Reggio Calabria. Con la “Domenica al museo” si attiva il progetto “Ti porto al Museo” (sperimentale fino a giugno): con i mezzi dell’Atam dalle periferie si raggiunge facilmente il museo Archeologico nazionale per la visita gratuita

reggio-calabria_archeologico_domenica-gratis-e-sinergie-ATAM_locandinaAndare al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria dalle periferie della città senza problemi nel giorno di ingresso gratuito grazie al progetto “Ti porto al Museo”. Domenica 5 febbraio 2023 torna l’iniziativa “Domenica al museo” con ingresso gratuito al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. Gli amanti dell’arte e dell’archeologia potranno ammirare le meraviglie della Calabria antica, i Bronzi di Riace e di Porticello e le mostre temporanee allestite in Museo. Ma tornerà anche il secondo appuntamento con “Ti porto al Museo”, l’iniziativa nata dalla sinergia tra il MArRC e ATAM Reggio Calabria. Un progetto sperimentale di inclusione, con l’obiettivo di stimolare la fruizione dei luoghi culturali, in particolare da parte dei cittadini che abitano in periferia. Un contributo simbolico ma concreto al riequilibrio territoriale, che dal 1° gennaio 2023 al 4 giugno 2023 accompagnerà ogni prima domenica del mese i reggini al museo Archeologico. “Un connubio perfetto per consentire ai cittadini di raggiungerci anche dalle zone periferiche”, dichiara il direttore del MArRC, Carmelo Malacrino. “È una sperimentazione che può diventare modello di riferimento per tutta la città, pensando alla cultura come strumento di riconnessione del tessuto territoriale. Visitare il MArRC la prima domenica del mese è diventato per i reggini un vero e proprio appuntamento fisso. Grazie alla solida sinergia con l’ATAM, adesso sarà ancora più agevole trascorrere una giornata alla scoperta della bellezza della Calabria e delle proprie radici culturali”. Con il servizio di bus (di andata e ritorno) verrà consentito agli abitanti delle periferie di Reggio Calabria di raggiungere agevolmente il MArRC, in occasione della campagna del ministero della Cultura #domenicalmuseo con ingresso gratuito per tutti, in programma il 5 febbraio 2023. “Avvicinare le periferie al centro città è uno dei servizi sui quali ATAM investe di più, nell’ottica di ridurre le distanze spazio culturali”, dichiara l’amministratore delegato di ATAM, Giuseppe Basile. “La domenica, senza tempi scanditi dal lavoro o dalla scuola, viaggiare sui nostri mezzi sarà un’esperienza nuova per le famiglie, esperienza che, siamo sicuri, potrà essere utile per scoprire la comodità del viaggiare sui mezzi pubblici- conclude”. Le linee interessate saranno: #320 (Cardeto), #319 (Gambarie), #124 (Podargoni), #122 (Trunca), #118 (Armo), #117 (Mosorrofa), #116(Vinco), #115 (Lazzaro), #108 (Pettogallico), #107 (Diminniti), #103 (Catona Bolano), #102 (Catona Concessa), #101(Arghillà), Linea A (Arghillà). Maggiori dettagli sulle corse saranno disponibili sul sito ufficiale ATAM. Le linee effettueranno le corse come fossero giorni feriali.

Adria. Al museo Archeologico nazionale per il ciclo di incontri del Gruppo​ Archeologico “F.A. Bocchi” conferenza “I vetri di Adria alla luce delle nuove tecnologie” di Mandruzzato e Facchi

adria_archeologico_conferenza-i-vetri-di-adria-alla-luce-delle-nuove-tecnologie_locandinaÈ una delle più famose, se non la più famosa, vetrina del museo Archeologico nazionale di Adria: è la vetrina dei vetri romani. E proprio i vetri romani saranno protagonisti della conferenza “I vetri di Adria alla luce delle nuove tecnologie”, nell’ambito del XXXIII ciclo di incontri del Gruppo​ Archeologico “F.A. Bocchi” sez. CPSSAE, a cura di Luciana Mandruzzato, archeologa professionista specializzata in vetri di età romana (socia del comitato italiano dell’AIHV Association Internationale pour l’Histoire du Verre) e Alberta Facchi, direttrice del MAN Adria. Appuntamento domenica 5 febbraio 2023, alle 17. L’ingresso è gratuito in occasione della prima domenica del mese. Prenotazioni al numero 0426.21612 o alla email: drm-ven.museoadria@cultura.gov.

adria_archeologico_conferenza-i-vetri-di-adria-alla-luce-delle-nuove-tecnologie_locandina-bis“La vetrina dei vetri romani del museo Archeologico nazionale di Adria”, ricorda la direttrice Facchi, “espone reperti da collezioni provenienti dalla città e dal suo territorio. Progettata in occasione del riallestimento del museo condotto tra il 2004 e il 2009, la vetrina è intesa come accorgimento allestitivo di particolare impatto emotivo per quello che è un punto di eccellenza archeologica del museo. I 92 oggetti esposti, quasi sicuramente tutti provenienti da corredi funerari, coprono un arco cronologico che va dalle prime produzioni di epoca romana, databili alla fine del I secolo a.C., alla fine del III secolo d.C. Come tecniche di lavorazione sono attestate la sagomatura su forma, la soffiatura e la soffiatura dentro matrice, con decorazioni applicate, incise o esito di lavorazione a caldo. La documentazione della spettacolare vetrina – continua Facchi – è arricchita oggi anche dai modelli in 3D di una parte degli oggetti esposti, consultabili liberamente on line grazie all’inserimento di un particolare itinerario tematico all’interno del Catalogo nazionale dei Beni culturali “Giochi di luce al museo Archeologico nazionale di Adria” (https://catalogo.beniculturali.it/itinerario/giochi-luce-al-museo-archeologico-nazionale-adria).

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Le due coppe di Ennion trovate in una tomba romana a Cuora di Cavarzere e oggi al museo di Adria (foto drm-veneto)

Quando presenti, i 3D sono visualizzabili direttamente aprendo la scheda di catalogo come immagine principale, consentendo al visitatore la navigazione nell’oggetto tridimensionale (esempio sulle famose coppe di Ennione: https://catalogo.beniculturali.it/detail/Veneto/ArchaeologicalProperty/CRV-RA_0013226)” (vedi Le coppe blu del maestro vetraio siro-palestinese Ennion del I sec. d.C., conservate nel museo di Adria, dopo le grandi mostre negli States, protagoniste dell’incontro in soprintendenza Archeologia del Veneto con Bonomi e Pettenò | archeologiavocidalpassato). Il progetto ha importanti ricadute positive anche sotto l’aspetto della conservazione e per la didattica del patrimonio culturale. Ideato e condotto, oltre che da Mandruzzato e Facchi, relatrici della conferenza, anche da Francesco Ceselin e Ada Gabucci, è stato reso possibile grazie all’iniziativa di valorizzazione del patrimonio archeologico del Veneto realizzata con il Progetto “VALUE – EnVironmental And cuLtUral hEritage development” finanziato nell’ambito del Progetto INTERREG V – A Italia-Croazia 2014-2020 ( www.italy-croatia.eu/web/value/about-the-project ) e cofinanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale.

Vicenza. A Palazzo Chiericati “Eterno ed effimero nelle arti dall’antichità egizia ad Astor Piazzolla”: pomeriggio all’insegna del connubio tra musica e arte nel segno degli antichi egizi, a corollario della grande mostra “I creatori dell’Egitto eterno” in Basilica Palladiana

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Una statua della de egizia Sekhmet vigila davanti Palazzo Chiericati a Vicenza (foto comune vi)

Un pomeriggio all’insegna del connubio tra musica e arte nel segno degli antichi egizi. A corollario della grande mostra “I creatori dell’Egitto eterno”, aperta alla Basilica Palladiana fino al 7 maggio 2023, appuntamento sabato 4 febbraio 2023, alle 16, nel salone d’onore del museo civico di Palazzo Chiericati a Vicenza con “Eterno ed effimero nelle arti dall’antichità egizia ad Astor Piazzolla”. L’iniziativa è inserita nella rassegna culturale “Eredità degli Egizi tra storia e mito” organizzata dall’associazione di promozione sociale In Arte Veneto, in collaborazione con la Comunità dei Servi di Maria di Monte Berico, con il patrocinio del Comune e della Provincia di Vicenza e con il supporto dell’assessorato alla partecipazione, di Banca delle Terre Venete – Gruppo BCC ICCREA e dello studio legale Casa & Associati. L’ingresso è libero con offerta responsabile e prenotazione obbligatoria a inarteveneto@gmail.com, fino ad esaurimento posti. “Eterno ed effimero nelle arti dall’antichità egizia ad Astor Piazzolla”, coordinato da Ilaria Gusella, ha come protagonista l’Ensemble “Pantaleon 100” dell’Orchestra sinfonica nazionale della RAI, composto da Michal Ďuriš e Paolo Lombardi al violino, Ula Ulijona alla viola, Fabio Storino al violoncello e Davide Vendramin al bandoneon. Presenta il concerto Alessia Bartolomucci, attrice, mentre Agata Keran, storica dell’arte, intratterrà gli ospiti con un breve “ouverture” d’arte dedicata a una diva del mondo antico, l’ultima regina d’Egitto, Cleopatra, che con il suo intramontabile glamour – grazie anche alle narrazioni cinematografiche del Novecento – continua a incantare l’immaginario dei sognatori del nostro tempo. Il programma musicale prevede un omaggio ad Astor Piazzolla, attraverso un’antologia cameristica che spazia dalla Milonga del Angel, Adios Nonino, Michelangelo 70, nonché la suite Tango sensation, scritta per il Kronos Quartet alla fine degli anni ‘80, ultimo lavoro registrato in studio da Astor Piazzolla, forse da considerare il testamento interiore della sua opera, dove emergono con potenza quelle passioni dell’animo umano che legano senza soluzione di continuità il passato e il presente di ogni civiltà e individuo.

Verona. Al museo Archeologico nazionale convegno “VENETI ed ETRUSCHI. Un confine invisibile” dedicato alla Necropoli dell’Età del Ferro della Colombara a Gazzo Veronese con presentazione del libro di Luciano Salzani e Marisa Morelato

verona_archeologico_convegno-veneti-ed-etruschi_locandina“VENETI ed ETRUSCHI. Un confine invisibile” è il titolo del convegno dedicato alla Necropoli dell’Età del Ferro della Colombara a Gazzo Veronese. Appuntamento sabato 4 febbraio 2023, alle 10, al museo Archeologico nazionale di Verona. La partecipazione all’evento è gratuita. Per informazioni: tel. 346.5033652 o museovr@archeologica.it. Dopo i saluti del soprintendente Vincenzo Tinè, introduce e modera Mara Migliavacca (università di Verona). Interventi: 10.30, Giovanna Gambacurta (università Ca’ Foscari, Venezia) su “Gazzo Veronese: un nodo strategico nei percorsi del Veneto”; 11, Angela Ruta Serafini (già direttrice del museo nazionale Atestino) presenta il libro “I Veneti Antichi a Gazzo Veronese. La necropoli della Colombara”. Dopo il coffee break, alle 11.45, Sabrina Masotti (università di Ferrara) su “Il rito incineratorio a Colombara: analisi antropologica e confronti con altre necropoli del territorio veneto”; 12.15, Alessandro Canci (università di Udine) su “Le inumazioni della necropoli della Colombara di Gazzo Veronese. Evidenze utili per una ricostruzione del rituale funerario”.

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Sepoltura rinvenuta nella necropoli della Colombara a Gazzo Veronese (foto sabap-vr)

“Il convegno di Verona”, spiega Giovanna Gambacurta, “nasce dalla volontà di presentare al pubblico (scientifico e non scientifico) un ultimo lavoro di Luciano Salzani che tanta parte ha giocato per la conoscenza della preistoria e protostoria del Veronese e del Veneto in generale. In questo caso si presenta l’edizione sistematica della necropoli di Gazzo Veronese in località Colombara, studiata da Luciano Salzani con la collaborazione di Marisa Morelato. L’idea degli organizzatori è stata quella di non limitarsi alla presentazione del volume, ma di farne un’occasione di conoscenza a più ampio respiro. In questa direzione a Mariangela Ruta è stata chiesta la presentazione del volume, impresa non facile per i numerosi contatti con altre realtà dell’età preromana che si possono mettere in luce. In sostanza si tratta di un difficile lavoro di sintesi per evidenziare i tratti salienti di questa necropoli del centro cardine di Gazzo Veronese. A me è stato chiesto di inquadrare il centro di Gazzo nel suo contesto territoriale, mettendo in luce le motivazioni che portarono Gazzo a rivestire un ruolo chiave nei traffici e nei commerci che legavano il Veneto al mondo villanoviano prima ed etrusco poi. Il quadro si completa con lo studio antropologico dei resti, sia incinerati che inumati, per dare una fisionomia più completa a questi antichi abitanti della pianura veronese”.

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Copertina del libro “I Veneti antichi a Gazzo Veronese. La necropoli della Colombara” (Edizioni Sap) di Luciano Salzani e Marisa Morelato

Il libro “I Veneti Antichi a Gazzo Veronese. La necropoli della Colombara”. Risalgono agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso le prime segnalazioni sull’esistenza di una necropoli in località Colombara, una corte agricola posta poco a sud dell’attuale abitato di Gazzo Veronese. Nei decenni successivi tutta la zona fu interessata da importanti e radicali lavori di sistemazione agraria, che portarono alla distruzione di numerose sepolture; altre tombe vennero depredate da ricercatori non autorizzati. Il parroco del paese riuscì a recuperare alcuni oggetti dalle tombe distrutte e diede inizio ad una piccola raccolta archeologica locale; la sua opera fu poi proseguita dal Gruppo Archeologico di Gazzo Veronese. Solo dal 1980 la Soprintendenza Archeologica del Veneto poté intervenire con un’efficace azione di tutela e con alcuni sondaggi di scavo di limitata estensione e nel 1999 venne fatto uno scavo in estensione che portò al recupero di 190 tombe. Il sepolcreto della Colombara fa parte di un’ampia necropoli orientale formata da diversi gruppi di tombe e separata dell’abitato protostorico di Coazze tramite il corso del fiume Tartaro. A sud il corso del fiume Tione separa l’abitato dalla necropoli meridionale, anch’essa costituita da vari gruppi sepolcrali. Questo studio è iniziato dall’esame delle tombe scavate nel 1999 e si è poi ampliato fino a comprendere i ritrovamenti delle ricerche degli anni precedenti e i recuperi di materiali sporadici; la pubblicazione rientra in un ampio progetto di studio,  valorizzazione e promozione culturale e scientifica del territorio di Gazzo Veronese, promosso nel 2013 dalla soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto, dall’università di Verona e dall’università di Roma “La Sapienza”. L’arco cronologico dell’utilizzo della necropoli della Colombara, che va dal X al V secolo a.C., è stato suddiviso in alcune ampie fasi. La fase più antica (X-IX secolo a.C.) è documentata da un numeroso gruppo di tombe a cremazione con le ossa combuste poste all’interno di un’urna oppure sparse nella fossa. L’aspetto culturale di materiali di questa fase ha forti legami di continuità con la facies protoveneta della fine dell’età del Bronzo. Nella seconda fase (VIII secolo a.C.) la necropoli assume caratteri pienamente veneti che dimostrano strette affinità con i materiali di Este. Il polo di Gazzo Veronese va assumendo il ruolo di centro periferico dei Veneti a controllo dell’importante direttrice fluviale del Tartaro e Mincio. Questo ruolo avrà poi maggiore importanza nelle fasi successive quando nella vicina pianura mantovana si insedieranno gli Etruschi. In questo quadro è molto significativo il rinvenimento di una lunga spada con fodero, un vero e proprio status symbol del capo guerriero della comunità. Nelle due fasi successive (VII-V secolo a.C.) le tombe della necropoli presentano un buon livello di ricchezza nei corredi, sempre con sostanziali affinità con Este, ma manifestando anche alcuni caratteri locali di differenziazione, che sono stati definiti “stile Garolda-Coazze”. I rapporti ad ampio raggio, soprattutto con gli Etruschi, sono esplicitati in particolare dal rinvenimento di una tomba con il corredo di un’ascia bipenne e da quello di un gruppo di statue di pietra. Durante le varie fasi tra le tombe a cremazione si trovano poche tombe ad inumazione, prive di corredo e spesso con defunti deposti in posizioni anomale; forse stano a dimostrare la presenza di individui di un livello sociale inferiore. Il ciclo di utilizzo della necropoli della Colombara si chiude nel V secolo a.C., però i vicini sepolcreti di Dosso del Pol e di Cassinate stanno a dimostrare una continuità di esistenza del centro protostorico di Gazzo Veronese anche nei secoli successivi fino agli inizi delle invasioni celtiche.

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L’archeologo Luciano Salzani

Luciano Salzani ha lavorato alla soprintendenza Archeologica del Veneto in qualità di direttore archeologo coordinatore, con competenze per i siti preistorici e e protostorici delle province di Verona e Rovigo. È stato direttore del museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine. È socio dell’Istituto italiano di Preistoria e Protostoria e dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona. Ha diretto numerose campagne di scavo soprattutto in abitati e necropoli dell’età del Bronzo e del Ferro, di cui ha curato l’edizione.

Civitavecchia. Per i “Giovedì dell’Archeologia” del museo Archeologico nazionale conferenza “Conversazioni sul MANC: dai depositi al nuovo allestimento della sezione etrusca”

civitavecchia_archeologico_giovedì-dell-archeologia_conversazioni-sul-manc_locandinaAppuntamento “extra” dei “Giovedì dell’Archeologia” del museo Archeologico nazionale di Civitavecchia con la conferenza “Conversazioni sul MANC: dai depositi al nuovo allestimento della sezione etrusca”, cui parteciperanno Lara Anniboletti, direttrice del museo Archeologico nazionale di Civitavecchia, insieme agli archeologi Maria Rosa Lucidi e Alessandro Mandolesi. Appuntamento il 2 febbraio 2023, alle 17, alla biblioteca comunale “A. Cialdi” di Civitavecchia. L’evento sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook del museo Archeologico nazionale di Civitavecchia. Per informazioni e prenotazioni: museo Archeologico nazionale di Civitavecchia, tel. 076623604, e-mail: drm-laz.mucivitavecchia@cultura.gov.it. L’incontro è focalizzato sul progetto di riqualificazione e riallestimento del museo Archeologico nazionale di Civitavecchia: l’ampliamento dello spazio espositivo permetterà di sviluppare un “grande museo” in cui la storia di Centumcellae e del territorio – compresa la medievale Cencelle – possa essere ben rappresentata. Si parlerà, inoltre, dello “scavo nello scavo” effettuato nei depositi del Museo, che ha permesso di approfondire e puntualizzare molti aspetti della fase etrusca, rappresentata da fiorenti siti e necropoli, quando il territorio di Civitavecchia rappresentava la linea di confine tra le metropoli etrusche di Cerveteri e Tarquinia.

Firenze. Tra un mese al via la quinta edizione di Firenze Archeofilm: un’ottantina di film, moltissime anteprime. Ecco alcune anticipazioni

firenze_archeofilm_2023_locandinaEsattamente tra un mese, il 1° marzo 2023, nelle sale dello storico Cinema La Compagnia, a Firenze in via Cavour 50 rosso, con la proiezione del film vincitore nel 2022 “Il giuramento di Ciriaco / The oath of Cyriac” di Olivier Bourgeois aprirà la quinta edizione di Firenze Archeofilm, il grande cinema che racconta la vicenda dell’Uomo, promosso da Archeologia Viva (Giunti editore) con il patrocinio e la collaborazione dell’università di Firenze e la partecipazione del museo e istituto fiorentino di Preistoria “Paolo Graziosi”: direttore Giuditta Pruneti, responsabile della comunicazione Giulia Pruneti, collaborazione tecnica Luigi Forciniti, consulente cinematografico V edizione Dario Di Blasi. Per cinque giornate, dal 1° al 5 marzo 2023, mattino, pomeriggio e sera, il meglio della produzione mondiale sui temi di archeologia, arte e ambiente. In programma un’ottantina di film: 63 in concorso, tra cui moltissime anteprime, provenienti da 16 nazioni diverse, e 15 nella sezione “Original Sound” con film in lingua originale (greco, spagnolo, francese, portoghese, turco). Domenica 5 marzo, a conclusione della rassegna, saranno assegnati i seguenti premi: premio “Firenze Archeofilm” 2023 al film più votato dal pubblico; premio “Università di Firenze”: giuria composta da docenti dell’università di Firenze: Silvia Pezzoli (docente di Scienze della comunicazione), Domenico Lo Vetro (docente di Archeologia preistorica); premio “Studenti UniFi” per il miglior cortometraggio: giuria coordinata da Diego Brugnoni; premio “Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria Paolo Graziosi” al miglior film di archeologia preistorica: giuria composta da Massimo Tarassi (storico, dirigente Cultura della Provincia di Firenze, membro del CdA del museo e istituto fiorentino di Preistoria), Domenico Lo Vetro (docente di Archeologia preistorica), Fabio Martini (archeologo, docente all’università di Firenze e presidente del museo e istituto fiorentino di Preistoria); premio Archeologia Viva per la comunicazione del patrimonio.

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Il Cinema La Compagnia ospita il Firenze Archeofilm (foto AV / giunti)

“Potremmo presentare Firenze Archeofilm 2023 come il Giro del mondo in 80 film”, scrive Giuditta Pruneti, direttore della Rassegna. “Il mondo dell’archeologia, della storia, dell’arte, dell’ambiente, tra nuove scoperte e “vecchie” ma sempre affascinanti storie. È l’uomo che attraverso il cinema racconta se stesso, omaggia il proprio passato, un mare non sempre limpido in cui però è fondamentale imparare a specchiarsi. Un festival che ogni anno rinnova la ferma volontà di farsi promotore di film e documentari che in molti casi troverebbero, ingiustamente, scarsa visibilità. Sempre lontano da scontati sensazionalismi, nel pieno rispetto della linea dettata da Archeologia Viva, rivista organizzatrice dell’evento. Questa quinta edizione dà voce a una selezione di ben ottanta documentari arrivati da ogni angolo del pianeta: Francia, Stati Uniti, Spagna, Malesia, Regno Unito, Italia, Iran, Germania, Australia, Portogallo, Turchia, Cina, Indonesia, Grecia, Svizzera, Brasile… Una voce che parla molte lingue ma che ci comunica lo stesso amore e lo stesso rispetto per l’Uomo che è stato, e forse speranza per l’Uomo che sarà”.

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Frame del film iraniano “Radkan Tower / La Torre di Radkan”

È proprio Dario Di Blasi, consulente cinematografico di Firenze Archeofilm, a farci qualche anticipazione sul ricco programma. Cominciamo con un interessante film iraniano “Radkan Tower / La Torre Radkan “. “La cinematografia iraniana – scrive Di Biasi – si dimostra sempre vitale e professionalmente ottima a dimostrazione dell’amore di quel popolo per la cultura. Bisogna incentivarla e promuoverla anche a sostegno delle donne che lottano per la loro libertà ed emancipazione e che da sempre sono una grande forza culturale per l’Iran”. La Radkan Tower, questa torre conica in mattoni di 25 metri, attira da secoli l’attenzione dei visitatori. Era una tomba personale sopraelevata? O un capolavoro astronomico? Secondo recenti scoperte, la Torre Radkan è ora ritenuta uno strumento astronomico altamente avanzato, costruito quasi 800 anni fa sotto la supervisione di Khawaja Nasir al-Din al-Tusi. “La Torre Radkan” ha la capacità di determinare l’ora del cambio di ogni stagione e portare buone notizie dell’arrivo della primavera.

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Frame del film “Scoperta la città perduta di Tutankhamon / Tut’s Lost City Revealed”

Di Blasi segnala poi un’opera inedita inglese prodotta da Caterina Turoni per Discovery+ “Scoperta la città perduta di Tutankhamon / Tut’s Lost City Revealed”: un secolo fa, Howard Carter scoprì gli sbalorditivi tesori del re bambino, Tutankhamon. Ora, il leggendario archeologo Dr. Zahi Hawass ha scoperto una città d’oro perduta che custodisce i segreti degli ultimi giorni di Tut e dell’età dell’oro dell’Egitto.

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L’archeologa Sara Levi in un frame del film “Stromboli: a provocative island / Stromboli: un’isola provocatoria”

Alla quinta edizione di Firenze Archeofilm sarà proiettato il film “Stromboli: a provocative island / Stromboli: un’isola provocatoria” di Pascal Guerin che presenta la ricerca curata dall’archeologa Sara Levi. Lo scavo ripreso da telecamere documenta la presenza di attività umane in un’isola dove vivere è sempre stato difficile per le attività di un vulcano sempre attivo.

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Frame del film “La stele mancante” sul megalitismo a Carnac in Bretagna

Di megalitismo si parla nel film su Carnac, in Bretagna, “La Stele Mancante”. Immersi nella quieta campagna del Morbihan meridionale, i menhir di Carnac si distinguono per il loro incredibile allineamento. Carnac vanta più di 3000 menhir, risalenti a 7000 anni fa. All’interno del parco archeologico, si possono esplorare 3 siti distinti: Ménec, Kermario e Kerlescan. Questi allineamenti si estendono per quasi 4 chilometri: le pietre sono affilate in ordine decrescente e ogni allineamento termina con un recinto megalitico. Gli studiosi e gli archeologi hanno cercato di trovare una spiegazione per questa tipologia di costruzione. Le ipotesi sono diverse: monumenti religiosi, culto della luna o del sole, calendario per l’agricoltura o addirittura, secondo un’antica leggenda, un intero esercito romano trasformato in pietre. Sebbene certezze non ve ne siano, l’ipotesi più attendibile sarebbe quella di funzione sacra e funeraria.

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Frame del film “Mamody, the last baobab diggher / Mamody, l’ultimo scavatore di baobab”

Tra le ultime segnalazioni di Di Blasi un film francese di carattere etnografico pluripremiato “Mamody, the last baobab diggher / Mamody, l’ultimo scavatore di baobab”. L’approccio sviluppato viene utilizzato per localizzare e caratterizzare gli ecosistemi di baobab del Madagascar e delle Comore, per studiare l’impatto dei cambiamenti globali su questi ecosistemi e per valutare la rilevanza della rete di aree protette attuali e future per la conservazione del genere Adansonia. Viene testato per descrivere l’organizzazione spaziale dei chiodi di garofano e le loro dinamiche sulla costa orientale del Madagascar. Sarà presto applicato alla localizzazione del rimboschimento di eucalipto nella regione di Anjozorobe, all’identificazione di piantagioni di litchi lungo la costa orientale e alla caratterizzazione delle dinamiche di deforestazione (agricoltura su disboscamento/taglio e bruciatura) nell’ovest del Madagascar. Per mettere in prospettiva questa diversità di applicazioni, si sta studiando un metodo più generico e concettuale.

Roma. Il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia lancia il progetto “Un anno con gli dei etruschi”: ogni mese un approfondimento su una divinità con l’invito a scoprirla in museo. Per febbraio il focus è sul dio Fufluns, il Dioniso greco

roma_villa-giulia_un-anno-con-gli-dei-etruschi_locandinaUn anno con gli dei etruschi: uno da scoprire per ogni mese dell’anno. Il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia ha deciso di ritmare il 2023 con il racconto degli dei etruschi. Sul sito del museo è stato inserito un approfondimento dedicato alle divinità venerate dagli Etruschi, una per ciascun mese dell’anno: dodici narrazioni curate dall’archeologa Vittoria Lecce che a gennaio sono partite con Culsans, il guardiano delle porte e dei cicli temporali (Roma. Il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia lancia il progetto “Un anno con gli dei etruschi”: ogni mese un approfondimento su una divinità con l’invito a scoprirla in museo. Gennaio apre con il dio Culsans, il Giano romano | archeologiavocidalpassato). Per febbraio il focus è sul dio Fufluns, il dio del vino che poteva concedere salvezza ai suoi seguaci.

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Statuetta votiva in bronzo del dio Fufluns (480 a.C.), provenienza ignota, produzione etrusca settentrionale, conservata alle Gallerie Estensi di Modena (foto Wikimedia Commons)

FEBBRAIO E IL DIO FUFLUNS. Questa divinità etrusca aveva una origine umbro-sabina e doveva essere legata alla vegetazione: infatti nel nome si riconosce la stessa radice di “flora “e “flos” (fiore). Gli Etruschi assimilarono Fufluns a Dioniso, giunto in Etruria insieme con il vino di produzione greca e le relative pratiche culturali e sociali. Di fatto, il simposio diventò un segno distintivo delle aristocrazie etrusche. Immagini, simboli e miti dionisiaci erano riprodotti sul vasellame greco di importazione e vennero utilizzati per caratterizzare le rappresentazioni di Fufluns. La più antica testimonianza pervenuta è una statuetta in bronzo conservata a Modena nelle Gallerie Estensi: il dio ha un aspetto solenne, è dotato di barba e baffi ed è avvolto in una tunica e in un lungo mantello.

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Tempietto votivo in terracotta con Dioniso e Arianna (IV-III secolo a.C.) dal deposito votivo rinvenuto presso Porta Nord a Vulci, conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Dioniso e Fufluns (per assimilazione) erano anche titolari di culti misterici: rituali segreti aperti solo a persone che avevano compiuto un percorso di formazione (gli iniziati), che promettevano salvezza dopo la morte. I misteri dionisiaci, nei quali avevano un ruolo importante le donne, furono molto popolari per secoli in tutto il bacino del Mediterraneo: bene accolti in Etruria, a Roma non venivano incoraggiati e nel 186 a.C. si cercò di reprimerli con delle leggi ad hoc. Gli iniziati potevano portare nella tomba alcuni oggetti speciali, come i recipienti da vino rinvenuti a Vulci con l’iscrizione “fuflunsl pachies velclthi” (di Fufluns bacchico a Vulci). Villa Giulia conserva molti reperti decorati con immagini dedicate a Dioniso e alle sue vicende mitiche. Fra questi il modellino di tempio in terracotta rinvenuto presso la Porta Nord di Vulci, offre una testimonianza importante. Sul frontone è raffigurata la coppia Dioniso/Fufluns (raffigurato come un giovane imberbe) e Arianna, eroina cretese abbandonata da Teseo e poi diventata sposa immortale del dio. Non è chiaro se l’oggetto riproduca una struttura reale, documentando così l’aspetto di un tempio dedicato a Fufluns; in ogni caso, resta una preziosa testimonianza della fortuna del dio in Etruria.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale “Speciale Bizantini”: tre incontri per approfondire il progetto scientifico della mostra “Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario”

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La mostra “Bizantini” nel Salone della Meridiana al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto sergio siano)

“Bizantini”: è una delle grandi mostre che il 2022 lascia in eredità al nuovo anno. Salvo proroghe, a museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario”, curata da Federico Marazzi (università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli), rimarrà aperta fino al 13 febbraio 2023. In queste settimane il Mann promuove “Speciale Bizantini”: tre incontri per approfondire il progetto scientifico dell’esposizione sviluppato da un team di studiosi italiani della civiltà bizantina, team guidato dallo stesso Federico Marazzi e composto da Lucia Arcifa, Ermanno Arslan, Isabella Baldini, Salvatore Cosentino, Edoardo Crisci, Alessandra Guiglia, Marilena Maniaci, Rossana Martorelli, Andrea Paribeni ed Enrico Zanini (vedi Grandi mostre tra 2022 e 2023. Al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Bizantini. Luoghi, simboli e comunità di un impero millenario” curata da Federico Marazzi. L’introduzione del direttore Paolo Giulierini | archeologiavocidalpassato).

napoli_mann_speciale-mostra-i-bizantini_tre-incontri_locandinaSpeciale Bizantini: luoghi, simboli e comunità di un impero millenario. Si inizia mercoledì 1° febbraio 2023: alle 16.30, in sala Conferenze del Mann, l’incontro “L’eredità culturale del monachesimo italo-greco nel Mezzogiorno”. Dopo i saluti del direttore Paolo Giulierini, intervengono Rosanna Alaggio (università del Molise) e il saggista Giovanni Russo. Modera Claudio Bocci, presidente Cultura del Viaggio. Si prosegue lunedì 6 febbraio 2023: alle 16.30, in sala Conferenze del Mann, presentazione del libro “Costantinopoli. I luoghi dell’Archeologia” di Enrico Zanini. Dopo i saluti del direttore Paolo Giulierini, con l’autore Zanini intervengono Federico Marazzi (università Suor Orsola Benincasa di Napoli), Riccardo Santangeli Valenzani (università Roma Tre) e Silvia Pedone (accademia nazionale dei Lincei). Il ciclo si chiude giovedì 9 febbraio 2023. Alle 16, nell’auditorium del Mann, per “Incontri di Archeologia – XXVIII edizione”, dopo i saluti del direttore Paolo Giulierini, interviene Federico Marazzi su “Una lunga storia di libertà: il ducato “bizantino” di Napoli (VII-XII secolo)”.

Aquileia. Riapre al pubblico la Domus di Tito Macro, la più grande domus romana di I secolo d.C. dell’Italia settentrionale. Ecco tutti gli orari

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Visite guidate alla Domus di Tito Macro ad Aquileia (foto fondazione aquileia)

Dal 1° febbraio 2023 la Domus di Tito Macro, nell’area archeologica di Aquileia, sarà aperta tutti i giorni al grande pubblico, con ingresso scaglionato ogni 30 minuti, nei seguenti orari: a febbraio, 10-16, durante la settimana; sabato, domenica e festivi fino alle 17; marzo e ottobre, dalle 10 alle 18 tutti i giorni; da aprile a settembre, dalle 10 alle 19 tutti i giorni. Per i visitatori individuali il biglietto è acquistabile: online: clicca qui; al Bookshop della Basilica di Aquileia in piazza Capitolo, 4. Per i gruppi la prenotazione è effettuabile: online: clicca qui; al Bookshop della Basilica di Aquileia in piazza Capitolo, 4. I gruppi potranno inoltre effettuare l’acquisto direttamente al Bookshop Aquileia.

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La domus di Tito Macro nell’area archeologica di Aquileia (foto fondazione aquileia)

La domus di Tito Macro è la più grande domus romana di I secolo d.C. dell’Italia settentrionale. Da dove deriva questo nome? Da un peso di pietra con iscrizione T. MACRI che gli archeologi dell’università di Padova, guidati dal prof. Jacopo Bonetto, hanno scoperto nel corso delle campagne di scavo eseguite tra il 2009 e il 2013. Di questo personaggio non abbiamo altre notizie, ma forse fu proprio lui il proprietario della casa nel momento del suo massimo sviluppo. Un’abitazione davvero enorme: più di 1300 metri quadrati, compresi tra le due strade parallele (cardini) che definivano l’isolato. La domus aveva tutti i comfort: un atrio dotato di pozzo, un’ampia sala da pranzo, un giardino dotato di una fontana zampillante, camere da letto e per il soggiorno, cucina e altri ambienti di servizio. E, tra le botteghe affacciate su uno dei cardini, è stata scoperta anche una panetteria, dotata di forno.

Domus di Tito Macro - Atrio (I sec d.C.)

Ricostruzione 3D dell’atrio della Domus di Tito Macro (I sec d.C.) ad Aquileia (foto fondazione aquileia / Ikon / Nudesign)

La dimora fu indagata parzialmente negli anni ’50 del secolo scorso e, tra il 2009 e il 2015, è stata oggetto degli scavi condotti da parte del Dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova, in convenzione con la Fondazione Aquileia e su concessione del MiBACT. Gli scavi hanno permesso di riconoscere, in particolare, la pianta della domus, costruita nel I sec. a.C. e vissuta ininterrottamente fino al VI sec. d.C., e di proporne l’attribuzione a Tito Macro, facoltoso abitante di Aquileia, in base al ritrovamento di un peso di pietra con maniglia di ferro con l’iscrizione T.MACR. Alla casa si accedeva da Ovest, attraverso un atrio sorretto da quattro colonne e dotato di vasca centrale per la raccolta dell’acqua e di un pozzo, parzialmente conservatosi e integrato nella parte mancante. In asse con l’accesso si trovava il tablino, sala da ricevimento del padrone di casa, con ricco pavimento musivo. La parte retrostante della casa gravitava su uno spazio centrale scoperto, il giardino, circondato da un corridoio mosaicato e dotato di una fontana. Su di esso si apriva la grande sala di rappresentanza e, a Sud, il triclinio, affiancato da ambienti di soggiorno e da una stanza da letto (cubicolo). A nord si trovava invece la cucina con bancone in muratura, mentre nella parte orientale sono state riconosciute quattro botteghe, tra le quali anche il negozio di un panettiere con il forno per la panificazione, i cui resti sono rimasti in vista. L’innovativo progetto di valorizzazione e ricostruzione degli ambienti della domus di Tito Macro, promosso dalla Fondazione Aquileia e il cui progetto di copertura è opera del Gruppo di progettazione diretto da Eugenio Vassallo, è stato realizzato attraverso l’utilizzo delle risorse erogate alla Fondazione dalla Regione Friuli Venezia Giulia e mediante il contributo di ALES S.p.A., società in house del MiBACT.

Firenze. “Storie e archeologie dell’arte amerindia: un simposio KHI – UCL sulle trasformazioni materiali nelle Americhe indigene”: dodici tra storici dell’arte, archeologi, antropologi e curatori si confrontano on line in quattro mercoledì di febbraio

firenze_kunshistorishes-institute_convegno-storie-e-archeologie-arte-amerindie_mosaico“Storie e archeologie dell’arte amerindia: un simposio KHI – UCL sulle trasformazioni materiali nelle Americhe indigene”: appuntamento articolato in quattro mercoledì, il 1°, l’8, il 15 e il 22 febbraio 2023 al Kunsthistorisches Institut in Florenz, on line su Zoom, per il simposio organizzato da Sanja Savkić Šebek (KHI in Florenz – Max-Planck-Institut & Humboldt-Universität zu Berlin), Bat-ami Artzi (CSoC, Ben-Gurion University of the Negev; ex 4A_Lab Fellow) & Elizabeth Baquedano (UCL Institute of Archaeology) nell’ambito del Dipartimento Gerhard Wolf e del “4A Laboratory: Art Histories, Archaeologies, Anthropologies, Aesthetics” (Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut), in collaborazione con UCL Institute of Archaeology. Gli eventi saranno successivamente registrati e condivisi online.

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Uno straordinario copricapo e un tessuto della cultura Nazca (200 a.C.) con piume di uccelli amazzonici e corda (collezione Ligabue)

Il simposio KHI – UCL riunisce storici dell’arte, archeologi, antropologi e curatori che condividono interessi nel potenziale trasformativo della materia e dei materiali derivanti da diverse pratiche sociali ed estetiche. Queste pratiche si manifestano nelle opere creative prodotte dalle popolazioni indigene in tutte le Americhe dai tempi antichi ad oggi. In ciascuna delle quattro sessioni, tre ricercatori metteranno in conversazione casi di studio provenienti da un insieme diversificato di tradizioni culturali indigene e affronteranno un tipo specifico di materialità. Vale a dire, affronteranno la materialità delle pietre, dei metalli, del colore, nonché la multi-materialità e le creazioni e le esperienze multisensoriali, le loro funzioni, usi e ricezione da società indigene antiche, coloniali e contemporanee del Brasile, delle Ande centrali, di Panama, della Mesoamerica e del Nord America.

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“Maschera” della cultura Teotihuacan (Messico) (foto fondazione ligabue)

La materialità è attualmente un’area di interesse della ricerca nella storia dell’arte e nell’archeologia, nonché in una serie di discipline correlate. Gli studi sulle creazioni amerindie con un “approccio pragmatico” sono particolarmente stimolanti in quanto sottolineano ulteriormente l’importanza dell’azione rituale per l’impegno con la cultura materiale. Secondo questa prospettiva, i significati delle opere (d’arte) non sono solo metaforici, ma risiedono nella scelta delle materie prime e nelle tecniche e nei processi della loro realizzazione. In quanto tali, i materiali stessi sono ciò che è privilegiato, così come lavorare con loro (in termini di una pratica di conoscenza o azione rituale). In numerosi miti amerindi, materie prime come argilla, legno, ossa, mais, tra molti altri, hanno un posto centrale. Si consideri ad esempio una tradizione Chimu della costa settentrionale peruviana che racconta l’origine del popolo come derivante da tre uova: una fatta d’oro, una d’argento e una di rame. Ciò illustra una concettualizzazione secondo cui il supporto materiale non solo si collega all’essenza stessa degli esseri umani, ma anche di altri esseri e artefatti. Inoltre, i materiali artistici non sono sostanze inerti, piuttosto si pensa che possiedano forza vitale e azione, che si esprimono pienamente attraverso il processo di creazione. In questo modo, negli sforzi per comprendere le diverse espressioni artistiche amerindie, è necessario prendere in considerazione il supporto materiale come uno strato inseparabile di qualsiasi oggetto (cioè quando la sostanza cambia da una cosa all’altra), che contribuisce al nucleo del pezzo, al suo essere, estetica e funzione.

firenze_kunshistorishes-institute_convegno-storie-e-archeologie-arte-amerindie_locandinaI partecipanti a questo simposio si occuperanno delle diverse questioni correlate: 1) l’elaborazione della materia adattata a diverse funzioni, con texture mutevoli, struttura superficiale e profonda, proprietà e qualità estetiche e di altro tipo, come la trasformazione dell’energia della luce in forme sostanziali e del colore incorporato nel materiale; 2) la materialità espressa nelle mitologie e nelle cosmologie; 3) i processi di creazione delle immagini e il potere materializzato nelle immagini; 4) materiali animati e loro agenzia; 5) la materialità come espressione del tempo, della santità, del dominio e dell’identità; 6) prospettiva olistica sull’estrazione, la trasformazione e l’uso dei materiali; 7) La tecnologia come mezzo per creare significato e valore. Inoltre, i partecipanti esploreranno gli impegni intellettuali indigeni con fenomeni materiali come la comprensione della materialità, come incarna il sacro e come le diverse materialità – umane, animali, ambientali – agiscono l’una sull’altra in contesti artistici. Dodici studiosi partecipanti presenteranno i seguenti argomenti, seguiti da domande e risposte e discussioni.

PROGRAMMA. 1° febbraio 2023, 17:00 CET / 16:00 GMT. Sessione 1: “Interazione tra materialità ed esperienza sensoriale” con Nicholas J. Saunders (università di Bristol), Max Carocci (Richmond American University London) & Paolo Fortis (Durham University). Sessione 1 Link di registrazione Zoom | Abstract & Biografie. 8 febbraio 2023, 17:00 CET / 16:00 GMT. Sessione 2: “Lavorare con la pietra” con Juan Carlos Meléndez (CNRS / Université Paris 1 – Panthéon-Sorbonne), Davide Domenici (università di Bologna) & Catherine J. Allen (George Washington University). Sessione 2 Link di registrazione Zoom | Abstract & Biografie. 15 febbraio 2023, 17:00 CET / 16:00 GMT. Sessione 3: “Tra liquido e solido: i metalli e la loro trasformazione” con Blanca Maldonado (El Colegio de Michoacán), Ana María Falchetti (ex vicedirettore del Museo del Oro, Bogotà) & Izumi Shimada (Southern Illinois University). Sessione 3 Link di registrazione Zoom | Abstract & Biografie. 22 febbraio 2023, 17:00 CET / 16:00 GMT. Sessione 4: “La materialità del colore: pigmenti, pelli dipinte e piume” con Claudia Brittenham (università di Chicago), Élodie Dupey García (Universidad Nacional Autónoma de México) & Amy Buono (Chapman University). Sessione 4 Link di registrazione Zoom | Abstract & Biografie