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Egitto. Con la Tac sbendata digitalmente dopo 2300 anni la mummia del Ragazzo d’oro, adolescente vissuto in una ricca famiglia in epoca tolemaica, sepolto a Edfu con maschera d’oro e sandali: tra le bende e nel corpo 49 amuleti di cui 30 d’oro: occhio di Horus, scarabei, nodo di Iside, piume di Maat. E una lingua d’oro

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Lo sbendaggio digitale della mummia del Ragazzo d’oro, scoperta a Edfu, e conservata al museo Egizio del Cairo (foto ministry of tourism and antiquities)

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La paleoradiologa Sahar Saleem accanto alla mummia del Ragazzo d’Oro prima della Tac al Cairo (foto ministry of tourism and antiquities)

Dopo 2300 anni la mummia del “Ragazzo d’oro” è stata sbendata rivelando ben 49 amuleti preziosi di 21 tipi differenti, dall’occhio di Horus allo scarabeo, dall’amuleto dell’orizzonte alla placenta, dal nodo di Iside alle due piume. Sono stati inseriti dagli abilissimi imbalsamatori tra le bende dell’adolescente vissuto in una ricca famiglia dell’Antico Egitto in epoca tolemaica. Ma senza danneggiare la mummia del Ragazzo d’oro conservata nel seminterrato del museo Egizio di Tahrir al Cairo per più di un secolo. Come? Con uno sbendaggio digitale grazie alle scansioni TC e alla stampa 3D eseguite dal team, guidato da Sahar Saleem, sul corpo imbalsamato del ragazzo, rinvenuto nel 1916 in un cimitero utilizzato in epoca tolemaica, tra il 332 e il 30 a.C., circa nella città di Edfu, Governatorato di Assuan, nel Sud dell’Egitto. I risultati di questi studi scientifici, che hanno portato a svelare l’identità di questa mummia, il suo stato di conservazione e ciò che contiene di segreti, sono stati pubblicati su Frontiers in Medicine il 24 gennaio 2023. La mummia è stata esaminata per la prima volta nel 2015 da Sahar Saleem, paleoradiologa alla Facoltà di Medicina dell’università del Cairo, in collaborazione con Sabah Abdel Razek, direttore generale del museo Egizio di Tahrir, e Mahmoud El-Haloogy, ex direttore del museo, utilizzando scansioni TC , in sicurezza, attraverso il dispositivo nel museo, utilizzando la radiologia avanzata, i moderni programmi per computer e la stampa 3D.

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La posizione degli amuleti sulla mummia del Ragazzo d’Oro (foto ministry of tourism and antiquities)

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La Tac ha rivelato le diverse tipologie degli amuleti (foto ministry of tourism and antiquities)

Gli antichi egizi ritenevano che dopo la morte del corpo, il defunto dovesse affrontare un viaggio nell’aldilà, superando una prova per dimostrare la purezza della propria anima: per questo il corpo veniva mummificato e protetto con amuleti. “Il corpo di questo ragazzo, morto all’età di 15 anni”, spiega Sahar Saleem, “è stato imbalsamato con grande cura. Il cervello è stato rimosso attraverso la narice, e la resina è stata posta all’interno della cavità cranica. Anche le viscere sono state rimosse attraverso una piccola incisione nel basso addome, mentre gli imbalsamatori hanno mantenuto il cuore, che si vede ai raggi X, all’interno della cavità toracica”. Il giovane è stato sepolto con un paio di sandali e una maschera dorata. “Gli egizi erano affascinati da piante e fiori e credevano che possedessero effetti sacri e simbolici”, continua Saleem: “il Ragazzo d’oro era stato infatti sepolto con della felce. Fiori e piante sono stati trovati anche nelle tombe dei faraoni Amenofi I e Ramses II”. Le scansioni TC bi e tridimensionali hanno mostrato – come detto – che c’erano 49 amuleti disposti in tre colonne tra le pieghe dei rotoli di lino e all’interno del corpo della mummia. Di questi, 30 sono d’oro, mentre il resto degli amuleti sono di pietre semipreziose, argilla o maiolica, oltre a un amuleto a forma di lingua di oro posto all’interno della bocca del defunto in modo che potesse parlare nell’altro mondo, e anche a un altro grande amuleto a forma di scarabeo in oro posto all’interno della cavità toracica della mummia, che è stato riprodotto utilizzando la stampa 3D.

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Il grande amuleto a forma di scarabeo d’oro posto nel torace della mummia del Ragazzo d’Oro e rivelato dalla Tac al Cairo (foto ministry of tourism and antiquities)

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La radiografia rivela un amuleto a lingua d’oro nella bocca della mummia del Ragazzo d’Oro conservata al museo Egizio del Cairo (foto ministry of tourism and antiquities)

“Lo studio”, ha spiegato il prof. Sabah Abdel Razek, “ha fatto luce sulla vita sociale nell’antico Egitto migliaia di anni fa. Lo studio ha fornito una profonda comprensione delle loro credenze e rituali funebri e della loro abilità tecnica nella mummificazione e nell’artigianato nella creazione di amuleti, maschere e decorazioni”. La simbologia egizia è molto affascinante, spiegano gli autori. La lingua d’oro è stata apposta per garantire al ragazzo la possibilità di parlare nell’aldilà, l’amuleto accanto al pene doveva proteggerlo dalle incisioni necessarie per l’imbalsamazione. Il nodo di Iside era un omaggio alla divinità per invocarne la clemenza, un gioiello ad angolo retto avrebbe dovuto assicurare l’equilibrio al defunto, mentre le piume di struzzo rappresentavano la dualità della vita spirituale e materiale. Lo scarabeo che è stato posizionato nel torace, menzionato anche nel Libro dei Morti, doveva aiutare il giovane durante il giudizio dell’anima, che veniva pesata attraverso il cuore in uno dei piatti della bilancia della dea Maat, in contrapposizione con una piuma. Lo scarabeo doveva sostituire il cuore nell’eventualità in cui il corpo fosse stato privato dell’organo.

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Il sarcofago della mummia del Ragazzo d’Oro conservato al museo Egizio del Cairo (foto ministry of tourism and antiquities)

L’uso della tecnologia e delle tecniche moderne nell’imaging medico tridimensionale ha contribuito a fornire una visione preziosa della mummia, convincendo la direzione del museo Egizio del Cairo di spostare la mummia dal seminterrato del museo per esporla nelle sale aperte al pubblico con la scritta “mummia del ragazzo d’oro”. La visualizzazione di scansioni CT accanto alla mummia contribuisce a un’esposizione museale distintiva che offre ai visitatori un’esperienza unica che supporta la loro comunicazione con l’antica civiltà egizia.

Altino. Terza puntata della rubrica #archeoaltino: focus sulla scoperta del santuario del dio Altino sotto il giardino del museo e i reperti ritrovati

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Il giardino del museo Archeologico nazionale di Altino: è l’rea dove è stato scoperto il santuario del dio Altino (foto drm-veneto)

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Statuetta di devoto offerente in bronzo (IV – III sec. a.C.) dal santuario di Altino, conservato nel museo Archeologico (foto drm-veneto)

Terza puntata della rubrica #archeoaltino che, ogni martedì, fa scoprire da dove provengono i reperti visibili al museo Archeologico nazionale di Altino e cosa li lega alle aree archeologiche e al territorio circostante. Oggi focus sui legami tra l’area archeologica scoperta sotto il giardino del museo e i reperti esposti al Museo, provenienti da quest’area. Infatti proprio dove ora si estende il giardino dell’Archeologico durante gli scavi effettuati per la costruzione delle strutture del nuovo Museo, emersero importanti ritrovamenti su di un sito fondamentale: il santuario del dio Altino.

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Bronzetti votivi di guerrieri in riposo (tipo “Lagole di Calalzo”), cavalieri e offerenti dal santuario di Altino (V – III sec. a.C.) conservati al museo Archeologico di Altino (foto drm-veneto)

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Iscrizione su parete esterna di dolio in cui compare il nome del dio Altino, V-IV sec. a.C. (foto drm-veneto)

“Alla fine degli anni ‘90, in località Fornace (questo il nome del luogo che oggi ospita il Museo e i suoi nuovi edifici)”, raccontano all’Archeologico altinate, “furono ritrovati i resti dell’antico santuario emporico, delle sue strutture e di molti oggetti votivi, che puoi osservare oggi al Museo: ad esempio, la statuetta votiva di offerente al dio Altino, che raffigura un personaggio che tiene una ciotola in mano, mentre compie una libagione al dio; oppure il frammento di ceramica in cui compare l’iscrizione con il nome del dio Altno; e, infine, i bellissimi bronzetti votivi raffiguranti cavalieri e guerrieri: tutti oggetti che testimoniano la lunga frequentazione del santuario dedicato al dio Altino e la provenienza eterogenea dei devoti”.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale tornano i Giganti di Mont’e Prama: conferenza di Nadia Canu su “Sardegna isola dalle vene d’argento” e vernice della mostra fotografica “I Giganti in mostra”

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Il Pugilatore, uno dei Giganti di Mont’e Prama, è il testimonial della mostra “Sardegna isola megalitica” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto valentina cosentino)

I Giganti di Mont’e Prama ritornano al museo Archeologico nazionale di Napoli. Dopo il successo di “Sardegna Isola Megalitica”, la mostra ospitata proprio al Mann, che ha visto la presenza del Gigante “Manneddu” (Pugilatore), al via una mostra fotografica sulle statue del Sinis, e conferenza sui tesori archeologici della Sardegna. A Napoli la Fondazione Mont’e Prama arriva stavolta in compagnia della Dinamo Sassari per la prima tappa italiana della campagna di comunicazione che vede le due società impegnate assieme per promuovere i tesori del Sinis.

napoli_mann_mont-e-prama_conferenza-e-mostra-fotografica_locandinaSabato 21 gennaio 2023, alle 11, conferenza dal titolo “Sardegna isola dalle vene d’argento” a cura della direttrice della Fondazione Nadia Canu. “Argyróphleps nésos”, “l’isola dalle vene d’argento”, questo è l’antico nome dato alla Sardegna dai Greci, in quanto l’isola era nota come terra che ha moltissime miniere d’argento. Già i Romani usarono il toponimo Argentiera per indicare una miniera d’argento che si collocava nel nordovest della Sardegna. Famosa in tutto il mondo per il suo mare cristallino e le meravigliose spiagge, destinazione ogni anno di milioni di turisti, la Sardegna è una terra antica, con un ricchissimo patrimonio culturale. Dalla preistoria nuragica, che si distingue per la sua eccezionalità e quantità di risorse, fino al patrimonio architettonico di epoca romanica e l’originalità del tessuto urbano che forma le principali città e cittadine.

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L’archeologa Nadia Canu, direttrice della fondazione Mont’e Prama (foto fondazione mont’e prama)

Ne parlerà l’archeologa Nadia Canu, dal 3 ottobre 2022, prima direttrice della Fondazione Mont’e Prama, che per dieci anni si è occupata del patrimonio archeologico della Sardegna come funzionaria archeologa della soprintendenza di Sassari e Nuoro. La nomina ministeriale è stata possibile una volta conclusi gli accordi tra la Fondazione Mont’e Prama, la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari, Oristano e Sud Sardegna e la direzione regionale Musei e il museo Archeologico nazionale di Cagliari per l’effettivo passaggio di consegna dei beni archeologici presenti nel territorio di Cabras: le statue dei Giganti del Museo civico, l’antica città di Tharros, l’ipogeo di San Salvatore e la Torre spagnola di San Giovanni.

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Un allestimento della mostra fotografica “I Giganti in mostra” (foto mann)

A seguire, nel Braccio Nuovo del Mann, l’inaugurazione della mostra fotografica “I Giganti in mostra”, un’esposizione didattica e divulgativa sui celebri Giganti: nove pannelli racconteranno al pubblico la fortuna di un mito ancora tutto da scoprire. Intervengono il direttore del Mann, Paolo Giulierini; il presidente della Fondazione, Anthony Muroni; e il chief marketing officer della Dinamo Sassari, Marsilio Balzano. Gli operatori della Cooperativa Penisola del Sinis illustreranno la mostra agli ospiti e ai visitatori.

napoli_mann_mostra-i-giganti-in-mostra-allestimento_2_foto-mannLa mostra, curata dalla Fondazione Mont’e Prama, è composta da pannelli che raccontano la storia della più importante scoperta archeologica degli ultimi duecento anni nel Mediterraneo occidentale. Giganti di Mont’e Prama si tratta dell’unico caso di statuaria monumentale scolpita a tutto tondo tremila anni fa, ritrovata per caso da alcuni contadini nel 1974, nelle campagne di Cabras, paese che sorge nella costa occidentale della Sardegna. Le pietre giacevano sotto la terra nella collina denominata Mont’e Prama (cioè Monte della Palma) per via della vegetazione che allora vi cresceva rigogliosa.

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La sala dei Giganti di Mont ‘e Prama nel museo civico di Cabras “Giovanni Marongiu” (foto museo cabras)

Quei massi così grandi e definiti non lasciarono indifferenti i contadini che lavoravano i campi, tantomeno la Soprintendenza che, nel 1975, avviò in quei luoghi una prima campagna di scavo, facendo affiorare dalla terra più di cinquemila frammenti che riuniti tra loro diedero nuovamente vita a ventotto statue maschili, raffiguranti pugilatori, arcieri e guerrieri, oggi custoditi insieme agli ultimi ritrovamenti nel museo di Cabras e in parte al museo Archeologico nazionale di Cagliari.

Casagiove (Caserta). Apre la mostra “Memorie in argilla. I vasi figurati tornano a casaGiove”: esposti tre vasi etruschi parte del corredo di quattro tombe a cassa di tufo, appartenenti alla vasta necropoli sorta fuori dalla porta orientale dell’antica Capua

casagiove_mostra-memorie-in-argilla_i-vasi-figurati-ritornano-a-casaGiove_locandinaNostoi. Una storia a lieto fine di beni archeologici scampati alla dispersione, che tornano a casa… Sono una hydria (un vaso per acqua), con scena di offerte ad un tempietto; una neck-amphora (anfora con il collo), con figura di guerriero tra due figure femminili; e una bail-amphora (tipica produzione campana), con due guerrieri in armatura campana. Facevano parte del corredo di quattro tombe a cassa di tufo ritrovate in via Toscana, a Casagiove, Comune attiguo a Caserta, appartenenti alla vasta necropoli sorta fuori dalla porta orientale dell’antica Capua. E proprio nel museo Archeologico dell’Antica Capua, a Santa Maria Capua Vetere, sono stati portati ed esposti. Da sabato 21 gennaio a sabato 25 febbraio 2023 tre di questi vasi etruschi saranno visibili nella sala consiliare di Casagiove nella mostra “Memorie in argilla. I vasi figurati tornano a casaGiove”: inaugurazione alle 18, alla presenza del sindaco di Casagiove, Giuseppe Vozza; della direttrice regionale Musei Campania, Marta Ragozzino; dell’assessore alla Cultura, Gennaro Caiazza; e del consigliere alle Iniziative ed eventi, Pietro Menditto. “La mostra – ricordano in amministrazione comunale – chiude le celebrazioni del 150° anno dalla acquisizione del toponimo cittadino attuale e del 75° della riconquistata autonomia comunale: testimonia la grande storia che in questi luoghi si è compiuta a partire dal IV secolo a. C., con umanità e sapiente bellezza”.

Egitto. Scoperta una tomba reale in una necropoli sconosciuta nella Valle n. C delle Valli Occidentali a Tebe Ovest da una missione congiunta egiziano-inglese: potrebbe risalire al periodo Thutmoside (XVIII dinastia), ed essere appartenuta alla moglie del faraone o a una principessa. È stata danneggiata già in antico dalle piene del Nilo

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L’ingresso della tomba reale sconosciuta scoperta nella Valle n. C a Tebe Ovest dalla missione anglo-egiziana (foto ministry of tourism and antiquities)

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L’ingresso, visto dall’interno, della tomba reale sconosciuta scoperta nella Valle n. C a Tebe Ovest dalla missione anglo-egiziana (foto ministry of tourism and antiquities)

Una tomba reale, finora sconosciuta, è stata scoperta nell’area delle Valli Occidentali a Tebe Ovest dalla missione congiunta egiziano-inglese tra il Consiglio supremo delle Antichità e la Modern State Research Foundation dell’università di Cambridge. Lo ha annunciato Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, sottolineando l’importanza di questa scoperta. I primi indizi finora scoperti all’interno della necropoli reale indicano che potrebbe risalire al periodo Thutmoside (XVIII dinastia). Ma la datazione sarà confermata con il prosieguo dello scavo, come ha sottolineato da parte sua Fathi Yassin, direttore generale delle Antichità dell’Alto Egitto e capo della missione per parte egiziana.

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L’area di scavo della missione anglo-egiziana nella Valle n. C a Tebe Ovest dalla missione anglo-egiziana (foto ministry of tourism and antiquities)

Secondo Piers Litherland, il capo della missione per parte inglese, la tomba scoperta potrebbe appartenere a una delle mogli o principesse reali durante il periodo del regno Thutmoside, un gran numero delle quali non è stato finora rivelato. Purtroppo, come ha fatto presente Mohsen Kamel, direttore del sito delle Valli Occidentali, “il cimitero scoperto è in cattivo stato di conservazione a causa delle piene del Nilo che si sono verificate in tempi antichi, che hanno allagato le camere lasciando spessi depositi di sabbia e calcare, che hanno portato alla cancellazione di molte delle sue decorazioni parietali e iscrizioni”.

Baia. Al parco sommerso novità dallo scavo al Portus Julius dopo la (ri)scoperta del mosaico a onde: lì c’era una terma, con architetture circolari, distrutta già in antico

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Il mosaico a onde a tessere bianconere scoperto nell’area del Portus Julius nel parco sommerso di Baia (foto pafleg)

Sono passate solo poche settimane e già c’è qualche novità: il mosaico a onde faceva parte di una terma, distrutta già in antico “Il Parco sommerso di Baia – avevamo scritto – ha salutato il 2022 con una emozionante (ri)scoperta: questo mosaico con cornice ad onde, in tessere nere e rosa su fondo bianco, che decorava una stanza nel Portus Julius” (vedi Baia. Al parco sommerso (ri)scoperto un mosaico del Portus Julius con una sequenza di ambienti: sono le prime costruzioni di Agrippa? Il 2023 darà una risposta | archeologiavocidalpassato). E gli esperti del parco archeologico ci avevano lasciato con un interrogativo: “Siamo di fronte alle prime costruzioni volute da Agrippa? Siamo di fronte alle prime costruzioni volute da Agrippa?”. Il mosaico a onde non è solo in mezzo al mare.

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Architetture circolari emerse nello scavo al Portus Julius nel parco sommerso di Baia (foto pafleg)

Le ricerche in corso da parte del parco archeologico dei Campi Flegrei al Portus Julius stanno indagando l’ampio contesto a cui apparteneva questo pavimento. “Apparteneva a una terma”, spiegano gli archeologi, “formata da almeno altri venti vani, che pian piano sta mostrando i profili delle sue murature, emergenti dal fondale sabbioso. E sono stanze dall’architettura non banale, circolari, o con numerose absidi, alcune rivestite di tubuli per l’aria calda, altre decorate con colonne. Un contesto finora del tutto sconosciuto, perché distrutto in antico a causa delle numerose trasformazioni che l’area subì già in età romana: prima sede di ville, poi porto militare e dopo ancora spazio commerciale”.

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Rilievo 3D dell’area di scavo al Portus Julius nel parco sommerso di Baia (foto pafleg)

“Con questo complesso, che continueremo ad indagare nei prossimi mesi – concludono -, siamo di fronte probabilmente alle trasformazioni volute da Augusto, insieme al suo fedele Agrippa, per dare spazio ai cantieri della nuova flotta: gli edifici allora esistenti, che i mosaici ci aiutano a datare approssimativamente alla metà del I sec. a.C., furono volontariamente distrutti, ma colmati di terreno, che fino ad oggi ce li ha preservati, anche sul fondo del mare”.

Grandi mostre tra 2022 e 2023. Al museo Archeologico nazionale di Taranto la mostra “ATHENAION: Tarentini, Messapi e altri nel Santuario di Atena a Castro” di Francesco D’Andria ed Eva Degl’Innocenti. Occasione per mettere a confronto i materiali di Castro con le produzioni artistiche di Taranto

taranto_archeologico_mostra-athenaion_locandina“Athenaion” è una delle grandi mostre che il 2023 eredita dal 2022. La mostra “ATHENAION: Tarentini, Messapi e altri nel Santuario di Atena a Castro” è stata inaugurata il 20 dicembre 2022 al museo Archeologico nazionale di Taranto dove rimarrà aperta fino al 18 giugno 2023. A cura di Francesco D’Andria (accademico dei lincei, professore emerito dell’università del Salento e direttore degli scavi e del museo Archeologico di Castro) e Eva Degl’Innocenti (direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto), la mostra rappresenta l’occasione per mettere a confronto i materiali di Castro con le produzioni artistiche di Taranto, offrendo ai visitatori anche l’opportunità di conoscere uno dei contesti della Puglia antica in cui maggiormente si manifesta la diffusione della cultura artistica tarantina.

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Mostra “Athenaion”: ricostruzione del frontone del santuario (foto marta)

La mostra è un racconto inedito della città di Taranto perché dal punto di vista scientifico apre un contesto nuovo per la lettura della storia e del suo territorio. Le indagini archeologiche condotte a Castro (LE), nel Salento leccese, a partire dall’anno 2000, in collaborazione tra il Comune di Castro, l’università del Salento e le soprintendenze del ministero della Cultura, tra cui attualmente la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Brindisi e Lecce, hanno permesso di identificare il Santuario di Atena (Athenaion) citato da numerose fonti letterarie, in particolare da Virgilio che, nel libro III dell’Eneide, descrive il primo approdo in Italia dei Troiani in fuga da Troia, guidati da Enea. Gli studi effettuati hanno posto l’attenzione sul ruolo svolto dal luogo sacro come spazio di incontro tra genti diverse, greci, messapi, popoli dell’opposta sponda balcanica, in un punto strategico della navigazione antica, all’ingresso del mare Adriatico.

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Mostra “Athenaion”: produzione artigianale e artistica (foto marta)

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Il prof. Francesco D’Andria (foto marta)

“Da Taranto sono arrivati commercianti e militari che controllavano l’ingresso nell’Adriatico, ma sono arrivati anche degli artisti che hanno scoperto le potenzialità della pietra leccese”, spiega il prof. Francesco D’Andria. “Ispirati dalla sua duttilità, gli scultori hanno scoperto le infinite possibilità inventando il Barocco leccese. Si ispirano alla loro visione dell’arte, quando si scopre il capitello corinzio fatto di foglie d’acanto. In questo clima di scoperta della natura, gli scultori tarantini inventano a Castro un fregio di 8 metri, probabilmente molto più grande, e incominciano a decorarlo inserendo all’interno alcune figure umane e animali. Questo corrisponde a quello che era la pittura di Taranto e successivamente la ceramica del IV secolo. Esiste un rimando continuo tra gli scultori di Taranto che lavorano a Castro e coloro che hanno lasciato le loro opere a Taranto. Questa mostra è un’occasione unica anche dal punto di vista scientifico. Abbiamo riprodotto la statua di culto dell’Athena rinvenuta a Castro: è la più grande statua mai trovata in Magna Grecia ed è lo straordinario confronto dell’altra statua che abbiamo perso, la statua di Ercole, realizzata da Lisippo, che troneggiava sull’acropoli di Taranto”.

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Mostra “Athenaion”: ricostruzione del fregio a girali del santuario (foto tommaso ismaelli / cnr-ispc)

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La direttrice Eva Degl’Innocenti (foto marta)

“I reperti portati alla luce dagli scavi di Castro, in particolare le sculture prevalentemente in calcare (pietra leccese), ma anche in marmo greco”, sottolinea Eva Degl’Innocenti, “sono la statua colossale di Atena Iliaca e i rilievi a girali abitati (peopled scrolls) che delineano forti connessioni con l’arte di Taranto e sono da attribuire a un’officina di scultori della città dei due mari attivi nella seconda metà del IV sec. a.C. Tali documenti restituiscono riferimenti importanti della grande arte pubblica tarantina che, per la continuità di vita di Taranto stessa, non si è purtroppo conservata. La mostra rappresenta l’occasione per mettere a confronto i materiali di Castro con le produzioni artistiche di Taranto, offrendo ai visitatori anche l’opportunità di conoscere uno dei contesti della Puglia antica in cui maggiormente si manifesta la diffusione della cultura artistica tarantina”.

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Statua 3D della statua colossale di Atena nella hall del MArTa: rilievo di Marco Callieri, Marco Potenziani, Eliana Siotto (foto cnr-ispc)

La collaborazione con l’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale (ISPC) e l’Istituto di Scienze e Tecnologie dell’Informazione (ISTI) del Centro Nazionale delle Ricerche (CNR) ha consentito di sviluppare ricerche specifiche sui reperti (rilievi laser 3D e indagini sulle tracce di colore presenti sulle superfici scultoree), con l’applicazione di tecnologie innovative. L’esposizione “Athenaion: Tarentini, Messapi e altri nel Santuario di Atena a Castro” è corredata anche di ricostruzioni in 3D: tra cui la riproduzione della metà della statua di Atena, creata dal FabLab (laboratorio di artigianato digitale e innovazione) del museo Archeologico nazionale di Taranto, che è esposta nella hall del museo, valorizzata nella sua parte inferiore da una ricostruzione in metallo realizzata dall’artista pugliese Nicola Genco.

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Una sala del MArTa che ospita la mostra “Athenanion” (foto marta)

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La soprintendente Francesca Riccio

“A Castro il lavoro continua al di là della ricerca sul campo”, ricorda Francesca Riccio, soprintendente ABAP di Brindisi e Lecce: “è allestita un’esposizione permanente dei reperti dove si stanno svolgendo importanti restauri in vista di un’esposizione. I ritrovamenti sono della Soprintendenza, ma sono conservati dal Comune. Insieme al professore D’Andria abbiamo svolto un lavoro di grande sinergia anche con l’Università, con i soggetti privati e la Banca Popolare Pugliese che ha messo a disposizione i fondi per sponsorizzare il lavoro di restauro della statua in tempi strettissimi, grazie anche all’ottimo clima di collaborazione”.

Terni. Per “Incontri di Archeologia” su Preistoria e Protostoria dell’Umbria meridionale, conferenza di Valentina Leonelli e Carlo Virili su “La necropoli delle Acciaierie di Terni nel quadro delle manifestazioni funerarie dell’età del Ferro nell’Umbria meridionale”

terni_incontri-archeologia_necropoli-dell-acciaieria_locandinaNuovo appuntamento con gli Incontri di Archeologia a Terni, giunti alla 21.ma edizione, promossi dal gruppo archeologico sulla Preistoria e Protostoria dell’Umbria meridionale. Venerdì 13 gennaio 2023, alle 17, alla Biblioteca Comunale di Terni, conferenza di due archeologi ternani Valentina Leonelli e Carlo Virili su “La necropoli delle Acciaierie di Terni nel quadro delle manifestazioni funerarie dell’età del Ferro nell’Umbria meridionale”. La conferenza approfondirà lo sviluppo delle articolazioni socio-economico e politiche delle comunità stanziatesi nella conca ternana a partire dal X sec. a.C. prendendo come indicatore privilegiato la grande necropoli delle Acciaierie, di cui la dott.ssa Leonelli è considerata uno dei massimi esperti. Il focus sulle Acciaierie sarà arricchito da alcuni confronti con altre evidenze funerarie dalla valle del Nera e da una premessa sul sistema insediativo velino il cui crepuscolo in parte coincide cronologicamente con l’alba del centro di Terni e con lo sviluppo della necropoli delle Acciaierie, di questo si occuperà Carlo Virili che da anni conduce scavi, ricerche e studi per conto della Sapienza Università di Roma nel bacino di Piediluco. Con questa conferenza si conclude la prima parte del percorso quadriennale sull’archeologia dell’Umbria meridionale che vedrà impegnato il Gruppo Archeologico fino al 2025/2026.

Archeologia preventiva nel Vicentino. Il libro “Il cavaliere longobardo di Monticello di Fara” di Claudia Cenci, edito da SAP, illustra la scoperta della necropoli longobarda tra cui spicca la Tomba del Cavaliere

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Copertina del libro “Il cavaliere longobardo di Monticello di Fara” a cura di Claudia Cenci (SAP società archeologica)

Meraviglie dell’archeologia preventiva. In occasione della realizzazione di un acquedotto nel Comune di Sarego (Vi), gli scavi archeologici, diretti dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona Rovigo e Vicenza, condotti tra settembre e dicembre 2020, hanno restituito un’estesa necropoli di età longobarda connessa ad un luogo di culto. Sono state indagate oltre 50 tombe databili tra la fine del VI sec. d.C. e la metà del VII sec. d.C., collocate intorno ai resti di opere murarie pertinenti a un edificio di culto altomedievale, secondo un modello funerario di straordinario interesse. Tra i corredi funerari particolarmente degno di nota è quello restituito da una tomba maschile di alto rango, composto da scudo da parata, lancia, spatha, fibbie di cintura, frecce e speroni. In un altro settore dello scavo è stata esplorata una fornace per mattoni che testimonia la preesistenza nella zona di un insediamento produttivo di età romana, databile alla fine del I sec. d.C. Tra le numerose sepolture indagate, si distingue la cosiddetta tomba “del cavaliere”, caratterizzata da uno straordinario corredo in armi longobardo. Ne parla il libro di Claudia Cenci “Il cavaliere longobardo di Monticello di Fara”, edito da SAP Società archeologica srl. I materiali, restaurati con il contributo di Veneto Acque, sono stati studiati ed esposti per la prima volta presso il museo Zannato di Montecchio Maggiore (VI) nel maggio 2022 (vedi Montecchio Maggiore (Vi). Al museo Zannato apre la mostra “Il cavaliere longobardo di Monticello di Fara” sull’eccezionale sepoltura scoperta nel 2020 a Sarego nei lavori per l’acquedotto anti Pfas | archeologiavocidalpassato). Allo scavo e ai reperti rinvenuti è dedicata questa prima pubblicazione, in cui si è volutamente scelto di utilizzare un linguaggio divulgativo, supportato dai disegni ricostruttivi del cavaliere e del suo corredo, realizzati sempre con il rigore scientifico del metodo archeologico.

Baia. Al parco sommerso (ri)scoperto un mosaico del Portus Julius con una sequenza di ambienti: sono le prime costruzioni di Agrippa? Il 2023 darà una risposta

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Il mosaico (ri)scoperto nel Portus Julius a Baia: cornice ad onde, in tessere nere e rosa su fondo bianco (foto pa-fleg)

Il Parco sommerso di Baia ha salutato il 2022 con una emozionante (ri)scoperta: questo mosaico con cornice ad onde, in tessere nere e rosa su fondo bianco, che decorava una stanza nel Portus Julius. Fu rinvenuto per la prima volta quasi 40 anni fa, diventando anche una delle icone del Parco, riprodotta in guide e brochures. Poi le variazioni del fondale, con la scomparsa della posidonia e l’aumento dei livelli di sabbia, ne hanno fatto pian piano perdere le tracce, diventando un tesoro scomparso per tutti coloro che frequentano e lavorano nel Parco. “Le ricerche condotte da ormai un biennio su questo straordinario sito”, spiegano al Parco, “non solo ci hanno portato a riscoprirlo, ma ci stanno mostrando una sequenza di ambienti finora ignota di cui stiamo cercando di comprendere forma e funzione. Siamo di fronte alle prime costruzioni volute da Agrippa? Approfondire la ricerca e accompagnarvi tra questi spazi è il nostro obiettivo per il 2023!”.