Un libro al giorno. “I Popoli del Mare: leggenda o realtà?” a cura di Elena Asero che tenta di dare alcune risposte su queste genti di cui si conoscono gli etnonimi solo dalle fonti egiziane

Copertina del libro “I Popoli del Mare: leggenda o realtà?” a cura di Elena Asero

È uscito per i tipi di Edizioni Espera il libro “I Popoli del Mare: leggenda o realtà?” a cura di Elena Asero. Con la pubblicazione di questi atti si è cercato di contribuire e rispondere alle domande: chi erano i Popoli del Mare? Quale ruolo rivestono nella storia? Sono realmente esistiti o sono frutto di miti o leggende? La complessità dell’argomento ha prodotto negli ultimi anni una ricca e articolata letteratura con solo pochissimi punti fermi. Di queste genti, di cui si conoscono gli etnonimi solo dalle fonti egiziane, gli studiosi non sono unanimi nell’assegnare né una precisa collocazione geografica, né tanto meno riconoscere tra essi nomi di popolazioni conosciute. Sappiamo che emersero sul finire della tarda Età del Bronzo si spostarono verso il bacino del Mediterraneo orientale e l’Egitto, penetrarono e sostituirono alcune società oramai da tempo indebolite dalla crisi socio-economica, politica e istituzionale del sistema palaziale della Età del Bronzo, stremate anche dagli intensi e protratti eventi naturali catastrofici che si verificarono verso il 1200 a.C.

La cipolla bianca di Pompei protagonista della prima puntata di “Convivium: Sapori di Pompeii”, il nuovo format sul canale YouTube del parco archeologico di Pompei. L’anima green di Pompei raccontata in video tra archeologia e gastronomia antica e contemporanea

Convivium: sapori di Pompei. Da sinistra, Halinka Di Lorenzo, funzionario archeologo del Parco; lo chef Fabrizio Mellino; il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel (foto parco archeologico pompei)

La cipolla bianca di Pompei, emblema dell’identità agricola locale e ponte narrativo tra archeologia e gastronomia antica e contemporanea, è protagonista della prima puntata di “Convivium: Sapori di Pompeii”, il nuovo format sul canale YouTube del parco archeologico di Pompei dedicato alla valorizzazione del patrimonio vegetale del Parco: l’anima green di Pompei raccontata in video. Uno show culinario-culturale, puntata pilota di un programma che partendo dalla realizzazione e reinterpretazione di una antica ricetta pompeiana coniuga cultura, cucina e agricoltura sostenibile, per promuovere la conoscenza del patrimonio gastronomico e botanico del territorio, dal passato al presente.

L’episodio si apre con uno show cooking ispirato alla Patella Lucretiana, ricetta dell’antica Roma a base di cipolle tratta dal De re coquinaria di Marco Gavio Apicio.

La “patella pompeiana” realizzata da Fabrizio Mellino, chef patron del ristorante “Quattro Passi” di Nerano (foto parco archeologico pompei)

Fabrizio Mellino, chef patron del ristorante “Quattro Passi” di Nerano, affiancato dal Direttore del Parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel e dal funzionario archeologo Halinka Di Lorenzo, propone una reinterpretazione contemporanea del piatto utilizzando gli ingredienti vegetali prodotti nel Vivaio della Flora Pompeiana sito nella Casa di Pansa (Regio VI, 6, 1), che fa da ambientazione alla puntata.

Calco di cipolle realizzato da Amedeo Maiuri nella Villa dei Misteri a Pompei (foto parco archeologico pompei)

A seguire, il programma include due focus scientifici dedicati al passato e al presente della cipolla bianca di Pompei, affidati agli esperti del Parco. Attraverso la presentazione di reperti paleobotanici (a cura dell’archeobotanica Chiara Comegna Ales SPA), viene raccontata la produzione e l’uso delle cipolle a Pompei nell’antichità; un secondo approfondimento (a cura del restauratore di giardini storici Maurizio Bartolini) è invece rivolto alle caratteristiche della varietà oggi coltivata nel Vivaio della Flora Pompeiana, mettendo in luce continuità e innovazioni rispetto alla tradizione agricola storica.

 

Pertosa-Auletta (Sa). Fermo biologico delle grotte per 40 giorni: svuotate dalle loro acque, inizierà la nuova campagna di scavi archeologici

“Il Bacio” delle Grotte di Pertosa-Auletta (foto mida)

Le Grotte di Pertosa-Auletta (Sa) entrano nella loro fase di riposo, lasciate al lento e continuo lavoro che da sempre crea forme, volumi e scorci di straordinaria bellezza. Dal 7 gennaio al 13 febbraio 2026 saranno chiuse per il consueto fermo biologico, una pausa necessaria per rispettare e proteggere questo ambiente unico. Torneranno ad accogliere il pubblico alla riapertura nel week end di San Valentino per viverlo insieme davanti al suggestivo “Bacio” delle grotte.

Scavi archeologici nelle grotte di Pertosa-Auletta (foto mida)

Intanto in questi giorni si inizia a svuotare lentamente le Grotte di Pertosa-Auletta dalle loro acque. Con il supporto di Iren viene aperta la diga all’ingresso per consentire all’acqua di defluire verso l’esterno e abbassarne gradualmente il livello. Un’operazione attenta e misurata che permetterà di avviare una nuova campagna di scavi, dalla quale ci si aspetta nuove e sensazionali scoperte. La natura, però, non si arresta mai. Dalla sorgente e dal sifone l’acqua continuerà a scorrere, come fa da millenni. E mentre il suo flusso prosegue, gli speleo-archeologi avranno comunque modo di lavorare per portare alla luce nuovi reperti, nuove tracce e nuovi racconti sul rapporto antico e continuo tra l’uomo e le grotte. Liberare le acque delle Grotte è sempre un momento carico di emozione. Vederle defluire, osservare come la loro forza rimanga costante, comprendere che il loro cammino continua anche quando proviamo a guidarlo, fa crescere il rispetto e la consapevolezza. È in questo dialogo silenzioso con la natura che si comprende quanto le dobbiamo: le forme, gli spazi e le storie che oggi possiamo ancora scoprire e raccontare

Firenze. Daniele Maras, direttore del museo Archeologico nazionale, illustra ad “archeologiavocidalpassato.com” le novità che interesseranno il MAF nel 2026, sessantesimo dell’alluvione del 1966: dal rifacimento delle sale delle sculture etrusche alla riapertura del museo Topografico dell’Etruria

Daniele F. Maras, direttore del museo Archeologico nazionale di Firenze (foto graziano tavan)

Il 2026 per il museo Archeologico nazionale di Firenze è un anno particolare, l’anno della riapertura completa alla fine di un processo-progetto di rinnovamento delle sale e delle sezioni delle collezioni, ma è anche un anno speciale per tutta Firenze che il 4 novembre celebrerà il sessantesimo anniversario della catastrofica alluvione del 1966, che mise in ginocchio l’esposizione permanente del MAF. È proprio il direttore Daniele F. Maras, in occasione dell’inaugurazione della nuova sala della Chimera di Arezzo, il 19 dicembre 2025, a illustrare ad archeologiavocidalpassato.com le tappe salienti del programma di rinnovamento del museo Archeologico nazionale nel 2026: dal rifacimento delle sale delle sculture etrusche, dove troveranno la propria sede definitiva altri capolavori dell’arte etrusca come l’Arringatore e la Testa Lorenzini, alla riapertura del museo Topografico dell’Etruria.

La statua dell’Arringatore nel museo Archeologico nazionale di Firenze (foto graziano tavan)

“L’inaugurazione di oggi (19 novembre 2025, ndr)”, spiega Maras, “è il primo risultato di una grande fase di trasformazioni che sta attraversando questo museo che vedrà nel corso del 2026 una serie di riaperture: le vicine sale delle sculture etrusche sono in corso di sistemazione con lo stesso finanziamento internazionale e vedranno la presentazione come collezionismo di Stato all’indomani dell’Unità d’Italia nell’800 e collezionismo di Stato oggi con la presentazione di nuove vetrine, nuovi elementi tecnologici. Ma ancora più importante l’intero museo Topografico dell’Etruria voluto nell’800 dal direttore Luigi Adriano Milani per presentare in questa sede tutta l’Etruria e far sì che il visitatore di Firenze poi avesse un’idea di dove altro andare a vedere nel resto delle regioni italiane la civiltà degli Etruschi. È stato duramente colpito nel 1966 dall’alluvione di Firenze e quindi sessant’anni dopo, nel novembre 2026, abbiamo l’impegno di riaprirlo per il pubblico e presentarlo a tutti, per riportare il museo Topografico dell’Etruria in una nuova veste rinnovata a essere ancora una volta un viaggio nel tempo e nello spazio con cui i visitatori potranno avere la percezione della civiltà etrusca e sentirsi tutt’uno con la storia”.

 

Un libro al giorno. “La passione degli Etruschi per il vino. Archeologia del vino lungo la costa livornese e oltre” di Carolina Megale che racconta attraverso le tracce archeologiche quanto gli Etruschi legarono al vino molti aspetti sociali e della vita quotidiana

Copertina del libro “La passione degli Etruschi per il vino. Archeologia del vino lungo la costa livornese e oltre” di Carolina Megale

È uscito per i tipi di Effigi il libro “La passione degli Etruschi per il vino. Archeologia del vino lungo la costa livornese e oltre” di Carolina Megale. La storia del vino si intreccia indissolubilmente con la storia dell’umanità. È un racconto che narra l’evoluzione della civiltà, segnando le tappe e i progressi raggiunti attraverso la millenaria coltivazione e trasformazione dei prodotti della terra. Ma il vino è molto più di un prodotto agricolo: è un indicatore profondo della cultura, delle credenze, dell’economia e delle strutture sociali che hanno plasmato gli antichi popoli del Mediterraneo. Gli Etruschi legarono al vino molti aspetti sociali e della vita quotidiana: fu elemento di distinzione e ostentazione della ricchezza da parte dei membri eminenti della società, componente sacra nell’ideologia funeraria e nella ritualità, ingrediente centrale nel costume del convivio. Le tracce archeologiche raccontano molti aspetti di questa storia. I musei e i siti archeologici dell’Etruria marittima settentrionale custodiscono gli oggetti della vita quotidiana che gli Etruschi utilizzarono nelle pratiche sociali e individuali legate al vino, oggetti preziosi e di uso comune che guideranno il lettore alla scoperta del nostro passato, perché cultura è comprensione dell’umanità, di cui l’archeologia ci aiuta a cogliere le radici più profonde.

#domenicalmuseo. Nella prima domenica di gennaio al primo posto troviamo per la prima volta il Pantheon (15mila ingressi), seguito dal Colosseo (13.892 ingressi), e dalle Gallerie degli Uffizi (11.361 ingressi)

Sono stati oltre 213mila gli ingressi domenica 4 gennaio 2026, giornata di apertura gratuita in occasione della #domenicalmuseo di gennaio, l’iniziativa del ministero della Cultura che prevede l’accesso libero nei luoghi della cultura statali nella prima domenica del mese. Nell’ultima prima domenica dell’anno una classifica assoluta nuova: al primo posto per la prima volta il Pantheon (15mila ingressi). Al secondo posto troviamo il Colosseo (13.892 ingressi), e al terzo si confermano le Gallerie degli Uffizi (11.361 ingressi).

Migliaia di visitatori al Colosseo nella prima domenica del mese (foto PArCo)

Ecco i numeri relativi a parchi e musei archeologici. Pantheon – Basilica di Santa Maria ad Martyres 15mila ingressi; Colosseo. Anfiteatro Flavio 13.892; area archeologica di Pompei 10.612; Foro Romano e Palatino 8.368; museo Archeologico nazionale di Napoli 5.750; Terme di Diocleziano 3.331; museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria 2.250; Palazzo Massimo 2.019; parco archeologico di Ercolano 1.933; Palazzo Altemps 1.769; museo e area archeologica di Paestum 1.720; museo nazionale Etrusco di Villa Giulia 1.401; Grotte di Catullo e museo Archeologico di Sirmione 1.398; museo Archeologico nazionale di Aquileia 1.250; museo Archeologico nazionale di Taranto 1.190; Terme di Caracalla 1.183; museo delle Civiltà 1.177; museo nazionale di Archeologia subacquea dell’Alto Adriatico a Grado 806; museo Archeologico nazionale “Mario Torelli” e parco archeologico di Venosa 567; area archeologica di Ostia antica 520.

Epifania a Le Castella (Kr): percorso di visita alla scoperta di uno dei luoghi simbolo della costa ionica calabrese

Alla scoperta di Le Castella (Kr). Il 6 gennaio 2026, alle 11, alla fortezza di Le Castella percorso di visita alla scoperta di uno dei luoghi simbolo della costa ionica calabrese. Un percorso accompagnato tra storia e paesaggio, per conoscere da vicino il passato del sito e il suo ruolo strategico nel corso dei secoli, immersi in uno scenario di grande fascino.

Taranto. Befana al museo Archeologico nazionale con la “Tombolata dei miti e delle leggende”

Il 6 gennaio 2026, alle 18, il museo Archeologico nazionale di Taranto invita i bambini dai 6 ai 12 anni a vivere un viaggio tra miti e leggende… giocando con la “Tombolata dei miti e delle leggende”. Tra statue, vasi antichi e reperti misteriosi, i piccoli visitatori saranno i protagonisti della Tombola Mitologica, un gioco speciale che li porterà alla scoperta di divinità, eroi e creature straordinarie custodite nelle vetrine del museo. Un’attività di circa un’ora e mezza ricca di divertimento, curiosità e piccoli premi “mitici”, con un ricordo finale per tutti i partecipanti. La partecipazione è gratuita per i bambini; per gli accompagnatori il costo è di 10 euro, salvo riduzioni o gratuità previste. La prenotazione è obbligatoria chiamando il numero 099 4532112 fino a esaurimento posti, indicando nome, cognome, email, telefono e numero dei partecipanti.

Un libro al giorno. “Archeologia, arte e paesaggio tra Asia occidentale e Mediterraneo orientale (ca. 4500-323 a.C.)” di Marco Ramazzotti che presenta e discute alcuni tra i maggiori contesti archeologici, artistici e insediamentali dell’Eurasia centro-occidentale

Copertina del libro “Archeologia, arte e paesaggio tra Asia occidentale e Mediterraneo orientale (ca. 4500-323 a.C.)” di Marco Ramazzotti

È uscito per i tipi di Mondadori Università il libro “Archeologia arte e paesaggio tra Asia occidentale e Mediterraneo orientale (ca. 4500-323 a.C.)” di Marco Ramazzotti. Questo libro presenta e discute alcuni tra i maggiori contesti archeologici, artistici e insediamentali dell’Eurasia centro-occidentale secondo un approccio geostorico, interdisciplinare e comparativo. I documenti di cultura materiale, figurativa, epigrafica e i dati insediamentali, territoriali e paesaggistici di Mesopotamia, Siria-Palestina, Anatolia, Penisola Arabica e Africa nord-orientale delineano diversi processi complementari e talora sincronici di interazione culturale, economica e simbolica avvenuti tra la metà del V millennio a.C. e la morte di Alessandro Magno in Babilonia nel 323 a.C. È nel corso di questo lungo arco temporale che tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo si formeranno le prime città della storia, gli stati arcaici e gli imperi universali, ed è un’introduzione alla loro complessità e varietà che quest’opera manualistica vuole essere.

Marco Ramazzotti (Sapienza università di Roma)

Marco Ramazzotti insegna alla Sapienza Università di Roma Archeologia e Storia dell’Arte dell’Asia Occidentale e del Mediterraneo Orientale Antichi al dipartimento di Scienze dell’Antichità. Dirige il Laboratorio di Archeologia Analitica e Sistemi Artificiali Adattivi, l’Atlante del Vicino Oriente antico, la Missione Archeologica della Sapienza nella Penisola Arabica e nel Golfo, e presiede il Corso di Studi in Scienze del Turismo Sostenibile presso la Facoltà di Lettere e Filosofia.

Archeologia in lutto. Il 1° gennaio si è spenta a 100 anni la prof.ssa Giovanna Sotgiu, prima cattedratica di Epigrafia Latina in Italia, figura di riferimento assoluto per la conoscenza della Sardegna romana attraverso le fonti epigrafiche

La prof.ssa Giovanna Sotgiu, epigrafista, morta a 100 anni (foto sabap-ca)

Capodanno porta un lutto nell’archeologia. Il 1° gennaio 2026 si è spenta a 100 anni la prof.ssa Giovanna Sotgiu: era nata a Bitti (Nu) nel 1925. Venerdì 2 gennaio 2026 l’ultimo saluto nella basilica di N.S di Bonaria a Cagliari. Prima cattedratica di Epigrafia Latina in Italia (1970), la professoressa Sotgiu ha rappresentato una figura di riferimento assoluto per la conoscenza della Sardegna romana attraverso lo studio sistematico delle fonti epigrafiche.

La soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna ha espresso il proprio profondo cordoglio per la scomparsa della professoressa Giovanna Sotgiu, venuta a mancare all’età di cento anni: “A lei si deve l’opera fondamentale Iscrizioni Latine della Sardegna (1961-1968), supplemento al CIL X e all’Ephemeris Epigraphica VIII, strumento ancora oggi imprescindibile per ogni studio sull’epigrafia sarda. Con rigore filologico e profonda consapevolezza storica, la professoressa Sotgiu ha restituito alla Sardegna un corpus epigrafico aggiornato e criticamente vagliato, superando la dipendenza dai volumi ottocenteschi e ponendo le basi per ogni successiva ricerca sulla storia dell’isola in età romana. Il suo magistero, durato oltre quarant’anni, ha formato generazioni di studiosi e operatori dei beni culturali, lasciando un’eredità scientifica riconosciuta dalla comunità internazionale. La Soprintendenza si stringe con commozione alla famiglia e al mondo accademico, nel ricordo riconoscente di una studiosa che ha dedicato la vita alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio culturale della Sardegna”.

La prof.ssa Giovanna Sotgiu (foto da FB attilio mastino)

“Con la scomparsa a cento anni d’età di Giovanna Sotgiu, l’epigrafia latina perde una delle sue figure più autorevoli nel campo degli studi sulle province romane e, in particolare, la studiosa che più di ogni altra ha contribuito, nel secondo Novecento, alla conoscenza sistematica della Sardegna romana attraverso l’analisi delle fonti epigrafiche”: comincia così il lungo ricordo che Attilio Mastino, storico, epigrafista e saggista, già rettore dell’università di Sassari dal 2009 al 2014, ha lasciato sulla prof.ssa Sotgiu. “La sua opera scientifica, sviluppatasi lungo un arco di oltre quarant’anni a Cagliari, si distingue per rigore metodologico, continuità di interessi e profonda consapevolezza del valore storico delle iscrizioni, inserendosi a pieno titolo nella migliore tradizione dell’epigrafia classica. Formatasi in un ambiente accademico nel quale l’epigrafia costituiva uno strumento essenziale per la ricostruzione storica del mondo romano, Giovanna Sotgiu orientò sin dagli esordi la propria ricerca verso lo studio della Sardegna antica, un ambito che, nonostante l’importanza strategica dell’isola nel Mediterraneo occidentale, risultava ancora fortemente dipendente, sul piano documentario, dai volumi ottocenteschi del Corpus Inscriptionum Latinarum e dall’Ephemeris Epigraphica. L’obiettivo che guidò tutta la sua attività scientifica fu quello di superare questo stato di dipendenza, restituendo alla Sardegna un corpus epigrafico aggiornato, criticamente vagliato e storicamente interpretabile.

“Giovanna Sotgiu ci lascia il ricordo di una vita di testimonianza, di impegno, di dedizione per gli altri”, continua il prof. Mastino: “le tappe della sua carriera sono segnate dalla scuola di Bachisio Raimondo Motzo e di Piero Meloni, ma anche a Roma di Attilio Degrassi, di Gaetano De Sanctis, di Margherita Guarducci e di Guido Barbieri; e poi dalla libera docenza nel 1960, dalla nomina a primo professore ordinario di Epigrafia Latina in Italia nel 1970, infine dal riconoscimento del titolo di professore emerito deliberato dalla Facoltà alla quale apparteneva nel 2002, tappe che si accompagnano alla stima ed all’affetto con i quali l’hanno seguita tanti colleghi, tanti amici come Bruno Luiselli o Pietro Meloni, tanti allievi, tanti studenti, tanti operatori dei beni culturali in Italia e nel Maghreb, come testimoniano le pagine del volume Cultus splendore. Studi in onore di G. Sotgiu curato nel 2003 dall’allievo prediletto Antonio Maria Corda,

Copertina del libro “Cultus splendore. Studi in onore di G. Sotgiu” curato nel 2003 dall’allievo prediletto Antonio Maria Corda

che hanno visto la partecipazione anche di studiosi finlandesi, francesi, algerini, tunisini: testimonianza di una vera e propria eredità scientifica, condivisa e riconosciuta dalla comunità degli studiosi, riconoscimento significativo dell’autorevolezza scientifica di Giovanna Sotgiu. L’ampiezza tematica di quella miscellanea riflette con chiarezza la varietà e la profondità dell’impatto esercitato dalla sua opera, dall’epigrafia alla storia religiosa, dalla Sardegna romana alle dinamiche più generali del mondo provinciale, in particolare africano. L’opera offre una lettura storiografica complessiva del percorso scientifico della Sotgiu, mettendo in evidenza il ruolo decisivo svolto dalla studiosa nel superamento della frammentarietà documentaria e nell’inserimento della Sardegna a pieno titolo nel panorama degli studi epigrafici dell’Impero romano. In essa viene sottolineata la coerenza di un itinerario di ricerca che, a partire dalla sistemazione del corpus epigrafico, ha saputo sviluppare interpretazioni storiche di ampio respiro, fornendo un modello metodologico ancora pienamente valido. In questo senso, Cultus splendore non rappresenta soltanto un tributo personale, ma anche la testimonianza di una vera e propria eredità scientifica, condivisa e riconosciuta dalla comunità degli studiosi. Vent’anni fa scrivevo: ‘Arrivata alla sua età, Giovanna Sotgiu continua ad esprimere una vitalità che ci lascia senza parole, come quando nelle torride giornate di agosto l’abbiamo vista lavorare coi suoi allievi nelle terme, nel campidoglio o nell’anfiteatro di Uthina in Tunisia: da lei abbiamo imparato non solo un metodo ed una disciplina, ma soprattutto una passione, il gusto rigoroso per l’esame diretto dei testi, l’attenzione per il territorio, per l’ambiente naturale, per i luoghi, che ci mettono in comunicazione con il passato, visto attraverso le scritture antiche, e dunque le istituzioni, la vita religiosa, i commerci, l’esercito. Così ad Antas presso il tempio del Sardus Pater ricostruito da Caracalla o sull’acropoli di Cornus nella città di Ampsicora o a Sulci (nella Collezione Giacomina), a Nora e nella Barbaria della Sardegna interna, alla ricerca di collezioni e di raccolte di iscrizioni che poi sono state oggetto di accuratissimi studi. E poi l’interesse per le sconfinate terre africane tra il Marocco e la Tunisia, fin dal lontano articolo sulla cohors II Sardorum, il progetto pilota di Oudna, le visite ad Uchi Maius, senza chiusure e anzi con mille curiosità e con attenzione per nuovi metodi di ricerca: un interesse che è riuscita a comunicare anche a tutti noi, coinvolgendo ricercatori, assegnisti, dottorandi, studenti, coi quali ha continuato a mantenere un rapporto come professore a contratto nell’Università di Sassari’.

“Il mio ricordo più lontano è a Londra nel 1969, studente, in occasione di una visita alle collezioni del British Museum, alla quale partecipai un po’ abusivamente, matricola assieme a tanti laureandi; un po’ come in Gallura, qualche mese dopo, introdotto con una forzatura troppo generosa della Sotgiu al fianco degli specializzandi della Scuola di Studi Sardi, un’élite un poco esclusiva e non sempre tollerante con gli studenti di primo pelo; ma da allora tante sono state le occasioni per sviluppare un rapporto di lavoro che è stato anche di devozione e di affetto, come negli anni cagliaritani e poi in Tunisia, un’impresa quella di Uthina che poi Antonio M. Corda avrebbe proseguito negli anni.

Copertina del libro “Iscrizioni latine della Sardegna” di Giovanna Sotgiu

Il contributo più duraturo e scientificamente incisivo di Giovanna Sotgiu è rappresentato dall’opera dedicata alle Iscrizioni Latine della Sardegna, concepita come supplemento al CIL X e all’Ephemeris Epigraphica VIII. I due volumi, pubblicati rispettivamente nel 1961 e nel 1968, costituiscono ancora oggi lo strumento di riferimento imprescindibile per lo studio dell’epigrafia sarda, un’opera fondativa per un’intera generazione di studiosi. In questi volumi, la Sotgiu raccolse e riesaminò criticamente un numero significativo di iscrizioni, molte delle quali inedite o note solo attraverso tradizioni antiquarie spesso imprecise. La cura filologica dell’edizione, la precisione dell’apparato critico e l’attenzione alle condizioni di rinvenimento e conservazione dei monumenti epigrafici fanno delle Iscrizioni Latine della Sardegna un modello di lavoro pienamente inserito nella tradizione del Corpus, ma al tempo stesso aperto alle esigenze della ricerca storica contemporanea. Particolarmente significativa è l’impostazione complessiva dell’opera, nella quale le iscrizioni non sono mai presentate come documenti isolati, bensì come elementi di un sistema complesso, funzionale alla ricostruzione delle strutture urbane, sociali e istituzionali della Sardegna romana. In questo senso, il lavoro della Sotgiu ha segnato un punto di svolta, ponendo le basi per ogni successiva indagine storica fondata su dati epigrafici. Particolarmente innovativo, accurato, pieno di informazioni e destinato a durare nel tempo è il secondo volume, dedicato alle lucerne romane, con la storia dei traffici soprattutto dal Nord Africa, le intersezioni, le importazioni, partendo dai Praedia Pullaienorum contigui ad Uchi Maius; ai signacula della Sardegna stava lavorando negli ultimi anni. Analogo valore ha il contributo L’epigrafia latina in Sardegna dopo il C.I.L. X e l’E.E. VIII (1988), pubblicato nell’Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. In questo saggio, che rappresenta una vera e propria opera di riferimento, l’autrice ha offerto un bilancio critico complessivo della documentazione epigrafica sarda, discutendo in modo sistematico testi, problemi interpretativi e prospettive di ricerca. La chiarezza dell’impianto, la completezza della bibliografia e la capacità di integrare epigrafia, storia e archeologia rendono questo contributo uno strumento imprescindibile per chiunque si occupi della Sardegna romana, confermando il ruolo centrale svolto dalla Sotgiu nella costruzione di un quadro storiografico solido e duraturo.

“Le sue prime ricerche – ricorda Mastino – erano iniziate con lo studio La Sardegna e il patrimonio imperiale nell’Alto Impero (1957), nel quale l’autrice affrontava il tema della presenza imperiale nell’isola attraverso una lettura attenta delle testimonianze epigrafiche, utilizzate per ricostruire assetti amministrativi, forme di gestione patrimoniale e implicazioni politiche del controllo imperiale. Già in questo lavoro emergevano la solidità del metodo e la capacità di collocare i dati epigrafici all’interno di un quadro storico complessivo. Ma solo due anni dopo nel 1959, apriva il suo secondo orizzonte, quello africano, con l’articolo sull’Archivio Storico Sardo dedicato alla Cohors II Sardorum: si erano allora da poco conclusi gli scavi – tanto fortunati – di Marcel Le Glay nel campo militare di Rapidum, che era stato il primo accampamento africano della coorte, anticipando le osservazioni che poi sarebbero state fatte da Nacera Benseddik e da Jean-Pierre Laporte.

“Accanto all’opera di sistemazione del corpus, Giovanna Sotgiu dedicò numerosi studi a singoli documenti di particolare rilevanza storica. Tra questi si segnala il contributo Un miliario inedito sardo di L. Domitius Alexander e l’ampiezza della sua rivolta (1964), nel quale l’analisi di un’iscrizione stradale diventa occasione per una riflessione più ampia sulla portata politica della rivolta di Domizio Alessandro e sui meccanismi di controllo imperiale in Sardegna nell’età di Massenzio. Lo studio della viabilità emerge anche nel saggio Nuovo miliario della via a Karalibus Turrem (1989), che arricchisce il quadro della rete stradale dell’isola e offre nuovi elementi per la comprensione dell’organizzazione territoriale. In questi lavori, l’autrice dimostra una rara capacità di coniugare l’analisi tecnica del documento epigrafico con una lettura storica di ampio respiro, nella quale la viabilità assume un ruolo centrale come strumento di integrazione e controllo.

Copertina del libro “Per la diffusione del culto di Sabazio. Testimonianze dalla Sardegna” di Giovanna Sotgiu

“Un altro filone di ricerca di grande rilievo – continua Mastino – è quello dedicato alla storia religiosa, e in particolare alla diffusione dei culti orientali in Sardegna. Il saggio Per la diffusione del culto di Sabazio. Testimonianze dalla Sardegna (1980), pubblicato nella collana degli Études préliminaires aux religions orientales dans l’Empire romain, costituisce un contributo fondamentale alla comprensione delle dinamiche di circolazione religiosa nell’Impero, mostrando come anche una provincia considerata periferica partecipasse pienamente a tali fenomeni. A questo studio si affianca Culti egiziani nella Sardegna romana: il dio Apis (1992), nel quale Sotgiu affronta con equilibrio e rigore il problema della presenza dei culti egiziani nell’isola, evitando interpretazioni forzate e inserendo le testimonianze epigrafiche in un contesto storico e culturale più ampio. In questi lavori emerge con chiarezza l’attenzione dell’autrice per i processi di acculturazione e per le modalità di ricezione dei culti all’interno delle comunità locali.

“Tra i suoi allievi vorrei ricordare anche Marcella Bonello Lai (scomparsa nel 2015), Franco Porrà, Ignazio Didu, Raimondo Zucca, indirettamente Piergiorgio Floris, Paola Ruggeri, Antonio Ibba, Salvatore Ganga, Tiziana Carboni, Alberto Gavini, Maria Bastiana Cocco. Quando Claudio Farre e Giorgio Rusta organizzarono a Bitti il 22 dicembre 2014 un convegno in suo onore, scherzammo anche su questo suo carattere barbaricino, come a proposito della polemica con il suo maestro a proposito del procurator ripae di Turris Libisonis: ne ridevamo spesso con Marina Biddau, la sua adorata nipote. Nel ricordare Giovanna Sotgiu, la comunità scientifica rende omaggio a una studiosa che ha restituito voce, contesto e significato alle iscrizioni della Sardegna romana, trasformandole in strumenti fondamentali per la ricostruzione storica dell’isola. La solidità del suo lavoro – conclude il prof- Mastino -, la sobrietà dello stile e la costante attenzione alla dimensione storica dell’epigrafia fanno delle sue ricerche un patrimonio destinato a durare. La sua opera continua a vivere nei corpora da lei costruiti, negli studi che ha ispirato e nel metodo rigoroso che ha contribuito a consolidare, assicurandole un posto stabile nella storia dell’epigrafia latina”.