Varese ospita in esclusiva per la Lombardia la prima edizione di Varese ArcheoFilm, festival internazionale del cinema di archeologia arte ambiente etnologia con serata finale speciale dedicata ad Alfredo e Angelo Castiglioni. In programma sette film e incontri con esperti nazionali nel campo dell’egittologia, della preistoria, dell’etnologia e della storia
Il cinema archeologico arriva per la prima volta a Varese. Dal 6 al 9 settembre 2018 i Giardini Estensi in via Sacco 5 ospitano Varese Archeofilm, festival internazionale del cinema di archeologia arte ambiente etnologia, a ingresso libero e gratuito, promosso dal Comune di Varese in collaborazione con il museo Castiglioni, la rivista Archeologia Viva, la rassegna Firenze ArcheoFilm, il Centro Ricerche del Deserto Orientale (Ce.R.D.O.), l’associazione Conoscere Varese, Tourisma, con il patrocinio dell’università Insubria. Dopo Torino, Agrigento, Pesaro, Aquileia e Ravenna, Varese è una nuova tappa delle manifestazioni promosse sul territorio da Firenze Archeofilm. “Varese entra in un prestigioso e già funzionante circuito nazionale che ha lo scopo di far diventare il nostro paese uno dei principali punti di riferimento internazionali del cinema documentaristico d’autore”, sottolinea soddisfatto Marco Castiglioni, presidente dell’associazione Conoscere Varese, che dal 2015 ha riaperto e gestisce il museo Castiglioni di Varese, dedicato agli scavi di suo padre Angelo e di suo zio Alfredo. Varese Archeofilm sarà tappa esclusiva per la Lombardia, un motivo di orgoglio per il sindaco di Varese, Davide Galimberti: “Una grande occasione di rilancio turistico della città che va a inserirsi nella ricca offerta di eventi programmati dall’amministrazione comunale. Una straordinaria opportunità che permetterà di far conoscere le bellezze del capoluogo e richiamare molti turisti, anche dalla vicina Svizzera. Parliamo di rilancio turistico ma anche culturale, grazie a veri e propri mostri sacri varesini dell’archeologia come i fratelli Castiglioni”. A suggellare l’entusiasmo per il connubio di Varese con il grande film archeologico, è proprio Angelo Castiglioni, archeologo, etnologo, antropologo, scrittore, cineasta, documentarista, presidente Ce.R.D.O.: “In una fase storica particolarmente favorevole al linguaggio filmico documentaristico, le ragioni del suo successo si possono rintracciare, almeno in parte, nel progressivo venir meno della creatività nel cinema di finzione e nella considerazione che una società globale sembrerebbe voler abbattere le frontiere tra cinema narrativo e cinema del reale, facendoli convergere in un unico flusso di immagini. Oggi il cinema del reale raccoglie sempre più proseliti sia tra il pubblico che tra gli autori. Dal film di Michael Moore Bowling a Columbine fino a Microcosmos della coppia Nuridsany e Pérennou, da Il cineocchio di Dziga Vertov a Lo and Behold di Werner Herzog, passando per il cinéma vérité e molte altre fasi della sua lunga storia, il cinema documentaristico d’autore rappresenta il fenomeno cinematografico più rilevante degli ultimi vent’anni”.
Ricco il programma di Varese Archeofilm: sette documentari provenienti da Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Italia, girati nel corso dell’ultimo anno, tradotti e doppiati in italiano. Da Oetzi alla città di Persepoli, dagli scavi in Egitto all’armata perduta del re persiano Cambise, i documentari provenienti da tutto il mondo affronteranno argomenti leggendari, anche di archeologia industriale: uno di loro è dedicato infatti, per esempio, all’hangar dei dirigibili di Augusta. I film sono stati selezionati dal direttore artistico Dario Di Blasi tra quanti conservati nell’archivio di Firenze Archeofilm; Giulia Pruneti sarà la conduttrice del Festival; Davide Sbrogiò la voce narrante. Le traduzioni sono di Gisella Rigotti, Stefania Berutti e Carlo Conzatti. Le edizioni video sono di Fine Art Produzioni srl, Augusta (Sr); Giuditta Pruneti è il direttore editoriale. Dopo tre giorni di proiezioni e incontri con i massimi esperti nazionali nel campo dell’egittologia, della preistoria, dell’etnologia e della storia, intervistati dai giornalisti di Archeologia Viva, la serata conclusiva sarà invece dedicata a una retrospettiva sul lavoro dei fratelli varesini Angelo e Alfredo Castiglioni: archeologi, etnologi, antropologi, scrittori, cineasti e documentaristi di fama mondiale. Infine sempre domenica sera ci sarà la premiazione con l’assegnazione del Premio Città di Varese al film più gradito al pubblico e del Premio Alfredo Castiglioni al film scelto dalla giuria.

Il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro
Il programma. Giovedì 6 Settembre 2018, dalle 20.30 alle 23. All’inaugurazione del festival segue la proiezione del primo film “Alla scoperta del tempio di Amenophis III” di Antoine Chéné (Francia, 2017; 52’). A Luxor, i colossi di Memnone, segnano l’ingresso del maestoso tempio di Amenophis III. A partire dall’inizio degli anni 2000, una équipe internazionale ha ridato vita a questo tempio, di cui, a parte i due colossi, ben poco era rimasto visibile. Seguiamo, insieme a tutta la squadra di archeologi, le grandi tappe di questa impresa, filmata a partire dal 2004, e prendiamo dunque consapevolezza del carattere grandioso di questo tempio, costruito da un faraone durante il suo regno pacifico e prospero. Segue il film “Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro (Francia, 2017; 26’). Sugli altopiani iraniani si trova la culla di una delle più grandi civiltà di costruttori dell’antichità: i Persiani. Qui hanno edificato un capolavoro di architettura: Persepoli. Fino a oggi, si pensava che il sito si limitasse alla sua terrazza imponente, utilizzata dai re persiani solo qualche mese all’anno. Ma le recenti scoperte rivelano uno scenario completamente diverso, quello di una città tra le più ricche del mondo antico: un Eden tra le montagne persiane. Quindi c’è l’incontro/intervista con Alessandro Roccati, professore emerito di Egittologia e socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino, già direttore della Missione Archeologica Italiana in Egitto e Sudan. Chiude la serata il film “Indagini in profondità. Il naufragio del Francesco Crispi” di Guilain Depardieu, Frédéric Lossignol (Francia, 2017; 26’). Aprile 1943. Il “Francesco Crispi”, un piroscafo di 7600 tonnellate, nave ammiraglia dei mercantili italiani, riconvertito dalla Marina militare, lasciò Genova per raggiungere la Corsica. A bordo c’erano armi, munizioni e soprattutto un’unità militare di 1300 uomini. Lungo la rotta, il Crispi incrociò il sottomarino britannico HSM Saracen, che sganciò due missili. Lo affondò in pochi minuti. Più di 900 uomini persero la vita. Nonostante numerosi studi, il relitto della nave non è stato mai trovato…
Venerdì 7 Settembre 2018, dalle 20.30 alle 23. Apre il film “Il misterioso vulcano del Medioevo” di Pascal Guérin (Francia, 2017, 52’). Il film mette in primo piano il lavoro minuzioso di ricerca, perseveranza, collaborazione e intuizione, degli scienziati che hanno dedicato tanti anni alla ricerca di questo misterioso vulcano. Questa scoperta sarebbe fondamentale per comprendere come le eruzioni vulcaniche, hanno trasformato il clima del pianeta e gli ecosistemi in cui viveva la società… Segue l’incontro/intervista con Giuseppe Armocida, medico, storico italiano, già docente dell’università dell’Insubria. Figura di rilievo della storia della medicina, è stato per oltre vent’anni presidente della Società Italiana di Storia della Medicina. Chiude la serata il film “Carri cinesi. All’origine del primo impero” di Julia Clark (Inghilterra, 2017, 52’). Per più di mille anni i carri da guerra hanno imperversato sui campi di battaglia della Cina antica, simboli di una tecnica militare che qui si è sviluppata prima che nel resto del pianeta, e che ha contribuito a unificare la nazione cinese. Grazie alle più recenti scoperte archeologiche e alla ricostruzione di un carro, verificata attraverso alcuni testi antichi, scopriremo come i Cinesi hanno messo a punto tale sofisticato mezzo di combattimento.
Sabato 8 Settembre 2018, dalle 20.30 alle 23. Si inizia con il film “Iceman Reborn” di Bonnie Brennan (Usa, 2017, 53’). Assassinato più di 5.000 anni fa, Oetzi, la più antica mummia umana sulla Terra, è portata alla vita e preservata con la modellazione 3D. Adesso, recentissime scoperte fanno luce non solo su questo misterioso uomo antico, ma sugli albori della civiltà in Europa. Segue l’incontro/intervista con Raffaele De Marinis, già ordinario di Preistoria e Protostoria dell’università di Milano. Past President e membro del consiglio direttivo dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria di Firenze. Già membro corrispondente dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici. Chiude la serata il film “La casa dei dirigibili. L’Hangar di Augusta tra passato e presente” di Lorenzo Daniele (Italia, 2017, 45’). L’hangar per dirigibili di Augusta è un monumento di archeologia industriale unico nel panorama architettonico internazionale. Tra i primi edifici in Italia realizzati interamente in cemento armato, la sua costruzione cominciò per esigenze militari nel 1917 e si concluse nel 1920, quando la Prima Guerra Mondiale era ormai terminata e l’utilizzo dell’aerostato per fini bellici era stato sostituito dall’idrovolante.

I pastori Borana, popolazione dell’Etiopia meridionale, documentati dai fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni
Domenica 9 Settembre 2018, dalle 20.30 alle 23. La serata finale apre con un film fuori concorso “I pozzi cantanti dell’Etiopia” di Alfredo e Angelo Castiglioni (Italia, 2009, 40’). Tutti i popoli pastori dell’Africa hanno elaborato un sistema di approvvigionamento dell’acqua. Un esempio di perfetta organizzazione del lavoro per questo scopo si poteva vedere, fino a pochi anni fa, tra i Borana, una popolazione del sud dell’Etiopia. Una catena umana di quindici, venti persone portava l’acqua da trenta metri di profondità fino in superfice con un ritmo crescente in funzione degli animali che attendevano il loro turno per abbeverarsi. Gli “Abe Ella” – “i padri dei pozzi” – scandivano il ritmo del lavoro con il loro canto. Una vera e propria “fabbrica dell’acqua”. Segue l’incontro/intervista con Angelo Castiglioni, archeologo, etnologo, antropologo, scrittore, cineasta, documentarista, e presidente Ce.R.D.O; Serena Massa, docente di catalogazione dei reperti archeologici dell’università Cattolica di Milano, responsabile scientifica degli scavi archeologici di Adulis in Eritrea, consulente scientifica del museo Castiglioni; Giovanna Salvioni, già professore ordinario di Etnologia e Antropologia Culturale dell’università Cattolica di Milano, consulente scientifica del museo Castiglioni. Segue l’assegnazione del premio Città di Varese al film più gradito al pubblico e quella del premio Alfredo Castiglioni al film scelto dalla giuria. Chiude questa serata speciale il film “L’armata scomparsa di re Cambise” di Alfredo e Angelo Castiglioni (Italia, 2008, 30’). Nel 525 a.C. un esercito di 50.000 uomini fu inviato dal re persiano Cambise a conquistare l’oasi di Siwa e l’oracolo di Zeus Ammone in Egitto. Come racconta lo storico greco Erodoto, “i soldati furono sorpresi da una violenta tempesta di sabbia e scomparvero nel nulla”. Per secoli questa tragedia spinse gli archeologi nel deserto alla ricerca dell’armata perduta. La missione Castiglioni ha ritrovato i primi reperti achemenidi e resti umani restituiti dalla sabbia del deserto.
A Venezia la mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”, terzo grande evento della Fondazione Giancarlo Ligabue: una finestra sulla “rivoluzione neolitica” e la raffigurazione umana, un viaggio nel tempo e nello spazio con oltre 100 opere tra Occidente e Oriente, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, tra il 4000 e il 2000 a.C.

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019
Un mese. Manca solo un mese alla grande mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”, la terza in tre anni della Fondazione Giancarlo Ligabue, che dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 aprirà a Venezia, a Palazzo Loredan, una finestra sulla “rivoluzione neolitica” e la raffigurazione umana, un viaggio nel tempo e nello spazio con oltre 100 opere tra Occidente e Oriente, dalla penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, dal 4000 al 2000 a.C. L’alba della civiltà. Fin dalla preistoria l’uomo ha sentito la necessità di rappresentare la figura umana: con i graffiti e le pitture murali, ma anche in forma tridimensionale. Da quei lontanissimi tempi, fin dall’età paleolitica, ci è giunta un’immensa quantità di statuette realizzate in diversi materiali riproducenti tratti umani. Quale fosse il loro significato – valore simbolico, religioso o di testimonianza, espressione di concetti metafisici, funzione rituale o “politica” – e quali soggetti realmente rappresentassero, rimane ancora un mistero. La mostra “Idoli” (dal greco eídolon, immagine) – promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue, istituita nel 2016 da Inti Ligabue, e curata da Annie Caubet, conservatrice onoraria del Musée du Louvre – ci propone il primo tentativo di confronto dall’Oriente all’Occidente, di opere raffiguranti il corpo umano del 4000-2000 a.C. Attraverso 100 straordinari reperti – alcuni eccezionali per l’importanza storico-scientifica e la rarità – e grazie ad un apparato didattico coinvolgente, sarà possibile percorrere un ampio spazio geografico, che si estende dalla penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, in un’epoca di grande transizione, in cui i villaggi del Neolitico si evolvono a poco a poco nelle società urbane dell’Età del Bronzo.

Inti Ligabue, presidente della Fondazione Ligabue, con Annie Caubet, curatrice della mostra “Idoli”, tra il prof. Stefano De Martino, dell’università di Torino (a sinistra) e Alessandro Marzo Magno, direttore del Ligabue Magazine, alla presentazione della mostra (foto Graziano Tavan)
“È questa la mostra che segna il coronamento di una prima fase importante dell’attività della nostra Fondazione, una maturazione e un passo avanti sostanziali”, interviene Inti Ligabue alla presentazione dell’esposizione. “Ognuna delle esposizioni finora realizzate è stata un’avventura, in termini di conoscenza, organizzazione e ideazione, ma soprattutto sul piano umano e personale. Condividere nuclei importanti della Collezione Ligabue con il pubblico ha significato ripercorrere, con finalità nuove e sotto una luce diversa, la storia collezionistica della nostra famiglia e le ricerche condotte per tanti anni da mio padre, con il Centro Studi da lui fondato, aggiornando e approfondendo gli studi grazie a curatori e comitati scientifici prestigiosi, rivivendo le emozioni di tante missioni, ma anche acquisendo nuove conoscenze e indagando nuovi modi di “conoscere e far conoscere”. In tre anni dunque, tre grandi mostre e altrettanti focus sull’attività scientifica e sulle conoscenze archeologiche, paleontologiche e antropologiche sviluppate da Giancarlo Ligabue e dai tanti studiosi e Istituzioni che lo hanno affiancato. “Con l’esposizione “Il mondo che non c’era” sull’arte precolombiana – continua – abbiamo indirettamente dato conto di numerose spedizioni compiute in Centro e Sud America e di culture e popoli che ancora attendono un riscatto da parte della Storia e del mondo occidentale. Con “Prima dell’Alfabeto. Viaggio alle origini della scrittura in Mesopotamia” abbiamo ripercorso una delle avventure più affascinanti della storia dell’uomo, rendendo evidente il grande valore culturale di quell’infinità di segni che fin da piccolo io stesso guardavo, senza comprendere, impressi sulle tavolette di argilla e sui piccoli sigilli che papà collezionava con straordinario interesse. Ora, con questa mostra andando a ritroso nel tempo, affrontiamo un’altra “via di Damasco dell’Umanità” e ripercorriamo un’altra straordinaria avventura umana: quella della traduzione visiva, attraverso singolari opere scultoree, delle concezioni metafisiche elaborate dall’uomo in un’epoca di grande transizione e di sconvolgente evoluzione della società. Dal 4000 al 2000 a.C., di pari passo con l’imporsi della scrittura e con la rivoluzione urbana e tecnologica, si sviluppano e si diffondono diverse visioni estetiche nelle rappresentazioni tridimensionali e antropomorfiche delle “Idee”, che spesso percorrono distanze geografiche impensabili. È una rivoluzione epocale”.

Figura steatopigia in basalto del IV millennio a.C. proveniente dall’Arabia Saudita e conservata in una collezione privata di Londra
Era stato proprio Giancarlo Ligabue, in uno dei suoi ultimi studi, ad affrontare questo tema affascinante. “L’ipotesi che il Dio padre di tutte le religioni monoteiste fosse stato in origine una Dea Madre iniziò a delinearsi dopo la scoperta delle prime veneri paleolitiche, dove il corpo femminile era sentito come centro di forza divina. Proprio in quel momento, tra paleolitico medio e superiore, si pensa si siano verificati nello spirito e nella coscienza dell’uomo, determinati mutamenti di struttura della psiche. Alla fase dell’inconsapevolezza si contrappone una sorta di pulsione che gli specialisti oggi attribuiscono ad un rapido evolvere della coscienza. Nasce un concetto di religiosità. L’uomo aveva scoperto di avere un’anima”. Gli albori della cultura figurativa antropomorfa – spiega Inti Ligabue -, i miti fondativi dell’umanità, la rappresentazione del potere, sia esso di fecondazione, divino o eroico: c’è tutto questo nella mostra “Idoli”. Un viaggio unico e irripetibile che ci conduce alle origini delle raffigurazioni del corpo umano: dalle prime immagini ancora ambigue e dalla dubbia interpretazione, nell’età neolitica, alla loro evoluzione nell’età del Bronzo. Un viaggio che, valicando montagne, superando steppe e deserti, attraversando mari e oceani, rivela connessioni trasversali, comunanze di sentire e contatti in territori distantissimi.

La cosiddetta “Venere Ligabue”, star della mostra, in clorite, capolavoro della Civiltà dell’Oxus (2200-1800 a.C.), proveniente dall’Iran Orientale: fa parte della Collezione Ligabue
La cosiddetta “Rivoluzione neolitica” è epocale: segna il passaggio da clan e tribù a società più complesse, vede l’avvento di nuove tecnologie e della lavorazione dei metalli, l’affermarsi delle prime forme di scrittura in diversi centri, l’avvio di reti commerciali e dei relativi traffici anche tra popoli molto distanti, che in tal modo intensificano i rapporti e gli scambi di merci e materiali, di idee e forme espressive. In questo contesto si collocano le misteriose rappresentazioni della figura umana che saranno esposte a Venezia, di cui quattordici appartenenti alla Collezione Ligabue, le altre provenienti da collezioni private internazionali e da importanti musei europei: l’Archäologische Sammlung-Universität Zürich, l’Ashmolean Museum of Art and Archaeology– University of Oxford, il Musées Royaux d’Art et d’Historie di Bruxelles, il Monastero abbaziale Mechitarista dell’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia, il Badisches Landesmuseum Karlsruhe, il MAN-Museo Arqueológico nacional di Madrid, il Polo Museale della Sardegna–Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, i Musei Civici Eremitani di Padova, il Cyprus Museum a Nicosia e il Musée d’Archéologie Nationale et Domaine National de Saint-Germain-en-Laye. “Dapprima – spiegano i curatori – saranno quasi esclusivamente figure femminili, poi con l’affermarsi di società sempre più strutturate, saranno soprattutto gli uomini a divenire protagonisti: dei, sovrani, eroi. Sarà sorprendente vedere come, in parti del mondo tra loro lontanissime, si affermino tradizioni e forme di rappresentazioni simili o si ritrovino materiali necessariamente giunti da paesi distanti, eppure già in relazione tra loro: l’ossidiana della Sardegna e dell’Anatolia, i lapislazzuli importati dall’Afghanistan, l’avorio ottenuto dalle zanne degli ippopotami dell’Egitto o delle Coste del Levante”.

Suonatore d’arpa cicladico in marmo dell’Antico Cicladico II (2600-2400 a.C.), proveniente da Thera (Santorini) e conservato al Badisches Landesmuseum Karlsruhe
La mostra prende in esame gli idoli da un punto di vista estetico, a partire tuttavia da una solida base storica e archeologica, che si amplia ulteriormente nel catalogo dell’esposizione (Skira) grazie al contributo di esperti internazionali. Viene così proposto un confronto tra caratteri fissi e condivisi e aspetti variabili, visti dalla duplice angolazione dell’antropologia e dell’estetica. Tra i fattori comuni c’è la qualità artistica: “Gli individui che realizzarono quelle sculture – spiega la curatrice Caubet – erano artisti dotati di grande talento, che muovendosi tra il rispetto dei modelli tradizionali e la creazione innovativa, seppero comunque lasciare un segno”. Figure simili all’apparenza, rispondenti a codici iconografici analoghi, sono in realtà ciascuna un unicum nelle proporzioni, nei particolari, nel fascino, grazie al tocco dell’artista. L’esposizione a Palazzo Loredan, a Venezia, ci mostrerà – provenienti dalle Isole Cicladi, dall’Anatolia Occidentale, dalla Sardegna, ma anche dall’Egitto, dalla Spagna, dalla Mesopotamia o dalla Siria – le famose “Dee Madri” (raffigurazioni femminili particolarmente prospere nei seni e nei fianchi, simbolo forse del potere della Terra, della Maternità e della Fertilità), e gli idoli astratti e geometrici che tanto affascinarono gli artisti del Novecento: oppure i cosiddetti “isoli oculari” o idoli placca, nati dalla fascinazione esercitata dall’occhio come espressione della presenza spirituale, fino all’affermarsi nel Terzo millennio, nel corpo umano nelle sue forme naturali”. Non più solo esseri dall’identità ambigua, in particolare dal punto di vista del sesso (figure femminili androgine, presenza contemporanea di organi sessuali maschili e femminili, ecc.) né solamente espressione di principi divini, ma anche uomini mortali, reali – spesso colti in atteggiamento orante – e nuove divinità create a immagine dell’uomo. Quello che invece non cambia è il bisogno dell’individuo e della società di esprimere, con manufatti o con opere d’arte, le proprie paure, le proprie speranze, la propria fede.
Rassegna CinemAMoRe, il film sulla mummia del Similaun apre a Sfruz il cartellone di agosto con temi di Archeologia, Montagna e Religioni. Appuntamenti a Vigolo Vattaro, Arco, Pomarolo e Brentonico

La rassegna CinemAMoRe raccoglie i migliori film dei tre festival tematici del Trentino su Archeologia, Montagna e Religioni
Con l’appuntamento di mercoledì 8 agosto 2018 alle 20.30 a Sfruz, con la mummia del SImilaun e il piccolo dittatore, si inaugura il cartellone d’agosto della rassegna CinemAMoRe, circuito estivo che mette in rete, fino alla fine di settembre, i tre maggiori Festival Internazionali del Trentino: per la prima volta Sfruz e Vigolo Vattaro presenteranno le proposte del mese di agosto sui temi rispettivamente di “Storie e Storia” e “Avventure”, declinati nei documentari della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, del Trento Film Festival, e del Religion Today Film Festival di Trento. Tipico villaggio alpino, Sfruz è tra i più elevati della Val di Non, posto su di un altopiano tra il Monte Roen e il Corno di Tres. Le sue antiche origini sono confermate dagli scavi archeologici che hanno portato alla luce alcune tipiche tombe romane a tegoloni. Vigolo Vattaro (725 metri slm) è il centro più grande dell´altopiano della Vigolana, a pochi chilometri da Trento e dal lago di Caldonazzo. Le sue origini vengono attribuite all’età del Bronzo e confermate dalla Via Claudia Augusta, strada romana costruita per congiungere la Valsugana alla valle dell’Adige: la. La posizione è strategica, sul valico tra la Vigolana e la Marzola e nel periodo rinascimentale, per difendere il borgo, fu costruito il Castello di Vigolo. Grande riscontro di pubblico per gli appuntamenti fin qui proposti nei filoni individuati da Tommaso Bonazza e Anna Formilan per conto del Coordinamento promosso dall’assessorato alla Cultura della Provincia Autonoma di Trento, che colgono interessanti unità tematiche ripercorrendo gli archivi e i differenti ambiti e macro-temi che contraddistinguono singolarmente i tre Festival (Archeologia, Montagna, Religioni) e le diverse sensibilità e visioni dei documentaristi da tutto il mondo, a Trento, Lavarone, Lagolo.
Mercoledì 8 agosto 2018, alle 20.30, appuntamento nella sala Cav. Livio Biasi del municipio di Sfruz dove si propongono i documentari The little Dictator, del Religion Today e Iceman rinato, della Rassegna del Cinema Archeologico sulla Mummia del SImilaun. The Little Dictator (RT) di Nurith Cohn (Israele, 2015; 29′). Yossi Kleinmann, un grigio professore di storia ferrato sui leader politici dei regimi totalitari, si sente incompreso sia dai suoi studenti che da una moglie dispotica. Un fine settimana, alla festa per il 90° compleanno della nonna di sua moglie, sopravvissuta all’Olocausto, Yossi si trova in una situazione surreale che lo costringe a confrontarsi con se stesso e con la sua famiglia. Iceman Reborn / Iceman rinato (A) di Bonnie Brennan (Usa, 2016; 52’). Ucciso più di 5000 anni fa, Ötzi – l’uomo dei ghiacci – è la più antica mummia naturale europea. Miracolosamente preservata nel ghiacciaio, i suoi notevoli resti intatti continuano a fornire agli scienziati, agli storici e agli archeologi scoperte dirompenti su un periodo cruciale nella storia dell’umanità. All’artista e paleo-scultore Gary Staab è stata data la possibilità di accedere nel rifugio ghiacciato dove Iceman è custodito con il compito di realizzare una sua replica esatta.
Nel teatro parrocchiale di Vigolo Vattaro il 31 agosto 2018 alle 20.45, tre film: Operazione Comando del Religion Today, Frozen Road del Trento Film Festival e Eratostene della rassegna del Cinema Archeologico. Operation Commando / Operazione Commando (RT) di Jan Czarlewski (Svizzera, 2016; 17′). Due fratelli in un campo estivo vengono separati e assegnati a due gruppi nemici. “Operation Commando” racconta la storia di un primo tradimento. Esplora il fascino, la fragilità e la durezza dei bambini e mostra l’influenza che il gruppo può avere sull’individuo. The Frozen Road (TFF) di Ben Page (Regno Unito, 2017; 24′). Spinto dall’affermazione di Jack London, che “ogni uomo che sia un uomo può viaggiare da solo”, il regista ha cercato un’avventura in perfetta solitudine. The Frozen Road è una riflessione sul viaggio in solitaria; sulla meraviglia, il terrore e la frustrazione che Ben Page ha sperimentato attraversando lo spietato vuoto dell’artico canadese, una delle ultime grandi terre selvagge del mondo. Eratosthenes/ Eratostene (A) di Kostas Vakkas (Grecia, 2015; 34’). Versato in tutte le scienze, Eratostene nacque nel 276 a.C. a Cirene, colonia greca in Libia. Il faraone egizio Tolomeo III lo nominò bibliotecario della grande Biblioteca d’Alessandria. Egli fu tra l’altro astronomo, matematico, geografo e poeta, e si guadagnò l’immortalità essendo il primo a calcolare la circonferenza della Terra. Il documentario descrive la sua incredibile vita avventurosa, le sue opere e le città in cui visse, Cirene e Alessandria. Il professor Eftihis Papadopetrakis commenta la sua opera.

Il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro
I tre festival (Archeologia, Montagna, Religioni) uniscono forze e competenze per offrire al grande pubblico una selezione dei migliori documentari della propria programmazione da proporre in diverse location – ogni anno con tappe nuove – del territorio provinciale. Gli appuntamenti di settembre saranno ad Arco, Pomarolo e Brentonico. Si inizia giovedì 6 settembre 2018, all’auditorium del Palazzo dei Panni di Arco, alle 20.30, con il film Persepolis, le paradis perse. Enquêtes archéologique / Persepoli, il paradiso persiano. Indagini archeologiche (A) di Agnès Molia e Raphaël Licandro (Francia, 2016; 26’). Sugli altopiani iraniani si trova la culla di una delle più grandi civiltà di costruttori dell’antichità: i Persiani. Ci hanno edificato un capolavoro di architettura: Persepoli. Finora, si pensava che questo sito si limitasse alla sua imponente terrazza, utilizzata dai re persiani qualche mese all’anno. Ma recenti scoperte rivelano un volto del tutto diverso di Persepoli: quello di una delle città più opulente del mondo antico: un Eden sulle montagne persiane. Seguono: W (TFF) di Steven Schwabl (Canada, 2016; 29′). Dopo essersi trasferito dalla montagna in città, l’eccentrico ed entusiasta protagonista si ritrova a contemplare dalla finestra del suo appartamento una gigantesca insegna luminosa posta in cima a una torre. La lettera si carica di enigmatici messaggi, che come un rebus si compongono tra loro portando il protagonista a progettare la scalata della torre pubblicitaria prendendo come esempio la salita di Reinhold Messner sull’Everest nel 1980, di cui vengono presentate alcune rare sequenze. Per quanto possa apparire bizzarro e ironico, l’accostamento si rivela estremamente calzante. Paperock / Carta, sasso, forbici (RT) di Hillel Rate (Israele, 2016; 11′). Una giovane ebrea ultra-ortodossa acconsente a rivedere suo fratello, che da molti anni ha rotto i legami con la famiglia. Quando finalmente si incontrano, capisce che, se vuole ristabilire il legame che avevano da bambini, dovrà accettare la sua nuova identità.
Secondo appuntamento giovedì 13 settembre 2018 al Teatro comunale di Pomarolo con tre film. Chocolate Wind / Vento di cioccolato (RT) di Ilia Antonenko (Russia, 2016; 24′). Sola e irrisolta, la diciottenne Alla si sente come una Cenerentola che sogna di sfuggire alla povertà e alla desolazione del suo ambiente. La sua vecchia amica Masha, uno spirito spericolato, la chiama su Skype e come una fata promette di far avverare tutti i suoi sogni… La Donna a Pompei (A) di Oreste Tartaglione (Italia, 1966; 10’). Documentario tratto dall’omonimo libro scritto dal cultore di studi classici e autori di romanzi Michele D’Avino, edito da Loffredo Editore a Napoli nel 1964. Il docufilm del 1966 è stato riscoperto da due ricercatori di Castellammare di Stabia nella Cineteca Nazionale di Roma. Il filmato è stato realizzato da alcuni illustri rappresentanti della cinematografia stabiese degli anni ’40 e ’50: Oreste Tartaglione ne fu il regista e produttore, Francesco Saverio Mollo l’aiuto regista, il maestro Franco Langella ne curò le musiche, Domenico Paolercio la fotografia. Madre dei nervi (TFF) di Mirko Giorgi e Alessandro Dardani (Italia, 2018; 55′). Alice, Lucia, Hana, Fliutra e Giselle sono ragazze madri con gravi problemi di dipendenza dalla droga. Sono in cura alla Comunità Aurora di Venezia e seguono un protocollo terapeutico rigoroso, in cui sono previste anche attività outdoor come il trekking e l’arrampicata. Esperienze tonificanti, un modo per spezzare la routine e vivere emozioni forti. È qui che conoscono Massimo, l’alpinista educatore che le accompagnerà in questa avventura. Poco alla volta, il rapporto con la montagna si intensifica e dalle semplici escursioni passano alle scalate, con risultati sorprendenti.
La rassegna chiude venerdì 28 settembre 2018, alle 21, al teatro Monte Baldo di Brentonico, con tre film. You Just Be My Mother (RT) di Roqiye Tavakoli (Iran, 2016; 15′). Sarah è una giovane madre che vive con un nuovo compagno dopo la separazione dal marito, ma suo figlio mal sopporta la loro relazione. In un mondo ancora patriarcale, Sarah si troverà costretta a prendere difficili decisioni. Der Wolf (TFF) di Benjamin Thum (Italia, 2017; 20′). Nelle Alpi sudtirolesi è stato deciso l’abbattimento di un lupo. Fabian accompagna suo padre Anton durante la caccia con la speranza di migliorare il loro difficile rapporto. Anton invece soffre ancora della morte del figlio prediletto Bernhard. Alla fine la caccia al lupo prende una piega inaspettata. Handpas. Hands from the past / Handpas. Mani dal passato (A) di José Camello (Spagna, 2016; 32’). I contorni di mani realizzati con la tecnica a stencil sono una delle più antiche forme di espressione create dagli esseri umani grazie alla loro capacità simbolica. Il documentario “Mani dal passato” consulta i migliori esperti internazionali per quanto riguarda cronologie e interpretazioni. Ricrea anche gli stili di vita del paleolitici, per riportarci all’era di transizione di 40.000 anni fa, in cui due specie essenziali per la nostra storia convivevano: Neanderthal e Cro-Magnon
All’Antico Porto di Classe (Ra) la terza edizione del Festival del Cinema archeologico di Ravenna – Premio “Olivo Fioravanti”: tre serate con conversazioni e film
Tutto è pronto all’Antico Porto di Classe (Ra) per la terza edizione del Festival del Cinema Archeologico di Ravenna – Premio “O. Fioravanti” in programma dal 7 al 9 agosto 2018: tre conversazioni, sei film selezionati da Dario Di Blasi dall’archivio di Firenze Archeofilm, voce narrante Davide Sbrogiò, edizioni video Fine Art produzioni S.r.l-Augusta (SR), traduzioni a cura di Gisella Rigotti, Stefania Berutti, Carlo Conzatti. Tre serate a ingresso libero, con inizio sempre alle 21. L’evento è organizzato da Parco Archeologico di Classe, Fondazione RavennAntica, Porto di Ravenna, Archeologia Viva.

Il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro
Martedì 7 agosto 2018, il festival apre con la prima conversazione. Pierfrancesco Callieri, professore di Archeologia e Storia dell’Arte dell’India e dell’Asia Centrale all’università di Bologna, interviene su “Le recenti scoperte a Persepoli”. Alle 21.30, al via le proiezioni: “Le acque segrete di Palermo” di Stefania Casini (Italia, 52’). Palermo cela nelle sue viscere un affascinante segreto: i qanat. Canali sotterranei scavati dall’uomo che raccolgono acque sorgive: le acque segrete di Palermo. Un sorprendente incrocio di culture aveva fatto di Palermo la capitale del Mediterraneo, dove l’acqua era la grande ricchezza di cui restano le tracce visibili nelle architetture, nella toponomastica, nella organizzazione urbanistica e nelle tecniche di ripartizione e gestione. Il documentario svela fra storia, scienza e leggenda le vie segrete dell’acqua. “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Agnès Molia et Raphaël Licandro (Francia, 26’). Sugli altopiani iraniani vi è la culla di una delle più grandi civiltà di costruttori dell’antichità: i Persiani, che ci hanno lasciato un capolavoro di architettura, Persepoli. Finora si pensava che il sito fosse limitato alla sua imponente terrazza, utilizzata dai re persiani qualche mese all’anno. Ma recenti scoperte rivelano un volto del tutto diverso di Persepoli, quello di una delle città più opulente del mondo antico: un Eden sulle montagne.
Mercoledì 8 agosto 2018, seconda giornata, apre la conversazione con Federica Guidi, archeologa del museo civico Archeologico di Bologna su “Lo sviluppo delle città romane”. Alle 21.30, le proiezioni: “Marly, le Chateau disparu du Roi Soleil / Marly, il castello scomparso del Re Sole” di Laurent Marmol e Fèdèric Lossignol (Francia, 52’). Nel maggio 2015 nuovi scavi archeologici condotti da Annick Heitzmann e Bruno Bentz nella tenuta di Marly, vicino a Versailles, mirano a individuare, all’interno dei resti delle stanze al piano terra e degli interrati, tracce della vita e della storia di questa meraviglia architettonica. Qui Luigi XIV passava il tempo con famiglia e amici, lontano dagli sfarzi di Versailles. Un’occasione unica per scoprire la storia di una residenza reale dall’architettura unica e ricostruire la vita privata del Re Sole. “Roma Outside Rome” di Alessandro Furlan, Pietro Galifi, Stefano Moretti (Italia, 20’). Cinque importanti siti archeologici romani in Italia, al di fuori delle Mura Aureliane, ricostruiti in computer grafica 3D: Mutina (Modena) romana, Ostia antica e il Porto di Traiano, la Basilica Costantiniana di Aquileia, la Domus di Colombarone nel Parco Regionale Naturale del Monte San Bartolo (Pesaro), il Foro di Brixia (Brescia).

Il film “A la Dècouverte du Temple d’Amenhophis III / Alla scoperta del tempio di Amenhophis III” di Antoine Chènè
Giovedì 9 agosto 2018, serata finale aperta dalla conversazione con Maurizio Cattani, professore di Preistoria e protostoria all’università di Bologna, su “Le ultime scoperte in area romagnola”. Alle 21.30, le proiezioni. “A la Dècouverte du Temple d’Amenhophis III / Alla scoperta del tempio di Amenhophis III” di Antoine Chènè (Francia, 54’). A Luxor, i colossi di Memnone, sulla riva sinistra del Nilo, segnavano l’ingresso di quello che era il più grande tempio mai costruito da un faraone: quello di Amenophis III. Dall’inizio degli anni 2000, un team internazionale guidato da Hourig Sourouzian, un egittologo specializzato in sculture faraoniche, ridona vita a questo tempio di cui ben poche vestigia erano visibili oltre ai due colossi di Memnone. “El Reino de la Sal. 7000 Años de Hallstatt / Il regno del sale. 7000 anni di Hallstatt” di Domingo Rodes (Spagna, 23’). Hallstatt è un piccolo villaggio situato sulle sponde dell’Hallstatter See, nel cuore delle Alpi austriache. Da tempi immemori, la sua esistenza è legata allo sfruttamento, continuato nei secoli, delle miniere di sale scavate in queste montagne. In ogni caso è stata la sua importanza per la preistoria europea a portare fama e notorietà mondiale ad Hallstatt e a far sì che meritasse di essere dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO nel 1997. Alla fine della proiezione si assegna il Premio “Olivo Fioravanti” al film più gradito al pubblico.
Ginnasio ellenistico (Al Fayoum, Egitto), piccola Pompei (Vienne, Francia), il più antico porto di una città sumerica (Abu Tbeirah, Iraq), Domus del Centurione (Roma, Italia), città romana sommersa (Hammamet, Tunisia): sono le cinque scoperte archeologiche candidate alla vittoria della 4ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. Aperto il voto popolare. La premiazione alla XXI Bmta
Il ginnasio ellenistico rinvenuto ad Al Fayoum (Egitto), la piccola Pompei di Vienne (Francia), il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah (Iraq), la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma (Italia), e la città romana sommersa nel golfo di Hammamet (Tunisia), sono le cinque scoperte archeologiche candidate alla vittoria della 4ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo, che sarà consegnato a Paestum il 16 novembre in occasione della XXI BMTA, dal 15 al 18 novembre 2018, alla presenza di Fayrouz, figlia di Khaled al-Asaad. Lo hanno annunciato i promotori, Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo, che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla quarta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale. Il Premio sarà assegnato alla prima scoperta archeologica classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata, che indicherà cinque scoperte in ordine di preferenza, tutte avvenute nell’anno precedente. La somma delle indicazioni di ogni testata determinerà l’assegnazione del riconoscimento. Sarà attribuito, inoltre, uno “Special Award” alla scoperta archeologica che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico) nel periodo 18 luglio – 18 ottobre. E allora cerchiamo di conoscere meglio queste scoperte archeologiche.
Egitto: il ginnasio ellenistico rinvenuto ad Al Fayoum. Presso Al Fayoum, l’oasi più grande dell’Egitto, nota come “il giardino dell’Egitto”, a 130 km a sud-ovest del Cairo, nell’antico villaggio di Philoteris, l’odierna oasi di Madinat Watfa vicino al Qarun Lake, archeologi tedesco-egiziani del Fayum Survey Project hanno rinvenuto il primo ginnasio ellenistico conosciuto in Egitto. La presenza di gymnasia in Egitto era già attestata da fonti scritte, soprattutto nei papiri tolemaici, ma non se n’era mai trovata traccia. Gli scavi hanno portato in luce elementi architettonici riconducibili a una pista da corsa, una palestra, ma anche giardini e altri luoghi di ritrovo. “Il ginnasio”, spiega Aymen Ashmawi, capo del dipartimento delle Antichità dell’Antico Egitto al ministero delle Antichità, “comprendeva una grande sala riunioni, allora con tante statue, una sala da pranzo e un cortile. La pista da corsa era quasi di 200 mt, per le tipiche gare di 180 metri negli stadi. Intorno all’edificio sontuosi giardini”. E Cornelia Römer, responsabile degli scavi per conto dell’Istituto Archeologico Germanico (DAI) aggiunge: “Questi ginnasi erano finanziati privatamente da persone ricche, desiderosi che i loro villaggi diventassero ancora più greci. In questi luoghi i giovani greci dell’alta società si allenavano negli sport, imparavano a leggere e scrivere, e godevano di discussioni filosofiche”. Questa sensazionale scoperta, prima nel suo genere, mostra chiaramente l’impatto che la vita greca ebbe in Egitto; Alessandro Magno fu il primo a introdurla in Egitto e in seguito migliaia di coloni greci vi giunsero attratti dal nuovo regno tolemaico, che prometteva pace e prosperità.

A Vienne, in Francia, è stata scoperta una città romana del I sec. d.C. distrutta da incendi come Pompei
Francia: una piccola Pompei a Vienne. Il ritrovamento di una città romana, di circa 7mila mq abitata dal I sec. d.C., con ville di lusso arredate con mosaici e statue monumentali e uffici pubblici, frequentata per tre secoli e distrutta da una serie di incendi improvvisi, è avvenuto nelle vicinanze di Vienne, sulle sponde del Rodano, a circa 30 km a sud di Lione, capitale dei Galli. Per Benjamin Clement, l’archeologo ricercatore associato al Laboratorio ArAr, Archéologie et Archéométrie, che guida i lavori, “è senza dubbio lo scavo di un sito romano più importante degli ultimi 40 o 50 anni”. La città di Vienne, già famosa per il suo teatro romano e per un tempio, fu un importante nodo nella strada che collegava la Gallia settentrionale con la provincia della Gallia Narbonensis, la Francia meridionale di oggi. Il sito è stato scoperto nell’aprile 2017, in seguito all’inizio di lavori di costruzione per un complesso abitativo. Molti degli oggetti si sono presentati, non solo in ottimo stato di conservazione, ma in quello stato di razionalità nel disordine, di ambiente pietrificato da un istante all’altro, proprio di un sito abbandonato all’improvviso per un’emergenza. Ecco perché, insieme alla tipologia degli ambienti ritrovati, è stata fatta la similitudine con la città devastata dall’eruzione vesuviana. Tra i ritrovamenti un’imponente casa dei Baccanali, all’interno della quale c’è una pavimentazione a mosaico che mostra una processione di menadi e satiri; e in un’altra area un bellissimo mosaico dipinge Talia, musa protettrice della commedia, rapita dal dio-satiro Pan; c’è poi un grande edificio pubblico con una fontana monumentale, una struttura atipica per i tempi, molto probabilmente la Schola di retorica e/o di filosofia, che gli studiosi sanno venisse ospitata a Vienne.
Iraq: il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah. La scoperta di un porto risalente al III millennio a.C. nella parte Nord-Ovest del tell di Abu Tbeirah (di 130×40 mt circa, vicino all’antica linea di costa del golfo arabico, una posizione importante all’interno di un ambiente paludoso e a ridosso del mare) da parte della missione archeologica italo-irachena, diretta da Franco D’Agostino e Licia Romano dell’università La Sapienza di Roma, scrive un nuovo capitolo della storia della Mesopotamia, superando l’immaginario comune che identifica le antiche città attorniate da distese di campi di cereali, irrigati da canali artificiali. Le città sumeriche erano tutte organizzate attorno al polo templare/palatino e collegate tra di loro tramite canali, dotate per questo di un porto che consentisse la gestione dei contatti e dei commerci. Il porto è un bacino artificiale, una zona più depressa, circondata da un massiccio terrapieno con un nucleo di mattoni d’argilla, con due accessi che lo mettevano in comunicazione con la città e che sono chiaramente visibili anche dalle immagini satellitari di Google. Si tratta del porto più antico sinora scavato in Iraq, visto che le uniche testimonianze di strutture portuali provengono da Ur, di duemila anni più tarde. La connessione del sito con le paludi sumeriche non esclude che il porto non fosse deputato esclusivamente alla funzione di ormeggio delle barche e di gestione dei commerci con le altre città, ma anche riserva d’acqua e immensa vasca di compensazione delle piene del fiume, nonché fulcro di varie attività dell’insediamento connesse all’utilizzo della risorsa idrica. La scoperta apre nuovi scenari di ricerca sulla vita delle città del sud della Mesopotamia, ma anche sulle ragioni del loro abbandono. La forte connessione con le paludi del delta, quindi con un ambiente estremamente sensibile ai cambiamenti climatici e al regime delle precipitazioni, potrebbe chiarire i motivi della riduzione e poi scomparsa dell’insediamento di Abu Tbeirah alla fine del III millennio a.C., un momento in cui in diverse parti del mondo si registra un cambiamento climatico importante, il cosiddetto 4.2 ka BP event, cioè un evento di 4200 anni fa.
Italia: la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma. Mosaici in bianco e nero suggestivi, pavimenti di ardesia e marmo bianco, pitture sulle pareti, i resti di una fontana. Tutto questo è stato rinvenuto a dodici metri di profondità, nel corso degli scavi del cantiere della Metro C. Si tratta di una scoperta straordinaria in un’area, nei pressi della stazione della metropolitana di Amba Aradam, che dalla primavera del 2016 restituisce strutture legate al mondo militare. Il rinvenimento più recente, è stato definito la Casa del Comandante. Dagli scavi sono riemersi mosaici bianchi e a figure nere, geometrie, alberi, un satiro e un amorino, che lottano o danzano sotto un tralcio d’uva, un uccello su un ramo e perfino un’antica fontana, e due edifici della caserma con i dormitori dei soldati imperiali. La struttura potrebbe aver ospitato le milizie speciali, ovvero, i servizi segreti dell’imperatore. Per gli archeologi, Simona Morretta e Rossella Rea, della soprintendenza speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, guidata da Francesco Prosperetti, il rinvenimento sarebbe parte integrante del complesso militare, risalente agli inizi del II secolo d.C., nel pieno dell’età adrianea. Protagonista della scoperta è la Domus del Comandante della caserma, un edificio rettangolare di circa 300 mq, in cui sono riconoscibili i gradini di accesso al corridoio, il pavimento di opus spicatum (i mattoncini a spina di pesce tipici dell’epoca), le 14 stanze intorno a una sorta di cortile centrale, i resti di una fontana con vasche, arricchita, probabilmente, da sculture decorative. Incredibili i pavimenti a quadrati di marmo bianco e ardesia, in opus sectile, e intorno le pareti decorate con intonaci colorati o bianchi. Una delle stanze doveva essere riscaldata alla luce del rinvenimento delle suspensurae, pile di mattoni che formavano un’intercapedine per il passaggio dell’aria calda. Lo scavo ha riportato alla luce anche i resti di una scala realizzata successivamente per salire al piano superiore che ospitava, probabilmente, uffici o altri dormitori di soldati. Inoltre, è stata individuata un’area di servizio con pavimenti in mattoncini, vasche, canalizzazioni dell’acqua e una soglia in travertino, destinata ad accogliere le merci da conservare, e ancora, oggetti di uso comune come anelli d’oro, un manico d’avorio intarsiato di un pugnale, amuleti e i bolli laterizi che hanno consentito di datare i resti. I due nuovi edifici, come il dormitorio dei soldati, furono abbandonati e poi rasati a un metro e mezzo di altezza dopo la metà del III secolo, quando nel 271 si cominciarono a costruire le fortificazioni delle Mura Aureliane. L’importanza della scoperta si deve alla complessità e allo stato di conservazione dei CASTRA, nonché alla loro posizione, che integra tutta la cintura di edifici militari rinvenuta tra il Laterano e il Celio, un vero e proprio quartiere militare. I resti sono stati smontati e saranno rimontati all’interno della stazione museo, definita “la stazione archeologica della metropolitana più bella del mondo”.
Tunisia: una città romana sommersa nel golfo di Hammamet. Una città romana sommersa, Neapolis, con il suo reticolo di cardi e decumani che si estende per circa 20 ettari sotto il mare del Golfo di Hammamet in Tunisia è stata scoperta da archeologi sardi, tunisini e algerini, nell’ambito della nona di una serie di missioni archeologiche iniziate nel 2010 da parte del Consorzio Uno per gli studi universitari di Oristano, gli archeologi Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu del dipartimento di Storia, Scienze dell’uomo e della Formazione dell’università di Sassari e il professor Mounir Fantar dell’INP Institut National du Patrimoine di Tunisi. L’area è una sorta di zona industriale della già ben nota Colonia Iulia Neapolis ed è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di vasche, dove si procedeva alla salagione di grandi quantità di pesce (in particolare sardine ma anche piccoli tonni), che venivano sistemate all’interno di anfore di terracotta, caricate sulle navi per vari paesi del Mediterraneo. L’avventura era cominciata nel 2009 sulla base di una proposta del professor Zucca, che dopo aver studiato la Neapolis sarda, di fronte al Golfo di Oristano, mirava a studiare anche la gemella e omonima città africana. I rilievi anche subacquei e aerei eseguiti nel corso della missione appena conclusa hanno permesso di completare la planimetria della città sommersa, che rappresenta circa un terzo dell’intera Colonia Iulia Neapolis. Grazie alla scoperta di un grosso frammento di lastra calcarea utilizzata per una iscrizione plateale, la missione ha anche permesso di individuare, tra le rovine della città di terraferma, quella che potrebbe essere la 27a piazza forense romana (la 4a in territorio africano) con il suo tempio dedicato a Giove Capitolino, la sua Curia e la sua Basilica giudiziaria. Un rovinoso terremoto avvenuto più o meno a metà del IV secolo d.C. avrebbe sommerso proprio quella parte della città, aspetti attualmente da svelare anche con la partecipazione di archeosismologi e geomorfologi subacquei.
Estate al Mamv 2018: al museo Archeologico di Montereale Valcellina (Pn) un’estate ricca di storia, cultura e divertimento nel segno di “Palmira, la sposa del deserto”. Mostra fotografica di Elio Ciol, serata Palmira con film di Castellani su Khaled al Asaad. E poi archeo teatro con i Papu ed escursione al castello

La via Colonnata a Palmira in uno scatto del fotografo Elio Ciol del 1996, protagonista a Montereale Valcellina
Esposizioni, percorsi, cinema e teatro: è l’Estate al Mamv 2018, il museo Archeologico di Montereale Valcellina (Pn), un’estate ricca di storia, cultura e divertimento nel segno di “Palmira, la sposa del deserto”. Le iniziative si svolgono sia nel museo, sia nella corte interna del tardoseicentesco Palazzo Toffoli, sede anche della biblioteca civica e della biblioteca archeologica, nonché perno delle attività culturali del territorio. Il cinema e il teatro archeologico (quest’ultimo proposto da I Papu, duo comico di enorme ironia e bravura, che ogni anno produce uno spettacolo inedito dedicato ud una grande scoperta archeologica della storia) si svolgono all’aperto, incorniciati dalle prealpi pordenonesi. “Sfruttando le caratteristiche architettoniche della corte”, spiega Luca Marigliano, direttore del museo Archeologico di Montereale Valcellina, “quest’anno abbiamo allestito anche una spettacolare foto-installazione con 5 gigantografie del maestro fotografo Elio Ciol, dedicate a Palmira, foto scattate dal grande fotografo nel 1996. corredate da altre 50 foto dell’autore dedicate allo stesso sito siriano nonché ad altri contesti archeologici libici, mostrate ad altissima definizione in video. L’obiettivo è proporre una riflessione sulla tutela del patrimonio archeologico, tema portante di gran parte degli incontri 2018”. E allora vediamo meglio il programma.

La via colonnata di Palmira chiusa dal monumentale arco trionfale (distrutto dall’Isis) in una foto di Elio Ciol del 1996
Palmira, il focus 2018. Fino al 30 settembre 2018 (sabato e domenica, dalle 16.30 alle 19.30. Aperture straordinarie: 14 e 15 agosto, dalle 16.30 alle 19.30. Ingresso libero), nella corte di Palazzo Toffoli, la grande mostra “Palmira, sposa del deserto”, in ricordo di Khaled al-Asaad, l’archeologo, direttore-custode del sito Unesco, trucidato dall’Isis il 18 agosto 2015: la mostra, a cura di Eupolis studio associato, è una foto-installazione dedicata allo splendido sito archeologico di Palmira in Siria. Cinque spettacolari immagini in grandissimo formato del maestro Elio Ciol, esposte con altre foto proiettate a video. A un anno dalla mostra fotografica “Sguardi su Palmira” nella Domus e Palazzo Episcopale di Aquileia (Ud) (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/07/01/archeologia-ferita-ad-aquileia-gli-eventi-collaterali-alla-mostra-volti-di-palmira-ad-aquileia-apre-morandi-bonacossi-sulla-distruzione-della-memoria-in-iraq-e-si/), Elio Ciol torna sul tema dell’archeologia ferita, proponendo alcuni scatti eseguiti in bianco e nero 29 marzo 1996, quindi quasi vent’anni prima della violenza subita da Palmira . “Elio Ciol, che della fotografia europea è riconosciuto protagonista”, scrive Fulvio Dell’Agnese, “da oltre mezzo secolo si misura con gli antitetici poli della sua arte: istantaneità e permanenza. Le scene di vita popolare fissate negli scatti degli anni Cinquanta parlavano dell’emozione umana in presa diretta, mentre lo sguardo di Ciol si è spinto oltre il quotidiano in memorabili serie di immagini dedicate al paesaggio e all’idea del sacro. L’immediatezza del reale e la sua trasfigurazione poetica si fondono anche nelle fotografie che l’autore scattò a Palmira nel 1996. I soggetti sono architetture e sculture, segnacoli di permanenza secolare contemplati da uno sguardo che li rispetta quali opere d’arte, ma contemporaneamente ne ricompone e fa proprie le geometrie nella metafisica libertà del chiaroscuro, proiettandole contro incombenti cieli cinerei. L’addensarsi di un presagio? Fatto sta che i monumenti vengono ripresi pochi anni – istanti, in termini storici – prima del loro ritorno a una fragilità del tutto quotidiana, vittime dell’opaca violenza di una bestialità distruttiva”.

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis
Serata Palmira. Venerdì 28 settembre 2018, nell’ultimo week end della mostra “Palmira. Sposa del deserto”, serata omaggio al grande archeologo Khaled Asaad. Alle 18.30, nella sala conferenze “Roveredo” a Palazzo Toffoli, il giornalista Graziano Tavan, curatore dell’archeoblog archeologiavocidalpassato, interverrà su “Siria in fiamme. Il caso Palmira. Da Zenobia all’Isis”: sarò un “viaggio” nella storia e nel tempo dai fasti di Palmira nell’antichità, divenuta famosa per una sua regina speciale, Zenobia, all’attuale situazione seguita alla distruzione di gran parte dei suoi monumenti simbolo da parte delle milizie dell’Isis. L’incontro introduce alla visione del film di Alberto Castellani, “Khaled al-Asaad, Quel giorno a Palmira (Italia, 2015; 24’). Il documentario raccoglie le immagini e le impressioni di un viaggio alla volta di Palmira effettuato dal regista nei primi anni del 2000 e riporta tra l’altro l’intervista rilasciatagli allora da Khaled al-Asaad, responsabile del sito e del locale museo, impegnato nella difesa di un patrimonio archeologico che è fra i più importanti e preziosi al mondo, assassinato dai miliziani dell’Isis nel 2015.
Archeomovies. Grazie alla collaborazione con la Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto (Tn), e alla disponibilità della Fondazione Museo Civico Rovereto, è stato possibile inserire nel programma dell’Estate al Mamv, due serate all’insegna dell’archeologia, spaziando tra avventura, paesaggi straordinari e attualità. La prima l’11 luglio 2018, con il film “Tesori in cambio di armi / Des tresors contre des armes” di Tristan Chytroschek (Francia, 2014; 51’; doppiato in italiano). Il commercio di antichi tesori d’arte finanzia la guerra e la violenza, secondo quanto riferito da Interpol e FBI. La documentazione dimostra come i profitti derivanti dal mercato dell’antiquariato sostengano la fornitura di armi a gruppi terroristici. Ma da dove vengono questi tesori? Mentre in Afghanistan vengono depredate alcune tombe in un tempio buddista, la città siriana di Palmira viene sistematicamente saccheggiata. La seconda serata mercoledì 25 luglio 2018, alle 21.30, con il film “Petra, perduta città di pietra” di Gary Glassman (2015, 52’; doppiato in italiano). Perduta al confine di tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del Mondo Antico, Petra rappresenta un formidabile enigma: da chi, come e perché è stata costruita in quel luogo remoto? Oggi gli studi internazionali avviati da più di 20 anni cominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono, emerge un’autentica capitale del deserto. Per chi lo desidera, in occasione di Archeomovies, dalle 20.30 alle 21.30, ingresso ridotto al museo per tutti, con percorso assistito incluso.
Teatro archeologico et alia. Venerdì 14 settembre 2018, alle 21, in Corte di Palazzo Toffoli (in caso di maltempo sarà indicata una sede alternativa). Archeo Papu in “Vita di Otzi (o qualcosa di Similaun)”. Nuovo esilarante appuntamento con le grandi scoperte archeologiche raccontate dai Papu, questa volta l’avventura sarà tra i ghiacci delle Alpi. Ingresso libero allo spettacolo, posti limitati fino a esaurimento. È necessario prenotare il posto registrandosi in http://www.eupolis.info, nella sezione “Attività in corso”. Invece venerdì 10 e venerdì 24 agosto 2018, alle 21, al Mamv, sarà la volta de “Il museo al buio”, un percorso avvolti dall’oscurità, tra antiche spade e resti di vasi: visitare al buio un museo archeologico è un’esperienza affascinante da non perdere. Ovviamente è consigliato dotarsi di una torcia elettrica.
Tutti al castello. Domenica 23 settembre 2018, alle 9, per salutare l’estate un’affascinante escursione in castello per scoprire il sito archeologico del castello d Montereale, da cui si gode un panorama unico. Al ritorno percorso al museo archeologico. L’escursione è a pagamento: 8 euro a partecipante incluso il costo del biglietto di ingresso al museo. In caso di maltempo l’escursione verrà annullata. Per info e prenotazioni: info@eupolis.info. “I resti del Castrum Montis Regalis sorgono sulla cima di un colle situato alla destra del Cellina”, si legge sul sito dell’università di Trieste (http://siticar.units.it/). “La posizione strategica permetteva il controllo della valle sottostante, percorsa dalla strada di collegamento dei diversi siti fortificati che sorgevano lungo la pedemontana pordenonese (tra i quali si possono ricordare in particolare quelli di Maniago, Meduno, Toppo e Pinzano). Nel castello si sono svolte cinque campagne di scavo sistematico tra gli anni 1983-1986 e il 1990. Tali indagini hanno permesso di verificare, dopo una prima frequentazione del sito in epoca protostorica documentata solo da reperti sporadici, una continuità di utilizzo del monte a scopo difensivo a partire dall’epoca tardo antica. In particolare è stato possibile ricostruire una prima occupazione, da datare al IV secolo d.C., e successivamente una fase, detta “delle fucine” perché caratterizzata da numerose tracce di lavorazione del ferro, che, con ogni probabilità, risale al periodo altomedievale. Le strutture del castello vero e proprio furono costruite intorno al 1200. Il complesso allora si articolava in una grande torre con cortina muraria, in alcuni edifici, forse abitativi, appoggiati alle mura e in una torre portaia che ne costituiva, probabilmente, l’accesso principale. Gli archeologi hanno, poi, riconosciuto testimonianze riconducibili all’abbandono degli occupanti ufficiali del castello, e a posteriori fasi relative a insediamenti provvisori, alla frequentazione da parte di pastori, a crolli e a spoliazioni delle strutture. Gli studiosi ritengono che l’abbandono definitivo del sito sia avvenuto in seguito ai devastanti effetti dei terremoti del 1511 e del 1575”.
L’Estate al Mamv è anche un’occasione per visitare il museo Archeologico di Montereale Valcellina, allestito di recente nel prestigioso complesso edilizio seicentesco di Palazzo Toffoli, dove sono esposti reperti archeologici frutto di un’intensa attività di scavo e studio condotta sul territorio comunale durante l’ultimo ventennio del 1900. Le ricerche, condotte dalla soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, hanno portato alla luce una serie di reperti che testimoniano l’utilizzo dell’area in modo continuativo dal Bronzo Recente (XIV sec. a.C.) fino ad oggi, con periodi di maggiore o minore intensità. Tra le varie fasi di occupazione del sito spicca soprattutto l’abitato del V sec.a.C. con i ritrovamenti della cosiddetta Casa dei dolii. Spade e armi offerte alle acque, grandi vasi decorati, tracce di abitazioni e di attività artigianali, monili metallici sono solo alcuni dei reperti che fanno da tappa in un affascinante viaggio nel passato. Durante l’estate (da maggio a settembre) il museo è aperto la domenica dalle 16.30 alle 19.30. Invece da ottobre ad aprile ogni primo sabato del mese dalle 15 alle 18.
Da Ninive a Persepoli, dagli etruschi ai Mochica: appuntamento al IX Aquileia Film Festival. Tre serate con film, conversazioni, libri. E un’anteprima speciale su Caravaggio
Tre serate per esplorare da diverse prospettive, attraverso film e interviste con esperti, l’archeologia con un particolare focus sul Mediterraneo. E un’anteprima eccezionale martedì 24 luglio 2018. Un’occasione preziosa per ricordare il valore del nostro patrimonio culturale e farlo conoscere unendo contenuti rigorosamente scientifici alla spettacolarità del cinema. Ecco la IX edizione di Aquileia Film Festival (25-27 luglio 2018), rassegna internazionale del cinema archeologico, realizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con Archeologia Viva, Firenze Archeofilm, il patrocinio del Comune di Aquileia e il sostegno dell’azienda vinicola Jermann: film, conversazioni, libri con appuntamento in piazza Capitolo ad Aquileia (Ud) alle 21, con ingresso libero e gratuito. In caso di pioggia, le proiezioni si svolgeranno nella Sala Romana affacciata su piazza Capitolo (capienza della sala 240 persone, ritiro biglietti all’ingresso fino a esaurimento posti a partire dalle 20 il giorno della proiezione). In collaborazione con Arbor Sapientiae, casa editrice e di distribuzione editoriale specializzata del settore storico-archeologico, verrà allestito in piazza Capitolo un bookshop che proporrà un’ampia scelta di titoli per appassionati e studiosi.
Martedì 24 luglio 2018 serata speciale, realizzata in collaborazione con ARTE.it, NEXO Digital e SKY Cinema d’Arte, con la proiezione alle 21, a ingresso libero, in piazza Capitolo di “Caravaggio – l’Anima e il Sangue”, il film che ha da poco vinto il Globo d’Oro come miglior documentario dell’anno e che racconta la vita, le opere e i tormenti del geniale artista. Seguirà una conversazione con Laura Allevi, sceneggiatrice del film, Roberta Conti, responsabile comunicazione Sky Cinema dArte e Eleonora Zamparutti direttore editoriale di Arte.it. Mercoledì 25, giovedì 26 e venerdì 27 luglio 2018 il sito UNESCO di Aquileia sarà animato da tre serate di cinema, archeologia e grandi divulgatori intervistati da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva: in concorso una selezione di documentari scelti tra il meglio della produzione cinematografica internazionale a tema archeologico e storico tra i quali il pubblico voterà il vincitore del Premio Aquileia, un mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli.
“Viaggeremo nella Mesopotamia settentrionale, cuore dell’impero assiro insieme agli archeologi delle numerose missioni che vi scavano – tra cui la missione dell’Università di Udine da anni impegnata a Ninive in Iraq – e nella Libia degli anni Sessanta attraverso la toccante testimonianza del grande archeologo Antonino Di Vita”, anticipano gli organizzatori. “Percorreremo poi un itinerario alla scoperta del popolo degli Etruschi, ci sposteremo sugli altopiani iraniani di Persepoli e nel deserto peruviano dove i Mochica hanno costruito immense piramidi di argilla”. Ospiti di questa edizione mercoledì 25 luglio il generale Fabrizio Parrulli, comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale che porterà la testimonianza di chi è in prima linea nella tutela del patrimonio culturale, dalle ultime operazioni condotte per contrastare il traffico illegale di opere d’arte e l’azione dei caschi blu della cultura in zone di guerra e in caso di emergenze, come il sisma nell’Italia centrale. Giovedì 26 luglio l’ospite sarà Valentino Nizzo, etruscologo, da poco più di un anno alla guida del museo Etrusco di Villa Giulia che potrà raccontare tutte le sfide legate alla promozione e valorizzazione di un grande museo e venerdì 27 luglio ritorna sul palco di piazza Capitolo Alberto Angela, da anni amico del Festival, con cui parleremo di divulgazione culturale, delle sue nuove sfide televisive ed editoriali e dei suoi segreti per portare la cultura in prima serata con ascolti da record.
Il programma. Martedì 24 luglio 2018, alle 21, Anteprima Aquileia Film Festival: “Caravaggio, l’anima e il sangue” di Jesus Garces Lambert (Italia, 90’), documentario capolavoro di Sky Arte come esempio di diffusione della cultura attraverso il grande cinema. Segue la conversazione a cura di Piero Pruneti con Laura Allevi, sceneggiatrice del film “Caravaggio, l’anima e il sangue”, Roberta Conti, responsabile comunicazione e distribuzione Cinema d’Arte SKY, Eleonora Zamparutti, direttore editoriale Arte.it.

Il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro
Mercoledì 25 luglio 2018, alle 21: “Mésopotamie, une civilisation oubliée / Mesopotamia, una civiltà dimenticata” di Yann Coquart (Francia, 52’). Lontana dalle principali spedizioni archeologiche del XX secolo per ragioni geopolitiche, la Mesopotamia settentrionale è il cuore dell’impero assiro. Per dieci anni, le porte di questo continente si sono gradualmente aperte e i più grandi archeologi del nostro tempo si sono affrettati a mappare, registrare, cercare, analizzare il territorio. Il film racconta un’incredibile avventura archeologica, tra passato e presente, in cui la conoscenza scientifica diventa una risposta alla barbarie. Segue la conversazione con il gen. B. Fabrizio Parrulli, comandante dei Carabinieri Tutela patrimonio Culturale, a cura di Piero Pruneti. Quindi il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro (Francia, 26’). Sugli altopiani iraniani si trova la culla di una delle più grandi civiltà di costruttori dell’antichità: i Persiani. Qui hanno edificato un capolavoro di architettura: Persepoli. Fino a oggi, si pensava che il sito si limitasse alla sua terrazza imponente, utilizzata dai re persiani solo qualche mese all’anno. Ma le recenti scoperte rivelano uno scenario completamente diverso, quello di una città tra le più ricche del mondo antico: un Eden tra le montagne persiane.
Giovedì 26 luglio 2018, alle 21: “Italia viaggio nella bellezza: La fortuna degli Etruschi” in collaborazione con Rai Storia di Marzia Marzolla, Matteo Bardelli (Italia, 56’). Partendo dai capolavori Etruschi esposti nel museo di Villa Giulia il documentario offre un itinerario inconsueto alla scoperta della fortuna di una delle civiltà più affascinanti dell’Italia preromana, la cui eredità è ancora oggi parte integrante del nostro patrimonio identitario collettivo nazionale ed europeo. Segue la conversazione con Valentino Nizzo direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, a cura di Piero Pruneti. Chiude la serata il film “Enquêtes archéologiques. Le crépuscule des Mochicas / Indagini archeologiche. Il crepuscolo dei Mochica” di Angès Molia, Nathalie Laville (Francia, 26’). Tra il II e l’VIII secolo i Mochica hanno domato il deserto peruviano e costruito immense piramidi di adobe (mattoni di argilla). Recenti scoperte hanno riaperto il dibattito sull’estinzione di questa civiltà. Al contrario di ciò che si pensa, non sarebbe scomparsa a causa di un brusco cambiamento climatico, ma a causa di una rivolta contro la sanguinaria teocrazia al potere.
Venerdì 27 luglio 2018, alle 21: “Storie dalla Sabbia. La Libia di Antonino Di Vita” di Lorenzo Daniele (Italia, 28’). “Anni Sessanta: la Libia cambiava pelle in quegli anni. Modernità e tradizione si misuravano, si scontravano. Un mondo si trasformava e io avevo il privilegio di esserne testimone. Ogni giorno mi regalava un tassello nuovo su cui riflettere. Imparai a guardare la realtà in cui mi muovevo senza giudicare, senza pormi sul terreno di una diversità dichiarata. Appresi molto dalle persone più disparate”. La Libia di ieri, quella di oggi, filtrata attraverso i ricordi di uno dei più grandi protagonisti dell’archeologia mediterranea, il professore Antonino Di Vita. Segue la conversazione con Alberto Angela a cura di Piero Pruneti. Chiude la serata l’assegnazione del Premio Aquileia, un pregiato mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli, al film più votato dal pubblico nel corso delle tre serate.
“Teodora. La figlia del circo”: a Mestre la presentazione nazionale del primo romanzo storico di Mariangela Galatea Vaglio dedicato alla sposa di Giustiniano, imperatore d’Oriente, che apre la trilogia dedicata alla saga di Bisanzio
La fattucchiera sembra impietrita. Immobile, il suo dito adunco sfiora la pelle della piccola Teodora. Il braccio è teso, gli occhi vuoti e spalancati, la bocca si muove come se tentasse di far uscire suoni strappandoli all’anima. «Comitò, presto, aiutami!» ordina Eutichia. «Il Circo… il re dei demoni… il sangue…» Comitò è spaventatissima, non riesce a muoversi. Eutichia, china su Rodope, cerca di soccorrerla come può, tenendole la testa ferma mentre dei potenti brividi scuotono il corpo dell’indovina. Teodora invece, che la madre ha appoggiato per terra nel trambusto, resta ferma, senza piangere e senza proferire suono. Poi d’un tratto si avvicina gattonando a Rodope, e con la manina le tocca il volto rugoso, per farle una carezza. Gli occhi vuoti della fattucchiera si rianimano, guizza in loro di nuovo la scintilla della consapevolezza. La vecchia fissa la piccola con un’espressione atterrita, poi si volta verso Eutichia, le afferra il polso e lo stringe, ansimando: «La bambina… la bambina… Il re dei demoni la prenderà in sposa!».
Comincia con la profezia della strega, “Teodora. La figlia del circo” (Sonzogno, 2018), il primo romanzo storico di Mariangela Galatea Vaglio, dedicata alla futura moglie di Giustiniano I, imperatore romano d’Oriente. Veneziana, insegnante e scrittrice di saggi e racconti storici, tra cui “Didone, per esempio” (edizioni Ultra, 2014), “Socrate, per esempio” (edizioni Ultra, 2015), oltre a una guida divulgativa della lingua italiana, “L’italiano è bello” (Sonzogno, 2017), Galatea presenta in anteprima nazionale “Teodora. La figlia del circo” giovedì 28 giugno 2018 alle 18.30 alla libreria Ubik di via Poerio a Mestre (Venezia).
“Teodora”, nei progetti di Mariangela Galatea Vaglio dovrebbe essere il primo romanzo di una trilogia dedicata alla saga di Bisanzio. Ed è infatti nella Costantinopoli del VI secolo d.C., sfavillante capitale dell’Impero romano d’Oriente, travagliata dagli scontri religiosi e dalla corruzione, che i giovani Giustiniano e Teodora sembrano destinati a un’esistenza oscura. Lei è la bellissima figlia di un guardiano del Circo, e di mestiere fa l’attrice, barcamenandosi fra teatri e amanti ricchi e maneschi. Lui è il nipote del generale Giustino, un rozzo militare analfabeta che non riesce ad avere peso a corte. Ma il destino ha altri piani per loro. Giustiniano, implicato in una serie di rivolte per rovesciare l’imperatore Anastasio, da consumato politico riesce a far salire al trono lo zio Giustino, diventando il più potente ministro dell’Impero. Teodora, invece, sfuggita alla vendetta di un governatore suo ex amante, diventa confidente del patriarca eretico di Alessandria e viene inviata come spia e mediatrice a Costantinopoli, proprio per contattare Giustiniano, alle prese con una complicata e pericolosa trattativa con il Papa. Così nella capitale di un impero che si estende dalla Persia al Mediterraneo, solo e unico erede di Roma, fra complotti, violenze, intrighi e tradimenti, ha inizio una travolgente storia d’amore e di potere sullo sfondo di una delle epoche più complesse e misteriose della storia.























































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