Torino. Doppia visita guidata col curatore Alessandro Girardi alla mostra “Baciare la terra per il signore degli dèi: la statua stelofora di Neferhebef”, nuova proposta del ciclo nel “Laboratorio dello Studioso”: Girardi guiderà i partecipanti alla scoperta delle statue stelofore e diverse stele, strumento comunicativo molto versatile nell’antico Egitto

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Alessandro Girardi curatore della mostra “Baciare la terra per il signore degli dèi: la statua stelofora di Neferhebef” (foto museo egizio)

Ultimi posti disponibili per la visita guidata del 20 aprile 2023 alla mostra “Baciare la terra per il signore degli dèi: la statua stelofora di Neferhebef”, accompagnati dal curatore Alessandro Girardi. Fino al 28 maggio 2023, la statua stelofora di Neferhebef, che raffigura un uomo inginocchiato con le mani protese in avanti a reggere una stele, è infatti il reperto sotto la lente della nuova mostra del ciclo “Nel Laboratorio dello Studioso”, a cura di Alessandro Girardi. Grazie alla ricerca è stato possibile risalire al nome del proprietario e anche alle sue cariche. Due le visite guidate in programma col curatore Alessandro Girardi: la prima appunto il 20 aprile, l’altra il 17 maggio 2023, sempre alle 16.30. La visita dura 60 minuti. Massimo 25 partecipanti.

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La statua stelofora di Neferhebef conservata al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

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Stele esposte alla mostra “Baciare la terra per il signore degli dèi: la statua stelofora di Neferhebef” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Cosa c’è di più bello che ascoltare le storie degli oggetti dalla viva voce di chi fa ricerca ogni giorno? Ogni reperto può celare mille storie e gli studiosi possono rivelarcele in modo appassionante e coinvolgente e farci sentire più vicini ai tesori che il museo Egizio di Torino custodisce nelle sale e nei magazzini. Il reperto rappresenta un elemento di evoluzione dei cosiddetti stelofori, delle statue che raffigurano un uomo inginocchiato con le mani protese in avanti a reggere una stele. La statua contiene delle iscrizioni con un’invocazione al dio Amon e, nonostante la provenienza incerta, grazie proprio all’iscrizione è stato possibile risalire al nome del proprietario, Neferhebef, ed anche alle sue varie cariche. In questa visita Alessandro Girardi guiderà i partecipanti alla scoperta delle statue stelofore e altre statuette provenienti da contesti funerari e templari. Sono inoltre esposte diverse stele, strumento comunicativo molto versatile nell’antico Egitto.

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Dettaglio della statua stelofora di Neferhebef conservata al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

L’analisi di questa statuetta, delle iscrizioni e dell’iconografia della stele permette di datare l’oggetto al Nuovo Regno, più specificamente tra la XVIII e la XIX dinastia (1479 – 1213 a.C. circa). Durante questo periodo storico si assiste ad uno sviluppo della devozione religiosa nella sfera privata. Tale fenomeno è particolarmente evidente nello spazio pubblico del tempio, dove vengono deposte statue ed altri oggetti votivi a favore degli dèi. Al contempo si assiste, inoltre, ad uno sviluppo della statuaria privata.

È uscito il libro “Ricostruire dopo un terremoto. Riparazioni antiche a Pompei” di Hélène Dessales per il Centre Jean Bérard di Napoli esplora la cultura della ricostruzione a fronte del rischio sismico

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Copertina del libro “Ricostruire dopo un terremoto. Riparazioni antiche a Pompei” di Hélène Dessales

Prima di diventare una città sepolta dalle ceneri, Pompei è stata una città di macerie, dopo un forte terremoto, seguito da altre scosse fino al 79 d.C. Come è stata ricostruita Pompei dopo questi episodi? Secondo quali strategie e con quali tecniche? Ne parla l’archeologa Hélène Dessales nel libro “Ricostruire dopo un terremoto. Riparazioni antiche a Pompei” della collana Études del Centre Jean Bérard di Napoli. Questo libro, frutto di un programma di ricerca collettivo condotto dal 2015 al 2019, esplora questa cultura della ricostruzione a fronte del rischio sismico. Archeologia dell’architettura, ingegneria strutturale, scienze della terra, banche dati e cartografia sono tutte incrociate fra loro a questo scopo. Lo studio si è concentrato su dieci isolati della Regio VII, che costituiscono un insieme rappresentativo del tessuto urbano. Nei vari edifici sono state individuate 266 riparazioni post-sismiche ed è stata stabilita una tipologia di tecniche utilizzate per il ripristino degli elevati, estendendo l’approccio ai rivestimenti. La quantificazione e la distribuzione spaziale di queste numerose riparazioni rivelano le modalità di ricostruzione secondo le diverse categorie di edifici. Si arriva anche a una valutazione dei danni e della variabilità della risposta sismica in questo settore della città. Lo sviluppo di un caso di studio, quello delle Terme Stabiane, permette di approfondire l’analisi alla scala di un grande edificio pubblico. Tutti i dati raccolti evidenziano una città molto danneggiata dai terremoti, che è stata in gran parte ricostruita e che, in alcuni casi, ancora con i lavori in corso. Una dinamica edilizia su larga scala, brutalmente interrotta dall’eruzione del Vesuvio.

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Hélène Dessales, docente di archeologia all’École normale supérieure (foto cjb)

Hélène Dessales è docente di archeologia all’École normale supérieure e già membro dell’École française de Rome e dell’Institut universitaire de France. Il suo lavoro si concentra sull’architettura e sulle tecniche di costruzione romane, in particolare a Pompei, dove ha diretto diversi programmi di ricerca.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale per “Lo scaffale del Mann” presentazione del libro “I Greci prima dei Greci. Alle origini della presenza ellenica nel Golfo di Napoli” (Artem) a cura di Giovanni Vastano

napoli_scaffale-del-mann_libro-i-greci-prima-dei-greci_locandinaNuovo appuntamento al museo Archeologico nazionale di Napoli della rassegna “Lo scaffale del Mann”: mercoledì 19 aprile 2023, alle 16, in sala conferenze (Braccio Nuovo, Secondo piano), presentazione del libro “I Greci prima dei Greci. Alle origini della presenza ellenica nel Golfo di Napoli” (Artem) a cura di Giovanni Vastano. Dopo i saluti del direttore del Mann, Paolo Giulierini, intervengono Agostino Riitano, direttore di Procida Capitale italiana della Cultura 2022; Teresa Elena Cinquantaquattro, direttore del Segretariato regionale del ministero della Cultura per la Campania; Fabio Pagano, direttore del parco archeologico dei Campi Flegrei; Nicola Scotto di Carlo, direttore del museo civico di Procida “Sebastiano Tusa”; e Giovanni Vastano, archeologo del museo Archeologico nazionale di Napoli.

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Copertina del libro “I Greci prima dei Greci. Alle origini della presenza ellenica nel Golfo di Napoli” (Artem) a cura di Giovanni Vastano

“I Greci prima dei Greci. Alle origini della presenza ellenica nel Golfo di Napoli” è uno dei primi progetti immaginati nel corso della redazione del dossier di candidatura di Procida a Capitale e incarna a pieno la nostra visione. Nato grazie alla collaborazione tra Procida 2022, il museo Archeologico nazionale di Napoli, il parco archeologico dei Campi Flegrei, la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli e il museo civico di Procida “Sebastiano Tusa”, con il contributo della Regione Campania, esprime una nuova visione, destinata a segnare i prossimi decenni delle politiche culturali e museali del Paese. L’itinerario di visita abbraccia tre grandi eccellenze dell’archeologia del nostro Paese e costruisce un ampio racconto in grado di affascinare il visitatore nonché di approfondire pagine straordinarie della nostra storia, non sempre note al grande pubblico.

Roma, i Carabinieri TPC restituiscono al Messico 43 reperti archeologici trafugati: vasi, sculture ed elementi votivi, di incommensurabile valore storico di diverse culture precolombiane

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Restituzione al Messico reperti trafugati: da sinistra, Generale di Brigata Vincenzo Molinese, comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale; Alejandra Frausto, ministro della Cultura del Messico; Carlos Garcia di Alba, ambasciatore del Messico in Italia (foto mic-tpc)

Non solo reperti trafugati dall’Italia che tornano a casa, ma anche reperti arrivati in Italia attraverso il mercato antiquario illegale che vengono restituiti. Succede anche questo. Il 24 marzo 2023, a Roma, nella sede dell’Ambasciata del Messico in Italia, alla presenza del ministro della Cultura messicana, Alejandra Frausto, e dell’ambasciatore del Messico in Italia Carlos Garcia di Alba, il comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, Generale di Brigata Vincenzo Molinese, ha restituito 43 reperti archeologici. Si tratta di vasi, sculture ed elementi votivi, di incommensurabile valore storico, risultati appartenenti al patrimonio culturale messicano. Le indagini hanno permesso di appurare che risalgono al periodo compreso tra il III e il VIII sec. d.C. e il XIII e il XVI sec. d.C. e che provengono dalle regioni Maya, Totonaca, Teotihuacan, nonché dall’Altipiano centrale e dalla costa del Golfo del Messico.

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Il generale Molinese illustra i reperti che i Carabinieri restituiscono al Messico (foto mic-tpc)

Riconducibili a diverse culture precolombiane, i tesori sono stati recuperati nel corso di diverse autonome indagini condotte dai Nuclei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Roma, Ancona, Napoli, Udine, coadiuvati dal Reparto Operativo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, con il coordinamento delle competenti Procure della Repubblica. Il successo investigativo è stato ottenuto grazie all’imprescindibile supporto delle autorità culturali messicane e del ministero della Cultura che, grazie a mirati esami tecnici, hanno potuto riconoscere e ricondurre ai contesti territoriali e culturali di riferimento i reperti archeologici restituiti. Fondamentale è stata l’attività di comparazione delle immagini dei reperti con quelle contenute nella Banca Dati dei Beni Culturali Illecitamente Sottratti, il più grande database al mondo di informazioni sulle opere da ricercare, gestito in via esclusiva dal Comando Tpc e che attualmente dispone di una base informativa costituita da circa 8 milioni di immagini.

“La Città e le città della Sicilia Antica” a cura di Carmine Ampolo (edizioni Quasar): la Scuola Normale di Pisa ha pubblicato, in parte rielaborati, i testi presentati nel convegno di Pisa nel 2012

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La copertina del libro “La Città e le città della Sicilia Antica” a cura di Carmelo Ampolo (Edizioni Quasar)

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Il prof. Carmelo Ampolo

“La Città e le città della Sicilia Antica” è il titolo del libro pubblicato nel 2022 per Edizioni Quasar dalla Scuola Normale di Pisa, a cura di Carmine Ampolo, a cui va il merito di avere coordinato un lavoro complesso e impegnativo. Carmine Ampolo, storico italiano, è stato professore ordinario di Storia greca presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, dal 2000 al 2014, di cui ha presieduto la Classe di Lettere dal 2001 al 2004. Il libro raccoglie contributi sulla Città e gli insediamenti nella Sicilia antica. Sono stati in parte rielaborati i testi presentati originariamente al Convegno “La Città e le città della Sicilia Antica” (Pisa 18-21 dicembre 2012). Lo scopo del volume è mettere insieme gli insediamenti nell’isola pertinenti alle varie popolazioni per fornire alla comunità scientifica e a tutti gli interessati la possibilità di un confronto non occasionale, con approfondimenti e sintesi. Questa voluta ricerca di una ottica generale fa sì che discipline e tipi di documentazione differente siano presenti negli scritti raccolti. In questo spirito sono compresi saggi che toccano anche ambiti diversi (ad esempio la Magna Grecia) e evidenze diverse (la cartografia di età moderna), ma utili alla comprensione delle realtà siciliane. La parte finale è dedicata a un seminario su documenti epigrafici di Halaesa e Tauromenium. Dopo un’introduzione generale curata da Ampolo, sui centri indigeni contributi di Sebastiano Tusa, Francesca Spatafora ed Elisabetta Tramontana; sui centri fenicio-punici, Lorenzo Nigro, Rossella Giglio Cerniglia, Beatrice Lietz, Donata Zirone, Maria Luisa Famà, Adriana Fresina, Francesca Spatafora, Martine Fourmont; sui centri greci, Maurizio Giangiulio; sulle fondazioni calcidesi, Maria Costanza Lentini, Jari Pakkanen, Giovanna Maria Bacci, Massimo Frasca; sulle fondazioni doriche, Giuseppe Voza, Ugo Fantasia, Federica Cordano; sulle fondazioni dorico-calcidesi, Stefano Vassallo, Oscar Belvedere, Vincenza Forgia, Antonietta Brugnone; sulle fondazioni megaresi, Mauro Moggi, Michel Gras; sulle fondazioni rodio-cretesi, Mario Lombardo, Rosalba Panvini, Gianfranco Adornato, Leone Porciani; sui centri ellenizzati, Carmine Ampolo, Maria Cecilia Parra, Alessandro Corretti, Riccardo Guglielmino, Chiara Michelini, Maria Cecilia Parra, Maria Adelaide Vaggioli, Hans Peter Isler, Malcolm Bell III, Antonino Facella, Gabriella Tigano; sulla città di Sicilia e Magna Grecia, Donatella Erdas, Antonino Pinzone, Maria Ida P. Gulletta, Dieter Mertens.

Altino. Ottava puntata della rubrica #archeoaltino: focus su un particolare aspetto dell’acqua strumento di malefici, tra fattucchiere e pratiche magiche illecite della Altino di età romana

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Il canale antistante il molo meridionale di Altino fu ritrovata una lamina in piombo (defixio) (foto drm-veneto)

Ottava puntata della rubrica #archeoaltino che, il martedì, fa scoprire da dove provengono i reperti visibili al museo Archeologico nazionale di Altino e cosa li lega alle aree archeologiche e al territorio circostante. Oggi focus su un particolare aspetto del rapporto di Altino con l’acqua. Ad Altino l’acqua è sempre stato infatti un elemento di centrale importanza, vitale nel suo fornire la possibilità di pescare, navigare, fare commerci e scambi con tutto il Mediterraneo. Tuttavia, l’acqua è stato anche strumento per… malefici. Nel canale antistante il molo meridionale di Altino fu ritrovata una lamina in piombo (oggi esposta al museo Archeologico nazionale di Altino), che originariamente doveva essere stata ripiegata e trafitta da un chiodo prima di essere gettata in acqua: la pratica del trafiggere con un chiodo, che in latino si chiama defixio, nell’antichità identificava anche quelli che noi chiameremmo malefici.

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Laminetta – defixio in piombo incisa a sgraffio (metà del I sec. a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Altino (foto drm-veneto)

Sulla lamina, incisa a sgraffio, erano scritti i nomi di una ventina di persone (sia di condizione libera che liberti e schiavi) verso i quali era diretta la maledizione attraverso l’intermediazione di una divinità, il cui nome è andato perduto. Anche del personaggio che lanciò la maledizione non sappiamo nulla, nemmeno il nome; i destinatari del maleficio erano forse la ciurma di una nave, una famiglia oppure i lavoratori di un’impresa commerciale. La laminetta è interessante perché attesta la presenza di fattucchiere e pratiche magiche illecite della Altino di età romana.

Napoli. A Palazzo Corigliano presentazione del libro “Napoli prima di Napoli. Mito e fondazioni della città di Partenope” (Salerno editrice) di Daniela Giampaola ed Emanuele Greco

napoli_palazzo-corigliano_libro-napoli-prima-di-napoli_presentazione_locandinaMartedì 18 aprile 2023, alle 11, nella Sala conferenze di Palazzo Corigliano, in piazza San Domenico Maggiore, verrà presentato il libro “Napoli prima di Napoli. Mito e fondazioni della città di Partenope” (Salerno editrice) di Daniela Giampaola ed Emanuele Greco, per iniziativa di Or.Sa. la Scuola interateneo di specializzazione in Beni archeologici dell’università di Salerno e dell’università di Napoli L’Orientale. Dopo i saluti istituzionali di Andrea Manzo, direttore del Daam – università di Napoli L’Orientale; Luca Cerchiai, direttore del Dispac – università di Salerno; e di Anna Filigenzi, vicedirettrice di Or.Sa.; introducono i lavori Fausto Longo, direttore di Or.Sa.; e Matteo D’Acunto, università di Napoli L’Orientale. Presentano il libro Bruno D’Agostino, università di Napoli L’Orientale; e Stefano De Caro, già direttore generale Iccrom.

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Copertina del libro “Napoli prima di Napoli. Mito e fondazioni della città di Partenope” (Salerno editrice) di Daniela Giampaola ed Emanuele Greco

Napoli prima di Napoli. Mito e fondazioni della città di Partenope. Napoli, la città che secondo il mito era sorta lì dove una sirena si era lasciata morire, conserva, nel nome, il mistero di una doppia fondazione: Neapolis è, infatti, la città nuova, che succede a Parthenope, il più antico insediamento di origine cumana. Napoli, dunque, è la città che ricomincia, che rinasce, rispetto a un’altra Napoli che l’aveva preceduta. Ma come avviene tale rifondazione e perché? Per molti anni la ricostruzione storica delle vicende che da Parthenope portarono a Neapolis è stata fissata combinando fonti letterarie ed archeologiche dalle quali si ricavava una data di fondazione immediatamente successiva alla battaglia navale di Cuma del 474 a.C. Oggi il quadro di riferimento è mutato per effetto dei grandi scavi, successivi al terremoto del 1980 e a quelli per la metropolitana, che hanno portato alla luce straordinarie scoperte. Questo libro non si limita a definire la cronologia della Città, ma illustra le trasformazioni urbanistiche ed architettoniche che interessarono il nucleo originario, permettendoci di riscriverne profondamente la storia fino all’età romana, epoca a cui rimanda, ad esempio, la spettacolare scoperta del santuario dei Giochi Isolimpici. I Sebastà, famosi in tutto il Mediterraneo, furono istituiti nel 2 a.C. in onore dell’imperatore Augusto, ammiratore della cultura greca che Neapolis conservava come nessuna altra città dell’Italia antica. Questo lascito greco è tuttora visibile nell’impianto della città, la cui antichissima fondazione il proprio nome racconta.

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L’archeologo Emanuele Greco

Emanuele Greco, già professore ordinario di Archeologia classica nell’università di Napoli L’Orientale, è stato direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene. È autore di circa 300 pubblicazioni, tra cui Storia dell’urbanistica. Il mondo greco (Roma-Bari 1983), Archeologia della Magna Grecia (Roma-Bari 1992) e Ippodamo di Mileto. Immaginario sociale e pianificazione urbana nella Grecia classica (Paestum 2018).

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L’archeologa Daniela Giampaola

Daniela Giampaola è stata funzionario nei ruoli del ministero della Cultura, con responsabilità della tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico del centro storico di Napoli. È autrice di numerose pubblicazioni dedicate all’archeologia della città di Napoli.

Roma. Al museo Ninfeo giornata di studi, in presenza e on line, “Dallo scavo all’edizione: il museo Ninfeo a confronto” per ripercorrere il lungo percorso di ricerca e valorizzazione del museo Ninfeo di piazza Vittorio Emanuele II nel quartiere Esquilino

roma_ninfeo_dallo-scavo-all-edizione_giornata-di-studio_locandinaMartedì 18 aprile 2023, dalle 9.30 alle 17.30, al museo Ninfeo di Roma, giornata di studio “Dallo scavo all’edizione: il museo Ninfeo a confronto” dedicata a ripercorrere il lungo percorso di ricerca e valorizzazione del museo Ninfeo di piazza Vittorio Emanuele II a Roma nel quartiere Esquilino. La narrazione di questa esperienza sarà l’occasione per una riflessione e un confronto con altri interventi di scavo in luoghi chiave della Capitale quali la Villa dell’Auditorium e le pendici settentrionali del Palatino. L’evento, organizzato dall’Istituto centrale per l’archeologia (ICA) in collaborazione con la soprintendenza speciale di Roma e con il dipartimento di Scienze dell’Antichità – Sapienza università di Roma, sarà ospitato all’interno della sala conferenze dell’ENPAM, incastonata all’interno dell’area archeologica del museo Ninfeo. I lavori saranno presieduti da Elena Calandra, direttore dell’Istituto centrale per l’archeologia, Maria Teresa D’Alessio, professore ordinario di Metodologie della ricerca archeologica della Sapienza Università di Roma e da Mirella Serlorenzi, archeologa della soprintendenza speciale ABAP di Roma, che ha diretto gli scavi e il successivo studio sul Ninfeo di piazza Vittorio Emanuele II. La giornata sarà tramessa in streaming su questa pagina Facebook dell’Istituto centrale per l’Archeologia.

Il programma. Alle 9.30 saluti: Daniela Porro, soprintendenza speciale Archeologia Belle arti e Paesaggio di Roma; Luigi La Rocca, direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio. “Le ragioni della giornata”: introducono Mirella Serlorenzi, soprintendenza speciale Archeologia Belle arti e Paesaggio di Roma; Maria Teresa D’Alessio, Sapienza Università di Roma; Elena Calandra, Istituto centrale per l’archeologia. SESSIONE 1- “Le modalità della ricerca archeologica”, modera: Valeria Boi, Istituto centrale per l’archeologia. Alle 10, Mirella Serlorenzi, SS ABAP di Roma, su “L’esperienza dello scavo di Piazza Vittorio. Storia “critica” dello scavo”; 10.30, Maria Teresa D’Alessio, Sapienza Università di Roma, su “Esperienze a confronto: Lo scavo e le scelte del Museo dell’Auditorium”; 11, discussione; 11.30, pausa. SESSIONE 2 – “Dalle stratigrafie ai contesti: l’elaborazione dei dati di scavo”, modera: Giorgia Leoni, soprintendenza speciale Archeologia Belle arti e Paesaggio di Roma. Alle 11.45, Mirella Serlorenzi, SS ABAP di Roma, Giacomo de Cola, parco archeologico del Colosseo, Luca Giovannetti, Laura Pugliesi, Nicoletta Saviane, archeologi liberi professionisti, su “La stratigrafia e la messa in fase del Museo-Ninfeo”; 12.05, Antonio Ferrandes, Sapienza Università di Roma, et alii, su “I materiali del Museo-Ninfeo: le scelte e le loro ragioni”; 12.30, discussione; 13, pausa pranzo. Pomeriggio: alle 14, Paolo Carafa, Sapienza Università di Roma, su “Esperienze a confronto: Le stratigrafie del Palatino, pendice settentrionale”. SESSIONE 3 – “Restituzione al pubblico, musealizzazione e comunicazione”, modera: Elena Calandra, Istituto centrale per l’archeologia. Alle 14.30, Giorgia Leoni, SSABAP Roma e Simone Boni, INKLINK, su “Il Museo-Ninfeo: la comunicazione”; 15, Simona Salvo, Sapienza Università di Roma, “Esquilino Chiama Roma”, su “La ricerca-azione della convenzione “Esquilino chiama Roma” e il contesto attuale del Rione”; 15.30, discussione; 16, tavola rotonda e discussione finale.

Bari. Al Castello Svevo, in presenza e on line, tre giornate di studi collegate alla mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’Archeologia racconta” a cura di Massimo Osanna e Luca Mercuri. Sessanta interventi tra archeologi, accademici e studiosi per raccontare ogni aspetto della storia della Puglia antica

bari_castello-svevo_antichi-popoli-di-puglia_giornate-di-studio_locandinaTre giornate di studi a Bari sugli antichi popoli di Puglia. Martedì 18, mercoledì 19 e giovedì 20 aprile 2023 appuntamento al Castello Svevo di Bari in concomitanza con la mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’Archeologia racconta”, a cura del direttore generale Musei, Massimo Osanna, e dal direttore regionale Musei Puglia, Luca Mercuri, prodotta interamente dal ministero della Cultura, allestita nel Castello Svevo di Bari e aperta fino al 14 maggio 2023, che permette di ripercorrere un viaggio nel tempo nel territorio pugliese dall’VIII secolo a.C. all’età di Augusto. Durante le tre giornate di studi interverranno 60 fra esponenti del ministero della Cultura, accademici e studiosi per raccontare delle attività di tutela, valorizzazione e ricerca sul territorio e scandagliare ogni aspetto della storia della Puglia antica. Tre le sessioni di lavoro il 18 aprile: 1. I musei della Puglia e della Basilicata e le nuove prospettive di valorizzazione; 2. La Puglia; 3. La Daunia. Due invece le sessioni del 19 aprile: 4. La Messapia 5. La Peucezia. Infine una la sessione del 20 aprile: 6. La Puglia e Roma. Per conoscere tutti i temi affrontati nel ricco programma si veda il link tinyurl.com/ProgrammaConvegnoAntichiPopoli. È possibile partecipare da uditori in presenza nella sala conferenze del Castello di Bari, inviando una email per richiedere l’accredito (indicando nome cognome, ente o istituto e numero partecipanti) all’indirizzo drm-pug.comunicazione@cultura.gov.it  entro e non oltre le 18 di lunedì 17 aprile 2023. È inoltre possibile seguire il convegno da remoto, accedendo ai seguenti link: bit.ly/AntichiPopoli_Giornata1, bit.ly/AntichiPopoli_Giornata2, bit.ly/AntichiPopoli_Giornata3.

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Reperti apuli esposti nella mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’Archeologia racconta” al Castello Svevo di Bari (foto drm-puglia)

La mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’archeologia racconta”, a cura di Massimo Osanna e Luca Mercuri, presenta oltre seicento reperti, molti dei quali normalmente non esposti al pubblico, distribuiti lungo una linea temporale che dall’ VIII secolo a.C. giunge fino all’epoca dell’imperatore Augusto: una storia di oggetti che raccontano popoli, narrandone incontri, scambi e scontri sullo sfondo di un territorio unico, un affascinante viaggio nel tempo attraverso l’archeologia della Puglia. L’esposizione, prodotta dal ministero della Cultura e ideata dalla direzione generale Musei e dalla direzione regionale Musei Puglia, si avvale di un allestimento scenografico composto di videoinstallazioni e opere provenienti non solo dai musei della stessa direzione regionale, ma anche della direzione regionale Musei Basilicata, dal museo Archeologico nazionale di Taranto, da musei civici e regionali e dai depositi delle Soprintendenze, consentendo anche a reperti solitamente non esposti di vedere la luce.

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Videoinstallazione alla mostra “Antichi Popoli di Puglia. L’Archeologia racconta” al Castello Svevo di Bari (foto drm-puglia)

“La consapevolezza che su questo territorio insista un così ricco patrimonio archeologico è il punto di partenza da cui nasce l’ambizioso progetto espositivo di Antichi Popoli di Puglia, che riunisce in un solo percorso i contesti e le opere più significative dell’archeologia pugliese”, commenta il direttore generale Musei, Massimo Osanna. “L’allestimento diventa altresì occasione per evidenziare, anche con la presenza di opere usualmente non esposte, la pluralità di culture avvicendatesi nel territorio, attraverso una narrazione che ne valorizza i caratteri peculiari”. E il direttore regionale Musei Puglia, Luca Mercuri: “Il ricco e variegato patrimonio archeologico della Puglia ha suggerito le linee tematiche della mostra, che ha trovato terreno fertile in tutti i Musei, le Soprintendenze e le altre istituzioni locali coinvolte in questa operazione ambiziosa. L’esposizione nasce come opportunità per valorizzare le collezioni dei luoghi della cultura del territorio ed è stata allestita nel Castello Svevo di Bari, cuore pulsante della città e monumento tra i più noti e visitati dell’intera Regione, con numeri in straordinaria crescita. Ringrazio il Direttore Generale Musei, prof. Massimo Osanna, che ha ideato questo progetto cui abbiamo collaborato con grande entusiasmo, per una nuova valorizzazione dei beni culturali di questo territorio”.

Siracusa. A Palazzo del Vermexio la mostra “Argentovivo” viaggio immersivo nella cultura antica, tra tradizione e tecnologia, con le monete del Medagliere del museo Archeologico regionale “Paolo Orsi”

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Allestimento della mostra “Argentovivo” a Palazzo del Vermexio a Siracusa (foto regione siciliana)

Esperienza, sogno, racconto: “Argentovivo” è questo e molto altro. Difficile dare una definizione a quello che a tutti gli effetti è un viaggio immersivo nella cultura antica, una mostra dove l’esperienza è conoscenza e il sogno si mescola alla realtà. È aperta fino al 31 ottobre 2023 a Palazzo del Vermexio, sull’isola di Ortigia a Siracusa, la mostra “Argentovivo”. Un perfetto connubio di tradizione e tecnologia, grazie alla quale le protagoniste dell’esposizione – le monete del Medagliere del museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa – prendono vita e ci accompagnano a scoprire i grandi miti del passato. Dalla superficie metallica a quella digitale, in mostra si rincorrono, alla stregua di giochi illusionistici, racconti di ninfe, eroi, dei e mortali, che trovano una nuova dimensione in un viaggio dal sapore epico. Queste monete ricche di storie aprono una finestra sulla vita dell’epoca trasportando fisicamente il visitatore nei miti e nelle leggende che le corredano. Un modo alternativo di raccontare la mitologia grazie ad un linguaggio contemporaneo, trasversale e poetico al tempo stesso, capace di ammaliare il visitatore di ogni età. Arrivato alla sua seconda edizione, “Argentovivo” è un invito ad intraprendere un percorso che permette di toccare con mano le grandi culture del passato, avvolgendo il viaggiatore nelle spire della storia e coinvolgendolo come mai una mostra ha fatto prima.