Il regista Lucio Rosa regala un messaggio di speranza al 2019 con il nuovo film “Il ragazzo con la Nikon”, realizzato assemblando migliaia di foto di antichi villaggi, antiche dimore, antichi magazzini berberi: omaggio d’amore alla Libia che oggi per lui è “irraggiungibile”
Dietro il grande obiettivo della sua Nikon fa capolino “un giovane” che lancia un messaggio di speranza in questo inizio di 2019: il suo occhio è vivace, curioso, ma anche pieno di amore per quella terra che ha nel cuore, l’Africa. Ma ormai da un lustro Paesi come la Libia sono irraggiungibili. Quel giovane, alla faccia dell’anagrafe, è il regista veneziano Lucio Rosa che non vuole arrendersi all’idea che gli antichi villaggi, le antiche dimore, gli antichi magazzini berberi, memoria degli Imazighen berberi di Libia, stiano lentamente dissolvendosi nel nulla, stretto d’assedio dalla sabbia e dall’oblio. E allora potendo contare su migliaia di fotografie realizzate nelle sue moltissime missioni in Libia, da Est a Ovest, da Nord a Sud, si è chiesto: “Perché non dare vita alle fotografie, farle “parlare” e raccontare una storia antica quella dei Berberi Imazighen e di quello che hanno lasciato in Libia di tangibile, come le sublimi architetture?”. Nasce così l’ultima produzione di Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, un film di 30 minuti, rigorosamente in bianco e nero, senza riprese ma montato con le fotografie da lui realizzate in Libia nel corso degli anni. “Ultima nell’aprile 2013… poi il buio per questo splendido Paese”, ricorda amaro lasciandosi andare a un’ennesima dichiarazione d’amore e di speranza: “Ma verrà la luce e ritornerò da te, cara Libia”. Era infatti il 23 aprile 2013 quando il regista veneziano era a Tripoli al ministero del Turismo e cultura per firmare il contratto di un film su Ghadames, la grande oasi ai margini occidentali del Sahara libico nel punto dove si incontrato i confini di Libia, Algeria e Tunisia. “Ma un attentato all’ambasciata francese ha bloccato Tripoli… fuggi fuggi… imbarco sul primo aereo per riornare in Patria, e film con la sceneggiatura e storyboard approvati, è finito nel cassetto. In attesa… Ad oggi è ancora lì, ricoperto dalla polvere del tempo… ma ancora vivo nelle mie intenzioni e speranza… ma verrà il giorno…”, la voce rotta dalla commozione.
Con il film “Il “ragazzo” con la Nikon”, le antiche architetture berbere, gli antichi villaggi, le antiche dimore, gli antichi magazzini fortezza sembrano tornare a nuova vita, esaltate dal bianco e nero delle riprese, mentre la colonna sonora, solenne e dal ritmo lento come il passa di un viaggiatore, rende la gravità del momento ben descritto dal testo dello stesso Lucio Rosa, speakerato da Mimmo Strati, che descrive i luoghi, i monumenti e ne ricostruisce la storia con il susseguirsi dei popoli che li hanno frequentati. Unica nota di colore è rappresentata bandiera tricolore degli Imazighen, dove il blu evoca il mare, il verde la terra coltivata, il giallo la sabbia del deserto. Al centro la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, l’antica lingua dei berberi, simbolo della resistenza e della vita.
L’occhio del “giovane” Rosa scivola sulle pareti candide delle architetture, entra nelle antiche dimore, ne incontra gli abitanti, si inerpica sulle torri, sempre con delicatezza e rispetto: ogni scatto sembra più un’amorevole carezza. Ecco Ghadames, la romana Cydamus, crocevia del commercio sahariano, luogo privilegiato d’incontri di culture diverse che seppe mescolare senza timori, partorendo quella civiltà berbero-araba di cui ancora oggi se ne assapora lo spirito. Le prime notizie storiche della città risalgono all’epoca romana, al Regno di Augusto. Era l’anno 19 a.C. quando Ghadames fu occupata dalle legioni di Lucio Cornelio Balbo e divenne uno stabile avamposto fortificato contro i nomadi Getuli e i Garamanti, rappresentando l’estremo punto meridionale dell’impero romano. Nel VI secolo i bizantini sconfissero i vandali e si estesero nel Nord Africa. Anche Ghadames si sottomise alla dominazione bizantina convertendosi al cristianesimo. Era imperatore d’oriente Giustiniano I. Per quasi due secoli, cioè sino all’arrivo degli arabi, i bizantini esercitarono il loro dominio. E Ghadames stessa divenne anche sede di un vescovado. Nel VII secolo, con la disgregazione degli ultimi presidi libici di Giustiniano, anche Ghadames, dopo strenua resistenza, fu presa dagli arabi.
“L’oasi di Ghadames”, racconta Rosa, “è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia, mantenuta viva dall’amore della sua gente e dalla saggezza dei suoi vecchi. Qui è stato conservato l’intricato labirinto di vicoli coperti che offrono intatta l’antica atmosfera di una città berbera, disordinata ma armonica al tempo stesso, plasmata col fango e dalla luce donata da una sapiente architettura. Si cammina al buio, quasi in mistica penombra, in quello che pare un gigantesco termitaio; si prova quasi imbarazzo a profanare questo luogo che invita a rimanere in silenzio e a camminare in punta dei piedi”. L’oasi di Ghadames era divisa in sette quartieri racchiusi dalle antiche mura. Ognuno autonomo con propri pozzi, piazze, mercati, moschee e madrasse. Il tutto raccordato dal quel labirinto caotico delle stradine che è la caratteristica di Ghadames. Le abitazioni sono generalmente a tre piani, ognuno con funzioni diverse. Il piano terreno è destinato a magazzino, a deposito degli attrezzi. “Il primo piano – continua il regista – è dedicato alla vita familiare, una ampia stanza soggiorno colma di nicchie e armadi a muro… un alternarsi confuso di ingannevoli finestre che non si aprono al sole ma nascondono mensole e ripostigli. È la sala soggiorno, tamanhat, il fulcro della casa, dove si consumano i pasti, si riunisce la famiglia e si accolgono gli ospiti. Vetri colorati, oggetti in ottone, specchi disposti sulle pareti avevano la funzione di moltiplicare la debole luce che veniva fornita dalle lampade a olio. Sulle pareti, bianche di calce, sono tracciati disegni geometrici. Immagini stilizzate cariche di antichi simbolismi. Segni e decorazioni di lontane superstizioni, simboli esoterici, disegni caratteristici dell’arte berbera del nord Africa. Una scala conduce ai piani superiori: il secondo è destinato alla vita intima della padrona di casa. Sotto la volta del cielo, le terrazze, il regno delle donne”.
Il viaggio continua. Il villaggio di Fursta, è ignorato, dai percorsi “turistici”, e solo qualche viaggiatore desideroso non solo di vedere ma spronato dal voler scoprire, conoscere, approfondire, dove, cosa, chi, arriva fin quassù. Si sale lungo stretti viottoli da cui si accedeva alle abitazioni. Ora sono solo case diroccate, ormai abbandonate da decenni. Le porte sono spalancate. Non c’è più nulla da conservare e da proteggere. Ma pure nella desolazione si conserva ancora qualche traccia del modello di vita degli Imazighen che qui abitavano. Tra le macerie, un frantoio, quasi un sussulto di vita, ma non è che una illusione, a Fursta tutto è morto. “Bianca, candida, isolata, la moschea di Fursta si stacca dal brullo Jabel Nafusah. Una architettura semplice, sobria, in perfetta armonia con l’austerità e lo spirito ascetico, caratteristiche dell’Islàm sahariano delle origini. All’interno, un susseguirsi armonioso di colonne sostengono la volta dell’oratorio. L’ambiente tutto, immerso in una luce soffusa, raccoglieva il dialogo tra i fedeli e il dio clemente e misericordioso”.
Del villaggio Imazighen di Gsar al-Haj sono rimaste poche testimonianze di quelle che furono, un tempo, le loro abitazioni. Colpisce, invece, una costruzione che probabilmente è la più sorprendente di tutta l’antica architettura berbera in Libia. È nota come “castello berbero”. Fu eretta nel XIII secolo da Abdallah Abu Jatla, ma non è una fortezza, come si potrebbe pensare guardando il complesso dall’esterno, ma una struttura di stoccaggio creata per proteggere il raccolto della popolazione che viveva nel villaggio adiacente. “Si presenta come un anello circolare, un piccolo Colosseo”, descrive Rosa. “Nelle alte mura che circondano il cortile sono ricavate 114 cellette con funzione di magazzino, simili a grotte e disposte su più livelli. Le cavità dei livelli superiori, che si potevano raggiungere a mezzo di scale e passaggi aerei, servivano principalmente per conservare e proteggere i prodotti della terra. Il livello più basso, che si trova parzialmente interrato, veniva utilizzato per conservare il bene più prezioso, l’olio, che era anche una importante moneta di scambio”.
Anche dell’antico villaggio, della bella e ricca vecchia oasi berbera di Derdj, non rimangono che poche rovine. Mura crollate, passaggi ostruiti dalle macerie e la sabbia che si riprende la città, lentamente ma inesorabilmente. Silenziosa, dimenticata, Derdj ha vissuto, come altre oasi del Jabel Nafusha, l’esodo dei suoi abitanti. Un labirinto di viottoli si insinua tra case diroccate, ma pure nella distruzione quasi totale qualche cosa emerge dalle rovine. Si possono scorgere le tracce di quelle che furono sontuose dimore, veri palazzi, un segno di prosperità e di ricchezza che antichi mercanti donarono a questa città oasiana. Una imponente fortezza, arroccata sul bordo della falesia, sovrasta il vecchio villaggio. Posta a guardia della frontiera sia meridionale che occidentale, testimonia l’importanza di questo insediamento che permetteva la vigilanza sul territorio e la gestione del traffico delle merci tra l’Africa nera e le coste del Mediterraneo.
Il Gsar Nalut, posto a 600 metri d’altezza nel Jebel Nafusah, è forse il più interessante tra gli insediamenti berberi della Libia. In epoca romana si chiamava Taburmati ed era sede di un presidio a difesa del Limes tripolitanis. Abbarbicato sulla scarpata, l’antico villaggio berbero, ormai in rovina, appare come una fortezza. “Ancora ben conservato è, invece, lo stupefacente granaio, dove gli abitanti di Nalut depositavano i propri raccolti, gli approvvigionamenti di ogni famiglia mettendoli al sicuro. Il formidabile granaio è come “un palazzo” che gli Imazighen fortificarono negli anni più duri della repressione turca, di quattro secoli fa. Gli abitanti di Nalut vi conservavano ogni cosa, ma soprattutto le granaglie e l’olio, che rappresentavano tutta la ricchezza in natura della famiglia berbera”.
Il viaggio di Lucio Rosa termina a Gsar Gharyan “il castello delle grotte” nella lingua dei berberi, a 600 metri di quota, che rispecchia uno degli usi più comuni delle tribù berbere che abitavano nell’altopiano di Nafusah. “Sappiamo che erano una popolazione troglodita che abitava in case scavate interamente nel terreno alla profondità dagli 8 ai 10 metri”, spiega Rosa. “All’interno delle case sotterranee si beneficia di una temperatura confortevole durante tutto l’anno, protetti dal caldo feroce dell’estate e dal freddo pungente dell’inverno. L’abitazione vera e propria si presenta con una serie di stanze idonee per vivere una vita confortevole. Naturalmente, pure nella semplicità delle case, non mancavano locali adibiti a magazzini”. Queste abitazioni oggi non vengono più usate per viverci, ma volentieri vi si accolgono gli amici e si aprono a qualche viaggiatore curioso di conoscere e desideroso di cogliere, con animo affascinato, nuove esperienze, nuove amicizie. “Questo mondo sta lentamente dissolvendosi nel nulla, stretto d’assedio dalla sabbia ed dall’oblio. Rimane la speranza, un desiderio, forse inconscio, che tutto ciò possa un giorno risvegliarsi, la sabbia svanire, l’uomo ritornare”. Rimane l’attesa di un ospite, un “viaggiatore” giunto da terre lontane richiamato dal misterioso fascino di queste antiche vestigia, create, un tempo, dagli Imazighen, “uomini liberi”. Queste terre berbere attendono il ritorno del “Ragazzo con la Nikon”.
Israele. Scoperto l’anello di Pilato. A 50 anni dal rinvenimento di un antico anello in bronzo nell’Herodion, la fortezza di Erode il Grande vicina a Betlemme, decifrato il suo sigillo-iscrizione con il nome del governatore romano che condannò Gesù
L’antico anello in bronzo, con migliaia di altri reperti, era stato trovato giusto mezzo secolo fa dall’archeologo Gideon Forster negli scavi condotti tra il 1968 e il 1969 in una sezione della tomba di Erode e nell’omonimo palazzo, dove sorgeva l’Herodion, la fortezza costruita a una decina di chilometri da Betlemme da Erode il Grande e poi utilizzata dai romani. Ma la vera scoperta è stata fatta mezzo secolo dopo, come ha annunciato il giornale israeliano Haaretz. E protagonista è ancora quell’antico anello in bronzo, anzi più precisamente l’iscrizione riportata su di esso: su quell’anello – spiega il professor Danny Schwartz che l’ha decifrata, c’è il nome di Pilato. E subito quel nome è stato legato a quello del governatore romano che secondo il Vangelo guidò il processo a Gesù e ne ordinò la crocefissione: “Quel nome”, ha detto Schwartz ad Haaretz, “era raro nell’Israele di quei tempi. Non conosco nessun altro Pilato di quel periodo e l’anello mostra che era una persona di rango e benestante”. Dopo un’opportuna pulizia, le immagini fotografiche, realizzate con una speciale macchina messa a disposizione dei laboratori delle Antichità israeliane, hanno rilevato l’effigie di un vaso di vino sovrastata da una scritta in greco, che è stata appunto tradotta con il nome Pilato. L’oggetto, quasi sicuramente un sigillo, è di fattura semplice e ciò induce a pensare che il funzionario romano lo portasse tutti i giorni e non soltanto in eventi speciali.

L’anello di Ponzio PIlato trovato nell’Herodion: l’originale in bronzo, dopo la pulizia, e la versione grafica
L’importanza della scoperta è dovuta al fatto che si tratta della seconda attestazione archeologica del nome del rappresentante imperiale, di cui scrivono i Vangeli e lo storico Flavio Giuseppe, dopo la scoperta nel 1961 della celebre iscrizione di Cesarea Marittima, in cui per la prima volta è comparso il nome di Ponzio Pilato, abbinato al titolo di Praefectus Iudaeae. Come pubblicato sul volume 68/2 della rivista scientifica Israel Exploration Journal a cura della storica Israel Exploration Society, non potendo datare con precisione l’anello (le prove a cui è stato sottoposto lo fissano tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.) per gli archeologi è diventato fondamentale il luogo in cui è stato trovato. Infatti la costruzione non è sicuramente posteriore al 70 d.C. e si sa che Pilato usava l’Herodion come quartier generale amministrativo, quindi era un luogo abituale per il governatore romano.
Venezia, successo di pubblico per la mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”. Per l’ultimo week end visite guidate con il presidente Inti Ligabue e conferenza del prof. De Martino

Il cosiddetto “Sfregiato” della Civiltà dell’Oxus da una collezione privata londinese (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019
“Merita di venire dall’altro capo del mondo per vederla” ha scritto senza giri di parole la giornalista del “Sole 24 Ore” sull’inserto culturale del Domenicale, ove si definisce “Idoli. Il potere dell’immagine” promossa dalla Fondazione Ligabue “una mostra da non perdere”. È ancora presto per un bilancio definitivo della mostra a Palazzo Loredan di Venezia, ma si può già parlare di straordinario successo: nei primi tre mesi sono stati 18mila i visitatori che hanno visto la mostra che raccoglie un centinaio di opere provenienti dai quattro angoli del globo, rappresentative delle prime esperienze di raffigurazione umana tridimensionale (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/15/a-venezia-la-mostra-idoli-il-potere-dellimmagine-terzo-grande-evento-della-fondazione-giancarlo-ligabue-una-finestra-sulla-rivoluzione-neolitica-e-la-ra/). La mostra chiude lunedì 20 gennaio 2019, e per l’ultimo week end la Fondazione Ligabue ha preparato un programma speciale: visite guidate con il presidente Inti Ligabue e una conferenza del prof. Stefano De Martino, sulle raffigurazioni di divinità nell’Anatolia antica in cui interverrà la curatrice della mostra Annie Caubet.

Inti Ligabue, presidente della fondazione Giancarlo Ligabue alla mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” (foto Graziano Tavan)
Una mostra, quella a Palazzo Loredan, caratterizzata dunque dal grande fascino esercitato dalle opere in esposizione – complice la cura posta nell’allestimento – in cui il percorso didattico diviene un vero e proprio viaggio attraverso la storia dell’arte figurativa, spunto ideale per rintracciare trame nascoste e scoprire le storie e i miti che hanno ispirato la loro creazione. Quindi un’occasione speciale le due visite guidate gratuite – il 19 e il 20 gennaio – con Inti Ligabue, presidente della Fondazione che ha ideato e concepito la mostra a partire dagli studi condotti da Giancarlo Ligabue sul tema e da alcuni straordinari reperti della stessa Collezione Ligabue: appuntamento sabato 19, alle 10 e domenica 20 alle 17, su prenotazione, con biglietto d’ingresso della mostra.

Il prof. Stefano De Martino alla mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” della Fondazione Ligabue (foto Graziano Tavan)
Sempre sabato 19 gennaio alle 11 invece, nel vicino Palazzo Franchetti, la Fondazione Giancarlo Ligabue ha promosso un’importante conferenza che terrà il professor Stefano De Martino su “Il Potere delle immagini: raffigurazioni di divinità nell’Anatolia antica”, alla quale interverrà – come si diceva – anche la stessa Annie Caubet. Professore ordinario di Anatolistica al Dipartimento di Studi Storici dell’università di Torino e autore di uno dei saggi in catalogo, il professor De Martino guiderà il pubblico alla scoperta degli Idoli provenienti da quella che Greci, Romani e Bizantini chiamavano Asia Minore, quell’estremità peninsulare della Turchia che fa da cerniera tra Occidente e Oriente. Il racconto spazierà dunque dalle cosiddette statuette Killia, caratterizzate da un corpo reso schematicamente, alle figure di donne spesso nude e dai tratti naturalistici, in argilla o metallo, riportate alla luce ad Alacahöyük in sepolture databili al Bronzo antico, sprigionanti una vitalità tanto peculiare da distinguerle nettamente da quelle egee e mesopotamiche, che, per quanto contemporanee, presentano caratteri di maggiore astrazione; ancora, dagli Idoli in alabastro rinvenuti a Kültepe – figure con corpo di forma circolare e dalla sessualità ambigua, idoli gravidi, androgini e itifallici al tempo stesso – alle statuette che presentano chiari segni di rottura intenzionale, forse legata all’esecuzione di rituali magici o riti di passaggio quali l’adolescenza o il matrimonio, a simboleggiare la rottura con la famiglia di origine e l’ingresso in una nuova fase della vita.
Filo diretto tra la Borsa Mediterranea del Turismo archeologico e la “Sposa del deserto”: siglato il gemellaggio tra Paestum e Palmira. L’International Archaeological Discovery Award “Khaled Al-Asaad” 2018 alla scoperta di Vienne, la “piccola Pompei”: “Sarà aperta al pubblico entro il 2021”

A Vienne, in Francia, è stata scoperta una città romana del I sec. d.C. distrutta da incendi come Pompei
Filo diretto tra la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum e Palmira: prima con la consegna dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled Al-Asaad”, poi con il gemellaggio Paestum-Palmira. Il premio assegnato dalle testate archeologiche è andato all’archeologo Benjamin Clèment, per la scoperta della “piccola Pompei” a Vienne, in Francia. Il premio, intitolato a Khaled al-Asaad, l’archeologo ucciso il 18 agosto 2015 a Palmira dai terroristi, è stato consegnato dal direttore di Archeo Andreas M. Steiner. “Vogliamo restituire il sito al pubblico entro il 2021”, ha detto Clèment, “e ringraziare gli sponsor che ci permetteranno di completare in tempi brevi il restauro di 27 mosaici”. Alla consegna del Premio hanno partecipato il direttore della Borsa Ugo Picarelli, il sindaco di Capaccio-Paestum Francesco Palumbo, Irina Bokova, già direttore generale Unesco, il direttore Andreas M. Steiner e il figlio di Khaled Al-Asaad, Omar Asaad (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/11/05/vienne-la-piccola-pompei-francese-e-la-scoperta-archeologica-dellanno-premiata-con-linternational-archaeological-discovery-award-khaled-al-asaad-2018-pr/).

Gemellaggio tra Paestum Palmira: il sindaco di Paestum Francesco Palumbo e il presidente della Federazione delle Camere del Turismo della Siria Mouhamed Al Khaddour firmano la pergamena
Emozionante e dal forte carattere internazionale è stata la cerimonia di gemellaggio tra le città di Paestum e Palmira. La pergamena, firmata in due lingue, dal sindaco di Paestum Francesco Palumbo e dal presidente della Federazione delle Camere del Turismo della Siria Mouhamed Al Khaddour, testimonia la volontà di valorizzare condivisione, amicizia, dialogo e incontro tra i popoli. Cittadinanza onoraria di Paestum a Mohamad Saleh, ultimo direttore per il Turismo di Palmira. Quindi c’è stato uno scambio di targhe: da Ugo Picarelli e dalla BMTA a Saleh e Al Khaddour. E da Mohamad Saleh ad Alfonso Andria, Francesco Palumbo, Irina Bokova, Mounir Bouchenaki, Paolo Matthiae, Ugo Picarelli. “Si rafforza il dialogo interculturale tra due Città”, ha affermato il sindaco di Capaccio Paestum, Francesco Palumbo, “unite dalla bellezza di due aree archeologiche che fanno parte del Patrimonio Unesco. È un gemellaggio che consolida i rapporti di amicizia e di solidarietà con la Città di Palmira, già in essere da alcuni anni. Il gemellaggio con Palmira, che vanta uno dei siti archeologici più belli al mondo e purtroppo pesantemente danneggiato nel corso della guerra siriana, diventa anche l’occasione per rilanciare la necessità di tutelare il patrimonio culturale in funzione della difesa dei valori in grado di rafforzare la democrazia ed il dialogo tra popoli e nazioni”.
“Arslantepe, la “collina dei leoni”. La nascita dello Stato e del potere laico”: al museo Archeologico di Modena incontro con Marcella Frangipane, direttore della missione archeologica italiana in Anatolia orientale dell’università la Sapienza di Roma

La grande collina artificiale di Arslantepe dove opera la missione archeologica italiana in Anatolia orientale dell’università La Sapienza di Roma
Il sito è stato occupato ininterrottamente a partire almeno dal V millennio a.C. fino all’età romana e bizantina, quando diventa un piccolo villaggio agricolo (IV-VI sec. d.C.), mentre viene edificato il grande castrum di Melitene in posizione più vicina al corso dell’Eufrate (attuale cittadina di Eski Malatya). L’affascinante storia stratificata di quest’area è racchiusa nella lunghissima successione di abitati che, sovrapponendosi uno all’altro nel corso di millenni, hanno formato la grande collina artificiale di Arslantepe (“collina dei leoni”), alta circa 30 metri e con una superficie totale di 4 ettari. Qui dal 1961 opera la Missione Archeologica Italiana in Anatolia Orientale, a circa 15 chilometri dalla riva destra dell’Eufrate e a 6 chilometri dalla città moderna. Al sito di Arslantepe, uno dei più prestigiosi progetti di scavo archeologico dell’università La Sapienza di Roma, il museo Archeologico di Modena dedica un incontro nella sala Crespellani dei musei civici sabato 1° dicembre 2018 alle 17: protagonista della conferenza “Arslantepe, la collina dei leoni. La nascita dello Stato e del potere laico” sarà Marcella Frangipane, una delle figure più rilevanti nel panorama archeologico internazionale, direttrice della missione Archeologica Italiana in Anatolia, che le è valsa la nomina – primo cittadino italiano e prima donna – a membro della National Academy of Sciences statunitense in ambito umanistico e non scientifico.
Gli eventi che gli scavi archeologici della Missione Archeologica Italiana in Anatolia Orientale (MAIAO) hanno portato in luce nel corso degli oltre 50 anni di attività di ricerca hanno contrassegnato non solo la storia della regione nella quale si trova il sito, ma anche alcune tappe fondamentali delle origini delle nostre civiltà. In particolare la nascita della città e dello Stato, sul cui processo di formazione i ritrovamenti di Arslantepe hanno gettato nuova luce, arricchendo e modificando in parte le conoscenze tradizionali. Gli scavi hanno restituito il più antico esempio finora noto (IV millennio a.C.) di un complesso palaziale in mattoni crudi, straordinariamente conservato, che svela l’origine delle prime forme di un sistema laico di governo centrale e controllo economico, accompagnato dallo sviluppo di una sofisticata burocrazia. Arslantepe ha avuto un ruolo di centro politico ed economico per la regione nella quale si trova, durante quasi tutta la sua storia, controllando, sia pure con diversa capacità attrattiva a seconda dei momenti, il territorio circostante e gestendo i rapporti esterni.
La “Venere Ligabue” superstar a Venezia della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”: una particolare “Dama dell’Oxus”, esemplare unico della “Civiltà dell’Oxus” che si sviluppò nel III millennio a.C. lungo l’alta valle dell’Amu Darya tra gli odierni Turkmenistan, Afghanistan settentrionale, Iran nord-orientale, Uzbekistan meridionale e Tagikistan occidentale

La cosiddetta “Venere Ligabue”, star della mostra, in clorite, capolavoro della Civiltà dell’Oxus (2200-1800 a.C.), proveniente dall’Iran Orientale: fa parte della Collezione Ligabue

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019
È alta solo 11 centimetri. Eppure la “Venere Ligabue” è l’autentica superstar della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”, aperta fino al 20 gennaio 2019 a Palazzo Loredan di Venezia, a cura di Annie Caubet, conservatrice onoraria del Louvre, e promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/15/a-venezia-la-mostra-idoli-il-potere-dellimmagine-terzo-grande-evento-della-fondazione-giancarlo-ligabue-una-finestra-sulla-rivoluzione-neolitica-e-la-ra/). In una vetrina con altri oggetti della stessa cultura rischierebbe di passare inosservata se non fosse per il fascino che questa particolare “dama dell’Oxus” emana, in grado di catturare l’attenzione anche del visitatore più frettoloso. “La civiltà dell’Oxus o Complesso archeologico battriano-margiano, come è definito dagli inglesi”, scrive Annie Caubet sul catologo Skira della mostra, “rappresenta un momento particolarmente felice nella storia di questa area geografica. Sviluppatasi alla fine del III millennio a.C. lungo l’alta valle dell’Amu Darya, il fiume Oxus dei greci, questa civiltà diede vita a monumentali centri urbani, con palazzi ed edifici di culto, venuti alla luce in particolare presso Gonur Depe, in Turkmenistan. I cimiteri delle élite ci hanno restituito statuette femminili composite, vasellame in metallo prezioso e merci esotiche importate dalla valle dell’Indo e dalla Siria-Mesopotamia. Proprio il commercio con terre così lontane – continua – è stata una delle probabili cause del rapido sviluppo di questa regione collocata strategicamente a metà strada. Gli intensi rapporti con l’altopiano iranico portarono alla formazione nell’Asia centrale di un’identità mista e multiculturale, che da qui si estendeva fino all’Elam. Jiroft o Tepe Yahya, nell’Iran orientale, furono i centri di produzione di manufatti figurativi in stile multietnico che venivano esportati fino in Arabia, in Mesopotamia e nel nord della Siria. La fiorente civiltà dell’Oxus si estinse intorno al 1700 a.C. per ragioni ancora ignote”.

“Dama dell’Oxus” seduta (2200-1800 a.C.) dall’Iran orientale/Asia centrale, tipica della Civiltà dell’Oxus, conservata nella collezione Sofer di Londra (foto Graziano Tavan)

“Dama dell’Oxus” con il corpo di uccello, Civiltà dell’Oxus, da una collezione privata del Regno Unito (foto Graziano Tavan)
La civiltà dell’Oxus produsse due nuclei figurativi di base: la cosiddetta “dama dell’Oxus” (che sostituisce la vecchia denominazione di “principessa battriana”) e il cosiddetto “Sfregiato”, una sorta di genio, incrocio tra uomo, serpente e drago. A questi due gruppi di base, sono stati aggiunti – per la prima volta proprio nella mostra “Idoli” di Venezia – due tipologie iconografiche identificate di recente: lo “Spirito-uccello”, probabile alter ego della “Dama dell’Oxus”, e il giovane inginocchiato dalle belle fattezze, incarnazione antitetica dello “Sfregiato”. “Tutte queste statuine”, riprende Caubet, “ furono realizzate assemblando insieme materiali dai colori contrastanti con una particolare predilezione per la clorite (o pietre simili di colore verde scuro), per il calcare biancastro, l’alabastro screziato o le conchiglie pescate nell’oceano Indiano; sono attestati anche esemplari in una lega di rame o in lapislazzuli, pietra semipreziosa di colore blu, estratta nelle montagne afgane”. “Le figure femminili”, spiega la curatrice della mostra, “hanno il corpo completamente avvolto in un mantello scolpito in pietra scura che contrasta con il candore del volto e delle braccia, laddove invece le statuette dello “Sfregiato” presentano uno schema cromatico invertito, con il corpo interamente in pietra scura e un gonnellino a contrasto (di solito) di colore chiaro; i giovani inginocchiati possono avere il corpo sia chiaro sia scuro, il gonnellino colorato e i capelli scuri”.
La “Venere Ligabue”, una maestosa “Dama dell’Oxus”, è seduta con il busto eretto e le gambe piegate e nascoste dal pesante mantello che le ricopre interamente il corpo e le braccia. Fu realizzata nella tipica tecnica composita assemblando all’altezza della vita, sotto il busto eretto, pezzi diversi di clorite scura. La testa e il lungo collo in calcare chiaro emergono da una scollatura circolare incassata; il volto è caratterizzato da grandi occhi in rilievo e da labbra e naso finemente modellati. Al pari dell’abito, la resa dell’acconciatura, parzialmente danneggiata al di sopra di un orecchio, è giocata sul contrasto di colori scuri. La capigliatura, percorsa da sottili striature, è raccolta in un lungo boccolo che ricade al di sopra del petto, in una foggia piuttosto rara, riscontrabile con maggiore frequenza nelle raffigurazioni di giovani tecnici. “La postura e la tecnica composita”, conclude Caubet, “sono comuni a un gran numero di statuette dell’Oxus ma, al momento, la Venere Ligabue è l’unico in cui la veste è liscia e non incisa con il motivo che riproduce il vello di lana ispirato al kaunakes sumero. Le marcate linee diagonali sul petto e sulla schiena creano l’effetto di un solido armonioso. Tutta la figura veicola un’impressione di imperturbabilità e di serena fiducia”.
A Troia aperto il nuovo museo dell’antica Ilio: il 2018 è stato dichiarato dalla Turchia l’anno di Troia, nel ventennale dell’iscrizione nella lista del Patrimonio dell’Umanità. L’anniversario ricordato alla XXI Bmta di Paestum, altro sito Unesco sempre dal 1998

Il direttore degli scavi di Troia, Rustem Aslan (al centro) con la targa ricevuta alla XXI Borsa mediterranea del Turismo archeologico (a sinistra il segretario Ugo Picarelli) per il ventennale dell’iscrizione nella lista dei siti Unesco
Il 2018 è stato proclamato dalla Turchia l’anno di Troia. Una scelta non casuale perché quest’anno ricorre il ventennale dall’inserimento del sito di Troia nella Lista del Patrimonio Mondiale Unesco. La ricorrenza è stata ricordata nel corso della XXI Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, sito possiamo dire “gemello” perché diventato Patrimonio dell’Umanità nello stesso anno: il 1998. “Troia, tra l’Asia e l’Europa, tra il mar Egeo e il mar Nero, importantissima nell’età del Bronzo”, è stato sottolineato a Paestum, “riporta ai poemi di Omero e lascia aperto l’interrogativo sulla sua distruzione o una delle sue distruzioni: che sia stato il cavallo oppure no, è oggetto ancora di discussione”. L’area archeologica di Troia ha appena inaugurato un nuovo museo dal design moderno, e continua a essere interessata da scavi archeologici, soprattutto dopo l’arrivo del nuovo direttore Rustem Aslan, che proprio alla XXI Bmta – nell’ambito dell’incontro in collaborazione con l’Ufficio Cultura e Informazioni dell’Ambasciata di Turchia – ha ricevuto una targa per celebrare i vent’anni del sito nella lista dell’Unesco.
Per tutto il 2018 sono state molte le iniziative, nazionali e internazionali, culturali, scientifiche e sportive, patrocinate dal ministero della Cultura e del Turismo turco per sensibilizzare il turismo verso l’antica città di Troia nella provincia nord-occidentale di Çanakkale. E i numeri sono stati confortanti: nel primo semestre del 2018 il numero di turisti è più che raddoppiato rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente. Ma di certo l’evento destinato a rinnovare l’attenzione sul sito di Troia è stata l’apertura, ai primi di novembre 2018, del museo dedicato all’antica città di Ilio, al confine del villaggio di Tevfikiye. Il progetto, scelto tra i 150 presentati al National Architectural Design Competition, è stato quello sviluppato dall’architetto Omer Selcuk Baz della Yalın Architecture. I lavori furono avviati nel 2013. L’area archeologica dista dal museo un migliaio di metri che si percorrono, a piedi o con una navetta, su una stradina – immersa in un grande giardino – pavimentata con blocchi di pietra che ricorda molto quelle delle antiche città ellenistiche.

L’archeologo tedesco Manfred Osman Korfmann, per 17 anni direttore degli scavi a Troia (foto arkeologjihaber)
Aprire un museo sul sito archeologico di Troia è stato il sogno a lungo accarezzato dall’archeologo tedesco Manfred Osman Korfmann, morto nel 2005 per un tumore all’età di 63 anni, il quale era divenuto famoso nel suo Paese, la Germania, per aver promosso nuovi scavi nell’antica Troia. Infatti dal 1988, anno in cui il governo turco gli aveva rilasciato un permesso di scavo esclusivo, al 2005, anno della sua morte, Korfmann ha diretto lo scavo di 13mila mq di superficie con l’aiuto di 370 archeologi, portando alla luce – tra l’altro – la parte inferiore della città di Troia e parte delle mura difensive. Ma il sogno di Korfmann era di riportare a Troia le testimonianze più significative del sito, conservate da decenni fuori dalla Turchia, come il famoso Tesoro di Priamo, scoperto da Heinrich Schliemann, e che oggi, dopo varie vicissitudini, è esposto al museo Puskin di Mosca. Ovviamente il sogno di Korfmann è rimasto tale. Delle tante richieste di rimpatrio inoltrate solo il Penn Museum (Pennsylvania) ha risposto affermativamente restituendo nel 2012 24 oggetti in oro.
Ma allora cosa possiamo ammirare nel nuovo museo di Troia? La maggior parte dei reperti esposti nel nuovo museo proviene da quattro musei turchi: solo il museo di Istanbul e quello di Topkapi hanno rifiutato il trasferimento dei pezzi originali proponendo delle copie, ma il ministero della Cultura ha respinto al mittente la proposta, ribadendo l’importanza di garantire ai visitatori solo il meglio, “per poter essere di esempio – è stato scritto – ai sette musei esteri che conservano i reperti contrabbandati della leggendaria Troia”. Il Museo, costruito su un’area coperta di circa 11mila metri quadrati, ha la forma di un grande cubo rivestito in pannelli di acciaio color ruggine, “colore che ricorda – spiegano gli architetti progettisti – le ceramiche riportate alla luce dal vicino sito archeologico e rimanda ad una storia vissuta: materiale e design architettonico che evocano quindi una connessione tra passato e presente. La struttura – continuano – è accessibile tramite una rampa che conduce al piano interrato; si ha come l’impressione di accedere alle sale espositive attraverso una spaccatura del sottosuolo: man mano che ci si avvicina alla struttura, che si vede però all’orizzonte, il paesaggio e la terra scompaiono gradualmente, lasciando alla vista solo porzioni di cielo. All’interno, una rampa elicoidale conduce il visitatore agli spazi espositivi e alla terrazza sul tetto. La verticalità riprodotta dalla rampa rappresenta la stratificazione archeologica. Dai punti di risalita interni, attraverso delle aperture sulle facciate, si può godere della bellissima vista del paesaggio circostante ricco di campi e reso suggestivo dalle rovine di Troia”.













































Commenti recenti