Appello per la Gaiola. Lettera-manifesto promossa dal museo Archeologico nazionale di Napoli con enti e università in rete per sensibilizzare su un “Luogo della cultura” unico al mondo dal punto di vista storico, archeologico e paesaggistico: il Parco sommerso di Gaiola che nel dopo Covid-19 rischia di essere dimenticato. Riapre invece il limitrofo parco archeologico ambientale del Pausilypon

Parco sommerso di Gaiola (Na), area marina protetta e Luogo della Cultura (foto mann)

Difendiamo la Gaiola! Salviamo la Gaiola! Sono già cinquanta, primo firmatario Paolo Giulierini, ad aver sottoscritto il “manifesto” per la Gaiola, promosso dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dalla sua rete con istituzioni culturali ed Università: una lettera aperta per sensibilizzare alla fruizione consapevole di un luogo unico dal punto di vista storico, archeologico e paesaggistico. A Napoli esiste infatti un “Luogo della cultura” unico al mondo. Unico al mondo per essere probabilmente la perfetta sintesi tra la storia della natura, la storia dell’uomo e quella dei vulcani che da sempre forgiano le nostre terre. Si chiama Parco Sommerso di Gaiola, un patrimonio di tutti, da amare e da proteggere. Il Parco Sommerso di Gaiola è oggi sia una Riserva marina dello Stato (Decreto Interministeriale 7 agosto 2002) che un ‘Luogo della cultura’ (art. 101 del Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 “Codice dei beni culturali e del paesaggio”) e in queste sue due anime risiede la sua unicità, di patrimonio naturalistico e culturale.

La storia ci dice che, proprio per la bellezza e amenità dei luoghi nel I sec. a.C. il ricco cavaliere romano Publio Vedio Pollione volle costruire qui la sua villa d’otium che chiamò Pausilypon, “luogo dove cessano gli affanni”. Alla sua morte divenne dimora imperiale, ed oggi le testimonianze di questo antico sfarzo sono sparse ovunque, sopra e sotto la superficie del mare. Risalendo la collina dalle profondità marine, infatti, si passa dai resti di strutture portuali, peschiere, e aree termali fino a giungere sulle sommità dove sorgono l’Odeion e il Teatro oggi racchiusi nel Parco Archeologico ambientale del Pausilypon. In epoca più recente l’area divenne tappa obbligata dei viaggiatori del Grand tour e poi a partire dalla fine dell’ottocento proprietà di facoltosi personaggi come Paul Getty, Maurice Sandoz, Gianni Agnelli, fino a quando nel 1989 la villa sull’Isola fu messa all’asta giudiziaria e passò in mano pubblica. In poco meno di 20 anni l’area purtroppo andò incontro ad un progressivo degrado che ne trasfigurò la sua stessa identità. Nel 2002 l’istituzione del Parco Sommerso di Gaiola ed il paziente lavoro di recupero dal basso di un gruppo di ricercatori hanno tenacemente ridato dignità e bellezza al sito. Quel gruppo di ricercatori, il Centro Studi Interdisciplinari Gaiola onlus, è un esempio virtuoso di questa Città, che il Ministero dell’Ambiente e quello dei Beni culturali, di concerto, hanno riconosciuto quale Ente gestore del Parco, e oggi come allora continua a remare sempre nella stessa direzione, quella della salvaguardia di un bene comune inestimabile.

Il teatro romano inserito nel parco archeologico e ambientale del Pausilypon (foto Cis Gaiola)

Come è noto, l’emergenza Covid ha avuto un effetto deflagrante sull’intero Paese e sul settore dei beni culturali che pian piano stanno trovando la strada della riapertura seppur tra le tante difficoltà e un complesso quadro normativo da seguire per tutelare la salute dei cittadini e riaprire al mondo le porte del nostro patrimonio. Tra questi il Parco Sommerso della Gaiola si trova a percorrere una strada più erta rispetto a molti altri luoghi della cultura, proprio per la sua particolarità e fragilità. Mentre si accolgono con entusiasmo le riaperture di vari siti culturali, chiusi per i medesimi motivi, e si prepara per il 5 luglio 2020 l’auspicata ripresa delle visite al limitrofo Parco del Pausilypon, il rischio è che il Parco Sommerso di Gaiola venga considerato meramente per questioni relative agli aspetti legati alla balneazione tralasciando l’immenso valore storico, culturale e naturalistico del sito stesso.

“Sosteniamo quindi il CSI Gaiola onlus”, si appellano i firmatari del Manifesto per la Gaiola, “nella quotidiana e caparbia lotta di salvaguardia di questo straordinario tesoro della nostra Città, e invitiamo le amministrazioni locali e i cittadini con i loro comportamenti consapevoli ad affiancare il Soggetto gestore affinché la riapertura al pubblico del Parco Sommerso di Gaiola, dopo questo duro e provante periodo di crisi per tutto il Paese, sia accompagnata da un nuovo paradigma di fruizione del sito, che metta al primo posto la tutela del nostro patrimonio culturale e ambientale nel rispetto dei luoghi e dei visitatori. Lavoriamo insieme per difendere e valorizzare un luogo unico al mondo”. Ecco i primi cinquanta firmatari: Paolo Giulierini, direttore museo Archeologico nazionale di Napoli; Fabio Pagano, direttore Parco Archeologico Campi Flegrei; Giuliano Volpe, professore di archeologia all’università di Bari e presidente della Federazione delle Consulte universitarie di archeologia; Daniela Savy, docente di Diritto Europeo dei Beni Culturali, università di Napoli “Federico II”; Giovanni Fulvio Russo, professore ordinario di Ecologia nell’università Parthenope e presidente della Società Italiana di Biologia Marina; Carla Langella, docente di Design all’università di Napoli “Federico II”; Francesco Bifulco, docente di Economia delle Imprese Culturali, università di Napoli “Federico II”; Stefano Consiglio, docente di Organizzazione aziendale, direttore dipartimento Scienze sociali, università di Napoli “Federico II”; Antonino Miccio, direttore Area Marina Protetta “Regno di Nettuno”; Maria Rosaria De Divitiis, presidente FAI Campania; Giorgio Ventre, docente di Sistemi delle elaborazioni delle informazioni, direttore dipartimento di Ingegneria elettrica e tecnologie dell’informazione, direttore della Apple Academy, università di Napoli “Federico II”; Laura Valente, presidente fondazione Donnaregina per le arti contemporanee Museo Madre; Matteo Lorito, docente di Patologia vegetale, direttore dipartimento di Agraria, università di Napoli “Federico II”; Stefano Mazzoleni, docente di Botanica ambientale applicata, università di Napoli “Federico II” e direttore centro MUSA, Reggia di Portici; Riccardo Motti, docente di Botanica forestale, università di Napoli “Federico II” e direttore dell’Orto Botanico di Portici; Enrico Gallocchio, funzionario responsabile Parco Sommerso di Baia; Piergiulio Cappelletti, docente di Georisorse minerarie e applicazioni mineralogico-petrografiche per l’ambiente e i beni culturali, università di Napoli “Federico II” e direttore del Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’università “Federico II”; Benedetto De Vivo, già professore ordinario alla “Federico II” e adjunct prof Virginia Tech USA; Mariangela Contursi, direttore generale Campania New Steel; Rosalba Giugni, presidente Marevivo; Maria Cristina Gambi, primo ricercatore alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli; Roberto Sandulli, prof ordinario di zoologia e biologia marina, università “Parthenope” di Napoli; Franco Cutugno, docente di glottologia e linguistica, università di Napoli “Federico II”; Paolo Jorio, direttore museo del Tesoro di San Gennaro e del museo civico Gaetano Filangieri; Francesca Amirante, presidente associazione Progetto Museo; Gianluca Minin, presidente Galleria Borbonica; Ornella Capezzuto, presidente WWF Napoli; Maurizio Fraissinet, presidente ASOIM (Associazione Studi Ornitologici Italia Meridionale); Vincenzo Porzio, Coop. La Paranza, Catacombe di S. Gennaro; Giovanna Moresco, vice presidente associazione “Getta la rete”; Sonia Mignano, Purgatorio ad Arco; Luca Borriello, direttore INWARD Osservatorio Nazionale sulla Creatività Urbana – Parco dei Murales, presidente Rotary Community Corp Napoli Est – villa romana di Caius Olius Ampliatus, Ponticelli; Stefano Fusco, associazione Vergini Sanità; Christian Leperino, artista e presidente Smmave centro per l’arte contemporanea; Mimmo Matania, presidente Napulitanata; Ugo de Flaviis, presidente fondazione San Giuseppe dei Nudi; Massimo Faella, presidente associazione Respiriamo Arte; Lorenza Iuliano, fondazione San Giuseppe dei Nudi; Rosalba Impronta, fondazione Made in Cloister; Alessandra de Francesco, fondazione Made in Cloister; Carlo Leggieri, Celanapoli; Pippo Pirozzi, associazione Vergini Sanità; Mariano Tosti, comunicazione MUSA Reggia di Portici; Luca Simeone, presidente Napoli Pedala; Raffaele Iovine, associazione Pietrasanta Polo Culturale ONLUS; Francesco Uliano Scelza, Parco Archeologico di Paestum e Velia; Simona Di Gregorio, soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio della Basilicata; Flegra Bentivenga, Bioparco di Roma, già direttrice dell’Acquario di Napoli Anton Dohrn; Barbara Mussi, presidente Oceanomare Delphis; Marco Giglio, presidente Gruppo Archeologico Napoletano; Gabriele de Filippo, presidente Istituto Gestione della Fauna onlus; Osvaldo Cammarota, presidente ARCI Pesca Campania; Roberto Gabriele, presidente associazione Vivara onlus; Fabrizio Canonico, direttore Riserva naturale dello Stato “Oasi degli Astroni”. Per aderire: https://forms.gle/W5J1eQsaLEHXtCpB7.

Adria. Ha riaperto il museo Archeologico nazionale in sicurezza. Occasione per (ri)vedere la tomba della Biga o la grande lekythos a figure nere con Eracle e le Amazzoni: magari con l’abbonamento annuale

Il museo Archeologico di Adria ha riaperto (foto museo di Adria)

Il virus si avvicina, tenta di entrare in museo, ma il Minotauro lo ferma: così la riapertura del museo Archeologico nazionale di Adria è in piena sicurezza. Da sabato 20 giugno 2020 il museo Archeologico nazionale di Adria e il suo parco alberato sono riaperti al pubblico. Orario estivo 2020: dal martedì al sabato 14.30 – 19.30; domenica e festivi 15 – 19.30; lunedì chiuso. “In caso di forte affluenza”, spiegano alla direzione, “gli ingressi verranno contingentati. È obbligatorio l’uso della mascherina. Mantenere la distanza di sicurezza: 1,5 metri (i gruppi famigliari rimangono uniti). Igienizzare le mani con il gel disposto lungo il percorso museale. All’entrata verrà rilevata la temperatura corporea”. Biglietto di ingresso: intero, 4 euro; ridotto (18-25 anni), 2 euro; gratuito: 0-18 anni e gratuità di legge. E c’è un’importante novità: l’abbonamento annuale. “Il nipotino ti chiede di tornare a vedere (e ri-vedere…) i cavalli della Tomba della Biga? Hai un lontano parente in visita e vuoi fargli da Cicerone? Cerchi un luogo di riposo, pace e bellezza dopo una giornata di shopping, una passeggiata lungo l’argine del Canalbianco o dopo una visita al vicino Ospedale? O, più semplicemente, andare al museo ti piace, con i suoi vetri famosi in tutto il mondo, il suo racconto a colori e la possibilità di imparare sempre qualcosa sulla storia dell’intero Mediterraneo?”, chiedono provocatoriamente al museo. La risposta è facile: “Allora, l’abbonamento annuale fa per te! Al costo di 12 euro ti verrà rilasciato un biglietto nominativo valido 365 giorni con il quale potrai visitare il museo un numero illimitato di volte. Perché, il museo, è anche per te un luogo magico di questa bella città”.

“Imperdibile! La Tomba della Biga ti aspetta al museo Archeologico nazionale di Adria, che è aperto per tutta l’estate in orario pomeridiano”. La Tomba della Biga del III sec. a.C. è una sepoltura di tre cavalli e un carro dalla necropoli del Canal Bianco ad Adria. La tomba, rinvenuta nel 1938 ad Adria, fa parte di una più vasta area funeraria di epoca etrusca e romana. Il rito funebre ha comportato il sacrificio di tre cavalli, due dei quali attaccati ad un carro. Si riconoscono dei morsi detti ad omega e una punta di lancia (forse usata per il sacrificio), entrambi del III secolo a.C. Rimane un enigma: il destinatario di questo sacrificio. Il terreno circostante appariva però sconvolto, forse da una violazione, mentre una ricca tomba di un giovane si rinveniva a circa 15 metri di distanza. Nei pressi della biga si rinveniva anche la semplice sepoltura di un giovane, che indossava un torquis celtico in bronzo.

I visitatori troveranno anche un altro capolavoro: la grande lekythos a figure nere rientrata dal museo nazionale Atestino di Este dove era esposta nell’ambito della mostra “Veleni e magiche pozioni”. Questo vaso è unico nel suo genere: solitamente le lekythoi, usate dai greci come porta-profumi pregiati, sono di piccole dimensioni. La lekythos di Adria, invece, è di proporzioni davvero uniche. Misura 30 cm, ma con il piede e il collo doveva arrivare almeno a 50 cm. È stata rinvenuta dalla famiglia Bocchi presso la chiesa della Tomba. È stata dipinta da un pittore della cerchia di Antimenes attorno all’anno 530 a.C. Da poco, grazie ad un intenso lavoro di ricomposizione e di restauro, sono stati aggiunti alcuni frammenti, ritrovati tra le migliaia conservati nei depositi. Tra questi, la parte mancante dell’Amazzone trafitta da Eracle. Ora la scena è completa in tutta la sua drammaticità. Nel video con foto di Olivo Bondesan focus sulla decorazione della spalla: la lotta di Eracle e i suoi compagni contro le Amazzoni.

Domus Aurea, in attesa della grande mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”, gli archeologi del PArCo presentano la splendida decorazione della reggia di Nerone realizzata dal leggendario pittore Fabullus

La decorazione pittorica e a stucchi della sala di Achille a Sciro nella Domus Aurea (foto PArCo)

La grande mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”, prevista da marzo 2020, quindi in pieno lockdown, dovrebbe aprire presto. Lo annunciano gli organizzatori del parco archeologico del Colosseo, che per prepararci meglio alla mostra, ci stanno offrendo un viaggio alla (ri)scoperta della Domus Aurea. Oggi parliamo della decorazione pittorica della Domus Aurea di Nerone che fu realizzata, secondo quanto ci racconta Plinio, dal pittore Fabullus. Secondo lo storico, il pittore passò talmente tanto tempo lavorando alla Domus Aurea di Nerone che si trasformò “nel suo carcere”. Ecco le sue parole nella “Naturalis Historia”, XXXV, 120: “Anche Fabullus visse poco: grave e severo e al tempo stesso pittore florido e rigoglioso per i colori vivi. Di lui c’era una Minerva che guardava sempre lo spettatore da qualsiasi direzione costui la osservasse. Dipingeva poche ore al giorno e con grande solennità sempre vestito in toga, anche sulle impalcature. La Domus Aurea fu come la prigione dell’arte sua: fuor di là non esiste gran che di lui”.

La sala di Achille a Sciro nella Domus Aurea decorata dal pittore Fabullus: al centro il riquadro con Achille rifugiatosi a Sciro tra le figlie del re Licomede (foto PArCo)

Ma torniamo a seguire le parole di Svetonio che nella “Vita di Nerone”, XXXI, scrive: “Nel resto della costruzione [Domus Aurea], ogni cosa era ricoperta d’oro e abbellita con gemme e madreperla. Il soffitto dei saloni per banchetti era a tasselli di avorio mobili”. Nella stupenda decorazione superstite della volta della sala di Achille a Sciro, il leggendario pittore Fabullus (citato da Plinio) realizzò una decorazione ispirata al ciclo troiano: nel riquadro centrale è infatti immortalato il momento in cui Achille, rifugiatosi a Siro tra le figlie del Re Licomede, svelò la sua vera identità, cadendo nel tranello di Ulisse. “Questi capolavori pittorici”, spiegano gli archeologi del PArCo, “che hanno influenzato gli artisti di ogni epoca storica, saranno parte integrante del percorso espositivo della mostra “Raffaello e la Domus Aurea”, che aprirà le sue porte al pubblico molto presto!”.

“Le Passeggiate del Direttore” sono al finale di stagione: col 28.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci parla delle statue della dea Sekhmet e quella di Horemheb nella famosa Galleria dei Re. E poi invita tutti al museo Egizio di Torino dal vivo

Siamo al finale di stagione. Come tutte le serie Tv, anche le “Passeggiate del direttore” con il 28.mo appuntamento, dedicato alla dea Sekhmet e a Horemheb, sono arrivate all’ultimo episodio. “Insieme abbiamo viaggiato attraverso millenni di storia”, ricorda il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, “conosciuto più da vicino gli oggetti della collezione e la cultura degli antichi Egizi. Ora tocca a voi passeggiare nelle sale… dal vivo! Vi ringraziamo per averci seguito e sostenuto in questi mesi. Continuate a seguirci perché abbiamo in serbo altre sorprese”.

La sala del museo Egizio di Torino con la teoria di statue delal dea Sekhmet, stanti e sedute (foto Graziano Tavan)

Nella sala della Galleria dei Re in cui è conservato Thutmosi III c’è una serie di Sekhmet. Chi è la dea Sekhmet? Sekhmet significa “la potente”. Sekhmet è legata a uno dei miti cosmogonici dell’inizio dell’Egitto quando il dio sole Ra, adirato con il genere umano perché non lo rispetta, manda il suo occhio che prende la forma della potente leonessa per punire gli uomini stessi. E la leonessa prende sul serio l’incarico che le viene dato e anzi diventa molto avida di sangue e quindi uccide gli uomini per berne il sangue. Il dio Ra si rende conto che se la lasciasse andare il genere umano verrebbe a finire. Ed ecco quindi che le fa bere con l’inganno della birra colorata di rosso. Alcune fonti dicono del vino. Così lei si addormenta e si ammansisce. Quindi il genere umano è salvo. Da dove provengono così tante Sekhmet? “Provengono dal tempio di Kom el-Hettan, il tempio di milioni di anni, fatto costruire da Amenofi III”, spiega Greco. “Abbiamo visto come nel Nuovo Regno vi siano dei templi che vengono costruiti dai sovrani perché il loro culto possa essere portato avanti, che vengono appunto definiti templi di milioni di anni. Il culto quindi viene trasferito dalla tomba a un tempio che si trova a valle. Perché? Perché la modalità di sepoltura si è diversificata, i sovrani non vengono più sepolti in una piramide. Abbiamo visto come la piramide fosse un complesso in cui c’è il tempio della valle, cioè la via processionale, c’è il tempio mortuario e quindi vi sono tutti i luoghi in cui il culto del sovrano può essere portato avanti. Adesso il tempio staccato è dedicato alla prosecuzione del culto”. Il tempio di Amenofi III di milioni di anni si trova a Tebe: è il tempio dei colossi di Memnone. All’interno di quel tempio vengono fatte una serie di corti e in queste corti vengono poste su tutti i lati le statue della dea Sekhmet, come si vede al museo Egizio nella bella riproduzione fatta dall’egittologo Simon Connor. “E perché tutto ciò? Miguel John Versluys dell’università di Leiden l’ha definita una splendida litania di pietra. Di fronte a ogni Sekhmet deve essere fatto un rituale, si portano delle offerte, si dice una preghiera in modo che la Sekhmet possa essere mansueta e possa rimanere docile e spargere concordia e amore nell’Egitto e non più guerra e pestilenza”. Nella Galleria dei Re le Sekhmet accompagnano la sala e sembrano quasi riprodurre nella loro cadenza, nell’alternanza tra Sekhmet stanti e Sekhmet sedute, quello che appunto si vedeva all’interno del tempio di Kom el-Hettan. “Sappiamo poi che in età ramesside il tempio stesso venne usato come una cava di pietra”.

Il grupo scultoreo con il faraone Horemheb e il dio Amon al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Le “Passeggiate del Direttore” si chiudono con un gruppo scultoreo molto importante che al contempo parla dell’attività di ricerca che il museo Egizio di Torino sta facendo in questo momento. “È una diade, quindi un gruppo composto da due elementi. La statua stante rappresenta un faraone, Horemheb: indossa il cosiddetto gonnellino shendit, il busto è nudo. E mostra una leggera pancetta. Nella letteratura specialistica è definita beer belly, pancetta dovuta alla birra bevuta. Se lo confrontiamo con Thutmosi III, visto precedentemente, vediamo infatti che la resa del corpo non è così idealizzato, non è così snello come il sovrano precedente. Ma questo è un tipico elemento dell’epoca di transizione post-amarniana, di quella parte artistica che va da Tutankhamon fino al regno di Horemheb e che ci fa vedere come da quelle forme esagerate tipiche di Akhenaten si ritorni via via alle forme snelle idealizzate con cui vengono presentati i sovrani. Questo sovrano abbraccia un dio, e il dio è il dio Amon. Il volto del dio ha dei tratti assolutamente fanciulleschi. I geroglifici ci dicono: figlio del dio sole, signore delle apparizioni, Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Dall’altra parte, in modo assolutamente speculare, leggiamo buon dio, signore delle due terre, Djeserkheperure Setepenre, ovvero il nome di Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Ai lati del trono c’è il simbolo usuale che abbiamo imparato a conoscere, il sema tawi, l’unione dell’alto e del basso Egitto. Anche qui, come nella statua di Thutmosi III, vi è l’epigrafe che ci ricorda che la statua è stata scoperta nel 1818 da Rifaud a Tebe, e che Rifaud era al servizio del signor Bernardino Drovetti. Ci sono altri elementi che abbiamo imparato a conoscere nelle altre statue, come ad esempio la coda che vediamo qui tra le gambe del sovrano Amon. La coda legata all’epiteto ka nekhet, ovvero toro potente”.

L’inizio della campagna di scavo congiunta museo Egizio di Torino – museo delle Antichità di Leiden a Saqqara (foto museo Egizio)

Perché questa statua di Horemheb è particolarmente importante per il museo Egizio di Torino? “Il museo Egizio a partire dal primo maggio 2015 ha cominciato la sua attività sul campo a Saqqara”, racconta Greco. “Lavoriamo circa 200 metri a Sud della piramide a gradoni di Djoser e lavoriamo nella necropoli dove i grandi funzionari della diciottesima dinastia si fecero seppellire. Tra loro, Horemheb. Pensate che lo scavo è iniziato 44 anni or sono, perché il museo nazionale delle Antichità di Leiden aveva una serie di rilievi che provenivano dalla tomba di Horemheb, e aveva tre statue, una diade e due statue singole che provengono dalla tomba di Maya. Maya era il responsabile del tesoro del faraone. Ebbene nel 1975 il museo di Leiden insieme all’Egypt Exploration Society decide di andare in Egitto per ritrovare i monumenti da cui provenivano le statue e i rilievi che avevano in museo. E l’idea era di riuscire a trovare la tomba di Maya perché su una carta redatta da Karl Richard Lepsius, uno dei pionieri della nostra disciplina, era indicato dove era la tomba di Maya. All’epoca, negli anni Quaranta dell’Ottocento, era ancora visibile, ma negli anni Settanta del secolo scorso non più. E allora la spedizione dell’Epypt Exploration Society e di Leiden, diretta da Geoffrey Martin, parte per l’Egitto alla ricerca della tomba di Maya, che non troveranno nel 1975 ma ben undici anni dopo, nel 1986. Perché nel 1975 si trovano a scavare leggermente più a Sud della tomba di Maya e scoprono la tomba di Horemheb. Colui che era stato il generale di dell’esercito egizio, e che poi diventerà faraone dopo il breve regno di Ay. Ebbene dopo quella tomba furono trovate un’altra serie di tombe, quella di Maya nell’86, la tomba di Tya e Tya, nel 2001 fu trovata la tomba di Meryneith (o Meryre), intendente del tempio dell’Aton ad Akhetaten (Amarna) e a Men Nefer (Menfi). E da allora in poi quindi più di 15 tombe sono venute alla luce. Nel 2015 il museo Egizio di Torino si è unito al museo nazionale delle Antichità di Leiden e assieme ogni anno torniamo in Egitto per imparare a comprendere e a capire questa necropoli, dove gli altissimi funzionari si sono fatti seppellire e dove poi in epoca Tarda c’è stato un riuso della necropoli per arrivare fino agli anacoreti del deserto, quando l’Egitto si converte alla cristianità e questi monaci trovano rifugio lontano dalla vita comunitaria nel deserto, per pregare, per conoscere dio”. “L’importanza per noi di essere tornati sul campo”, conclude Greco, “è quella di riuscire a dare un contesto ai monumenti. Molti mi chiedono se adesso quando andiamo in Egitto riportiamo i monumenti in Italia, se riportiamo oggetti. Assolutamente no. L’Egitto, come l’Italia del resto, ha sottoscritto la convenzione Unesco nel 1970, quindi tutti gli oggetti che vengono ritrovati rimangono in Egitto, come è giusto che sia. Ma andare a scavare ci permette di avere nuove informazioni e di ricostruire la storia di oggetti importanti come questa statua che è di provenienza tebana ma che ci parla di un personaggio, Horemheb, che ha avuto un cursus honorum molto importante, e che prima di diventare sovrano si era fatto costruire per lui e per la moglie Mutnedjemet una tomba monumentale, cosiddetta tomba a tempio, con una serie di porte monumentali che davano accesso a delle corti proprio a Saqqara”.

Napoli. In diretta Fb la presentazione dei saggi su “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, la mostra al museo Archeologico nazionale di Napoli prorogata fino al 31 agosto. Pronto un documentario sull’esposizione

L’Atlante Farnese simbolo e fulcro della mostra “Thalassa” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Il viaggio alla scoperta delle meraviglie sommerse dal Mediterraneo non si ferma: la mostra “Thalassa” al museo Archeologico nazionale di Napoli è prorogata al 31 agosto 2020. Ancora due mesi quindi per poter visitare nel Salone della Meridiana non soltanto i reperti provenienti da importanti scavi subacquei nel Mediterraneo, ma anche opere che raccontano le suggestioni esercitate dal Mare nostrum sull’iconografia antica; il prestito, da parte della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli, di un’ancora (II sec. a.C.), un remo ed un albero (età imperiale) di un’imbarcazione, rappresenta un suggestivo completamento dell’esposizione.

Alcuni preziosi reperti del carico recuperato dal relitto di Antykithera alla mostra “Thalassa” (foto Graziano Tavan)

Luigi Fozzati uno dei curatori della mostra “Thalassa” al Mann (foto Graziano Tavan)

Non solo una mostra, ma anche un importante progetto di ricerca, proiettato verso il prossimo futuro: mercoledì 1° luglio 2020 (alle 12), in diretta Facebook dal Salone della Meridiana, i curatori dell’exhibit Paolo Giulierini, Salvatore Agizza, Luigi Fozzati e Valeria Li Vigni, presentano il volume “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo. Saggi” (Electa Editore); all’incontro, interverranno anche Cherubino Gambardella e Simona Ottieri (responsabili allestimento della mostra). Parallelamente al volume, l’evento sarà anche l’occasione per il lancio del trailer del documentario dedicato all’esposizione: il documentario è diretto da Antonio Longo e scritto dallo stesso Longo con Salvatore Agizza. Un mare di idee per una mostra che ha creato rete tra istituzioni; “Thalassa” ha ottenuto il patrocinio morale di: ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Regione Campania, Comune di Napoli ed Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno centrale (Napoli-Salerno-Castellammare di Stabia), università di Salerno, università “L’Orientale” e università Suor Orsola Benincasa di Napoli. L’esposizione è stata realizzata anche in collaborazione con la Scuola Archeologica di Atene, l’università di Bari, l’università “Parthenope”, ENEA ed INGV.

Il Grand Palais di Parigi apre il 1° luglio dopo il lockdown con una mostra-evento “POMPÉI. Promenade immersive. Trésors archéologiques. Nouvelles découvertes”: un percorso scientifico ma dal forte impatto emozionale che, attraverso un evento digitale immersivo e un linguaggio diretto, permette di far conoscere le recenti scoperte di Pompei e la sua storia

Dopo tre mesi di chiusura per emergenza Covid-19, il 1° luglio 2020 riapre a Parigi il Grand Palais. E lo fa proponendo una mostra-evento “POMPÉI. Promenade immersive. Trésors archéologiques. Nouvelles découvertes”, una mostra archeologica che diventa una “passeggiata immersiva” nel più famoso sito di una città romana dell’antichità: Pompei. Un percorso scientifico ma dal forte impatto emozionale che, attraverso un evento digitale immersivo e un linguaggio diretto, permetterà di far conoscere le recenti scoperte di Pompei e la sua storia. La mostra, curata da Massimo Osanna, direttore del Parco archeologico di Pompei, e organizzata da Réunion des musées nationaux – Grand Palais e GEDEON Programmes in collaborazione con il Parco archeologico di Pompei, era programmata per il 25 marzo 2020. Poi la pandemia ha bloccato tutto. Ora ci siamo: la mostra “Pompei” sarà visitabile sempre con prenotazione obbligatoria dal 1° luglio al 27 settembre 2020, al Salon d’honneur del Grand Palais (entrata Square Jean Perrin) dal giovedì al lunedì dalle 10 alle 20, il mercoledì dalle 10 alle 22, chiusura settimanale il martedì.

La locandina della mostra “POMPÉI. Promenade immersive. Trésors archéologiques. Nouvelles découvertes” al Grand Palais di Parigi dal 1° luglio al 27 settembre 2020

Fin dalla scoperta delle sue rovine sepolte, la città di Pompei ha affascinato gli archeologi e non solo. Ricca di una storia plurisecolare, crocevia di popoli del mondo mediterraneo, Pompei sotto la dominazione di Roma prosperava grazie al commercio e al suolo fertile. L’arte era fiorente, l’agiata borghesia abbellì la città, ma nel giro di una giornata del 79 d.C., si compì il tragico destino della città. L’eruzione del Vesuvio che la devastò e annientò la popolazione, tuttavia, fermò il tempo preservando la città e sottraendola agli sguardi, per molti secoli. Oggi Pompei costituisce la testimonianza più straordinaria di una città di età romana e da nessun’altra parte è stato possibile trovare una simile concentrazione di edifici, affreschi e manufatti romani. Questo importante sito archeologico, inscritto nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco, è visitato da quasi 4 milioni di visitatori ogni anno: cifre, purtroppo, ora destinate a cambiare nel rispetto delle nuove regole imposte dall’emergenza sanitaria.

L’affresco con Leda e il Cigno, rinvenuto negli scavi della Regio V alla fine del 2018, è una delle più importanti scoperte recenti a Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Quanto restava della Schola Armaturarum dopo il crollo del 2010 (foto coordinamento Uil beni culturali)

Ma questa situazione idilliaca non è sempre stata così. Sono passati dieci anni, era il 2010, dal crollo della Schola Armaturarum che ha richiamato l’attenzione della comunità internazionale sull’assoluta necessità di tutelare le rovine più famose del mondo. Proprio a seguito di quell’evento, è stato avviato un grande progetto per la messa in sicurezza e il restauro del sito (il Grande Progetto Pompei), associato a scavi di ampia portata, come non accadeva da decenni, che hanno permesso di riportare alla luce un intero quartiere, con straordinari esempi di apparati decorativi, come il raffinato ritratto di donna dalla Casa con giardino, di affreschi raffiguranti divinità e animali e di mosaici eccezionali, ma anche oggetti d’uso quotidiano, scheletri delle vittime dell’eruzione. Queste nuove scoperte, che archeologiavocidalpassato ha seguito passo passo, permettono di approfondire le conoscenze di questo sito emblematico della civiltà romana e della sua storia.

Proprio per condividere con il pubblico le recenti scoperte, la Réunion des musées nationaux – Grand Palais propone una esposizione digitale immersiva: un’esperienza nuova che mostra Pompei in maniera spettacolare e suggestiva. Per realizzare ciò la Rmn-GP ha collaborato con il Parco archeologico di Pompei e con la società GEDEON Programmes, leader francese nel settore dei documentari archeologici e del patrimonio, che utilizzando tecnologie d’avanguardia sul sito (cartografia laser, termografia a infrarossi, fotogrammetria,…) ha effettuato riprese ad altissima risoluzione e realizzato ricostruzioni in 3D di estrema precisione. L’esperienza digitale propone proiezioni immersive, accompagnate dai rumori della città e da musiche originali che risveglieranno i sensi immergendo il visitatore nel cuore di Pompei, dandogli l’impressione di partecipare di volta in volta alla vita frenetica della città, al suo funesto destino, alla sua gloriosa riscoperta.

Preziosi reperti da Pompei esposti al Grand Palais di Parigi (foto parco archeologico di Pompei)

La prima parte della mostra mette l’accento sulla vita effervescente delle strade, ricostruite in 3D grazie, soprattutto, alle riprese effettuate con i droni. Al centro del percorso, un dispositivo invita il visitatore a entrare nel cuore del dramma e segue la cronologia del disastro: al culmine dell’eruzione la città è investita dal flusso piroclastico. La terza parte è consacrata alla riscoperta di Pompei, dimenticata per secoli, narrando la storia degli scavi dal XVIII secolo, ricordandone il mito e ponendo l’accento sulle scoperte recenti, in particolare quelle che, nel 2018, hanno consentito di riconsiderare con maggiore precisione la data dell’eruzione.

I grandiosi affreschi delle ville pompeiane in mostra al Grand Palais di Parigi (foto parco archeologico di Pompei)

L’ultimo spazio della mostra invita a contemplare, a grandezza naturale e in tutto il suo splendore, gli affreschi che decorano le più belle ville pompeiane. È anche possibile ammirare alcune scoperte frutto dei nuovi scavi esposte per la prima volta al pubblico, tra le quali il tesoro di monili e amuleti in pasta di vetro, avorio, osso, ambra, bronzo, un coniglio di marmo e un magnifico mosaico del ninfeo Arianna e Dioniso. Viene presentata anche una selezione di oggetti provenienti dagli scavi precedenti: gioielli, una statua di Livia e un affresco raffigurante Venere su un carro trainato da elefanti. Infine, le copie di alcuni calchi delle vittime ricorderanno la tragica fine dei pompeiani nel 79 d.C. Questa mostra propone un’esperienza sensoriale avvincente, che immerge il visitatore nel cuore della città antica e gli fa rivivere in maniera spettacolare la vita quotidiana dei pompeiani e l’epopea della sua riscoperta.

Ravenna. “Classe al chiaro di luna”: 36 eventi in 2 mesi per un’estate all’ insegna della cultura e del divertimento quest’anno all’arena estiva del Museo Classis invece che all’Antico Porto di Classe. Ecco il programma di musica, teatro, letteratura 2020

La locandina della rassegna “Classis al chiaro di luna” all’arena Classis

Con il concerto di Ravenna Jazz “Que sera, sera”, Omaggio a Doris Day, martedì 30 giugno 2020, alle 21, (apertura cancelli ore 20) apre la rassegna estiva “Classe al chiaro di luna” all’arena estiva del museo Classis Ravenna – Parco Archeologico di Classe. Protagonisti Paolo Fresu, Petra Magoni e l’Italian Jazz Orchestra diretta da Fabio Petretti. Si tratta di una produzione originale dedicata alla “fidanzata d’America” in cui il soffio della tromba di Fresu si fonde all’ intensità interpretativa della Magoni in un contesto jazz- sinfonico. Alle loro spalle un video collage con immagini di repertorio ripercorrerà alcuni dei tanti momenti salienti della carriera cinematografica, televisiva e musicale di Doris Day. Il museo Classis Ravenna, ultimo tassello del parco archeologico di Classe, in occasione della rassegna “Classe al chiaro di luna” si trasforma in un’arena estiva spettacolare, con palco coperto di 12 x 10 metri e una platea di 540 posti, che costituisce la cornice del ricco programma di eventi in programma dal 30 giugno al 28 agosto.

L’arena estiva realizzata al museo Classis Ravenna (foto fondazione Ravennantica)

“Questa iniziativa”, ha dichiarato l’assessore alla Cultura Elsa Signorino, “conferma come a Ravenna la cultura sia potente motore della ripresa dopo la fase più critica dell’emergenza Coronavirus. A chiederci di investire nella cultura sono stati non solo gli operatori del settore, ma i cittadini e le forze economiche e sociali della città, che hanno giustamente visto in essa una delle carte più importanti da giocarci per rendere di nuovo viva ed attrattiva la nostra Ravenna. Ed eccoci quindi qui a presentare un programma di altissima qualità, vario e ricchissimo, con momenti di intrattenimento alternati ad altri di riflessione e memoria, come l’omaggio alle vittime della strage di Bologna. Questo calendario vede protagonisti quasi tutti gli operatori culturali della città. Perché una delle lezioni più importanti che questa crisi ci ha lasciato è che nessuno si salva da solo e che dalle emergenze si esce insieme, collaborando e unendo le forze. Come Comune abbiamo dato la possibilità ai soggetti convenzionati di rimodulare le loro proposte, sia dal punto di vista temporale che da quello logistico, affinché tutti, dopo il lungo confinamento forzato, potessero ripresentarsi al pubblico il più velocemente possibile e garantendo le necessarie misure di sicurezza. Eccoci quindi pronti a riproporre una ricchissima offerta, di altissimo prestigio, che farà dell’estate di Ravenna una stagione all’altezza delle precedenti, anzi ancora più intensa”. E il direttore di RavennAntica, Sergio Fioravanti: “Abbiamo allestito l’arena più grande dell’Emilia-Romagna. Le 540 sedie disposte nei 4mila metri quadrati di verde di fronte al Museo Classis Ravenna rispettano rigorosamente il distanziamento sociale di 1 metro l’una dall’altra, fermo restando che per l’accesso agli spettacoli verranno adottate tutte le misure preventive che consentono di fruire in maniera sicura dell’area. Quando a febbraio si è interrotta bruscamente la programmazione artistica dei diversi soggetti che proponevano spettacoli dal vivo è evidente che si è venuta a creare una situazione di estrema difficoltà. Noi, su invito dell’assessorato alla Cultura del Comune di Ravenna, abbiamo proposto un’opportunità che è stata accolta con grande entusiasmo dai tanti amici presenti, ossia quella di ospitare all’interno della nostra consueta rassegna estiva, che fino allo scorso anno si svolgeva presso l’Antico Porto di Classe, gli spettacoli che non sono potuti andare in scena. Enrico Menghi, responsabile eventi della Fondazione RavennAntica, si è fatto carico di coordinare tutte queste diverse realtà, contribuendo a realizzare un cartellone di ben 36 spettacoli, che ci auguriamo contribuiscano a far trascorrere a tutti gli spettatori un’estate all’insegna della cultura e della spensieratezza”.

Il concerto di Ravenna Jazz “Que sera, sera” Omaggio a Doris Day apre la rassegna “Classe al chiaro di luna”

MUSICA. La rassegna – come detto – inaugura martedì 30 giugno 2020 alle 21 (apertura cancelli alle 20) presso l’arena estiva del Museo Classis Ravenna – Parco Archeologico di Classe con il concerto di Ravenna Jazz “Que sera, sera” Omaggio a Doris Day. Il 4 luglio 2020 La Toscanini Next propone il concerto “Evergreen & Pop: brani intramontabili e grandi artisti della musica sono riproposti da un’orchestra formata 11 elementi under 35, che coinvolge generi, stili e sonorità differenti per un viaggio nella musica tra medley dei Queen e dei Pink Floyd. Bronson Produzioni presenta sul palco del Museo Classis Ravenna due grandi artisti: Dente, tra i più apprezzati cantautori italiani, con il meglio del suo repertorio, in programma il 10 luglio 2020. Canzoni essenziali, ricercate nei testi e negli arrangiamenti, che l’hanno reso celebre in oltre dieci anni di carriera. Il 24 luglio 2020 è la volta di Bugo e del suo formidabile repertorio. Intelligente, determinato, imprevedibile è da sempre un pioniere della musica italiana, “l’inafferrabile rivoluzionario della canzone italiana”. Il 25 luglio 2020 Emilia Romagna Concerti porta in scena Le stagioni di Vivaldi. Concerto per Sant’Apollinare. Il genio di Vivaldi viene riproposto per l’occasione dalla Young Musicians European Orchestra. Dopo il successo riscosso lo scorso anno all’Antico Porto di Classe, anche quest’anno si ripercorre la storia della musica italiana e straniera grazie alle più famose tribute band che rendono omaggio ai grandi interpreti del passato con show innovativi, realizzati anche con l’utilizzo di strumenti multimediali di ultima generazione. Avremo: il tributo agli U2 con gli Underskin (2 luglio 2020), l’omaggio a De Andrè dei Faber’s Social Club (7 luglio), il tributo a Freddy Mercury con i Magic Queen (9 luglio), l’omaggio a Mina e Mia Martina con i Minamia (14 luglio), il tributo ai Pink Floyd con i Like Black Holes (16 luglio), il concerto dedicato a Lucio Dalla con Ricky Portera (21 luglio), l’omaggio agli Abba con gli Abbashow (23 luglio), il tributo a Zucchero a cura degli Sugar Time (28 luglio), il concerto tributo ai Kiss con gli Still Alive (30 luglio), il concerto omaggio a Vasco Rossi con i Blansconvolti Vasco Tribute Band (4 agosto), il concerto tributo a Lucio Battisti con Mauro Masè (11 agosto), concerto omaggio al R&B della BB Soul Band (13 agosto), le grandi colonne sonore da Morricone a Bernstein con i EnsembNino Rota Ensemble (18 agosto). A chiudere la parte musicale della rassegna, il 27 agosto 2020, è La Corelli con il concerto Mozart vs Rossini – gli EST sfidano la classica. Se Mozart e Rossini fossero vissuti ai giorni nostri come avrebbero realizzato i loro capolavori? Con violino, violoncello e contrabbasso gli EST (Electric String Trio) daranno una loro personale interpretazione.

I Burattini di Mattia portano a “Classis al chiaro di luna” lo spettacolo “La Vendetta della Strega Morgana”

TEATRO. All’interno della rassegna vi sono anche gli spettacoli teatrali, rivolti sia ai grandi che ai più piccoli. Il Teatro del Drago e il Festival Internazionale dei Burattini e delle Figure Arrivano dal Mare! propongono appuntamenti di burattini tradizionali dell’Emilia-Romagna. Ecco tutti i titoli e le date: I Burattini di Mattia – La Vendetta della Strega Morgana (6 luglio 2020), All’InCirco Teatro – Ecomonsters Puppets Show (13 luglio), Teatro del Drago – Fagiolino Asino Burattino (20 luglio), Teatro del Drago – Il Grande Trionfo di Fagiolino Pastore e Guerriero (27 luglio), Teatro alla Panna – Hansel e Gretel (3 agosto), Teatro del Drago – Il Rapimento del Principe Carlo (10 agosto), L’Aprisogni – Il castello di Tremalaterra (17 agosto), Pupi di Stac/Teatro del Drago – I Tre Porcellini (24 agosto). Accademia Perduta/Romagna Teatri presenta due spettacoli di puro divertimento portati in scena da artisti che, partiti dalla Romagna, sono oggi protagonisti della comicità nazionale: il 17 luglio 2020 Paolo Cevoli Show, che prendendo spunto dal repertorio dell’artista, noto anche come Palmiro Cangini, assessore alle “varie ed eventuali”, riesce sempre a strappare un sorriso e a volgere uno sguardo positivo sulla realtà. Il 6 agosto 2020 Ivano Marescotti porta in scena Andrà tutto stretto. La pandemia ci ha bloccato in casa per mesi, ma ci ha permesso di sperimentare le nuove tecnologie per lavoro o per studio e di riscoprire alcuni valori del passato, non ultimo la passione per il buon cibo e per le tradizioni culinarie familiari. E in casa “us megna bén”, tanto da trasformare l’illusorio motto “Andrà tutto bene” in “Andrà tutto stretto”. Ravenna Teatro, dopo due felici edizioni al Teatro Rasi, riprende l’immaginifico itinerario di Storie di Ravenna, immaginato per il Museo Classis Ravenna, cornice d’eccellenza in cui proseguire il racconto sulla città tra passato e presente. Gli appuntamenti, a cura di Alessandro Argnani, Luigi Dadina, Giovanni Gardini, Alessandro Luparini, Roberto Magnani, Laura Orlandini, Alessandro Renda, affrontano i seguenti argomenti: il 20 agosto Una via verso il mare. Il porto di Ravenna attraverso i secoli; il 25 agosto 2020 La Basilica e la città. Storie di Sant’Apollinare. Spettacolo a cura del Comune di Ravenna del 31 luglio 2020: Tantum ergo – Oratorio civile per Antonella Ceci e Leo Luca Marino, vittime ravennati della strage di Bologna del 2 agosto 1980. Testo e regia di Eugenio Sideri. Saluti di Michele de Pascale, sindaco di Ravenna e Virginio Merola, sindaco di Bologna. Evento promosso e organizzato dal Comune di Ravenna, con il sostegno della Federazione delle cooperative della provincia di Ravenna, in ricordo della strage alla stazione di Bologna. In caso di maltempo lo spettacolo è rimandato a sabato 1° agosto 2020.

Carlo Lucarelli tra gli ospiti di “ScrittuRa Festival 2020 – Classics In Classis”

LETTERATURA. La rassegna ospita anche la sesta edizione di ScrittuRa Festival 2020 – Classics In Classis, a cura di Matteo Cavezzali, che dialogherà con gli autori. Nel mese di agosto sono previsti 4 ospiti d’eccezione: il 7 agosto 2020 Domenico Quirico racconta “La sconfitta dell’Occidente”, il 14 agosto Carlo Lucarelli presenta “Noir: da Edipo al commissario De Luca”, il 21 agosto Ilaria Gaspari propone “Lezioni di felicità dell’antica filosofia greca”, ed infine, il 28 agosto, Marilù Oliva chiude la rassegna letteraria con “L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre”. Per le prevendite degli spettacoli collegarsi al sito http://www.classealchiarodiluna.it e selezionare l’evento a cui si vuol partecipare: si verrà subito reindirizzati al sito della biglietteria online per terminare l’acquisto.

Lezioni di yoga all’ombra dei templi dorici di Paestum: cultura orientale e occidentale si incontrano

Lezioni di yoga all’ombra dei templi dorici di Paestum (foto pa-paeve)

Tornano per il terzo anno consecutivo le lezioni di yoga all’ombra dei templi dorici di Paestum, organizzate dall’associazione Madhava con il Parco Archeologico di Paestum e Velia. Dal 30 giugno 2020 cultura orientale e occidentale si danno appuntamento a Paestum, con lo yoga nei templi. In calendario sono state fissate due lezioni a settimana – ogni martedì e giovedì – dalle 18 alle 19; prima lezione il 30 giugno 2020, presso l’area del “Parco dei Piccoli” nell’area archeologica di Paestum. A seguire i partecipanti ai corsi, ci saranno gli insegnanti Luciano Bufano e Stefania Zerella, entrambi professionisti di esperienza ventennale, che gestiranno direttamente le prenotazioni per le lezioni nei templi; l’accesso all’area archeologica sarà consentito previo acquisto del biglietto di ingresso giornaliero o con l’abbonamento Paestum&Velia – ancora in promozione a 20 euro – con il quale si potranno visitare i due siti archeologici di Paestum e Velia liberamente per un anno intero. Prenotazione obbligatoria. Per le lezioni del martedì contattare Stefania: 3384777750. Per le lezioni del giovedì contattare Luciano: 3383491264.

“L’idea di coniugare due culture differenti in uno scenario così suggestivo come il Santuario meridionale di Paestum è nata qualche estate fa”, dichiara il maestro, Luciano Bufano. “L’energia positiva che si percepisce tra le antiche mura di Paestum aiuta a far maturare quella pace interiore necessaria per praticare una disciplina come lo yoga. Tutti coloro che hanno partecipato alle scorse lezioni di yoga nei templi sono ancora oggi entusiasti: l’esperienza che si vive in un luogo così pregno di sacralità è indescrivibile e rappresenta uno spunto di crescita per tutti, compresi gli insegnanti”.

Padova. Prorogata di un mese la grande mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi”: 150 opere da tutta Europa, disegni e racconti per conoscere la vita, la storia e l’Egitto di un personaggio sui generis, il padovano Giovanni Battista Belzoni, esploratore, attore, ingegnere esperto di idraulica, scopritore dei templi di Abu Simbel, della tomba di Seti I, dell’accesso alla piramide di Chefren

La locandina della mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” a Padova fino al 28 giugno 2020: prorogata al 26 luglio 2020

Un altro mese, ancora un altro mese per una full immersion nell’Antico Egitto sulle orme del padovano Giovanni Battista Belzoni. La grande mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” curata da Francesca Veronese e da Claudia Gambino, con la quale la sua città natale ha voluto celebrare i 200 anni dal suo ritorno dall’Egitto esponendo al Centro Culturale Altinate San Gaetano di Padova reperti originali, disegni e racconti che narrano l’epopea di questo personaggio sui generis, avrebbe dovuto chiudere il 28 giugno 2020. La mostra dedicata all’esploratore Giovanni Battista Belzoni rimarrà aperta fino al 26 luglio 2020. L’evento è promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, dal Consorzio Città d’Arte del Veneto, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e organizzata dall’agenzia di comunicazione gruppo Icat. Turisti e cittadini di Padova e Provincia hanno quindi qualche settimana in più per conoscere le gesta eroiche di un personaggio straordinario che la mostra ha contribuito a far conoscere in tutta Italia e in Europa grazie all’afflusso di persone da ogni angolo del Paese e dall’estero. Fino al 26 luglio 2020 ci sarà la possibilità di visitare la mostra al Centro Culturale Altinate San Gaetano con particolari sconti e con un’offerta pensata per tutti (famiglie, bambini, gruppi): il biglietto intero sarà a 12 euro invece che 16 euro e i ridotti (quindi i ragazzi dai 6-17 anni, gli studenti universitari dai 18 ai 25 con presentazione documento appropriato, over 65, persone disabili dai 18 anni e convenzionati) saranno a 10 euro invece che 14 euro. La mostra sarà aperta giovedì e venerdì dalle 10 alle 18, sabato e domenica dalla 10 alle 20. È possibile, inoltre, prenotare visite guidate per i gruppi in qualsiasi giorno e orario di apertura; le visite guidate per singoli o gruppi inferiori a 10 persone sono attivate ogni venerdì alle 16, sabato e domenica alle 11 e alle 17. Informazioni e prenotazioni gruppi@legittodìbelzoni.it

Francesca Veronese curatrice della mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” a Padova (foto Graziano Tavan)

“La possibilità di prorogare di un mese la chiusura”, dichiara Andrea Colasio, assessore alla Cultura del Comune di Padova, “è un evento eccezionale, soprattutto perché non era scontato che i prestigiosi musei prestatori concedessero le loro opere. Turisti e visitatori potranno così fare esperienza ancora per qualche settimana della straordinaria vicenda umana e storica di Belzoni in un contesto di sicurezza. È anche un segno importante di ripartenza e di rinascita culturale per Padova e per tutti gli appassionati di storia e dell’Egitto”. E Claudio Capovilla, presidente di Gruppo Icat, anticipa: “Stiamo lavorando anche per ipotizzare un proseguo che coinvolga tutta la città. L’Egitto di Belzoni, infatti, è un progetto che ha vissuto in simbiosi con Padova, coinvolgendo ristoratori, aziende, istituzioni: su questo concept stiamo sviluppando delle idee che potranno prendere vita nei prossimi mesi. Pur avendo subito una chiusura prolungata, dovuta alla pandemia, la mostra è rimasta nei cuori delle persone e questo ci spinge a trovare nuovi modi per coinvolgere turisti e cittadini”.

Una sala della mostras “L’Egitto di Belzoni” (foto Icat)

Il padre della moderna egittologia. Un personaggio fuori dagli schemi che ha avuto il merito di far conoscere l’Egitto in Italia e in tutta Europa. Il padovano Giovanni Battista Belzoni (1778-1823) è stato esploratore, attore, ingegnere esperto di idraulica: è difficile racchiudere in una definizione una personalità esuberante che in pochi conoscono ma che ha contribuito in modo significativo a “importare” nel Vecchio Continente le meraviglie della terra dei Faraoni. Il percorso della mostra racconta la vita del “grande Belzoni” alternando sistemi di visita tradizionali, con teche e pannelli esplicativi, a momenti di grande impatto emotivo con il ricorso a tecnologie innovative, effetti multisensoriali e multimediale a effetto immersivo. Ricostruzioni ambientali e ricostruzioni evocative di oggetti di grandi dimensioni in scala reale suggeriscono l’entità delle imprese belzoniane anche dal punto di vista tecnico.

Il percorso espositivo diventa a tratti uno spazio scenico che coinvolge il visitatore in spettacoli teatrali e in giochi d’acqua virtuali; uno spazio in cui l’alternarsi di passaggi stretti e labirintici, evocativi del percorrere cunicoli all’interno delle sepolture, e di spazi più ampi suscita continuamente il desiderio vedere che cosa accadrà dopo. Il percorso è arricchito da postazioni multimediali interattive, con monitor touch screen, per approfondimenti su temi specifici. Una grande mostra con la ricostruzione fedele degli ambienti grazie ad affascinanti effetti speciali e innovative tecnologie digitali. Tema i tre viaggi compiuti lungo il Nilo agli inizi dell’Ottocento, molti i preziosi reperti presenti provenienti da diversi musei italiani ed esteri, alcuni dei quali esposti per la prima volta al pubblico. Un impatto emozionale forte, rappresentato dall’immersione del visitatore negli scenari che Belzoni si ritrovò davanti ai suoi occhi, per rivivere così, in una sorta di diretta, le esplorazioni e i ritrovamenti di allora. Grazie infatti alle inedite soluzioni tecnologiche creative e multimediali proposte dal team di artisti di DrawLight, scientificamente ideate, “costruite e allestite” per veicolare messaggi ed emozioni, il pubblico si trasforma magicamente in infiniti Belzoni. Si addentra nelle straordinarie tombe, nei meravigliosi templi, nel buio delle Piramidi, lottando per le fatiche e assimilando al tempo stesso il piacere della scoperta.

Giovanni Battista Belzoni nel ritratto del pittore Vincenzo Gazzotto conservato nei musei civici di Padova (foto Graziano Tavan)

Fino agli inizi dell’Ottocento nella vecchia Europa l’Egitto e la sua cultura millenaria erano una realtà pressoché sconosciuta. Le prime, importanti conoscenze iniziarono a diffondersi con la campagna napoleonica del 1798-1801: al seguito di Napoleone era partita, infatti, anche una folta commissione di studiosi con il compito di raccogliere e censire dati sull’archeologia, la storia e la natura di quelle terre lontane e misteriose. Dati poi destinati a confluire nella poderosa Description de l’Égypte pubblicata in più volumi a partire dal 1809. Il processo era solo all’inizio. Uno straordinario avanzamento nella conoscenza di tante realtà che oggi costituiscono mete ben note dei viaggi turistici in Egitto si deve a un padovano, un personaggio tanto eccezionale e ‘fuori dagli schemi’, quanto poco ricordato: Giovanni Battista Belzoni. Nato nel borgo del Portello nel 1778, Belzoni fu uomo dall’intelligenza acuta ed esploratore infaticabile; una figura che, per lo spirito di avventura e le ‘missioni impossibili’ affrontate, ha finito con l’ispirare perfino il mondo del cinema. Non molti sanno, infatti, che George Lucas, il regista di Guerre Stellari, quando nel 1981 creò l’Indiana Jones dei Predatori dell’arca perduta, lo fece pensando proprio alla vita del padovano Belzoni. Figlio di un barbiere, Giovanni Battista fin da giovane si sentì imprigionato in un mondo dagli orizzonti troppo angusti e, sedicenne, riuscì a lasciare l’ambiente padovano per avviarsi a Roma, la città eterna. Qui intraprese la via degli studi, dedicando particolare attenzione al settore dell’idraulica.

La seconda vita: attore e uomo di spettacolo. Dopo aver vissuto a Parigi, e poi in Olanda, nel 1803 approdò in Inghilterra, dove sposò una giovane donna di Bristol, Sarah Banne, ed entrò nel mondo dello spettacolo nella compagnia teatrale di Isac Dibdin. Era infatti divenuto un uomo dall’eccezionale altezza – era un gigante alto 2 metri e 10 – che si faceva notare anche per la bellezza. Avvenenza e prestanza fisica lo portarono a perfezionare sul palcoscenico un numero di abilità, la cosiddetta ‘piramide umana’, nel corso del quale, grazie a un’apposita cintura, riusciva a tenere sulle proprie spalle ben 11 persone. In questo ruolo divenne un personaggio molto popolare e si guadagnò l’epiteto di ‘Sansone Patagonico’. Spesso poi gli spettacoli si concludevano con giochi d’acqua di sua invenzione, molto apprezzati dal pubblico. Ma di questa fase della sua vita successivamente non andò fiero.

Modellino della macchina idraulica realizzata da Belzoni in Egitto (foto Graziano Tavan)

Il primo contatto con l’Egitto. Nel 1813 intraprese un viaggio in Spagna in compagnia di Sarah e del domestico James Curtin; di qui si spostò poi in altre zone del Mediterraneo. L’anno successivo, mentre si trovava a Malta, venne a sapere che il pascià dell’Egitto Mohamed Alì cercava degli europei in grado di sottoporgli un’invenzione utile a risolvere la siccità che affliggeva il paese. Fu così che Belzoni, grazie alle ottime conoscenze di idraulica, nel 1815 sbarcò in Egitto, progettò una macchina per l’irrigazione dei campi e la presentò al pascià. La macchina idraulica fu messa in moto, sia pure con qualche disavventura iniziale, ma il progetto finì con il naufragare a causa del malumore che suscitò tra la popolazione, allarmata nel vedere la manodopera soppiantata dalla macchina. Una volta giunto in Egitto, Belzoni iniziò a subire il fascino di una cultura tanto antica, quanto ancora quasi sconosciuta. In poco tempo conobbe diversi personaggi di rilievo: primo fra tutti Gian Luigi Burckhardt, studioso e noto orientalista svizzero, a cui lo legò una sincera amicizia. Conobbe poi Henry Salt, console inglese al Cairo e appassionato ricercatore di antichità, con cui i rapporti non furono sempre facili. Conobbe, infine, Bernardino Drovetti, console francese al Cairo, di origini piemontesi. Personaggio determinato, ex soldato napoleonico, anche Drovetti era un appassionato di antichità egizie. Inizialmente i rapporti tra i due furono buoni, poi finirono per guastarsi in modo irrimediabile.

Le scoperte archeologiche. Nel 1816 Belzoni decise quindi di intraprendere un viaggio lungo il Nilo, nel corso del quale rimase letteralmente abbagliato da ciò che andava vedendo. Primo a mettere piede in luoghi inesplorati, Belzoni si sottopose a sforzi fisici enormi, si adattò a vivere in condizioni estreme all’interno di tombe usate come riparo di fortuna, a soffrire il caldo, la sete e la fame. Ma il desiderio di scoprire, di comprendere e di documentare ebbe sempre il sopravvento. Al primo viaggio ne seguirono altri due, nel 1817 e nel 1818 e Sarah fu sempre al suo fianco. La sua arguzia, l’intelligenza e la forza fisica si unirono a una straordinaria capacità di dialogo con le popolazioni locali, da cui riuscì a ottenere l’aiuto necessario per compiere imprese al limite dell’impossibile. A lui si deve il trasporto del busto colossale del ‘giovane Memnone’ – in realtà Ramses II, dal peso di circa 7 tonnellate – da Tebe ad Alessandria e da lì a Londra, dove oggi campeggia al British Museum. A lui si deve anche il disseppellimento delle strutture templari di Abu Simbel, nella Nubia: voluti da Ramses II, i due templi, scavati nella roccia, nel corso dei secoli erano stati completamente ricoperti dalla sabbia. Dopo un lavoro estenuante, condotto a temperature al limite della sostenibilità fisica e con la riluttanza della manodopera, Belzoni riuscì ad entrare nel tempio principale il 1° agosto del 1817. Qui, sul muro settentrionale del santuario, appose la sua firma: un segnale indispensabile, vista la corsa alle antichità che si stava mettendo in moto, senza esclusione di colpi da parte dei partecipanti.

La sala dedicata alla scoperta di Abu Simbel con la sfinge a testa di falco conservata British museum di Londra (foto Graziano Tavan)

Ancora a Belzoni si deve il trasporto in Inghilterra dell’obelisco da lui rinvenuto nell’isola di File, oggetto di un’aspra contesa con Drovetti: un monumento alto quasi 7 metri, oggi esposto Kingston Lacy nel Dorset, che si rivelerà fondamentale per la decifrazione dei geroglifici. E ancora sono opera di Belzoni gli scavi nel tempio di Karnak e la scoperta di numerose tombe faraoniche nella Valle dei Re. Tra queste, la tomba Seti I, padre di Ramses II: una tomba sotterranea “grande e magnifica”, come egli stesso la definì, lunga circa 140 metri, dotata di 11 stanze, tutta rivestita di decorazioni e contente uno splendido sarcofago in alabastro. È ancora merito dell’esploratore padovano la scoperta del varco d’accesso alla piramide di Chefren, ritenuta fino ad allora impenetrabile. Dopo giorni di indagini, di osservazioni e tentativi, riuscì finalmente a capire dove scavare per entrare, per poi strisciare lungo cunicoli e corridoi fino alla camera sepolcrale. Anche qui egli pose la sua firma, a scanso di equivoci e rivendicazioni sulla scoperta: “Scoperta da G. Belzoni. 2.mar.1818”. E a lui si deve anche la scoperta di Berenice, ricca città carovaniera affacciata sul mar Rosso, di cui nei secoli era andata perduta la memoria.

Una delle due statue colossali della dea Sekhmet donate da Belzoni alla sua Padova (foto musei civici)

Il ritorno in Europa. Alla fine del 1818 Belzoni decise di rientrare in Europa a causa di dissidi e spiacevoli incidenti con Drovetti. Nel frattempo, per amore nei confronti della sua città natale, inviò a Padova due colossali statue in diorite raffiguranti la dea leontocefala Sekhmet, rinvenute durante gli scavi nell’antica Tebe: inizialmente collocate nel Salone del Palazzo della Ragione, oggi le due statue accolgono il visitatore nella sala dedicata a Belzoni del museo Archeologico. Rientrato in Europa, nel 1819 giunse a Padova, dove venne accolto con grande festa da cittadini e notabili padovani ed entrò in amicizia con l’architetto Giuseppe Jappelli, che si lasciò forse in parte suggestionare dai racconti belzoniani sull’Egitto quando progettò la sala egizia al piano nobile del Caffè Pedrocchi. Di seguito tornò a Londra e nel 1820 pubblicò in inglese il Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia and of a Journey to the Coast of the Red Sea, in search of the ancient Berenice; and another to the Oasis of Jupiter Ammon, una sorta di reportage delle sue esplorazioni in Egitto e in Nubia da cui emergono la grande conoscenza acquisita sull’antico Egitto, ma anche osservazioni e considerazioni di notevole rilievo.

Giovanni Battista Belzoni ritratto in una stamoa nelle fogge arabe dell’epoca

Di nuovo in Africa per scoprire le sorgenti del Niger. Divenuto un personaggio assai celebre, ma sempre inquieto e alla ricerca di nuovi orizzonti, nel 1823 decise di partire nuovamente per l’Africa. Questa volta ad attirarlo fu il versante occidentale. Molto si favoleggiava sulle sorgenti del Niger, allora sconosciute, e sulla città di Timbuctu: tutti gli esploratori che si erano addentrati lungo il corso del fiume, non avevano fatto più ritorno. Organizzata la spedizione, alla quale non prese parte la moglie Sarah, Belzoni sbarcò nel possedimento britannico di Cape Coast, con il commerciante John Houtson, il 22 novembre. Di lì, con un salvacondotto del Re del Benin, si avviò verso l’interno, ma il 3 dicembre morì a Gwato (Regno del Benin, oggi Ughoton, Nigeria), a 45 anni, in circostanze non del tutto chiare: forse un avvelenamento, ufficialmente una malattia tropicale. La notizia della sua morte arrivò in Europa 5 mesi dopo. La moglie Sarah gli sopravvisse per 47 anni e trascorse tutta la vita nel ricordo del marito, coltivandone la memoria.

La coppa d’oro di Djehuti conservata al Louvre di Parigi, già parte della collezione Droveti (foto Graziano Tavan)

A Padova reperti dal Louvre e dal Bristish Museum. La storia e le scoperte di Belzoni hanno avuto una grande eco in Europa. Prova ne è il fatto che sono esposte in prestigiosi musei a Londra e a Parigi. Dal British Museum, infatti, è arrivata a Padova una sfinge a testa di falco rinvenuta da Belzoni ad Abu Simbel: in mostra si possono vedere, accoppiati, sia il disegno che l’esploratore fece della sfinge sia il reperto vero e proprio. Dal Louvre, invece, è arrivata una coppa in oro, decorata a sbalzo, che faceva parte di un corredo funerario, e oggi parte della collezione Drovetti, il grande amico e nemico di Belzoni. Da Bristol arrivano invece alcuni disegni, realizzati a mano da Belzoni e da Alessandro Ricci, altro collega esploratore del padovano, che rappresentano le decorazioni della tomba di Seti I. Sempre appartenenti alla tomba di Seti I sono le statuette in legno da Bruxelles, mentre dalla Cambridge University Library sono in mostra alcuni disegni di Johann Ludwig Burckhardt, grande studioso e amico di Belzoni. Di Burckhardt c’è inoltre un interessante quaderno di grammatica araba, utilizzato all’epoca per comunicare con gli egiziani.

Il rilievo della dea Maat conservato al museo Egizio di Firenze (foto Maf)

Le 150 opere esposte – fra scritti, disegni, tavole e reperti – riscostruiscono un panorama suggestivo e inedito dell’Egitto: è, appunto, l’Egitto di Belzoni, quindi quello di inizio ‘800, territorio ancora tutto da esplorare e da conoscere che è stato luogo di amicizie e collaborazioni, ma anche di dispute fra i vari archeologi e personaggi che gravitavano nell’area del Nilo. In mostra, infatti, ci saranno sia reperti che raffigurano il grande culto delle divinità in Egitto, come la statuetta di Thot in forma di Ibis o il rilievo della dea Maat, ma anche alcuni frammenti che raccontano, per esempio, la centralità della musica nella cultura egizia. Infine, le tavole e i disegni che arricchivano il Narrative scritto da Belzoni con le raffigurazioni delle sue “imprese impossibili”: una graphic novel ante litteram, che ha di fatto reso famoso nel mondo, più che in Italia, la figura di Giovanni Battista Belzoni.

Il modello della piramide di Chefren in scala 1:15 realizzato per la mostra “L’Egitto di Belzoni” (foto Icat)

Al San Gaetano la ricostruzione della piramide di Chefren. È la sorpresa finale di tutto il percorso espositivo: nel grande atrio del San Gaetano è riprodotta in scala 1 a 15 la grande piramide di Chefren, alta circa 10 metri e con base di 15 metri. Fra le principali piramidi dell’area di Giza, e all’epoca di Belzoni ritenuta ancora impenetrabile, l’esploratore riuscì, dopo lunghi giorni di tentativi, a scoprire un varco di accesso. Una volta entrato, scavando e strisciando lungo i cunicoli e i corridoi arrivò alla camera sepolcrale dove pose la sua firma: “Scoperta da G. Belzoni. 2.mar.1818”.

A Ravenna riapre la Domus dei Tappeti di Pietra: ingressi contingentati con mascherina per ammirare i suoi splendidi pavimenti musivi di età bizantina

La Domus dei Tappeti di Pietra a Ravenna (foto fondazione Ravennantica)

Lockdown finito. La Domus dei Tappeti di Pietra riapre al pubblico. Sabato 27 giugno 2020, dalle 10, è possibile tornare a visitare a Ravenna la Domus dei Tappeti di Pietra e i suoi splendidi pavimenti musivi. L’ingresso, nel rispetto della normativa anti-Covid, è consentito su prenotazione a un massimo di 10 visitatori ogni 20 minuti. I visitatori hanno l’obbligo di indossare la mascherina chirurgica. Orari di apertura: tutti i giorni 10 – 18.30. Per prenotare: 0544-32512 oppure http://www.ravennantica.it. Info: http://www.domusdeitappetidipietra.it. Le porte della Domus si aprono non solo ai visitatori, ma anche alle guide turistiche, che possono effettuare le visite guidate alle seguenti condizioni: fino ad un massimo di 5 persone la visita si può effettuare senza l’uso di strumenti tecnologici; per i gruppi oltre le 5 persone, fino alla disponibilità massima di accesso nella fascia oraria prescelta, la visita è consentita con l’uso di strumenti tecnologici, di proprietà della guida, che si occuperà anche dell’igienizzazione degli stessi.

Il mosaico con la “Danza dei Geni delle Quattro Stagioni” nella Domus dei Tappeti di Pietra (foto fondazione Ravennantica)

La Domus dei Tappeti di Pietra è uno dei più importanti siti archeologici italiani scoperti negli ultimi decenni. Inaugurata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nell’ottobre del 2002, è stata insignita del Premio Bell’Italia 2004 e del Premio Francovich 2017. Collocata all’interno della settecentesca chiesa di Santa Eufemia, in un vasto ambiente sotterraneo situato a circa 3 metri sotto il livello stradale, è costituita da 14 ambienti pavimentati con mosaici policromi e marmi appartenenti ad un edificio privato bizantino del V-VI secolo. Di particolare interesse e bellezza i mosaici decorati con elementi geometrici, floreali e figurativi ritenuti unici, come nel caso della “Danza dei Geni delle Quattro Stagioni”, rarissima rappresentazione che mostra i Geni danzare in cerchio o come per la figura del “Buon Pastore”, ritratto in una versione differente dall’usuale rappresentazione cristiana.