Pompei. Si stacca una porzione del paramento di una parete esterna, a Est dell’edificio delle Terme del Sarno, interdetta al pubblico. Tutta l’area del fronte meridionale oggetto di un piano di interventi in appalto a luglio

Il fronte meridionale a Pompei dove si è verificato il distacco del paramento di una parete esterna (foto parco archeologico pompei)
Un piccolo crollo a Pompei con il distacco di una porzione del paramento di una parete esterna, a Est dell’edificio delle Terme del Sarno, in zona non accessibile al pubblico. È successo nel pomeriggio di giovedì 5 marzo 2020, sul fronte meridionale della città antica, lungo il viale delle Ginestre. Si tratta di materiale di ricostruzione risalente al tempo dello scavo di quell’area, e di parte del riempimento sottostante in pietre e malta polverizzata. Tutta l’area del fronte meridionale, che va dal tempio di Venere fino al Foro Triangolare, è da tempo oggetto di attenzione a causa delle numerose criticità strutturali e statiche che presenta, fin dall’antichità, ospitando case poste a strapiombo sul costone roccioso, articolate su più livelli e che inglobano parte delle mura di cinta. Proprio per queste complesse criticità, che richiedono tempi di progettazione non compatibili con il Grande Progetto Pompei, gli interventi sul fronte meridionale non sono stati inclusi nei progetti di messa in sicurezza che hanno interessato le altre aree della città antica, ma sono stati oggetto di un progetto specifico finanziato con fondi CIPE per 32 milioni di euro. Entro il mese di luglio 2020, il progetto esecutivo di messa in sicurezza dell’intera area esterna meridionale della città antica, attualmente alla fase di verifica, sarà oggetto di appalto dei lavori. L’intervento che ci occuperà nei prossimi due anni, porterà alla riapertura delle bellissime case e degli edifici affacciati sul golfo, a partire dalle Terme del Sarno. I funzionari del Parco Archeologico di Pompei, prontamente intervenuti sul posto nello stesso pomeriggio, hanno procedendo ad ulteriori verifiche ed interventi di puntellatura e presidio dell’area per evitare perdita di materia antica.
Nei sotterranei del museo Archeologico di Napoli la sezione “Stazione Neapolis” della mostra “Thalassa” fa il punto sulla più importante scoperta archeologica recente: il porto antico con alcuni importanti relitti. Per la prima volta esposti alcuni reperti come la grande ancora in legno

Nel seminterrato del Mann, accanto alla Sezione Epigrafica, c’è la Stazione Neapolis, dedicata alla scoperta del porto antico di Napoli (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” dal 12 dicembre 2019 al 9 marzo 2020
L’accesso alla “Stazione Neapolis” passa quasi inosservato alle centinaia di visitatori che ogni giorno varcano l’ingresso del museo Archeologico nazionale di Napoli: letteralmente rapiti nel grande atrio dalle meraviglie annunciate dai poster-arazzi che descrivono le diverse sezioni e le collezioni, la piccola locandina all’imbocco della scala che porta alla Sezione Epigrafica rimane muta resta ai margini del flusso. Eppure la scala che scende nelle “viscere” del Mann porta a rivivere forse la più importante scoperta archeologica recente a Napoli: il porto antico. Nella sala “Stazione Neapolis” del Mann sono esposti reperti che ricostruiscono storia e caratteristiche del porto antico di Napoli, partendo dalla prima fase di scavi della metropolitana di piazza Municipio, agli inizi degli anni Duemila, e giungendo sino agli ultimi ritrovamenti, tra 2014 e 2015. Per gentile concessione della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli, sono visibili al Mann, per la prima volta proprio in occasione della mostra “Thalassa. Meraviglie sommerse del Mediterraneo” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/30/al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-thalassa-meraviglie-sommerse-dal-mediterraneo-vetrina-delle-scoperte-dellarcheologia-subacquea-dal-1950-ad-oggi-viaggi/), tre importanti e singolari reperti lignei: una splendida ancora di oltre due metri e mezzo (databile alla fine del II sec. a.C.), un remo e un albero (età imperiale), residui delle imbarcazioni che attraccavano nell’antico porto cittadino. Opere che è stato possibile presentate al pubblico grazie a un intervento conservativo realizzato dall’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro.

Il modello dell’imbarcazione “Napoli C”, l’horeia ritrovata nel porto antico di Napoli (foto Graziano Tavan)
Scese le scale si è accolti da una barca, modello ligneo che propone in scala 1:5 la ricostruzione di una imbarcazione particolare: la Napoli C (fine I sec. d.C.), i cui resti furono messi in luce nel 2004 in piazza Municipio durante lo scavo dei fondali del porto romano. Si tratta di un’imbarcazione da trasporto e da carico (una horeia), in origine di 14 metri, con la prua a specchio che permetteva un attracco perpendicolare alle banchine portuali e ai fianchi delle navi alla fonda. L’horeia Napoli C doveva navigare nel golfo di Napoli ed essere utilizzata nel bacino portuale. Le più antiche fasi del porto di Napoli risalgono alla nascita di Parthenope nella seconda metà dell’VIII sec. a.C. in rapporto all’espansione di Cuma, la più antica colonia greca d’Occidente, e alla fondazione di Neapolis tra il VI e il V sec. a.C.: entrambi i centri dominavano l’accesso meridionale delle bocche di Capri e quello settentrionale del canale di Procida e ciò permetteva il controllo di un passaggio obbligato della rotta tra il basso e l’alto Tirreno.

La piantina di Napoli ripropone la linea di costa in età romana con il posizionamento dei relitti trovati nello scavo della metropolitana di Napoli (foto Graziano Tavan)
Il Porto di Neapolis in età ellenistica e romana. In antico il mare arrivava fino a comprendere le piazze Municipio e Bovio, formando una grande insenatura protetta da due promontori dove oggi sorgono Castel Nuovo (a Ovest) e la chiesa di S. Maria di Porto Salvo (a Est). Il versante sud-occidentale della baia è stato impiegato per l’impianto del porto, indagato a piazza Municipio, che lì risulta protetto da venti e moto ondoso dall’altura di Castel Nuovo e da un basso isolotto adiacente. Nel III sec. a.C. era uno scalo frequentato, e proprio per mantenerne la funzionalità si rese necessario effettuare un’imponente e onerosa opera di dragaggio del fondale; nello stesso momento le pendici intorno all’insenatura furono regolarizzate con muri di terrazzamento e una rampa di accesso al mare. In età augustea tale sistemazione fu messa fuori uso e furono costruiti una banchina, un molo frangiflutti e un asse viario, da identificare con la via per cryptam che collegava Neapolis al suo porto e proseguiva verso i Campi Flegrei. Durante il I e II sec. d.C. lungo la strada si svilupparono due impianti termali e lo specchio d’acqua del porto accolse un molo e pontili di legno ai quali attraccavano le imbarcazioni che caricavano e scaricavano le merci. Lo scalo conosce continuità per tutta l’età imperiale e agli inizi del V sec. d.C. si è formato un ambiente lagunare, cui è seguito un progressivo insabbiamento che determinò l’avanzamento della linea di costa e lo spostamento del porto in posizione avanzata, verso l’attuale piazza Bovio.

Nella foro di Paolo De Stefano il cantiere di scavo della metropolitana di Napoli per la stazione Municipio che ha portato alla scoperta del porto antico di Napoli
La scoperta archeologica. La realizzazione della linea metropolitana ha generato una delle più grandi indagini archeologiche urbane programmate negli ultimi decenni in rapporto a un’opera pubblica e ha permesso per la prima volta di esplorare per tutti i periodi storici il litorale compreso tra i siti di Parthenope e Neapolis. La stazione Municipio (circa 23mila mq) ha assunto per la sua dimensione e per l’entità dei rinvenimenti archeologici grande rilievo. La storia svelata dallo scavo comincia dalle fasi del porto di Parthenope e Neapolis sino alla fine dell’età antica quando, a causa di trasformazioni ambientali, il mare lascia spazio alla terra e a nuove forme di insediamento. Prosegue con gli straordinari resti edilizi e con il nuovo porto di età angioina, e documenta, infine, i sistemi di fortificazione esterni alla reggia fortezza di Castel Nuovo, realizzati prima da re Alfonso V di Aragona e successivamente dai viceré spagnoli.

Suggestiva immagine del cantiere di scavo a Stazione Municipio con i relitti A, B, e C (foto Giuseppe Avallone)

Il cantiere di Stazione Municipio con i relitti A, B e C, in un plastico presente in mostra (foto Graziano Tavan)
Le imbarcazioni di Municipio. Nel 2004 l’esplorazione dei fondali del porto di Neapolis ha rivelato tre relitti. Come ancora oggi accade, arriva un momento in cui le imbarcazioni sono abbandonate perché non conviene più ripararle: è la sorte toccata ai relitti Napoli A e Napoli C lasciati affondare e poi progressivamente insabbiati per giungere eccezionalmente fino a noi. Il relitto B è forse naufragato per una mareggiata, infrangendosi contro il molo con il suo carico di spezzoni di calcare e di calce. Queste imbarcazioni sono costruite a “guscio portante” con tutte le tavole del fasciame collegate tra di loro secondo il metodo classico della costruzione navale greco-romana detto a “mortase e tenoni”. Mentre “A” e “B” sono velieri di piccolo tonnellaggio utilizzati, probabilmente, per un’attività commerciale in ambito regionale e per una navigazione di cabotaggio, l’imbarcazione “C” è invece una più rara horeia. Questo tipo di barca, con un’estremità a specchio verticale di solito a prua, è noto dalle fonti iconografiche, da due esemplari rinvenuti nel porto di Tolone in Francia e da un’esemplare nello scavo di Isola Sacra a Ostia. La horeia poteva essere anche collegata all’attività di pesca.
Le imbarcazioni di Municipio: le nuove scoperte. Tra il 2013 e il 2015, nello scavo del sottopasso tra la stazione Municipio e l’area del porto attuale sono emerse altre quattro imbarcazioni: i relitti “Napoli E” e “Napoli H”, databili al II sec. a.C., i relitti “F” e “G”, naufragati intorno alla fine del II-III sec. d.C. La cattiva conservazione dei relitti più antichi, non rende possibili ipotesi sulla loro forma, architettura e funzione originaria. Sul relitto “E” resta traccia del rivestimento di piombo. Questa protezione dell’opera viva, utilizzata per le imbarcazioni di epoca ellenistica, sarà successivamente soppiantata dall’uso della pece e dell’encausto. Il relitto “F” per le sue caratteristiche strutturali è pertinente, come “Napoli A” e “B”, a un veliero per il trasporto marittimo. Il relitto “G” documenta il tipo della horeia, aggiungendosi all’analogo relitto “Napoli C” indagato nel 2004. Tuttavia esso presenta delle peculiarità: la forma triangolare dello specchio di una delle estremità e la presenza di uno spazio adibito all’evacuazione dell’acqua di sentina. Lo specchio nel nuovo caso napoletano potrebbe corrispondere, dunque, alla poppa e non alla prua come nelle altre horeiae conosciute a meno di non pensare a una barca anfidroma (cioè che può navigare da prua e da poppa).

Attrezzature e oggetti di svago, scoperti sui fondali del porto antico o sui relitti, che testimoniano la vita di bordo (foto Graziano Tavan)
La vita di bordo: attrezzature e svago. Il sedimento marino dei fondali del porto e la falda acquifera che successivamente ha invaso l’area hanno consentito la conservazione oltre che dei relitti di numerosi reperti organici. Essi documentano le attrezzature di bordo delle imbarcazioni come bozzelli e bigotte per le manovre delle vele, frammenti di cime e cordame. Sono venuti alla luce inoltre oggetti personali dell’equipaggio o dei passeggeri: calzature, dadi custoditi in apposite scatoline e altri giochi che servivano come passatempo in viaggio.

La riproduzione di un tratto dei fondali del porto antico di Napoli con le numerose ceramiche che vi si sono depositate nei secoli (foto Graziano Tavan)
La vita nel porto: i traffici, le merci, il lavoro. Il ritrovato porto di Neapolis ha svolto intense attività commerciali nel corso della sua vita millenaria, dal III sec. a.C. agli inizi del V sec. d.C. Sui suoi fondali si sono accumulati i materiali più diversi, in parte rifiuti scaricati dall’area adiacente il bacino, in parte oggetti perduti durante le operazioni di carico e scarico delle merci, oppure le dotazioni di bordo delle imbarcazioni. I reperti sono la testimonianza dei traffici e dei consumi della città nelle diverse epoche: migliaia di frammenti ed esemplari quasi integri di stoviglie, contenitori di derrate alimentari, lucerne, oggetti di vetro, monete.
L’ancora lignea del porto di Neapolis. Numerose sono le ancore disperse nei fondali: le più comuni sono in pietra con marre di legno. Straordinaria per dimensione (2.60 x 1.50 m) e per conservazione è l’ancora di legno e piombo esposta dopo il restauro effettuato dall’istituto superiore di Conservazione e Restauro. Essa è stata portata alla luce in prossimità dell’imboccatura del porto antico sui fondali marini di fine II sec. a.C.: la mole dell’attrezzo testimonia l’ormeggio di grandi navi, come dimostra anche un mezzo ceppo di piombo recuperato a poca distanza, che doveva appartenere a un’ulteriore ancora di misura maggiore. L’ancora è un tipo diffuso nel Mediterraneo tra l’età Repubblicana e l’Impero, simile, solo per citare quelli più vicini, ad esemplari rinvenuti nel lago di Nemi o nel porto antico di Pisa. Si conservano: il fusto a sezione rettangolare sino all’estremità inferiore (diamante), i bracci a uncino (marre), l’elemento orizzontale in piombo che fissava le marre al fusto (contromarra). Le marre sono connesse al fusto attraverso due larghi tenoni fissati da cavicchi. La contromarra evitava che le marre si divaricassero e si spezzassero durante la trazione e appesantiva la parte inferiore dell’ancora. Attorno alla strozzatura del diamante era fissata la cima che serviva per facilitare il recupero dell’attrezzo. Non si conserva il ceppo di appesantimento, ma è probabile che fosse del tipo fisso , con tenone passante nel fusto.
Firenze Archeofilm, in programma dall’11 al 15 marzo, sospeso (conseguenza provvedimenti contenimento coronavirus) e rinviato all’8-12 giugno 2020
L’annuncio era nell’aria. La domanda sempre più ricorrente: si farà la terza edizione di Firenze Archeofilm, il grande Festival Internazionale del Cinema di Archeologia Arte Ambiente a cadenza annuale, organizzato da Archeologia Viva (Giunti Editore) nell’ambito delle manifestazioni promosse da “tourismA”, in programma dall’11 al 15 marzo 2020? L’emergenza coronavirus e le sempre più stringenti disposizioni delle autorità governative non lasciavano molti margini di manovra. Così oggi è arrivata la comunicazione ufficiale da parte del direttore artistico Dario Di Blasi: “Buongiorno, mi dispiace dover comunicare che il Firenze Archeofilm è stato sospeso a causa dei provvedimenti del governo per il Covid-19 e rinviato alle date di 8-12 giugno 2020”. Firenze Archeofilm 2020 si terrà sempre al Cinema La Compagnia di Firenze con proiezioni mattina, pomeriggio e sera. In programma la proiezione di 70 film in concorso, 10 film in versione originale, con 20 prime visioni nazionali. Nei 5 giorni anche incontri con registi e produttori. Tre i premi in palio: Premio “Firenze Archeofilm”, Premio “Università di Firenze”, Premio “Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria Paolo Graziosi”.
Padova. La mostra “L’Egitto di Belzoni” riapre: visite contingentate e tariffe speciali per adulti e bambini. “Abbiamo messo in campo tutte le misure richieste dal Governo e vogliamo assicurare una fruizione serena a tutti i visitatori”

La locandina della mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” a Padova fino al 28 giugno 2020
Padova riapre le porte dell’Antico Egitto. Dopo la chiusura di una settimana dovuta all’emergenza Corona Virus, mercoledì 4 marzo 2020 la mostra “L’Egitto di Belzoni” – in corso a Padova al Centro Culturale Altinate San Gaetano, fino al 28 giugno 2020 – riapre per il pubblico. Un segno importante per la cultura e per la città di Padova. La riapertura avverrà nel pieno rispetto del decreto attuativo del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1° marzo 2020 e saranno assicurate “le modalità di fruizione contingentata o comunque tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico, e tali che i visitatori possano rispettare la distanza tra loro di almeno un metro”. Fino al 20 marzo 2020, inoltre, i visitatori potranno avere l’opportunità di godere di tariffe speciali: gli adulti potranno entrare a 10€ (anziché 16€) e i bambini dai 6 ai 17 anni entreranno a 5€ (invece di 14€). Inoltre, sempre fino al 20 marzo 2020, le partenze aggregate – con il supporto di archeologi esperti – saranno limitate a gruppi di massimo 10 persone, si svolgeranno il sabato e la domenica alle 11, 15 e 17 a un costo ridotto di 15€ per gli adulti e 10€ per i bambini. Per i gruppi già prenotati, gli ingressi saranno garantiti a scaglioni di 10 persone e avranno in omaggio la miniguida della mostra del valore di 10 euro. Gli accessi saranno in ogni caso contingentati, nel pieno rispetto delle indicazioni su droplet e distanze precauzionali e non saranno distribuite le audio guide. Tutto il percorso espositivo e il Centro Culturale Altinate San Gaetano, inoltre, sono stati sanificati per assicurare il più alto standard possibile per i visitatori e gli operatori. “Abbiamo messo in campo tutte le misure richieste dal Governo”, sottolinea l’assessore alla Cultura del Comune di Padova, “e vogliamo assicurare una fruizione serena a tutti i visitatori. Ci sono ovviamente degli accorgimenti e dei comportamenti da mettere in atto, ma è importante dare un segno di continuità e di fiducia sia ai cittadini sia ai turisti e sarà lanciata una campagna sui canali social per sensibilizzare le persone. La cultura e i musei aperti sono una risposta viva e importante per ritornare, con prudenza, alla normalità e alla quotidianità”.

Ritratto di Giovanni Battista Belzoni,, nato a Padova nel 1778 e morto nel 1823 a Gwato, oggi in Nigeria
La mostra racconta l’Egitto all’epoca Belzoni, ma anche l’Egitto della civiltà faraonica che, grazie al nostro infaticabile esploratore, iniziava a svelare i suoi segreti. Centrale è la narrazione sul personaggio, sulla sua eccezionalità, sulla sua acutezza intellettuale. È questa l’occasione per raccontare in modo suggestivo la vita eccezionale di un personaggio che, partito dalle oscure vie del Portello, ha trascorso alcuni anni in Inghilterra per poi proiettarsi – a partire dal 1815 – sugli appassionanti scenari della civiltà dell’Egitto, allora quasi del tutto sconosciuta in Europa. Un personaggio unico che ha affascinato anche il grande cineasta George Lucas nel creare l’Indiana Jones dei Predatori dell’arca perduta (1981). Ricostruzioni di ambienti, tecnologia digitale ed effetti speciali si snodano lungo il percorso espositivo, il cui filo conduttore è costituito dai tre viaggi compiuti da Belzoni lungo il Nilo tra il 1816 e il 1818: in tal modo al visitatore sarà possibile rivivere l’emozione della scoperta. Veri protagonisti sono però i reperti archeologici, prestati da prestigiose Istituzioni italiane e straniere: Belzoni, padovano, ha contribuito in modo fondamentale alla creazione della collezione egizia del British Museum di Londra e di altre collezioni europee.
Il percorso racconta la vita del “grande Belzoni” alternando sistemi di visita tradizionali, con teche e pannelli esplicativi, a momenti di grande impatto emotivo con il ricorso a tecnologie innovative, effetti multisensoriali e multimediale a effetto immersivo. Ricostruzioni ambientali e ricostruzioni evocative di oggetti di grandi dimensioni in scala reale suggeriscono l’entità delle imprese belzoniane anche dal punto di vista tecnico. Il percorso espositivo diventa a tratti uno spazio scenico che coinvolge il visitatore in spettacoli teatrali e in giochi d’acqua virtuali; uno spazio in cui l’alternarsi di passaggi stretti e labirintici, evocativi del percorrere cunicoli all’interno delle sepolture, e di spazi più ampi suscita continuamente il desiderio vedere che cosa accadrà dopo. Il percorso è arricchito da postazioni multimediali interattive, con monitor touch screen, per approfondimenti su temi specifici.
Conferenza ANNULLATA. Al museo Egizio di Torino salta la presentazione del libro “L’impero in quota. I Romani e le Alpi” di Silvia Giorcelli Bersani
Le Alpi sono state un territorio di radicali trasformazioni politiche, sociali e culturali nei secoli in cui si è dispiegata la civiltà di Roma: una pagina importante della storia dell’espansionismo romano, fra III secolo a.C. e I secolo d.C., è stata scritta in quella regione, fredda e inospitale ma strategica per le comunicazioni. Di questo si sarebbe dovuto parlare martedì 3 marzo 2020, alle 18, nella sala conferenze del museo Egizio di Torino alla presentazione del libro “L’impero in quota. I Romani e le Alpi” con l’autrice Silvia Giorcelli Bersani e il direttore dell’Egizio, Christian Greco. La presentazione del libro è stata invece annullata per l’applicazione delle disposizioni governativa in tema di contenimento della diffusione del coronavirus. Silvia Giorcelli Bersani insegna Storia romana ed Epigrafia latina all’università di Torino. Studia i processi di romanizzazione in area cisalpina con particolare riferimento alle strutture politiche e sociali delle comunità urbane e alle trasformazioni culturali; cura le edizioni critiche di epigrafi romane (Alba, Vercelli, Aosta) e si interessa di eredità del passato romano tra XVI e XX secolo, con attenzione alla storiografia e alle antichità sabaude. È attualmente Presidente del corso di laurea magistrale in Archeologia e Storia antica. Ha presieduto il Comitato Unico di Garanzia dell’Ateneo torinese.
Il libro “L’impero in quota. I Romani e le Alpi”. Il baluardo inaccessibile che, in origine, costituiva un confine naturale e solido a protezione dell’Italia diventò progressivamente un luogo di passaggio frequentato e gli spazi furono sottoposti a un’opera capillare di romanizzazione: nei secoli, le Alpi diventarono il teatro di straordinarie avventure umane, quasi in stile Far West, rappresentando un’opportunità per uomini spregiudicati alla ricerca di fortuna, per coloni italici trapiantati nelle città alpine, per imprenditori, per liberti, per servi. Questa variegata umanità che popolava e, soprattutto, attraversava le Alpi esprimeva fedi diverse che soltanto in minima parte avevano a che fare con il contesto montano: nel pantheon alpino si trovava di tutto, dagli dèi della tradizione celtica a quelli ufficiali di Roma, dalle divinità orientali a quelle egizie (su questi aspetti in particolare si concentrerà la conferenza). La complessità del rapporto tra i Romani e le Alpi, durato per secoli in una sorta di ambiguità fra paura e curiosità, tra difficoltà logistiche e necessità di gestione, ha alimentato molte riflessioni che toccano problemi di natura politica, economica, religiosa e culturale.
Alla scoperta del santuario di Hera alla Vigna Nuova nella conversazione al museo Archeologico nazionale di Crotone a corollario della mostra “Il cavallo, compagno di viaggio

La locandina della conversazione “Il santuario della dea Hera a Vigna Nuova di Crotone” al museo Archeologico nazionale di Crotone
“Il santuario della dea Hera a Vigna Nuova di Crotone” è il titolo della conversazione che verrà tenuta da Roberto Spadea, già direttore del museo Archeologico nazionale di Crotone, martedì 3 marzo 2020, alle 17, a Crotone, al museo Archeologico nazionale di Crotone, diretto da Gregorio Aversa, afferente al Polo museale della Calabria, guidato da Antonella Cucciniello, nell’ambito della mostra “Il cavallo, compagno di viaggio. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi greci” che espone una pregiata museruola in bronzo: “Una vera e propria rarità, non solo per il tipo di oggetto, ma anche per la sua decorazione”, spiega Aversa. “Nobile ornamento per cavalli, esso costituiva certamente una significativa offerta votiva da parte di un membro della cavalleria crotoniate per il santuario di Hera nella località Vigna Nuova” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/20/crotone-il-progetto-vide-fa-tappa-al-museo-archeologico-con-la-mostra-il-cavallo-compagno-di-viaggio-che-espone-una-museruola-equina-trafugata-dai-tombaroli-e-recuperata-dal-nucle/). Sebbene poco noto, il santuario di Vigna Nuova risale a età greca ed era dedicato al culto della principale divinità degli Achei, Hera. Da qui proviene la museruola in bronzo esposta lo scorso dicembre nel museo archeologico nazionale di Crotone che l’ha ricevuta in consegna dal Comando del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale dopo un rocambolesco recupero. Del santuario di Vigna Nuova, dell’eccezionale contesto e dei suoi rinvenimenti parlerà, assieme al direttore Aversa, Roberto Spadea che negli anni ’90 effettuò una campagna di indagine a Vigna Nuova ed ebbe l’opportunità di discutere dell’eccezionale reperto (che ha recentemente arricchito il museo archeologico nazionale di Crotone) con la grande archeologa francese Juliette de La Géniere, allora professore ordinario all’università di Lille. Sarà un modo interessante per sentire dalla viva voce di uno dei protagonisti, quanto sia importante preservare e indagare con scrupolo e sistematicità contesti di assoluta rilevanza quali appunto il santuario greco di Vigna Nuova, uno dei principali della grecità d’Occidente.
Firenze. A Tourisma presentato il nuovo Servizio gestione parchi della Sicilia: in tutto sono 14, diffusi su tutto il territorio regionale organizzati attorno alle grandi realtà archeologiche e siti Unesco. Parello: “Una sfida ambiziosa”

Patrimonio archeologico della Sicilia: in alto, la mappa dei 14 grandi archeologici; sotto, i 14 nuovi parchi archeologici (foto Graziano Tavan)
Vent’anni. Sono passati vent’anni dall’istituzione del sistema regionale dei parchi archeologici con la legge regionale 20/2000 ma finalmente in Sicilia qualcosa si sta muovendo per giungere alla sua applicazione. “In termini anche migliorativi”, assicura Giuseppe Parello intervenuto a Tourisma 2020 nella nuova sezione “A Spasso nel tempo” dedicata alle nuove proposte per la fruizione dei parchi archeologici e ambientali. “Se oggi possiamo parlare di sistema parchi siciliani dobbiamo ringraziare l’opera preziosa di Sebastiano Tusa, scomparso prematuramente nel disastro aereo in Etiopia nel marzo 2019”, spiega Parello, già direttore del parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, ora dirigente del neonato Servizio gestione parchi e siti Unesco della Regione Siciliana. E proprio dalla denominazione dell’ente si capisce la novità e l’evoluzione rispetto al dettato originario della legge 20/2000: l’inclusione dei siti Unesco nel parco archeologico di riferimento. “Complessivamente abbiamo individuato ben 14 parchi regionali, diffusi capillarmente sull’intero territorio dell’isola, una vera sfida per il Servizio gestione parchi che ha il compito di gestione e coordinamento; orientamento e monitoraggio delle attività degli istituti sul territorio; razionalizzazione e ottimizzazione delle proposte e delle risorse; elaborazione di modelli, standard e linee guida in materia di gestione e valorizzazione, nonché di parametri qualitativi e quantitativi diretti a valutare la qualità dei servizi erogati; costruzione di un piano strategico di sviluppo regionale”. Per capire come cambia la gestione del patrimonio archeologico regionale basta guardare la cartina “aggiornata” della Sicilia dove ai 14 punti corrispondenti alle altrettante grandi realtà archeologiche, ora compaiono una serie di punti, aggregati a quei 14 poli e distinti da diversi colori: è il nuovo sistema parchi. “Il vero problema da risolvere”, ammette Parello, “è che il sistema deve funzionare dal punto di vista economico, e al momento sono in pochi a poterlo garantire, cioè Agrigento, Taormina, Piazza Armerina…. E questo fa capire quanto la nostra sia una sfida ambiziosa”. Ecco dunque come sono organizzati i nuovi 14 parchi regionali della Regione Siciliana da cui si capisce la portata della sfida.
1. Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi (Agrigento). Il parco comprende il museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento; l’area archeologica e il museo di Sant’Angelo Muxaro; la villa Romana di Realmonte; l’area archeologica, l’antiquarium e il teatro di Eraclea Minoa; l’area archeologica di Monte Adranone a Sambuca di Sicilia; l’antiquarium di monte Kronio a Sciacca; la necropoli di Contrada Tranchina a Sciacca; il museo archeologico regionale della Badia a Licata; l’area archeologica di Monte Sant’Angelo a Licata; l’area archeologica di contrada Canale a Naro; l’area archeologica di Monte Saraceno a Ravanusa; il museo archeologico “Lauricella” di Ravanusa; il museo archeologico “Palazzo Panitteri” a Sambuca di Sicilia; l’antiquarium “Di Pisa Guardì” a Castetermini.
2. Parco archeologico di Gela – Mura Timoleontee – Acropoli – Molino a Vento. Il parco comprende il museo archeologico regionale di Gela; l’area archeologica Bagni Greci a Gela; il Bosco Littorio a Gela; il museo archeologico di Marianopoli; il museo interdisciplinare di Caltanissetta.

Le fondamenta del tempio di Atena conservate nel museo archeologico regionale di Camarina (foto Regione Siciliana)
3. Parco archeologico di Kamarina e Cava d’Ispica. Il parco comprende l’area archeologica Caucana di Santa Croce Camerina; il parco Forza a Ispica; il museo regionale e area archeologica di Camarina (Ragusa); il museo archeologico Ibleo a Ragusa; il convento della Croce a Scicli; l’abitato e la necropoli sicula di Castiglione (Ragusa); la villa rustica dei Margi a Giarratana; la necropoli arcaica di contrada Rifriscolaro di Camarina; le miniere di asfalto di Castelluccio di Ragusa; l’abitato e la necropoli sicula di contrada di Monte Casasta a Monterosso Alma.
4. Parco archeologico di Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro. Il parco comprende il ginnasio romano di Siracusa; il castello Eurialo di Siracusa; il museo archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa; il tempio di Giove a Siracusa; l’area archeologica di Akrai e Palazzo Cappellani di Palazzolo Acreide; la villa del Tellaro a Noto.
5. Parco archeologico di Leontinoi. Il parco comprende il museo archeologico di Lentini; area archeologica di monte San Basilio a Lentini; area archeologica di Megara Hyblaea ad Augusta.
6. Parco archeologico e paesaggistico di Catania e della Valle dell’Aci, teatro antico e Odeon. Il parco comprende l’anfiteatro romano di Catania; le terne della Rotonda a Catania; le terme dell’Indirizzo a Catania; l’ipogeo romano a Catania; la mostra permanente Katane a Catania; l’area archeologica Santa Venera al Pozzo di Acicatena; il museo della Ceramica di Caltagirone; l’area archeologica e il museo di Adrano; il Dongione Normanno di Adrano; le mura dionigiane di Adrano.
7. Parco archeologico di Morgantina e della Villa Romana del Casale. Il parco comprende il museo archeologico di Aidone; il museo interdisciplinare di Enna; l’area archeologico di Sofiana.
8. Parco archeologico di Naxos e Taormina. Il parco comprende il museo archeologico di Naxos e Giardini Naxos; l’arsenale navale di Naxos a Giardini Naxos; il teatro antico di Taormina; l’Odeon di Taormina; Castel Tauro a Taormina; le Terme di Taormina; l’Isola Bella a Taormina; il monastero e la chiesa basiliana dei SS. Pietro e Paolo d’Agrò a Casalvecchio; l’area archeologica di Francavilla di Sicilia.
9. Parco archeologico di Tindari. Il parco comprende l’area archeologica Halaesa Arconidea e Antiquarium di Tusa; Antiquarium, casermette ed ex quartieri spagnoli a Milazzo; l’area archeologica di Viale dei Cipressi villaggio preistorico a Milazzo; l’area archeologica di Capo d’Orlando; la villa romana di Patti Marina; la villa romana di San Biagio – 7 Terme di Vigliatore; l’area archeologica Antica Apollonia a San Fratello; la necropoli in contrada Cardusa a Tripi; il sito archeologico di Gioiosa Guardia a Gioiosa Marea; la Grotta San Teodoro ad Acquedolci; l’area archeologica dell’antica Caronia Kalé Akté.
10. Parco archeologico delle isole Eolie. Il parco comprende il Castello e museo “Luigi Bernabò Brea” di Lipari; area archeologica contrada Diana a Lipari; le Saline di Lingua a Salina; le terme San Calogero a Lipari; il villaggio archeologico Filo Bracco a Filicudi; il villaggio preistorico di Punta Milazzese a Panarea; contrada Barone a Salina; il sito neolitico di Rincedda a Salina; il museo “Luigi Bernabò Brea” a Filicudi; il villaggio preistorico Capo Graziano a Filicudi.
11. Parco archeologico di Himera, Solunto e Iato. Il parco comprende l’area archeologica di Solunto; l’area archeologica di Monte Iato; l’antiquarium e museo “Pirro Marconi” a Termini Imerese; l’antiquarium di Solunto; l’area archeologica di Monte Maranfusa a Roccamena; l’area archeologica del villaggio dei Faraglioni a Ustica; l’area archeologica Montagnola – museo della Valle dell’Eleuterio al Castello Beccadelli Bologna a Marineo. All’interno del parco c’è poi il museo archeologico regionale “Antonio Salinas” di Palermo che ha una propria autonomia.
12. Parco archeologico di Segesta. Il parco comprende la grotta Scurati di Custonaci; l’area archeologica di San Miceli a Salemi; l’area archeologica di Mokarta a Salemi; l’area archeologica di Monte Castellazzo a Poggioreale; la Rocca di Entella a Contessa Entellina.
13. Parco archeologico di Lilibeo-Marsala. Il parco comprende il museo archeologico di Lilibeo “Baglio Anselmi” a Marsala; la grotta del Pozzo a Favignana.
14. Parco archeologico di Selinunte, Cave di Cusa e Pantelleria. Il parco comprende il museo del Satiro nella chiesa di Sant’Egidio a Mazara del Vallo; il castello Grifeo a Partanna; le Cave di Cusa a Campobello di Mazara.
Museo Archeologico nazionale di Napoli: riapre dopo vent’anni, con un nuovo allestimento e ben 3mila reperti, la sezione Preistoria e Protostoria che racconta il popolamento della regione dal Paleolitico all’Età del Ferro

L’invito alla presentazione della rinnovata sezione Preistoria e Protostoria del museo Archeologico nazionale di Napoli
Tremila reperti, disposti negli ambienti prospicienti il Salone della Meridiana, costituiscono il ricco nucleo della rinnovata sezione di Preistoria e Protostoria del museo Archeologico nazionale di Napoli che viene riaperta, dopo vent’anni, venerdì 28 febbraio 2020. I reperti esposti ricostruiranno le caratteristiche delle civiltà che popolarono non soltanto la Campania, ma anche alcuni siti del Mezzogiorno d’Italia, a partire dal Paleolitico Inferiore (tra 450mila e 130mila anni fa) sino all’Età del Ferro (dal X al VII sec. a.C.). La sezione Preistoria e Protostoria ripercorre le vicissitudini, spesso complesse, legate al popolamento della regione dal Paleolitico fino all’Età del Ferro. In vista della sua prossima apertura, c’è stato il restyling dell’allestimento. La realizzazione di nuove didascalie e pannelli didattici e la definizione di un nuovo percorso di visita contribuiranno a incrementare le suggestioni del percorso museale, adeguandolo ai nuovi standard della ricerca scientifica. La sezione, presentata in ultimo allestimento nel 1995 e non più fruibile da oltre un ventennio, è stata infatti aggiornata nel criterio espositivo e nella comunicazione dei contenuti; saranno visibili, inoltre, per la prima volta, alcuni reperti conservati nei depositi e provenienti da siti dell’area interna della Campania. L’apertura della sezione Preistoria e Protostoria è anche l’occasione per presentare la mostra “Moebius. Alla ricerca del tempo”, che sarà in calendario negli ambienti della Sezione a partire dal prossimo 30 aprile: l’esposizione, a cura di Comicon, confermerà la collaborazione con il Salone del Fumetto. Se il 2019, infatti, è stato l’anno di Corto Maltese al MANN, il 2020 sarà dedicato a Jean Giraud: noto come Moebius, il fumettista ed illustratore francese ha scritto pagine indimenticabili del genere fantastico e fantascientifico.
Parco archeologico di Pompei. Al ministro Franceschini in visita presentato il bilancio del Grande Progetto Pompei: conclusa la messa in sicurezza delle Regiones I, II e III. Risultati raggiunti e scoperte in cifre

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini con il direttore generale Massimo Osanna a Pompei (foto parco archeologico Pompei)
Pompei, obiettivo raggiunto: si è conclusa con la messa in sicurezza delle Regiones I, II e III il piano straordinario di salvaguardia delle strutture archeologiche della città antica, avviato nel 2014 con il Grande Progetto Pompei. In cinque anni sono stati eseguiti 76 interventi relativi ai 5 piani di intervento previsti dal Grande Progetto Pompei, di cui 51 per il piano delle opere (interventi su strutture archeologiche), 8 per il piano della conoscenza, 2 per il piano della sicurezza, 7 per il piano della capacity building, 8 per la fruizione e comunicazione. 75 sono gli interventi conclusi, di cui su 5 cantieri sono in corso le fasi di collaudo. Resta in via di conclusione il cantiere “di intervento di messa in sicurezza dei fronti di scavo” (GPPM), ovvero dei 3km di perimetro che costeggia l’area non scavata di Pompei. Di questo grande cantiere è stato già portato a termine l’intervento sui fronti di via del Vesuvio, di recente restituita alla fruizione con l’apertura della casa di Leda e il cigno, e nell’area del cosiddetto “cuneo”, dove sono venute in luce due domus di pregio con suggestivi affreschi, mosaici e reperti e il vicolo dei balconi, che ha ricongiunto il vicolo delle Nozze d’argento con l’arteria principale di via di Nola. Il totale della spesa al 30 gennaio 2020 è di 92 milioni di euro. “Pompei è una storia di rinascita e riscatto, un modello per tutta Europa nella gestione dei fondi comunitari”, commenta Dario Franceschini, ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, in visita ufficiale nell’area degli scavi. “Un luogo in cui si è tornati a fare ricerca e nuovi scavi archeologici grazie al lavoro lungo e silenzioso delle tante professionalità dei beni culturali che hanno contribuito ai risultati straordinari che sono sotto gli occhi di tutti e che sono motivo di orgoglio per l’Italia“. E il direttore generale Massimo Osanna: “A Pompei non è più il tempo delle emergenze. Abbiamo davanti a noi nuove e importanti sfide per la tutela, la conoscenza e la valorizzazione degli scavi e del territorio”.

Il grande cantiere di via dell’Abbondanza a Pompei dove si affacciano le sei domus restaurate (foto parco archeologico Pompei)
Messa in sicurezza nelle Regiones I, II e III. Il cantiere diretto da un team di architetti, archeologi, ingegneri e restauratori si è concluso dopo quindici mesi di lavoro, interessando una vasta area – le Regiones I e II nel quadrante sud orientale della città e la Regio III, solo parzialmente scavata, che si sviluppa tra via dell’Abbondanza a Sud e via di Nola a Nord, comprendente le botteghe e i numerosi thermopolia lungo la via Stabiana, le domus poste tra via dell’Abbondanza e via di Castricio, le grandi dimore urbane di Octavio Quartio e Giulia Felice, la casa del Triclinio all’aperto e il Foro Boario con gli annessi vigneti fino all’Anfiteatro. I lavori hanno attuato interventi specifici di restauro strutturale delle murature, messa in sicurezza degli apparati decorativi e rifacimento delle coperture, oltre che nella messa in opera controllata di presidii per salvaguardare situazioni specifiche di instabilità delle strutture murarie. In particolare, l’utilizzo di presidii statici sempre più snelli e sofisticati ha consentito di liberare le strade e le antiche strutture da ingombranti puntelli. Il rifacimento dei battuti dei pavimenti ha poi migliorato il livello di fruizione delle aree. Resta in via di completamento il grande intervento di consolidamento dei fronti di scavo, con i 3 chilometri di perimetro che costeggia l’area non scavata di Pompei con il cosiddetto cuneo nella Regio V. Già alla fine del 2018, lungo via del Vesuvio, la restituzione alla fruizione della strada ha permesso di rendere visibile per la prima volta al pubblico la domus di Leda e il cigno, uno dei ritrovamenti più recenti e suggestivi dei nuovi scavi della Regio V.
Pompei in cifre. Ecco alcuni dati che danno un’idea dell’impegno e della misura degli interventi nel cuore del parco archeologico di Pompei che, in questi anni, ha visto crescere progressivamente il numero di visitatori, dai 2.668.178 del 2014 ai 3.937.468 del 2019, pari a un +47,5%. Il Grande Progetto Pompei ha contato su un importo complessivo di 105 milioni, il 75% del quale coperto da un cofinanziamento Ue e il 25% da una quota nazionale, con il quale sono stati finanziati 76 interventi. La messa in sicurezza del sito archeologico ha interessato 50 km di colmi murari, con 30mila mc di murature e 10mila mq di intonaci. E la messa in sicurezza ha interessato 2,7 chilometri di fronti di scavo, con l’indagine archeologica di oltre 2mila mq, noti come il “cuneo”. Per il GPP sono state coinvolte 781 imprese. E oggi, nell’ambito del progetto “Percorso Pompei per tutti”, sono disponibili 4 chilometri di itinerario facilitato per persone con difficoltà motoria.

Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, illustra gli scavi nell’area mai indagata della Regio V (foto parco archeologico Pompei)
Scoperte nella Regio V. È stata portata in luce un’ulteriore parte della città antica, con vicoli e domus, rivelando apparati decorativi (affreschi, mosaici) di grande pregio oltre a numerosi reperti (tra cui diversi oggetti di uso quotidiano) e a ritrovamenti di vittime dell’eruzione. Nell’area del cosiddetto cuneo, posto tra la casa delle Nozze d’argento e il vicolo di Marco Lucrezio frontone sono emerse 2 domus e “il vicolo dei balconi”, che ha permesso di ricongiungere la grande arteria di via di Nola, già alla luce e visitabile dai turisti, con il vicolo delle Nozze d’argento, finora non interamente riportato in luce. Durante l’intervento sono stati rimossi 30mila mc di materiale di scavo (lapilli, cenere e terreno), con la scoperta di 1167 cassette e 168 colli di reperti archeologici (tra frammenti di intonaci, marmi, gocciolatoi, vasi in vetro, oggetti in bronzo e altro ), 73 anfore di cui 52 integre, 7 ricomponibili e 14 tagliate e riutilizzate per altri scopi. Nelle ricerche sono stati coinvolti archeologi, architetti, restauratori, ingegneri, geologo, vulcanologo, antropologo, paleobotanico, zooarcheologo. E nei cantieri di scavo sono state utilizzate tecniche di rilievo (Drone, asta telescopica, laser scanner, georadar); Indagini di conoscenza delle strutture e tecniche murarie (endoscopia, prove soniche, prelievo di campioni di malte nella fase immediatamente successiva allo scavo); indagini sui reperti durante le attività di scavo (indagini paleobotaniche sui reperti rinvenuti nei giardini, analisi morfologiche e chimico fisico per la determinazione dei materiali utilizzati, analisi palinologiche); analisi antropologiche.
Firenze. A TourismA Sgarbi ricorda commosso l’amico Sebastiano Tusa a un anno dalla sua ultima apparizione pubblica proprio davanti alla platea fiorentina. E rilancia il “suo” progetto della ricostruzione del Tempio G di Selinunte “il modo migliore per ricordare Tusa”

Vittorio Sgarbi commemora la figura di Sebastiano Tusa davanti alla platea di TourismA 2020 (foto Graziano Tavan)

Sebastiano Tusa, 66 anni, archeologo subacqueo di fama internazionale, soprintendente del Mare, assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia, morto nel disastro areeo dell’Ethiopian Air LInes
Stesso palco, stessa platea, quella di TourismA, ma stavolta a parlare c’era solo Vittorio Sgarbi chiamato a ricordare il suo amico Sebastiano Tusa che non c’è più. Giusto un anno fa, sabato 23 febbraio 2019, infatti, l’ultimo applauso, quasi una standing ovation, era stato tributato a Sebastiano Tusa proprio dalla competente platea dell’auditorium del Palazzo dei Congressi di Firenze, durante i lavori di Tourisma 2019, il salone internazionale dell’Archeologia e del turismo culturale. L’archeologo subacqueo di fama internazionale, soprintendente del Mare, nella sua nuova veste di assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia, solo pochi giorni dopo, il 10 marzo 2019, avrebbe trovato a 66 anni la morte sul Boing 737 dell’Ethiopian Air Lines per Nairobi (Kenia), con tutti gli altri 156 passeggeri, tra cui 7 italiani, precipitato a Bishoftu (Etiopia) sei minuti dopo il decollo dall’aeroporto della capitale Addis Abeba. Tusa, nel suo ultimo intervento pubblico a Firenze, si era confrontato con il presidente del Fai Andrea Carandini, con il critico d’arte Vittorio Sgarbi, cui era subentrato l’11 aprile 2018 nel ruolo di amministratore regionale, e con l’ingegnere di Anas Paolo Mannella, per ragionare sull’opportunità di abbattere il viadotto Morandi di Agrigento (tecnicamente i ponti Akragas 1 e Aktagas 2), chiuso da molti mesi in attesa di urgenti restauri, che deturpa la Valle dei Templi. E due giorni prima, a Milano, aveva presentato ufficialmente la grande mostra di Palazzo Reale dedicata ad Antonello da Messina (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/03/11/archeologia-in-lutto-nel-disastro-aereo-del-boing-737-precipitato-in-etiopia-e-morto-larcheologo-sebastiano-tusa-siciliano-doc-docente-di-paletnologia-e-archeologia-marina-ha-creato-la-so/).
“Per me è come non se ne fosse mai andato”, ha ricordato Sgarbi con una voce che tradiva la commozione. “Mi vedo ancora lì mentre a Palazzo Reale a Milano guardiamo la mostra su Antonello da Messina perdendo poco dopo per sempre i rapporti della nostra vita. Ma vivo è il suo sorriso, il suo pensiero, la sua memoria”. Per Sgarbi parlare di Sebastiano Tusa (“un amico vero, al di là del bellissimo rapporto professionale”) non è facile: “Aveva la mia età, più giovane di me solo di pochi mesi (io in maggio, lui in agosto del 1952). Io fui nominato assessore alla Cultura della Regione Siciliana nel 2018, carica che ho tenuto per quasi 4 mesi. All’epoca Tusa era direttore di alcuni scavi archeologici ed era diventato soprintendente del Mare, e ambiva/aspettava di essere promosso a direttore generale per poter coordinare l’attività di tutte le soprintendenze e i siti archeologici della Sicilia. La sorte ha voluto che, mentre lui pensava alla direzione tecnica, su mia indicazione quando diedi le dimissioni sia stato nominato assessore regionale alla Cultura al posto mio. La morte ci lega: magari, se non avessi dato le dimissioni, su quell’aereo precipitato in Etiopia potrei esserci stato io. Potrebbe essere morto al posto mio”.

Vittorio Sgaarbi sul palco di TourismA 2018 mostra la grande “ruina” del tempio G a Selinunte (foto Graziano Tavan)
C’è un progetto che lega a filo doppio Sgarbi a Tusa: la ricostruzione del Tempio G di Selinunte. “Basterebbero sette mesi per vedere in piedi le prime colonne”, aveva affermato Vittorio Sgarbi, ancora una volta da TourismA, quella del 2018, lanciando in veste di neo assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia il grande progetto di ricostruire per anastilosi il cosiddetto Tempio G, tempio greco di ordine dorico (VI-V sec. a.C.) dedicato agli dei olimpici e alle principali divinità della città di Selinunte (Zeus, Phebo, Apollo, Pasikrateia, Malophoros), che con i suoi quasi 45 metri di larghezza e 109 di lunghezza era uno dei più grandi dell’occidente greco. Quello che si vede oggi sulla collina orientale di Selinunte è invece solo un informe ammasso di rocchi di colonne, più vicino a una ruina dantesca che a una vestigia antica (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/02/17/tourisma-2018-sgarbi-lancia-la-sfida-progetto-ricostruiro-per-anastilosi-il-tempio-g-di-selinunte-il-piu-grande-delloccidente-greco-sara-un-valore-aggiunto-di-bellezza-per-la-sic/). “Tusa – ha ricordato ancora Sgarbi – accettò l’incarico di seguire il progetto – da me proposto – di ricostruire il tempio G di Selinunte. Oggi la sua ricostruzione sarebbe il modo migliore per ricordare Tusa. E quando il Tempio G di Selinunte sarà ricostruito, come io ancora spero, non ci si dimentichi di dedicarlo a Tusa. Oggi purtroppo non si parla più del Tempio G. Questo nostro segno e sogno è senza un titolare responsabile che porti avanti il progetto. E stavolta non per colpa dei negazionisti, ma semplicemente per morte avvenuta”.

























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