Museo nazionale Archeologico “Antonio Sanna” di Sassari, chiuso dal 2018: slitta al 18 giugno l’attesa riapertura della sezione Etnografica nel Padiglione Clemente con la mostra-evento “Sulle tracce di Clemente”, ideata e realizzata da Antonio Marras: una selezione dell’immenso patrimonio etnografico (abiti, vestiti, gioielli, manufatti artistici) del Museo insieme a reperti archeologici e a testimonianze di arte moderna e contemporanea


Il giardino su cui si affaccia il museo nazionale Archeologico “Antonio Sanna” di Sassari (foto drm-sardegna)
Sassari e tutti gli appassionati devono portare ancora un po’ di pazienza. Non sarà infatti il 21 maggio 2021 la data “storica” della riapertura – nella sua sede naturale e originaria del Padiglione Clemente – della sezione Etnografica del museo nazionale Archeologico ed Etnografico “Giovanni Antonio Sanna” di Sassari, chiuso dal 3 dicembre 2018 per lavori di riallestimento, ristrutturazione e restauro. L’inaugurazione della mostra “Sulle tracce di Clemente” è posticipata a venerdì 18 giugno 2021. I lavori per l’allestimento della grande mostra progettata dallo stilista e designer Antonio Marras procedono senza sosta, nell’attesa del passaggio della Sardegna a zona bianca e con l’obiettivo di garantire la partecipazione del pubblico ad una visita in massima sicurezza. La mostra resterà allestita per un intero anno, occupando lo spazio del cosiddetto Padiglione Clemente. Il progetto è finanziato con contributo della Fondazione di Sardegna (erogazione liberale) per gli interventi di sostegno, promozione, valorizzazione e conservazione del patrimonio culturale regionale. Il museo nazionale Archeologico ed Etnografico “Giovanni Antonio Sanna” di Sassari rappresenta la più importante istituzione museale della Sardegna settentrionale. La raccolta museale, è costituita da una sezione archeologica, con reperti che vanno dal Paleolitico alla fine del Medioevo) e da una sezione etnografica, che comprende tessuti, legni, mobili, ceramiche, gioielli, cesti, armi, utensili e abiti tradizionali.


Reperti archeologici nella mostra “Sulle tracce di Clemente” a Sassari (foto drm-sardegna)
Nella mostra “Sulle tracce di Clemente” vi sarà esposta una selezione dell’immenso patrimonio etnografico (abiti, vestiti, gioielli, manufatti artistici) del Museo insieme a reperti archeologici e a testimonianze di arte moderna e contemporanea, a proporre un dialogo tra origini antiche, tradizione e attualità, tra memoria e presente. “L’idea della mostra”, spiega il professor Bruno Billeci, direttore regionale Musei Sardegna, “nasce dalla volontà di valorizzare questo ricco patrimonio, il cui nucleo principale è costituito dalla donazione del cav. Gavino Clemente. La collezione etnografica del Museo non è solo la più antica della Sardegna ma anche una delle più ricche dell’isola per quantità e varietà di reperti. Per l’allestimento e, ancora pima, per l’ideazione della mostra, abbiamo potuto avvalerci della fantasia, del gusto ma anche della competenza di un “allestitore” d’eccezione, lo stilista Antonio Marras, che voglio ringraziare per l’entusiasmo che sta profondendo in questa impresa”. “Fatti salvi i criteri museografici e le necessità legate alla ottimale conservazione dei materiali”, continua Elisabetta Grassi, direttrice museo nazionale “G.A. Sanna”, “Antonio ha avuto mano libera nel valorizzare i reperti. E il risultato che si sta proprio in queste settimane configurando in forma definitiva è, a mio parere, emozionante”.

Il museo nazionale Archeologico ed Etnografico “Giovanni Antonio Sanna”, istituito nel 1878 come Regio Museo Antiquario, assunse la denominazione di Regio Museo di Antichità ed Arte “Giovanni Antonio Sanna” nel 1931. L’edificio principale, progettato dall’arch. Carlo Maria Busiri Vici, fu realizzato tra il 1926 e il 1932, per volontà di Zely Sanna Castoldi, figlia dell’industriale e politico Giovanni Antonio Sanna, a cui il museo è intitolato; nuovi corpi di fabbrica furono realizzati nei decenni successivi, per rispondere alle accresciute esigenze espositive e conservative. Fra questi emerge, per importanza ed estensione, il cosiddetto Padiglione Clemente, realizzato nel 1950 per volontà del cav. Gavino Clemente, noto ebanista sassarese, che nel 1947 donò al museo la sua ricca collezione etnografica, a condizione che fosse esposta in un apposito padiglione a lui intitolato. Fin dalla sua prima costituzione, il museo di Sassari nasce come organismo espositivo polivalente. La Sezione Etnografica, incrementata nel tempo dai contributi di altri benefattori e da un consistente numero di acquisti, è attualmente è una delle più ricche della Sardegna, oltre ad essere la più antica del genere nell’isola. La Sezione Archeologica è la parte più consistente dei beni in dotazione e permette di seguire le vicende dell’uomo nell’isola fin dal Paleolitico, attraverso tutte le fasi della preistoria e della protostoria. Le varie epoche storiche sono documentate dalle collezioni di età fenicio-punica, romana e medievale. I materiali archeologici sono in parte riconducibili a collezioni e in parte provenienti da campagne di scavo condotte sul territorio dalla competente Soprintendenza, istituita nel 1958.


Il Padiglione Clemente a Sassari (foto drm-sardegna)
Il nucleo principale della collezione etnografica fu donato dal noto ebanista sassarese cav. Gavino Clemente, direttore creativo dell’omonimo mobilificio che a cavallo tra Ottocento e Novecento costituì a Sassari una importante realtà preindustriale, grazie anche all’invenzione del cosiddetto stile sardo (1911 – 1940). A Gavino Clemente, che fin dalla giovinezza iniziò la raccolta degli oggetti di valore etnografico che costituirono la sua preziosa collezione, si deve anche la collezione di costumi sardi conservata al museo nazionale di Arti e Tradizioni Popolari di Roma. Per ospitare la consistente donazione effettuata al museo Sanna, Clemente fece costruire un apposito Padiglione a lui intitolato. Un altro importante nucleo di materiali della sezione etnografica è riconducibile alla figura di Zely Bertolio, la giovane pronipote di Giovanni Antonio Sanna, prematuramente scomparsa nel 1932, il cui corredo costituito da mobili tradizionali sardi, gioielli e piccoli oggetti artistici e d’uso fu donato dalla madre Enedina al Museo sassarese. Nel tempo la collezione etnografica è stata incrementata dai contributi di altri benefattori e da un consistente numero di acquisti; attualmente è una delle più ricche della Sardegna, oltre ad essere la più antica del genere nell’isola. Per lungo tempo però, anche a causa di problemi di conservazione dei delicatissimi materiali, non è stata esposta al pubblico e, solo recentemente (2011) è stata parzialmente riallestita nelle sale prima occupate dalla Collezione d’Arte (oggi ospitata presso la Pinacoteca Nazionale). Il Padiglione Clemente fu trasformato tra gli anni ’80 e ’90 del XX secolo e, attualmente, si presenta come una galleria su due livelli (piano terra 208 mq; primo piano 178 mq), utilizzata negli ultimi anni prevalentemente per esposizioni temporanee. Il Polo Museale della Sardegna, nell’ambito del riallestimento e della definizione del nuovo percorso espositivo, vuole valorizzare la ricca collezione etnografica del Museo, restituendola alla sua collocazione originaria, ovvero il Padiglione Clemente. Con il nuovo allestimento si vuole valorizzare tali beni attraverso un percorso visivo e narrativo che susciti emozione nel visitatore e rielabori il passato in chiave contemporanea.


Schizzo di Antonio Marras per l’allestimento della mostra “Sulle tracce di Clemente” (foto marras)

Antonio Marras impegnato nell’allestimento della mostra “Sulle tracce di Clemente” (foto drm-sardegna)
L’allestimento. “Influssi mediterranei, fenici, punici, bizantini, arabi, catalani, spagnoli, francesi ecc. ci fanno essere quelli che siamo, nella lingua, nei pensieri e nel vestire. Il costume sardo affascinò e affascina per la straordinaria varietà, per gli elementi strutturali, decorativi, cromatici e per il suo significato di identificazione etnica”, chiosa Antonio Marras. “La nostra attività si svolge nell’Isola dove sono nato e cresciuto, che conserva ancora nella lingua, nelle tradizioni il fascino misterioso che nasce dalla mescolanza. Un miscuglio di lingue, culture, storie, tradizioni, usanze, pensieri, contaminazioni, stratificazioni, la rendono così particolare. Da sempre mi attrae il linguaggio poetico, il lavoro del poeta. Rifiuta le regole, viola i codici, libera tutti i sensi e dà voce all’inesprimibile. Tessuto e testo rimandano entrambi a una origine comune: tessere, intrecciare. Entrambi sono il risultato di intrecci: il tessuto, di fili di lana o cotone; la poesia, di parole. Sento molto vicino lo scarto linguistico, lo scarto dalla norma grammaticale, la devianza dalla lingua quotidiana, l’uso libero e personale delle parole, scelte, combinate, accostate in modo inconsueto. In modo da creare giochi di ossimori insospettati. Ed è questo l’approccio verso l’allestimento del padiglione Clemente”, afferma Marras. Che aggiunge: “La scienza e la tecnologia hanno abbattuto confini, frantumato barriere, accostato e mescolato popoli e continenti e difficilmente, oggi, un gruppo o popolo o etnia sceglie di vivere nel proprio isolamento. Anzi, il confronto/scontro con gli altri è il tratto caratterizzante del nostro tempo: la storia di gruppi, popoli, etnie si intreccia con altre storie e diventa sempre più complessa. In questo panorama, nel pericolo avvertito di una temuta globalità omologante, si fa strada la volontà di affermare il diritto a difendere e salvaguardare la propria identità e valorizzare la diversità come fattore di ricchezza e patrimonio da custodire e far conoscere. Per noi, l’identità non è un dato statico, né è pura memoria, ma qualcosa di dinamico, dialettico, una costruzione continua, variegata, fatta di realtà distinte che, fra opposizioni e separazioni, si modellano e rafforzano. Per questo associazioni, mischie, inserti, opposizioni, accostamenti, intersezioni, confronti, richiami, assonanze, collaborazioni, voci diverse sono le parole chiave per interpretare il concetto nuovo dell’allestimento”.
Roma. Per il ciclo “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo, presentazione on line di due libri sullo storytelling digitale: “I musei e le forme dello storytelling digitale” di Elisa Bonacini e “L’arte del coinvolgimento” di Fabio Viola e Vincenzo Idone Cassone

Il sesto appuntamento della rassegna “Dialoghi in Curia”, ciclo di presentazione di libri che spaziano dall’archeologia, alle figure femminili che hanno fatto la storia dell’Impero, alle nuove frontiere della comunicazione digitale dopo la pandemia, è interamente dedicato al tema dello storytelling digitale e all’arte del coinvolgimento con la presentazione di due volumi, “I musei e le forme dello storytelling digitale” di Elisa Bonacini (Aracne editrice) e “L’arte del coinvolgimento” di Fabio Viola e Vincenzo Idone Cassone (Hoepli – La Grande Libreria online), che saranno oggetto di riflessioni, alla luce anche dell’accelerazione imposta dalla pandemia che ha interessato l’ultimo anno. Appuntamento on line dalla Curia Iulia giovedì 20 maggio alle 16.30. A discutere di come si possa “coinvolgere” il pubblico nei musei e quali siano le nuove frontiere del digitale interverranno, insieme al direttore del PArCo Alfonsina Russo, Ludovico Solima (università della Campania “Luigi Vanvitelli”) e Stefano Borghini (PArCo). Per seguire la conferenza: collegarsi giovedì 20 maggio 2021, alle 16.30, all’indirizzo https://www.facebook.com/parcocolosseo; la conferenza sarà trasmessa nel primo post disponibile sulla pagina (non è necessario avere un account Facebook) e sarà disponibile anche sul canale YouTube; dopo il 22 maggio il video sarà disponibile qui: https://parcocolosseo.it/evento/dialoghi-in-curia-lo-storytelling-digitale-e-larte-del-coinvolgimento/; dopo il 22 Maggio l’audio sarà disponibile qui: https://open.spotify.com/show/3JU094BAQp4eITYs6iAsRC.

“I Musei e le forme dello storytelling digitale”, edito nel giugno 2020, in piena pandemia, è l’ultima fatica di Elisa Bonacini, archeologa specializzata nella comunicazione culturale con le nuove tecnologie e coordinatrice regionale per la Sicilia dell’evento annuale Invasioni Digitali. Nel volume l’autrice illustra le molteplici esperienze adottate nei musei e nel mondo culturale nel campo dello storytelling digitale, analizzandone 14 tipologie: orale, scritto, video, visuale, animato, interattivo, immersivo, social media storytelling, partecipativo, generativo, geo-storytelling, multimedia mobile storytelling, crossmediale e transmediale.

“L’Arte del coinvolgimento”, edito nel 2017, è il volume di riferimento per chiunque voglia avvicinarsi al mondo della gamification. Fabio Viola, fondatore di TuoMuseo, Designer culturale e direttore scientifico Area Gaming della Scuola Internazionale di Comics di Firenze, ritenuto uno dei più influenti “gamification designer” al mondo, e Vincenzo Idone Cassone, docente di Sociosemiotica del design allo IAAD (Istituto d’arte applicata e design di Torino) hanno anticipato la nuova frontiera del concetto di coinvolgimento (engagement), individuando nei videogiochi una delle primarie forme di intrattenimento. Gli autori esplorano l’intersezione tra game design, scienza comportamentale e innovazione per fornire chiavi di azione utili a implementare le meccaniche e dinamiche di engagement nei contesti più vari: finanza, salute, educazione, lavoro, shopping, progettazione urbana e altro ancora.
Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia il film “Bassin d’attraction” di Jonathan Pêpe, artista vincitore del premio Wicar per il progetto “Format à l’Italienne”: l’opera immersiva nasce dagli oggetti etruschi fotografati in 3D

Nell’ambito dell’XI edizione del progetto “Format à l’Italienne” l’artista in collaborazione con il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, Jonathan Pêpe presenta il film “Bassin d’attraction”, opera installativa e immersiva nata dagli oggetti etruschi fotografati in 3D. Ci saranno anche delle stampe 3D rielaborate di oggetti provenienti dalla collezione etrusca del Museo che rappresentano l’interno del corpo umano. Dal 18 maggio al 6 giugno 2021 il film è proiettato nella Sala della Fortuna del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia negli orari di apertura del museo (ore 9-20).

“Format à l’Italienne” è l’XI edizione di un progetto di restituzione dei lavori realizzati dai vincitori del Premio Wicar durante la residenza di artisti francesi a Roma. Ogni anno, il Municipio di Lille propone a tre artisti della scena artistica emergente di Lille e dintorni una residenza di tre mesi nella capitale italiana. Gli artisti possono sviluppare un progetto legato al territorio e alle problematiche contemporanee. Nel 2019-2020 questa opportunità è stata proposta a Michel Jocaille, Jonathan Pêpe e Fabien Zocco. “Alla prima impressione”, scrive Indira Béraud, curatrice indipendente e fondatrice della rivista Figure Figure, “l’immaginario degli artisti è stato impregnato dalle abbondanti ornamentazioni romane, chiese, statue antiche e arte barocca. Poi, dalle loro passeggiate urbane, dal vagabondare solitario alla conquista di corpi estranei, è la questione del confronto verso l’altro che emerge: quest’altro a volte così simile e così diverso”.
Jonathan Pepe, artista vincitore del Premio Wicar nel 2020. In residenza a Roma da giugno a settembre 2020 Jonathan Pêpe (nato nel 1987 a Toulouse), vive e lavora a Lille. Formato alle Beaux-Arts de Bourges poi laureato al Fresnoy – Studio National des Arts Contemporains. Le sue ricerche si concentrano sulla distinzione tra il vivo e il non-vivo. L’artista interroga la relazione intima tra l’umano e l’utensile. In un’atmosfera medicalizzata e con un approccio fantascientifico cyberpunk, l’artista produce delle fiction contornando le tecnologie contemporanee come la robotica nelle opere Exo-biote (2015) et Haruspices (2019), sculture di silicone in movimento che respirano.
#buonconsiglioadomicilio. Morena Dallemule racconta la storia dell’antico mosaico della chiesa paleocristiana del Doss Trento

Nuovo appuntamento, è il 32.mo, con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Morena Dallemule, del settore Archeologia del Buonconsiglio, racconta la storia dell’antico mosaico della chiesa paleocristiana del Doss Trento, conservato nelle collezioni archeologiche del Castello del Buonconsiglio e ne svela alcune curiosità.
“Oggi andiamo fuori dalle mura del castello”, annuncia Morena Dallemule, “e raggiungiamo la cima del rilievo che più di ogni altro ha intrecciato la sua storia con quella della città: il Doss Trento. Ci soffermeremo su una pagina particolare del suo passato, torneremo al VI secolo quando sulla sua sommità sorgeva un’antica chiesa paleocristiana. Ma per arrivare a questo dobbiamo fare una tappa intermedia. È l’ottobre del 1900 e gli addetti del genio militare austriaco stanno lavorando sulla cima del rilievo, stanno semplicemente fissando un parafulmine che doveva proteggere una vicina polveriera. Durante gli scavi intercettano una superficie a mosaico che si rivela essere la pavimentazione di un’antica chiesa cristiana. Per garantire la conservazione del mosaico le autorità austriache ne dispongono il distacco. Questo viene quindi asportato dalla sua sede, viene restaurato e infine consegnato al museo civico di Trento, le cui collezioni qualche anno più tardi sarebbero transitate in quelle del nuovo museo nazionale con sede al castello del Buonconsiglio. Negli anni successivi ulteriori scavi porteranno alla luce le fondazioni della chiesa permettendoci di tracciarne a grandi linee la pianta. È costituita da due edifici affiancati, entrambi absidati, e da una serie di vani più piccoli che probabilmente avevano una funzione accessoria rispetto alla pratica liturgica”.

“Il mosaico era collocato nell’edificio settentrionale, quello di dimensioni minori, dove costituiva una sorta di soglia che separava lo spazio presbiteriale dove il sacerdote celebrava la liturgia e l’aula riservata ai fedeli”, spiega l’archeologa. “È un frammento piuttosto ampio, e anche se presenta molte lacune ci dice diverse cose sulla chiesa a cui apparteneva. Vediamo che una lunga iscrizione orizzontale posta su un’unica linea divide lo spazio della superficie in due quadri figurativi. Quello superiore è dominato da un kantharos, un recipiente biansato da cui fuoriesce un petalo e dei tralci di vite. Ai suoi lati abbiamo due riquadri con delle decorazioni a nastri intrecciati. A noi oggi possono sembrare puramente geometriche. In realtà per un fedele di VI secolo dovevano essere molto familiari, perché visivamente richiamano quegli elementi lapidei che costituivano la recinzione presbiteriale, ossia quell’elemento architettonico che divideva il presbiterio dove stavano i celebranti dall’aula in cui stava l’assemblea. La parte inferiore doveva presentare una composizione speculare. Il riquadro centrale oggi è andato perduto. Ne rimane una piccola traccia in un tratto di cornice nel settore destro. Sopravvivono invece le decorazioni geometriche fatte da quadrati ed esagoni che vanno a combinarsi formando degli ottagoni policromi. I temi e la composizione di questo mosaico trovano moltissimi riscontri nelle chiese paleocristiane, tuttavia i collegamenti più diretti e forse per noi più interessanti sono quelli con i mosaici che nello stesso periodo, V-VI secolo, venivano realizzati nei maggiori poli religiosi della città di Trento. L’ecclesia che sorgeva nell’area dove ora c’è la chiesa di Santa Maria Maggiore e la basilica di Giuliana, tuttora visibile sotto la chiesa cattedrale. Va detto che il mosaico del Doss Trento si pone a un livello qualitativo inferiore rispetto a quanto realizzato in ambito urbano. Il disegno più grossolano e alcune imprecisioni sono particolarmente evidenti guardando l’iscrizione i cui caratteri sono tracciati in maniera un po’ irregolare e vano infittendosi via via che si procede verso destra con la lettura, come se l’artigiano non avesse ben calcolato lo spazio a disposizione per il testo. L’iscrizione si apre con la formula tipica “de donis dei” che sta a significare come l’offerente, grato a Dio per le ricchezze materiali che questi ha voluto donargli, intende mostrare la propria riconoscenza restituendo parte di questi beni materiali sotto forma di finanziamento, finanziamento a un’opera che possa risultare a lui gradita. In questo mosaico a Dio sono associati i santi Cosma e Damiano. È molto importante trovare questi due martiri citati nel nostro mosaico – continua -. Il loro culto è di origine orientale ed era sostenuto e promosso dalla casa imperiale bizantina, e soprattutto dall’imperatore Giustiniano. Se noi pensiamo che nel VI secolo il territorio trentino è stato conteso tra goti, franchi, bizantini e longobardi, capiamo come dedicare un mosaico, se non un’intera chiesa, ai santi protettori dell’imperatore Giustiniano avesse una precisa valenza politica. L’iscrizione prosegue informandoci che l’opera è stata realizzata al tempo del vescovo Eugippio il cui episcopato sappiamo collocarsi tra 530 e 570 d.C.”.

“L’ultimo dei personaggi che il mosaico riporta in vita è l’offerente, Laurentius il cantore, colui che ha pagato per questo mosaico. Di lui conosciamo soltanto il nome e il ruolo che ricopriva nell’organizzazione ecclesiastica”, sottolinea Dallemule. “Ma quest’ultimo aspetto è comunque molto interessante perché ci dà un’ulteriore aggancio per la datazione cronologica del mosaico. Il ruolo di cantore viene infatti introdotto in occidente solo nella seconda metà del VI secolo. Prima esisteva un’unica figura, quella del lettore, che durante la liturgia era incaricato sia di richiamare le Scritture che di intonare gli inni e i salmi. Nel VI secolo questi due compiti vengono separati non tanto perché si intendesse affidare la parte musicale a un individuo dalle spiccate doti vocali, ma perché era necessaria una persona dedicata che memorizzasse, eseguisse e tramandasse tutto il repertorio musicale che doveva coprire l’anno liturgico in un’epoca in cui non si aveva ancora un sistema codificato di notazione musicale. Se per il ruolo di lettore nei primi anni dell’età cristiana abbiamo numerose attestazioni, numerose testimonianze, le citazioni dei cantori sono rarissime, e Laurentius è a tutt’oggi uno dei pochi cantori di cui conosciamo”.

“Sono ancora molti gli aspetti da chiarire sul significato e sulla funzione che la chiesa rivestiva nell’ambito della Trento cristiana dei primi secoli e altrettanto oscuro rimane il suo destino. Sappiamo che era ancora in uso nell’VIII secolo. Ce lo dicono alcuni frammenti di pilastrini e di plutei che sono stati rinvenuti tra i resti della chiesa e che sono tutt’oggi esposti al castello del Buonconsiglio. Dopo questo piccolo squarcio – conclude Dallemule – l’edificio scompare dalla fonti e non ne sappiamo più niente. Forse perduto, forse trasformato in quella chiesa di San Biagio che le fonti ci segnalano sullo Spento del XIII-XIV secolo. Ma questa è un’altra storia”.
All’Archeologico prima visita guidata alla mostra “Adria anche dopo i tempi romani” oggi parte integrante del percorso museale. E da sabato novità ai musei di Adria, Fratta Polesine ed Este: visita guidata con la nuova app “Attenti al lupo!” per un percorso multimediale immersivo, fatto di video e realtà aumentata

In occasione dei 200 anni dalla nascita di Francesco Antonio Bocchi, giovedì 20 maggio 2021, alle 17.30, al museo Archeologico nazionale di Adria, la prima visita guidata, a cura di Sandra Bedetti, alla mostra “Adria anche dopo i tempi romani”. La mostra, che risale al 2018, è diventata ormai parte integrante dell’allestimento del museo, venendo a colmare un periodo della storia adriese, quello rinascimentale, poco trattato. La visita guidata è gratuita con il biglietto di ingresso al museo. Ingresso gratuito per i possessori di abbonamento. Prenotazione obbligatoria allo 042621612.

La storia di Adria non si ferma al mondo Antico, come già aveva acutamente osservato nell’Ottocento Francesco Antonio Bocchi, il “padre” dell’archeologia adriese: “…L’arte figulina durò in Adria anche dopo i tempi romani. Non è quindi un caso se proprio al museo Archeologico nazionale di Adria (Ro), un po’ per rendere omaggio alla famiglia Bocchi, un po’ per restituire per la prima volta alla città di Adria un pezzo dimenticato della sua storia, nel dicembre 2017, sia stata inaugurata la mostra (oggi come detto parte integrante del percorso museale) “…Adria anche dopo i tempi romani… Il Rinascimento ritrovato della collezione Bocchi”, su ideazione e coordinamento di Alberta Facchi e Antonio Giolo, e curata dall’archeologa Sandra Bedetti e da Luca Doria, giovane studente dell’ateneo patavino che ha compiuto un lungo tirocinio per l’inventariazione e la ricerca del materiale e il riscontro dei pezzi con l’inventario originale redatto da F. A. Bocchi (vedi “…Adria anche dopo i tempi romani… Il Rinascimento ritrovato della collezione Bocchi”: dai magazzini del museo Archeologico nazionale di Adria per la prima volta esposte in mostra le preziose ceramiche del XVI secolo. Con l’occasione si lancia il restauro di una “pianella” (sandalo rinascimentale veneziano ad alto tacco) da finanziare con l’Art Bonus | archeologiavocidalpassato).
Sabato 22 maggio 2021, al museo Archeologico nazionale di Adria, al museo nazionale Atestino di Este, e al museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine arriva la novità: “Attenti al lupo”! Dal 22 maggio infatti il museo si potrà visitare con una nuova narrazione, quella ideata – sulla base della leggenda narrata dallo storico Strabone – da Talea Teatro e TOP-Teatri Off Padova. L’orma di un lupo diventa la chiave di accesso per un percorso multimediale immersivo, fatto di video e realtà aumentata, che mette in relazione i tre musei. Il percorso di visita, attivabile tramite la app di Museum Alive (disponibile gratuitamente per Android e iOS), viene presentato sabato 22 maggio, alle 11.30, con ingresso solo su invito. Nel pomeriggio, seguiranno due visite alle 15.30 e 16.30: due turni di visita guidata all’uso della App da parte del gruppo teatrale Talea Teatro. Prenotazione obbligatoria (max 12 persone). Ingresso a pagamento, ad eccezione dei possessori di abbonamento. Tutte le attività si svolgono nel rispetto della normativa anti Covid.
“Lapilli sotto la cenere”. Con la 23.ma clip del parco archeologico di Ercolano viene presentata la Nuvola in punti 3D delle Terme Suburbane di Ercolano
Con la 23.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere”, in occasione della Giornata internazionale dei Musei 2021 “Il futuro dei Musei: rigenerarsi e reinventarsi” il parco archeologico di Ercolano ha deciso di celebrare l’evento presentando la nuova Nuvola di punti 3D del progetto “Herculaneum 3D scan”, che consente di esplorare nei minimi dettagli le Terme Suburbane di Ercolano. “E presto”, annunciano gli archeologi del parco, “saremo in grado di raccontare del grande progetto di restauro in collaborazione con l’Herculaneum Conservation Project”.
Roma. Nella Giornata internazionale dei Musei il parco archeologico del Colosseo vince la call MUSEI HIGH TECH per la stampa 3D dell’iscrizione di Lampadio. E al Colosseo entra il ventaglio settecentesco di Maria Luigia Raggi

Martedì 18 maggio 2021, Giornata Internazionale dei Musei 2021 “Il futuro dei Musei: rigenerarsi e reinventarsi”, il Parco archeologico del Colosseo ha annunciato la vittoria alla call promossa dal Coordinamento Regionale Lazio di ICOM Italia in partnership con Sòphia High Tech, con l’obiettivo di avviare progetti sperimentali per l’applicazione delle tecnologie dell’Industria 4.0 per la protezione del Patrimonio Culturale. Il PArCo ha presentato un progetto centrato sulla grande iscrizione del Prefetto di Roma Rufius Caecina Felix Lampadius, rinvenuta nel 1812 durante gli scavi dei sotterranei del Colosseo ed attualmente esposta nel percorso della mostra permanente “Il Colosseo si racconta”. La lastra, come la si può vedere oggi, riporta un’iscrizione commemorativa relativa ai restauri effettuati al piano dell’arena, al podio e alle gradinate, parti che erano state gravemente danneggiate dal terremoto del 443 d.C. La presenza di fori per perni di fissaggio di lettere metalliche e alcune parti erase hanno consentito di ritrovare l’originaria iscrizione che costituisce il principale documento che menziona la costruzione dell’Anfiteatro Flavio grazie al bottino (ex manubiis) ricavato dalla distruzione di Gerusalemme (vedi “Storie dal Colosseo. Lezioni di Epigrafia” in quattro appuntamenti con l’epigrafista Silvia Orlandi. La prima è l’Iscrizione di Lampadio: dal ricordo del restauro dopo il terremoto del 443 alla riscoperta dell’iscrizione dell’inaugurazione del Colosseo nell’80 d.C. | archeologiavocidalpassato).

Il progetto proposto prevede studi e prototipi per la realizzazione di una stampa in 3D della grande iscrizione con la riproposizione del testo originale, associando materiali diversi per il supporto e per le lettere dell’iscrizione. “Questo vuol dire che avvieremo studi e prototipi per la realizzazione di una stampa in 3D della grande iscrizione di Lampadio con l’obiettivo di riproporre il testo originale, associando materiali diversi per il supporto e per le lettere dell’iscrizione”. La proposta del PArCo è stata scelta per la complessità del processo di reverse engineering con scansione laser, simile a quello effettuato per la riproduzione del David di Michelangelo eseguito per l’Expo di Dubai. La sfida sarà ottimizzare il processo rendendolo più efficiente in termini di costi e di tempi.

Ma non finisce qui. Il Colosseo proprio nella Giornata Internazionale dei Musei 2021 accresce le sue collezioni con l’acquisizione di una nuova preziosa opera d’arte esposta per la prima volta lungo il percorso della mostra permanente “Il Colosseo si racconta”. Si tratta di una tempera su carta pergamena (cm 14,5 x 47, inv. 20.M324-8.1) opera dell’artista Maria Luigia Raggi raffigurante, sul recto, la “Veduta del Colosseo con l’Arco di Costantino e la Meta Sudans” e, sul verso, il “Paesaggio della campagna romana con scena mitologica”. L’opera è datata all’ultimo quarto del XVIII secolo, ed è preparatoria ad una particolare tipologia di ventola (o ventaglio), detta del “Grand Tour”, una sorta di souvenir che aveva come acquirente privilegiato il turista nordeuropeo in visita in Italia. Nel ventaglio il Colosseo è ripreso dalla via Sacra, nei pressi dell’Arco di Tito. Alla sua destra sono la Meta Sudans, oggi non più visibile, e l’Arco di Costantino. Alcune figure animano la scena: in primo piano è ben visibile un gruppo familiare, a sinistra; il punto di osservazione è ravvicinato e uno scorcio di paesaggio arcadico accompagna la composizione che si snoda quindi tra veduta esatta e veduta ideale. Sul verso è dipinta un’articolata allegoria mitologica del tempo e dell’alternanza delle stagioni. Questa è resa visivamente con una netta separazione tra la porzione di destra, immersa nella luce, dove la dea Flora volteggia circondata da putti festosi e colorati, e la porzione di sinistra, in ombra, avvolta in una nube oscura e minacciosa. I protagonisti sono Giano – con i due volti opposti nell’atto di impugnare le chiavi del tempio alle sue spalle –, e il Tempo, raffigurato come un vecchio che si copre con un manto di colore turchese.

Il dipinto, proveniente dalla Collezione Zito, era parte di un lotto di opere per le quali erano stati richiesti gli attestati di libera circolazione. L’Ufficio Esportazione oggetti d’antichità e d’arte della Soprintendenza speciale archeologia belle arti e paesaggio di Roma ha disposto l’acquisizione coattiva a favore del Parco archeologico del Colosseo con la motivazione – prodotta dalla dott.ssa Ilaria Sgarbozza, funzionario storico dell’arte del Parco archeologico dell’Appia antica – che riflette l’importanza dell’opera e dei suoi elementi unici, ovvero: “la rarità della tempera; la rilevanza e armonia della doppia rappresentazione …; l’appartenenza a un contesto storico e artistico di primo piano, che collega Genova a Roma e all’Europa; nonché il riferimento a una delle pochissime artiste attive in Italia in età moderna …”. Il ventaglio è infatti opera di Maria Luigia Raggi, l’unica artista donna nota che esplora la tematica del paesaggio nel Settecento, la cui personalità e il cui catalogo di opere sono emersi in tempi recenti grazie agli studi condotti da Antonio Gesino prima e Consuelo Lollobrigida poi. Ed è proprio quest’ ultima a censire l’opera nella monografia dedicata alla pittrice come lavoro autografo. L’artista, Maria Luigia Raggi, nasce a Genova nel 1742 da famiglia aristocratica, figlia del marchese Giovan Antonio Raggi e di Maria Brignole Sale. A sette anni fa il suo ingresso come educanda nel monastero dell’Incarnazione, per abbracciare la vita religiosa. Diventata monaca turchina e stabilitasi nel monastero dell’Ordine della Santissima Annunziata, si forma artisticamente da autodidatta. Nel 1781 Maria Luigia Raggi soggiorna a Roma, città che ne influenza la produzione artistica. Non sono chiari i termini cronologici della sua permanenza, che comunque non daterebbe con certezza il ventaglio ora esposto Colosseo: l’opera potrebbe essere stata realizzata in un momento precedente o successivo, sulla scorta di lavori di altra mano, o di disegni preparatori e schizzi. Muore comunque nel 1813 a Genova. Le oltre 80 opere a lei attribuite, dipinti di paesaggio e capricci, sono tutte tempere su carta caratterizzate da una tavolozza chiara e lucente, che dà vita a piccole scenette bucoliche tipiche della cultura tardo rococò, in cui spesso ritorna come tratto dominante il colore “turchese”, possibile omaggio proprio all’Ordine di cui era entrata a far parte nel corso della sua vita.

Da martedì 18 maggio 2021 è possibile ammirare il ventaglio di Maria Luigia Raggi lungo il percorso dell’esposizione permanente “Il Colosseo si racconta”, al secondo ordine dell’Anfiteatro Flavio. “Il ventaglio è collocato all’interno della vetrina che già ospita il modello ligneo del Colosseo, opera di Carlo Lucangeli”, commenta il direttore del parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo. “La scelta di abbinare le due opere d’arte nasce, oltre che dalla contemporaneità delle stesse, dalla volontà di documentare la fortuna che un’icona come il Colosseo ha avuto ben oltre il suo valore storico, simbolico e archeologico, fino a diventare “souvenir” irrinunciabile per i viaggiatori del Grand Tour. Con l’introduzione di quest’opera di “piccole” dimensioni nel formato, ma “monumentale” nel valore simbolico, rispetto al “gigantismo” del modello del Lucangeli – prosegue il Direttore -, vogliamo anche dare voce alla storia della produzione femminile in ambito artistico, non sempre debitamente tenuta in considerazione nelle collezioni pubbliche”.
Napoli. Tre nuovi video per la rubrica “I Gladiatori ti aspettano al Mann” sui social del museo Archeologico nazionale: Paolo Patriota sulla scenografia di Gladiatorimania, Antonio Ernesto Denunzio sulla partnership tra Mann e Intesa Sanpaolo, Caterina Serena Martucci sulle pitture perdute dell’anfiteatro di Pompei

Tre nuovi video della rubrica “I Gladiatori ti aspettano al Mann” proposta sui canali social del museo Archeologico nazionale di Napoli per illustrare la mostra “Gladiatori” aperta nel Salone della Meridiana e “Gladiatorimania” nel Braccio nuovo fino al 6 gennaio 2022.
Nel nono appuntamento lo scenografo Paolo Pariota spiega come si costruisce e progetta la scenografia della sezione “Gladiatorimania”. “Tutto l’allestimento scenografico”, ricorda Pariota, “nasce da un attento ragionamento sviluppato a seguito di uno studio dei materiali dei set cinematografici sul tema del mondo romano. La scenografia inizia con due grandi portali posti all’ingresso fino a proseguire all’interno del cavedio dove sono ricreati oggetti utilizzati dai gladiatori durante i loro allenamenti. La scenografia all’entrata è realizzata totalmente in legno, e rappresenta una sorta di entrata in un anfiteatro, con mattoni e travertino: una sorta di arco a tutto sesto e una grata che rende la scenografia ancora più reale. Per la scenografia nel cavedio, è importante ricordare che tutti i gladiatori venivano sottoposti a un intenso e duro allenamento quotidiano utilizzando delle sagome di altezza naturale oppure delle armi fittizie. E venivano introdotti gradualmente all’arte della lotta fino poi a raggiungere un livello professionale che doveva adattarsi allo spettacolo. Pertanto la scenografia del cavedio è quella di andare a ricreare questo momento attraverso la riproduzione di questi oggetti: c’è la sabbia sul pavimento che serviva ad attutire la caduta e soprattutto ad assorbire il sangue dei gladiatori durante il combattimento. Ci sono due pali di allenamento e la botola che serviva come fuoriuscita degli animali durante la lotta. E infine dei contenitori con dei “gladio” fittizi, dei “gladio” in legno, usati durante l’allenamento per evitare un’eventuale ribellione da parte dei gladiatori. Spero che tutto l’allestimento riesca a catturare il pubblico e soprattutto a far rivivere i momenti di pathos e di antagonismo che avvenivano tra i gladiatori durante i loro combattimenti”.
Nel decimo appuntamento Antonio Ernesto Denunzio, vicedirettore Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli, illustra le caratteristiche della partnership con Intesa Sanpaolo: insieme per promuovere il nostro patrimonio culturale. “La partecipazione di Intesa Sanpaolo a questa preziosa importante iniziativa”, sottolinea Denunzio, “rientra in un rapporto di collaborazione più ampio che abbiamo già da diversi anni con il museo Archeologico nazionale di Napoli. E che ruota all’intorno a due argomenti fondamentali: innanzitutto la presenza nelle collezioni di Intesa Sanpaolo di una raccolta di oltre 500 reperti di vasi attici e magnogreci provenienti per la gran parte da Ruvo di Puglia. Questa circostanza ha consentito una serie di iniziative realizzate in collaborazione con il Mann, non solo iniziative di carattere espositivo ma anche momenti di approfondimento di grande rilievo. In particolare ricordo la recente pubblicazione del catalogo dei vasi a figure rosse apuli del Mann sostenuta da Intesa Sanpaolo. C’è poi un altro progetto intorno a cui ruota la collaborazione tra il Mann e Intesa Sanpaolo ed è il progetto Restituzioni, il programma di restauri che la banca dedica al patrimonio nazionale, al patrimonio pubblico. E mi piace ricordare che in occasione della XVI edizione di Restituzioni, nel 2013, a Palazzo Zevallos Stigliano, la sede di Intesa Sanpaolo a Napoli, delle Gallerie d’Italia di Napoli di Intesa Sanpaolo, vennero esposti proprio due porzioni di affresco che rappresentano dei trofei e armi gladiatorie provenienti dal quadriportico del Teatro Grande di Pompei, un luogo dove sappiamo da una serie di graffiti ritrovati proprio su questi affreschi e che nel 2013 vennero restaurati per l’occasione, il luogo dove i gladiatori erano soliti allenarsi e ritrovarsi. Ed è un compendio veramente di tutte le armi gladiatorie che troviamo impilate su queste aste verticali – scudi, spiedi, tridenti, elmi – veramente tutti gli accessori che erano soliti utilizzare i gladiatori nei loro combattimenti”.
Nell’undicesimo appuntamento Caterina Serena Martucci, dell’Ufficio Comunicazione del Museo, presenta un focus sulle pitture ormai perdute dell’Anfiteatro di Pompei: in mostra, è possibile ammirare le tempere di Francesco Morelli, uniche testimonianze della bellezza del ciclo pittorico andato distrutto nel 1816. E nell’allestimento, grazie al video di Altair4Multimedia, la tecnologia ci permette di fare un viaggio nel tempo, ammirando gli affreschi dell’Anfiteatro proprio come dovevano essere. “Nei mesi scorsi sui nostri canali social abbiamo atteso l’arrivo dei gladiatori con foto e anticipazioni di curiosità. Oggi”, annuncia Caterina serena Martucci, “vi portiamo in mostra per mostrarvi come dalla documentazione di archivio si possa ricostruire quello che il tempo e l’incuria hanno lasciato perdere. In mostra c’è il modello dell’anfiteatro di Pompei scavato tra il 1813 e il 1815. Tra le altre cose vennero fuori delle meravigliose pitture che decoravano il parapetto che separava le gradinate degli spettatori dall’arena dove combattevano i gladiatori. Quelle pitture oggi sono perdute. Nel 1816 a causa di atti vandalici e delle gelate le pitture andarono distrutte, ma ci resta la documentazione a tempera eseguita dal pittore Francesco Morelli. E quei disegni sono conservati nell’archivio del Mann. Proprio partendo da questi disegni la curatrice della mostra Valeria Sanpaolo e Altair4Multimedia hanno ricostruito l’ordine esatto delle scene riprodotto in mostra in un’ellisse che ripropone la forma dell’anfiteatro e nel filmato che ricostruisce tridimensionalmente il sito. Ai lati della stretta porta di accesso si riconoscono due reziari con il tridente poi una serie di pannelli con squame bipartite alternate a finti marmi, statue di vittorie, candelabri, sei pannelli di cacce o combattimenti tra animali, e finalmente il grande pannello centrale che riproduce in maniera sintetica, come in presa diretta, come in un fumetto, anche con qualche incongruenza, quella che è la scena di apertura di un munus, cioè dei giochi gladiatori. Riconosciamo al centro l’editor dei giochi, o forse piuttosto l’arbitro, il summa rudis, che ha la bacchetta, il grande corno con cui si dava inizio ai giochi, e un gladiatore con alti schinieri, un altro con lo schiniere basso, la manica di protezione, due attendenti che riparano un elmo, insomma tutto insieme come in un piccolo riassunto la scena che sarebbe di lì a poco cominciata”.














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