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“Roma e Cartagine: due civiltà a confronto”: al Muciv-Pigorini di Roma-Eur presentazione del libro che descrive due mondi mediterranei distanti e tuttavia vicini. Ricordo di Sebastiano Tusa, uno degli autori

L’immagine sulla copertina del libro “Roma e Cartagine: due civiltà a confronto”

Filippo Maria Gambari, direttore del museo delle Civiltà, che accorpa il museo Pigorini, il museo Tucci, il museo dell’Alto Medioevo e il museo delle Arti e tradizioni popolari

Roma e Cartagine: due mondi mediterranei distanti e tuttavia vicini. Due realtà che emergono dal fondo della storia perché destinate entrambe a diventare grandi potenze del Mediterraneo. Su questa linea muove il libro “Roma e Cartagine: due civiltà a confronto” (Edizioni di storia e studi sociali) con testi di Maurizio Massimo Bianco, Pino Blasone, Alfredo Casemento, Massimo Cultraro, Rossana De Simone, Massimo Frasca, Francesca Oliveri, Carlo Ruta, Francesco Tiboni, Sebastiano Tusa, libro che verrà presentato al Muciv di Roma-Eur martedì 7 maggio 2019, alle 17:30, nella sala conferenze del museo nazionale Preistorico etnografico “Luigi Pigorini”. Presenta l’opera Filippo Maria Gambari, direttore del Museo delle Civiltà. Intervengono: Pino Blasone, scrittore e studioso del mondo orientale; Massimo Cultraro, primo ricercatore IBAM CNR e docente universitario; Massimo Frasca, docente di Archeologia classica, università di Catania; Maria Costanza Lentini, archeologa, già direttore Polo siti culturali Catania; Francesca Oliveri, archeologa, soprintendenza del Mare, Sicilia; Carlo Ruta, saggista e storico del mondo mediterraneo. Coordina: Elisabetta Mangani, archeologa, già funzionaria del museo “L. Pigorini”. Mario Mineo, archeologo del museo “L. Pigorini”, ricorderà la figura di Sebastiano Tusa, già funzionario del museo.

Area della battaglia delle isole Egadi tra romani e cartaginesi

L’archeologo Sebastiano Tusa

Presentazione del libro. Nella prima fase Roma e Cartagine trattano, si accordano sui commerci, cercano di stabilire una convivenza con reciprochi vantaggi. Questo fino al quarto secolo, quando Roma ancora non si sente pronta per sostenere uno scontro con la potenza “frontaliera”. Poi si dipana una lunga vicenda di conflitti che alla fine vede Roma vincitrice e Cartagine umiliata fino alla estrema distruzione. Essa risorgerà dalle proprie rovine a partire dal periodo di Augusto, che apre a Roma l’età del principato. Essa conserva ancora tradizioni fenicio-puniche, ma diventa una Cartagine romana, Sarà quindi un’altra storia. Due civiltà allora che s’incontrano e si scontrano, che non mancano comunque di similitudini, a partire dal sacro e dalle arti, che vedono ambedue fare i conti con la grecità. Entrambe si lasciano contaminare da miti e stili artistici ellenici, senza comunque rinunciare a tradizioni proprie. Entrambe coltivano un ethos patriottico, fatto di eroismi civili e militari, di impulsi predatori e ragione. E danno una propria impronta alla storia antica. Cartagine proietta i propri commerci oltre i confini delle Colonne d’Ercole. Tenta il periplo dell’Africa e punta, dall’Atlantico, verso le coste della Bretagna. Roma conquista i popoli italici ma non li umilia, tesse la propria tela del diritto, cerca di fare un uso razionale della forza che si esprime anzitutto attraverso le sue legioni. Alla fine conquista l’intero Mediterraneo.

“Teodorico. Il re barbaro che immaginò l’Italia”: al museo dell’Alto Medioevo di Roma-Eur presentazione del libro di Carlo Ruta che approfondisce la figura di Teodorico il Grande, che fu re dei Goti e dei Romani dal 493 al 526

La locandina dell’incontro al museo dell’Alto Medioevo di Roma-Eur con Carlo Ruta su Teodorico

A tu per tu con “Teodorico, il re barbaro che immaginò l’Italia”. Ad approfondire la figura di Teodorico il Grande, che fu re dei Goti e dei Romani dal 493 al 526, in un’epoca di transito politicamente e storicamente molto complessa, ambigua, disordinata e travagliata da radicalismi, ma anche caratterizzata da esperienze di convivenza etnica, compostezza civile, decoro urbano e di contagio religioso e culturale, sarà il giornalista Carlo Ruta che da vari decenni opera negli ambiti della ricerca storiografica e dell’informazione italiana, autore di reportage e inchieste giornalistiche. Appuntamento giovedì 28 febbraio 2019, alle 17, nell’Aula dell’Opus sectile del museo dell’Alto Medioevo “Alessandra Vaccaro” – Muciv a Roma-Eur, per la presentazione del libro di Carlo Ruta “Teodorico. Il re barbaro che immaginò l’Italia” (Edizioni di storia e studi sociali, Ragusa-Roma, pp. 144, gennaio 2019). Con l’autore interverranno Filippo Maria Gambari, direttore del Museo delle Civiltà; Gaspare Baggieri, coordinatore del museo dell’alto Medioevo “Alessandra Vaccaro”; Elisabetta Mangani, archeologa, già funzionaria del museo Preistorico-etnografico nazionale “Luigi Pigorini”. Dopo la presentazione, visita alle due mostre “L’ideale guerriero” e “L’intelligenza nelle mani. Produzione artigianale e tecniche di lavorazione e tecniche di lavorazione in età longobarda” nell’ambito del progetto nazionale “Longobardi in vetrina”.

Il giornalista scrittore Carlo Ruta

“In quest’opera di Carlo Ruta la figura del sovrano goto viene passata al vaglio in maniera del tutto innovativa, da prospettive poco esplorate, con esiti significativi, che mettono in rilievo l’esemplarità di un uomo di Stato che operò per il benessere del suo paese, per oltre trenta anni, e che spinse la storia d’Europa in avanti, attraverso il rilancio della civilitas romana ma anche attraverso la prefigurazione, appunto, del cambiamento”, si legge nella recensione su http://www.nuovosoldo.it. “Si era nel punto di lacerazione tra il mondo antico e il Medioevo. Teoderico, re goto in Italia dal 493 al 526, si presenta come una delle figure più forti ed emblematiche dell’Europa tardo-antica. Il re barbaro finì con il generare un modello di Stato che ambiva a spendere con lucida determinazione le eredità del passato mentre inaugurava un tipo di convivenza etnica originale: chiuso e tuttavia plurale, segnato da rigidi protocolli identitari ma in grado di generare, nel concreto delle cose, costumi condivisi. Egli volle essere rappresentante e arbitro di mondi distanti che, senza nulla cedere delle tradizioni cui più tenevano, riuscirono per decenni a eliminare dall’orizzonte civile lo scontro etnico e di religione. Tra i Goti, comunemente di fede ariana, e gli Italici, cattolici, furono tutto sommato tempi di normalità, retti da una misurata concordia. E questo modo di convivenza, freddo ma per tanti versi fecondo, contribuiva a ricomporre nel paese la vita delle città”.

Il libro di Carlo Ruta “Teodorico. Il re barbaro che immaginò l’Italia” (Edizioni di storia e studi sociali)

“Lo Stato teodericiano – continua la recensione – faceva i conti in maniera esemplare con il passato di Roma, assimilandone gli elementi più produttivi, giuridici, economici e tecnico-costruttivi. Si faceva inoltre garante di grandi tradizioni di pensiero, greche ed ellenistiche in particolare, attraverso l’apporto di filosofi e letterati tra i più significativi della tarda antichità. Boezio e Cassiodoro, ministri e consiglieri del re goto, lasciarono eredità decisive sul piano dell’organizzazione dei saperi e, in particolare, della custodia delle classicità, mentre si formava, in disparte, una delle figure più eminenti del mondo cristiano, Benedetto da Norcia, che con la sua Regola avrebbe interagito in maniera feconda con i progetti della tarda maturità di Cassiodoro, fondatore del Vivarium. Solo negli ultimi anni gli equilibri garantiti da quell’esperimento di governo cominciarono a incrinarsi, per cause legate soprattutto ai rapporti travagliati con l’Impero d’Oriente. Ma anche in quei contesti, i dissidi interni, pur significativi, non produssero nel paese grandi devastazioni. Goti e Romani, ariani e cattolici nel concreto delle città riuscirono a fermarsi, a placare le tensioni e spegnere lo scontro civile che minacciava di erompere, mentre si apriva una fase di intrighi da «basso impero» interpretati da un Senato sempre più travagliato da partigianerie. Era per certi versi l’ultima chiamata alle armi di un’aristocrazia che in larghissima parte aveva smarrito il senso dello Stato. Poi, morto Teoderico nel 526, il regno goto precipitava in una profonda instabilità ed infine, per iniziativa di Costantinopoli, in uno stato di guerra che in un paio di decenni ne avrebbe determinato la fine”.