Come è nato il termine “grottesche”? ne parlano gli archeologi del PArCo in attesa della grande mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” alla Domus Aurea di Roma
Non c’è ancora la data. Ma è vicina. Almeno questo sembra far trasparire l’annuncio da parte del parco archeologico del Colosseo sull’attesa mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: “Il Parco Archeologico del Colosseo si unirà alle celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Raffaello con una mostra interattiva unica nel suo genere, che permetterà di rivivere in prima persona la storia della scoperta della Domus Aurea e delle grottesche, a partire dalla loro fortuna nel Rinascimento”. E con l’occasione gli archeologi del PArCo tornano sul tema centrale della mostra: le grottesche. “La definizione di “grottesche” non è semanticamente riconducibile ai temi decorativi che questi dipinti rappresentavano”, spiegano gli archeologi, “bensì al modo in cui gli artisti tra la fine Quattrocento e i primi anni del Cinquecento le avevano riscoperte, “immergendosi” nelle “grotte oscure” all’interno della Domus Aurea di Nerone, all’epoca completamente sotterrata. Fu proprio Raffaello il principale artefice dell’esplosiva diffusione di questo genere decorativo”. Lo ricorda Benvenuto Cellini, scultore, orafo, scrittore, argentiere e artista italiano, considerato uno dei più importanti artisti del Manierismo, nella sua autobiografia (“Vita” – cap. XXXI, p. 154): “Queste grottesche hanno acquistato questo nome dai moderni, per essersi trovate in certe caverne della terra in Roma dagli studiosi, le quali caverne anticamente erano camere, stufe, studii, sale e altre cotai cose. Questi studiosi trovandole in questi luoghi cavernosi, per essere alzato dagli antichi in qua il terreno e restate quelle in basso, e perché il vocabulo chiama quei luoghi bassi in Roma, grotte; da queste si acquistarono il nome di grottesche”.
Novità per gli accessi al parco archeologico di Pompei. Parte l’APP MY POMPEII per una visita in tutta sicurezza. A Oplontis apre la Villa di Poppea con ingressi contingentati
Novità per l’accesso al parco archeologico di Pompei. Da mercoledì 8 luglio 2020 il sito di Pompei si prepara ad accogliere i visitatori con alcune nuove modalità finalizzate a migliorare la fruizione e la visita all’area archeologica. Sarà possibile accedere e uscire da tutti e 3 i varchi di Porta Marina, Piazza Esedra e Piazza Anfiteatro. Permangono le modalità di acquisto on-line sul sito http://www.ticketone.it, unico rivenditore autorizzato del Parco, mentre sarà possibile l’acquisto in contanti presso la biglietteria di Piazza Esedra, dove sarà garantito anche l’accesso ai possessori del biglietto gratuito e ridotto Artecard.
La visita al sito prevedrà sempre i due itinerari unidirezionali appositamente segnalati, con partenza da Porta Marina e da Piazza Anfiteatro, ma con possibilità di immettersi su uno dei due percorsi anche da Piazza Esedra. Resta il contingentamento del numero dei visitatori (150 ogni 15 minuti) e la doppia fascia tariffaria con biglietto ribassato per gli ingressi pomeridiani: dalle 9 alle 16.30, biglietto al costo di 16 euro (14.50 euro più prevendita 1.50 euro con l’acquisto on-line); dalle 16.30 alle 17.30, biglietto al costo di 11.50 euro (10 euro più prevendita 1.50 euro con l’acquisto on-line). Gratuità e riduzioni come da normativa. Presso l’ingresso di Piazza Anfiteatro e Porta Marina sarà possibile richiedere un servizio visite guidate, dalle 9 alle 13. Per i gruppi accompagnati da guide turistiche è consentito un numero massimo di 10 persone; per i gruppi, dotati di auricolari/whisper usa e getta, il limite massimo è di 25 persone.
Per garantire una visita in tutta sicurezza, è consigliata la nuova applicazione MY POMPEII. L’app, disponibile sugli store ufficiali Apple App Store e Google Play Store, una volta scaricata consentirà di scansionare il QR code presente sul biglietto (acquistato tramite la piattaforma on-line TicketOne o presso la biglietteria di Piazza esedra) ed iniziare il tour all’interno del sito. Sarà possibile visualizzare su una mappa in real time il numero di persone presenti lungo il percorso. La mappa indicherà in modo intuitivo se, in alcuni momenti della visita, è presente un numero eccesivo di visitatori. All’interno della mappa sarà inoltre possibile visualizzare tutti i punti di interesse, arricchiti di approfondimenti, e tutte le strutture a supporto (guardia medica, servizi igienici e punti di ristoro).
Nel pieno rispetto della normativa sanitaria i visitatori saranno sottoposti a misurazione della temperatura con termoscanner e saranno tenuti a rispettare la distanza fisica di 1 m all’aperto e 1,50 al chiuso, nel sito e al suo esterno. L’uso della mascherina resta obbligatoria in luoghi chiusi e spazi affollati e raccomandata all’esterno. Tutte le informazioni relative alle misure di sicurezza del contenimento del contagio da COVID-19 e alle modalità di visita saranno fornite ai visitatori attraverso i monitor presenti agli ingressi e la cartellonistica. La visita avverrà nel pieno rispetto delle misure di distanziamento previste dal Comitato Tecnico Scientifico, anche con il supporto di segnaletica direzionale appositamente installata dal Parco. Sono garantiti dispenser di gel igienizzante all’ingresso e presso i servizi igienici a disposizione dei visitatori.
Villa di Poppea a Oplontis. Riapre al pubblico anche la maestosa Villa di Poppea dopo alcuni lavori di sistemazione e miglioramento del percorso di visita. L’accesso, dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso possibile alle 17.30 avverrà in modo contingentato per fasce orarie, per massimo 40 visitatori ogni 15 minuti. Il sito rimarrà chiuso il martedì. Il costo del biglietto, acquistabile esclusivamente on line su http://www.ticketone.it , sarà di 7 euro (+ 1 euro di prevendita on-line). Lo stesso biglietto consentirà l’accesso a Villa Regina a Boscoreale. Per il solo sito di Villa Regina di Boscoreale è possibile anche l’acquisto singolo on-line su http://www.ticketone.it al costo di 2 euro (+ 1 euro di prevendita on-line). L’ingresso alle Ville di Stabia è gratuito.
Il Centro Turistico Giovanile – CTG Valpolicella “Genius Loci” si aggiudica la gestione e la valorizzazione dell’area archeologica “Tempio di Minerva” in località Monte Castelòn a Marano di Valpolicella: ogni sabato due turni di visite guidate, nel rispetto delle misure di sicurezza anti-Covid, nel sito archeologico del tempio di Minerva, considerato uno dei più importanti del nord Italia per il connubio tra interesse scientifico e suggestione ambientale

Il Ctg Valpolicella “Genius Loci” cura le visite guidate al Tempio di Minerva al Castelòn di Marano di Valpolicella
Il Centro Turistico Giovanile – CTG Valpolicella “Genius Loci”, associazione di promozione sociale, si è aggiudicato il bando, indetto dal Comune di Marano di Valpolicella (VR), in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Verona, Rovigo e Vicenza, per la gestione e la valorizzazione dell’area archeologica “Tempio di Minerva” in località Monte Castelòn a Marano di Valpolicella, per gli anni 2020-2021. E dal 20 giugno 2020, ogni sabato, visite guidate con guide volontarie, con due turni di visita: alle 10.30 e alle 18. “Il progetto presentato dall’associazione CTG Valpolicella al Comune per la valorizzazione del sito, che doveva partire dal mese di marzo”, interviene il presidente Riccardo Pinamonte, “è stato frenato dal “lockdown” legato all’emergenza da Covid-19. Oggi, la ripartenza vede innanzitutto la realizzazione di visite guidate. La prenotazione è obbligatoria e si effettua inviando una e-mail all’indirizzo info@tempiodiminerva.it e per ogni richiesta di informazione è possibile contattare l’associazione al numero di telefono 349.5923868. Le visite guidate prevedono la partecipazione di massimo 10 persone per ogni turno e saranno realizzate rispettando la vigente normativa sul contenimento del rischio da Covid-19. Sarà possibile lasciare un contributo libero, che verrà utilizzato per la valorizzazione del sito archeologico. È possibile inoltre richiedere una visita guidata in altri giorni, per gruppi di minimo 5 persone, previa verifica della disponibilità delle guide volontarie, anche in lingua inglese e tedesca”.

Dal santuario di Santa Maria in Valverde si domina la vallata e la pianura veronese (foto Nicolò Brenzoni / Ctg Valpolicella)
Le guide volontarie del CTG Valpolicella Genius Loci sono formate per illustrare al visitatore gli aspetti storici e archeologici legati al Tempio di Minerva e non mancheranno riferimenti e curiosità legate al territorio della Valpolicella nel suo complesso. Per raggiungere l’area archeologica, il visitatore potrà parcheggiare l’auto nella piazzetta antistante il santuario di Santa Maria in Valverde ed effettuare un breve e facile percorso a piedi tra vigneti e ciliegeti, godendo di un impareggiabile panorama sulla vallata e sulla pianura veronese. Oltre alle visite guidate su prenotazione, quando le condizioni sanitarie lo permetteranno, il sito archeologico verrà aperto al pubblico con ingresso e visita liberi almeno ogni sabato pomeriggio.

Visite guidate al Tempio di Minerva al monte Castelòn di Marano di Valpolicella (foto Ctg Valpolicella)
Alcuni dei passi successivi del progetto di valorizzazione saranno: la creazione di un sito internet dedicato, con la possibilità, tra l’altro, di poter prenotare direttamente la propria visita guidata tramite un sistema di e-booking, l’apertura di pagine dedicate nei più importanti social networks (Facebook e Instagram), la creazione di una guida cartacea, anche in lingua straniera, e la realizzazione di un rilievo fotogrammetrico digitale dell’area, allo scopo di avere una riproduzione in 3D delle strutture. Infine, un pilastro fondamentale di tutto il progetto sarà l’organizzazione nel prossimo autunno di un corso per la formazione di guide volontarie del Tempio di Minerva e del suo territorio, coinvolgendo direttamente i cittadini, nell’ottica di un’archeologia pubblica e partecipata.

Tavola disegnata da Giuseppe Razzetti che illustra gli scavi ottocenteschi di Giovanni Girolamo Orti Manara (da http://www.maranovalpolicella.it)
Il sito archeologico del tempio di Minerva, considerato uno dei più importanti del nord Italia per il suo particolare connubio tra interesse scientifico e suggestione ambientale, era stato individuato e portato alla luce con degli scavi condotti nel 1835 da Giovanni Girolamo Orti Manara, le cui evidenze erano state registrate dalla mano di un illustre pittore mantovano, Giuseppe Razzetti, che aveva realizzato alcuni disegni ora conservati alla Biblioteca Civica di Verona. Fondamentale fu, al tempo, il ritrovamento di alcune iscrizioni votive in latino su pietra, che più volte riportavano una dedica alla dea Minerva e che hanno fatto pensare a un’intitolazione dell’intera struttura a tale divinità, sicuramente per l’età imperiale romana (a partire dal I sec. a.C.). Successivamente, l’abbandono e la costruzione dei terrazzamenti e dei muri a secco tipici delle colline della Valpolicella (le marogne) hanno ricoperto nuovamente il Tempio di Minerva, facendo perdere anche l’ubicazione del luogo in cui si doveva trovare.

I resti del tempio di Minerva al Castelòn di Marano di Valpolicella dopo le diverse campagne di scavo archeologico (foto Ctg Valpolicella)
I resti archeologici del Tempio sono stati riscoperti nel 2007 a seguito di un’operazione di recupero della memoria che ha coinvolto l’intera popolazione di Marano e non solo e che ha permesso, seguendo la tradizione orale, di individuare, tra le marogne del Monte Castelòn, il punto dove scavare per far riemergere il sito archeologico. Reperiti i finanziamenti necessari, sono state intraprese due campagne di scavo nel 2010 e nel 2013, che hanno messo in evidenza eccezionali peculiarità. Nel 2018 si sono conclusi i lavori di messa in sicurezza del sito, con l’installazione di una struttura di copertura e la realizzazione di un percorso di visita.

Ipotesi di ricomposizione della parete dipinta di I stile del tempio di Minerva (dal libro “Archeologia e storia sul monte Castelon di Marano di Valpolicella” di Brunella Bruno e Giovanna Falezza)
“Negli scavi archeologici recenti”, spiegano gli archeologi, “è stato possibile verificare la presenza di un sito pluristratificato, con la presenza nel medesimo luogo di rilevanti tracce di tre epoche di frequentazione differenti. Un primo luogo di culto protostorico, attivo fin dal VI secolo a.C., è testimoniato dalla presenza di un rogo votivo, conosciuto in area retica e alpina con il nome di “Brandopferplätz”, al cui interno sono state rinvenute tracce, tra l’altro, di un numero elevato di anelli digitali, interpretabili come offerte rituali. Sono stati poi evidenziati i resti di una struttura di culto romana di epoca tardo-repubblicana, realizzata probabilmente verso la fine del II sec. a.C. e a cui dovevano appartenere numerosi frammenti di decorazione di parete, che rappresentano la scoperta più importante dell’intera serie di campagne di scavo: una serie di elementi di intonaci dipinti e di stucchi ascrivibili al cosiddetto “I stile pompeiano”, una tecnica pittorica molto curata e di ottima fattura, presente nei più grandi siti archeologici del bacino del Mediterraneo, tra cui Pompei, rara, se non unica in Italia settentrionale. La terza e ultima fase è quella che era già stata evidenziata dagli scavi ottocenteschi, ovvero quella di età imperiale: una costruzione databile verso la fine del I secolo a.C., attiva almeno fino al V sec. d.C., con una struttura tipica di un tempio di tradizione celtica (una cella centrale sopraelevata circondata da gallerie e da un colonnato, con copertura in tegole e coppi), in apparente contrasto con l’architettura locale del tempo, consistente in strutture spesso seminterrate e quasi completamente in pietra della Lessinia. Assoluta peculiarità è anche la presenza di una parte di muro realizzato con la tecnica del cosiddetto opus reticulatum, quasi totalmente assente in Italia settentrionale se non nelle terrazze del Teatro Romano di Verona, che fanno pensare ad una committenza di rango e cultura elevata, con influenze centro-sud italiche. Tutte e tre le strutture sono state costruite una sopra l’altra, apparentemente senza soluzione di continuità, sfruttando ognuna la posizione e il materiale proprio di quella di epoca precedente. L’area archeologica non è stata ancora indagata completamente e si ritiene possa rivelare ancora interessanti emergenze in una futura campagna di scavi”.
Parco archeologico di Ercolano: riapre la biglietteria in presenza, vengono ampliati gli orari di visita, e torna in vendita Campania-Artecard. Il direttore Sirano: “Pian piano ci avviamo verso una nuova normalità”
8 luglio 2020: novità al parco archeologico di Ercolano. Riapre al pubblico la biglietteria in presenza, vengono ampliati gli orari di visita, e torna in vendita Campania-Artecard. Le visite aumentano giorno per giorno e la biglietteria del Parco Archeologico di Ercolano riapre anche in presenza. Dall’8 luglio 2020 i visitatori, oltre a poter acquistare on line i biglietti – procedura vivamente consigliata per assicurarsi di visitare il sito all’ora desiderata e collaborare attivamente ad evitare assembramenti – potranno farlo anche in presenza. Troveranno il personale della biglietteria felice di potere recuperare quella vicinanza umana sale dell’accoglienza nei luoghi della cultura, vicinanza mancata tantissimo a tutti durante il lockdown. L’apertura della biglietteria rispetterà l’orario 10.30-19.30 (ultimo ingresso alle 18) con giorno di chiusura settimanale il martedì. Rimangono in vigore le tariffe agevolate post Covid per accogliere i visitatori: biglietto singolo 10 euro; giovani tra i 18 e 25 anni non compiuti biglietto 2 euro; gratuità e riduzioni come da normativa. L’acquisto on line dei biglietti, al sito http://www.ticketone.it comporta il costo di prevendita di 1.50 euro. Dall’8 luglio 2020 verranno inoltre ampliate le restrizioni di contingentamento per ogni fascia oraria, e l’accesso sarà permesso a 25 persone ogni 15 minuti, compresi bambini e ragazzi.
Torna intanto in vendita Campania-Artecard, il pass storico del turismo culturale promosso dalla Regione Campania che si propone oggi in una versione più smart e più ecologica. La card, gestita da Scabec, società pubblico-privata a partecipazione regionale, promuove l’accesso ai beni culturali della Campania, con un pass smaterializzato e una nuova piattaforma digitale. La nuova Campania-Artecard sarà acquistabile anche direttamente in alcuni punti vendita che sono consultabili sul sito http://www.campaniartecard.it. Per il Parco di Ercolano, i possessori di Artecard, potranno accedere all’area nella fascia oraria in cui non sarà stato raggiunto il limite massimo o attendere di entrare trattenendosi per un acquisto presso il bookshop del Parco, regolarmente aperto o, scaricando la nuovissima App dell’audioguida, ascoltando l’introduzione alla visita.
“Pian piano ci avviamo verso una nuova normalità”, dichiara il direttore Francesco Sirano, “fatta di intelligente convivenza con il rischio di contagio e di organizzazione flessibile in base alla situazione di contesto. Un contesto che sta reagendo a tutti i livelli con spirito positivo e di rinnovata intesa. La preziosa collaborazione con la Regione Campania è un tassello importante in questa direzione. Riprendono le strade interrotte e riattivato il circuito Artecard che favorisce la circolazione e la fruizione dei beni culturali campani con la card a prezzo competitivo, anche il Parco di Ercolano è favorito dalla promozione a livello regionale. Pur restando l’acquisto online la modalità da noi consigliata per venire al Parco, il primo mese di riapertura ci ha insegnato che questo processo deve prevedere forme di gradualità: pertanto riapre al pubblico la biglietteria in presenza a servizio della fascia di visitatori che vivono con disagio l’acquisto di biglietti on line e che tanto ci rincresceva di non poter accogliere fino a ieri. Andiamo bene avanti, i visitatori crescono giorno dopo giorno, il territorio intorno al Parco mostra evidenti segni di ripresa delle attività interconnesse all’accoglienza e questo ci riempie di fiducia e di senso di responsabilità verso la comunità del Parco”.
“Lo sguardo dell’antropologo”: al museo Egizio di Torino aperta una nuova mostra per esplorare le connessioni tra egittologia e antropologia. Realizzata in collaborazione con il museo di Antropologia dell’università di Torino, chiuso dal 1984, restituisce al pubblico una parte della collezione dell’istituto universitario, tra cui la mummia da Gebelein

La locandina della mostra “Lo sguardo dell’antropologo” aperta al museo Egizio di Torino fino al 15 novembre 2020
La visita del museo Egizio di Torino si arricchisce de “Lo sguardo dell’antropologo”, una piccola mostra allestita in una sala del primo piano, realizzata dai curatori del museo Egizio in collaborazione con il museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino (MAET). La mostra, che rimarrà aperta fino al 15 novembre 2020, nasce dall’intento di mettere in dialogo le collezioni dei due musei, proponendo una riflessione sulle modalità con cui la cultura scientifica europea, tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX, percepiva e classificava i suoi “altri”. Un progetto che mira a ricostruire i rapporti tra egittologia e antropologia, individuando prospettive di ricerca e possibili aree di collaborazione futura. “Lo sguardo dell’antropologo” espone una quarantina di oggetti, in gran parte prevenienti dalle collezioni etnografiche del MAET, rappresentativi delle culture extraeuropee e dell’antico Egitto: fra essi il ruolo di protagonista spetta a una mummia di una giovane donna, caratterizzata da una tunica finemente plissettata, proveniente dal sito archeologico di Gebelein, oggetto di recenti indagini scientifiche e il cui restauro è stato da poco concluso presso il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.
L’esposizione intende dare particolare risalto alle tracce degli “sguardi” che si sono posati sui reperti nel momento del loro rinvenimento da parte di studiosi e antropologi: sguardi colmi di stupore, meraviglia ma anche di disprezzo o di compiacimento, improntati a una visione che classificava i gruppi umani all’interno di una griglia evolutiva. In quella prospettiva, gli abitanti dell’Africa – insieme alla maggior parte delle culture extraeuropee – erano visti come dei “primitivi” immersi nella magia e nella superstizione; l’Egitto, invece, fu idealmente disconnesso dal continente cui appartiene, per essere invece considerato la culla della civiltà occidentale. Su questo tema si concentra un video presente in mostra: “I giovani africani e l’Egitto”, che indaga il significato che l’antico Egitto ricopre per gli africani contemporanei, i quali, attraverso una serie di interviste, ribaltano provocatoriamente questa visione tipicamente orientalista dell’Egitto.

L’allestimento della mostra “Lo sguardo dell’antropologo” in una sala resa suggestiva anche per le vetrine ottocentesche e i pavimenti in legno originali del palazzo barocco (foto museo Egizio)
L’esposizione – realizzata in una sala resa suggestiva anche per le vetrine ottocentesche e i pavimenti in legno originali del palazzo barocco – conta altre tre sezioni, che riguardano la nascita e i contenuti dell’antropologia, la storia del museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino, museo a partire dalla sua fondazione nel 1926 da parte dell’antropologo Giovanni Marro, e il contesto di scavo nel quale fu rinvenuta la mummia su cui è stato effettuato il restauro. Sulla mummia della “giovane donna con tunica plissettata” sono state recentemente condotte dai ricercatori del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’università di Torino delle analisi biomolecolari innovative, le prime realizzate in modalità non invasiva su un resto umano di epoca egizia. Utilizzando una membrana che estrae le proteine presenti sulla superficie del reperto, è stato possibile rilevare i componenti originari della pelle della donna e i potenziali microrganismi causa del degrado, dati fondamentali per progettare il futuro monitoraggio dello stato di conservazione.
“Questa mostra”, spiega Christian Greco, direttore del museo Egizio, “esprime appieno la centralità dell’attività di ricerca nel nostro lavoro quotidiano: antropologia ed archeologia sono due discipline che camminano fianco a fianco per studiare e comprendere l’uomo, la sua cultura materiale. Un ambito in cui la collaborazione fra il Museo e l’Università assume una funzione primaria, consentendoci di approfondire la comprensione di quei frammenti di memoria che ci permettono di ricostruire i comportamenti, i rituali, le risposte alle domande esistenziali e, quindi, di comprendere noi stessi ed il ruolo che occupiamo nella società”. “Inoltre – aggiunge il direttore – con questa operazione vogliamo offrire una finestra al museo di Antropologia, purtroppo chiuso al pubblico, creando una connessione che racconta una pagina importante della storia della nostra collezione. Riportare la mummia al museo significa anche ricomporre corredi unitari: si tratta di scoperte fatte in Egitto durante le campagne della MAI dirette da Schiaparelli, di cui il Marro era l’antropologo fisico, e i reperti vennero poi suddivisi fra Museo e Università, dove andarono sostanzialmente i resti antropologici. L’esposizione consente quindi di riproporre e mostrare la collaborazione scientifica, di spiegare l’evoluzione dell’interesse accademico torinese che, oltre all’antropologia fisica, ha visto poi lo sviluppo dell’antropologia culturale. E proprio questo oggi ci avvicina ancora una volta, con un’iniziativa della cui realizzazione sono grato alla direttrice del museo di Antropologia, Cecilia Pennacini, e al presidente del Sistema Museale d’Ateneo dell’università di Torino, Enrico Pasini, nonché alla soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Città Metropolitana di Torino, nella persona di Elisa Fiore Marochetti”.
“Il museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino è chiuso al pubblico dal 1984: questa mostra, organizzata in collaborazione con il Museo Egizio, offre finalmente l’opportunità di esporre al pubblico alcuni preziosi reperti e di raccontare la storia di questo straordinario museo, che conserva oggetti e reperti provenienti da ogni parte del mondo”, dichiara Cecilia Pennacini, direttrice del MAET. “L’eterogeneità delle collezioni riflette lo sguardo del fondatore che, come molti studiosi dell’epoca, cercava di documentare la diversità dei gruppi umani inquadrandola erroneamente in una gerarchia di “razze” inferiori e superiori. L’antica civiltà egizia, a lungo studiata da Marro nell’ambito della Missione Archeologica diretta da Ernesto Schiaparelli, era posta al vertice di questa scala mentre le culture dell’Africa e di altre società extra-europee erano viste come arretrate. L’antropologia ha abbandonato da tempo questa visione, sia in ambito biologico che culturale, e il percorso espositivo suggerisce come oggi il lavoro sul terreno e lo studio analitico dei reperti consentano di produrre conoscenze preziose in grado di illuminare la storia di civiltà tuttora poco conosciute, restituendo a tutte la medesima dignità”.
Riaperto a Este il museo nazionale Atestino: la porta per accedere (con la mascherina) nel mondo lontano dei Veneti antichi
“Un po’ emozionati ma ci siamo. Il museo Nazionale Atestino riapre le porte ai visitatori. Vi aspettiamo in sicurezza per visitare le nostre meraviglie archeologiche”. Con queste semplici parole la direzione del museo di Este ha dato il benvenuto ai visitatori del dopo lockdown. Con questi i nuovi orari: martedì-sabato: 8.30-19.30 (ultimo ingresso alle 19), domenica: 14.30-19.30 (ultimo ingresso alle 19), lunedì chiuso tutto il giorno. A garanzia della salute di tutti l’accesso è consentito con mascherina. All’ingresso sarà rilevata la temperatura, sarà chiesto al visitatore di igienizzarsi le mani e rispettare le distanze sociali durante la permanenza in Museo.

La cosiddetta Dea di Caldevigo, bronzetto votivo al museo nazionale Atestino di Este (foto museo atestino)
Il museo Archeologico di Este, diretto da Federica Gonzato, non è solo la sua bella sede cinquecentesca e le sue collezioni, ma anche un ambiente da vivere: è la porta d’accesso ad un mondo lontano e a molti sconosciuto, quello dei Veneti antichi, che appartiene alla nostra comunità e ci fa ripercorrere le nostre origini. Il museo nazionale Atestino conserva circa 65mila numeri di inventario generale relativi al materiale archeologico e ha acquisito 7400 disegni relativi a reperti archeologici, schede di catalogo e schede di restauro. L’archivio fotografico è composto da circa 37600 negativi. All’interno del museo si trova anche una Biblioteca specialistica formata da 4400 volumi circa. Nella sede museale sono ospitati i materiali archeologici più rappresentativi della cultura dei Veneti antichi, vissuti in questa regione durante tutto il I millennio a. C.: attraverso questi il visitatore potrà scoprire l’evoluzione di un’antica civiltà italica dedita a floride attività artigianali e mercantili. La sezione romana illustra la trasformazione della città di Ateste, tra il I secolo a. C. e il II secolo d. C., mentre una piccola sezione è dedicata alla ceramica medievale, rinascimentale e moderna.
Luglio 2015-2020, il nuovo museo Archeologico nazionale di Altino compie cinque anni: presentato un video. Attivati i Centri estivi 2020 al museo con tre laboratori didattici diversi: come si fonda una città romana; la mia prima Guida al museo; che storia la Preistoria
Luglio 2015 – luglio 2020: il nuovo museo Archeologico nazionale di Altino compie cinque anni. Dalla riapertura dopo il lockdown il museo di Altino è aperto nei pomeriggi di sabato e domenica, dalle 14.30 alle 19.30. Il “compleanno” è stata l’occasione per presentare il bel video prodotto dall’ Accademia di Belle Arti di Venezia (Paolo Pandin, Giacomo Vidoni, Samir Sayed Abdellattef). In questo periodo, ricorda la direzione, la gratuità della prima domenica del mese è sospesa, per evitare gli assembramenti e contenere il rischio di contagio da COVID-19. “Però il biglietto del museo costa solo 5 euro, se hai più di 25 anni; 2 euro, se hai tra i 18 e i 25 anni; 0 euro, se hai meno di 18 anni. Davvero una spesa minima per un’esperienza magnifica”.
Intanto sono stati attivati i Centri estivi 2020 del museo di Altino. Il primo turno va dal 6 al 17 luglio, il secondo dal 20 al 31 luglio, il terzo dal 24 agosto al 4 settembre 2020; dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 13, con possibilità di rientro pomeridiano con gita in barca tra le isole della laguna nord il mercoledì dalle 13.30 alle 17.30; riservati a bambine e bambini 6 – 11 anni. I laboratori didattici a cura di Associazione Lapis (Come si fonda una città romana? Con gli archeologi dell’associazione Lapis, da sempre specializzati nelle aree archeologiche, i bambini si cimenteranno nella fondazione di una città romana: dalla scelta del territorio al tracciamento del perimetro, impareranno come si costruivano le strade, le case e gli altri edifici delle città utilizzando gli strumenti che usavano gli antichi topografi e creando modellini ispirati ai monumenti di Altino); Studio D archeologia didattica museologia (La mia prima guida… al Museo! Gli archeologi di Studio D, che vanta un’esperienza pluridecennale nei musei Archeologici nazionali veneti, porteranno i bambini a creare il proprio “libro del museo”: sceglieranno i reperti più importanti, li riprodurranno e li metteranno insieme in una guida personalizzata per le famiglie. Realizzeranno anche un gioco da tavolo come facevano gli antichi); Tramedistoria (Che storia la preistoria! Tramedistoria è un’associazione composta di archeologi che sperimentano le tecniche di produzione e lo stile di vita antico, per poi riprodurlo con i bambini durante i laboratori. I partecipanti impareranno a usare l’arco come nella preistoria, a costruire e suonare strumenti musicali, a intrecciare rami e corde per fare dei cesti, a dipingere come gli antichissimi autori delle pitture rupestri).
Massimo Osanna, direttore del parco archeologico di Pompei, passa alla direzione generale dei Musei: “Non abbandonerò Pompei, anzi porterò l’esperienza di Pompei in altre realtà”

Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, sarà direttore generale dei Musei (foto parco archeologico di Pompei)
Il 1° settembre 2020 il direttore del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, assumerà l’incarico di direttore generale dei musei, come ufficialmente annunciato dal ministro Dario Franceschini, subentrando ad Antonio Lampis a chiusura del suo mandato. “Sono onorato della scelta del ministro Franceschini, della stima manifestatami e soprattutto del riconoscimento per l’attività svolta in questi anni a Pompei”, dichiara il direttore Osanna. “Un impegno grande che ha alle spalle un importante lavoro di squadra. Nei mesi a venire proseguiranno regolarmente le attività in corso, saranno portati a termine gli interventi avviati e gli eventi in programma, fino all’arrivo del nuovo direttore. Non è mia intenzione abbandonare Pompei, ma anzi continuare a seguirla da un altro punto di vista e soprattutto portare l’esperienza qui maturata anche ad altre realtà: dalla manutenzione programmata raggiunta a Pompei, al ruolo fondamentale della ricerca e delle tecniche del restauro nella tutela, al confronto con i grandi musei internazionali verso i quali rapportarsi come “sistema”, lavorando sulla valorizzazione, la comunicazione, la tecnologia e finanche sulla contaminazione tra arte contemporanea e antico. Alla Direzione dei Musei sono chiamato ad una responsabilità ancora più grande nei confronti del patrimonio culturale italiano, che cercherò di adempiere al meglio, in continuità con l’attività di Antonio Lampis, a cui auguro il meglio per il futuro”.
All’ombra del tempio di Nettuno a Paestum l’atteso Concerto dell’Amicizia per la Siria diretto da Riccardo Muti celebra i quasi 20 anni di rapporti speciali tra la Borsa mediterranea del turismo archeologico e Palmira: dall’hashtag #Unite4HeritageforPalmyra al gemellaggio all’istituzione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, tributo al direttore della “Sposa del deserto” ucciso dall’Isis
L’attesa ormai sta per finire. Il Concerto dell’Amicizia dedicato alla Siria e a Khaled al-Asaad con l’Orchestra Cherubini diretta da Riccardo Muti che propone la Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore, op. 55 “Eroica”, di Ludwig van Beethoven, si aprirà domenica 5 luglio 2020 alle 21.30 all’ombra del tempio di Nettuno di Paestum, grazie alla Regione Campania, alla Camera di Commercio di Salerno, al Comune di Capaccio Paestum, al Parco Archeologico di Paestum e Velia. Il concerto di Muti a Paestum non è un caso, ma fa ricordare che sono circa 20 gli anni delle relazioni tra Paestum e la Siria, una best practice di dialogo interculturale nell’ambito della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico (la XXIII edizione è in programma dal 19 al 22 novembre 2020).

La first lady siriana Asma al-Assad con Ugo Picarelli fondatore e direttore della Borsa mediterranea del turismo archeologico (foto Bmta)
Lo speciale rapporto tra Paestum-Bmta e la Siria ha radici lontane. La Siria, dopo essere stata Paese Ospite Ufficiale nel 2003 alla VI edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico con la presenza del ministro del Turismo, è stata ogni anno presente a Paestum sin dal 2002, tanto che la First Lady Siriana Asma al-Assad volle suggellare questo rapporto, invitando a Damasco nel novembre 2005 una delegazione della BMTA per ricevere il Premio “Paestum” in occasione dell’inaugurazione della mostra dedicata alle missioni archeologiche italiane al museo nazionale.

Ugo Picarelli, direttore della Bmta, con i tre figli archeologi di Khaled al-Asaad: Waleed (ultimo direttore dell’area archeologica di Palmira), Fayrouz e Omar (foto Bmta)

La locandina della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”
Per questo e anche per la partecipazione annuale a Paestum del direttore del Turismo di Palmira Mohamad Saleh, del presidente della Federazione Siriana delle Camere del Turismo Mouhamed Al Khaddour e dei direttori generali del Ministero del Turismo Faisal Najati e Bassam Barsik, quest’ultimo nominato da appena un mese Governatore di Homs, la Provincia di cui fa parte Palmira, fu doveroso da parte della BMTA alla luce dei tragici accadimenti del 2015, che portarono alla distruzione del sito di Palmira da parte dell’Isis e all’uccisione del suo carismatico archeologo: lanciare da subito una campagna social all’insegna dell’hashtag #Unite4HeritageforPalmyra, farne l’immagine coordinata della Borsa e organizzare all’interno del programma della XVIII edizione la Conferenza “Distruzione del patrimonio culturale e disintegrazione delle identità” alla presenza di Taleb Rifai numero uno dell’Organizzazione Mondiale del Turismo di Madrid e di Mounir Bouchenaki consigliere speciale del direttore generale Unesco e in diretta video con Damasco con Maamoun Abdulkarim direttore delle Antichità della Siria; tributare all’archeologo simbolo di Palmira l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, quest’anno alla 6a edizione e sempre svolto alla presenza dei tre figli archeologi di Khaled al-Asaad: Waleed (ultimo direttore dell’area archeologica di Palmira), Fayrouz e Omar. Il Premio è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio.

La firma del gemellaggio ufficiale tra la Città di Capaccio Paestum e la città di Palmira nel 2018 (foto Bmta)
La BMTA per suggellare i tanti anni di relazioni e per tenere alta l’attenzione su Palmira è stata artefice: nel 2016 dell’accordo di amicizia e gemellaggio tra la Città di Capaccio Paestum e la cittadinanza di Palmira, firmato dal sindaco, dal fondatore e direttore della BMTA, dall’ultimo direttore del Turismo di Palmira Mohamad Saleh il 29 ottobre 2016 in occasione della XIX edizione; nel 2018 del gemellaggio ufficiale tra la Città di Capaccio Paestum e la città di Palmira, firmato dal sindaco e dal presidente della Federazione Siriana delle Camere del Turismo Mouhamed Al Khaddour, in rappresentanza del Governatore di Homs Talal al-Barazi il 16 novembre 2018 in occasione della XXI edizione alla presenza di Irina Bokova, fino a qualche mese prima numero uno dell’Unesco di Parigi, Mouhamed Al Khaddour, Mohamad Saleh, Paolo Matthiae l’archeologo che scoprì Ebla, Mounir Bouchenaki consigliere speciale del direttore generale Unesco e cittadino onorario di Paestum, Ugo Picarelli.
Ercolano a 360°: in questo primo episodio il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, descrive l’antica Herculaneum com’era poco prima della catastrofe del 79 d.C.
A poche settimane dalla presentazione della nuova App 3d realizzata da D’Uva (info https://bit.ly/30OOU84), il parco archeologico di Ercolano propone il primo video a 360° elaborato da TimeLooper: il direttore Francesco Sirano ci accompagna in un viaggio nel passato dove c’è finalmente poco da lasciare all’immaginazione e sarà possibile godere delle meraviglie dell’antica Herculaneum, come molto probabile che fosse sulla base degli studi archeologici più aggiornati. In questo primo episodio facciamo la conoscenza di Ercolano prima della catastrofe del 79 d.C. “Avviciniamoci a questa città affacciata sul golfo di Napoli, come fossimo dei gabbiani che attraversassero il cielo in questo angolo incantato del mondo”: inizia così la visita guidata “con occhi speciali” di Sirano. “Dietro di noi Ischia, Capri. Di lato Sorrento, e di fronte il Vesuvio, molto più alto di oggi, una montagna maestosa sulle cui pendici si andava a caccia, si tagliavano boschi di abete, si coltivava la vite. Ci sembra di vedere quasi un fotogramma bloccato di un film. Siamo nel 79 d.C.: il 24 agosto, oppure il 24 ottobre secondo recenti scoperte a Pompei. È una bella giornata, e sulla spiaggia si svolgono le attività quotidiane dei pescatori. La città è splendida, mentre si stanno riparando i danni provocati da un terremoto di 17 anni prima nel 62 d.C. Piccola, estesa su più o meno 15 ettari, un quarto di Pompei, un sesto di Napoli. Più di 13 volte più piccola dei grandi capoluoghi della Campania, Capua e Nocera. Sin dal periodo in cui era imperatore Augusto Ercolano era fiorita come non mai. Benefattori locali avevano promosso la realizzazione di infrastrutture: fogne, acquedotti, allargamento e pavimentazione di strade, e di almeno tre terme aperte al pubblico. Una grande palestra organizzata come una specie di ginnasio greco dove i giovani si preparavano a diventare i futuri cittadini. Un teatro, tutti gli edifici direzionali tipici di una città romana, monumenti per onorare la famiglia imperiale e naturalmente templi degli dei. Ecco il santuario di Venere, affacciato proprio sulla spiaggia, a due templi, perché la dea qui era venerata sotto due aspetti come dea della fertilità e del continuo germogliare della vita, e come divinità che favorisce la buona navigazione. La facciata di uno dei due templi era stata rifatta da poco, nel 70 d.C., a spese di una donna, Vibidia Saturnina, e suo figlio, Aulo Furio Saturnino, che avevano anche dedicato statue di Tito e Domiziano, figli dell’imperatore Vespasiano. Il santuario di Venere condivide una grande terrazza artificiale con il complesso di strutture in onore del grande benefattore locale Marco Nonio Balbo, le cui ceneri erano conservate all’interno di un altare tutto di marmo come del resto anche la sua statua che salutava chiunque arrivava dal mare. Guardando alla nostra sinistra, subito dopo la fine della città distinguiamo l’incredibile mole della villa dei Calpurni Pisoni grande famiglia senatoria di Roma oggi nota come villa dei Papiri, per il ritrovamento qui nel 1700 di ben 1800 rotoli di papiro appartenenti a quella che finora è l’unica biblioteca privata del mondo romano mai ritrovata”.












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