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Associazione La Carta di Altino. Conversazione on line “Alle origini del Cristianesimo altinate: la gemma di Cristo Sotér” con il prof. Luigi Sperti, direttore scientifico progetto di Ca’ Foscari in località Ghiacciaia. Il link per seguirla

Locandina della conversazione on line “Alle origini del Cristianesimo altinate: la gemma di Cristo Sotér”

Il Buon anno dell’Associazione La Carta di Altino arriva con la terza delle ConvesazioniAltinati@1600 “Alle origini del Cristianesimo altinate: la gemma di Cristo Sotér” per parlare di un reperto speciale, rinvenuto proprio durante una delle campagne di scavo dell’università Ca’ Foscari di Venezia, che anima il dibattito sul primo Cristianesimo in laguna. Appuntamento on line mercoledì 12 gennaio 2022, alle 21, con il prof. Luigi Sperti, direttore scientifico di questo progetto, insieme alla dott.ssa Bruna Nardelli e al prof. Attilio Mastrocinque. Link per partecipare: https://unipd.zoom.us/j/89013420046. “L’intaglio”, spiega il prof. Sperti, “è stato rinvenuto nel corso dello scavo che l’università Ca’ Foscari di Venezia, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, ha condotto nell’estate del 2017 ad Altino in località Ghiacciaia. È in luce all’interno di una cloaca rinvenuta l’anno precedente, ricoperta in origine da grossi blocchi di trachite, e posta sotto la strada che separava due domus databili tra la tarda età repubblicana e la prima età imperiale”.

Veduta aerea dell’edificio absidato di età romana scoperto in località Ghiacciaia di Altino (foto Ca’ Foscari)

“La campagna 2017 ha previsto l’apertura di un saggio di scavo (m 25 × 20) nell’area di Ghiacciaia, nella quale erano già stati effettuati dall’università Ca’ Foscari di Venezia tra il 2012 e il 2015 un survey intensivo e nel 2016 un primo saggio di scavo”, scrivono Silvia Cipriano  e Luigi Sperti di Ca’ Foscari nel resoconto pubblicato su Fasti online. “L’area è situata nella zona settentrionale dell’abitato antico di Altinum, poco più a est del centro monumentale della città romana, dove si trovavano il foro, la basilica, il teatro e l’odeon. Lo scavo ha permesso di indagare più estesamente le strutture e gli ambienti riferibili al quartiere abitativo urbano, già messi in luce nel corso della campagna del 2016. In particolare sono emersi diversi vani, che sembrano essere riferibili ad almeno due domus, separate tra loro da una stradina pavimentata con grossi blocchi in trachite, che dovevano costituire la copertura di una cloaca. Questa struttura è stata rinvenuta spogliata, tranne in un breve tratto in cui si conservano il fondo in mattoni e una spalletta laterale in blocchi lapidei. Della domus situata a Est della cloaca sono state identificate almeno due diverse fasi cronologiche, documentate dalla sovrapposizione di due pavimentazioni in uno degli ambienti messi in luce: a un lacerto di opus caementicium con disegno geometrico in tessere musive bianche e nere si sovrappone infatti un nuovo piano pavimentale, testimoniato da un livello di pietrisco a grana fine frammisto a malta cementizia, poggiante su una preparazione in pezzame litoide. Alla medesima domus sono pertinenti anche almeno altri due ambienti, uno dei quali conserva il sottofondo pavimentale in malta cementizia che doveva probabilmente essere rifinito con lastre marmoree, delle quali rimangono le impronte regolari. A ovest della cloaca sono stati identificati almeno 4 vani riferibili ad un’altra domus; in due ambienti si conserva, seppure in modo frammentario e lacunoso, il sottofondo pavimentale in malta cementizia. Tutte le fondazioni murarie rinvenute risultano essere state sottoposte ad attività di spoliazione in età tardoantica. In via preliminare le strutture rinvenute possono essere datate tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.” (vedi anche Scoperto un grande edificio absidato di età romana: è l’importante rinvenimento della quarta campagna di scavo del progetto “Alla ricerca di Altino” dell’università Ca’ Foscari di Venezia | archeologiavocidalpassato).

Archeologia in lutto. È morta a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. Il ricordo di colleghi e amici

L’archeologa Fedora Filippi, la “signora della Domus Aurea” (foto PArCo)

Archeologia in lutto: il 5 gennaio 2022 è morta, a Berlino, prematuramente, a 69 anni, Fedora Filippi, la “signora” della Domus Aurea, di cui è stata per anni direttore scientifico: archeologa di chiara fama e intellettuale raffinatissima, capace di spaziare dalla letteratura, alla musica, all’arte. “È nella luce soffusa della Domus Aurea, fra i meravigliosi colori che la adornano che vogliamo ricordare Fedora Filippi”, scrivono archeologi ed archeologhe del parco archeologico del Colosseo. “Oggi ci ha lasciato una grande archeologa, di grande intelligenza ed energia. Non solo una collega, una guida illuminata e solerte, un’amica sensibile. L’abbiamo amata per la sua tenacia, l’abbiamo stimata per la sua professionalità e cultura. Quello che lei ha iniziato abbiamo il dovere di portarlo a termine. Ciao, cara Fedora”. “Intelligente e riservata, scrupolosa negli studi e nella comunicazione, ma allo stesso tempo generosa e dotata di una fine ironia che riservava alle persone che riuscivano a farle breccia nel cuore”: così la descrivono quanti hanno avuto modo di lavorare con lei o semplicemente di conoscerla.

Alessandro D’Alessio

Alessandro D’Alessio è il nuovo direttore del parco archeologico di Ostia antica

“È con sommo sconforto e profonda tristezza che apprendo della prematura scomparsa di Fedora Filippi, archeologa di chiara fama, in forze fino a pochi anni or sono alla gloriosa Soprintendenza Archeologica di Roma”, scrive Alessandro D’Alessio, direttore del parco archeologico di Ostia Antica, già archeologo del parco archeologico del Colosseo e responsabile scientifico della Domus Aurea. “Responsabile per lungo tempo della Domus Aurea, dove ha avuto l’enorme merito di avviare l’impegnativa opera di messa in sicurezza e risanamento delle strutture murarie e degli apparati decorativi di uno dei monumenti più importanti e delicati della città, e ancora della ricerca e tutela nell’area del Campo Marzio, cui ha pure dato un contributo di primo piano, Fedora è stata una studiosa di altissimo livello e un Funzionario esemplare del nostro Ministero. Personalmente mi mancherà sempre il confronto con la sua intelligenza e lungimiranza. A nome mio e di quello che fu lo staff della Domus Aurea sotto la sua e poi mia responsabilità, esprimo a Henner, ai familiari e agli amici tutti di Fedora le mie più sentite condoglianze e il rammarico per la gravissima perdita”.

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Daniela Porro, soprintendente speciale ABAP di Roma

Cordoglio per la prematura scomparsa dell’archeologa Fedora Filippi è stato espresso anche dalla soprintendenza speciale di Roma. “Con profonda tristezza”, scrivono il soprintendente Daniela Porro e gli archeologi della Sabap Roma, “apprendiamo la notizia della prematura scomparsa di Fedora Filippi, archeologa di fama internazionale e fino a pochi anni fa in servizio presso la soprintendenza Archeologica di Roma e nostra apprezzata e stimata collega. Fine studiosa e eccellente archeologa, Fedora ha dedicato la sua carriera lavorativa alla salvaguardia, allo studio e alla valorizzazione del patrimonio archeologico e culturale di Roma, dedicandosi in particolare alla tutela dell’area centrale. Prima fra tutte va ricordata la sua attività come direttore della Domus Aurea dove ha portato avanti la messa in sicurezza e il restauro del monumento e, con la consueta lungimiranza, ne ha reso partecipe il grande pubblico in tempo reale.

L’archeologa Fedora Filippi (foto sabap roma)
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La copertina del libro “HORTI ET SORDES. Uno scavo alle falde del Gianicolo”

Responsabile della tutela archeologica delle aree di Campo Marzio e Trastevere, è stata autrice di scoperte archeologiche di grande importanza, come le scuderie imperiali di via Giulia, il complesso sotto la Rinascente in via del Tritone, gli Horti alle falde del Gianicolo, solo per ricordarne alcune e che spesso sono confluite in pubblicazioni scientifiche di grande spessore come “Horti et sordes. Uno scavo alle falde del Gianicolo” del 2008 e “Campo Marzio. Nuove ricerche” del 2016. Nella sua attività – continuano – ha sempre messo in primo piano anche la divulgazione, curando mostre di grande impatto e respiro e che testimoniano il suo interesse e curiosità anche per argomenti diversi, come “I colori del fasto. La domus del Gianicolo e i suoi marmi” del 2005, “Ricostruire l’antico prima del virtuale. Italo Gismondi un architetto per l’archeologia” del 2007, “I colori dell’archeologia. La documentazione archeologica prima della fotografia a colori” del 2009. Durante gli anni in Soprintendenza ha curato anche la sistematizzazione e informatizzazione dei dati dell’archivio storico archeologico, organizzandoli in una banca dati consultabile on-line e ha coordinato l’attività di tutela nell’area centrale. Per tutti noi suoi colleghi, quella di Fedora, è una grande perdita e ci mancheranno molto la sua intelligenza, la sua preparazione e la sua amicizia e affettività. Ai familiari e agli amici le nostre più partecipate condoglianze”.

L’archeologa Fedora Filippi a Beirut durante la missione archeologica (foto ilmitte)

Un personalissimo ricordo l’ha scritto la giornalista Lucia Conti, direttore de “Il Mitte”, il primo quotidiano online per gli italiani all’estero, inaugurato il 7 maggio 2012 a Berlino. “Per me questa donna dalla mente eccelsa – scrive Lucia Conti – era soprattutto Fedora, o Fedi. L’ho conosciuta per la prima volta a casa dell’amica comune Amelia Massetti, persona straordinaria che tanto le è stata vicina, fino all’ultimo giorno. Ricordo il suo sorriso, la sua eleganza e ricordo il fatto che ci venne naturale chiacchierare. Parlammo del lavoro, delle incombenze del momento, della serata piacevolissima che stavamo vivendo, di cose poco importanti e importantissime, nello schema generale della vita. Il legame si creò subito. Ebbi la grande fortuna e l’onore di essere oggetto della sua stima”. E continua: “Ricordo la sua timidezza, le sue mani che quasi tremavano, la riservatezza estrema che questa donna così elegante e delicata mostrava quando si trattava di venire avanti anche in prima persona, e non solo attraverso i risultati del suo eccellente lavoro. Laddove molti rivendicano titoli e spazi con tracotanza, a volte anche a gomitate, lei nascondeva i suoi successi come se fossero colpe. Però era sempre pronta a farsi violenza e a vincere se stessa, quando si trattava di esporsi per una causa giusta. A casa sua ebbi modo di scorrere alcune tra le sue innumerevoli pubblicazioni scientifiche, che l’avevano resa una star dell’archeologia. E quanto si imbarazzerebbe, se leggesse oggi queste mie parole! Scoprii anche che aveva lavorato a Beirut, con grande successo e in condizioni di estremo pericolo. Ogni tanto spuntava fuori un tassello di quel meraviglioso mosaico che è stata la sua vita professionale e quando accadeva era bellissimo restare in silenzio, a imparare”. Conclude Lucia Conti: “Sinceramente prostrata dalla notizia, mi unisco a chi la amava, è l’unica cosa che posso fare. Quindi abbraccio con tutto il cuore innanzitutto la famiglia, il marito Henner, che è stato straordinario in momenti terribili, e Federica, gemella di Fedora, che sono stata felicissima di conoscere, anche se in circostanze davvero tristi. Fedora è andata via in una giornata uggiosa. Il giorno dopo è spuntato il sole e domina il suo ricordo, più luminoso di quanto sia questo spicchio di luce a cui sto anche dando le spalle. Voglio immaginarla immersa nelle cose che amava: leggere, studiare, viaggiare, esplorare il passato del mondo, le sue passeggiate nel bosco, la purezza assoluta dei monti e i soggiorni in famiglia sul Baltico, quando c’è sole, ma fa ancora freddo”.

Roma. “L’importanza di chiamarsi Harnste”: Valentino Nizzo, direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, annuncia una diretta Fb per approfondire e dare risposte sull’eccezionale scoperta dell’iscrizione all’interno di un elmo di 2400 anni fa rinvenuto a Vulci nel 1930

Dettaglio dell’iscrizione HARNSTE scoperta all’interno dell’elmo da Vulci, esposto al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mauro Benedetti)

È rimasta nascosta per circa 2400 anni all’interno dell’elmo della tomba 55 della necropoli dell’Osteria di Vulci ed è stata scoperta tra i reperti esposti al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, all’interno di un elmo che ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia: è un’iscrizione etrusca, sfuggita ai suoi scopritori nel 1930, ma non all’occhio digitale e dei restauratori, che offre nuovi dati per la ricostruzione dell’arte della guerra nel mondo etrusco-italico della metà del IV secolo a.C. Ne abbiamo parlato qualche giorno fa (vedi Roma. Scoperta al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia un’iscrizione nascosta all’interno di un elmo di 2400 anni fa, rinvenuto nel 1930 a Vulci: ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia | archeologiavocidalpassato).

Il direttore Valentino Nizzo accanto all’elmo da Vulci mostra il numero di Archeologia Viva (foto etru)

È lo stesso direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, Valentino Nizzo, che su un video (vedi Facebook) introduce il pubblico a questa scoperta con un excursus storico-linguistico che ci permetta di capire meglio l’importanza del rinvenimento all’interno dell’elmo da Vulci.

Locandina della diretta FB “L’importanza di chiamarsi Harnste” con Valentino Nizzo

Ma non è tutto. Il grande interesse e la curiosità suscitati sui media nazionali e internazionali dalla notizia dell’iscrizione rimasta nascosta per oltre 90 anni all’interno di un elmo etrusco di 2400 anni fa scavato nella necropoli dell’Osteria di Vulci da Raniero Mengarelli e Ugo Ferraguti, ha convinto Valentino Nizzo a proporre un approfondimento con una diretta sul suo profilo Facebook lunedì 3 gennaio 2022 alle 18: “L’importanza di chiamarsi Harnste”. In un’ora e un quarto il direttore dell’Etru cercherà di dare risposte ad alcune domande (qual è la sua importanza storica e archeologica? Cosa racconta e cosa consente di ipotizzare la nuova iscrizione? Com’è stata interpretata?) e ad altri interrogativi posti da questa eccezionale scoperta.

Cosa ci porta il nuovo anno? Il restauro e la valorizzazione del cavallo scoperto da Maiuri nel 1938: nuovo allestimento nello stabulum a sud di via dell’Abbondanza, inclusivo e accessibile anche a ipovedenti. Parla la responsabile Luana Toniolo

Lo scheletro del cavallo scoperto nel 1938 da Maiuri è nel laboratorio di restauro di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Cosa ci porta il nuovo anno? Questa volta non parliamo di una grande mostra o di nuovi musei, ma di un reperto che grazie al restauro e a nuovi studi verrà valorizzato e presentato al pubblico in sicurezza: è il cosiddetto Cavallo di Maiuri. Lo scheletro del cavallo rinvenuto nel 1938 da Amedeo Maiuri in un ambiente della antica città di Pompei è oggetto infatti di un progetto di restauro e valorizzazione a cura del Parco archeologico di Pompei, finalizzato al recupero e alla tutela del reperto. Una volta restaurato e consolidato grazie al rilievo laser scanner dello scheletro, sarà realizzato un modello in 3d per ipovedenti in vista di un nuovo allestimento in situ accessibile e inclusivo. “Si tratta di un intervento multidisciplinare”, sottolinea il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, “che vede all’opera i restauratori in primis e gli archeologi, costantemente affiancati in ogni fase degli interventi da un archeozoologo al fine di condurre un adeguato studio scientifico del cavallo, non affrontato all’epoca del Maiuri, che sarà in grado di fornire ulteriori e importanti informazioni sul tipo di animali che venivano utilizzati a Pompei e sulle loro caratteristiche. Il progetto di valorizzazione del reperto nel suo nuovo allestimento lo renderà, inoltre, fruibile a tutti i visitatori, nell’ottica della massima accessibilità e inclusività, anche relativamente alla conoscenza delle attività di restauro del Parco”. Il gruppo lavoro è composta da Luana Toniolo, responsabile del progetto; Stefania Giudice, direttore dei lavori; Paola Sabbatucci, direttore operativo restauratore; Arianna Spinosa, direttore operativo architetto; Armando Santamaria, direttore operativo ingegnere; Amedeo Mercogliano, supporto contabile Ales; Natascia Pizzano, archeozoologo; DF14 – Restauro Beni Culturali di Debora Fagiani; SineCera Studio – sinecerastudio.it.

A raccontarci della storia di questo reperto e del suo restauro e valorizzazione è la stessa responsabile, Luana Toniolo, archeologa del parco archeologico di Pompei. “Nel 1938 Maiuri mentre scavava questo settore della città a sud di via dell’Abbondanza – ricorda Luana Toniolo – identificò una struttura quadrata in muratura che poteva essere una mangiatoia. E proprio a pochi centimetri da questa struttura, dai lapilli cominciò a emergere il cranio di un cavallo. Emerse il cranio, emerse il collo e parte della colonna vertebrale. Continuando con lo scavo si vide che era un vero e proprio cavallo e che ci trovavamo in uno stabulum, in una stalla. Vicino infatti al cavallo e alla mangiatoia si rinvennero infatti anche dei resti organici, paglia. Maiuri decise quindi di applicare anche qui quella strategia di musealizzazione che stava applicando in tutto il sito, cioè un vero e proprio museo diffuso, lasciando i reperti in situ là dove li trovava, come fece ad esempio nella Casa del Menandro, alla Villa de Misteri, attuando quindi una strategia che era già stata sperimentata nei decenni precedenti da Spinazzola. Ad esempio, nel famoso allestimento del Thermopolium di Asellina”.

Lo scheletro del cavallo come appariva nel suo allestimento allo stabulum nel 1941-1942 in una foto dell’archivio fotografico del Parco archeologico di Pompei

“In questo stabulum, quindi, coperto da una tettoia – continua l’archeologa -, rimise in piedi il cavallo. Un cavallo alto 1 metro e 34 al garrese, utilizzato per il trasporto delle merci, per il traino. Dobbiamo infatti ricordare che a Pompei oltre ai suoi abitanti in città c’erano anche gli animali: pensiamo ai cani, di cui c’è il famoso calco della Casa di Vesonius Primus. Ma c’erano anche i cavalli che servivano per quei carri che sono attestati a Pompei, come ad esempio, nella Casa del Menandro”.

Restauratori all’opera sul “Cavallo di Maiuri” nei laboratori di Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Con il passare dei decenni però questo cavallo venne in parte dimenticato e abbandonato, e soggetto a un progressivo degrado. Abbiamo quindi deciso di procedere finalmente al suo restauro. E a un nuovo allestimento che permetta appunto di valorizzarlo. Abbiamo quindi iniziato questo intervento che è un vero e proprio intervento multidisciplinare – spiega Luana Toniolo – perché, oltre al lavoro dei restauratori in primis e degli archeologi, tutto il lavoro è seguito costantemente da un archeozoologo sia per permettere uno studio finalmente veramente scientifico di questo cavallo, che quindi può darci delle informazioni importantissime sul tipo di animali che venivano utilizzati a Pompei, sia per progettare un nuovo allestimento rispettoso dell’originario allestimento di Maiuri ma che permetterà quindi a breve tempo al visitatore di rivedere questo cavallo”.

Ma si tratterà di un allestimento che vuole anche essere inclusivo e accessibile, anche dal punto di vista cognitivo. Perché ora per gli ipovedenti abbiamo predisposto anche un modellino 3D di questo cavallo, che quindi può essere toccato, un modellino tattile, anche con una differenziazione tra le parti effettivamente conservate e quelle che ricostruiremo, per capire insieme a una spiegazione in braille la storia di questo cavallo.

Rilievo con laser scanner del Cavallo di Maiuri (foto parco archeologico pompei)

“La nostra metodologia di lavoro – sottolinea la responsabile del progetto – ha previsto innanzitutto un rilievo con laser scanner del cavallo, che ha permesso di realizzare un vero e proprio modello 3D. Una volta realizzato questo modello 3D, abbiamo iniziato a smontare il cavallo che, infatti era in posizione verticale grazie a un’armatura metallica, ancora quella dei tempi di Maiuri, con dei restauri e interventi successivi, ma che l’aveva in parte danneggiato con fenomeni di ossidazione che hanno intaccato anche il colore delle ossa. Abbiano quindi provveduto a staccare questo filo metallico, a smontare il cavallo e a portarlo in laboratorio”.

Interventi di restauro, pulizia e consolidamento sul Cavallo di Maiuri (foto parco archeologico pompei)

“Ora il cavallo è sottoposto a un processo di restauro, di pulizia, di consolidamento. E con la collaborazione dell’archeozoologo stiamo valutando quali parti sarà opportuno ristampare mediante una scansione 3D. Rispetto infatti a quello che ci raccontano le foto d’epoca, il cavallo ha perso molte delle sue ossa: molte costole della gabbia toracica, alcune vertebre, parte della coda. Valuteremo quindi quello che è opportuno integrare e poi lo rimonteremo in una posizione che sia scientificamente più corretta, perché nel corso del tempo ha perso la sua postura originale. Lo rimonteremo – conclude – con una struttura e con materiali nuovi che siano adatti al microclima e che quindi rispettino anche le necessarie condizioni di tutela del cavallo”.

Roma. Scoperta al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia un’iscrizione nascosta all’interno di un elmo di 2400 anni fa, rinvenuto nel 1930 a Vulci: ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia

Veduta laterale dell’elmo italico a calotta con gola e dischetti di bronzo fuso per la protezione dei lobi auricolari dalla tomba 55 della necropoli dell’Osteria di Vulci, scavi Ferraguti-Mengarelli 1930. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mauro Benedetti)

È rimasta nascosta per circa 2400 anni all’interno dell’elmo della tomba 55 della necropoli dell’Osteria di Vulci ed è stata scoperta tra i reperti esposti al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, all’interno di un elmo che ci ha restituito il nome di un guerriero e un frammento della sua possibile storia: è un’iscrizione etrusca, sfuggita ai suoi scopritori nel 1930, ma non all’occhio digitale e dei restauratori, che offre nuovi dati per la ricostruzione dell’arte della guerra nel mondo etrusco-italico della metà del IV secolo a.C. “Un elmo venuto alla luce nel 1930 ed esposto sin quasi da subito insieme al resto del corredo nelle sale del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia”, racconta il direttore Valentino Nizzo, “ha svelato dopo quasi un secolo il segreto che custodiva gelosamente da quasi 2400 anni. Una breve iscrizione etrusca nascosta al suo interno era finora sfuggita all’attenzione di tutti, nonostante la cura con la quale Ugo Ferraguti e Raniero Mengarelli – artefici della scoperta – avevano trattato i materiali rinvenuti a partire dal 1928 durante le fortunatissime campagne di scavo realizzate nella necropoli dell’Osteria di Vulci. Si trattava delle prime indagini archeologiche condotte con metodo scientifico moderno nell’antica città etrusca, dopo secoli di saccheggi quasi indiscriminati. La morte prematura di entrambi gli scavatori ha impedito finora la loro pubblicazione per problemi legati anche allo studio della documentazione di scavo. Nonostante questo, i contesti più importanti vennero sin da subito destinati alla pubblica fruizione nelle sale vulcenti di Villa Giulia”.

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Distribuzione degli esemplari di provenienza certa degli elmi del medesimo tipo (elaborazione R. Graells i Fabregat aggiornata da V. Nizzo)

“Un recente intervento di digitalizzazione e di verifica dello stato di conservazione di alcune armi custodite nelle collezioni del Museo – continua – ha portato all’inattesa scoperta. I risultati dello studio scientifico dell’iscrizione e una sua prima proposta interpretativa appariranno sul prossimo numero della rivista Archeologia Viva. L’epigrafe, incisa all’interno del paranuca dopo la manifattura, restituisce molto probabilmente un gentilizio privo finora di riscontri puntuali nell’onomastica etrusca, a fronte di migliaia di iscrizioni note. Se si escludono gli esemplari con dediche votive e un gruppo di 60 elmi (su 150) tutti contraddistinti dal medesimo gentilizio rinvenuti sull’acropoli di Vetulonia nel 1904, sono circa una decina le armi di questo tipo caratterizzate da iscrizioni come quella appena individuata, documentate in ambito etrusco e italico tra il VI e il III secolo a.C. Si tratta, dunque, di un tipo di evidenza molto rara che offre informazioni fondamentali per la ricostruzione dell’organizzazione militare e dell’evoluzione dell’arte della guerra nell’Italia preromana”.

Il direttore Valentino Nizzo accanto all’elmo da Vulci mostra il numero di Archeologia Viva (foto etru)

“In base al suo esame tipologico e alle informazioni fornite dagli altri oggetti del corredo della tomba 55 (una delle più ricche tra quelle coeve rinvenute a Vulci)”, spiega Nizzo, “la deposizione dell’elmo può essere datata intorno alla metà del IV secolo a.C. Siamo in un’epoca caratterizzata da una forte conflittualità tra popoli che competevano per il predominio nella nostra Penisola o per la semplice sopravvivenza, minacciata dalla calata dei Celti che nel 390 avevano messo a ferro e fuoco la stessa Roma. L’elmo di Vulci si inserisce perfettamente in questo contesto e, grazie alla sua iscrizione, racconta una pagina inedita della vita di un guerriero del suo tempo, anche se non è possibile stabilire con certezza se il nome conservato coincida con quello del suo ultimo proprietario. Molti indizi, infatti, ci portano a cercare le sue origini in un’altra città, al confine tra Umbri ed Etruschi, Perugia”.

Dettaglio dell’iscrizione scoperta all’interno dell’elmo da Vulci, esposto al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mauro Benedetti)

“La lettura non comporta particolari difficoltà”, riprende, “e consente di ricostruire una sequenza completa di 7 lettere disposte ai lati di un ribattino: HARN   STE. Quest’ultimo ostacolo sembrerebbe essere stato considerato dall’autore dell’epigrafe la quale, molto probabilmente, va letta come un’unica parola, quasi certamente un gentilizio per analogia con le altre iscrizioni rinvenute su elmi e caratterizzate da una simile collocazione. La presenza all’interno doveva infatti essere nota solo a chi utilizzava l’elmo e, quindi, molto probabilmente doveva indicare il suo proprietario. Questo rafforzava il senso di appartenenza di un oggetto di vitale importanza che, nel nascondere le sembianze del guerriero e nel proteggerlo, diveniva la sua proiezione metaforica. Se i guerrieri potevano viaggiare come mercenari alle dipendenze del migliore offerente, ancora di più potevano viaggiare le loro armi, donate come premio o acquisite come preda bellica sul campo di battaglia. Anche se non è più possibile stabilire se Harnste fosse il suo gentilizio o quello di un rivale ucciso su un ignoto campo di battaglia – sostiene – ci piace pensare che il pubblico che da ora in poi ammirerà l’elmo vulcente potrà memorizzare non soltanto il freddo numero d’ordine di una tomba ma anche qualcosa di più intimo e personale, come un nome e alcuni brandelli della possibile storia di chi, un tempo, lo aveva posseduto e aveva affidato ad esso la sua vita”.

Fotomosaico e rielaborazione dell’iscrizione dell’elmo da Vulci, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto ed elaborazione Miriam Lamonaca)

“Contrariamente a quanto si pensava finora”, spiega il direttore di Etru, “è possibile che il nostro elmo non sia stato prodotto a Vulci ma a Perugia dove è documentato il maggior numero di esemplari di questo tipo peculiare, una via di mezzo tra i più antichi elmi tipo “Negau” di tradizione etrusca e quelli cosiddetti “Montefortino”, di tradizione celtica ma molto popolari anche nel mondo italico e nella Roma repubblicana. Tale provenienza sembrerebbe confermata dal gentilizio restituito dall’iscrizione, molto simile a quello documentato in un’epigrafe latina rinvenuta nei pressi del celebre ipogeo dei Volumni di Perugia e appartenuta a una donna di origini etrusche vissuta nel I secolo a.C.: Harnustia. Analogie possono essere ravvisate anche con i gentilizi Havrna, Havrenies/Harenies attestati agli inizi del III secolo a.C. a Bolsena, a metà strada tra Vulci e Perugia. A Perugia sembra tuttavia ricondurci quella che potrebbe essere l’origine del nome, se è corretto ipotizzare una sua correlazione con il toponimo Aharnam, menzionato da Tito Livio (X, 25.4) come sede di un accampamento romano alla vigilia della celebre battaglia delle Nazioni avvenuta presso Sentino nel 295 a.C. È infatti assai probabile che il piccolo centro etrusco-umbro menzionato da Livio vada identificato con la moderna Civitella d’Arna, vicinissima a Perugia. Il gentilizio del nostro guerriero si sarebbe dunque potuto formare traendo origine dal nome della città di cui era originario, come testimoniano diverse iscrizioni su armi, anche a seguito della mobilità dei militari e della loro eventuale propensione a essere chiamati con il nome del luogo di provenienza”.

Progetto Vulci 3000 della Duke University con la collaborazione della Fondazione Luigi Rovati. Nuove scoperte dalla città etrusca: è venuto alla luce il complesso sistema idraulico

Bocca di fontana in marmo configurata a Sileno. I-II sec. d.C. dall’ambiente 5: scavo Duke University nell’area urbana di Vulci (foto flr)
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Il team di ricercatori impegnato nella campagna di scavo 2021 a Vulci (foto flr)

Fondazione Luigi Rovati collabora con il progetto di ricerca Vulci 3000 della Duke University (Durham, North Carolina) incentrato sullo studio e l’interpretazione della trasformazione di Vulci (Viterbo) durante la transizione da città etrusca a città romana. Si tratta di un importante progetto di ricerca, con un team internazionale guidato dal prof. Maurizio Forte (Duke University), giunto oggi a un punto di svolta: dopo sette anni di lavoro con tecnologie d’avanguardia, è venuto alla luce il complesso sistema idraulico della città etrusca di Vulci, composto da canali e cunicoli perfettamente conservati, che permettono uno studio accurato delle infrastrutture urbane di epoca etrusca. Tra i ritrovamenti più interessanti durante gli scavi, una bocca di fontana in marmo a forma di Sileno, ovvero un satiro, che appartiene al mondo mitologico greco e fa parte, insieme alle baccanti, del corteo del dio del vino Dioniso.

La canaletta individuata nel c.d. settore B, nell’area urbana di Vulci, realizzata con coppi giustapposti (foto flr)

Vulci rappresenta un bacino archeologico di grandissimo interesse che, attraverso gli scavi, porta alla luce l’evoluzione dell’area, con particolare attenzione allo sviluppo e alla trasformazione urbana, l’identità culturale, lo spazio pubblico e privato, le tecniche di produzione. Grazie all’uso di tecnologie avanzate è stato ricostruito digitalmente l’assetto della viabilità antica, di grande fascino anche per i non addetti ai lavori. L’acqua è l’elemento centrale di tutto lo scavo: pozzi, cisterne, reti idrauliche complesse caratterizzano le fasi etrusche e romane in un complicato disegno ancora tutto da decifrare. Un triennio di collaborazione (e sette di attività) hanno portato alla luce una rete di cunicoli scavati nel tufo che sembrano confluire tutti in una precisa area sotterranea; tra le scoperte una delle più interessanti è sicuramente una canaletta costruita in coppi con lettere e numerali etruschi incisi. Il sistema idraulico doveva prevedere il filtraggio dell’acqua che scorreva da Sud a Nord come tutte le altre canalizzazioni. Questo sistema di captazione e ridistribuzione indica una centralizzazione pubblica nella gestione delle infrastrutture, come avviene nelle città moderne. Fra i ritrovamenti più interessanti nelle campagne di scavo spiccano ceramiche etrusco-corinzie (fine VII-inizio VI sec. a.C.), attiche, materiale votivo e, soprattutto, un frammento di anfora attribuibile al Pittore di Micali. Una attestazione unica nel suo genere per l’area urbana, perché le opere di questo artigiano, che prende il nome da Giuseppe Micali – storico vissuto in età risorgimentale e primo ad averlo studiato -sembravano destinate esclusivamente al mondo funerario e qua si trovano invece in area urbana.

Edificio pubblico che dà sul decumano di Vulci, databile alla prima età imperiale, pavimentato con lastre di travertino (foto flr)
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Grande cisterna individuata al di sotto del grande ambiente lastricato di Vulci (foto flr)

Tante le novità emerse dalle indagini dell’ultima campagna di scavo 2021: appare ormai chiaro che l’edificio pubblico affacciato sul Decumano e databile alla prima età imperiale – pavimentato con lastre di travertino e in origine riccamente decorato con marmi, stucchi e affreschi policromi – insiste, come gli ambienti circostanti, su una complessa stratificazione relativa alla fase etrusca del sito. Sempre più evidente, inoltre, il fondamentale ruolo avuto dall’acqua nell’intera area, da ricollegare, molto verosimilmente, a precise esigenze che travalicano la mera utilità pratica di questo bene preziosissimo: alla grande cisterna individuata al di sotto del grande ambiente lastricato, si sono aggiunti quest’anno un complesso sistema di cunicoli, oltre a pozzi e canalette. Interessantissima, in particolare, la canaletta individuata nel c.d. settore B, realizzata con coppi giustapposti, molti dei quali presentavano numerali o segni alfabetici in etrusco incisi sulla superficie.

Egitto. Webinar promosso dall’istituto italiano di Cultura al Cairo su “Progetto archeologico Kom al-Ahmer – Kom Wasit: dieci anni di indagini nel Delta del Nilo occidentale” a cura di Cristina Mondin dell’università di Padova, dove è emersa un’antica capitale. Ecco come seguirlo

L’appuntamento è martedì 20 dicembre 2021, alle 17 ora italiana (18 ora egiziana) per il webinar “Progetto archeologico Kom al-Ahmer – Kom Wasit: dieci anni di indagini nel Delta del Nilo occidentale” a cura di Cristina Mondin dell’università di Padova, promosso dal Centro archeologico italiano dell’Istituto italiano di Cultura al Cairo in collaborazione con l’ambasciata italiana al Cairo. La conferenza potrà essere seguita attraverso Microsoft Teams al link https://teams.microsoft.com/l/meetup-join/19%3ameeting_MDMwYzMzMzgtZWQwYS00MTcyLTg1YzItNGUzMWJkOGEzOWQ4%40thread.v2/0?context=%7b%22Tid%22%3a%2234c64e9f-d27f-4edd-a1f0-1397f0c84f94%22%2c%22Oid%22%3a%22babdcf46-9524-4ae8-ae30-59e751a8a656%22%7d (istruzioni: 1- clicca sul link; 2- scegli “continua su questo browser”, non sarà necessario scaricare alcuna applicazione; 3 – fai clic su partecipa e sarai nella sala riunioni; 4- Se ti iscrivi da cellulare, dovrai installare l’app).

Istantanee dallo scavo di Kom al-Ahmer e Kom Wasit nel Delta occidentale (foto unipd)
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Cristina Mondin dell’università di Padova

Era il 2014 quando il tam tam mediatico iniziò a far circolare nel mondo la notizia della scoperta un’antica capitale sul Delta del Nilo, a Kom al-Ahmer e Kom Wasit, siti a 6 km a Ovest del ramo Rosetta del Nilo, 35 km a Sud di Rosetta, 40 km a Sud-Est del porto di Thonis-Heracleion, e 52 km a Sud-Est del porto di Alessandria, proprio nella regione dove le fonti storiche e i geografi ellenistici e romani situano la capitale chiamata Metelite: il Progetto Kom al-Ahmer e Kom Wasit della missione archeologica italiana ha permesso di riportare in luce i resti di due città che con ogni probabilità costituirono gli insediamenti successivi della famosa e mai ritrovata Metelis, riferibili almeno all’epoca romana, tardo romana e primo periodo arabo. La campagna di ricerca, sotto la direzione del campo di Mohamed Kenawi (Bibliotheca Alexandrina – Università di Catania), Cristina Mondin (università di Padova), Giorgia Marchiori (CAIE – Centro Archeologico Italo Egiziano) e con la direzione scientifica di Emanuele Papi (università di Siena) e Paola Zanovello (università di Padova), si è svolta in collaborazione con numerosi specialisti internazionali.

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Il complesso termale emerso a Kom al-Ahmer nel Delta occidentale (foto kom-ahmer archaeological project)

“Questa regione del Delta è poco noto sotto il profilo archeologico”, ricorda Cristina Mondin, “perché le prospezioni sono state possibili solo dopo la costruzione della diga di Aswan nel 1971 e la conseguente bonifica. Fino a quel momento erano noti solo pochi siti, tra cui proprio quello di Kom al-Ahmer, visitato per la prima volta dall’italiano Achille Adriani, grande esperto di arte alessandrina, ma solo nel 1942 indagato sotto la direzione dell’ispettore egiziano Abd el-Mohsen el-Khashab, che portarono alla luce un grande complesso termale e numerose monete databili tra i primi decenni dell’età ellenistica (III sec. a.C.) e gli inizi della dominazione araba (VII-VIII sec.). Mentre nel vicino sito di Kom Wasit fu effettuato solo un piccolo sondaggio esplorativo nel 1944 da un altro ispettore egiziano, Labib Habachi, che permise d’individuare un piccolo complesso termale di età ellenistica (III sec. a.C.). Ma poi non se ne fece più nulla”.

Sicilia. I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di Palermo restituiscono oltre 11mila reperti archeologici provento di scavi clandestini da siti archeologici siciliani, tra cui Himera, Morgantina e Megara Hyblea: lucerne, pesi da telaio, testine, oscilla, tessere di mosaico, elementi in pasta vitrea, elementi in bronzo, frammenti ceramici risalenti a varie epoche

Una testina fittile proveniente da scavi clandestini siciliani recuperata dai Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di Palermo (foto nucleo tpc palermo)
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Una moneta proveniente da scavi clandestini siciliani recuperata dai Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di Palermo (foto nucleo tpc palermo)

Oltre 11mila reperti archeologici provento di scavi clandestini sono stati restituiti allo Stato dai Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di Palermo, in collaborazione con la dipendente Sezione di Siracusa e il Comando Compagnia Carabinieri di Santo Stefano di Camastra. L’attività è stata coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Patti e ha origine da una segnalazione pervenuta alla Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Messina su scavi clandestini avvenuti all’interno dell’area archeologica di “Halaesa Arconidea” nel territorio di Tusa (ME), sito risalente al 403 a.C. Grazie agli immediati riscontri positivi ottenuti dal Nucleo TPC di Palermo, l’Autorità Giudiziaria ha emesso un decreto di perquisizione, la cui esecuzione ha permesso di sequestrare in due diverse abitazioni, a Caronia (ME) e a Siracusa, oltre 11mila reperti archeologici costituiti da lucerne, pesi da telaio, testine, oscilla, tessere di mosaico, elementi in pasta vitrea, elementi in bronzo, frammenti ceramici risalenti a varie epoche (arcaica, a vernice nera, rosa, di età medioevale), corredati da “pizzini” con l’indicazione dei siti archeologici siciliani di provenienza, tra cui Himera, Morgantina e Megara Hyblea. È stata emessa una denuncia per ricerche archeologiche non autorizzate e impossessamento di beni culturali appartenenti allo Stato, reati previsti dal “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”.

Pesi da telaio provenienti da scavi clandestini siciliani recuperata dai Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di Palermo (foto nucleo tpc palermo)

Questo recupero è il prodotto della mirata e costante attività di controllo e di monitoraggio dei siti archeologici siciliani svolta dal Comando TPC, in sinergia con i Comandi dell’Arma territoriale e gli Enti regionali di tutela, finalizzata anche all’individuazione di raccolte amatoriali non autorizzate dalle Autorità competenti, che causano danni irreparabili e permanenti nelle aree archeologiche. L’operazione costituisce un importante segno della presenza dello Stato nella prevenzione e nella repressione dei reati contro il patrimonio culturale.

Castelfranco Emilia. Inaugurato il nuovo allestimento del museo civico Archeologico “Simonini” per rendere immersiva l’esperienza di visita e maggiormente coinvolgente per gli studenti con opere multimediali per la divulgazione dei temi storico archeologici

Il museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” di Castelfranco Emilia

Fin dalla sua costituzione nel 1999, il museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” di Castelfranco Emilia, il romano Forum Gallorum, sulla via Emilia, insieme alla soprintendenza per i Beni archeologici (oggi Sabap per la Città Metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara) e l’Istituto per i Beni Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna (oggi Servizio Patrimonio Culturale della Regione Emilia-Romagna) ha cercato un costante interscambio con il suo territorio di riferimento, molteplici iniziative sia per il pubblico di addetti ai lavori, sia per quello meno esperto: attraverso le esposizioni, ma anche con l’organizzazione di giornate di studio, conferenze, oltre che iniziative didattiche rivolte alle scuole (vedi A Castelfranco Emilia nel rinnovato museo Archeologico “Simonini” apre la mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum”: viaggio in più di otto secoli di storia del territorio tra Mutina e Bononia lungo la via Emilia con reperti inediti | archeologiavocidalpassato). Proprio per valorizzare tutte le fasi cronologiche attestate nel territorio e contemporaneamente offrire un apparato comunicativo innovativo, rivolto ai diversi tipi di pubblico, è nata l’idea di ampliare il museo realizzando innanzitutto opere multimediali per la divulgazione dei temi storico archeologici allo scopo di rendere immersiva l’esperienza fruitiva del museo e maggiormente coinvolgente per gli studenti. castelfranco-emilia_archeologico_logoSabato 18 dicembre 2021, è stato presentato e inaugurato il nuovo allestimento alla presenza di Giovanni Gargano, sindaco; Leonardo Pastore, assessore alla Cultura; Monica Miari, funzionario Sabap; Anna Lina Morelli, università di Bologna; Luigi Malnati, già soprintendente e direttore della Direzione generale antichità del Ministero. E con collegamenti in videoconferenza di Cristina Ambrosini, dirigente Servizio Patrimonio Culturale della Regione Emilia Romagna; Valentino Nizzo, direttore museo nazionale Etrusco di Villa Giulia; Filippo Demma, direttore parco archeologico di Sibari; Raffaella Da Vela, ricercatrice Eberhand Karls Universität Tübingen; gen. Roberto Riccardi, capo Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale.

Dettaglio della Tabula Peuntingeriana con la via Emilia e il vicus di Forum Gallorum
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La sala dedicata ai reperti di età romana nel museo civico Archeologico “Celeste Simonini” a Castelfranco Emila (foto comune castelfranco emilia)

Il Museo espone una collezione archeologica che per importanza supera i confini locali per collocarsi tra i patrimoni archeologici più rilevanti della Regione Emilia-Romagna. Arricchito negli ultimi anni dai risultati delle ricerche e degli scavi condotti sul territorio comunale, racconta la storia del territorio e della città dal Neolitico al Medioevo, senza soluzione di continuità. Tra i numerosi reperti, tre sono le attestazioni archeologiche che rappresentano il fiore all’occhiello della collezione castelfranchese e che sono frutto di recenti scoperte e di studi approfonditi: l’insediamento di Piumazzo ascrivibile al Neolitico, il deposito di lingotti metallici di Aes signatum e la mansio romana sulla via Emilia. I ritrovamenti del periodo Neolitico risultano fondamentali in quanto attestano non solo l’occupazione dell’Alta pianura emiliana prima dell’età del Bronzo, ma anche la presenza e la diffusione della popolazione che prende il nome di “Cultura dei vasi a bocca quadrata”. Dagli scavi del 2012 di Cava Rondine a Piumazzo provengono ceramiche, resti faunistici ed oggetti quotidiani, oltre ad una pietra lavorata realizzata in selce alpina, manufatti in ossidiana, in cristallo di rocca e un frammento di ascia in pietra verde levigata. Le ceramiche, spesso in frammenti, sono decorate con forme geometriche e dinamiche, mentre vengono incise sulla bocca.

Un lingotto in bronzo fuso con il marchio “ramo secco” (aes signatum) dal ripostiglio di Riolo a Castelfranco Emilia (foto bbcc-ibc-emilia-romagna)

Eccezionale è la scoperta nel 1897, avvenuta nella frazione di Riolo, di un grande vaso in ceramica contenente un ripostiglio di lingotti. I lingotti in bronzo fuso, alcuni recanti il marchio a forma di “ramo secco” e denominati quindi “aes signatum”, hanno ancora una funzione incerta. L’ipotesi proposta più accreditata li vede come una forma di scambio, mentre il simbolo del ramo secco è interpretato come il marchio di una officina metallurgica. Il deposito di Castelfranco Emilia, con i suoi 99 frammenti di ferro e rame per un peso di 90 kg, è ad oggi il più il più cospicuo in Italia.

Lo scavo nel 2017 della mansio lungo la via Emilia a Castelfranco Emilia (la romana Forum Gallorum) (foto Sabap-Bo)
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La copertina della guida del Museo civico Archeologico di Castelfranco Emilia “A.C. Simonini”

All’interno della sala romana, la via Emilia e la mansio rappresentano il fulcro della collezione. Gli studi più recenti su Castelfranco e il suo territorio hanno portato a definire i limiti dell’insediamento romano con la recente scoperta di una mansio all’incrocio di via Valletta/Via Emilia, una stazione di sosta posta lungo le vie principali, scoperta tra il 2017 e il 2018 a nord della via Emilia (vedi Com’era organizzata una mansio romana? Come ci si viveva? La risposta dall’eccezionale scoperta a Castelfranco Emilia nella mostra “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia” | archeologiavocidalpassato). La frequente pratica di riutilizzare il materiale edilizio ci priva degli alzati della mansio, mentre dalle fondamenta è possibile datare il primo impianto, di forma quadrangolare con cortile interno, al II secolo a.C. Erano presenti stalle ed aree ad uso abitativo. I reperti rinvenuti sono costituiti da oggetti quotidiani di ottima fattura, come vasellame in vetro e in ceramica da tavola, oltre ad un unicum nel suo genere, una coppa in vetro blu databile al I secolo a.C. La campagna di scavo del 2017, inoltre, ha restituito ventidue monete romane, inquadrabili in un arco di tempo compreso tra il II secolo a.C. e il IV-V secolo d.C. che segnalano la vita della mansio. È oggi disponibile una Guida al Museo.

Siracusa. Al museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” apre la mostra “Castelluccio. Ambiente, commercio e simboli nella Sicilia Sud Orientale” con reperti provenienti dagli scavi dell’abitato di Castelluccio di Noto, il sito più importante in Sicilia nel Bronzo antico (scavato proprio da Paolo Orsi), esposti per la prima volta affiancati da reperti coevi da Eolie, Puglia e Malta

La necropoli di Castelluccio di Noto, sito archeologico dell’Età del Bronzo antico siciliano

Sabato 18 dicembre 2021, alle 17, al museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa apre la mostra “Castelluccio. Ambiente, commercio e simboli nella Sicilia Sud Orientale” dove sono esposti per la prima volta reperti provenienti dagli scavi dell’abitato del sito più importante in Sicilia nel Bronzo antico. Parliamo di Castelluccio di Noto, sito archeologico localizzato in provincia di Siracusa, tra i comuni di Noto e Palazzolo Acreide e che ha dato il nome all’omonima cultura di Castelluccio. Il sito venne localizzato dall’archeologo Paolo Orsi che lo datò tra il XIX ed il XV secolo a.C. e, pertanto, alla prima età del Bronzo siciliana. Gli studiosi hanno individuato il piano dell’abitato, posto su uno sperone roccioso, una sorta di acropoli fortificata e, la necropoli. La necropoli consta di oltre 200 tombe a grotticella artificiale, scavate nelle pareti ripide della vicina cava della Signora. La più monumentale è la cosiddetta “Tomba del Principe” con un prospetto costituito da quattro finti pilastri. Dal sito vengono numerosissimi materiali ceramici, oggi esposti al museo archeologico “Paolo Orsi” di Siracusa, oltre a reperti in bronzo e due famosissimi portelli tombali con incisi simboli spiraliformi.

Locandina della mostra “Castelluccio. Ambiente, commercio e simboli nelle Sicilia Sud Orientale” al museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa dal 18 dicembre 2021 al 28 febbraio 2022

La mostra “Castelluccio. Ambiente, commercio e simboli nelle Sicilia Sud Orientale”, dal 18 di­cem­bre 2021 al 28 feb­bra­io 2022, suddivisa in sette sezioni, è arricchita da reperti della cultura di capo Graziano concessi in prestito dal parco archeologico delle Isole Eolie. Uno spazio avrà la necropoli di contrada Travana a Buccheri e, infine, si potranno ammirare gli ossi a globuli ritrovati a Malta e in Puglia, grazie alla collaborazione con il parco archeologico di Leontinoi, il national museum of Archaeology di Malta e il museo Archeologico nazionale di Altamura. La mostra offre uno spac­ca­to del­le con­di­zio­ni di vita di più di 3500 anni fa gra­zie alle ri­ve­la­zio­ni for­ni­te dal­le mo­der­ne ana­li­si con­dot­te ne­gli ul­ti­mi anni sui re­per­ti fau­ni­sti­ci, gli stu­di sui car­bo­ni e sui re­si­dui or­ga­ni­ci so­prav­vis­su­ti al­l’in­ter­no dei vasi che han­no per­mes­so di ri­co­strui­re l’am­bien­te, la fau­na e la me­to­do­lo­gia di co­stru­zio­ne del­le ca­pan­ne. Nu­me­ro­si i re­per­ti che sa­ran­no espo­sti, an­che se il pez­zo più in­te­res­san­te è un gran­de pi­thos, ri­com­po­sto da cen­ti­na­ia di fram­men­ti dopo un ac­cu­ra­to la­vo­ro di re­stau­ro. Il vaso, pro­ve­nien­te pro­prio da ­Ca­stel­luc­cio, in ori­gi­ne, con­te­ne­va olio d’o­li­va, e rap­pre­sen­ta la te­sti­mo­nian­za più an­ti­ca in Si­ci­lia e in Ita­lia del­la col­ti­va­zio­ne del­l’u­li­vo. “Le sco­per­te ar­cheo­lo­gi­che ci con­se­gna­no ogni gior­no nuo­ve ri­ve­la­zio­ni sul­la sto­ria del­la no­stra “, sot­to­li­nea l’as­ses­so­re re­gio­na­le dei Beni cul­tu­ra­li del­l’I­den­ti­tà si­ci­lia­na Al­ber­to Sa­mo­nà, “so­prat­tut­to re­la­ti­va­men­te alle fasi più an­ti­che. Un im­pe­gno, quel­lo del po­ten­zia­men­to del­la ri­cer­ca ar­cheo­lo­gi­ca, sul qua­le sia­mo co­stan­te­men­te pro­iet­ta­ti nel­la con­sa­pe­vo­lez­za che le pa­gi­ne del­la no­stra sto­ria sono il pa­tri­mo­nio più si­gni­fi­ca­ti­vo che pos­se­dia­mo, sia in ter­mi­ni col­le­ga­men­ti con gli stu­dio­si di tut­to il mon­do che di at­trat­ti­vi­tà ver­so quan­ti ogni anno scel­go­no la Si­ci­lia come meta del­le loro va­can­ze”.

Uno dei portelli tombali dai rilievi enigmatici provenienti da Castelluccio di Noto

La mo­stra è un’oc­ca­sio­ne per pre­sen­ta­re al gran­de pub­bli­co re­per­ti, fi­no­ra ine­di­ti, pro­ve­nien­ti sia dal­lo sca­vo del­l’a­bi­ta­to ef­fet­tua­to da Giu­sep­pe Voza tra il 1989 e il 1993, che da al­tri siti con­tem­po­ra­nei del­la Si­ci­lia e del­le iso­le Eo­lie. Dopo gli sca­vi nel­la ne­cro­po­li ef­fet­tua­ti da Pao­lo Orsi alla fine del­l’Ot­to­cen­to, il sito è ri­sul­ta­to uno tra i più in­te­res­san­ti in Si­ci­lia, tan­to che Lui­gi Ber­na­bò Brea die­de il nome di “fase di Ca­stel­luc­cio” al pe­rio­do del Bron­zo An­ti­co si­ci­lia­no, che da­tia­mo tra la fine del III e l’i­ni­zio del II mil­len­nio a.C. È da Ca­stel­luc­cio che pro­ven­go­no i fa­mo­si por­tel­li tom­ba­li con mo­ti­vi de­co­ra­ti­vi a bas­so­ri­lie­vo in­ter­pre­ta­ti come la sti­liz­za­zio­ne del­l’at­to ses­sua­le e, an­co­ra, gli ossi a glo­bu­li, enig­ma­ti­ci og­get­ti dal­l’in­cer­ta fun­zio­ne pre­zio­sa­men­te de­co­ra­ti ad in­ci­sio­ne, ri­tro­va­ti an­che in Gre­cia, a Tro­ia, a Mal­ta e in Pu­glia (que­sti ul­ti­mi due giun­gono a Si­ra­cu­sa per la pri­ma vol­ta in pre­sti­to tem­po­ra­neo).