Il museo Egizio di Torino con il brano “Méditation” per violino e archi di Jules Massenet apre la nuova stagione delle “Passeggiate musicali”
Con la “Méditation” per violino e archi, tratta dall’Opera “Thaïs” di Jules Massenet (1842-1912), il museo Egizio di Torino avvia una nuova stagione di “Passeggiate musicali” in collaborazione con Melos Arte Musica. Rappresentata per la prima volta all’Opéra Garnier di Parigi nel 1894, questa comédie lyrique in tre atti si svolge nell’Egitto del piacere, della perdizione e della redenzione, di un’Alessandria babelica e di un deserto in cui i monaci anacoreti riscoprono il contatto con Dio. Il brano proposto con Edoardo De Angelis (violino), Giuseppe Santoro (viola) e Manuel Zigante (violoncello) viene eseguito nel secondo atto, dopo che il monaco Athanaël ha affrontato la cortigiana Thaïs cercando di convincerla a seguirlo nel deserto dove potrà trovare la vera fede e la salvezza. Durante la meditazione, la donna sceglierà di convertirsi e di iniziare una nuova vita.
Parma. Il Complesso della Nuova Pilotta pubblica on line sul portale Internet Culturale il prezioso nucleo dei 35 manoscritti greci, realizzati tra il X e il XVIII secolo, tesoro della Biblioteca Palatina

Vi puoi trovare le “Storie” dello storico greco Tucidide, note anche come “Guerra del Peloponneso”, o versioni antiche dei Vangeli, o ancora un rarissimo “Etimologico” di Simone grammatico. Sono solo alcuni dei 35 manoscritti greci realizzati tra il X e il XVIII secolo, uno dei tesori conservati dalla Biblioteca Palatina di Parma, che ora il Complesso della Pilotta mette a disposizione on line degli studiosi e degli appassionati di tutto il mondo. È questo il risultato di un lavoro scientifico e un progetto culturale che ha richiesto anni di studi specialistici, interventi tecnici di alto livello e collaborazioni prestigiose (partner del progetto sono la Biblioteca Palatina e l’Università di Parma), con il sostegno economico di tre realtà di gran livello: la Chiesi Farmaceutici spa e la Dallara spa, che hanno garantito i fondi per la digitalizzazione dei preziosi manoscritti, e la ditta Memores di Firenze, che si è occupata dei passaggi tecnici imprescindibili per la pubblicazione delle immagini dei manoscritti. Il patrimonio librario della Biblioteca Palatina consta attualmente di circa 800mila volumi, di cui 6600 manoscritti (molti dei quali riccamente miniati), 3mila incunaboli, 15mila cinquecentine, 75mila lettere, 50mila stampe che documentano l’arte incisoria dal XV al XIX secolo.

Massimo Magnani, professore di Lingua e Letteratura Greca dell’università di Parma, è il responsabile scientifico del progetto, oltre che curatore del convegno di studi sui manoscritti greci della Palatina, realizzato in Biblioteca nel novembre del 2019. Il lavoro è stato svolto in collaborazione con la Direzione della Biblioteca Palatina. “Questa nuova apertura al mondo”, evidenzia Simone Verde, direttore del Complesso della Nuova Pilotta, “è un segno di come stiamo realizzando la Nuova Pilotta: non un fortino chiuso di sapere per pochi, ma una piattaforma dove i saperi vengono condivisi, con gli utenti e visitatori locali ma anche con coloro che a Parma non possono venire ma che vogliono conoscere i tesori incredibili della nostra Città. Ovunque essi siano”.

Il gruppo dei 35 manoscritti greci è stato pubblicato su Internet Culturale, portale di accesso al patrimonio delle biblioteche pubbliche e di prestigiose istituzioni culturali italiane, curato dall’Istituto centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche (ICCU). Si accede alla collezione con il seguente link: http://www.internetculturale.it/it/41/collezioni-digitali/29848/: Ogni singolo manoscritto può essere visualizzato, sfogliato, ingrandendo le pagine o particolari di pagina. Il dettaglio dell’immagine è altissimo, permettendo anche di cogliere il dettaglio fisico delle pergamene o delle carte sulle quali i testi sono stati scritti. La “esplosione” delle miniature, per altro bellissime, consente di percepire particolari che l’occhio umano non riuscirebbe a rilevare.


Paola Cirani, direttrice della Biblioteca Palatina
I 35 manoscritti greci della Palatina costituiscono un nucleo prezioso all’interno delle raccolte palatine. Sono presenti nei due fondi principali: Fondo Palatino (11) e Fondo Parmense (24). “On line è l’intera raccolta di manoscritti greci della nostra biblioteca”, afferma direttrice della Palatina, Paola Cirani. “Opere preziose e di enorme interesse, imprescindibili per studiosi di diverse discipline. 11 di essi provengono dal Fondo Palatino, nato dalla raccolta iniziata a Lucca dai Duchi di Borbone, che riunirono manoscritti acquistandoli da importanti collezioni private, come quella dei tre cardinali della famiglia Buonvisi. Uno dei pezzi più preziosi è il Ms. Pal. 5, sontuoso Tetraevangelo, datato intorno all’anno Mille. Altri 24 manoscritti appartengono al Fondo Parmense, dove si trovano grazie all’opera di Paolo Maria Paciaudi (1710-1785), primo bibliotecario della Palatina, e di Giovanni Bernardo de Rossi (1742-1831), artefice della raccolta di quel fondo ebraico di manoscritti e stampati, che rende unica a tutt’oggi la Biblioteca. Tra i tesori di questo fondo vi è il Rotolo in pergamena (Ms. Parm. 1217/2), riunito con altri tre in una custodia, arricchita dallo stemma impresso in oro di Ferdinando di Borbone, oltre all’Etimologico di Simone Grammatico, opera di valore inestimabile”.
Nel Foro Romano sorge il tempio di Saturno, uno dei culti più antichi. I romani dal 17 al 23 dicembre celebravano i Saturnali. Il Parco archeologico del Colosseo li ricorda con “Saturn” del poeta Gabriele Tinti

Il Tempio di Saturno, il cui giorno di dedica è il 17 dicembre, rappresenta uno tra i più antichi luoghi di culto nel Foro Romano: si erge con le maestose colonne sul lato del Foro alle pendici del Campidoglio ed era sede dell’Aerarium del popolo romano, il tesoro dello Stato. L’iscrizione conservata ricorda un restauro del tempio eseguito già in età imperiale, in seguito a un incendio. Dal 17 al 23 dicembre si celebravano i Saturnali che iniziavano con grandi banchetti e sacrifici. I partecipanti usavano scambiarsi l’augurio io Saturnalia, accompagnato da piccoli doni simbolici, detti strenne. Durante questi festeggiamenti era sovvertito l’ordine sociale: in un mondo alla rovescia, gli schiavi potevano considerarsi temporaneamente degli uomini liberi. Tuttavia la connotazione religiosa della festa prevaleva su quella sociale e di “classe”. Il “princeps” personificava una divinità infera, da identificare di volta in volta con Saturno o Plutone, preposto alla custodia delle anime dei defunti, ma anche protettore delle campagne e dei raccolti. In epoca romana si credeva che tali divinità, uscite dalle profondità del suolo, vagassero in corteo per tutto il periodo invernale, quando cioè la terra riposava ed era incolta a causa delle condizioni atmosferiche. Dovevano quindi essere placate con l’offerta di doni e di feste in loro onore e indotte a ritornare nell’aldilà, dove avrebbero favorito i raccolti della stagione estiva.
Alcuni aspetti, dunque, come l’uso di scambiarsi dei piccoli doni, nella ricorrenza dei Saturnali richiama quella delle attuali festività natalizie: il Parco archeologico del Colosseo coglie l’occasione di celebrare il dio Saturno con l’attore britannico Stephen Fry che, per il ciclo #CantidiPietra, legge “Saturn” dello scrittore e poeta Gabriele Tinti. Il montaggio video è di Mario Cristofaro; le riprese da drone di ASSO Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione; le musiche di Massimo Pupillo
#buonconsiglioadomicilio. Annapaola Mosca dei Servizi Educativi del museo del Buonconsiglio ci racconta l’antico sarcofago di piazza Mostra a Trento, con monete, balsamari e ampulla vitrea

Nuovo appuntamento con i video buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Annapaola Mosca dei Servizi educativi ci racconta la storia di alcuni balsamari romani in vetro trovati sul finire dell’Ottocento in un antico sarcofago che oggi si trova in piazza della Mostra di fronte al castello del Buonconsiglio.
In una sala di Castelvecchio, nucleo medievale del castello del Buonconsiglio, è conservato un balsamario di vetro verde-azzurro. “Il balsamario realizzato in vetro soffiato con il corpo tronco-conico arrotondato e l’alto collo cilindrico”, spiega Mosca, “è stato ritrovato, come ci informano i dati di archivio, in piazza della Mostra il 12 maggio 1860. Lo storico Michelangelo Mariani ci informa che piazza della Mostra, sottostante il Castello, nel XVII secolo era uno spazio multifunzionale adibito a giostre o tornei. Ma in età romana, l’area ora occupata da piazza della Mostra vicina all’anfiteatro, a giudicare dai dati archeologici, poteva essere un luogo destinato a necropoli. Due manufatti di età romana si trovano attualmente di fronte alla porta detta di San Vigilio del Castello del Buonconsiglio. Sono un’ara in pietra rossa e un sarcofago. Mentre dell’ara non abbiamo al momento delle notizie precise circa la sua provenienza, dai dati di archivio e da uno scritto del 1861 sappiamo che il sarcofago era stato scoperto in piazza della Mostra e scoperchiato il 12 maggio 1860. Un disegno del sarcofago in piazza della Mostra è riportato nel testo dello storico Lodovico Oberziner sui resti del 1883. Il nostro esemplare ha il coperchio conformato a tetto a doppio spiovente con quattro tegole piane ricoperte da coppi e con quattro acroteri agli angoli. Il sarcofago rientra in una classe di manufatti diffusi tra il II e il III sec. d.C. La decorazione è infatti caratterizzata da una tabella centrale affiancata da due arcate laterali delimitate da una semplice modanatura. Il sarcofago ricordava vagamente un tempio o un’abitazione in quanto veniva a essere la casa del defunto. Considerati i costi del materiale, il sarcofago era un oggetto destinato a personaggi che avevano ricoperto un ruolo importante quando erano in vita”.

Da questo sarcofago sono state estratte delle monete molto corrose e quattro recipienti vitrei che sono stati inseriti nelle raccolte municipali. “Questi recipienti”, continua Mosca, “venivano a costituire il corredo funerario e avevano valore rituale in quanto probabilmente erano stati impiegati nel rito della deposizione. Sono recipienti molto delicati e preziosi in vetro soffiato e sono giunti intatti perché protetti dalla cassa del sarcofago. Tre di questi, qualificati come balsamari o lacrimatoi, sono sostanzialmente simili e trovano una particolare diffusione in età imperiale romana. Erano destinati a contenere balsami o unguenti potenziati spesso con essenze naturali e olii. Potevano essere aggiunti sale, resina, gomma per limitare l’evaporazione, come ci racconta Plinio nella Naturalis Historia. Il quarto recipiente vitreo estratto dal sarcofago è l’ampulla in vetro verde-azzurro dal lungo collo cilindrico realizzata appositamente per limitare l’evaporazione del contenuto. Generalmente sarcofagi di queta tipologia erano corredati da un’epigrafe: un’eventuale iscrizione potrebbe essere stata abrasa intenzionalmente per poter riservare il sarcofago alla deposizione di ulteriori defunti”.
Egitto. Aperto a Sharm el-Sheick il nuovo museo, il primo di antichità: 5200 manufatti sulla civiltà dei faraoni. “Per i turisti la possibilità di godere spiagge e cultura”
Il 2020, questo anno terribile caratterizzato dalla pandemia che ha causato vittime in tutto il mondo, è agli sgoccioli. È tempo di bilanci. Per l’Egitto c’è anche qualche segno positivo. Grandi scoperte archeologiche, grandi musei in cantiere sulla dirittura d’arrivo, e nuovi musei aperti al pubblico o, meglio, pronti ad accogliere il pubblico quando potrà tornare a visitare la terra dei faraoni come una nuova offerta culturale. È il caso del nuovo museo di Sharm el-Sheick, inaugurato il 31 ottobre scorso (2020) dal presidente della Repubblica araba d’Egitto. È il primo museo di antichità nella città costiera di Sharm El-Sheikh, famosa in tutto il mondo per il suo sole e le pittoresche spiagge sabbiose sul mar Rosso. Oltre 5200 manufatti raccontano la storia dell’ascesa della civiltà egizia e fanno luce su come gli egiziani vissero in coerenza con la natura e convissero con le sue numerose creature che santificarono. L’apertura di questo museo è in linea con il piano del Ministero per integrare il turismo del tempo libero e della cultura, per offrire ai turisti una miscela unica in cui possono godersi le spiagge e le attività marine e allo stesso tempo dare uno sguardo alla grande civiltà egizia. Lo slogan non lascia dubbi: museo di Sharm El-Sheikh …. Cultura in riva al mare.
“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Quinta puntata: la Domus Flavia, il palazzo per eccellenza

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino. In questa quinta puntata si parla della Domus Flavia, il palazzo per eccellenza.

Con l’evolversi della figura del princeps e con il ruolo politico che andava man mano assumendo cambia anche la configurazione funzionale del palazzo dell’imperatore. Il processo inizia con l’introduzione del nuovo sistema politico proposto da Augusto che prevedeva la gestione di nuovi servizi dello Stato da parte del princeps. Questo comportò man mano l’espansione del palazzo imperiale che richiedeva più spazio per uffici e archivi ma anche ambienti per svolgere le cerimonie della salutatio e del convivium, le due funzioni pubbliche per eccellenza. Con Domiziano, l’ultimo dei Flavi, si arriva alla costruzione di un palazzo imperiale che occupa l’intero colle e che doveva, fisicamente e materialmente, sovrastare i comuni mortali, quasi una dimora celeste. Nasce così una nuova tipologia architettonica: il palazzo dinastico.

Il complesso residenziale si articola principalmente in due settori: uno pubblico, la Domus Flavia, ed uno privato, la Domus Augustana, costruiti e progettati, secondo le fonti, da Rabirio, uno dei pochi architetti romani di cui conosciamo il nome. La denominazione di Domus Augustana, utilizzata oggi per indicare solo il settore privato della residenza, doveva in realtà indicare tutto il complesso, che occupava la zona meridionale del colle, per distinguerlo dal settore a Nord conosciuto come Domus Tiberiana.

Non tradendo la funzione abitativa del colle, la residenza degli imperatori andò a sovrapporsi, e ovviamente obliterò, il quartiere abitativo tardo-repubblicano e parte delle residenze neroniane. Osservando oggi l’imponenza dei resti in laterizio, possiamo solo immaginare come si presentasse l’antica e ricca residenza un tempo rivestita di marmi policromi, con ampi cortili colonnati e numerose stanze affrescate: tutti questi elementi giocheranno un ruolo fondamentale nella formazione di un nuovo linguaggio architettonico. Questo grande intervento delineò una nuova fisionomia del colle: per la sua costruzione furono innalzati cumuli di terra e realizzati terrazzamenti che modificarono l’assetto originario del terreno, creando così “una dimora alta come il cielo”, come ci racconta Marziale (Epigr. VIII, 26. 12).

Le strutture della Domus Flavia, ai nostri occhi così imponenti e maestose, non dovevano comunque essere “abbastanza” come residenza privata dell’imperatore. Grazie a quanto riportato da Svetonio, capiamo infatti che gli imperatori, a partire dal primo della dinastia Flavia, non risiedevano in modo stabile sul Palatino, ma commissionavano anche costruzioni di residenze lussuose fuori dall’Urbs dove soggiornavano per lunghi periodi.

Così il fulcro della Domus Flavia era costituito di fatto dagli spazi destinati ai momenti pubblici. Su un maestoso peristilio, con al centro una grande fontana ottagonale, si affacciavano vari ambienti: a settentrione l’Aula Regia dove dovevano tenersi le udienze e gli incontri ufficiali della corte imperiale e, a Ovest dell’Aula Regia, la Basilica; sul lato meridionale la sala da pranzo dell’imperatore: la celebre Cenatio Iovis. Qui gli invitati mangiavano sdraiati sui triclini mentre erano allietati da giochi d’acqua e, quando necessario, godevano della sala riscaldata: questo era possibile grazie a un sistema con doppio piano pavimentale (suspensurae) che permetteva la circolazione di aria calda.
“Lapilli sotto la cenere”. Con la 14.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano, inizia a portarci alla scoperta della Casa dei Rilievi dionisiaci, nella zona nord-occidentale dell’antica Ercolano. Prima parte: terrazza sull’avancorpo e terrazza mediana

Con la 14.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” dedicata all’esplorazione di realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili al pubblico, il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, inizia a portarci alla scoperta della Casa dei Rilievi dionisiaci, nella zona nord-occidentale dell’antica Ercolano. In questa prima parte, si esplorano la terrazza sull’avancorpo che dava sul mare, e la terrazza mediana della Casa dei Rilievi dionisiaci.
Gli edifici più panoramici dell’antica Ercolano si affacciavano sul fronte a mare. Anche all’estremità settentrionale troviamo un complesso che è articolato su terrazze: è la Casa dei Rilievi dionisiaci. “Questo complesso – spiega Sirano – non è stato completamente scavato, ma da quello che riusciamo a vedere sappiamo che aveva una zona che affacciava direttamente, anche se ora non si vede bene perché lo scavo deve essere ancora completato. C’è una terrazza intermedia e una terrazza superiore. L’edificio si completava con un grande porticato che si trova oggi nella parte ancora non scavata, ma che fu esplorata durante gli scavi borbonici. Esplorare una zona di Ercolano antica solo parzialmente scavata deve comportare uno sforzo di fantasia. In questo momento siamo sulla terrazza che guardava verso il mare, che oggi non possiamo vedere perché è spostato di un chilometro più a valle, e ci troviamo all’interno della Casa dei Rilievi dionisiaci, una casa caratterizzata dalla presenza di un grande vano, un salone di rappresentanza, e da un padiglione che affacciava proprio sul mare in maniera panoramica”.

Anche se siamo all’interno di uno scavo archeologico che deve continuare, si riesce a capire bene dove ci si trova: un grande salone, con una pavimentazione di lusso fatta con lastre di marmo. “Ecco i negativi delle lastre che erano state strappate perché evidentemente prima del 79 d.C. qui si stavano svolgendo dei lavori di restauro”, fa notare Sirano. “Attraverso delle porte finestre, anch’esse dovevano avere una soglia di marmo, di materiale prezioso, si passava in un porticato con un pavimento a mosaico e dei pilastri di mattoni rivestiti di stucco bianco, che forma delle scanalature e imita delle colonne di marmo. Il peristilio, questo colonnato, circondava per intero l’avancorpo della villa. Superato il colonnato ci troviamo su una larga terrazza che circonda l’intero avancorpo, panoramica, da cui si godeva della brezza e della vista sul mare. È impressionante guardare le sezioni esposte dello scavo, perché si possono leggere in crollo quelli che erano i muri perimetrali e i piani superiori della casa. La furia con cui il vulcano si è abbattuto su questa casa la vediamo anche nelle stanze retrostanti il salone che si affacciava verso il mare. Qui infatti abbiamo un corridoio il cui pavimento si è letteralmente ribaltato in una voragine che si era creata al momento del cataclisma connesso all’eruzione. Grazie a questo conosciamo ora anche molto bene questo muro che foderava il fronte del promontorio su cui era articolata la casa nelle sue varie terrazze. Impressionante è anche il crollo delle pareti che davano verso il mare. Queste erano formate da muri in laterizio con il loro rivestimento in intonaco dipinto. E si vedono anche i resti delle travi di legno che formavano sia materiale da costruzione, sia – come in questo caso – cornice e il resto della finestra che è stata abbattuta durante l’eruzione del 79 d.C.”.

Una volta passati dalla terrazza sull’avancorpo, che guardava panoramicamente al mare, alla terrazza mediana, si trovano altri ambienti sia con l’affaccio verso il mare, sia più all’interno. Tutti ambienti sontuosi, comunque molto grandi: avevano pavimenti in marmo ancora una volta strappati durante i lavori di restauro precedente all’eruzione del 79 d.C. E una grande apertura verso il salone principale della casa. Subito di lato al salone un cortile era un pozzo di luce utilizzato sia dagli ambienti interni – grazie a una finestra – sia dal salone, dove pure si vede l’imposta di un grande finestrone. E vi si affacciava anche un oecus, un ambiente di soggiorno di cui vediamo una finestra che pure prendeva luce e aria dal cortile. Sul lato Nord del cortile una vasca con al centro lo zampillo d’acqua che fu utilizzato dal momento in cui anche questa casa poté essere allacciata all’acquedotto. In un primo momento infatti fu utilizzata l’acqua che veniva raccolta e che le coperture durante la pioggia restituivano”.
“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella settima clip del museo Egizio protagonista Vercelli e Virginio Rosa, giovane archeologo cui si devono molte scoperte importanti per il museo Egizio
Settima tappa, Vercelli. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Vercelli con la settima delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La settima puntata è dedicata a Vercelli e Virginio Rosa (1886-1912), giovane archeologo cui si devono molte scoperte importanti per il Museo Egizio, raccontata in piemontese da Giovanni Tesio dell’università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. Nel 1910 partì da Genova per la sua prima ed unica spedizione archeologica in Egitto. Le ricerche si svilupperanno nei siti di Gebelein e Assiut, consentendo il ritrovamento di molto materiale archeologico, tra cui le tombe di Iti e Neferu, di Ini e degli Ignoti. Virginio Rosa morirà a soli 26 anni poco tempo dopo il suo rientro in Italia, il 20 febbraio del 1912.

1894, Varallo Sesia, provincia di Vercelli. Un bambino dall’aria disorientata si aggira nelle sale del museo di Scienze Naturali, fondato quasi trent’anni prima da Pietro Calderini, un sacerdote naturalista. Il (fiolin) è Virginio Rosa (1886-1912) che ha perso da poco il papà e con la mamma e suo fratello ha dovuto lasciare la bella casa di Pinerolo, vicino a Torino, per ritornare nella modesta dimora della madre, originaria della Val Sesia. L’unico svago lo trova qui, circondato da migliaia di coleotteri ben ordinati, con un formidabile erbario di oltre mille esemplari di piante e centinaia di reperti archeologici che gli consentono di fantasticare sulla vita in età preistorica, greca e romana. Ed è in una saletta appartata che si accende la passione per l’antico Egitto: il piccolo Virginio è attratto da una mummia di gatto con lo sguardo dolce e da numerosi oggetti che portano la sua immaginazione verso Oriente. È un ragazzo curioso e di talento, torna a Torino per studiare. Si laurea in chimica, scrive di scienza e di storia e si dedica alla botanica, ma la civiltà egizia continua a essere la sua grande passione che coltiva al museo Egizio, diretto da Ernesto Schiaparelli. E sarà proprio l’egittologo a dare una svolta alla sua vita. Virginio Rosa diventa suo collaboratore e nel 1910 parte per l’Egitto, perché è proprio il direttore del museo ad affidargli gli scavi di Gebelein e Assiut: nonostante la sua scarsa esperienza, l’anziano egittologo ha in stima la sua solida formazione scientifica e la sua abilità di fotografo, che sarà preziosa sul campo. È grazie al patrigno Secondo Pia, primo professionista ad aver fotografato la Sindone, che Virginio Rosa è in grado di documentare ogni giornata di scavo e ciascuna scoperta, come la tomba monumentale di Iti e Neferu, decorata con magnifiche pitture. Ai suoi occhi sono come fotografie a colori che raccontano nei particolari la vita e alcuni riti degli antichi egizi. Scoprendo quella tomba pensa al padre e all’aldilà, da cui di certo il genitore veglia su di lui. Lo sente vicino. Virginio è un giovane uomo, con occhi intensi e pieni di meraviglia. Il ritmo dei lavori è estenuante, ma l’entusiasmo e la responsabilità che vive non gli consentono di rallentare, di riposarsi, di prendersi cura di sé. “Vento freddissimo, cielo coperto, di notte piove e di giorno pioviggina”, scrive in una lettera a Schiaparelli confermandogli che comunque gli scavi vanno avanti. Ed è proprio quell’incapacità di sentire la stanchezza che gli toglie la vita. Rientra in Italia già malato e, a soli 26 anni, Virginio Rosa muore, lasciando un’eredità di pochi oggetti ma testimonianze straordinarie, che raccontano ancora oggi le sue imprese e la grandezza di una civiltà immortale.
Museo dell’Alto Medioevo “Alessandra Vaccaro” di Roma-Eur: “Domande & Risposte. I funzionari dell’alto Medioevo incontrano il pubblico”

Il museo dell’Alto Medioevo “Alessandra Vaccaro” è stato inaugurato nel 1967 nel Palazzo delle Scienze all’Eur ed espone, per la maggior parte, oggetti provenienti da Roma e dall’Italia centrale. Il percorso inizia con la Roma tardoantica a cui seguono le testimonianze dell’occupazione longobarda in Umbria e nelle Marche. Un importante gruppo di rilievi marmorei testimonia la successiva età carolingia. Rilievi e tessuti copti offrono un esempio significativo della produzione artistica dell’Egitto tardoantico e altomedievale. Il percorso si conclude con la straordinaria decorazione in opus sectile (intarsio di marmi colorati) che ornava la sala di rappresentanza di una villa (domus) monumentale fuori Porta Marina a Ostia.

Non siete mai stati all’Eur a visitare questo museo unico nel suo genere, oppure volete saperne di più sulle collezioni e i tesori esposti, non perdetevi l’occasione offerta dal museo delle Civiltà a Roma Eur, di cui fa parte il museo dell’Alto Medioevo, con “Domande & Risposte. I funzionari dell’alto Medioevo incontrano il pubblico”. Giovedì 17 dicembre 2020, dalle 10 alle 14, i funzionari del settore dell’alto Medioevo “A. Vaccaro” propongono un incontro online col pubblico sui seguenti temi: i Longobardi nel museo dell’Alto Medioevo; l’opus sectile di Porta Marina a Ostia; la peste del 1348: angosce e paure, similitudini con la pandemia COVID 19. Le domande agli esperti del museo possono essere poste collegandosi al seguente link: meet.google.com/qpa-xxuo-kgf.







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