Pompei. Primi quattro video “Lungo le strade di Pompei” con sottotitoli in italiano per la massima inclusione alla fruizione del patrimonio. Ilaria Donati (CoopCulture) ci fa conoscere il Foro, l’Edificio di Eumachia, la Basilica e la Fullonica

Il Parco archeologico di Pompei in occasione della “Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità” in programma il 3 dicembre 2020 aveva proposto una serie di iniziative per promuovere l’importanza dell’accesso al patrimonio culturale secondo i principi della massima inclusione di ciascun cittadino, senza limitazioni o distinzioni. Tra queste la rubrica “Lungo le strade di Pompei” , che settimanalmente illustra i principali edifici di Pompei, attraverso il racconto di una guida, con la collaborazione di CoopCulture nell’ambito delle attività didattiche del Parco. I video sono sottotitolati in italiano, con l’auspicio di rendere più immediata la comprensione alle persone con difficoltà uditive e garantire la massima inclusione di tutti i cittadini alla fruizione del patrimonio culturale. Ecco i primi quattro video: Ilaria Donati, guida di CoopCulture, ci accompagna a conoscere il Foro, l’Edificio di Eumachia, la Basilica, e la Fullonica.
Il Foro. “Siamo a Pompei, un sito che non ha bisogno di presentazioni”, spiega Ilaria Donati. “La conosciamo in tutto il mondo come la città romana seppellita dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Iniziamo la visita dal Foro, il luogo più importante della città, dove si svolgevano quelle attività civiche, di incontro, di scambio, politico, giudiziario e soprattutto commerciale e religioso. Su un lato corto c’è il Capitolium, infatti, il tempio più importante della città, dedicato alla triade capitolina: Giove, Giunone e Minerva, di cui erano esposte le statue. Questo ampio spazio rettangolare era posto sul crocevia di strade importantissime: verso Nord la via portava alle saline, verso Sud al porto. Qui si sviluppa il centro civico intorno al quale vi erano templi, come il tempio di Apollo e il già citato Capitolium al centro, e poi le botteghe, il Macellum, importante mercato con la rivendita del pesce, il tempio dedicato al culto imperiale e l’edificio di Eumachia, un edificio molto importante di cui parleremo nella prossima clip”.
L’Edificio di Eumachia. “L’edificio di Eumachia”, ricorda Ilaria Donati, “affacciava sul Foro. Eumachia era una sacerdotessa di Venere, come lei stessa dichiara nell’iscrizione che era sulla fronte dell’edificio; e lei stessa, a sue spese, e a nome del figlio, dedica questo luogo ai cittadini. Si tratta di una grande area rettangolare con un’abside sul fondo dove doveva essere la statua di culto dedicata alla Concordia cui questo luogo era dedicato. Alle spalle dell’esedra, dove era la statua di culto, vi era un criptoportico dove è stata ritrovata la statua di Eumachia, oggi conservata al museo Archeologico di Napoli. Il luogo era probabilmente un luogo di fiera. È stato ipotizzato che fosse il riferimento per i fullones, cioè coloro che trattavano i tessuti, li sgrassavano, li lavavano; e probabilmente questa corporazione aveva come riferimento cultuale Eumachia. All’ingresso dell’edificio si trova un piccolo ambiente con un pianerottolo sotto il quale era impostata una grande giara, un dolium, dentro il quale si ipotizzava si raccogliessero le urine che poi i fullones potevano utilizzare per i trattamenti dei tessuti. In realtà, molto probabilmente, leggendo Vitruvio, sappiamo che questo luogo si utilizzava per dare annunci al pubblico. Quindi l’araldo sedeva sul pianerottolo e sfruttava l’amplificazione data dalla giara per far sentire la propria voce e dare annunci. All’ingresso di questo edificio si trovavano nicchie con le rappresentazioni di Enea e Romolo e le relative iscrizioni che elogiavano le loro gesta: quindi qualcosa che aveva riferimento diretto alla città di Roma, al Portico di Ottavia, dove riscontriamo molte corrispondenze. L’ingresso è ancora decorato con uno splendido portale in marmo pentelico con un fregio a girali d’acanto, una decorazione di una natura abitata che dà il senso dell’età dell’oro e della vita che era celebrata proprio durante l’età augustea: non è un caso che questa decorazione abbia un diretto riferimento proprio nell’Ara Pacis a Roma”.
La Basilica. “Nell’angolo sud-occidentale del Foro”, riprende Ilaria Donati, “si apre un grande edificio detto Basilica. Il nome ci riporta alle nostre chiese, alle chiese paleocristiane, che proprio a questa tipologia di edificio romano si sono ispirate, cioè un grande ambiente diviso in navate da grandi colonne, come si vede bene anche a Pompei. La Basilica è il luogo dove i Romani discutevano le cause civili, quindi un tribunale. Il tribunale era nella parte superiore dell’edificio, mentre in quella inferiore c’era una grande piazza porticata, dove presumibilmente vi erano attività commerciali, scambi, incontri. Immaginiamoci questo luogo come tra i più brulicanti della città di Pompei. L’edificio è ancora decorato in primo stile. È qui che si conserva quello stile che è andato perduto nella maggior parte della città per effetto del terremoto del 62 d.C. che ha semidistrutto questa città e portato alla ristrutturazione di quasi tutti gli edifici. Invece qui il primo stile, con la sua finta incrostazione marmorea, si conserva. Si conserva anche un graffito, una piccola curiosità, di un lettore stanco che prende in giro i politici e dichiara: mi meraviglio muro che non sei caduto sotto il peso delle sciocchezze”.
La Fullonica. “La Fullonica”, spiega Ilaria Donati, “era la lavanderia di Pompei, che prende il nome dai Fullones, coloro che si occupavano di sbiancare e sgrassare i tessuti. Per questo una domus è stata trasformata dal proprietario Stephanus in una lavanderia. In che modo? L’impluvium, ovvero la vasca bassa che caratterizzava l’atrio delle case romane, è stato rialzato ed è diventato una vasca per lavare i panni. La parte superiore del tetto, che normalmente è a scivolo per la raccolta dell’acqua piovana, è stato chiuso ed è diventato una terrazza per asciugare i panni. L’oecus, la stanza del soggiorno, ha perso la sua funzione, ancorché elegantemente decorato ha cambiato la sua funzione, e il viridarium (il giardino), ovvero la parte posteriore della casa, è diventato il luogo dove c’erano le vasche per lasciar decantare e sgrassare i panni. Questa centralità della bottega, che si trova proprio nel cuore di via dell’Abbondanza, indica quanto fossero importanti le attività tessili, tra le quali anche le botteghe tintorie e le concerie, e quanto questa corporazione dei Fullones fosse importante per l’economia della città. Con l’idea di offrire ai visitatori un museo a cielo aperto, è stata riprodotta la cucina utilizzata dai Fullones. Vediamo il piano di cottura sul quale era la brace con le pentole poste sui treppiedi, ancora pentole appese alle pareti, e tutto quello che era necessario per cucinare un buon pranzo nei momenti di pausa dal lavoro”.
Torino. “Lettera aperta” della restauratrice Sara Aicardi sulla campagna “Prenditi cura di ME” per sostenere la ricerca, lo studio e il racconto dei reperti del museo Egizio: “Con il mio lavoro conservo e tramando la storia. Puoi farlo anche tu”

Si chiama “Prenditi cura di ME”, dove il ME sta per Museo Egizio: è la campagna lanciata durante le Festività dal direttore Christian Greco con una lettera aperta ad appassionati, a potenziali visitatori, o semplicemente a persone sensibili per sostenere il museo Egizio. “In questo anno così complesso per tutti, abbiamo dovuto affrontare nuove sfide e darci nuovi obiettivi. La ricerca non si è interrotta neppure un giorno e continuiamo a prenderci cura delle collezioni custodite nelle sale per raccontarvi le vicende di un passato che ci guida nel futuro. Per far proseguire il viaggio di questa astronave del tempo che è il Museo Egizio, ti invitiamo a salire a bordo: DONA ORA”. Questa volta la lettera aperta la spedisce Sara Aicardi, restauratrice del museo Egizio. Sempre accompagnata con un video. Per qualunque informazione su come sostenere il museo Egizio, basta scrivere all’indirizzo: sostieni@museoegizio.it

Sara Aicardi, restauratrice del museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

Ciotola con semi, noci e pesci essiccati, prodotti tipici dell’alimentazione Egizia, parte del corredo della Tomba di Kha al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)
“Mi interrogo spesso su cosa spinga le persone a venire al museo Egizio”, scrive Sara Aicardi. “La risposta che mi do è che in questo museo si parla della nostra umanità, e non c’è nulla di più umano degli oggetti custoditi in queste sale, così simili a quelli che utilizziamo noi tutti i giorni ma così lontani nel tempo. Ogni reperto cela una storia, e io sono orgogliosa di contribuire alla salvaguardia di questa incredibile collezione. Mi chiamo Sara, sono una restauratrice specializzata in ceramica, vetro e metalli. Ho deciso di intraprendere questa strada in terza media, quando ho incontrato il mio professore di educazione artistica. È stato lui a farmi innamorare dell’arte, da lì ho capito che la mia vocazione era prendermene cura. Oggi, lavoro al museo Egizio nell’ufficio preposto alla conservazione e alla diagnostica. I reperti sono i protagonisti delle mie giornate. Sono custode del loro riposo e, quando necessario, li risveglio dal loro sonno durato millenni. Essere una restauratrice mi consente di vedere da vicino il materiale, andando oltre l’estetica dell’oggetto per arrivare a capire la sua vera natura. La simbiosi che si viene a creare tra me e il reperto è tale da permettermi di comprendere i suoi mutamenti o alterazioni. Passeggiando tra le sale museali è possibile vedere centinaia di oggetti in ceramica, possono sembrare tutti uguali ma ognuno è un frammento di vita. Un semplice vaso o una ciotola riescono a raccontare storie millenarie. E a volte, perfettamente conservati al loro interno, troviamo anche pane, frutta, verdure e granaglie, giunti fino a noi dopo aver attraversato i secoli. Questa ciotola ad esempio contiene semi, noci e pesci essiccati, prodotti tipici dell’alimentazione Egizia. Non è così diversa da quella che potremmo portare noi in tavola oggi, vero? Il senso di quotidianità e condivisione che emana sopravvivono allo scorrere del tempo attraverso gli occhi di chi ammira questo reperto, e riconosce in esso un breve fotogramma della sua vita. Garantire la trasmissione di una memoria che appartiene a tutta l’umanità è una grandissima e meravigliosa responsabilità, che a mio avviso è un poco di tutti noi. Con il mio lavoro conservo e tramando la storia. Puoi farlo anche tu: con una donazione puoi, insieme a me, preservare questi fragili reperti e dar loro voce, così che possano continuare a parlare alle generazioni che verranno. Grazie, di cuore”.
“ADRIA. La scrittura nella città di frontiera”: è il tema sviluppato nell’ultima tappa del progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con le iscrizioni etrusche su reperti del museo Archeologico nazionale di Adria

Dopo Bologna, Marzabotto e Spina, ultima tappa è Adria: “La scrittura nella città di frontiera” è il tema sviluppato dagli studenti del laboratorio di Epigrafia etrusca dell’università Alma Mater di Bologna studiando i reperti conservati al museo Archeologico nazionale di Adria con iscrizioni etrusche nel percorso multimediale “Scrittura e società nelle città dell’Etruria padana” nell’ambito del progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con la direzione del professor Andrea Gaucci. I cinque approfondimenti proposti sono articolati con grafiche e scritti disponibili anche in podcast audio. Autori: Giovanni Adami, Elena Antoniazzi, Alfonso Di Giacomo, Alessia Di Rauso (podcast https://anchor.fm/andrea-gaucci/episodes/Adria–tra-tradizionalismo-culturale-e-dinamismo-sociale-egv54t).

Adria tra tradizionalismo culturale e dinamismo sociale. Per quanto le origini di Adria siano tuttora poco note, sappiamo che queste non vanno cercate oltre gli inizi del VI secolo a.C. quando, secondo una delle diverse teorie in merito, venne fondata come emporio commerciale tramite un’iniziativa congiunta di Greci ed Etruschi. Da piccolo centro di frontiera si trasformò, verso la fine dello stesso secolo, in una città ricca e cosmopolita formata da edifici in legno collegati tra loro da canali ortogonali. Nei secoli seguenti, sebbene talvolta le testimonianze si riducano fortemente, queste continuano ad evidenziare il benessere economico della sua popolazione, anche quando agli inizi del IV secolo a.C. l’Italia venne invasa dai Celti provenienti da Oltralpe. E così, quasi imperturbata, Adria continuò la sua vita fino, ed anche oltre, all’inglobamento nello stato romano nel I secolo a.C. Adria, dalla sua nascita fino all’assunzione del latino come lingua principale intorno al 100 a.C., fu una città in cui si scriveva principalmente in etrusco. La documentazione epigrafica in merito, estremamente numerosa tra la fine del IV ed il II secolo a.C., si trova per la maggior parte graffita su vasi provenienti da contesti funerari. Due sono le sue caratteristiche principali: la prima, affermatasi nel corso del V secolo a.C., fu l’assunzione della norma scrittoria tipica dell’Etruria settentrionale e padana; la seconda è l’adozione nel IV secolo a.C. di uno stile scrittorio, noto come “corsivizzante”, originatosi a Chiusi nel secolo precedente. Quest’ultimo elemento è di estremo interesse dal momento che nei secoli seguenti in Etruria nacquero e si diffusero nuovi stili scrittori che tuttavia non furono recepiti ad Adria. Questo fatto è interpretabile come un conservatorismo culturale che contrasta con la dinamicità sociale della città.


Coppa di ceramica locale (inizio V sec. a.C.) proveniente dall’abitato antico di Adria con l’iscrizione “mi larisal uselnas” (foto archeologico Adria)

La grafica dell’iscrizione “mi larisal uselna” (foto unibo)
Un orvietano nell’Adria tardo arcaica. Nel tardo Arcaismo un radicale cambiamento trasformò Adria in una polis ben strutturata, diventando un polo di attrazione unico nel panorama dell’Adriatico settentrionale. Secondo gli studiosi, fra i protagonisti di tale evoluzione vi furono gli Etruschi di Orvieto, come risulta evidente dalla documentazione archeologica ed epigrafica. A questo proposito, appare illuminante l’iscrizione che tradisce, nel gentilizio, cioè il nome di famiglia, e nella norma scrittoria utilizzata, l’appartenenza dell’individuo menzionato ad un contesto culturale e identitario differente da quello adriese. L’iscrizione, graffita sul piede di una coppa di ceramica etrusco-padana proveniente dall’abitato, si data ai primi decenni del V sec. a. C. Per quanto riguarda il contenuto, questa ci presenta un classico testo di possesso composto da pronome personale, onomastica flessa al genitivo e dal verbo essere sottointeso. La traduzione pertanto risulta essere “io (sono) di Laris Uselna”. Il gentilizio Uselna ha la sua origine ad Orvieto, dove compare in diverse attestazioni, ed è composto dalla radice Usel-, che potrebbe richiamare il nome del dio Usils, e dal suffisso -na, frequente nei nomi di famiglia dal momento che indica derivazione. In conclusione questo personaggio fu probabilmente parte di uno dei più consistenti gruppi esterni che giunsero ad Adria poco dopo il 500 a.C. e che le permisero di compiere la metamorfosi da piccolo porto commerciale a città.


La coppa in ceramica grigia (500 a.C.) proveniente dall’abitato antico di Adria con l’iscrizione “mi uinias antes” (foto archeologico Adria)

La grafica dell’iscrizione “mi uinias antes” (foto unibo)
Una donna celta del 500 a.C. L’iscrizione, graffita su una coppa in ceramica grigia di provenienza sconosciuta, è databile attorno al 500 a.C. Si tratta di una formula di possesso costituita dal pronome personale mi seguito da altri due elementi onomastici, di cui il primo completo al genitivo ed il secondo con una lacuna nella parte finale: “Io (sono) di Uiniaś Anteṩ”, dove il verbo è sottinteso. Per Uinia, pare verosimile l’etruschizzazione di un nome celtico femminile, come suggerisce la terminazione -ia, che, nella fattispecie, determina la funzione di nome individuale, funzionale anche in etrusco. Anche per il secondo elemento della formula, Anteṩ, nonostante la lacuna non permetta una analisi più approfondita, si propone una derivazione celtica. Al di là dell’onomastica si osserva invece come questa iscrizione venga redatta secondo la norma scrittoria, giunta dall’Etruria settentrionale, che da alcuni decenni si è imposta all’interno della città. Nel complesso quindi la proprietaria di questa coppa sembra essere di origine celtica, con tutti gli interrogativi del caso dovuti alla mancanza del contesto di rinvenimento: infatti mentre è chiaro come lei o i suoi antenati fossero stati dei casi di mobilità individuale precedenti all’invasione del IV secolo a.C., nulla possiamo dire su come si fossero inseriti all’interno della comunità urbana, se non che si adattarono a scrivere in etrusco.


La kylix verniciata di nero (300 a.C.), proveniente da una sepoltura di una delle aree cimiteriali dell’Adria antica, con l’iscrizione “lairs tetialus” (foto archeologico Adria)

Grafica dell’iscrizione “mi laris tetialus” (foto unibo)
Un etrusco nella pianura padana nel 300 a.C. La kylix, o coppa biansata, a vernice nera qui presentata viene datata subito dopo il 300 a.C. e fa parte del corredo di una sepoltura rinvenuta all’interno di una delle aree cimiteriali relative all’abitato di Adria. Su di essa è incisa un’iscrizione che, secondo un’usanza diffusa principalmente tra VII e V secolo a.C., identifica il recipiente con il suo proprietario, forse da ritenere il defunto stesso o qualcuno che gliene fece dono. La sua traduzione letterale pertanto è “io (sono) laris tetialuś”, con il verbo sottinteso. Mentre il nome di questo personaggio, Laris, è uno dei più comuni fra gli uomini etruschi, il gentilizio, Tetialuś, risulta essere di estremo interesse per comprendere la sua origine. Infatti questo è composto da Tetie, nome presente nell’onomastica etrusca, e dalla particella -alu, caratteristica dell’area padana, mentre la sibilante finale non designa in questo caso possesso o derivazione, come ci aspetteremmo, ed è dunque priva di funzione sintattica, come nel cognome italiano Di Simone, esprimendo piuttosto il rango sociale dell’individuo. Infine l’aspetto delle lettere e la norma scrittoria sono quelle tipiche dell’Adria di periodo ellenistico. Tutti gli elementi finora elencati ci portano a concludere che questo personaggio fosse probabilmente originario della stessa Adria o al più di un altro dei centri dell’Etruria padana sfuggiti all’invasione celtica.


Il frammento (200-150 a.C.) che proviene dalla tomba 334 dell’area funeraria di Canal Bianco con l’iscrizione “mura larza pili” (foto archeologico Adria)

Grafica dell’iscrizione “mura larza pili” (foto unibo)
Una famiglia originaria di Vulci nella tarda Adria. L’iscrizione “Muṛạ Larza Pili” proviene dalla tomba 334 dell’area funeraria di Canal Bianco, datata tra il 200 e il 150 a.C. Il testo è esclusivamente composto dalla formula onomastica del proprietario, articolata a sua volta in nome proprio, o prenome, gentilizio e cognome. Il nome proprio, Larza, presenta il suffisso diminutivo -za che si ritrova attestato in altri nomi maschili, come Arzae Venza, provenienti sia da Adria che dalla vicina Spina. Sebbene non si escluda che in antico fosse usato con la valenza diminutiva, sembra che in questo orizzonte cronologico abbia perso questo significato. Il gentilizio, Muṛạ, risulta essere un fattore chiave che va ad arricchire il già complesso quadro sociale dell’abitato di Adria. Risulta infatti ben documentato nell’Etruria meridionale ed in particolare a Vulci. A conferma di questa osservazione risulta essere l’inversione del nome di famiglia e di quello proprio nel testo, tratto tipico delle epigrafi delle zone di Tarquinia e Vulci, alla quale è evidente che Larza si sentiva ancora legato. Significativo è infine l’uso del cognome, Pili, elemento che tra gli etruschi veniva impiegato per distinguere individui con lo stesso nome oppure rami diversi della stessa famiglia.


Vasi a vernice nera (250 a.C.): un piatto da pesce, due coppette di produzione locale da una tomba maschile ad inumazione, tutti con la stessa iscrizione “mi verkantus” (foto archeologico Adria) e una kylix importata da Volterra

Grafica dell’iscrizione “mi verkantus” (foto unibo)
Un guerriero celta sepolto attorno al 250 a.C. L’iscrizione in alfabeto etrusco mi verkantuś si trova graffita in maniera identica su 4 vasi a vernice nera: un piatto da pesce, due coppette di produzione locale e una kylix importata da Volterra. Il vaso, che si esprime in prima persona come dimostra il pronome personale mi, dichiara di essere proprietà di Verkantu, il cui nome è flesso al caso genitivo. Il verbo essere – come da prassi – è sottinteso. La nostra traduzione sarà quindi: “io (sono) di Verkantu”. Il nome, di sicura origine celtica, risulta essere composto dal prefisso ver-, con il significato di “sopra”, presente anche nel nome del celebre capo degli Arverni Vercingetorige sconfitto da Cesare, e da -canto-. L’assenza del gentilizio potrebbe suggerire una particolare condizione sociale di questo individuo: non si trattava probabilmente di uno schiavo, ma nemmeno di un cittadino di pieni diritti. Il contesto in cui si trovano questi oggetti iscritti è quello di una tomba maschile ad inumazione datata attorno al 250 a.C. Questa si distingue da tutte le altre centinaia rinvenute in particolare perché contiene una cuspide di lancia in ferro. Tale oggetto costituisce una deroga alla norma del rituale funerario etrusco: si tratta, infatti, dell’unico esempio finora attestato ad Adria di un’arma all’interno di una sepoltura. Da questo possiamo dedurre che Verkantu, nonostante vivesse in una città di cultura etrusca, si identificasse ancora come un guerriero al momento della sua sepoltura.
Cosa porta il 2021. Al Colosseo, appena saranno riammessi i visitatori, si potrà ammirare la mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” (che doveva aprire il 5 novembre, alla vigilia del nuovo lockdown). Ecco tutte le anticipazioni presentate on line dagli archeologi del Parco archeologico del Colosseo

È tutto pronto. Anzi, a dire la verità, è tutto pronto dal 5 novembre 2020, data fissata per la vernice della mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” al Colosseo (che però – solo due giorni prima – si è saputo sarebbe stato chiuso dal giorno dopo, 6 novembre). E quindi non si è fatto nulla (vedi Roma. Chiudono per Dpcm i quattro siti del parco archeologico del Colosseo: Foro Romano, Palatino, Colosseo e Domus Aurea. Sospesa la mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana”, in programma dal 5 novembre. Resta aperto il sito web: dirette dai cantieri di restauro, nuove rubriche ed eventi speciali. Ecco il programma | archeologiavocidalpassato). Ora si attende solo l’ok alla riapertura dei musei e dei parchi archeologici da parte del Governo. Si spera nel 16 gennaio 2021. Comunque, se la mostra-evento “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” dovrebbe essere aperta non prima di marzo 2021, a un anno esatta dalla sua programmazione iniziale (vedi Cosa ci porta il 2021. Finalmente una data per l’attesa mostra-evento alla Domus Aurea “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: è l’11 marzo. Quindi un anno dopo la prima programmazione | archeologiavocidalpassato), la mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” al Colosseo potrebbe essere il primo regalo del 2021.

Ma non sarà un’apertura “al buio”. Perché in questi due mesi lo staff del Parco archeologico del Colosseo ci ha regalato una serie di anticipazioni che ci fanno capire la portata della mostra e la qualità dei pezzi esposti, un’esperienza online ricca e approfondita sul complesso dialogo che lega le due realtà più famose dell’archeologia italiana, Roma e Pompei. La mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” al Colosseo è stata ideata dal compianto Mario Torelli, che ci ha lasciato il 15 settembre 2020 (vedi Archeologia in lutto. È morto Mario Torelli, grande etruscologo, archeologo e docente di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana. Stava preparando una grande mostra su Pompei e Roma | archeologiavocidalpassato). “Le opere esposte”, spiegano al PArCo, “sintetizzano senza mai banalizzare le molteplici relazioni, di carattere economico, sociale, culturale ed artistico, che hanno accompagnato Roma e Pompei dall’età sannitica fino all’eruzione del Vesuvio”.

“Ho scelto un’immagine tradizionale, vicina ai film peplum, in grado di attrarre l’attenzione di un pubblico ampio”, così l’illustratore Lorenzo Mattotti spiega il procedimento creativo che lo ha portato a visualizzare l’elemento grafico che accompagna il racconto, la narrazione e, in seguito, il ricordo della mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana”. “L’immagine del manifesto è epica e mitologica insieme, ma con un segno simbolista, quasi metafisico. La statua di Lare è incandescente, come se fosse stata appena fusa. Emerge dalla terra tra i due forti simboli di Pompei e Roma: le linee evocative del Colosseo e il vortice del fumo dell’eruzione del Vesuvio, in una sintesi alchemica dove l’assenza dei dettagli, che avrebbero distratto lo spettatore, trova una sintesi efficace nei pochi segni essenziali e nella forza visiva data dai colori accesi della composizione”.


Il prof. Mario Torelli, etruscologo, archeologo, docente di archeologia e storia dell’arte greca e romana, è morto all’età di 83 anni
La statua di Eumachia è collocata all’ingresso della sezione dedicata ad Augustus Pater Patriae. L’ha immaginata così la ricca nobildonna pompeiana, Eumachia, il professor Torelli, “grande Maestro che ci ha lasciato troppo presto”, scrivono gli archeologi del PArCo. “Studioso del mondo antico a tutto campo, ma anche intellettuale impegnato, Torelli è stato un padre fondatore della nuova scuola archeologica italiana, riuscendo a lasciare in eredità la passione militante per una conoscenza interdisciplinare e senza frontiere, di cui la mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” allestita nell’Anfiteatro Flavio ne è una testimonianza”. Con la sua guida li archeologi del PArCo ci fanno scoprire qualcosa di più della nobildonna pompeiana: “Eumachia, vissuta in età augustea, era figlia di un ricco produttore di vino campano che si era trasferito a Pompei pochi decenni prima. La sua famiglia era forse discendente di Eumachos, lo storico greco di Napoli. Quel che è certo è che la donna andò in sposa ad un influente membro della famiglia pompeiana dei Numistrii e, divenuta vedova, ereditò dal marito la sua attività commerciale, affermandosi così come una delle persone più ricche ed influenti della città. A lei si deve la costruzione di un importante edificio pubblico nel foro di Pompei, noto come Edificio di Eumachia, destinato al culto imperiale, dal quale proviene la statua in mostra. La vita di Eumachia e la sua immagine ci raccontano così del ruolo di primo piano giocato dalle nobildonne romane sulla nuova scena pubblica fondata da Augusto”.

Giardini porticati, terme domestiche, opere d’arte e decori preziosi: spazi per gli intimi piaceri di Afrodite e Dioniso. Una pratica del lusso – nel lessico dell’epoca etichettata come luxuria -, quella sperimentata tra II e I secolo a.C. in questa periferia sospesa fra il potere romano e il gusto ellenistico, a cui si deve il mito del “secolo d’oro” di Pompei. Con l’espansione militare ed economica di Roma nel Mediterraneo orientale, si assiste infatti ad una lenta ma inesorabile osmosi tra culture diverse fra loro, tanto a Roma quanto nelle altre città alleate della penisola. Gli intellettuali romani individuarono fin da subito il 146 a.C. come data-simbolo dell’inizio di questo grande mutamento, ossia l’anno della distruzione di Cartagine e Corinto: è proprio a partire da questo momento che i conquistatori romani sarebbero stati conquistati dal raffinato benessere e dalla cultura dell’ostentazione proveniente dall’Oriente.


Ricostruzione in mostra della Domus del Gianicolo (foto Bruno Angeli)
Se a Roma l’ostentazione del lusso veniva tollerata solamente nella dimensione pubblica, con la costruzione da parte dei generali vittoriosi di templi, teatri e terme, nelle province italiche (e in particolare a Pompei) lo sfoggio privato del lusso trovava un più ampio spazio di manovra. Videro così la luce alcune delle più straordinarie residenze come la Villa dei Misteri, mentre alcune case dell’élite pompeiana – prima fra tutte le Casa del Fauno – che si estendeva per quasi 3000 mq, iniziarono a fare a gara, per dimensioni e sfarzo, con le regge ellenistiche.

La “pratica del lusso” interessò tanto la città vesuviana quanto Roma tra il II e il I sec. a.C., favorita dall’espansione militare ed economica di Roma nel Mediterraneo orientale. Tra il III e il II sec. a.C., a seguito delle vittorie nelle Guerre puniche e in quelle macedoniche, il Mediterraneo era infatti ormai divenuto il mare nostrum dei Romani, permettendo ai mercatores italici di moltiplicare le opportunità di fare affari e ponendo le basi di un vero imperialismo economico. I numerosi schiavi giunti in Italia a seguito delle vittorie romane in Oriente permisero inoltre agli imprenditori di elaborare un nuovo modello produttivo, basato sul sistema servile ad uso della villa rustica: un modello che si diffuse rapidamente nell’Italia centromeridionale trasformando le coltivazioni locali in vere e proprie produzioni intensive, soprattutto di olio e vini pregiati.

I due prodotti più emblematici del grande commercio marittimo tardorepubblicano furono proprio il vino, proveniente in particolare dai vigneti della Campania costiera e pedemontana, e l’olio dell’area apula. Le rotte commerciali che trasportavano tali beni “di lusso” vengono oggi ricostruite dagli archeologi grazie allo studio delle anfore stipate in grandi navi mercantili, i cui resti sono oggetto di studio e ricerca da parte dell’archeologia subacquea. In mostra la ricostruzione di una nave mercantile (navis oneraria) lunga circa 35 metri e con una stiva di circa 30×3 metri. Permetteva il carico di due strati sovrapposti di circa 450 anfore (come quelle esposte in mostra e prestate dal museo nazionale Romano alle Terme di Diocleziano), del tipo “Dressel 1”, usate principalmente per il trasporto e commercio del vino. “È stato stimato – spiegano gli archeologi – che il peso totale del carico poteva arrivare a quasi 20 tonnellate, delle quali circa 10 di vino pregiato. Il prezzo della vendita di questo vino (principalmente Falerno) variava dai 4 ai 5 sesterzi al litro, equivalente a circa 25 euro di oggi. Con la stiva piena quindi questa nave poteva trasportare un carico di grande valore pari a 1.125.000 euro!”.


Statuetta di una dea indiana trovata a Pompei (foto Bruno Angeli)
Roma e Pompei: una capitale, la cui storia è universalmente nota, e una città di provincia, “fotografata” nel tragico istante della catastrofe. Una mostra e un catalogo Electa che offrono uno sguardo inedito sul rapporto, ancora attuale, che ha intimamente legato due realtà sociopolitiche. “Con la mostra “Pompei 79 d-C. Una storia romana” e il suo catalogo si è voluto ricostruire, con materiali di alto contenuto storico e di grande impatto visivo, il rapporto tra Roma e Pompei, un rapporto che vede sin dalla piena età repubblicana Roma in posizione dominante, e che conosce una prima fase, quella dell’alleanza, nella quale Pompei, come gran parte del mondo italico, affianca Roma nella conquista dell’Oriente, traendone grandi bottini ed enormi masse di schiavi, risorse in grado di generare un’economia agraria e manifatturiera capace di invadere con i suoi prodotti l’intera area mediterranea: in questa fase la ricchezza e il lusso dell’aristocrazia della capitale si espandono nella periferia, che a volte può perfino superare i livelli del centro”.

In seguito, nel corso del I secolo a.C., le convulsioni che scuotono l’intera Penisola riducono Pompei allo stato di colonia di Roma: il racconto di questa seconda fase disegna una periferia che entusiasticamente segue il modello del centro, senza mai poterne uguagliare gli splendori, fino al declino sopraggiunto per l’intera Penisola e per Pompei, in particolare nel breve periodo tra il devastante terremoto del 62 d.C. e la tragica fine dell’eruzione del 79 d.C.
Università di Verona. “Gli imperatori romani visti dalle città delle province / The Roman Emperor Seen from the Provinces (RESP)” è il progetto quinquennale (2021-2026) ideato e guidato dall’archeologo-numismatico Dario Calomino, finanziato dall’Ue con quasi 2 milioni di euro

Facevano tutti parte dell’impero romano, non c’è dubbio. Ma a centinaia se non migliaia di chilometri da Roma come vivevano – per esempio – i britanni o i galati, gli iberi o i daci, i libici o i siro-palestinesi, i bitini o gli egizi? E soprattutto come “vedevano” in queste terre lontane dall’Urbe i loro imperatori? Anche perché gli scultori “ufficiali” non tutti o non sempre se li potevano permettere. La risposta la darà lo studio “Gli imperatori romani visti dalle città delle province / The Roman Emperor Seen from the Provinces (RESP)”, un progetto ideato e guidato da Dario Calomino finanziato dallo European Research Council all’interno del programma dell’Unione europea Horizon 2020, che ha l’obiettivo di studiare in che modo gli imperatori romani, da Augusto a Diocleziano (31 a.C.-297 d.C.), venivano rappresentati in ritratto e a figura intera nelle città delle province romane. Il progetto durerà 5 anni – indicativamente dal 2021 al 2026 – e sarà ospitato al dipartimento di Culture e Civiltà dell’università di Verona con un contributo da parte dell’Unione europea di quasi 2 milioni di euro. Un risultato prestigioso per l’ateneo scaligero visto che il lavoro è tra i pochi selezionati nell’ultimo bando Consolidator Grant 2020 che ha finanziato 327 progetti tra gli oltre 2500 presentati, di cui solo 17 italiani ospitati da atenei e centri di ricerca italiani. L’ERC Consolidator Grant è uno dei finanziamenti più prestigiosi dell’Unione Europea all’interno del programma Horizon 2020. La missione dello European Research Council è incoraggiare la ricerca della massima qualità in Europa attraverso finanziamenti competitivi e sostenere la ricerca di frontiera promossa dai ricercatori in tutti i campi della ricerca, sulla base dell’eccellenza scientifica. In particolare, il Consolidator Grant è riservato a ricercatori e ricercatrici a metà della loro carriera, tra i 7 e 12 anni dal dottorato di ricerca.

Dario Calomino è un archeologo classico specializzato in numismatica greca e romana, che attualmente lavora come Research Fellow al dipartimento di Lettere classiche e Storia antica dell’università di Warwick, nel Regno Unito. Si è formato all’università di Padova, dove ha conseguito una laurea quadriennale in Lettere classiche e un diploma di specializzazione in Archeologia classica, prima di completare un dottorato in Scienze storiche e antropologiche a Verona nel 2009. Dal 2012 al 2017 ha lavorato come ricercatore a Londra, nel dipartimento di Monete e Medaglie del British Museum: qui è entrato a far parte del progetto internazionale “Roman Provincial Coinage”, che coinvolge alcune delle maggiori istituzioni museali europee ed extraeuropee (Parigi, Berlino, Vienna, Monaco, New York), oltre alle università di Oxford e Cambridge, finalizzato allo studio sistematico ed esaustivo delle monetazioni delle città romane provinciali (https://rpc.ashmus.ox.ac.uk/onlineproject/). In Italia ha collaborato a lungo sia con le università di Padova e Verona, sia con diversi musei civici e statali (Verona, Rovereto, Brescia e Venezia), e collabora tuttora col Medagliere del museo nazionale Romano. È autore di numerose pubblicazioni, tra monografie e saggi di carattere scientifico, tra cui il volume “Defacing the Past. Damnation and Desecration in Imperial Rome”, ispirato all’omonima mostra da lui curata al British Museum nel 2016 (vedi “Defacing the Past”: una mostra al British Museum di Londra illustra la particolare applicazione della “damnatio memoriae” sulle monete imperiali romane confrontate con esempi da Egitto, Mesopotamia e Grecia. Ne parla l’archeologo numismatico Dario Calomino | archeologiavocidalpassato).


La ricerca si concentrerà sullo studio comparato di monete e sculture prodotte nelle province imperiali, dalla Spagna alla Grecia fino all’Asia Minore e al Vicino Oriente. “Finora lo studio dei rapporti tra Roma e provincia è stato fatto privilegiando il punto di vista della capitale”, spiega Calomino. “Per la prima volta questa ricerca sarà incentrata sulle fonti di rappresentazione imperiale di matrice locale, che testimoniano come le immagini del potere di Roma venissero recepite e reinterpretate al di fuori della penisola italica, mettendo in luce le scelte politico-ideologiche e le tradizioni culturali delle élite provinciali anziché quelle del governo centrale”. Oltre alla creazione di un gruppo di giovani ricercatori e ricercatrici che si occuperanno di diverse aree di competenza, il progetto prevede anche la partecipazione di studiosi del King’s College di Londra e del Manufacturing Centre dell’università di Warwick (UK). Di questo secondo gruppo di collaboratori farà parte un team di ingegneri esperti nell’utilizzo di tecnologie digitali in 3D, che verranno sfruttate per potenziare lo studio e la ricostruzione dei ritratti romani provinciali combinando elementi presi dalle monete con quelli scultorei.
Trento. “A tu per tu” con la mostra di Natale “Gli apostoli ritrovati. Capolavori dall’antica residenza dei Principi vescovi” al Castello del Buonconsiglio: nei due nuovi video conosciamo meglio i due bronzetti e la croce astile di Nago

Due nuovi contributi video del Castello del Buonconsiglio anticipano i contenuti della mostra “Gli apostoli ritrovati. Capolavori dall’antica residenza dei Principi vescovi”, curata da Giuseppe Sava, inaugurata il 22 dicembre 2020 (ma purtroppo a museo chiuso per emergenza sanitaria), e programmata fino al 5 aprile 2021 nella sala del Torrion da Basso al Castello del Buonconsiglio a Trento. La mostra, organizzata dal museo con l’aiuto della soprintendenza per i Beni culturali, racconta l’affascinante storia di un fortunato ritrovamento di due magnifiche sculture seicentesche in bronzo dorato molto probabilmente commissionate dal principe vescovo e fino al 1803 conservate nella dimora del principe vescovo al Castello del Buonconsiglio. Dopo il primo video di Alessandro Casagrande che ha raccontato il “dietro le quinte” della mostra, Giuseppe Sava, storico dell’arte, curatore della mostra e soprattutto colui che ha scoperto sul mercato antiquario milanese i due apostoli attribuiti a Niccolò Roccatagliata, racconta la storia di questi magnifici bronzetti tornati a far parte delle collezioni museali; e Maddalena Ferrari descrive un’altra opera esposta in mostra: la Croce astile di Nago, un lavoro commissionato ai Roccatagliata dalla comunità di Nago Torbole. La regia è sempre di Alessandro Ferrini.
San Filippo e San Paolo. Il ritrovamento di queste due sculture in bronzo dorato si deve a un giovane storico dell’arte trentino Giuseppe Sava. “Questa coppia di apostoli – racconta Sava – faceva parte di una piccola serie composta da tredici pezzi, cioè i dodici apostoli più il Cristo redentore, che si trovavano nella residenza dei principi vescovi al Castello del Buonconsiglio nel 1803. Con la fine del principato vescovile i beni vengono alienati e prontamente acquisiti da Simone Consolati che negli stessi anni si era distinto per alcune acquisizioni chiave come il Camino di Vincenzo e Giangirolamo Grandi. In possesso della famiglia Consolati fino almeno al 1920, i bronzi vengono alienati, e seguono destini diversi. Almeno sei finiscono oltralpe dopo essere passati per un antiquario meranese, mentre è proprio la coppia di cui stiamo parlando ad essere finita in una collezione privata”. La vera novità di questa mostra su “Gli apostoli ritrovati” è anche l’attribuzione a Nicolò Roccatagliata di questi due manufatti. “Entrambe le sculture si caratterizzano per una cura straordinaria del dettaglio, una cura che chiama in causa davvero il mestiere dell’orafo più ancora che quello dello scultore. È eccezionale il modo in cui vengono rese le vesti riccamente decorate da motivi floreali, fiori di melagrana ed elementi vegetali. San Paolo è rappresentato con il canonico attributo del libro alludente alla parola di Dio, inoltre si intuisce dalla gestualità della figura che in origine doveva reggere una lunga spada, simbolo del suo martirio per decapitazione. San Filippo è un apostolo giovane con la barba corta e ricciata, dalla posa scattante, dallo sguardo intenso, reca una slanciata croce simbolo del suo martirio. Proprio come San Paolo – conclude Sava – si apprezza anche in questa figura la cura straordinaria e la lavorazione di altissimo livello del metallo del bronzo dorato con la resa ruvida della tunica grezza e la decorazione lucida e lucente del panneggio e del mantello”.
La Croce astile di Nago, una magnifica croce anch’essa attribuita a Roccatagliata. “Questa croce astile – spiega Maddalena Ferrari – è un’opera di grande valore realizzata in collaborazione da un maestro orafo veneziano e dagli scultori Roccatagliata, responsabili della realizzazione del modello in cera per la fusione delle placchette. Si tratta di un dono che, come reca l’iscrizione sopra il nodo, ha fatto la comunità di Nago e di Torbole alla sua chiesa pievana nel 1620 che è l’anno della riconsacrazione della chiesa dopo importanti lavori di ristrutturazione e ampliamento. Dobbiamo immaginarci questa croce che apre proprio la processione che accompagnò il sacerdote all’altare in quel giorno così importante. È molto ricca di figure presenti sia sul recto che su un verso e anche sul nodo. Tra queste segnalo in particolare San Vigilio patrono di Nago, Sant’Andrea apostolo patrono di Torbole, e un bellissimo Cristo in pietà sorretto dagli angeli che è un soggetto particolarmente raro per una croce astile”.
Torino, terzo appuntamento con le “Passeggiate musicali” al museo Egizio: “Piangerò la sorte mia”, un’aria tratta dall’opera “Giulio Cesare in Egitto” di Georg Friedrich Händel
Terzo appuntamento con la nuova stagione delle “Passeggiate musicali” al museo Egizio di Torino in collaborazione con Melos Arte Musica: in “cartellone” il brano “Piangerò la sorte mia”, un’aria tratta dall’opera “Giulio Cesare in Egitto” di Georg Friedrich Händel. Conosciuta anche come “Giulio Cesare”, è un’opera lirica in tre atti di Georg Friedrich Händel su libretto in lingua italiana di Nicola Francesco Haym. Il libretto deriva da quello omonimo di Giacomo Francesco Bussani, che era stato rappresentato per la prima volta nel 1677 a Venezia con musiche di Antonio Sartorio. Il brano è proposto da Edoardo De Angelis (violino), Giuseppe Santoro (viola) e Manuel Zigante (violoncello).
Al museo delle Capitali d’Egitto nella nuova capitale amministrativa del Cairo sono arrivate le mummie dei sacerdoti e delle sacerdotesse del dio Amon dal museo Egizio di piazza Tahrir

Le mummie dei sacerdoti e delle sacerdotesse del dio Amon dal museo Egizio di piazza Tahrir hanno raggiunto la loro nuova “casa”: il museo delle Capitali d’Egitto nella nuova capitale amministrativa del Cairo. Lo ha annunciato Ali Omar, capo del Comitato supremo per lo scenario espositivo del museo presso il ministero del Turismo e delle Antichità: “Le vetrine sono state preparate e sterilizzate in modo speciale per preservare le mummie all’interno”. E ha spiegato: “La mummia di Nesy-Khonsu, la seconda moglie del sommo sacerdote di Amon Pinudjem II, è considerata un chiaro esempio dello sviluppo del metodo di mummificazione della XXI dinastia, gli occhi sono coperti di pietre e il colore giallo della pelle dava un senso di vitalità e freschezza”. E Moamen Othman, capo del settore dei Musei presso il ministero, ha ricordato che queste mummie furono scoperte nel nascondiglio reale a Deir el-Bahari nel 1881: “La mummia di Pinudjem II, il sommo sacerdote di Amon, aveva la pelle di colore giallo e rosso scuro, ed era avvolta in lino sottile con frange colorate. E la mummia del nonno di Ptah uf Ankh della XXI dinastia, aveva le dita delle mani e dei piedi decorate con anelli. Quanto alla mummia di Hanutawi, la moglie del sommo sacerdote di Amon, Pinudjem I, ha una faccia paffuta per mostrare vitalità. Infine la mummia di Nodjmet, la moglie di Harihor, il sacerdote capo di Amon, aveva gli occhi intarsiati con pietre bianche e nere, che dà la sensazione di essere ancora vivi, e portava parrucche e sopracciglia naturali”.

Il museo delle Capitali d’Egitto racconta la storia delle capitali egizie attraverso epoche diverse. Nella galleria principale è esposta una serie di capitelli antichi e moderni. L’intitolazione del museo ricorda le 7 capitali che si sono succedute lungo la valle del Nilo: Memphis, Tebe, Tell El-Amarna, Alessandria, Cairo islamico, Cairo Khedivial. E per ogni periodo storico di ogni capitale il museo presenta reperti caratteristici: oggetti quotidiani, strumenti di guerra e combattimento, il sistema di governo e varie corrispondenze. Nella seconda sezione del museo, ospitata in un’ala del palazzo, viene rappresentato l’aldilà nell’antico Egitto. Al centro la tomba di Tutu, scoperta nel 2018 nel Governatorato di Sohag, e poi mummie, sarcofagi e due scaffali con vasi canopi, e una serie di false porte e testi che simulano rituali religiosi nell’antico Egitto. L’esposizione del museo utilizzerà le più moderne tecnologie: le gallerie espositive sono dotate di schermi che mostrano un film panoramico interattivo sulla storia di ciascuna delle antiche capitali egiziane.

“Il museo”, ha annunciato Mona Raafat, supervisore generale del museo delle Capitali d’Egitto, “ha ricevuto recentemente più di cento reperti provenienti da numerosi musei e depositi archeologici; compresi i depositi dei musei di Luxor, le carrozze reali di Bulaq, Suez e il museo Egizio di piazza Tahrir, e il sito archeologico di Mit Rahinah. I lavori nel museo stanno procedendo in vista della sua apertura. I reperti sono stati selezionati con cura per arricchire il percorso espositivo che raccontare la storia delle capitali egiziane attraverso diverse epoche storiche”. E uno dei pezzi più importanti del museo è una collezione di pietre Talatat raffiguranti il re Akhenaten e sua moglie la regina Nefertiti dal deposito del museo di Luxor, che ora sono in fase di restauro per la loro presentazione al pubblico; oltre a una carrozza cubana, un Kalash e un modello di carrozza da guerra, che era un regalo al re Farouk. “Dal museo Egizio – conclude – oltre alle mummie e a una serie di vasi canopi, anche una scatola di legno con incisa l’immagine del dio Anubi, da esporre nella sala riservata ai rituali funebri. Insieme a una meravigliosa doppia statua del re Merenptah e della dea Hathor di Mit Rahinah”.
Buon anno dallo staff del museo Archeologico nazionale di Altino: occasione per un video-bilancio di un anno stravolto nelle attività e negli eventi dalla pandemia. E l’annuncio: “Anno nuovo, logo nuovo”

1° gennaio 2021: mancano tre giorni alla presentazione del nuovo logo del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino al motto “Anno nuovo, logo nuovo”. Intanto, con il video “2020 al Museo”, arrivano gli auguri di buon anno da tutto lo staff del museo che, ricordiamolo, come tutti gli istituti culturali d’Italia, rimarrà chiuso per decreto governativo fino al 15 gennaio 2021. Un’occasione per ricordare questo anomalo 2020 al museo Archeologico nazionale di Altino. È la stessa direttrice, Marianna Bressan, a illustrare i vari momenti che si sono succeduti cadenzati-stravolti, purtroppo, dall’incedere della pandemia. L’anno 2020 era iniziato così: con un ricco calendario di eventi già da gennaio. Ecco il ciclo di incontri L’archeologo racconta. “Ma l’emergenza sanitaria ci ha obbligato a cambiare la nostra programmazione…”. Museo chiuso dal 24 febbraio al 3 marzo e poi dall’8 marzo al 23 giugno. E L’archeologo racconta si trasferisce on line. Con la rubrica Gli imperdibili anche i reperti della collezione vengono raccontati sui social. Così come i reperti dei magazzini con Il reperto riscoperto. E aspettando i centri estivi partono dei laboratori sul web. Il museo riapre a giugno giusto in tempo per i centri estivi. “Ma il museo – continua la direttrice – è per tutti. Così anche i contenuti per persone con disabilità visive e uditive diventano social nell’appuntamento Tocchiamoli con mano”. Per i più piccoli il museo presenta Le favole di Altino, con lo staff del museo che legge per i bambini racconti ambientati nell’Altino romana. Anche le aree archeologiche vengono raccontate sui social. E la mostra Antenati Altinati? On line anche quella. Grazie all’associazione Lapis è stato possibile presentare una novità: L’insolito museo. “Con l’estate – ricorda Bressan – siamo tornati al Museo ed è arrivata una novità: l’abbonamento annuale Altino365. Ed è stato possibile organizzare un ottobre ricco di eventi: Passeggialtine, visite all’area archeologica con archeologa; mostra fotografica Sospesi tra passato e futuro; lettura artistica con accompagnamento musicale La città tra sogno e desiderio; mantenendo anche qualche appuntamento on line, fino al webinar Il ponte nell’immaginario artistico. Tra identità dei luoghi ed espressione dell’ingegno. Dal 6 novembre l’emergenza sanitaria impone una nuova chiusura del museo. Ma i lavori al museo continuano. “Stiamo selezionando il materiale dei depositi per rendere il museo ancora più bello”. E gli eventi continuano on line. “Adesso siamo pronti a iniziare un nuovo anno”, conclude Bressan. “Ringraziamo lo staff, le associazioni e i liberi professionisti con cui il Museo ha collaborato e che hanno permesso al Museo di arricchirsi in questo 2020. Buon 2021!”. E allora vediamo cosa ci aspetta in questo gennaio 2021, a cominciare dalla presentazione on line nel nuovo logo lunedì 4 gennaio 2021, alle 8, a cura di Mirko Visentin (Sputnik), Samir Sayed Abdellattef e Giacomo Vidoni (Accademia di Belle Arti di Venezia).






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