Rovereto. Nella seconda giornata del RAM film festival tra la storia dei Pirati e la Task Force della Cultura. Con Tecchiati approfondimento su “Preistoria e cambiamenti climatici”
Giovedì 5 ottobre 2023, seconda giornata del RAM film festival – Rovereto, Archeologia, Memorie, inizia con la partecipazione delle scuole, con i più giovani delle primarie e secondarie di primo grado che saranno intrattenuti dal RimAttore, con giochi di parole e rime, tra un film e l’altro.

Frame del film “Ocean One K: L’archéologue des abysses / Ocean One K: l’archeologo degli abissi” di Mathieu Pradinaud
A partire dalle 15 e fino alle 19.30 sono 10 i film proiettati al Teatro Zandonai, che si trasforma in sala cinematografica per l’occasione. Numerosi i film di carattere prettamente archeologico, così come alcuni documentari che raccontano sfumature diverse del focus di quest’anno, ovvero gli sguardi sul clima e sulle sfide del patrimonio culturale: “Arte paleolitica: la nostra storia” di Elisabetta Flor e Luca Scoz (Italia 2022, 18’); “La terracotta preistorica” di Saverio Caracciolo (Italia 2023, 28’); “Les étrusques, une civilisation mystérieuse de la Méditerranée / Gli Etruschi, una misteriosa civiltà del Mediterraneo” di Alexis de Favitski (Francia 2022, 52’); “Ocean One K: L’archéologue des abysses / Ocean One K: l’archeologo degli abissi” di Mathieu Pradinaud (Francia 2023, 52’); “Looking into Helenistic Pergamon / Uno sguardo sulla Pergamo ellenistica” di Serdar Yilmaz (Turchia 2021, 5’).

La Unite4Heritage è una task force composta da 60 unità pronte a intervenire su chiamata degli Stati
Tra questi un film di RAI Cultura “Custodi della memoria. La via italiana alla tutela del patrimonio” di Linda Tugnoli (Italia 2021, 49’). A partire dai Caschi Blu della Cultura, la prima Task force al mondo che vede lavorare fianco a fianco i carabinieri del Nucleo di Tutela del Patrimonio Culturale insieme a storici dell’arte e restauratori del MIC, il nostro paese ha acquisito una vasta esperienza. Oggi l’approccio italiano al restauro è riconosciuto in tutto il mondo.

Film “The True Story of Pirates / La vera storia dei pirati” di Stéphane Begoin
La serata di giovedì ci porta invece in mare aperto con il film “The True Story of Pirates / La vera storia dei pirati” di Stéphane Begoin (Francia 2022, 52’) che cerca di ricostruire la storia poco conosciuta della pirateria, seguendo due diverse indagini archeologiche, provando a capire chi si nasconde dietro la leggenda. La serata prosegue con un cortometraggio dal Kazakistan dedicato alla figura mitica di Madre Umay “A Child in the House is Happiness / Un bambino fa la felicità della casa” di Marzhan Zhubanysh (Kazakistan 2022, 7’), e poi con un film italiano “The Black Italian Renaissance / Il Rinascimento italiano nero” di Cristian Di Mattia (Italia 2023, 90’) che esplora il Rinascimento del nostro paese seguendo le vite di personaggi afro-discendenti, legati tra loro dalla diffusione delle esplorazioni geografiche di quei secoli.
“Preistoria e cambiamenti climatici”: grande successo per gli approfondimenti proposti dall’Aperitivo in Giardino. Sold out l’appuntamento con Umberto Tecchiati, archeologo preistorico, specializzato in archeologia alpina. La crisi climatica e ambientale attuale presenta aspetti particolari riconducibili in gran parte a un non più sostenibile impatto antropico, come riconosciuto dalla stragrande maggioranza degli studiosi. Con Umberto Tecchiati andremo a vedere come crisi simili caratterizzarono anche la preistoria e la protostoria, come dimostra il caso del crollo quasi improvviso del sistema insediativo padano alla fine del Bronzo Recente (XII secolo a.C.).
Umberto Tecchiati dal 2018 insegna Preistoria ed Ecologia preistorica al dipartimento di Beni culturali e ambientali dell’università di Milano. Nei 23 anni precedenti ha ricoperto funzioni di conservatore di museo e di funzionario archeologo presso la soprintendenza ai Beni culturali di Bolzano, dove è stato direttore d’ufficio sostituto. Archeologo della Preistoria, specialista di archeologia Alpina, archeozoologo, è presidente dell’associazione italiana di archeozoologia (Aiaz). Dirige le missioni di scavo nell’insediamento preistorico e protostorico delle Colombare di Villa nel comune di Negrar di Valpolicella (Vr) e nella riserva delle grotte preistoriche di Aisone, provincia di Cuneo, nella Valle Stura di Demonte. La sua produzione scientifica è incentrata sullo studio dei fondamenti ideologici, spirituali, economici e ambientali delle società preistoriche e protostoriche dell’Italia settentrionale, con particolare riferimento all’area prealpina e alpina.
Rovereto. Presentata la 34.ma edizione del RAM film festival: 62 film in concorso, 31 première, 29 documentari ed eventi sul focus “Sguardi sul clima”. Gli interventi esclusivi della direttrice Cattoi e della coordinatrice Beretta
Il conto alla rovescia è cominciato. Mancano poco più di due settimane all’apertura della 34.ma edizione del RAM film festival di Rovereto, in programma dal 4 all’8 ottobre 2023. Con un nuovo focus di grande attualità “Sguardi sul clima”: nelle cinque giornate il festival darà spazio dedicherà spazio con alcuni dei film in concorso e importanti momenti di approfondimento proprio al tema sempre più urgente dell’emergenza climatica. I siti archeologici a rischio, le aree costiere che non potranno rimanere indenni all’innalzamento dei mari, monumenti e città, come la stessa Venezia, sul cui futuro va posta la giusta e urgente attenzione. Prima che sia troppo tardi. Si parlerà di tutto questo a Rovereto con incontri dedicati, momenti di approfondimento, presentazioni di libri, ma soprattutto attraverso i film. E i numeri sono significativi: 62 documentari in concorso suddivisi in quattro sezioni, Cinema Archeologico, l’Italia si racconta, Sguardi dal mondo e Cultura Animata, con giurie suddivise per ogni sezione; 23 nazioni, 31 première, 29 documentari e/o eventi sul Focus “Sguardi sul clima”, 4 Aperitivi al Giardino nascosto, 1 Colazione climatica, 2 Eventi speciali a teatro, 3 Mattine per le scuole. In più quest’anno verrà attribuito il Premio Paolo Orsi, dedicato al famoso archeologo di origini roveretane in onore del quale nel 1990 nacque il Festival. Il premio sarà attribuito da una giuria internazionale al miglior film di ambito archeologico, e sono proprio i film di questa sezione a rappresentare il corpo più numeroso del RAM Film Festival 2023, complessivamente ventitré titoli, molte le produzioni francesi, Paese che come ogni anno si impone per qualità e varietà dei temi documentati. Il RAM film festival è organizzato dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, promosso da Comune di Rovereto, ministero della Cultura, Provincia Autonoma di Trento, APT Rovereto Vallagarina Monte Baldo, con il sostegno della Fondazione Caritro e della Cassa Rurale Alto Garda – Rovereto
Media Partner la rivista ARCHEO.

Presentazione del RAM film festival 2023: da sinistra, la coordinatrice Claudia Beretta, la direttrice Alessandra Cattoi; poi tre membri del comitato scientifico: l’antropologo Duccio canestrini, l’archeologa Barbara Maurina, e la giornalista scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti; chiude il presidente Giovanni Laezza (foto graziano tavan)
L’edizione 2023 del RAM film festival è stato presentato ufficialmente al museo della Città di Rovereto presenti il presidente della Fondazione Museo Civico di Rovereto, Giovanni Laezza; la direttrice, Alessandra Cattoi; l’assessore alla Cultura del Comune di Rovereto, Mikol Cossali; Isabella Bossi Fedrigotti, giornalista e scrittrice, presidente del comitato scientifico del RAM film festival, e presidente della giuria per il premio “L’Italia si racconta”; e Claudia Beretta, responsabile del coordinamento festival e ufficio stampa. “Il Museo Civico di Rovereto”, ha ricordato Cossali, “ha saputo, nel tempo, farsi interprete della contemporaneità e della trasformazione del ruolo del museo stesso, non un luogo dove si conserva solo la memoria del passato e dove si racconta il presente attraverso l’oggetto o l’immagine, ma un centro di diffusione del sapere, luogo di ricerca e di conoscenza, capace di guardare alle sfide del futuro. E anche in questa occasione, con l’edizione 2023 del RAM film festival, si fa portavoce di una delle tematiche più importanti per la nostra generazione, affrontando temi di grande attualità attraverso la contaminazione tra le diverse scienze, dall’archeologia alla climatologia, con il linguaggio immediato del cinema e il racconto di esperti che sanno coinvolgere il pubblico e portare alla riflessione. La lotta al cambiamento climatico è una sfida che dobbiamo vincere tutti insieme”. E il presidente Laezza: “Il RAM film festival, Rovereto archeologia memorie, arriva alla sua trentaquattresima edizione, un traguardo ragguardevole. È una manifestazione ormai storica per il nostro territorio, che raccoglie le più importanti produzioni cinematografiche per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio culturale mondiale. Ma negli anni il festival è diventato molto di più. Ha saputo rinnovarsi e reinventarsi, affrontando tematiche attuali. E si è rinnovato proponendo anche un festival diffuso, valorizzando le realtà territoriali, promuovendo al suo interno spettacoli, incontri con gli esperti in location informali, visite guidate alle ricchezze storico artistiche, anche poco conosciute, della nostra terra, coinvolgendo in modo massiccio il pubblico scolastico, le realtà commerciali ed economiche”.
È la direttrice Alessandra Cattoi a introdurre al festival. “Dal 4 all’8 ottobre la 34.ma edizione del RAM film festival a Rovereto: cinque giornate dove avremo moltissimi film, 62 film in concorso, e una serie di eventi collegati alle tematiche di quest’anno. Quest’anno abbiamo voluto concentrare il tema sul titolo Sguardi sul clima. Perché? Perché il clima non è soltanto una questione generale, ma una questione che riguarda molto da vicino l’archeologia e molto da vicino la tutela del nostro patrimonio. Lo vedremo questa necessità di tutela sia attraverso i documentari in concorso sia attraverso incontri con molti esperti e anche con attività di formazione rivolte agli insegnanti, ai giornalisti, a gruppi insomma che sono sensibili a queste tematiche”.
La coordinatrice del festival Claudia Beretta entra nel merito dei film: “Anche quest’anno RAM film festival si presenta con uno sguardo speciale che è lo sguardo del cinema. E quest’anno è uno sguardo sul clima. Quindi i nostri film avranno un focus in particolare che si occupa di valutare tutte le sfide che il patrimonio culturale deve affrontare. Sfide che riguardano non solo il cambiamento climatico, ma anche le zone di guerra o anche semplicemente l’erosione delle rocce… quindi abbiamo tutta una serie di film molto belli. Abbiamo 62 film provenienti da 23 Paesi che è quasi un record per il nostro festival; 31 première; 29 film o eventi che riguardano il focus Sguardi sul clima. Fortissima quest’anno, e siamo contenti perché recuperiamo un po’ della nostra tradizione, la sezione dedicata al cinema archeologico che poi è anche quella che vedrà la premiazione attribuita in memoria di Paolo Orsi. Ma anche le altre tre sezioni sono veramente interessanti. E sono Sguardi dal mondo, tutto ciò che non è strettamente archeologico e che riguarda le tradizioni in giro per il mondo. E poi L’Italia si racconta. E, infine, una bellissima, piccola, una chicca, la sezione Cultura animata, con animazioni che fanno veramente riflettere anche questo e molto spesso in tema. Quindi con pochi minuti riescono a farci riflettere molto su quello che sarà il futuro del nostro passato”.

Tanto pubblico in platea al teatro Zandonai di Rovereto per le proiezioni del RAM film festival (foto fmcr)
E allora vediamo un po’ meglio i film in concorso e i contenuti proposti. Tanti i popoli e le culture antiche esplorate dai documentari in concorso, espressione sia di grandi produzioni che di autori indipendenti. Tutti però sono accomunati dallo scopo di approfondire aspetti del patrimonio mondiale, di farne scoprire piccole e grandi storie in una narrazione che permetterà al pubblico di godere di straordinarie immagini nell’atmosfera unica del Teatro Zandonai che in occasione del RAM diventa eccezionalmente sala di proiezioni, nella dimensione collettiva del cinema e con la possibilità del dibattito e del confronto. In programma le più recenti produzioni che spaziano dai Tesori dei faraoni, alla Preistoria, agli Etruschi, dall’archeologia subacquea a Petra, alla Grecia e ai banchetti nella Roma antica, alla musica nell’antichità, alle nuove tecnologie e alla robotica applicate alla ricerca, a Venezia, ai nativi americani, al ruolo delle donne nel passato remoto, alla speciale task force italiana dedicata alla tutela del patrimonio. Ma anche documentari su epoche più recenti o grandi personaggi, come quello dedicato alla vera storia dei pirati, o alla straordinaria figura dell’archeologo Champollion e al meno noto sia pur geniale fratello. Importante l’apporto delle altre sezioni, “Sguardi dal Mondo” e “L’Italia si racconta”, dedicate a film che narrano di un patrimonio fatto di antiche tradizioni e stili di vita, che creano l’identità dei popoli. Particolarissima anche la sezione dedicata alle animazioni, che sorprendono per la capacità di stimolare la riflessione con corti di grande impatto.
Non solo film. Ma anche eventi. Ce ne parla la direttrice Alessandra Cattoi. “Due serate speciali sono dedicate proprio al focus di quest’anno. Una in particolare a Venezia attraverso uno straordinario documentario inglese dal titolo Saving Venice accompagnato da un racconto delle problematiche attuali di Venezia con due protagonisti: Gian Antonio Stella, il giornalista che tutti conosciamo, e il professor Francesco Trovò dell’università di Venezia che da molti anni approfondisce queste tematiche con molti dati che ci aiuteranno a comprendere davvero qual è il pericolo che corre questa straordinaria città. Il secondo evento lo avremo domenica sera, che è l’ultima sera del festival, in cui ci saranno anche le premiazioni dei film in concorso, avremo come compagno di questa serata Neri Marcorè che ci racconterà anche lui una straordinaria esperienza di tutela del patrimonio nel suo territorio, quello delle Marche, dopo la catastrofe del terremoto del 2016. A questi si aggiungono una serie di altri momenti di approfondimento che vi invito a vedere sul nostro sito www.ramfilmfestival.it”.
Momento peculiare e caratterizzante del RAM film festival sono gli Aperitivi, incontri informali tanto graditi al pubblico del festival dove si possono incontrare archeologi, scrittori, giornalisti, e porre domande, esprimere curiosità e discutere con gli specialisti del settore. Ce ne parla Claudia Beretta. “Un’altra iniziativa che è ormai una tradizione ormai consolidata nel nostro festival è quello di scendere in città e cercare di creare dei momenti di aggregazione e di incontro tra gli addetti ai lavori e il pubblico: i nostri Aperitivi. E quest’anno l’Aperitivo non sarà nei soliti bar, nei luoghi dedicati, ma andiamo a scoprire un luogo che è veramente magico che è il giardino Fedrigotti. I nostri Aperitivi si svolgeranno lì e sarà anche un modo per conoscere un luogo bellissimo della nostra città che di solito è chiuso. Infatti li chiamiamo quest’anno gli Aperitivi nel giardino nascosto. E qui avremo modo di incontrare veramente diverse personalità del mondo dell’Archeologia ma non solo e parlare dei temi di interesse. Non soltanto quindi dei cambiamenti climatici ma anche proprio della tutela del patrimonio. Basta guardare sul nostro sito www.ramfestival.it per scoprire tutti gli appuntamenti”.

L’archeologo Umberto Tecchiati sarà uno dei protagonisti dell’Aperitivo al Ram film festival 2023
Anche gli Aperitivi con gli esperti saranno dunque dedicati alle sfide che il patrimonio culturale e chi lo tutela devono affrontare guardando al futuro che cambia, ma anche sul lavoro degli archeologi. Gli incontri saranno ospitati al Giardino Fedrigotti, in Corso Bettini, un luogo speciale che si apre alla città per l’occasione. L’archeologo Umberto Tecchiati, docente dell’università di Milano, parlerà dei cambiamenti climatici nella preistoria, giovedì 5 ottobre 2023; lo scrittore e giornalista Giuseppe Caporale tratterà i temi del suo ultimo libro “Ecoshock. Come cambiare il destino dell’Italia al centro della crisi climatica”, sabato 7 ottobre 2023; le archeologhe Maria Concetta Parello, del parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento e Marta Coccoluto, del parco archeologico di Baratti e Populonia, racconteranno delle ultime scoperte e della vita dei parchi archeologici, venerdì 6 ottobre 2023; Barbara Caranza, restauratrice e presidente della onlus CHIEFS (Cultural Heritage International Emergency) parlerà con il pubblico della tutela dei beni culturali in aree di crisi, mercoledì 4 ottobre 2023. Questo e molto altro ancora, tra aperitivi al Giardino, colazioni al Bar Diverso, (s)conferenze climatiche con Sara Segantin, scrittrice e divulgatrice scientifica. Non mancherà la possibilità di fare nuove “scoperte” a Rovereto, con l’apertura di spazi originali con patrimoni inediti, come il book corner in collaborazione con Aboca Edizioni e le rievocazioni storiche al Giardino di Palazzo Fedrigotti, o la visita guidata con il geologo per conoscere i monumenti funebri del cimitero cittadino.
Paestum. Ancora un mese per il voto on line che assegna lo Special Award a una delle cinque scoperte archeologiche finaliste della 9ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico
C’è tempo ancora un mese per votare la scoperta archeologica e assegnare lo “special award” nell’ambito dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled Al-Asaad” 2023 promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e dalla rivista Archeo in collaborazione con le testate archeologiche internazionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), arCHaeo (Svizzera), AiD Archäologie in Deutschland (Germania), Archéologia (Francia), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” è l’unico riconoscimento mondiale dedicato agli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Per votare correttamente occorre accedere all’album https://bit.ly/44oerTM e porre il “mi piace” all’immagine prescelta. Lo “Special Award” sarà attribuito alla scoperta archeologica che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico fino al 5 ottobre 2023. Le cinque scoperte archeologiche del 2022 finaliste della 9ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” sono: Egitto: nell’antica necropoli di Saqqara a Giza, a circa 30 km a sud del Cairo, la piramide della regina Neith con 300 bare e 100 mummie; Guatemala: le tracce del più antico calendario Maya; Iraq: dal fiume Tigri nel bacino idrico di Mosul riappare una città dell’età del bronzo; Italia: in Toscana nella provincia di Siena, a San Casciano dei Bagni dal fango riaffiorano 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana nascoste per millenni; Turchia: a Midyat, nella provincia di Mardin, una grande città sotterranea risalente a 2.000 anni fa (vedi Paestum. 9° International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2023 promosso da Bmta e Archeo: ecco le 5 scoperte archeologiche del 2022 candidate. Egitto: a Saqqara 300 sarcofagi e 100 mummie del Nuovo Regno; Guatemala: tracce del più antico calendario Maya; Iraq: nel bacino idrico di Mosul una città dell’Età del Bronzo; Italia: a San Casciano dei Bagni dal fango 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana; Turchia: a Midyat una grande città sotterranea di 2000 anni fa | archeologiavocidalpassato).
Paestum. 9° International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2023 promosso da Bmta e Archeo: ecco le 5 scoperte archeologiche del 2022 candidate. Egitto: a Saqqara trovata piramide regina Neith, 300 sarcofagi e 100 mummie del Nuovo Regno; Guatemala: tracce del più antico calendario Maya; Iraq: nel bacino idrico di Mosul una città dell’Età del Bronzo; Italia: a San Casciano dei Bagni dal fango 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana; Turchia: a Midyat una grande città sotterranea di 2000 anni fa

L’archeologo Khaled Asaad, per decenni “custode” di Palmira, assassinato dai miliziani dell’Isis il 18 agosto 2015
Pochi giorni fa, il 18 agosto 2023, è stato l’ottavo anniversario dell’uccisione da parte dei jihadisti di Khaled al-Asaad, direttore di Palmira, la sposa del deserto, di cui aveva nascosto i romani per salvarli da mani assassine. A ottant’anni resse un mese di torture, ma non parlò. Allora i jihadisti, quando si resero conto che non gli avrebbero tirato fuori una sola parola, lo trascinarono nel centro della sua Palmira, nell’anfiteatro romano, e lo decapitarono lì davanti a una folla e poi appesero il suo corpo ad una colonna: era il 18 agosto 2015. Per ricordare quel sacrificio in difesa del patrimonio culturale, è stato istituito l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Attraverso questo Premio la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e la rivista Archeo hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche assegnato in collaborazione con le testate internazionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), arCHaeo (Svizzera), Archäologie in Deutschland (Germania), Archéologia (Francia), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia).
Le cinque scoperte archeologiche del 2022 finaliste della 9ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” sono: Egitto, nell’antica necropoli di Saqqara a Giza, a circa 30 km a sud del Cairo, la piramide della regina Neith con 300 bare e 100 mummie; Guatemala, le tracce del più antico calendario Maya; Iraq, dal fiume Tigri nel bacino idrico di Mosul riappare una città dell’età del bronzo; Italia, in Toscana nella provincia di Siena, a San Casciano dei Bagni dal fango riaffiorano 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana nascoste per millenni; Turchia, a Midyat, nella provincia di Mardin, una grande città sotterranea risalente a 2000 anni fa. Il Premio, assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, sarà selezionato dalle 5 finaliste segnalate dai direttori di ciascuna testata e sarà consegnato venerdì 3 novembre 2023, in occasione della XXV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma a Paestum dal 2 al 5 novembre 2023, alla presenza di Fayrouz e Waleed Asaad, archeologi e figli di Khaled. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico nel periodo 5 giugno – 5 ottobre sulla pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico).

La Tomba di Anphipolis a Vergina (Macedonia, Grecia) scoperta è premiata nella prima edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” nel 2015 (foto bmta)
Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, Responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel Mar Nero del più antico relitto intatto del mondo; nel 2020 a Daniele Morandi Bonacossi, direttore della missione archeologica italiana nel Kurdistan Iracheno e ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico dell’università di Udine, per la scoperta di dieci rilievi rupestri assiri raffiguranti gli dèi dell’Antica Mesopotamia; nel 2021 alla scoperta di “centinaia di sarcofagi nella necropoli di Saqqara in Egitto”; nel 2022 a Zahi Hawass, direttore della missione archeologica che ha scoperto “la città d’oro perduta”, fondata da Amenhotep III, riaffiorata dal deserto nei pressi di Luxor.

Egitto: nell’antica necropoli di Saqqara a Giza, a circa 30 km a sud del Cairo, scoperta la piramide della regina Neith con 300 sarcofagi e 100 mummie. Da anni gli archeologi scavano a Saqqara, un altopiano sabbioso usato per costruire grandiosi monumenti funebri, oggi considerato uno dei principali siti archeologici di Giza. Il team aveva inizialmente concentrato i propri sforzi sulla vicina piramide di Teti, il primo re della sesta dinastia egizia. “Teti era adorato come un dio nel periodo del Nuovo Regno e quindi le persone volevano essere sepolte vicino a lui”, ha spiegato Zahi Hawass. “Tuttavia, la maggior parte delle sepolture conosciute a Saqqara in precedenza provenivano dall’Antico Regno o dal Periodo Tardo”. Sono stati trovati 22 pozzi interconnessi, che vanno da 9 a 18 metri, tra cui un enorme sarcofago in pietra calcarea e 300 sarcofagi del periodo del Nuovo Regno, che durò dal XVI secolo a.C. all’XI secolo a.C. I sarcofagi hanno volti individuali, ognuno unico, distinguendo tra uomini e donne, e sono decorati con scene dell’antico testo funerario egiziano “Libro dei Morti”. Ogni sarcofago riporta anche il nome del defunto e spesso mostra i Quattro Figli di Horus, che proteggevano gli organi del defunto. All’interno delle bare gli archeologi hanno trovato i corpi di mummie ben conservate, almeno cento quelle identificate. Inoltre, all’interno dei sarcofagi e dei pozzi funerari, hanno anche trovato manufatti come giochi, piccole statuette conosciute come ushabti e statue del dio Ptah-Sokar, che rappresenta il ciclo di nascita, morte e resurrezione. Questo straordinario ritrovamento dimostra che la tecnica della mummificazione ha raggiunto il suo apice nel Nuovo Regno, in quanto alcune tombe erano protette da una doppia copertura e, scoperchiando il sarcofago, è comparsa una mummia con la testa ricoperta da una sfavillante maschera in oro massiccio. Ma la scoperta più significativa dal punto di vista storico è il ritrovamento di una piramide costruita in onore di una nuova sovrana, finora sconosciuta nel pantheon dei faraoni egizi. Si tratta della regina Neith, mai menzionata in alcun documento storico, che riscrive, ancora una volta, la Storia dell’antico Egitto in maniera più precisa.

Guatemala: le tracce del più antico calendario Maya. Sul frammento di un antico murale trovato nel sito archeologico di San Bartolo sono state individuate iscrizioni che risalgono a 150 anni prima dei più antichi ritrovamenti del calendario Maya finora noti. San Bartolo è un sito pre-colombiano della civiltà Maya noto per le pitture sui muri, influenzate dalla tradizione olmeca e dai simboli di un tipo primitivo di scrittura maya, situato nel dipartimento di Petén a Nord Est di Tikal, la più estesa delle antiche città in rovina della civiltà Maya, il cui parco nazionale è sito Unesco. Il frammento #6368, ritrovato presso la struttura di Ixbalamque e datato al 300-200 a.C., usando la tecnica al radiocarbonio, raffigura l’immagine del dio Maya del mais, del periodo tardo preclassico. Due archeologi hanno pubblicato uno studio su undici frammenti di antiche pitture murali Maya scoperti tra le rovine dell’antica piramide di Las Pinturas. Quasi 300 anni prima di Cristo, in questa regione si era in una piena fase di sviluppo culturale e scientifico: qui un tempo c’erano un palazzo e grandi piramidi e la parte di murale che riporta l’iscrizione “cervo 7” probabilmente è stata realizzata durante un periodo in cui il palazzo, oltre che per i riti, veniva usato anche per l’osservazione astronomica. Diversamente dal calendario solare Maya, che finiva nel 2012, questo calendario sacro aveva un anno di 260 giorni e uno scopo più profetico. Si tratta di un calendario legato al tempo ma non in senso lineare. “È più relativo al passare del tempo e alle credenze collegate a ogni giorno specifico”, spiega Heather Hurst, archeologa del team che ha fatto la scoperta. Questo calendario rituale consiste di numeri, dall’1 al 13, associati a una serie di vari simboli, tra i quali conosciamo ad esempio il buio, l’acqua, il cane e il cervo; e i numeri coincidono con le date. Ci sono 20 simboli e 13 date che, considerandone tutte le possibili combinazioni, danno luogo a un ciclo di 260 giorni. Le tribù Maya studiavano con grande dedizione la posizione di Venere, del Sole e di tutti i corpi celesti, essendo interessati allo scorrere del tempo e alla sua ciclicità. I moderni indigeni Maya oggi usano questo calendario per le sue qualità prescienti, ad esempio per prevedere la nascita dei bambini, oppure per determinare il momento giusto per la raccolta.

Iraq: dal fiume Tigri nel bacino idrico di Mosul riappare una città dell’Età del Bronzo. Per decine di anni sommersa, dopo una prolungata siccità, un gruppo di archeologi curdi e tedeschi dell’università di Friburgo ha potuto effettuare scavi in una città di 3400 anni fa. La città potrebbe essere l’antica Zachiku, un importante centro dell’impero Mitanni, al potere tra il 1550 e il 1350 a.C., situata vicino al sito archeologico di Kemune. Lo scavo è cominciato a inizio 2022, prima che il sito archeologico scomparisse nuovamente nel lago. Gli archeologi sono riusciti a ricostruire gran parte della pianta della città e a portare alla luce alcuni grandi edifici finora sconosciuti: tra questi, una massiccia fortificazione, un magazzino a più piani e un complesso di officine. È sorprendente che gli edifici in mattoni di fango erano ancora così ben conservati, nonostante sott’acqua per più di 40 anni. Il buono stato di conservazione è stato probabilmente causato da un forte terremoto avvenuto intorno al 1350 a.C., grazie al crollo della parte superiore dei muri che aveva sepolto e conservato gli edifici. Inoltre, sono stati scoperti cinque vasi di ceramica con un archivio di oltre 100 tavolette cuneiformi, probabilmente create poco dopo l’evento sismico, alcune delle quali ancora in contenitori di argilla. Si tratta forse di lettere secondo l’archeologo Peter Pfälzner dell’università di Tubinga, uno dei responsabili del progetto. Le tavolette cuneiformi potrebbero fornire nuove informazioni sulla fine della città sommersa e sull’inizio del dominio assiro nella regione. Al termine dello scavo, gli scienziati hanno adottato alcune misure di protezione: hanno coperto gli edifici esposti con un telo di plastica e li hanno ricoperti di ghiaia, sperando di proteggere le pareti di argilla da ulteriori danni causati dall’acqua.

Italia: in Toscana nella provincia di Siena, a San Casciano dei Bagni dal fango riaffiorano 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana nascoste per millenni (vedi San Casciano dei Bagni (Si). Dai fanghi della sorgente termale del Bagno Grande del santuario etrusco-romano emergono oltre 20 statue in bronzo, molti ex-voto, cinquemila monete in oro argento e bronzo di oltre duemila anni fa. L’archeologo Tabolli: si riscrive la storia della statuaria antica e della romanizzazione del territorio. È la scoperta più importante dai Bronzi di Riace del 1972 | archeologiavocidalpassato). Risalenti a un periodo compreso tra il II secolo a.C. e il I d.C., sono state protette per 2300 anni dal fango e dall’acqua bollente delle vasche sacre del santuario votivo insieme a monete, ex voto e iscrizioni latine ed etrusche. Il santuario, con le sue piscine ribollenti, le terrazze digradanti, le fontane, gli altari, esisteva almeno dal III secolo a.C. e rimase attivo fino al V d.C., quando, in epoca cristiana, venne chiuso ma non distrutto. Le vasche furono sigillate con pesanti colonne di pietra e le divinità affidate con rispetto all’acqua, per cui rimossa quella copertura è di fatto “il più grande deposito di statue dell’Italia antica”. Le statue, cinque delle quali alte quasi un metro, sono perfettamente integre e sono state realizzate con tutta probabilità da artigiani locali: effigi di Igea e di Apollo, oltre a un bronzo, mentre l’eccezionale stato di conservazione delle statue all’interno dell’acqua calda della sorgente ha preservato meravigliose iscrizioni in etrusco e latino incise prima della loro realizzazione. Disposte in parte sui rami di un enorme tronco d’albero fissato sul fondo della vasca, in molti casi ricoperte di iscrizioni, le statue come pure gli innumerevoli ex voto, arrivano dalle grandi famiglie del territorio dell’Etruria interna (dai Velimna di Perugia ai Marcni noti nell’agro senese) e non solo, esponenti delle élites del mondo etrusco e poi romano, proprietari terrieri, signorotti locali, classi agiate di Roma e perfino imperatori. Qui, a sorpresa, la lingua degli etruschi sembra sopravvivere molto più a lungo rispetto alle date canoniche della storia. La scoperta rappresenta un modello di collaborazione tra Comune (nel 2019 iniziò a finanziare lo scavo del Bagno Grande, dopo aver acquistato il terreno privato e richiesta la concessione, affidando la direzione operativa a Emanuele Mariotti), ministero della Cultura (direzione generale ABAP in collaborazione con la soprintendenza per le province di Siena Grosseto e Arezzo), direzione scientifica dello scavo (Jacobo Tabolli ricercatore all’università per Stranieri di Siena), volontariato locale (associazione archeologica “Eutyche Avidiena”), con la collaborazione di specialisti di ogni disciplina: dagli architetti ai geologi, dagli archeobotanici agli esperti di epigrafia e numismatica di più atenei del mondo.

Turchia: a Midyat, nella provincia di Mardin, una grande città sotterranea risalente a 2000 anni fa. Nel Sud-Est del Paese, nell’Anatolia sudorientale, è stato scoperto un complesso risalente tra il II e il III secolo d.C.: “Midyat è stato utilizzato ininterrottamente per 1900 anni, originariamente progettato come un nascondiglio o una zona di fuga: infatti, il cristianesimo non era una religione ufficiale nel II secolo”, ha detto Gani Tarkan, direttore del museo Mardin e capo degli scavi. Lungo il tunnel di ben cento metri in luoghi diversi sono state trovate 49 stanze, alcune adibite a chiese e sinagoghe. Ci sono magazzini, inoltre, vari pozzi d’acqua e alcune decorazioni abbellivano le mura in diverse aree. Gli scavi hanno raggiunto soltanto il 3% della città, dunque, potrebbe esserci ancora molto alto da scoprire, in quanto non esiste un’altra città sotterranea che occupi un’area così vasta. Le città sotterranee sono dei luoghi dal grande potere suggestivo: tunnel e gallerie, nati con lo scopo di attraversare più comodamente la città, si dipanano al di sotto della superficie, nascondendo storie antiche di indubbio fascino. Come spiegato dal sindaco, Veysi Sahin, gli scavi sono iniziati in una grotta trovata durante una serie di lavori di pulizia e conservazione delle strade e delle dimore storiche, iniziati due anni prima. Con l’approfondimento dello scavo, sono stati trovati santuari, pozzi d’acqua, depositi e diversi tunnel. La città sotterranea è conosciuta come Matiate, che significa appunto “Città delle Grotte”. Il nome era già menzionato in iscrizioni assire del IX secolo a.C.
Napoli. Al museo Archeologico nazionale ancora due settimane per visitare la mostra “Alessandro Magno e l’Oriente” organizzata con Electa. L’intervento del direttore Giulierini. Gli approfondimenti sui principali temi della mostra

Mostra “Alessandro Magno e l’Oriente”: da sinistra, i due curatori Filippo Coarelli ed Eugenio Lo Sardo tra il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e il direttore del Mann Paolo Giulierini (foto graziano tavan)

Locandina della mostra “Alessandro Magno e l’Oriente” al museo Archeologico di Napoli dal 29 maggio al 28 agosto 2023
Alessandro è stato re, filosofo, invincibile stratega e guerriero. Ha conosciuto meglio di ogni altro gli usi e i costumi dei popoli e delle genti di Europa e di Asia. È lui la guida che introduce il curioso visitatore alla scoperta delle sue imprese e delle grandi civiltà del passato. Un eroe che, come un’impareggiabile pop star, ha indossato gli abiti del faraone, quelli di Zeus, di Eracle, di Dioniso, di Shah di Persia, di raja di Taxila e dell’India. Solo le ali per ascendere al cielo non ha indossato, preferendo cavalcare due enormi e affamati grifoni come si raccontava nel Medioevo, attestando l’immediata aura di leggenda che ha avvolto Alessandro. La straordinaria figura di Alessandro Magno, le sue gesta, l’eco della sua immagine nei secoli, è narrata nella mostra “Alessandro Magno e l’Oriente”, a cura di Filippo Coarelli ed Eugenio Lo Sardo, per l’organizzazione di Electa, con 170 opere provenienti da ogni angolo del mondo, dall’antica Persia al Gandhara, insieme ai numerosi reperti della collezione permanente del museo Archeologico nazionale di Napoli, il solo museo in cui si conservino tre ritratti del Macedone e tra questi il più prezioso, il Mosaico della battaglia di Gaugamela, dove si ammira l’eroe in sella a Bucefalo, mentre si scaglia contro Dario sull’alto carro. Quest’opera, attualmente in restauro, (la cui riproduzione è posta a tappeto nel Salone della Meridiana nell’area dove è ricostruito l’ambiente della casa del Fauno) secondo gli studiosi è una copia romana di un sublime quadro del più noto pittore dell’antichità, Apelle. La mostra si può visitare, salvo proroghe, fino al 28 agosto 2023 (vedi Napoli. Al museo Archeologico nazionale apre la mostra “Alessandro Magno e l’Oriente” che racconta con 170 opere il percorso di conquista giunto fino alla lontana India, dopo aver annesso l’Egitto dei faraoni, il medio Oriente e la Persia | archeologiavocidalpassato).
“La mostra Alessandro Magno e l’Oriente”, spiega il direttore Paolo Giulierini ad archeologiavocidalpassato.com, “è una tappa fondamentale di questi anni di ricerca del museo. Si parte con i ritratti di Alessandro passando per gli affreschi di Boscoreale, quindi per l’Annunciazione del destino di Alessandro, e poi si continua con un confronto tra i Persiani e i Macedoni. Si prosegue nel salone della Meridiana con le grandi battaglie di Alessandro – Isso, Gaugamela e il Granico – e infine con l’entrata di Alessandro in Persia e l’arrivo in India: un incontro di popoli e tradizioni che fanno di questo di straordinario personaggio un simbolo di come oggi l’umanità dovrebbe muoversi e ascoltare le culture. D’altra parte la mostra non nasce isolata ma nasce nel seno dell’operazione di recupero del mosaico della battaglia di Alessandro, rinvenuto alla metà dell’Ottocento nella Casa del Fauno di Pompei, parte adesso la seconda fase con il recupero della parte posteriore e successivamente del tessellato del mosaico nella parte superiore: 12 mesi di lavoro, un milione di investimento per poter riavere, in pieno splendore, il più grande mosaico che l’antichità ci ha restituito”.

Affresco con filosofo, Alessandro e l’Asia, da Boscoreale, Villa di P. Fannius Synistor, oecus (metà del I sec. a.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann – luigi spina)
I Macedoni a Boscoreale. Agli inizi del Novecento fu scoperta a Boscoreale, nei pressi di Pompei, una splendida villa romana, quasi interamente ricoperta da pregevoli affreschi del II stile eseguiti alla metà del I secolo a.C., nell’età di Pompeo e di Cesare. La sontuosa dimora apparteneva, prima dell’eruzione del Vesuvio, a un tale Fannius Synister. La maggior parte degli affreschi fu strappata e venduta all’asta a Parigi nel 1903; solo alcuni rimasero a Napoli, dove oggi possiamo ammirarli. Da allora molti studiosi hanno tentato di interpretare il ciclo pittorico concentrandosi soprattutto sulla sala più importante del complesso, l’oecus. Ma era difficile giungere ad una interpretazione condivisibile senza avere una visione d’insieme, cosa che fu possibile solo grazie a recenti studi pubblicati nel 2013. Si può ora dire con certezza che il ciclo ripropone temi propri dell’età ellenistica e i dipinti dell’oecus in particolare, come alcuni sostenevano, raffigurano una corte macedone. Tale ipotesi è suffragata dalla presenza degli scudi con l’astro a rilievo, dagli abiti dei personaggi e dalle caratteristiche architettoniche degli edifici. Le scoperte archeologiche, avvenute in Grecia nella regione macedone negli ultimi decenni, confermano questa iniziale intuizione. La figura su cui maggiormente si è discusso, rappresentata sulla parete sinistra della sala, è quella del giovane in piedi in cui per diversi e inequivocabili motivi si può riconoscere Alessandro stesso. I segni che inducono a questa identificazione sono: il diadema, la lancia, lo scudo macedone, la kausia (il copricapo ufficiale dei re macedoni), le vesti, le caratteristiche fisiognomiche del volto simili a quelle del grande mosaico di Pompei e l’ambientazione. Il giovane re domina uno stretto di mare, una chiara allusione ai Dardanelli, e la punta della lancia è confitta sulla sponda opposta (dorikteta – conquistata colla lancia), quella asiatica, dove una donna seduta, in vesti orientali, si regge il capo con la mano destra e guarda verso il giovane che regnava sui due continenti allora conosciuti, l’uno per legittima discendenza, l’altro per diritto di conquista. E chi altro, se non Alessandro, aveva riunito sotto un unico scettro le due parti del mondo?

Alessandro Magno: dettaglio del grande mosaico della battaglia di Gaugamela, proveniente da Pompei e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
L’immagine di Alessandro. Conosciamo Alessandro soprattutto attraverso le statue di Lisippo, l’unico artista, oltre ad Apelle, che ebbe il diritto di ritrarlo dal vivo. Ma del grande pittore di Colofone poco o nulla rimane e forse solo il grande mosaico della Casa del Fauno porta i segni della sua arte. Dello scultore invece sono giunte fino a noi alcune opere in cui si vede l’eroe in una postura a lui consueta, con il collo lievemente piegato verso sinistra e una celeste ispirazione nello sguardo. Plutarco riferisce che la carnagione del macedone era chiara e “il bianco della pelle diventava rosso particolarmente sul petto e sul volto”. Alcuni direbbero che era il segno di una certa femminea timidezza. Apelle lo rappresentò in un famoso dipinto nelle vesti di Zeus con un colorito bruno e scuro. Ma Plinio dice che il pittore aveva stabilito il principio teorico di “nascondere i difetti”, soprattutto quando ritraeva gli uomini famosi e potenti. Non sappiamo neanche quale fosse il vero colore dei suoi capelli, che pettinava colla scriminatura centrale, e, a differenza del padre e dei suoi conterranei, rasava accuratamente la barba. L’unico ritratto certo è nel citato mosaico conservato a Napoli, in cui lo si vede a cavallo, colla lancia ben ferma nella mano, avanzare deciso contro il carro di Dario. Ha i capelli rossicci e ondulati, gli occhi grandi e scuri un po’ inclinati verso il basso, il naso forte e leggermente adunco e la bocca piccola e contratta nella foga dell’azione e per lo sforzo. Sono gli stessi tratti che riconosciamo nell’affresco di Boscoreale in cui si profetizza il suo avvento sul trono dell’Asia. Molti particolari, in queste due immagini, discordano con i ritratti lisippei o col mosaico di Pella in cui è raffigurato nudo e giovane mentre caccia un leone. È difficile anche stabilire una somiglianza col padre. Molte fonti attendibili testimoniano che tra i due vi erano pochi tratti in comune. Anch’egli, quindi, come altri sovrani dopo di lui, volle diffondere di se stesso un’immagine ben diversa da quella reale e cambiò spesso abito e stile. Adottò senza esagerare i costumi orientali, si travestì da Eracle o da Dioniso e in Egitto vestì con i simboli e gli abiti del faraone. Il suo genio era poliedrico così come il suo aspetto, difficilmente assimilabile all’eroe alto, biondo, dagli occhi cerulei qualche anno fa propostoci da un bel film a lui dedicato.

Tetradramma in argento di Filippo II che sul dritto mostra la testa laureata di Zeus (359-336 a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)
Filippo II, il padre. Il padre di Alessandro, Filippo II, era nato nel 382 a.C. a Pella, terzo figlio del re Aminta III, ed aveva poche speranze di salire al trono. Da giovane aveva vissuto a Tebe, forse nella casa paterna di Epaminonda, e aveva avuto modo di apprendere le più avanzate tecniche belliche. Per una serie di favorevoli circostanze divenne reggente della Macedonia nel 359 all’età di 22 anni; uno dei primi affari a cui si dedicò fu la riforma dell’esercito, e alla potenza della falange sommò l’impeto e la velocità della cavalleria. Con questi strumenti Filippo, dopo avere ampliato il suo regno nei Balcani e verso la Tracia, volse la sua attenzione alle antiche città della Grecia. Si mosse con grande prudenza, ed anche con un certo reverenziale timore nei confronti di Atene. Finanziava un po’ tutti, in particolare i partiti a lui legati, quello di Atene capeggiato da Eschine, e minava sottilmente alla base le antiche democrazie. Da buon stratega aveva capito l’importanza del dominio sugli stretti, i Dardanelli e il Bosforo e, avendo esteso il regno fino alle sponde del mar di Marmara, stava sottraendo ad Atene gli alleati indispensabili per mantenere il dominio sul mare.

Medaglione in oro con, sul dritto, il busto di Olimpiade (III sec. a.C.) da Abukir, conservato al museo Archeologico nazionale di Tessalonica a Salonicco (foto graziano tavan)
Olimpiade, la madre. Olimpiade, la madre del nostro eroe, fu la quarta moglie di Filippo: si conobbero nel 357, a Samotracia, al santuario dei Grandi Dei. Lei, principessa dell’Epiro, il regno dei Molossi, era una donna dal carattere prorompente e volitivo. Una baccante, capace di amare e di uccidere con bruciante passione. Partorì Alessandro a Pella, il 6 di Ecatombeone, cioè il 20 o il 21 del mese di luglio. La sua nascita fu annunciata da diversi prodigi: il tempio di Artemide ad Efeso prese fuoco, il padre Filippo, dopo un lungo assedio, conquistò Potidea e i suoi cavalli vinsero ad Olimpia. Secondo Plutarco fu lei, offesa dal marito e temendo per la legittima successione al trono del figlio, ad organizzare l’assassinio di Filippo, avvenuto nel teatro di Ege (Verghina) nel 336 a.C. Olimpiade sopravvisse al figlio e con grande coraggio combatté, contro le mire di Cassandro, per difenderne la moglie e la progenie.

Statuetta in bronzo di Alessandro su Bucefalo da Ercolano probabile copia in miniatura del Gruppo del Granico di Lisippo, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)
Al Granico. Al Granico, i satrapi dell’Anatolia erano tutti in prima linea. L’ala destra della cavalleria era comandata da Memnone il rodio. Poi c’era Arsame, satrapo della Cilicia; quindi Arsite con i Paflagoni e infine gli Ircani con Spitridate. Al centro vi erano cavalieri di varia nazionalità, duemila dei quali provenienti dalla Bactriana, al comando di Reomitre; all’ala destra i Medi. La fanteria era schierata di riserva in seconda linea. Tra questi spiccavano duemila mercenari greci. I Macedoni erano così disposti: all’ala destra sette squadroni di cavalleria degli eteri, con gli arcieri, al comando di Filota, i prodromi e lo squadrone di cavalleria di Socrate. Seguivano gli ipaspisti, armati di spada, affidati a Nicanore, il fratello di Filota, i pezeteri (cioè la fanteria) guidati da Perdicca, Ceno, Cratero, Aminta e Meleagro. All’ala sinistra la cavalleria tracia e tessala. I due eserciti più o meno si equivalevano. Alessandro non fu il primo a varcare il fiume. Prima di lui le unità speciali – il piccolo battaglione dei prodromi, i Peoni e lo squadrone di Socrate – ebbero il compito di scompaginare le file dell’esercito nemico, attestate sulla sponda opposta del fiume. La loro funzione era quella di aprire alcuni varchi nelle file avverse e di preparare il terreno per la decisiva carica del loro re. I Macedoni gridarono in coro “Enualio!”, per incoraggiare gli arditi che attraversavano la rapida corrente sotto i dardi e i giavellotti nemici. I due battaglioni soffrirono non poco e molti soldati furono uccisi, tranne quelli che ripiegarono verso Alessandro che, vista la situazione, si gettò nell’acqua con l’ala destra del suo schieramento, i fedeli eteri, e raggiunse rapidamente l’altra riva. Divampò la battaglia. Demarato di Corinto combatté fianco a fianco con il giovane re e con lui Aretis, il suo staffiere. La lancia si spezzò nel terribile scontro e il re dovette presto chiederne un’altra. Nella mischia gli sembrò di vedere Mitridate, il genero di Dario, cavalcare in avanscoperta con uno squadrone di cavalleria disposto a cuneo. Alessandro l’affrontò, disarcionandolo. Ma i due quasi si equivalevano per coraggio e maestria. Il nobile persiano Resace a sua volta colpì il Macedone con un fendente, e quasi gli spaccò l’elmo, secondo Plutarco gli infranse la corazza. Alessandro reagì con prontezza leonina e lo trafisse con la lancia. Nel frattempo, alle sue spalle, nella mischia, era accorso Spitridate, pronto a vibrare un colpo fatale. L’avventura d’Asia rischiava di naufragare in quell’istante. Ma Clito il Nero, accortosi del pericolo, giunse in aiuto del re. Impugnò a due mani la spada e tranciò la mano al satrapo nemico. Di quel gesto si poté vantare per lungo tempo con compagni e amici, ma la sua insistenza esasperò Alessandro che, in un momento di cieca rabbia, trucidò l’amico che l’aveva salvato.

Stele egizia dal tempio di Iside a Pompei, con riferimenti alle imprese macedoni (fine del IV – inizi del III sec. a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann – giorgio albano)
Egitto. L’Egitto fu una prova molto dura per le salde e semplici convinzioni dei Macedoni. Non dovettero combattere contro nemici forti e ben armati, ma piuttosto confrontarsi con idee molto diverse dalle loro. Si trovarono immersi in una delle più antiche civiltà del mondo e quell’anno di sosta, tra il 332 e il 331 a.C., li trasformò profondamente. Il primo a subire la malia dei luoghi fu proprio Alessandro. A Menfi fu accolto dai sacerdoti dei grandi santuari e nel tempio di Ptah fu incoronato faraone. I sacerdoti e le classi dominanti avevano le idee ben chiare. Il Paese sarebbe restato unito e pacifico solo a determinate condizioni, che Alessandro accettò. Doveva rispettarne la religione, gli usi e i costumi. Lasciare ai sacerdoti il loro potere e le loro ricchezze e occuparsi solo dell’ordine interno e della difesa dei confini. Secondo Curzio Rufo, un rodio di nome Eschilo e il macedone Peuceste furono nominati governatori del Paese e a Polemone fu affidato il compito di difendere, con una piccola flotta, le fortezze poste alle bocche del Nilo. Due egiziani, Doloaspi e Petisi, assursero a nomarchi, cioè reggenti dei due regni. Ma Petisi presto rinunciò all’incarico e tutto il potere amministrativo rimase nelle mani di Doloaspi. Non si hanno notizie sui due egiziani prescelti ma il nome Petisi richiama un altro notissimo personaggio: si tratta di un sacerdote di Amon-Ra, Petosiris, la cui tomba è uno splendido esempio di fusione dello stile egizio e di quello greco. Nella sua autobiografia il grande sacerdote narra di essere vissuto in un’epoca di estrema turbolenza, quando il Paese, retto da Nectanebo II (nelle fantasie del Romanzo di Alessandro il vero padre del Macedone), era libero dalla dominazione persiana. Poi, nel 352 a.C., le armate di Artaserse al comando di Mentore e di Bagoa costrinsero il faraone a fuggire nell’estremo Sud. L’eroe macedone si presentò come un pacificatore e spostò ad Alessandria, da lui fondata, tutte le attività economiche e commerciali, lasciando l’Egitto vero e proprio nelle mani delle aristocrazie sacerdotali.

Rilievo in calcare con scena di battaglia tra Alessandro e Dario (fine II – inizi I sec. a.C.) conservato nel museo nazionale di Santa Maria delle Monache a Isernia (foto graziano tavan)
Gaugamela. La notte prima della battaglia Alessandro aveva a lungo ripassato i suoi piani e solo all’alba era andato a dormire. Come ultimo gesto pubblico aveva compiuto un sacrificio al dio della paura, Fobos. L’esercito persiano, composto da tanti diversi popoli, aveva tre principali punti di forza: la cavalleria, i carri falcianti e gli elefanti, non però in numero sufficiente per determinare le sorti dello scontro. Sul lato sinistro agiva la cavalleria bactriana, comandata da Besso, e sul destro quella persiana, affidata a Mazeo. Al centro operavano gli Immortali, i migliori guerrieri del Re dei Re. Il piano di Alessandro prevedeva una penetrazione degli eteri a cavallo, ai suoi diretti ordini, verso il centro dell’armata nemica. La sua azione doveva scattare fulminea dopo le prime cariche dei Persiani, che avrebbero sbilanciato in avanti l’esercito di Dario, lasciando dei possibili varchi di penetrazione. Frattanto Parmenione con i Tessali avrebbe dovuto riposizionarsi in diagonale e resistere alla carica dell’ala destra, comandata da Mazeo, mentre la falange macedone, dopo avere resistito all’attacco dei carri, avrebbe tenuto sotto pressione il centro dello schieramento nemico. La vittoria richiedeva tempismo ed intuito e un perfetto affiatamento tra gli eteri. Le cose andarono più o meno come lui aveva previsto e la fortuna, come in molte battaglie, aiutò i Macedoni. Le sorti dello scontro rimasero sospese per lungo tempo e la situazione si chiarì solo dopo la fuga precipitosa di Dario. In quello stesso frangente, però, Parmenione, sull’ala sinistra, stava per cedere e chiese aiuto ad Alessandro, che dovette abbandonare l’inseguimento di Dario e correre al galoppo verso quel lato del campo di battaglia. Nel mentre la falange era stata scompaginata dall’impeto dei cavalieri della guardia persiana che, per ordine di Dario, avevano proseguito la loro marcia fino all’accampamento macedone, al fine di liberare i membri della famiglia del re tenuti in ostaggio. I Greci avevano avuto così insperatamente il tempo di riorganizzarsi quando erano sul punto di soccombere. Fu una straordinaria ed inattesa vittoria. Dinanzi ad Alessandro si aprivano le porte dell’Oriente. Nessuno avrebbe contrastato la sua avanzata verso le splendide città di quella fertilissima terra La via della seta. Nel 328 a.C., Alessandro giunse a Maracanda (Samarcanda), nella Sogdiana. Proseguì di lì, declinando verso est, per raggiungere il fiume Iaxarte (il Syr Darya) dove fondò, nell’agosto del 329 a.C., la più lontana delle Alessandrie, Ultima, o Eschàte, che poi si è chiamata Leninabad. La città, situata nella parte sud occidentale della valle di Fergana (ora Chujand, in Tagikistan), ebbe vita lunga e gloriosa. Godeva di un’invidiabile posizione strategica e commerciale, sospesa tra due mondi: la Cina e l’Occidente. Furono soprattutto i cavalli di Fergana e i cammelli bactriani a incrementare gli scambi commerciali. L’imperatore Wu della dinastia Han definì quella razza equina con un termine felice: “cavalli celesti”. I discendenti dei Macedoni, che rimasero in quei luoghi, venivano chiamati dagli abitanti del celeste impero Da Yuan (i Grandi Ioni). Non erano nomadi, vivevano in città murate, ed erano divisi in tanti piccoli regni. Furono i primi a favorire il commercio della seta tra Oriente ed Occidente.

Nozze di Alessandro e Roxane, affresco dalla Casa del Bracciale d’Oro di Pompei, conservato nel parco archeologico di Pompei (foto graziano tavan)
Roxane. In quella lontana regione viveva la bellissima Roxane, la prima moglie di Alessandro. Curzio Rufo racconta che lo straordinario sposalizio, reso eterno dal pennello del pittore greco Aezione, avvenne per un caso fortuito. Alessandro aveva preteso, come atto di omaggio, che i tre figli di un signorotto locale si arruolassero nel suo esercito. Questi organizzò un sontuoso banchetto all’uso orientale. Mentre i commensali stavano mangiando, fece entrare trenta nobili giovinette e tra queste la figlia del satrapo Oxiarte, Roxane. Appena Alessandro la vide provò per lei una fortissima attrazione e decise di sposarla. Plutarco afferma: “si trattò di una storia d’amore”. Ed aggiunge subito dopo: “perfettamente in armonia con i progetti politici di Alessandro”. Roxane non era particolarmente nobile. Ma la loro unione ebbe un enorme valore simbolico. Per avvicinare i vincitori ai vinti bisognava togliere agli uni la superbia e agli altri la vergogna, e quale altro messaggio, se non l’amore, poteva infrangere con un solo gesto le barriere della diffidenza?

Rilievo in marmo dedicato a Efestione (IV sec. a.C.) da Pella, conservato nel museo Archeologico di Tessalonica (foto graziano tavan)
La morte di Alessandro. Efippo d’Olinto, un compatriota di Callistene, scrisse un libello intitolato Morte di Efestione e di Alessandro, di cui sono rimasti pochi frammenti. Vi si vede Alessandro minacciato dalle ombre del crepuscolo. Siamo nel 324 a.C., il re si comporta in modo stravagante, porta gli abiti sacri agli dèi: “Talvolta il mantello di porpora, le scarpe e le corna di Ammone”; altre volte si veste da donna, come Artemide; o si mostra all’esercito in abiti persiani e ostentando un arco e una lancia; o ancora come Ermes con i sandali alati, il largo cappello e il caduceo nella mano. Molti altri commentatori riferiscono che nell’ultimo mese di vita Alessandro aveva rinunciato alla sua proverbiale sobrietà. Roxane era giunta agli ultimi mesi di gravidanza e da lì a poco sarebbe nato un figlio maschio, il sospirato erede al trono, che Alessandro non conobbe mai. Un giorno, Medio, uno dei più fidati tra gli eteri, lo invitò a partecipare ad un banchetto. Il re accettò. Seduti a tavola con lui c’erano anche Perdicca, Tolomeo, Olchio, Lisimaco, Eumene e Cassandro. Alessandro bevve smodatamente. Domandò una coppa colma di quattro litri di vino e la bevve in un sorso e si accasciò sul cuscino. Alcuni dicono che quello fu il vero motivo della morte, avvenuta dopo undici giorni. I Diari reali permettono di seguire con una certa precisione gli eventi. La festa di Medio durò circa due giorni. Quindi, dopo il malore, il re si riprese e rimase a bere con gli amici fino a notte inoltrata. Ma aveva già la febbre. Andò avanti così, tra alti e bassi, fino a che non gli andò via la voce. La notizia si sparse tra i soldati. Alessandro convocò tutti i fidati compagni nel palazzo imperiale, paventava disordini. I Macedoni, sicuri che alcuni nascondessero la verità, si radunarono intorno alle porte della reggia. Finalmente riuscirono ad entrare e sfilarono davanti al suo letto. Li salutò uno per uno, sollevando appena la testa. Dopo due giorni di agonia morì. Era il 10 giugno del 323 a.C., avrebbe compiuto 33 anni nel mese di luglio. “Era”, scrive Arriano, “di corpo bellissimo, amante delle fatiche; acutissimo di mente e coraggioso”. Il suo corpo mummificato fu portato in Egitto ad Alessandria, dove giacque in una tomba voluta da Tolomeo, figlio di Lago.

Testa in terracotta di Helios con raggi (in legno, integrazione moderna) (150-100 a.C.) conservata al museo Archeologico di Rodi (foto graziano tavan)
Imitatio Alexandri. Cesare, in Spagna, vedendo una statua di Alessandro si rattristò e gli amici lo videro piangere. Gliene chiesero il motivo ed egli rispose che l’eroe macedone alla sua età aveva conquistato mezzo mondo e regnava su infiniti popoli, mentre lui si affannava a combattere in Iberia. A Pompeo, il suo più acerrimo avversario, andò meglio. A poco più di 24 anni, le truppe lo acclamarono imperatore e Silla lo abbracciò e lo salutò a gran voce col soprannome di “Magno”. D’altronde avrebbe, nel corso della vita, ampliato i confini della Repubblica da un oceano all’altro e ne avrebbe esteso il dominio su tre continenti. Al suo terzo trionfo nel 61 a.C., quando aveva soggiogato la Media, la Mesopotamia, l’Armenia, la Siria e molti altri stati, non bastarono due giorni per fare sfilare le truppe, i vinti e gli elefanti. Lui e Cesare si contendevano la mitica eredità di Alessandro che a loro indicava la strada per divenire divini e cosmocrati, cioè imperatori del mondo. Il Macedone era riuscito lì dove molti altri, compreso il padre Filippo, avevano fallito. In Egitto i sacerdoti lo avevano venerato quale un dio sulla terra e l’oracolo di Siwa aveva confermato la sua diretta discendenza da Zeus. Anche gli imperatori romani dovettero coniugare gli opposti poli di un mondo diviso tra chi ammetteva che un regnante potesse essere divino in vita e chi non lo avrebbe in alcun modo accettato. Ottaviano fu quello che più di ogni altro individuò nel Macedone un modello ideale da imitare. Lo dichiarò esplicitamente e, quando giunse ad Alessandria, si recò sulla tomba dell’eroe, il famoso Soma, vi depositò una corona d’oro e la fece coprire di fiori. Quando gli chiesero se voleva vedere le tombe dei Tolomei, rispose “Volevo vedere un re e non dei morti”. A Roma Ottaviano, ormai divenuto Augusto, decorò il suo Foro con i dipinti di Apelle raffiguranti le vittorie di Alessandro. Per il suo Mausoleo utilizzò molto probabilmente i simboli e le immagini della tomba del Macedone – i gruppi scultorei di Achille e Pentesilea e di Aiace ed Achille – che aveva ammirato in Egitto. Dopo di lui fino ad Alessandro Severo tutti i sovrani, e in particolare Caracalla, in un modo o nell’altro ne seguirono le orme. Perfino Costantino, l’imperatore cristiano, che non poteva certo aspirare all’apoteosi in terra, esaltò l’humanitas di Alessandro. Virtù che, più della forza e della violenza, rende durature le conquiste e pacifica i popoli.

Frame del video che racconta il trasferimento del Mosaico di Alessandro da Pompei al Real Museo Borbonico (foto mann)

Lo spostamento del Mosaico di Alessandro nel museo di Napoli nel 1916 (foto archivio mann)
Il restauro del mosaico della Battaglia di Gaugamela al centro della grande mostra su Alessandro Magno. Tema centrale della grande mostra “Alessandro Magno e l’Oriente” è il restauro dello straordinario mosaico della Battaglia tra Alessandro Magno e Dario di Persia (331 a.C.), capolavoro iconico del MANN e tra i più celebri dell’antichità. L’opera musiva scoperta nel 1831, datata tra la fine del II e l’inizio del I sec. a.C., è straordinaria non solo per il soggetto rappresentato, ma anche per le sue dimensioni: quasi due milioni di tessere ed una superficie di eccezionale estensione (5,82 x 3,13 m). Il ‘gran musaico’ (peso stimato circa 7 tonnellate) giunse a Napoli nel novembre del 1843, quando fu messo in cassa e condotto da Pompei al Real Museo Borbonico su un carro trainato da sedici buoi. Nel gennaio del 1845 le casse furono aperte e l’opera ebbe la sua prima collocazione sul pavimento di una sala al piano terra dell’ala occidentale; mentre nel 1916 fu spostato dove si trova attualmente, a parete, nella sezione mosaici, al piano ammezzato. La mostra su Alessandro accompagna quindi l’avvio della fase ‘esecutiva’ dei lavori. Grazie a un cantiere ‘trasparente’ il pubblico e, naturalmente, la comunità scientifica potranno seguire una nuova ‘grande impresa’ nel nome di Alessandro Magno, che richiederà il ribaltamento della colossale opera (vedi Napoli. Al museo Archeologico nazionale partita la seconda e ultima fase di restauro del grande mosaico di Alessandro (termine lavori marzo 2024) in concomitanza dell’inaugurazione della mostra “Alessandro e l’Oriente” alla presenza del ministro Sangiuliano. Intervista esclusiva della responsabile dei restauri Maria Teresa Operetto | archeologiavocidalpassato).

Restauratori al lavoro nel 2020 sul grande mosaico di Alessandro al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Marco Pedicini)
Un restauro epocale e indispensabile. Nata come mosaico pavimentale, l’opera è da oltre un secolo collocata in verticale, scelta fatta in virtù della presunta derivazione iconografica da un dipinto su tavola, ipotesi largamente condivisa dalla comunità scientifica. Dietro la superficie musiva si conservano ancora gli strati di preparazione antichi, ovvero malte realizzate oltre duemila anni fa. Nel corso del tempo il mosaico è stato oggetto solo di interventi di manutenzione ordinaria, eseguiti prevalentemente dai restauratori del Museo, consistenti in riadesioni puntuali di tessere, velinatura di piccole lesioni che sono andate formandosi, altre operazioni necessarie. Lo stato conservativo è andato, tuttavia, gradualmente peggiorando, ragion per cui da circa una ventina di anni il mosaico è diventato una sorta di ‘sorvegliato speciale’: si sono susseguite indagini diagnostiche e proposte di intervento, finalizzate alla definizione di un restauro complessivo e non più limitato a interventi puntuali. L’inaccessibilità del retro, infatti, non ha mai permesso di comprendere se e in che misura lo stato di conservazione delle malte originali è connesso ai fenomeni di degrado che si rilevano sulla superficie. Tali fenomeni consistono in: ampia depressione della superficie musiva nella parte centrale del mosaico, stato di generale e diffuso distacco delle tessere e della relativa malta di allettamento dagli strati preparatori sottostanti, rigonfiamenti puntuali in particolare lungo il perimetro, diffuse lesioni soprattutto in corrispondenza della citata depressione centrale. La scelta di intervenire anche sugli strati di preparazione che si trovano sulla parte posteriore del manufatto era pertanto improcrastinabile. Ne consegue che il ribaltamento del mosaico è una operazione propedeutica e necessaria alla esecuzione del restauro, per una conoscenza completa degli strati di sottofondo.

Maria Teresa Operetto, responsabile del restauro del mosaico di Alessandro, mostra al ministro Gennaro Sangiuliano le fasi dell’intervento (foto graziano tavan)
La squadra del restauro. Questa seconda fase, in continuità con la precedente, è condotta prevalentemente con professionalità interne al MIC, ricorrendo ad incarichi esterni solo per le competenze non rinvenibili all’interno dell’Amministrazione. Il progetto si realizza con la collaborazione tra il Mann, l’Istituto Centrale per il Restauro (ICR) e il parco archeologico del Colosseo, mentre per le indagini diagnostiche sono coinvolti l’università del Molise e il Center for Research on Archaeometry and Conservation Science (CRACS), organizzazione accademica formata dal Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse (DiSTAR) dell’università di Napoli Federico II e il Dipartimento di Scienze e Tecnologie (DST) dell’università del Sannio di Benevento. La progettazione esecutiva e l’esecuzione dei lavori sono state invece oggetto di una procedura di gara aperta, a seguito della quale le prestazioni sono state aggiudicate ad un raggruppamento temporaneo di imprese.

Attività di diagnostica sul mosaico di Alessandro al Mann (foto Pedicini Fotografi)
I tempi e lo stato dell’opera. Il restauro del mosaico di Alessandro si configura, alla luce di questi elementi, come una operazione complessa e articolata, nella quale si alternano fasi di progettazione e di esecuzione di lavori. A seguito della prima fase diagnostica sullo stato del manufatto, seguita dalla messa in sicurezza, il passo successivo è stata la elaborazione del PFTE, Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica posto a base di gara, sulla base del quale gli operatori economici che hanno aderito al bando hanno elaborato il progetto definitivo. La successiva progettazione esecutiva ha avuto ad oggetto il sistema di movimentazione meccanica dell’opera: adesso tutto è pronto per dare il via alla seconda fase esecutiva, che prevede, appunto, il ribaltamento del mosaico in modo da rendere accessibile il retro dell’opera e indagare lo stato di conservazione del supporto originario.

Il grande mosaico della battaglia di Gaugamela tra Alessandro Magno e Dario III dalla Casa del Fauno di Pompei, simbolo del Mann (foto Pedicini Fotografi)
Il cantiere trasparente. Il mosaico verrà restaurato in situ, il cantiere sarà allestito nelle sale espositive e sarà quindi sempre direttamente visibile al pubblico, benché opportunamente delimitato e inaccessibile. Solo nelle fasi in cui le lavorazioni da eseguire siano incompatibili con la presenza di visitatori – montaggio del sistema di movimentazione, uso di solventi, ecc. – le sale saranno chiuse al pubblico, ma sarà comunque garantita la visione delle attività, grazie alla presenza di delimitazioni trasparenti, che garantiranno anche la protezione dalla polvere, e di supporti audiovisivi (webcam) che restituiranno le immagini dei restauratori al lavoro. Questo restauro epocale, pertanto, parte della mostra “Alessandro e l’Oriente”, verrà eseguito in diretta, sotto gli occhi dei visitatori del Museo e di coloro che, da remoto, si connetteranno al sito web del Mann. La comprensione degli interventi, inoltre, sarà integrata da appositi momenti di approfondimento con gli esperti. Il costo complessivo, gran parte finanziato con Fondo Sviluppo e Coesione (Piano stralcio cultura e turismo 2014/2020, Delibera CIPE 3/2016), dell’intervento è, in pari a circa 700.000 euro nella cifra è compresa la sponsorizzazione offerta dall’emittente giapponese The Asahi Shimbun, di 200.000 euro, prevista nell’ambito della collaborazione tra il Mann e il museo nazionale di Tokyo.
In libreria “Al di là. Gli uomini, gli dèi, la morte in contesto fenicio” (edizioni Quasar) dell’archeologo Giuseppe Garbati, esperto di cultura fenicia e punica

Copertina del libro “Al di là. Gli uomini, gli dèi, la morte in contesto fenicio” (edizioni Quasar)
È in libreria la nuova fatica di Giuseppe Garbati “Al di là. Gli uomini, gli dèi, la morte in contesto fenicio” (edizioni Quasar). “Gli dèi proteggono dalla morte – su legge nella presentazione -, custodiscono gli uomini nella morte, difendendone il riposo. Ma anche gli dèi possono avvicinarsi pericolosamente alla soglia che separa la vita dall’aldilà, fino a scomparire negli Inferi (sia pure per poi tornare). Non sempre, tuttavia, l’universo dei morti, divinità comprese, si presenta temibile e spaventoso; dalla terra, infatti, germogliano le colture, la cui abbondanza è anch’essa espressione delle potenze sovrumane. A simili tematiche è dedicato questo libro: protagonisti sono gli uomini, gli dèi e la morte, analizzati come componenti dinamiche di quei percorsi che l’uomo intraprese nell’Antichità per elaborare culturalmente il decesso, provando in qualche modo a gestirlo e a controllarlo. Al centro dell’indagine si collocano i Fenici, le cui variegate comunità, tra l’Oriente e l’Occidente mediterraneo del I millennio a.C., formularono diverse soluzioni per affrontare la morte, sulla base degli specifici quadri culturali di riferimento”.

L’archeologo Giuseppe Garbati (foto cnr)
Giuseppe Garbati, archeologo, specialista della cultura fenicia e punica, conduce ricerche dedicate soprattutto alle forme cultuali, al materiale votivo e alla morfologia delle divinità fenicie. Insieme a Tatiana Pedrazzi (ISPC – Milano) dirige il progetto “Transformations and Crisis in the Mediterranean. ‘Identity’ and Interculturality in the Levant and Phoenician West”.
Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi con RAM film festival. Ecco tutti i film premiati al Festival del Cinema Archeologico 2023 nelle tre tappe di Licata, Agrigento e Sambuca

Serata finale del Festival del cinema archeologico di Agrigento al museo Archeologico di Palazzo Panitteri di Sambuca di Sicilia (foto parco valle dei templi)
Con il film “Il respiro del tempo. Il Gigante di Palermo” di Lorenzo Mercurio proiettato al museo Archeologico di Palazzo Panitteri di Sambuca di Sicilia si è chiusa la prima edizione di festival diffuso del Festival del Cinema archeologico di Agrigento 2023 che, come ricordano gli organizzatori – il parco archeologico e naturalistico della Valle dei Templi e il RAM film festival di Rovereto – “è stato un viaggio intenso che ci ha portato a riscoprire luoghi della cultura a noi vicini, grazie alle tre splendide location di Licata, Agrigento e Sambuca, ma anche paesi, siti archeologici, città e culture lontane grazie a tutte quelle pellicole che, giorno dopo giorno, ci hanno raccontato in maniera straordinaria il patrimonio culturale, materiale e immateriale mondiale”. Ecco i film premiati.
Il Premio Città di Licata è stato assegnato da una giuria di esperti, composta da Maurizio Battisti, Salvo D’Addeo e Rosario Merro, al film “Il Giovane Principe delle Arene Candide” di Alessandro Beltrame e Andrea Walts (Italia, 2021); mentre il voto del pubblico in sala è andato al film “Terra X. Mächtige Männer Ohnmächtige Frauen? / Terra X. Uomini potenti donne impotenti? L’enigma delle ossa. Rivoluzione di genere” di Birgit Tanner e Carsten Gutschmidt (Germania, 2020).
Il Premio Parco Archeologico della Valle dei Templi è stato assegnato da una giuria tecnica che ha visionato i film dell’intera manifestazione ed è composta da Chiara Atalanta Ridolfi, Giuseppe Lepore e Antonio Barone, al film “The Oath of Cyriac / Il giuramento di Ciriaco” di Olivier Bourgeois (Andorra, 2021). Il pubblico di Agrigento ha decretato vincitore il film “The Radkan Tower / La Torre Radkan” di Ehsan Mollazadeh e Hojjat Heidari (Iran, 2019). Nella stessa serata è stato assegnato da Claudia Beretta e Alessandra Cattoi anche lo speciale premio RAM film festival al film “Fall of the Maya Kings / La caduta dei re Maya” di Leif Kaldor (Canada, 2022).
Infine il Premio Città di Sambuca è stato conferito da Antonella di Giovanna, Clarissa Ferina e Ludovica Pendola al film “Medina Azahara: the Lost Pearl of Al-Andalus | Medina Azahara: la perla perduta di Al-Andalus” di Stéphane Bégoin e Thomas Marlier (Francia, 2021). Il gusto del pubblico ha incontrato quello della giuria premiando lo stesso film.
Al Parco borbonico vanvitelliano del Fusaro a Bacoli (Na) è tutto pronto per la prima edizione del FAB, festival dell’archeologia di Bacoli, dal 6 all’8 ottobre 2023, diretta da Nicola Barile e organizzata da Giovanni Parisi e Giovanni Calvino per TILE Storytellers, con il contributo della Regione Campania e della Fondazione Film Commission Regione Campania. Con un sottotitolo significativo: rassegna favolosa del cinema archeologico. “I Campi Flegrei sono un luogo unico al mondo”, spiega Dario Di Blasi, chiamato dal Comune di Bacoli a creare questo evento per la sua esperienza pluridecennale nel campo del cinema archeologico. “Qui il mare custodisce antiche città sommerse e ville sontuose di potenti imperatori. Qui la terra si alza e si abbassa, come un lungo, gigantesco respiro; e qui un lago può nascondere l’ingresso al mondo dei morti. Qui i vulcani nascono nell’arco di una sola notte e il loro calore genera sbuffi di vapore e acque termali. Qui le sibille leggevano il futuro degli uomini. Vi sembra che stiamo esagerando con la fantasia? Niente affatto. La magia dei Campi Flegrei è dovuta all’opera della natura e dell’uomo, non alla fantasia, perciò… Non è fantasia, è magia!”. Anche l’acronimo della rassegna, FAB, Festival dell’Archeologia di Bacoli, gioca su questo concetto, perché in inglese “FAB” vuol dire favoloso, fantastico (e il pensiero corre ai Fab Four, i Fantastici Quattro): “Per questo FAB si presenta come Rassegna favolosa del cinema e della cultura archeologica”.
L’evento si svolge nel Complesso Borbonico del Fusaro con proiezioni nella Sala dell’Ostrichina, dibattiti ed eventi si alterneranno tra la panoramica terrazza dell’Ostrichina e il Parco gestito dal Centro Ittico Campano. Per tutta la durata della rassegna ci sarà la mostra su Plinio il Vecchio a cura di Nicola Barile e Sara Saetta all’interno della Casina Vanvitelliana. In programma dodici film, provenienti anche da Francia, Spagna, Iran e Turchia, che verranno valutati da una giuria di esperti del settore e dal pubblico.


Pirati, dinosauri e ambiente protagonisti della sesta edizione di Varese ArcheoFilm, festival internazionale del film di archeologia, arte, ambiente, etnologia, organizzata dal Comune di Varese, museo Castiglioni, associazione Conoscere Varese, Archeologia Viva, Firenze Archeofilm, associazione Ce.R.D.O, con il patrocinio di università Insubria e con il sostegno di Fondazione Comunitaria del Varesotto. Quattro serate, dal 6 al 9 settembre 2023, in Sala Montanari (Ex cinema Rivoli), in via dei Bersaglieri a Varese, a ingresso libero; sette film che concorrono al premio Città di Varese, assegnati al film più gradito al pubblico, e al premio Alfredo e Angelo Castiglioni, al film scelto dalla giuria; due film fuori concorso; e quattro incontri-intervista con il direttore di Archeologia Viva Piero Pruneti a ospiti speciali legati al tema della serata: mercoledì ai pirati, giovedì ai dinosauri, venerdì all’ambiente, e sabato alla retrospettiva sul lavoro dei due fratelli archeologi Alfredo e Alberto Castiglioni. Film selezionati da Marco Castiglioni, presidente dell’associazione Conoscere Varese e direttore del museo Castiglioni. Conduce il festival Giulia Pruneti di ArcheologiaViva.
















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