusse il pavimento in basoli della strada. Gli archeologi del Grande Progetto Pompei hanno risistemato la pavimentazione originaria di questa parte del sito.

Pompei. Ancora scoperte a Porta Ercolano: all’interno di due botteghe artigiane gli scheletri di cinque pompeiani – tra cui un bambino – in fuga dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Hanno trovato la morte dove speravano di salvarsi

Scavo a Porta Ercolano di Pompei: Il ritrovamento di cinque giovani pompeiani in fuga dall'eruzione del Vesuvio

Scavo a Porta Ercolano di Pompei: Il ritrovamento di cinque giovani pompeiani in fuga dall’eruzione del Vesuvio

Stavano scappando dall’inferno del Vesuvio del 79 d.C., si erano riparati all’interno di una bottega artigiana, una scelta per loro fatale: quello che doveva essere il loro rifugio sicuro è diventata la loro tomba. Duemila anni dopo Pompei ci restituisce un altro tassello di storia quotidiana, di momenti di vita e di morte. Gli archeologi nel corso di una campagna di scavo nell’area di Porta Ercolano hanno riportato alla luce cinque scheletri di giovani pompeiani in fuga dall’eruzione del Vesuvio: lì vicino resti di oggetti in oro, vasellame e un urceus (contenitore) del prezioso garum, quella che oggi chiamiamo “colatura di alici”; e poi zappe, forse usate dai giovani per scavarsi un cunicolo tra la cenere e i lapilli oppure lasciate lì, secoli dopo, dai saccheggiatori di tombe. Siamo dunque ancora a Porta Ercolano di Pompei, una zona che si sta rivelando particolarmente ricca, tra necropoli e area produttiva. Un anno fa, lo ricordiamo, qui era stata trovata la tomba di una donna sannitica, quindi del periodo in cui il nucleo abitato di Pompei non era ancora stato romanizzato. E poche settimane fa l’annuncio della scoperta dei resti di un giovane sepolto in una tomba, con tanto di corredo funerario, risalente a quasi 400 anni prima della devastante eruzione che cancellò le antiche Pompei, Ercolano e Stabiae (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/06/pompei-stupisce-ancora-nella-necropoli-di-porta-ercolano-scoperta-tomba-a-cassa-del-iv-secolo-a-c-con-corredo-funerario-completo-un-anno-fa-la-stessa-area-restitui-una-tomba-sannitica-che-fa-luce/).

Il soprintendente Massimo Osanna in sopralluogo alla tomba sannitica della necropoli di Porta Ercolano a Pompei

Il soprintendente Massimo Osanna in sopralluogo alla tomba sannitica della necropoli di Porta Ercolano a Pompei

Lo scavo della soprintendenza di Pompei con l'Ècole Francaise de Rome, le Centre Jean Bérard e il Cnrs

Lo scavo della soprintendenza di Pompei con l’Ècole Francaise de Rome, le Centre Jean Bérard e il Cnrs

Sono queste le ultime scoperte della campagna di ricerca a Porta Ercolano della soprintendenza di Pompei con l’Ècole Francaise de Rome, le Centre Jean Bérard e il Cnrs. I ritrovamenti particolarmente interessanti di sepolture e botteghe crea non poche problematiche. Gli archeologi dovranno infatti rispondere a ulteriori interrogativi sulla organizzazione, gestione e trasformazione, di questo intreccio tra spazio funerario e commerciale nell’area suburbana di Porta Ercolano. “Queste ultime scoperte”, sottolinea il soprintendente Massimo Osanna, “confermano come Pompei riservi continue sorprese. Sapevamo che in questa zona esisteva una prolifera attività produttiva. E qui abbiamo trovato le botteghe dei vasai, fuori le mura, perché questa produzione implicava rumore, fumi, scarti di lavorazione. Credevamo che queste attività fossero state altamente indagate, poiché la zona fu oggetto di scavo già nell’800 con l’archeologo Giuseppe Fiorelli. Invece, qui, abbiamo trovato ancora tracce delle attività che si svolgevano e, con la fortuna che deve sempre assistere l’archeologo, abbiamo trovato anche tombe dell’epoca sannitica, risalenti alla fine del V, e inizio del IV secolo. Le indagini che seguiranno ci daranno informazioni su come in quell’epoca cambia il popolamento di Pompei”.

Gli aurei e il vasellame trovati vicino agli scheletri dei giovani pompeiani in fuga dall'eruzione

Gli aurei e il vasellame trovati vicino agli scheletri dei giovani pompeiani in fuga dall’eruzione

Un urceus rinvenuto a Pompei

Un urceus rinvenuto a Pompei

I cinque scheletri, tra cui quello di bambino, sono stati trovati nel cantiere di scavo di due botteghe artigiane. Secondo Claude Pouzadoux, direttrice del Centre Jean Bérard, questi cinque pompeiani erano probabilmente in fuga dall’eruzione del 79 d.C. e avevano cercato rifugio in uno di questi locali, dove invece sono rimasti intrappolati e sono morti. “Purtroppo”, continua, “questo luogo è stato devastato dai tombaroli tra la fine ‘700 e gli inizi ‘800, scavatori clandestini alla ricerca di oggetti preziosi e metalli. Il loro passaggio ha scomposto le ossa delle cinque vittime, che ora ci apprestiamo a ricomporre e a studiare. Ai saccheggiatori dell’epoca sfuggirono tre monete d’oro (tre aurei datati 74 e 77/78 d.C.) e un fiore in foglia d’oro, probabilmente un pendente di collana. E poi ci sono vasi di diverse forme, alcuni anneriti dalla cottura. E c’è anche un’anfora dal collo allungato, un urceus, tipico contenitore per il garum, l’apprezzata ‘colatura di alici’ che ancora oggi viene prodotta dai pescatori della costiera amalfitana, come saporita salsa di pesce, un gustoso condimento della cucina meridionale”.