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Iran: Pasargade, la città di Ciro il Grande, sarà curata dagli archeologi e restauratori italiani: firmato un protocollo Italia-Iran

Pasargade, la città di Ciro il Grande, prima capitale achemenide: il restauro sarà curato dagli esperti italiani

Pasargade, la città di Ciro, prima capitale achemenide: il restauro sarà curato dagli esperti italiani

La localizzazione dei monumenti di Pasargade, un sito particolarmente esteso

La localizzazione dei monumenti di Pasargade, un sito particolarmente esteso

Pasargade, la città di Ciro il Grande, prima capitale dell’impero persiano, sarà curata dagli italiani. Sono stati inaugurati nei giorni scorsi i laboratori di restauro, asse portante di un progetto a tutela del patrimonio archeologico iraniano avviato nel 2014 e destinato a proseguire almeno fino al 2017. “Una forma di cooperazione di grande valore simbolico per il patrimonio archeologico mediorientale, che in altre parti della regione corre un grande pericolo”, l’ambasciatore italiano in Iran, Mauro Conciatori, ha definito i nuovi laboratori per il restauro della pietra aperti dall’Istituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr), con l’Iranian Cultural Heritage Organization a Pasagarde, l’area archeologica vicina a Persepoli dove si trova la tomba di Ciro il Grande. Con questo protocollo e quello che a breve si realizzerà anche a Bam, ha proseguito il diplomatico, “abbiamo scritto un’altra pagina del grande libro della cooperazione tra l’Italia e l’Iran”.

La grande iscrizione trilingue "Sono Ciro il re, un Achemenide" sulla colonna del palazzo di Ciro

La grande iscrizione trilingue “Sono Ciro il re, un Achemenide” sulla colonna del palazzo di Ciro

La ricostruzione del "giardino persiano" di Pasargade, uno dei più antichi restituiti dagli scavi archeologici

La ricostruzione del “giardino persiano” di Pasargade, uno dei più antichi restituiti dagli scavi archeologici

Le rovine di Pasargade si trovano circa 87 chilometri a nordest di Persepoli, nella provincia iraniana di Fars; fondata da Ciro il Grande nel 546 a.C., fu la prima capitale dell’impero achemenide fino a quando il centro di comando del regno venne spostato a Persepoli. Sul sito archeologico si possono ancora ammirare la tomba di Ciro, la fortezza di Toll-e Takht (situata sulla cima della collina che domina la piana), e le rovine di due palazzi reali con i loro giardini, uno dei primi esempi di giardino persiano che la storia registri. Recenti ricerche avrebbero mostrato come le fondamenta degli edifici di Pasargade sarebbero state progettate per resistere a un terremoto che oggi classificheremmo di magnitudo sette nella scala Richter. Con il sostegno del Mibac, gli esperti italiani lavoreranno a Pasargade per l’analisi e il recupero della pietra, di recente esposta a nuove minacce dovute anche ai cambiamenti ambientali e all’uso massiccio delle falde acquifere. Secondo il responsabile italiano del progetto, Claudio Prosperi Porta, “la quasi totale scomparsa delle piogge nell’ultima decade insieme al prelievo di acqua a grandi profondità per la coltura intensiva del riso, ha provocato una nuova aridità del terreno, che si somma ad altri pre-esistenti fattori di rischio per la struttura di quanto rimane dei palazzi antichi e per l’integrità delle singole pietre”. Questo fenomeno è molto evidente nei resti del palazzo di Ciro, dove anche i vuoti lasciati dalle grandi pietre prese in passato per la costruzione di altri edifici concorrono ad un progressivo degrado di quelle ancora in sede, collocate 2500 anni fa con le sapienti tecniche costruttive delle maestranze cosmopolite di Ciro. “Al fondatore dell’impero persiano”, spiegano gli archeologi, “va infatti il merito di aver saputo per primo, nella sua dinastia, mettere a frutto le competenze tecniche e artistiche dei popoli conquistati, prima nella vasta area di Pasardade – dove si trovano – come detto – anche la fortezza di Toll-e Takht, la colonna con la scritta ‘Sono Ciro il re, un Achemenide’ in tre lingue, i resti di due palazzi e del primo esempio noto di giardino persiano”. In tutte queste strutture, già interessate in passato da scavi e restauri, è ora necessario un attento lavoro di analisi per mettere a punto gli interventi di tutela successivi.

La Tomba di Ciro, il monumento più famoso di Pasargade

La Tomba di Ciro, il monumento più famoso di Pasargade

La Tomba di Ciro quando era stata trasformata in luogo di culto islamico

La Tomba di Ciro quando era stata trasformata in luogo di culto islamico

Il monumento più famoso di Pasargade è la tomba di Ciro il Grande, costruita su sei alti gradini che conducono alla sepoltura vera e propria, la cui camera (3 metri x 2) ha un’entrata bassa e stretta. Alessandro Magno rese omaggio al mausoleo di Ciro dopo il saccheggio e la distruzione di Persepoli. Flavio Arriano riporta nel II secolo d.C. (quindi molto dopo la morte di Alessandro Magno) che il macedone ordinò ad Aristobulo, uno dei suoi luogotenenti, di entrare nell’edificio; qui egli trovò un letto d’oro, una tavola apparecchiata, una bara dorata, alcuni paramenti ornati di pietre preziose ed un’iscrizione, che oggi non è visibile. L’esercito arabo decise di distruggerla, perché considerata in contrasto con i principi dell’Islam. Ma i guardiani persiani riuscirono a convincere il comandante dell’esercito che la tomba non era stata costruita in onore di Ciro il Grande, bensì della madre del re Salomone: e la Tomba fu salva. E ancora oggi il monumento è noto come “Qabr-e Madar-e Sulaiman”, cioè la tomba della madre di Salomone. Il protocollo firmato dal Mibac prevede che i nostri tecnici lavorino anche all’analisi dei rivestimenti interni delle cella del mausoleo di Ciro. “È uno spazio vuoto”, spiegano gli archeologi, “dove in epoca islamica è stato inserito un ‘mihrab’ per la preghiera e dove probabilmente il corpo dell’imperatore non venne mai posto, visto che la sua fede zoroastriana non prevedeva la conservazione delle salme”. Ma il mausoleo mantenne un grande valore simbolico e rimase sede dell’incoronazione dei re anche dopo che Dario spostò la capitale ufficiale dell’impero nella vicina e tuttora grandiosa Persepoli.

Il cosiddetto "Trono di Salomone" a Pasargade

Il cosiddetto “Trono di Salomone” a Pasargade

“Quello di Pasagarde”, conclude Mohammad Hassan Talebian, vicepresidente dell’ente per i beni archeologici iraniani, “è il primo laboratorio per l’analisi della pietra all’interno di un sito archeologico in Iran . Per noi la presenza italiana ha una grande valenza e una grande importanza”, che si inserisce nel solco di una tradizione decennale. “L’Iran vuole giungere ad avere un piano generale per tutta l’area di Pasagarde e Persepoli, considerata un unico ‘paesaggio’ archeologico e culturale in cui non vanno considerati solo i suoi monumenti, ma anche gli altri elementi che ne caratterizzarono la civiltà: dalla religione all’agricoltura alle opere per l’irrigazione”. Ma nel futuro dell’area vi è anche l’idea, lanciata dalle autorità locali e raccolta dall’ambasciatore Conciatori, di un gemellaggio tra Pasagarde e un comune italiano.

“Lapislazzuli. Magia del blu”: per la prima volta in mostra a Firenze l’uso del “blu oltremare” nelle scienze e nelle arti dalle origini ai giorni nostri

Al museo degli Argenti in palazzo Pitti a Firenze la mostra "Lapislazzuli. Magia del blu"

Al museo degli Argenti in palazzo Pitti a Firenze la mostra “Lapislazzuli. Magia del blu”

Quando quel “magico blu” fece la sua apparizione in Europa eravamo già nel Medioevo. Venne chiamato “ultramarinum”, cioè proveniente da “al di là del mare”, da cui il nome di blu oltremare. Ma all’epoca quella pietra blu che altro non era che il lapislazzuli, in realtà era conosciuta da millenni. Ridotto in polvere ad uso di pigmento, il lapislazzuli fu utilizzato infatti fin dall’antichità e ricercato come preziosa pietra dura fino al XIX secolo. I gioielli in lapislazzuli diventano ora per la prima volta una grande mostra: “Lapislazzuli. Magia del blu”, ospitata fino all’11 ottobre al museo degli Argenti in Palazzo Pitti a Firenze: un viaggio che documenta la passione per questo prezioso materiale e il suo uso nelle scienze e nelle arti dalle origini ai nostri giorni.

Il lapislazzuli è una roccia composta da diversi minerali

Il lapislazzuli è una roccia composta da diversi minerali

“Contrariamente a quello che comunemente si pensa”, spiegano gli organizzatori, “il lapislazzuli non è un minerale ma una roccia composta da diversi minerali. Il suo colore blu è dato dal minerale che ne è dominante, la lazurite. Al mondo esistono pochi giacimenti di lapislazzuli, ma sono tutti legati tra loro da una comune geologia: il metamorfismo. Il giacimento principale, ed anche il più antico, citato da Marco Polo, si trova nelle montagne di Sar e Sang. Sono picchi che culminano a più di 7000 metri di altitudine, situati nell’Hindu Kush, nell’Afghanistan settentrionale ed accessibili solo attraverso passi situati a non meno di 5000 metri. Le lenti di lapislazzuli, spesse qualche metro, sembrano delineare dei drappeggi blu nel candore del marmo. Sono il risultato della circolazione di fluidi idrotermali profondi e ricchi di sodio, zolfo e cloro durante la formazione delle catene montuose. I sollevamenti tettonici hanno portato in seguito queste meraviglie alla superficie. Ed il lapislazzuli si estrae tuttora”.

L'utilizzo del lapislazzuli per la fabbricazione di oggetti ornamentali o di culto è molto antica

L’utilizzo del lapislazzuli per la fabbricazione di oggetti ornamentali o di culto è molto antica

Nel Rinascimento la preziosità del lapislazzuli fu particolarmente apprezzata a Firenze

Nel Rinascimento la preziosità del lapislazzuli fu particolarmente apprezzata a Firenze

L’utilizzo del lapislazzuli per la fabbricazione di oggetti ornamentali o di culto è molto antica. Il percorso della mostra inizia con reperti archeologici provenienti dagli scavi condotti nella valle dell’Indo (Mehrgarth, 7000 a.C.), in Mesopotamia (Sumer, 6000 a.C., Ur, 2500 a.C.) e in Egitto (durante la XVIII dinastia, 1500 a.C. circa). Colore iconografico della Santa Vergine, colore simbolico della dignità reale, colore emblematico dei re di Francia, colore della moda: il blu diventa, verso la fine del Medioevo, il più bello e nobile fra i colori. Importato in Europa in quantità importanti dai mercanti veneziani, il lapislazzuli veniva pagato a peso d’oro e divenne il “blu” per antonomasia, uno dei colori più ricchi e preziosi, che veniva spesso associato alla porpora e all’oro. Una sezione della mostra è dedicata proprio all’utilizzo del lapislazzuli in campo pittorico. Nel Rinascimento la preziosità del materiale fu particolarmente apprezzata a Firenze. Proprio alla corte dei Medici ebbe inizio una delle più spettacolari collezioni di oggetti in lapislazzuli d’Europa: non solo coppe, vasi e anfore, ma anche mobili intarsiati, piani di tavolo e commessi prodotti nelle botteghe fondate da Francesco I nel Casino di San Marco e nei laboratori istituiti da Ferdinando I nel complesso vasariano degli Uffizi, fino al tramonto della dinastia.

Nel Rinascimento la preziosità del lapislazzuli fu particolarmente apprezzata a Firenze

Nel Rinascimento la preziosità del lapislazzuli fu particolarmente apprezzata a Firenze

Verso la fine del XVII secolo e per tutto il XVIII, per la penuria di lazurite, ci fu una forte domanda di pigmento blu. Nel 1814 il chimico francese Tassaert, che lavorava in una fabbrica della società Saint-Gobain che produceva della calce, osservò la formazione spontanea di un pigmento blu molto simile all’oltremare: è la nascita della sintesi dell’oltremare artificiale. Lo sviluppo della chimica nel secolo dei Lumi, permise anche la scoperta di altri pigmenti sintetici. È stato solo nel XX secolo che si è ridato al lapislazzuli il suo ruolo aristocratico: nel 1956 l’artista francese Yves Klein mise a punto un particolare blu, molto profondo, utilizzando un pigmento oltremare sintetico mescolato ad una resina industriale. Questo colore, ricordo quasi perfetto di quel lapislazzuli impiegato per dipingere i manti delle Madonne del Rinascimento, diventerà celebre con il nome di International Klein Blue (Ikn). All’lkn è dedicata l’ultima sezione della mostra con opere degli artisti contemporanei che hanno utilizzato per le loro opere questi nuovi pigmenti.

26. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto: ospite d’onore il Centro studi e ricerche Ligabue. Anteprima del poster ufficiale della rassegna

Anteprima del poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Anteprima del poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

La macchina organizzativa della XXVI rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto sta definendo i dettagli dell’intenso programma di proiezioni e di incontri in programma dal 6 al 10 ottobre 2015, che quest’anno prevede anche l’assegnazione del premio biennale “Paolo Orsi” al miglior film in concorso sul tema “Le grandi civiltà”. Intanto c’è già un’anteprima: il poster ufficiale della XXVI rassegna, destinato a essere il manifesto della manifestazione roveretana nel mondo. La scelta dell’immagine-simbolo fatta dal direttore della Rassegna, Dario Di Blasi, con la collaborazione dei grafici e del direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, non è casuale: un pendaglio in oro di arte precolombiana appartenente alla cultura Tolima (500-1000 d.C.), immagine gentilmente concessa dal Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia che quest’anno è l’istituzione culturale ospite d’onore della rassegna, presente con una serie di film dell’archivio Ligabue nel programma ufficiale e in una sezione collaterale dedicata a ripercorrere l’attività scientifica e di ricerca decennale del Csrl e a ricordare la figura del suo fondatore, Giancarlo Ligabue, scomparso lo scorso gennaio (vedi post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/). Non solo. “Sabato 10 ottobre, giornata clou della rassegna”, ricorda Di Blasi, “ripercorreremo l’avventura scientifica di Giancarlo Ligabue nella conversazione all’auditorium con il figlio Inti e soprattutto con Viviano Domenici ex responsabile delle pagine scientifiche del Corriere della Sera, e Adriano Favaro, collaboratore di Ligabue nelle principali missioni scientifiche, e direttore del Ligabue Magazine”.

 

A Gerusalemme al Museo dei Rotoli esposta la più antica copia dei Dieci Comandamenti e la Nano Bibbia, la più piccola in ebraico al mondo

Il minuscolo manoscritto dai Rotoli di Qumran con la più antica copia dei 10 Comandamenti in mostra a Gerusalemme

Il minuscolo manoscritto dai Rotoli di Qumran con la più antica copia dei 10 Comandamenti in mostra a Gerusalemme

La caratteristica cupola del Museo di Israele a Gerusalemme

La caratteristica cupola del Museo di Israele a Gerusalemme

Il più antico e completo documento con una versione integrale dei Dieci comandamenti è eccezionalmente esposto a Gerusalemme nell’ambito della mostra “Una breve storia dell’umanità” che si tiene da maggio 2015 a gennaio 2016 nel museo d’Israele di Gerusalemme per festeggiare insieme con altre mostre il cinquantenario del Museo. Durante l’esposizione, il minuscolo manoscritto di 45,7×7,6 centimetri, che ha oltre duemila anni ed è la più antica copia che sia mai stata ritrovata, scritta in ebraico, del Decalogo contenuto nel libro biblico del Deuteronomio, parte dei famosi Rotoli del Mar Morto (scoperti casualmente, in fasi successive, tra il 1947 ed 1956, vicino alle rovine dell’antico insediamento di Qumran), viene protetto da una teca climatizzata: normalmente il documento è custodito presso le strutture dell’Antiquities Authority israeliana, in condizioni di conservazione particolarmente attente. E qui tornerà entro giugno: la miniatura, dopo neppure un mese di esposizione, verrà infatti sostituita da “un originale su copia” realizzato dalle stesse autorità israeliane che l’hanno in custodia. “Sono più di 20 anni”, spiega Tania Coen Uzielli curatrice dell’evento, “che la copia non viene mostrata in pubblico a causa della sua delicatezza. Ma è conservata benissimo ed è perfettamente leggibile. Direi in maniera stupefacente: come se dovesse giungere per forza fino a noi. In quel manoscritto sono contenute le regole della nostra civiltà, non solo religiose ma morali”.

I Rotoli del Mar Morto furono scoperti tra il 1947 e il 1956 vicino a Qumran, in Israele

I Rotoli del Mar Morto furono scoperti tra il 1947 e il 1956 vicino a Qumran, in Israele

Della mostra “Breve storia dell’umanita”, ispirata al bestseller di Yuval Noah Harari, fanno parte tutta una serie di oggetti (15) che rappresentano altrettante tappe storiche della civiltà: dai primi segni dell’uso del fuoco circa 800mila anni fa ai primi utensili fatti dall’uomo (tra questi alcuni per la caccia all’elefante), passando attraverso i vari progressi in agricoltura, l’invenzione della scrittura (con tavolette mesopotamiche risalenti a 5mila anni fa), le prime monete fino ai manoscritti di Einstein sulla Relatività.

La Nano Bibbia, che sta sulla punta di un dito, è esposta alla mostra

La Nano Bibbia, che sta sulla punta di un dito, è esposta alla mostra “Breve storia dell’umanità” a Gerusalemme

“The Shrine of the Book” al museo di Israele di Gerusalemme

In concomitanza con le celebrazioni per i 50 anni del Museo – che prevede altre mostre oltre a “Breve storia dell’umanità” – vi sono due speciali esposizioni nello “Shrine of the Book” dove sono appunto conservati i Rotoli del Mar Morto, aperto al pubblico nel mese di aprile 1965, come preludio all’inaugurazione dell’intero campus del Museo. In mostra è un display dedicato che esamina la storia del Santuario stesso. Come contrappunto contemporaneo alla storia antica dei Rotoli del Mar Morto sarà esposto per la prima volta il più piccolo esempio al mondo di Bibbia ebraica, la Nano Bibbia creata dal Russell Berrie Nanotechnology Institute dell’Istituto Technion-Israel of Technology.

In una grotta del Negev (Israele) trovato un tesoro dei faraoni di 3500 anni fa (età del Bronzo): centinaia di oggetti con sigilli a scarabeo, figurine e amuleti

La collina di Tell Halif nel Negev, sud di Israele, a una decina di chilometri da Beersheva

La collina di Tell Halif nel Negev, sud di Israele, a una decina di chilometri da Beersheva

Gli archeologi israeliani al lavoro a tell Halif

Gli archeologi israeliani al lavoro a tell Halif

Quella grotta sotterranea del Negev, a una decina di chilometri a nord-est di Beersheva, nel sud di Israele, si è rivelata un vero e proprio scrigno di tesori antichi: “Gli archeologi hanno trovato un’impressionante quantità di reperti, per lo più databili a 3mila anni fa, tra cui un tesoro dei faraoni”, ha annunciato l’Israel Antiquities Authority. Gli ispettori dell’unità israeliana per la prevenzione dei furti di antichità sono giunti alla grotta nella zona di Tel Halif, vicino al kibbutz Lahav, quando i ladri erano già riusciti a penetrarvi e avevano iniziato a saccheggiare il vasellame della tarda età del bronzo (circa 1500 a.C.) e dell’età del ferro (1000 a.C.), causando danni al sito e ai manufatti sepolti all’interno. Per salvare i reperti archeologici, gli ispettori hanno effettuato degli scavi di recupero durante i quali hanno scoperto oltre 300 vasi di terracotta di vario tipo, alcuni dei quali ancora intatti. Inoltre hanno trovato decine di pezzi di gioielleria in bronzo, conchiglia e maiolica, vasi unici in alabastro beige-giallastro, sigilli, timbri per sigilli e vasi per cosmetici. Gli archeologi ritengono che gli oggetti siano stati accumulati nella grotta nel corso di decenni.

In una grotta sotterranea di tell Halif sono stati trovati oltre 300 vasi di terracotta dell'età del Bronzo (3500 anni fa)

In una grotta di tell Halif sono stati trovati oltre 300 vasi di terracotta dell’età del Bronzo (3500 anni fa)

”Tra i numerosi reperti che sono stati scoperti, per la maggior parte caratteristici della cultura giudaica (della tribù di Giuda) nel sud del paese”,  spiega Amir Ganor, direttore dell’Unità per la prevenzione dei furti di antichità, “abbiamo trovato decine di sigilli di pietra, alcuni dei quali sono sagomati a forma di scarabeo e portano incisi immagini e simboli tipici della cultura egizia diffusa nel paese nella tarda età del bronzo. Alcuni dei sigilli sono forgiati su pietre semi-preziose provenienti dall’Egitto e dalla penisola del Sinai”. Secondo Daphna Ben-Tor, curatrice dell’archeologia egizia al Museo Israel di Gerusalemme, ”la maggior parte dei sigilli a scarabeo trovati nello scavo risalgono ai secoli XV e XIV a.C., un periodo durante il quale la terra di Canaan era governata dall’Egitto. Su alcuni sigilli appaiono i nomi dei re. Tra l’altro, possiamo identificare una sfinge posta di fronte al nome del faraone Thutmose che regnò circa dal 1504 al 1450 a.C. Un altro sigillo a scarabeo porta il nome di Amenhotep che regnò circa dal 1386 al 1349 a.C. Un altro ancora raffigura Ptah, il principale dio della città di Memphis”. Fra gli altri manufatti scoperti, anelli-sigillo in maiolica e una quantità di figurine e amuleti rappresentanti divinità sacre alla cultura egizia. “È vero che gli israeliti abbandonarono l’Egitto – aggiunge Ganor – ma evidentemente gli egizi non abbandonarono gli israeliti e i loro discendenti. Il fatto è attestato dagli scavi archeologici dove abbiamo scoperto prove risalenti a molti anni dopo l’Esodo di una profonda influenza della cultura egizia sugli abitanti giudaidici del paese”.

Sigilli a scarabeo, amuleti e figurine nel "tesoro dei faraoni" trovato a tell Halif in Israele

Sigilli a scarabeo, amuleti e figurine nel “tesoro dei faraoni” trovato a tell Halif in Israele

”Durante la tarda età del Bronzo”, precisa Amir Golani, della Israel Antiquities Authority, “l’Egitto era un impero molto potente che imponeva la sua autorità in tutta la nostra regione. L’autorità egizia non si manifestava solo nel controllo politico e militare, ma anche come una forte influenza culturale che permeava la società. Insieme a un’amministrazione retta da funzionari egizi in Israele, si è evoluta nel paese una élite locale che adottava molte delle usanze egizie e la loro arte”. I manufatti sono stati trasferiti alla Israel Antiquities Authority per un ulteriore trattamento. L’esame della grotta e i suoi risultati sono ancora nelle fasi iniziali. Dopo aver completato il trattamento delle centinaia di oggetti riportati alla luce sarà possibile aggiungere informazioni importanti circa l’influenza dell’Egitto sulla popolazione della Terra d’Israele in periodo biblico.

“Cibo e archeologia”: a Milano giornata dedicata al Vicino Oriente dall’epopea dell’ulivo in Palestina alla via delle spezie tra Roma e l’Oriente, ai mosaici di Giordania. Contributi da esperti di cinque università italiane. Castellani porta il film “Sulla via di Petra”

Alla Biblioteca Ambrosiana di Milano la “Giornata di Archeologia e Storia del Vicino e Medio Oriente” dedicata a "Cibo e archeologia"

Alla Biblioteca Ambrosiana di Milano la “Giornata di Archeologia e Storia del Vicino e Medio Oriente” dedicata a “Cibo e archeologia”

La locandina della giornata di studio su "Cibo e archeologia"

La locandina della giornata di studio su “Cibo e archeologia”

“Cibo e archeologia”: proprio mentre all’Expo Milano 2015 si discute e approfondisce il tema “Nutrire il pianeta, energia della vita” guardando ai problemi alimentari di oggi e a come risolverli per il futuro, la rivista Terrasanta organizza – proprio con il patrocinio di Expo 2015 – per sabato 9 maggio alla Biblioteca Ambrosiana di Milano la “Giornata di Archeologia e Storia del Vicino e Medio Oriente”, promossa da Fondazione Terra Santa, Biblioteca Ambrosiana  e Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme sul tema “Cibo e archeologia”. Un’intera giornata dedicata all’archeologia e alla storia del Vicino Oriente, con un filo conduttore: il cibo. Dall’epopea dell’ulivo in Palestina, alle vie delle spezie che collegavano Roma e l’Oriente, senza dimenticare le rappresentazioni di frutti della terra e cacciagione che costellano i mosaici bizantini della Giordania. Ma anche un’occasione per denunciare lo scempio dei siti archeologici che sta avvenendo in Medio Oriente a causa delle distruzioni operate dai terroristi del sedicente Stato islamico e dai conflitti in corso in Siria e in Iraq. La partecipazione è gratuita ma è necessaria l’iscrizione. Per prenotazioni e informazioni: ufficiostampa@terrasanta.net, tel. 02 34592679.

Un mosaico antico con raffigurato un grappolo d'uva

Un mosaico antico con raffigurato un grappolo d’uva. A Milano si parla di “archeologia e cibo”

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Intenso il programma della giornata scandita dagli interventi di professori universitari provenienti da cinque atenei: l’Università degli Studi e la Cattolica di Milano, L’Orientale di Napoli, l’Università Ca’ Foscari di Venezia e lo Studium Biblicum di Gerusalemme. Si inizia alle 9.30, saluti e introduzione; 10, prof. Giovanni Gianfrate su “L’olio della vita. L’epopea millenaria dell’ulivo in Palestina”; 10.30, prof.ssa Maria Teresa Grassi, Università degli Studi di Milano, su “Dall’Oriente a Roma: le vie delle spezie”; 11, prof. Emanuele Ciampini, Università Ca’ Foscari, Venezia, su “Il cibo nella terra del Nilo: alcuni aspetti dalla cultura alimentare nell’antico Egitto”; 11.30, prof. Gianantonio Urbani, Studium Biblicum Franciscanum, Gerusalemme, su “Cibo, feste, lavoro: vita quotidiana a Nain, villaggio di Galilea del I sec. d.C”; 12, prof.ssa Elena Lea Bartolini De Angeli, Ist. Superiore di Scienze Religiose, Milano, su “Le offerte sacrificali nel Tempio di Gerusalemme: il cibo di Dio e la convivialità umano-divina”; 12.30, Video omaggio a fra Pietro Kaswalder (Christian Media Center di Gerusalemme); 14, “Sulla via di Petra” film di Alberto Castellani (vedi archeologiavocidalpassato https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2013/11/28/a-bologna-petra-inedita-nel-film-di-castellani/), a cura della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto; 15, Carla Benelli, ATS, Custodia di Terra Santa, su “Frutti della terra e fauna nei mosaici bizantini di Giordania e Palestina”; 15.30, prof.ssa Claudia Perassi e dott. Alessandro Bona, Università Cattolica di Milano, su “Cibo e acqua in una città carovaniera. I dati della ‘tariffa di Palmira’”; 16, Presentazione Festival Biblico 2015 e Linfa dell’ulivo; 16.15, prof. Alessandro Cavicchia, Studium Biblicum Franciscanum, Gerusalemme, presenta il libro “Il Liber Annuus LXIV – 2014”; 16.45, prof. Giovanni Canova, Università di Napoli “L’Orientale”, su “Il pane e la sua preparazione in Egitto meridionale”; 17.15 prof. Paolo Nicelli, Biblioteca Ambrosiana, su “Il codice Ms. Arabo A 125 inf. – Al-Muhtār bin Hasan Ibn Butlān, Risālat Da‛wat al-atibba’ (Il Simposio dei medici), sec. XIII”.

La ricerca archeologica e la salvaguardia del patrimonio culturale deve fare i conti con le guerre: qui siamo in Siria

La ricerca archeologica e la salvaguardia del patrimonio culturale deve fare i conti con le guerre: qui siamo in Siria

Spezie: la loro storia è anche la storia dei rapporti tra Oriente e Occidente

Spezie: la loro storia è anche la storia dei rapporti tra Oriente e Occidente

Maria Teresa Grassi, docente di archeologia all’Università statale di Milano, tra i partecipanti alla Giornata di studio, ben rappresenta i due momenti dell’incontro: l’approfondimento sul cibo, affrontando il tema “Dall’Oriente a Roma: le vie delle spezie”; e l’archeologia in guerra, portando la sua esperienza come co-direttore, per quattro anni, della missione archeologica italiano-siriana a Palmira, interrotta dal conflitto. “Il sito di Palmira – spiega – forse è stato risparmiato in parte dalle distruzioni grazie alla sua natura di oasi circondata dal deserto. Ci sono altri famosi siti, come Dura Europos e Apamea, che le foto satellitari mostrano largamente distrutte: “irrimediabilmente perdute”, come si è espressa una archeologa francese. Il nostro pensiero va ai tanti operai che lavoravano alla missione archeologica e alla popolazione che viveva di queste ricerche oltre che del turismo. Il sito web del Progetto Palmira che continuiamo a curare è il nostro modo per continuare a stare loro vicini e immaginare di poter tornare presto a parlare della Siria in modo diverso dalla guerra”. Ma poi si parlerà – come si diceva- soprattutto di cibo: dall’ulivo in Palestina, alle vie delle spezie. “Oggi il sapore del pepe per noi è normale, ma probabilmente deve essere sembrato molto strano a chi, venendo dal mondo romano, lo ha assaggiato la prima volta”, assicura. “Il pepe racconta una storia di rapporti a lungo raggio dell’impero romano e dell’Occidente che va oltre il Mediterraneo, il Mare nostrum. Il pepe, arrivato a Roma in età repubblicana, era prodotto esclusivamente sulla costa sud occidentale dell’India e i romani ne importavano grandi quantità, perché ne facevano un uso amplissimo in cucina non solo per vivacizzare i sapori, ma anche per conservare i cibi. C’è un un famoso trattato di cucina ad opera di Apicio – “De re coquinaria”, L’arte culinaria – nel quale il pepe compare in quasi in tutte le salse. Non per niente il direttore del British Museum, Neil MacGregor nel libro “La storia del mondo in 100 oggetti”, tra i pochissimi oggetti scelti per raccontare la storia di Roma ha segnalato la pepaiola del tesoro di Hoxne, contenitore in argento per il pepe. Le vie lungo le quali sono state commerciate le spezie e il pepe hanno determinato il sorgere e il decadere di importanti città carovaniere, come Palmira in Siria, nelle quali le grandi ricchezze accumulate in virtù dei commerci hanno incoraggiato ambizioni imperiali nonostante si trattasse di un piccolo centro nel deserto uguale a tanti altri”.

Iraq. L’impegno del governo all’Onu: “Obiettivo, recuperare 2700 reperti rubati dai jihadisti dai siti archeologici”

L'abbattimento di una statua conservata nel museo di Mosul in Iraq

L’abbattimento di una statua conservata nel museo di Mosul in Iraq

Le immagini dello sfregio, della distruzione, della cancellazione da parte dei miliziani dello Stato islamico di millenni di storia e di arte mesopotamica, da Mosul a Nimrud, da Khorsabad ad Hatra, fanno ancora male. Ma qualcosa si muove. Con un obiettivo ben preciso: recuperare i 2700 reperti artistici e archeologici rubati dai jihadisti dell’Is in Iraq. Lo ha annunciato l’ambasciatore iracheno presso le Nazioni Unite, Mohammed Alhakim, a commento della riunione a porte chiuse del Consiglio di sicurezza dell’Onu, cui hanno partecipato il segretario generale dell’Interpol Jurgen Stock e il numero uno dell’Unesco Irina Bokova per discutere della lotta al contrabbando d’arte da parte dell’Is. “È la prima volta che si tiene un incontro a questo livello sulla cultura e il patrimonio. Siamo andati oltre le questioni tecniche e abbiamo discusso di come la distruzione del patrimonio sia un crimine di guerra e di come il Consiglio di sicurezza Onu possa affrontare la questione”, ha detto Alhakim. I miliziani dello Stato Islamico (Is) hanno saccheggiato le zone archeologiche e museali di Nimrud, Khorsabad, Hatra, Mosul e altri siti vicino ai campi di battaglia che hanno visto confrontarsi i jihadisti con i peshmerga curdi. Le autorità irachene stanno lavorando con l’Onu e con l’Interpol per inserire in un database i manufatti rubati dall’Is in modo che possano essere individuati alla dogana e possa essere fermata la loro vendita sul mercato nero, ha spiegato il diplomatico iracheno. “Abbiamo fatto un inventario di 2700 pezzi che sono stati catalogati e messi nel database dell’Interpol dall’Iraq – ha spiegato – Abbiamo catalogato tutti i pezzi piccoli che possono essere contrabbandati in tasche o borse e anche quelli più grandi che possono essere spediti”.

Rovereto. “Archeologia e paesaggi archeologici al tempo della guerra”: tre giorni con i film dall’archivio della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico

Il museo di Baghdad saccheggiato: immagine emblematica degli effetti della guerra sul patrimonio archeologico

Il museo di Baghdad saccheggiato: immagine emblematica degli effetti della guerra sul patrimonio archeologico

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Tre giorni di proiezioni non-stop per documentare siti e reperti purtroppo compromessi, distrutti o a rischio distruzione. È la nuova iniziativa della Rassegna internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto e della Fondazione Museo Civico Rovereto che ha messo a disposizione la propria sede per la manifestazione collaterale alla mostra “Confini e conflitti. Visioni del potere nel tappeto figurato orientale” aperta a Palazzo Alberti Poja fino all’11 ottobre. Il patrimonio archeologico porta ferite e cicatrici provocate dalle guerre. Salvarne la memoria è uno degli obiettivi che da oltre venticinque anni ormai persegue la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico organizzata, sotto la direzione di Dario Di Blasi, dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto in collaborazione con la rivista Archeologia Viva. Attingendo a uno dei più vasti archivi del film archeologico (ad oggi più di 4000 titoli dalle più importanti case di produzione specializzate al mondo), sono state selezionate le opere che interessano i territori colpiti da eventi bellici. “La guerra”, commenta Di Blasi, “è atto estremo di violenza contro le popolazioni e contro la persona. Ogni guerra produce tragedie umanitarie dagli effetti irreversibili. La guerra è anche la prima minaccia per il patrimonio monumentale e archeologico. Soprattutto i siti del Vicino Oriente, già per lungo tempo manomessi e saccheggiati dagli scavi clandestini destinati al mercato antiquario, a causa degli accadimenti bellici subiscono danni incommensurabili sia per i bombardamenti che per i furti e le spoliazioni i cui proventi finiscono spesso per finanziare la guerra, quali che siano le forze in campo”.

La valle di Bamiyan in Afghanistan: le monumentali nicchie nella parete di roccia sono vuote. I Buddha sono già stati distrutti dai talebani

La valle di Bamiyan in Afghanistan: le monumentali nicchie nella parete di roccia sono vuote. I Buddha sono già stati distrutti dai talebani

Ricco il programma della tre giorni cinematografica nella sala Fortunato Zeni della sede della Fondazione Museo Civico di Rovereto (Borgo Santa Caterina 41). Si inizia venerdì 17, alle 18, con la presentazione della mini-rassegna. A seguire la proiezione del film tedesco di Ulrike Becker “Patrimonio Afghanistan. Speranza nella valle dei Budda”. La provincia di Bamiyan – importante centro di preghiera lungo la Via della Seta a 2500 metri di altitudine tra le montagne incantate dell’Hazarajat – dal V secolo dopo Cristo ha ospitato i due grandi Buddha scolpiti nella roccia (il primo di 50 metri di altezza era il più grande al mondo, l’altro di 35 metri). Già sfregiati nell’antichità e mitragliati durante l’occupazione talebana di Bamiyan nel 1998, per loro è arrivata la definitiva condanna a morte: nella terra dove vigeva l’intransigenza della sharia non potevano ammettersi monumenti pre-islamici, icone dell’idolatria. Nella falesia di Bamiyan sono scavate oltre 750 cappelle che sino al 2001 custodivano statue e dipinti: anche di questi oggi non ve ne è più traccia. Il film documenta il tentativo di restauro delle statue e segue l’archeologo di origine afgana Zemaryalai Tarzi, dell’Università di Strasburgo, nella sua spettacolare ricerca di un terzo Budda “dormiente”, secondo una fonte cinese, lungo circa 300 metri.

2003: a Baghdad è il caos. I saccheggi non risparmiano neppure il museo archeologico nazionale dell'Iraq

2003: a Baghdad è il caos. I saccheggi non risparmiano neppure il museo archeologico nazionale dell’Iraq

Sabato 18 Aprile si inizia alle 10.30 con il film francese di Milka Assaf “La memoria rubata. Ritorno al museo di Bagdad”. Il film racconta i fatti successivi all’8 aprile 2003, diciannove giorni dopo la dichiarazione di guerra all’Iraq, quando le forze anglo-americane entrano nella città di Bagdad, scatenando una guerriglia urbana. Caos: i saccheggiatori non risparmiano nemmeno quel tempio della memoria che è il museo archeologico di Bagdad. Un anno dopo il museo rinasce dalle sue ceneri. Bombe, spari, boati e fuoco, è questa l’atmosfera che si respira a Bagdad il 20 marzo 2003. Nidal El Amine, dipendente del museo, è una delle prime ad entrare nel museo dopo i saccheggi, la sua reazione e il suo dolore faranno il giro del mondo. La scena che i dipendenti del museo e gli iracheni si trovano davanti è terribile, migliaia di opere trafugate barbaramente e, le poche rimaste, distrutte dai vandali. Il museo, culla della civiltà, invece di essere stato protetto dalle truppe americane è divenuto teatro del conflitto, il disastro è totale e molti dipendenti, ritenuti in parte responsabili della disgrazia, vengono licenziati. Il nuovo direttore del museo è Donny Georges, archeologo iracheno che giurò di far riemergere il museo dalle ceneri della tragedia. I reperti scomparsi furono circa 14400, una terribile sciagura agli occhi della popolazione irachena. Tutti i media, in seguito alla disgrazia, hanno messo in luce l’impotenza delle truppe americane, ed è per questo che si è cercato di rimediare alla tragedia creando un fondo per il museo. Grazie ad iniziative come queste, e anche a singoli cittadini, il museo sta risorgendo e molti reperti rubati sono stati oggi recuperati. Segue il film “Bagdad nell’anno Mille” del francese Alain Moreau. “L’agenzia Reuters – ricorda Di Blasi – ha recentemente riportato i risultati di un’indagine del 2014 secondo la quale in questo Paese ben 4.500 siti di interesse archeologico, alcuni dei quali sotto l’egida dell’Unesco per la loro importanza, sono nelle mani delle truppe dell’Isis, come già lo erano stati in quelle di Al Qaeda: luoghi da saccheggiare per rivendere gli oggetti sul mercato nero e finanziare le operazioni. Un rapporto dell’intelligence irachena dell’estate 2014 rivela che l’Isis ha guadagnato 36 milioni di dollari contrabbandando arte antica. In Iraq, la guerra anglo-americana tra il 2003 e il 2011 ha provocato i saccheggi di alcuni siti storici fondamentali, come alcune delle capitali del Sumer e della Babilonia quali Umma e Isin”. Ma non è sempre stato così. Più di 1000 anni fa, infatti, Baghdad era chiamata Madinat al Salam, la “Città della Pace”. Come custode della conoscenza antica, Baghdad aveva tradotto Aristotele, Platone, Euclide. La cosiddetta città delle “Mille e una Notte” era un crogiolo di culture dove artigiani, poeti e mercanti erano in grado di trovare un punto di incontro attraverso la loro lingua comune, l’Arabo. Nel XIII secolo, 12.000 mongoli a cavallo sotto il comando di Hulagu-Khan, nipote di Gengis Khan assediarono la città per 17 giorni. Baghdad non riconquistò più il suo splendore intellettuale, né la sua magnificenza.

Il tempio di Naga in Nubia, la terra dei faraoni neri

Il tempio di Naga in Nubia, la terra dei faraoni neri

Sempre sabato 18 Aprile, ma nel pomeriggio, alle 17.30, proiezione del film “Sulle tracce dei faraoni neri”, produzione svizzera del regista Stéphane Goël con la consulenza scientifica di Charles Bonnet, uno dei più eminenti archeologi europei, che ha trascorso 40 anni della sua vita passando al setaccio le sabbie del Sudan settentrionale. Qui, la guerra civile pluridecennale che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, l’instabilità politica, la siccità e la povertà hanno favorito gli scavi clandestini nel deserto e quindi il commercio illegale di reperti, una vera e propria “corsa all’oro” per la sopravvivenza. Il lavoro di Charles Bonnet ha conferito una nuova importanza alla civiltà nubiana, quella dei famosi “faraoni neri”, e a Kerma, la prima capitale del grande impero nubiano. Segue il film francese di Karel Prokop “Allarme per il saccheggio del regno di Saba”. Nel nord dello Yemen, non lontano dalla città di Mareb, che nel 1000 avanti Cristo era la capitale del mitico regno di Saba, si trova una regione desertica chiamata Jawf. Questo territorio, ritenuto pericoloso e solo parzialmente controllato dal potere centrale, è attualmente teatro di saccheggi in grande scala di resti pre-islamici perpetrati dalle tribù locali con la complicità di trafficanti internazionali di antichità.

Tur Abdin è il nome della patria dei cristiani aramei della Turchia sud-orientale, vicino al confine siriano

Tur Abdin è il nome della patria dei cristiani aramei della Turchia sud-orientale, vicino al confine siriano

Si arriva così al terzo e ultimo giorno della rassegna. Alle 15.30 il pomeriggio inizia con il film “Il ritorno del popolo arameo” di Ania Reiss, una produzione turco-tedesca. “Tur Abdin” è il nome della patria dei cristiani aramei della Turchia sud-orientale, nei pressi del confine siriano. Un tempo importante centro cristiano, è oggi occupato da un’esigua minoranza di cristiani aramei. Molti sono fuggiti da guerra, violenza e repressioni verso la Germania. Alcuni Aramei esiliati decidono adesso di tornare per salvare il loro patrimonio culturale e ricostruire i villaggi. Li seguiamo nel loro rientro in patria, documentando la lotta per la salvezza della loro cultura millenaria. Chiude la rassegna il film palestinese “Saccheggiando la Terra Santa” di Mariam Shahin. Dal 1967 moltissimi reperti sono stati rimossi dalle terre palestinesi occupate ed esposti nei musei israeliani e in collezioni private, o venduti ai turisti. L’archeologia è stato un elemento chiave usato da Israele per affermare le proprie pretese territoriali sulla Palestina. D’altra parte i palestinesi considerano il patrimonio culturale della West Bank, di Gerusalemme e di Gaza fondamentale per la loro storia e per la costruzione di un’economia pacifica basata sul turismo e il pellegrinaggio. Il fatto che Israele rimuova questi reperti è un caso di salvaguardia culturale, come essa sostiene, o il furto di un’eredità? E qual è il ruolo dell’archeologia nella disputa arabo-israeliana?

Iraq. La città assira di Nimrud distrutta con bulldozer ed esplosivo. Un video dimostra lo sfregio dei miliziani dell’Is annunciato in marzo: cancellati 3mila anni di storia

La storia cancellata con l'esplosivo: così è stata distrutta dall'Is la città assira di Nimrud in Iraq

La storia cancellata con l’esplosivo: così è stata distrutta dall’Is la città assira di Nimrud in Iraq

Le picconate non sono state sufficienti. E allora hanno dato sfogo alla loro furia iconoclasta con bulldozer ed esplosivi. Così i miliziani dello Stato Islamico hanno distrutto il sito archeologico della città assira di Nimrud, nel nord dell’Iraq: fondata fondata nel XIII secolo AC, Nimrud era nella lista dei candidati a diventare patrimonio dell’Umanità Unesco. Si trova a circa 30 km a sud-est di Mosul e dallo scorso giugno tutta la zona è sotto il controllo degli islamisti che considerano la distruzione degli antichi siti, una guerra contro i “falsi idoli”. La prova della distruzione di Nimrud viene da un video pubblicato online dall’Is. La notizia dello scempio era stata data a marzo dal ministero iracheno del turismo (vedi post di archeologiavocidalpassato https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=nimrud) e definita dall’Unesco come “un crimine di guerra”. Ma finora le immagini satellitari non avevano mostrato la reale entità dei danni riportati . Nel filmato si vedono i militanti che con picconi e frese distruggono statue, bassorilievi e altri manufatti in pietra. Quindi un’esplosione e un bulldozer sbriciolano quello che rimane del sito, considerato uno dei massimi gioielli dell’età assira. Molti tesori di Nimrud sono in musei stranieri, ma un certo numero di statue giganti raffiguranti animali alati con teste umane (i Lamassu), erano ancora nel sito archeologico.

I miliziani dello Stato islamico in azione con i bulldozer nel sito archeologico di Nimrud

I miliziani dello Stato islamico in azione con i bulldozer nel sito archeologico di Nimrud

“Grazie a Dio, abbiamo distrutto tutto quello che è stato adorato senza Allah”, recita un miliziano all’inizio del filmato, di oltre sette minuti. Chi ha condannato le altre distruzioni, quelle nel museo di Mosul e nella cittadina di Hatra è “una canaglia” e i musulmani che hanno criticato lo Stato islamico «non hanno Allah nel cuore». Poi segue la distruzione: un jihadista fa a pezzi un bassorilievo con una fresa circolare. Un altro prende a mazzate una statua. E ancora, picconate alle mura degli edifici, martelli pneumatici per frantumare i reperti. Infine i bulldozer, che entrano in campo per radere letteralmente al suolo il sito, che risale a oltre 3mila anni fa. Quindi l’esplosivo, chili e chili che vengono fatti detonare accanto a ciascun obiettivo.

Miliziani dell'Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

Miliziani dell’Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

L’Unesco ha bollato la distruzione come “un crimine di guerra”. Nimrud, la biblica Calah, fu fondata dal re Salmanassar I (1274-1245 a.C.) e divenne capitale dell’impero assiro sotto Assurbanipal II (883-859 a.C.) arrivando a contare 100.000 abitanti. “Abbatteremo le croci e demoliremo la Casa nera in America”, tuona un altro miliziano, riferendosi alla cristianità e a Washington. L’ennesima minaccia contro gli Usa e i “crociati” rinverdita negli ultimi giorni da una vera a propria campagna mediatica sui social network e il video “Bruceremo l’America”, che è in realtà un compendio degli orrori Isis da agosto a oggi, dalle decapitazioni degli ostaggi occidentali fino a quelle dei copti egiziani su una spiaggia libica.

“…comunicare l’archeologia…”: il Gruppo archeologico bolognese nel ciclo del secondo trimestre dedica un focus alla distruzione del patrimonio archeologico nel Vicino Oriente

Il museo archeologico di Mosul, in Iraq, prima della distruzione da parte dell'Is

Il museo archeologico di Mosul, in Iraq, prima della distruzione da parte dell’Is

A colpi di martello contro un lamassu (toro alato androcefalo) da Nimrud al museo di Mosul

A colpi di martello contro un lamassu (toro alato androcefalo) da Nimrud al museo di Mosul

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d'Italia

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

La distruzione del patrimonio archeologico del Vicino Oriente sotto i colpi dei miliziani dello Stato Islamico sarà tra i temi forti affrontati nel ciclo di conferenze del secondo trimestre 2015, “…comunicare l’archeologia…”, fiore all’occhiello del Gruppo archeologico bolognese. L’appuntamento è alle 16.30 di giovedì 16 aprile nell’aula cesare Gnudi della Pinacoteca Nazionale di Bologna, in viale delle Belle Arti, per l’incontro con il prof. Paolo Brusasco, docente di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico alla Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università di Genova, su “Futuro senza passato: l’estinzione del patrimonio culturale in Siria e Iraq”. L’ingresso all’Aula Gnudi per partecipare esclusivamente alla conferenza è gratuito. Si emetterà comunque biglietto gratuito per le persone che intendono accedere alla conferenza, solo a partire dalle 16. Continua così l’impegno dei soci del Gabo, tra cui insegnanti di scuole medie superiori, studenti universitari, archeologi ed appassionati di vario tipo, accomunati dal medesimo interesse per la storia della cultura e dell’arte antica, di organizzare cicli di lezioni, incontri e visite guidate “col fine di supportare la conoscenza e la tutela del patrimonio archeologico, storico ed artistico, locale e non solo”.

La stele funeraria di Vel Kaikna raffigura una grande nave etrusca da guerra che naviga in mare

La stele funeraria di Vel Kaikna raffigura una grande nave etrusca da guerra che naviga in mare

Ma vediamo meglio nel dettaglio il programma del ciclo di incontri del secondo trimestre. Si inizia martedì 14 aprile, alle 21, al centro sociale G.Costa, via Azzo Gardino 48, con Gianni Garzaroli, archeologo dell’università di Bologna, impegnato nella missione “Samaipata” in Bolivia, il quale parlerà proprio de “La roca esculpida di Samaipata (Bolivia)”. Due giorni dopo, giovedì 16, come anticipato, alle 16.30, ma alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, il prof. Paolo Brusasco, docente di Archeologia e Arte del Vicino Oriente Antico all’Università di Genova, affronta un tema di drammatica attualità: “Futuro senza passato: l’estinzione del patrimonio culturale in Siria e Iraq”. Domenica 26 aprile ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto dove, alle 17, dove si ripropone l’intervista impossibile a Vel Kaikna di Giuseppe Mantovani con Marco Mengoli nei panni di Vel Kaikna e Davide Giovannini in quelli dell’intervistatore. L’etrusco Vel Kaikna, membro di un’importante famiglia di Felsina, era probabilmente un ammiraglio o un navarca: lo fa capire la sua stele funeraria, esposta nel museo civico Archeologico di Bologna, su cui si staglia una nave da guerra etrusca. Si potrà conoscere Vel Kaikna proprio grazie all’intervista “Impossibile” scritta da Giuseppe Mantovani e realizzata in collaborazione con il Gruppo Archeologico Bolognese.

"Didone, per esempio. Nuove storie dal passato" di Mariangela Galatea Vaglio

“Didone, per esempio. Nuove storie dal passato” di Mariangela Galatea Vaglio

Da martedì 5 maggio gli appuntamenti tornano al centro sociale G.Costa dove alle 21ci sarà una serata a disposizione dei soci (relazioni di viaggio, esperienze archeologiche, tutto quanto fa storia), in attesa dell’incontro di martedì 12, sempre al Costa, sempre alle 21, con la prof.ssa Mariangela Vaglio, dottore in Storia Antica alla Sapienza di Roma, giornalista e scrittrice, che – dopo il successo del libro-saggio “Didone, per esempio. Nuove storie dal passato“, biografie non convenzionali dei grandi personaggi – mitici o storici – del mondo greco-romano, a Bologna anticiperà il nuovissimo secondo volume “Socrate, per esempio”, che dovrebbe essere in libreria per la fine di maggio, soffermandosi su “I filosofi presocratici tra divulgazione e fonti antiche”. Martedì 19 maggio, ancora al Costa alle 21, con Valentina Manzelli, archeologa della soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, si avrà la presentazione della mostra “Brixia, Roma e le genti del Po”, prevista a Brescia, al museo di Santa Giulia e area archeologica, dal 9 maggio 2015 al 17 gennaio 2016. Il progetto scientifico della mostra è di Luigi Malnati, già soprintendente per l’Archeologia dell’Emilia Romagna, e Filli Rossi.

Tumuli etruschi nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

Tumuli etruschi nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

Alla fine di maggio l’appuntamento è il 28, un giovedì, alle 21, alla Mediateca di San Lazzaro, in via Caselle 22, a S. Lazzaro, vicino Bologna, per un’altra “Intervista impossibile”, questa volta ad Attilio Regolo, a cura di Umberto Eco. Introduce la serata Erika Vecchietti, assegnista di ricerca al dipartimento di Storia culture e civiltà dell’università di Bologna, con Marco Mengoli nella parte di Attilio Regolo e Davide Giovannini in quella dell’intervistatore. Questo secondo ciclo di “…comunicare l’archeologia…” chiude martedì 9 giugno, alle 21, al Costa, con “Principi etruschi a Cerveteri. Le tombe orientalizzanti in località S. Paolo” illustrati dalla prof.ssa Maria Antonietta Rizzo, docente di Etruscologia e Antichità Italiche all’università di Macerata.