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Venticinque anni di cinema archeologico. Il direttore Dario Diblasi anticipa contenuti temi e obiettivi della 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Il manifesto della 25.ma Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Il manifesto della 25.ma Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Venticinque anni, e non li dimostra. Anzi, la 25. Rassegna internazionale del cinema archeologico, in programma a Rovereto dal 7 all’11 ottobre, non solo mostra tutta la vivacità e l’entusiasmo del giovane ma anche la qualità e la maturità di una manifestazione adulta che negli anni ha intrecciato rapporti culturali con musei, università, soprintendenze di mezzo mondo, ha dialogato con enti pubblici e privati, si è guadagnata la stima di registi e centri di produzione di molti Paesi, ha permesso di realizzare al museo civico di Rovereto una delle più prestigiose cineteche a soggetto archeologico nel mondo, promuovendo a sua volta la cultura della divulgazione scientifica attraverso il linguaggio cinematografico con il premio internazionale biennale “Paolo Orsi”. E i numeri anche quest’anno sono lì a dimostrarlo: oltre centoventi film in cartellone in rappresentanza di più di venti Paesi (tutto il programma dettagliato al link http://www.museocivico.rovereto.tn.it/UploadDocs/6121_libretto_2014.pdf). Anima e artefice indiscusso della Rassegna roveretana è il direttore Dario Diblasi che ci ha rilasciato qualche riflessione.

Dottor Diblasi, di festival sul cinema archeologico ne vengono organizzati diversi, perché la Rassegna di Rovereto è così importante?

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

“Esistono più di una decina di festival cinematografici al mondo, la maggior parte in Europa, i quali mettono in competizione opere cinematografiche che si occupano di archeologia, della storia dell’uomo, del patrimonio culturale. La particolarità della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto e nello specifico della sua XXV edizione è la ricchezza e la complessità del suo programma che presenta filmati e testimonianze provenienti da tutto il mondo; anche dalle aree ora soggette a terribili conflitti”.

Dunque l’offerta cinematografica non teme confronti?

“Non vi è paragone con nessun altro catalogo di titoli cinematografici e presenze di protagonisti della ricerca archeologica. Il ruolo di diffondere conoscenza e cultura viene ormai universalmente riconosciuto alla Rassegna di Rovereto tant’è che in questa edizione saranno presenti il Museo del Louvre e alcune importanti Istituzioni cinematografiche e di ricerca internazionali accanto a una delle maggiori società di produzione cinematografica dedicata alla scienza, Gedeon Programmes. E Rovereto, con la sua Fondazione Museo Civico ha il piacere e la fortuna di ospitare da 25 anni questa manifestazione. I luoghi per le proiezioni sono prestigiosi: l’auditorium del Polo culturale e museale della città, il Mart, il Muse e lo stesso museo Civico. Inoltre da oltre vent’anni si affianca alla Rassegna con la sua stretta collaborazione la rivista Archeologia Viva di Firenze”.

Direttore, ci vuole dare qualche dettaglio del programma?

La musica etrusca, percepita dagli affreschi tarquiniesi, è riproposta alla Rassegna

La musica etrusca, percepita dagli affreschi tarquiniesi, è riproposta alla Rassegna di Rovereto

“Il programma è talmente ricco che riesce difficile evidenziarne tutte le peculiarità. Mi permetto di evidenziarne solo alcune per stuzzicare molteplici curiosità. Un approccio musicale è possibile attraverso le prove di musica etrusca, risultato di una lunga ricerca dell’archeologa Simona Rafanelli e del sassofonista e musicista jazz Stefano “Cocco” Cantini di scena nella serata di sabato 11 ottobre ma anche in diversi film: Suoni della preistoria, il Suono perduto, Homo sapiens, l’artista, infine La danza del dio del mais arricchito della leggerezza della danza. L’avventura è assicurata nella ricerca di un favoloso tesoro nei pressi di uno scoglio perduto nell’oceano indiano in Il segreto del tesoro a Bassas de India e nei meandri della gigantesca città di Angkor invasa dalla foresta tropicale, ne La riscoperta di Angkor, oppure ancora ne Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra”.

E cosa ci dice della sezione “archeologia e arte”?

“Un intero percorso per proiezioni dedicate all’archeologia e all’arte è in programma nella sala convegni del Mart con nuovissimi film e opere di repertorio dell’archivio cinematografico della Rassegna. Alcuni titoli preziosi: Il genio magdaleniano, L’ultimo sguardo, Lo scriba che dipinge, Il tappeto di Cracovia, La ceramica medievale invetriata di Cipro e ancora La danza del dio del mais”.

Quanto scienza e tecnologia diventano protagonisti nella divulgazione archeologica?

In Rassegna un film sulla nave fenicia Mazaron 2

In Rassegna un film sulla nave fenicia Mazaron 2

“La ricerca archeologica si avvale sempre più intensamente di competenze scientifiche e delle tecniche più diverse, come pure indaga sulle conoscenze scientifiche del Mondo Antico. C’è solo difficoltà di scelta in un intero percorso dedicato alla scienza e all’archeologia al Muse di Trento e al museo Civico di Rovereto ed una presenza più che numerosa di opere che raccontano ricostruzioni tridimensionali di oggetti, ambienti, intere città, La città invisibile-frammenti di Trieste romana, Siracusa 3D reborn, Pavlopetri un tuffo nel passato, L’imbarcazione fenicia Mazaron 2, La casa del Delfino, La macchina del tempo, Una follia di Nerone, Il tempio dei giganti, Costruzione del carro dei faraoni. Un’intera serie presenta competenze antiche: Homo sapiens: l’artista, All’epoca dei Franchi: il contadino, Al tempo dei Galli: i fabbri, Il popolo dei laghi. Le palafitte del Garda, Una piroga medioevale in Piccardia, Il computer antico di 2000 anni, Il vino delle terre Lionesi”.

Naturalmente dal cartellone della Rassegna non può mancare l’Antico Egitto…

Per gli appassionati dell'Antico Egitto il film Costruzione del carro dei faraoni

Per gli appassionati dell’Antico Egitto il film Costruzione del carro dei faraoni

“Sono sempre esistiti gli appassionati dell’antico Egitto tanto che si è arrivati anche a coniare il termine di egittomania. Anche in quest’occasione non verranno delusi con il film già citato Costruzione del carro dei Faraoni, con il racconto di Corinna Rossi sulla missione di scavo di Umm al- Dabadib, con il film L’Ultimo sguardo dedicato ai ritratti del Fayum, Lo scriba che dipinge, Khemet, Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra dei fratelli Castiglioni”.

Secondo lei, con la qualità dei film è cresciuta anche la formazione degli spettatori?

"Stori Tumbuna" per chi cerca i documentari di qualità

“Stori Tumbuna” per chi cerca i documentari di qualità

“Anni e anni di documentari a carattere naturalistico ed etnografico proposti dalle reti televisive nazionali e internazionali hanno formato milioni di spettatori che non sopportano più il banale e futile di tanti programmi del cosiddetto intrattenimento. Anche in questo potranno trovare soddisfazione con numerosi film tra i quali Stori Tumbuna, L’agave è vita, Acqua sotto la terra, l’Isola delle torri in cui vedremo la Sardegna con altri occhi, Guam, l’Oasi dell’oceano, Mastodonte, l’enigma dei Titani dell’era glaciale, Nuovi orizzonti-Myanmar e in molti altri ancora”.

Scorrendo il programma si nota che c’è spazio anche per il mondo ebraico.

“Abbiamo cercato d’indirizzare la curiosità anche verso la storia del popolo ebraico, principalmente attraverso la ricerca archeologica con un film di repertorio, che non molti hanno avuto la fortuna di vedere, quale L’esilio degli ebrei-tra mito e storia e con l’incontro conversazione di giovedì 9 ottobre con Paul Salmona, direttore del Museo d’arte e storia del giudaismo di Parigi. Abbiamo lasciato spazio inoltre ad un’idea piuttosto ideologica che ci propone il film L’invenzione dell’occidente – la Bibbia di Alessandria”.

E poi c’è la Cina, un mondo tutto da esplorare anche archeologicamente…

I guerrieri di Xiang: la Cina ha un posto particolare nella Rassegna di Rovereto

I guerrieri di Xiang: la Cina ha un posto particolare nella Rassegna di Rovereto

“Non si tratta di una telenovela ma dalla storia più antica della Cina in tre film: La dinastia scomparsa, Grandezza e decadenza degli Shang, Il primo imperatore. Gedeon programmes ci propone infatti, come sempre, di esplorare mondi e culture a cui abbiamo dedicato fino ad ora poca attenzione o che ci sono in parte sfuggite. I misteri veri o presunti, in qualche caso semplicemente evocati per attirare desiderio di sapere, nella cinematografia archeologica non mancano. Non si tratta della pessima suggestione creata da alcune discutibili trasmissioni televisive ma di semplici strumenti per attirare l’attenzione così come si può vedere nei titoli e nelle descrizioni di ottimi film quali La verità sui templari, Tredici meraviglie della Macedonia, I dominatori delle gelide steppe, La città degli dei sommersi, Il Perù millenario: una storia inesplorata e ancora La riscoperta di Angkor”.

Il mondo antico non è solo arte, ma anche persone e personaggi (come ricorda il nostro blog). Nella Rassegna 2014 si parla di qualcuno in particolare?

Il ritratto di Alessandro Magno conservato al museo del Louvre di Parigi

Il ritratto di Alessandro Magno conservato al museo del Louvre di Parigi

“Non occorre affollare le poltrone di qualche sala cinematografica dei film della finzione per conoscere la vita e le avventure di qualche grande personaggio storico: vi proponiamo Alessandro il Grande, il macedone che arriva direttamente dalla videoteca del Museo del Louvre. Vi offriamo altresì alcune piccole gemme preziose come Lapis specularis, la luminosa trasparenza del gesso, “Genesi” la dea di Morgantina, nonché Storie della sabbia. La Libia di Antonino di Vita (pochi minuti dedicati ad uno dei più grandi archeologi italiani) o Una follia di Nerone ed in prima assoluta un paio di video di una serie di nove dedicati al Museo di Villa Giulia, Santuari e Da non perdere, infine un film su uno dei più grandi templi oggi esistenti, Il tempio dei giganti, l’Olympieion di Akragas”.

Direttore, ma cosa c’entra la Rassegna del cinema archeologico con la Grande Guerra?

“Sono passati 100 anni da quando l’Italia si è tuffata nel turbine mostruoso della Prima guerra mondiale, e ancora quelle drammatiche testimonianze emergono da uno dei più estesi ghiacciai d’Europa, il ghiacciaio dei Forni nel gruppo Ortles –Cevedale. Qui vengono documentate dal film Punta Linke-La Memoria nel pomeriggio del giorno di sabato 11 ottobre. La Grande guerra tuttavia non ha sconvolto il mondo solo dal 1914 al 1918; ha indotto bensì grandi sconvolgimenti con la caduta degli imperi centrali quali quello ottomano e ha prodotto altre guerre che hanno reso drammatica la vita di altri uomini come viene documentato nel film che probabilmente riusciremo a proiettare in palazzo Alberti in concomitanza con mostre ed eventi che ricordano il periodo della Grande Guerra: Letters never received –Lettere mai ricevute”.

E allora, visto che ha introdotto il tema-problema della caduta degli imperi e degli sconvolgimenti politico-geografici, si parlerà di archeologia e Paesi in guerra e delle drammatiche conseguenze non solo per le popolazioni ma anche per il patrimonio culturale?

La ricerca archeologica e la salvaguardia del patrimonio culturale deve fare i conti con le guerre: qui siamo in Siria

La ricerca archeologica e la salvaguardia del patrimonio culturale deve fare i conti con le guerre: qui siamo in Siria

“Ancora adesso le artificiali divisioni geografiche in Medio Oriente rinfocolano terribili conflitti nell’area dove si sono evolute le prime e più grandi civiltà come quella sumera, assira e babilonese. Abbiamo coinvolto un’intera famiglia di archeologi dell’Università di Los Angeles e di Francoforte sul Meno che da molti anni scavano in Siria e Medio Oriente per farci raccontare con un titolo sintomatico il dramma della ricerca in quei luoghi: L’archeologia nell’occhio del ciclone. Alla riscoperta di valori antichi nel mezzo di un conflitto moderno, martedì 7 ottobre alle 17.45, nel primo giorno della Rassegna, con i professori Giorgio Buccellati, Marylin Kelly –Buccellati e Federico Buccellati”.

Purtroppo in Italia in questi tempi da “spending review” anche l’archeologia deve fare i conti con tagli ai già pochi finanziamenti pubblici. Cosa ne pensa?

Massimo Bray durante la visita ufficiale a Bam in Iran quando era ministro

Massimo Bray durante la visita ufficiale a Bam in Iran quando era ministro

“Noi pensiamo, lo abbiamo sempre pensato e più volte scritto, che l’Italia investe e ha investito pochissime risorse nel patrimonio culturale, archeologico e ambientale, tanto più in ragione del suo essere immensa ricchezza peculiare del nostro paese. In Rassegna, nel giorno finale di sabato ne vogliamo parlare con chi è stato recentemente ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, e con l’archeologo e già presidente del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici, Giuliano Volpe. Tema dell’incontro: Archeologia, paesaggi, società: le sfide dell’innovazione. Patrimoni archeologici tra conservazione e innovazione. Il nostro continuo viaggio nel mondo dell’archeologia non ci fa comunque preoccupare solo del patrimonio italiano ma anche di quello di tutto il nostro pianeta e in particolare di quello sempre a rischio per estremismi e guerre e vorremmo coinvolgere, se ci riusciamo, Massimo Vidale per raccontare il Pakistan attraverso la ricerca archeologica”.

Qual è il ruolo del Louvre alla Rassegna?

Un prezioso mosaico salvato da Zeugma e oggi al museo di Gaziantep

Un prezioso mosaico salvato da Zeugma e oggi al museo di Gaziantep in Turchia

“Come in parte già detto, il Museo del Louvre e altri prestigiosi enti culturali come l’Istituto per l’archeologia preventiva (INRAP) hanno cosparso tutto il programma di proiezioni con i propri più recenti film e saranno presenti con propri rappresentanti e responsabili nei giorni conclusivi della manifestazione. Inoltre, la Rassegna vuole anche mostrare nel pomeriggio della domenica 12 ottobre nella sala convegni della Fondazione Museo Civico di Rovereto alcuni film del proprio archivio che in precedenti edizioni hanno vinto prestigiosi premi attribuiti da giurie internazionali o dal voto del pubblico. Questi film ora si trovano nella videoteca del Louvre alla voce Civilisation et Archéologie: Gli uomini dimenticati della Valle dei Re, Gli ultimi giorni di Zeugma, C’era una volta la Mesopotamia”.

Direttore Di Blasi, siamo riusciti a dire tutto?

mart_rovereto“Penso di essere riuscito a fornire solo alcuni spunti del nutrito e complesso programma della 25. edizione della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto. Non sono comunque sufficienti, sarà utile sfogliare di persona il programma utilizzando le sinossi dei filmati e i titoli assegnati alle conversazioni-intervista dei protagonisti dell’avventura dell’archeologia. Il programma viene distribuito in questi giorni come libretto tascabile, quartino editoriale all’interno della rivista Archeologia Viva di settembre/ottobre, nel sito della Fondazione Museo Civico www.fondazionemcr.it e in molte altre pubblicazioni. Per chi inoltre voglia vedere anticipatamente alcuni ritagli cinematografici dei film in programma suggerisco la nostra web tv dedicata all’archeologia www.archeologiaviva.tv all’interno del palinsesto più generale di www.sperimentarea.tv”.

A questo punto non ci resta che andare a Rovereto e goderci la 25. Rassegna internazionale del cinema archeologica. Buona visione a tutti.

La vita dell’aristocrazia dei Veneti antichi narrata dalla situla in bronzo figurata di Posmon per la prima volta in mostra al museo di Montebelluna

La situla di Montebelluna è esposta per la prima volta nella mostra “Storie di antichi Veneti. La situla figurata di Montebelluna”

La situla di Montebelluna è esposta per la prima volta nella mostra “Storie di antichi Veneti. La situla figurata di Montebelluna”

Il manifesto della mostra di Montebelluna, aperta da oggi al 29 marzo 2015

Il manifesto della mostra di Montebelluna, aperta da oggi al 29 marzo 2015

Antiche storie in una “secchia” di 2500 anni fa. C’è la parata dei carri e dei cavalieri, ma anche una gara di pugilato con il trofeo per l’atleta più bravo. Più in là una scena di libagione affollata di figure femminili e maschili, e un amplesso rituale su elegante letto a doppia spalliera alla presenza di un uomo che effettua libagioni, e una donna che fila. Infine, la caccia al cervo e la scena di aratura trascendono il quotidiano e si pongono nella sfera del mito e del sacro. Sono storie di uomini e donne vissuti nel Veneto antico, scene di vita quotidiana che si intrecciano a scene rituali e celebrative, restituendoci un ritratto complesso della società del tempo, il tutto raccontato in una situla in bronzo, il caratteristico contenitore a forma di secchio dei Veneti antichi, scoperta recentemente nel territorio di Montebelluna. Da oggi al 29 marzo 2015 la situla in bronzo figurata rinvenuta nella necropoli in località Posmon è l’indiscussa protagonista della mostra “Storie di antichi Veneti. La situla figurata di Montebelluna” allestita nel museo di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna. La mostra, promossa e organizzata dal Comune di Montebelluna e dalla soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto, presenta scene di vita degli antichi Veneti attraverso le immagini dell’eccezionale reperto per la prima volta esposto al pubblico. Grazie al contributo delle preziose e modernissime tecniche di analisi e restauro la situla ci è restituita in tutto il suo splendore. Infatti il reperto, in sottile lamina di bronzo, si presentava al momento del ritrovamento in cattivo stato di conservazione. Prelevata per il restauro in laboratorio, le radiografie ne hanno evidenziato le numerose lacune, ma al contempo il ricco corredo metallico contenuto al suo interno. Sono stati riportati alla luce la fine decorazione a cesello e sbalzo, che il pubblico può ora ammirare nella splendida grafica del percorso espositivo.

Un dettaglio delle raffigurazioni sulla situla in bronzo di Montebelluna

Un dettaglio delle raffigurazioni sulla situla in bronzo di Montebelluna

Il grafico del carro e dei cavalieri dalla situla di Montebelluna

Il grafico del carro e dei cavalieri dalla situla di Montebelluna

L’allestimento della mostra di Montebelluna è particolarmente innovativo: postazioni interattive, video e supporti digitali (frutto di aggiornate tecnologie) animano la situla e danno movimento alle scene rappresentate, suscitando l’emozione e il coinvolgimento sensoriale del visitatore. Dopo alcune informazioni sugli scavi, l’allestimento conduce il visitatore attraverso i segreti dell’Arte delle situle, rivelando la vita dei signori antico-veneti di 2500 anni fa. Di situle riccamente decorate sono stati finora rinvenuti pochissimi esemplari, tra cui la notissima situla Benvenuti di Este (venuta alla luce nel 1880) quella di Vace in Slovenia e la situla dell’Alpago (scoperta nel 2002). Dalla mostra emerge l’importanza di Montebelluna al tempo del Veneti antichi. La situla di Posmon, bene di prestigio riservato ai “potenti” dell’epoca, testimonia infatti la vitalità di questo sito, collegato con i centri veneti di pianura e con i mercati transalpini. Tale vocazione al commercio caratterizza ancora oggi il territorio di Montebelluna. Il museo si cala quindi nel suo contemporaneo nel creare un ponte tra passato e presente.

Nel grafico dettaglio della caccia al cervo dalla situla di Montebelluna

Nel grafico dettaglio della caccia al cervo dalla situla di Montebelluna

Da oggi è possibile visitare la mostra al museo di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna

Da oggi è possibile visitare la mostra al museo di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna

Due le sezioni in cui si articola la mostra: nuove ricerche e antiche storie. Nuove ricerche: da circa quindici anni Montebelluna è teatro di numerose indagini archeologiche che hanno portato al susseguirsi di importanti scoperte, tra le quali l’individuazione a Posmon-via Cima Mandria di un’estesa necropoli preromana e romana. La sezione fornisce un aggiornamento sugli scavi archeologici e le successive campagne di restauro e schedatura dei reperti, operazioni che hanno evidenziato l’importanza della necropoli di Posmon. Ci si concentra quindi sulla fase di massima espansione della necropoli (VI-V secolo a.C.), illustrando in dettaglio il “tumulo” (accumulo di terra) con la tomba che ha restituito l’importante situla. Antiche storie: lamine in bronzo decorate, accessori dell’abbigliamento in metallo, armi e vasi in terracotta costituiscono i corredi delle principali sepolture comprese nel “tumulo” della situla, delle quali viene presentato anche lo studio dei resti antropologici. Ma protagonista della sezione è la situla in bronzo figurata, la prima in assoluto rinvenuta nel territorio di Montebelluna. Grazie a riproduzioni, l’eccezionale reperto viene prima “smontato e rimontato” per coglierne gli aspetti tecnologici, per poi essere analizzato nella sua complessa decorazione. Si svela così un mondo di scene che ci mostra la ricchezza della vita aristocratica degli antichi Veneti.

Egitto. “La piramide di Zoser a Saqqara non crollerà”: il ministro assicura il mondo che entro il 2015 finiranno i restauri sotto la supervisione dell’Unesco, smentendo le accuse sui danni causati al monumento negli ultimi anni

La piramide del faraone Zoser a Saqqara con le impalcature per i restauri

La piramide del faraone Zoser a Saqqara con le impalcature per i restauri

Il ministro alle Antichità Mamdouh Eldamaty

Il ministro alle Antichità Mamdouh El-Damaty

“La piramide di Saqqara non crollerà mai”: lo ha gridato ai giornalisti il ministro delle Antichità egiziane, Mamdouh El-Damaty, dopo la ridda di polemiche sul restauro della piramide del faraone Zoser a Saqqara, la più antica d’Egitto. Il ministro, da settimane in giro per siti archeologici per verificare lo stato delle opere in tutto il Paese, ha accolto una folla di giornalisti proprio davanti alla gigantesca opera, che risale ad almeno 4600 anni fa. Da lungo tempo sui gradoni che la caratterizzano sono state montate impalcature di legno che salgono lungo tortuose curve fino alla cima, a 62 metri di altezza. Ma l’imperizia avrebbe causato dei crolli, così come una pozza scavata all’esterno per arrivare alle fondamenta della piramide. “È tutto falso”, ha incalzato il ministro prima di infilarsi nello stretto e buio cunicolo che porta alla camera centrale. Il caldo, asfissiante fuori, è diventato rovente all’interno. Ovunque piloni per sorreggere il soffitto, altre impalcature, questa volta d’acciaio. “Vedete i lavori sono in corso, erano fermi da tre anni a causa dell’instabilità nel Paese”, ha sottolineato.

Le sabbie del deserto per secoli hanno protetto la prima piramide della storia dal degrado del tempo. L’imponente costruzione “a mastabe sovrapposte” fu realizzata dall’ingegnere Imenhotep nella necropoli di Saqqara sotto il comando del faraone Zoser (2635-2615), secondo re della III dinastia. Ma questi ultimi decenni hanno “soffocato” le strutture di oltre 4600 anni fa. Già nel 1992 un terremoto aveva danneggiato la piramide a gradoni, ma oggi la situazione è molto peggiorata nonostante gli sforzi dei restauratori per salvarla. Anzi, almeno secondo un gruppo di esperti che ha lanciato l’allarme sulle sue condizioni, sarebbero stati proprio gli interventi più recenti a danneggiare ulteriormente il monumento. Il progetto di restauro della piramide di Zoser punta a recuperare la grande opera di Imenhotep, considerato come il primo ingegnere della storia, autore di una vera e propria rivoluzione nell’architettura funeraria dell’Antico Egitto. Un merito che gli sarà riconosciuto anche nelle dinastie successive. Sotto gli ordini del re Zoser, Imenhotep pensò di sovrapporre su più piani le mastabe tradizionali, ottenendo così una costruzione a piramide a gradoni di 60 metri, che permetteva al suo re di essere più vicino al cielo, quando doveva essere ricevuto da Ra, dio del sole e l’origine della vita. Ma la polemica si è ulteriormente accesa nelle ultime settimane, dopo che diversi gruppi che si preoccupano della conservazione del patrimonio hanno denunciato che l’attuale cattivo stato della piramide è dovuto alla negligenza della società incaricata del restauro, società che, sempre secondo le loro affermazioni, non avrebbe mai restaurato un sito archeologico prima dell’intervento a Saqqara. E poi ci sono le segnalazioni-proteste degli egittologi che si sono alzate più volte negli ultimi anni. Sono stati proprio gli egittologi a denunciare che la pietra originale veniva rimpiazzata con pietre nuove. Un’accusa che i lavoratori impiegati dal ministero delle Antichità cercano di negare o minimizzare. “Oltre il 90% dei blocchi che abbiamo usato sono della piramide, recuperati al suolo e nelle vicinanze”, ha assicurato Hasan Imam, un ingegnere che ha partecipato alla ricostruzione. “Il monumento è in buone condizioni e solo un altro terremoto potrebbe causarne il crollo”.

Dal 2002 sono in corso i restauri della grande piramide a gradoni di Saqqara, la più antica dell'Egitto

Dal 2002 sono in corso i restauri della grande piramide a gradoni di Saqqara, la più antica dell’Egitto

Gli interventi nell’area archeologica di Saqqara sono iniziati nel 2002, ma la complessità del lavoro e i problemi economici ne hanno più volte causato la sospensione. Nel 2006, la società egiziana Al-Shorgaby, specializzata in progettazione e costruzione, ha vinto la gara d’appalto per il restauro. I lavori sono proseguiti fino al 2010 e, dopo un tentativo – fallito – di riprendere l’attività, sono tornati a fermarsi allo scoppio della rivoluzione nel 2011. E proprio in quei giorni, quando al Cairo, che dista 30 chilometri, si inneggiava alla rivoluzione contro Mubarak, qui e negli altri siti della zona sono entrati in azione i tombaroli, razziando quanto possibile. Ma la piramide soffre anche di vari problemi strutturali: al di sotto della camera centrale vengono infatti utilizzate travi d’acciaio, come “airbag”, per sostenere le mura, e fermare un processo di sprofondamento di alcune parti.

La selva di impalcature che si articolano nel cuore della piramide di Zoser

La selva di impalcature che si articolano nel cuore della piramide di Zoser

E si arriva così a un paio di settimane fa, quando l’appena nominato il ministro delle Antichità, Mamdouh El-Damaty ha annunciato il proseguimento dei lavori sulla piramide di Zoser, che dovrebbe essere completato entro la fine del 2015. All’annuncio diversi giornali locali hanno dato voce alle lamentele di quei gruppi che si preoccupano di tutelare il patrimonio e così lo scandalo è arrivato fino alle autorità egiziane. Proprio per smentire queste notizie, il ministero ha organizzato per la stampa una visita al sito archeologico. Lo stesso ministro delle Antichità – come si diceva all’inizio – è penetrato nel cuore della piramide, dove ha spiegato ai giornalisti che le impalcature poste pochi metri sopra la camera sepolcrale la rendono “completamente sicura”. El-Damaty ha poi insistito sul fatto che “i lavori di restauro vanno avanti correttamente, sotto la supervisione di un team dell’Unesco che è venuto in Egitto”.

Operai al lavoro sul fianco della piramide che domina la piana di Saqqara

Operai al lavoro sul fianco della piramide che domina la piana di Saqqara

Il ministro El-Damaty è in prima linea nel rilancio dei siti archeologici egiziani, che fino al 2010 garantivano una bella fetta del business miliardario legato al turismo. Altre immense opere sono in corso, a cominciare dal nuovo Grande Museo che dovrebbe aprire i battenti il prossimo anno. L’Unesco guarda con molta attenzione ai passi del governo, e in una recente visita ufficiale ha lodato gli sforzi del Cairo. Ma mancano i fondi: per la ristrutturazione del museo islamico, tanto per fare un esempio, quello semidistrutto lo scorso gennaio nel primo attentato kamikaze nella storia del Cairo, l’unico e più importante finanziatore straniero è l’Italia.

La Guardia di Finanza ritrova la Sfinge alata etrusca del museo di Cerveteri, testimone dei rapporti nel IV sec. a.C. tra le aristocrazie etrusche e quelle macedoni

La Sfinge etrusca alata del IV sec. a.C. trafugata dal museo nazionale Cerite di Cerveteri

La Sfinge etrusca alata del IV sec. a.C. trafugata dal museo nazionale Cerite di Cerveteri

Una sfinge particolarmente fortunata quella del museo di Cerveteri. Per due volte rubata, la prima oltre 40 anni fa, e per due volte ritrovata dalla Guardia di Finanza. “Un ritrovamento che restituisce alla città di Cerveteri un pezzo della sua storia antica”, spiega senza nascondere la propria soddisfazione la soprintendente per l’Etruria Meridionale, Alfonsina Russo Tagliente insieme a Rita Cosentino, direttore del Museo Cerite, “specialmente in relazione alle importanti scoperte fatte appena lo scorso mese di agosto in Grecia. Questa Sfinge rappresenta una delle testimonianze più autorevoli degli stretti rapporti che nel IV secolo avanti Cristo legavano le aristocrazie etrusche e quelle macedoni. Le sfingi, i leoni di pietra, le figure femminili rinvenuti ad Amphipolis, ai confini tra Macedonia e Tracia, trovano riscontri puntuali nelle sculture del complesso monumentale rupestre di Greppe Sant’Angelo”.

La Guardia di Finanza procede al rilievo della Sfinge etrusca alata dopo averla recuperata

La Guardia di Finanza procede al rilievo della Sfinge etrusca alata dopo averla recuperata

Le telecamere della videosorveglianza hanno ripreso il furto della Sfinge etrusca alata

Le telecamere della videosorveglianza hanno ripreso il furto della Sfinge etrusca alata

La Sfinge alata etrusca era stata trafugata dal Museo di Cerveteri nel maggio del 2014. La notte tra il 14 ed il 15 di quattro mesi fa, tre persone a volto coperto se la presero con un carrello incuranti che a riprenderli c’erano le telecamere di sicurezza. Fu un furto clamoroso perché le immagini con le sequenze dei tre ladri fecero il giro del mondo, evidenziando la vulnerabilità della necropoli di Cerveteri, considerato anche il fatto che è uno dei 50 siti italiani dell’Unesco. La Sfinge è stata così inserita tra le opere d’arte più importanti da ricercare ed anche nella banca dati dei Beni Culturali rubati. I finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma – Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico l’hanno ritrovata nello stesso quadrante a nord della Capitale in un fondo agricolo sulla via Braccianese. Avevano saputo che un manufatto verosimilmente «antico» era nascosto tra la vegetazione, hanno fatto così una ricognizione dell’area e lo hanno scoperto proprio a ridosso di un edificio rurale. Era proprio la scultura in travertino raffigurante una sfinge alata e l’hanno subito riconosciuta come l’opera rubata dal comprensorio di Cerveteri. Un successivo esame della scultura, condotto da un’equipe specializzata della Soprintendenza per i beni archeologici dell’Etruria Meridionale, ha confermato che si trattava della sfinge risalente al IV secolo a.C. Secondo gli investigatori la Sfinge era stata temporaneamente nascosta tra i campi in attesa di essere trasportata all’estero, dove sarebbe stato destinata al mercato clandestino internazionale di oggetti d’arte antica.

La Sfinge etrusca alata ritrovata dalle Fiamme Gialle era stata rubata anche nel 1972

La Sfinge etrusca alata ritrovata dalle Fiamme Gialle era stata rubata anche nel 1972

Ma come detto, quella del maggio scorso non era stata la prima volta. La sfinge alata era stata infatti rubata ancora nel 1972 dal complesso funerario della necropoli rupestre di Greppe Sant’Angelo, dove si trova la monumentale Tomba di Caronte, nell’agro di Cerveteri, ed era stata recuperata, anche in quel caso, dalle Fiamme Gialle.

Una sala espositiva del museo nazionale Cerite di Cerveteri che ospita di nuovo la Sfinge etrusca alata

Una sala espositiva del museo nazionale Cerite di Cerveteri che ospita di nuovo la Sfinge etrusca alata

La Sfinge etrusca alata

La Sfinge etrusca alata

“Siamo entusiasti”, commenta il sindaco di Cerveteri, Alessio Pascucci, “e grati al personale del Nucleo della Polizia Tributaria di Roma per l’inestimabile risultato dell’operazione di recupero della sfinge etrusca. Per questa importante opera si apre da subito una nuova opportunità di essere ammirata e conosciuta dal pubblico, trovando nuova collocazione nel museo nazionale Cerite, nel cuore del centro storico di Cerveteri. Da parte dell’amministrazione comunale, il più sentito ringraziamento al colonnello Massimo Rossi, che ha guidato le operazioni di recupero del manufatto”. “Abbiamo seguito con apprensione la vicenda del trafugamento della Sfinge”, interviene Lorenzo Croci, assessore allo sviluppo sostenibile di Cerveteri, “e viviamo con gioia il suo ritrovamento. Le riprese delle telecamere di videosorveglianza e l’ottimo lavoro fatto dalla Guardia di Finanza hanno impedito che dei balordi sottraessero per sempre alla sua Patria un’opera d’arte di grande valore storico. Oggi il Comune di Cerveteri, la Regione Lazio e la Soprintendenza stanno lavorando d’intesa sulla promozione del territorio e la valorizzazione delle aree archeologiche. In questo impegno un ruolo di protagonista spetta proprio al museo nazionale Cerite”. Da sabato 20 settembre, la Sfinge è esposta, con i Leoni e il Charun di ritorno dalla mostra a Palazzo delle Esposizioni, per la prima volta al pubblico in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2014. Un’occasione eccellente, dal momento che proprio sabato a Cerveteri è stata inaugurata una nuova sezione speciale del museo nazionale Cerite dedicata all’area archeologica di Greppe Sant’Angelo”.

 

A Roma la mostra “Simboli vivi”: per la prima volta esposte in Italia le ceramiche dipinte preistoriche del Baluchistan pakistano

Al museo nazionale di Arte Orientale di Roma è aperta la mostra di ceramiche preistoriche dal Baluchistan pakistano

Al museo nazionale di Arte Orientale di Roma è aperta la mostra di ceramiche preistoriche dal Baluchistan pakistano

Il manifesto della mostra "Simboli vivi"

Il manifesto della mostra “Simboli vivi”

Ci sono la foglia dell’albero di pipal, il pesce, lo zebù, lo stambecco, la tigre, l’unicorno, alcuni motivi geometrici, come la croce o la scala: sono simboli religiosi e sociali elaborati nel mondo delle prime città della Valle dell’Indo, quando lo richiese la costruzione di un nuovo tipo di società. Sono simboli difficili da decifrare ma affascinanti, che si sono perpetuati nei millenni, mantenendo parte dei significati originali e assumendone di nuovi, in un cangiante gioco di specchi nel quale possiamo ricercare frammenti della nostra stessa identità.  Ora questi “simboli” sono diventati protagonisti della mostra “Simboli Vivi / Living Symbols” al museo nazionale d’Arte Orientale di Roma (MNAO) organizzata dal MNAO e dall’Ambasciata della Repubblica Islamica del Pakistan, in collaborazione con il Dipartimento per i Beni Culturali: Archeologia, Storia dell’Arte, della Musica e del Cinema dell’Università degli Studi di Padova (dBC). Curata da Giovanna Lombardo del MNAO e Massimo Vidale del dBC, insegnamento di Archeologia Orientale, la mostra presenta per la prima volta in Italia 80 ceramiche preistoriche del Baluchistan (Pakistan) – vasi e figurine animali in terracotta – che vengono da un sequestro operato nel 2005 dal nucleo di Monza del comando Carabinieri per la Tutela dei Beni Culturali. Tutti gli oggetti, scavati illegalmente e contrabbandati in Italia, sono stati ufficialmente restituiti due anni più tardi alla Repubblica Islamica del Pakistan, in virtù del comune impegno nella lotta al commercio clandestino dei beni culturali, e in Pakistan torneranno al termine della rassegna. La mostra e il catalogo a colori (fotografie di Edoardo Loliva, ISCR) sono bilingui (italiano / inglese).

Un vaso dipinto a motivi geometrici proveniente dal Baluchistan ed esposto a Roma

Un vaso dipinto a motivi geometrici proveniente dal Baluchistan ed esposto a Roma

Le ceramiche preistoriche esposte alla mostra "Simboli vivi" provengono da un sequestro operato dai carabinieri su reperti trafugati illegalmente dal Pakistan

Le ceramiche preistoriche esposte alla mostra “Simboli vivi” provengono da un sequestro operato dai carabinieri su reperti trafugati illegalmente dal Pakistan

simboli_vivi2simboli_vivi4Filo conduttore è la proposizione e la lettura di una serie di importanti simboli profondamente radicati nell’iconografia e nell’immaginario del Subcontinente Indo-pakistano: un primo passo per far capire in Italia la bellezza dell’archeologia del Pakistan pre-protostorico. I motivi decorativi, animali e vegetali, geometrici, dipinti sulla superficie dei vasi illustrano una simbologia di ambito centro-asiatico e del sub-continente indiano, estranea alla nostra cultura occidentale, sebbene alcuni elementi simbolici, come suggerito dal percorso della mostra, si siano radicati anche nella nostra cultura. Raffinate civiltà si sono infatti qui susseguite a partire dal V/IV millennio a.C.: da una relativa uniformità culturale alla fine del Neolitico, il Pakistan passa, tra la metà del IV e il III millennio a.C., ad una differenziazione regionale che è rivelata soprattutto dai diversi stili della ceramica dipinta e che documenta lo sviluppo di culture preurbane e poi urbane, come quelle, dette di Nal e di Kulli dal nome dei siti dove sono state ritrovate, rappresentate dal gruppo di vasi esposti nella mostra, e come la più nota Civiltà della Valle dell’Indo (2600-1900 a.C. ca). Alle ceramiche saranno affiancati oggetti di vita quotidiana in metallo, terracotta e pietra e fili di perle in pietre semipreziose, conservati nel Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’ e appartenenti allo stesso ambito culturale e cronologico.

La storia e il restauro della biga d’oro di Monteleone di Spoleto in mostra al Castello di Postignano: ma senza l’eccezionale carro etrusco, che è esposto al Met di New York

La biga d'oro di Monteleone di Spoleto, eccezionale carro etrusco del VI secolo d.C.

La biga d’oro di Monteleone di Spoleto, eccezionale carro etrusco del VI secolo d.C.

Il Castello di Postignano, borgo medievale abbarbicato sulle colline della Val Nerina in Umbria

Il Castello di Postignano, borgo medievale abbarbicato sulle colline della Val Nerina in Umbria

L’appuntamento è al castello di Postignano a Sellano in Umbria per la mostra “La biga di Monteleone di Spoleto: storia e restauro” che fa rivivere la storia della Biga d’oro di Monteleone di Spoleto l’eccezionale reperto etrusco del VI secolo a.C. scoperto nel 1902 nelle campagne umbre, che però in mostra non ci sarà: la biga è infatti esposta al Metropolitan di New York che per ora resiste nella battaglia a colpi di carte bollate da parte del piccolo centro umbro che la rivorrebbe indietro. In mostra fino al 31 ottobre bisognerà accontentarsi di ammirare un ologramma della biga, proiettato all’interno di una delle sale del borgo messe a disposizione dalla Mirto s.r.l., proprietaria del borgo del castello di Postignano, pittoresco villaggio collinare medievale che domina il paesaggio incontaminato della Val Nerina in Umbria, un territorio ricco di cultura e storia, che dista mezz’ora da Spoleto, Foligno, Norcia, Cascia, Spello, Montefalco, Bevagna e il parco naturale dei Monti Sibillini. Per decenni questa “bella addormentata” è rimasta abbandonata, ma ora, dopo un ampio e sensibile restauro, si respira una vita nuova. ”Abbiamo accolto l’idea di Marisa Angelini, sindaco di Monteleone di Spoleto, di organizzare questa mostra”, spiega l’architetto Gennaro Matacena, socio e fondatore della società, che ha interamente ricostruito il borgo, “ed il progetto si è poi allargato. Quello che unisce noi e questa iniziativa è il territorio. Il nostro scopo è quello di creare delle sinergie virtuose”.

La chiesa della SS. Annunziata al Castello di Postignano, sede della mostra

La chiesa della SS. Annunziata al Castello di Postignano, sede della mostra

Il manifesto della mostra "La biga di Monteleone di Spoleto: storia e restauro"

Il manifesto della mostra “La biga di Monteleone di Spoleto: storia e restauro”

La rassegna è stata comunque resa possibile – spiegano gli organizzatori – proprio grazie alla disponibilità del Met (Metropolitan Museum of Art) di New York che ha concesso le foto e i grafici della biga, oltre che del Comune umbro. Nella chiesa SS. Annunziata e nella sala Mustafà del borgo medioevale di Castello di Postignano sono illustrati la storia della biga dopo la sua scoperta, avvenuta nel 1902, a Monteleone di Spoleto, e il lavoro realizzato dall’archeologa del Cnr Adriana Emiliozzi, che tra il 2002 e 2006 ha diretto lo smontaggio e il corretto rimontaggio del veicolo, di proprietà del Met. La mostra si articola in due sezioni: “La storia”, coordinata da Carla Termini; “Il restauro”, coordinata da Adriana Emiliozzi. E insieme all’immagine olografica della nuova struttura del carro è esposta anche la copia in bronzo del vecchio montaggio realizzata negli anni ’80 dagli allievi di Giacomo Manzù per la mostra “Gli Etruschi in Valnerina: La biga di Monteleone di Spoleto” e concessa per l’occasione dal comune di Monteleone di Spoleto: ”Portare la biga qui serve a far circolare la cultura, a moltiplicare le possibilità di fruizione”, spiega il sindaco Angelini. ”Una cooperazione virtuosa -continua – che dà slancio al territorio, richiamando l’attenzione dei turisti. Il restauro del borgo oggi è la notizia: mettere in comunicazione queste due realtà serve ad entrambe”.

La biga d'oro di Monteleone di Spoleto nelle sale del Metropolitan Museum di New York

La biga d’oro di Monteleone di Spoleto nelle sale del Metropolitan Museum di New York

Realizzata nel VI secolo a.C. in Etruria meridionale, la biga entrò in possesso di un notabile sabino che la portò con sé nella tomba e nel 1902 fu rinvenuta casualmente da un contadino. Venduta per una cifra irrisoria, passò di mano più volte, arrivando a Parigi e, da qui, a New York, acquistata dal primo direttore del Metropolitan, l’italiano Luigi Palma di Cesnola. Seguirono decenni di silenzio fino alla richiesta di restituzione presentata dal Comune di Monteleone di Spoleto tra il 2002 ed il 2008, quando il contenzioso fu definitivamente archiviato dal Tribunale di Spoleto. Nel 2007, il Met riallestì la sezione di archeologia greco-romana ponendo la biga al centro del percorso espositivo. ”Si tratta – spiega l’archeologa Carla Termini – di un’opportunità enorme per far conoscere la storia di questo importante reperto. La mostra è divisa in due sezioni: la prima raccoglie il lavoro di una precedente mostra, organizzata nel 1985, mentre nella seconda si può ammirare la biga dopo l’enorme lavoro di restauro, curato dalla archeologa Adriana Emiliozzi”. Costruita in legno di noce ricoperto di bronzo dorato, la biga, infatti, continua Termini, era stata ”ricostruita in maniera erronea a New York. Per quattro anni la dottoressa Emiliozzi ha studiato la sua composizione, per poi smontarla e restituirle la sua costituzione originaria”.

Sviluppo grafico dei pannelli di rivestimento della biga decorati con scene tratte dalla mitologia greca

Sviluppo grafico dei pannelli di rivestimento della biga decorati con scene tratte dalla mitologia greca

“La Biga di Monteleone di Spoleto”, spiega Canino Info onlus, “è uno dei reperti archeologici più emozionanti del periodo etrusco. Fu trovata nel 1902 a Monteleone di Spoleto da un contadino intento nei lavori di rinnovo dell’aia della sua casa. Mentre spianava un grosso cumulo di terra il terreno gli franò sotto i piedi, aveva scoperto una tomba del VI secolo a.C. Il contadino vendette a mercanti d’arte fiorentini il carro che, dopo una serie di passaggi in Italia arrivò a Parigi per poi finire al Metropolitan Museum di New York. La Biga è un carro da parata in legno di noce interamente rivestita di lamine di bronzo dorato lavorato a sbalzo. Il timone (circa 2 metri) ha l’attacco coperto da una protome di cinghiale; al termine ha invece una testa di uccello rapace. Poco prima di questa è il giogo per l’attacco dei due cavalli, con due anse terminanti a testa di serpente. Il corpo centrale della Biga è chiuso da tre pannelli, uno centrale e due laterali, che hanno bordi arrotondati e curvilinei. Le ruote, sempre in legno ricoperto di lamine bronzee, hanno nove raggi ciascuna per un diametro di cm. 67. Il mozzo termina con una testa di leone. Questi pannelli sono decorati con scene prestate dalla mitologia greca. Sul pannello centrale sono raffigurati una donna (Teti) ed un uomo (Achille) l’una di fronte all’altro, separati da uno scudo bilobato con elmo crestato di tipo corinzio e con protome di ariete. In alto, ai lati dell’elmo, vi sono due uccelli rapaci che volano verso il basso, mentre al di sotto dello scudo c’è un cerbiatto maculato, forse ucciso. La dea veste un lungo chitone ed un mantello. Achille è rappresentato nella classica raffigurazione barbata, con capelli lunghi e riccioli che gli cadono sulle spalle. Indossa un corto chitone e dei gambali, il tutto ricco di decorazioni. Lo scudo bilobato è decorato nella parte superiore da una testa di gorgonie, mentre nell’inferiore è un protome di felino maculato. Sul pannello destro è rappresentato Achille vittorioso in duello su Re Memnone: egli punta la spada sul corpo dell’avversario colpendolo, mentre a terra c’è Antiloco, grande amico di Achille e vittima di Memnone. Sul pannello di sinistra è rappresentata l’ascesa al cielo di Achille e a bordo di un carro trainato da cavalli alati, sotto il carro giace Polissena sacrificata in suo onore. La fascia al di sotto dei tre pannelli è decorata con figure animali che si azzannano tra loro, personaggi in corsa, grifoni. Tra i pannelli laterali e quello centrale è un kuros, un giovane nudo in posizione frontale rigida”. Il carro rientra in quegli oggetti di tipo santuario che avevano una funzione puramente “rappresentativa: carri del genere erano infatti utilizzati solamente in parate e cortei trionfali ed accompagnavano nella tomba i loro possessori, da ricercarsi sempre tra personaggi di alto rango, proprio a testimonianza di questa loro posizione sociale”.

A 27 anni dalla scoperta del Señor de Sipán, il più importante ritrovamento degli ultimi 30 anni in Perù, incontro a Roma e Milano con il suo scopritore, Walter Alva

L'archeologo Walter Alva, scopritore della tomba del Signore di Sepan, sarà a Roma e MIlano

L’archeologo Walter Alva, scopritore della tomba del Signore di Sepan, sarà a Roma e MIlano

Lo scavo della monumentale Huaca Rajada in Perù con la mummia del Signore di Sepan

Lo scavo della monumentale Huaca Rajada in Perù con la mummia del Signore di Sepan

A 27 anni dal ritrovamento della Tumba del Señor de Sipán, definita una delle dieci scoperte archeologiche più importanti del XX secolo e paragonata alla scoperta della Tomba di Tutankhamon e di Machu Picchu, Walter Alva, lo scopritore della tomba di Sipan, è in Italia per illustrare al pubblico tre decenni di ricerche, che hanno rivelato le misteriose civiltà pre-incaiche, affermatesi nel Nord del Perù a partire dal secondo millennio prima di Cristo e soprattutto l’evento culturale che ha rivoluzionato il mondo del Perù. L’appuntamento è a Roma il 17 settembre (al museo preistorico-etnografico Luigi Pigorini, alle 17) e a Milano il 18 settembre (alla Cavallerizza, alle 18). Sarà un viaggio inedito lungo la Ruta Moche nel nord del Perù.

La straordinaria ricchezza della tomba del Signore di Sipan scoperta nel 1987

La straordinaria ricchezza della tomba del Signore di Sipan scoperta nel 1987

La mappa del Perù settentrionale con la posizione di Sipan

La mappa del Perù settentrionale con la posizione di Sipan

Era la primavera del 1987 quando un gruppo di tombaroli in Huaca Rajada, vicino alla città di Sipan nel mezzo della Valle del Lambayeque, nel distretto di Zaña nel nord del Perù, trovarono diversi oggetti in oro. E solo un disaccordo tra di loro fece sì che il ritrovamento fosse segnalato alla polizia locale che fece irruzione nel sito, recuperando un certo numero di oggetti e avvisando immediatamente l’archeologo Walter Alva. Fu lui che chiamò Il Signore di Sipán (El Señor de Sipán) la prima delle numerose mummie Moche trovate a Huaca Rajada, un ritrovamento considerato fin da subito una delle più importanti scoperte archeologiche in Sud America negli ultimi 30 anni, poiché la tomba principale è stata trovata intatta e inviolata. Il monumento di Huaca Rajada è composto da due piccole piramidi di mattoni crudi collegate da una piattaforma bassa. La piattaforma e una delle piramidi sono state costruite prima del 300 d.C. dai Moche; la seconda piramide di Huaca Rajada è stata costruita intorno al 700 d.C. da una cultura più tarda. Molti huacas – diversamente dalla tomba di Sipan – sono stati saccheggiati dagli spagnoli durante e dopo la conquista dell’impero Inca.

Una maschera d'oro ritrovata nel ricco corredo che accompagnava il Signore di Sipan

Una maschera d’oro ritrovata nel ricco corredo che accompagnava il Signore di Sipan

L'archeologo Walter Alva sull'area archeologica preincaica di Sipan in Perù

L’archeologo Walter Alva sull’area archeologica preincaica di Sipan in Perù

Gli esami sullo scheletro hanno stabilito che il Signore di Sipan era alto all’incirca 1,63 metri e che morì a 35-45 anni. I suoi gioielli e ornamenti, che comprendevano un copricapo, una maschera, un pettorale d’oro con la testa di un uomo e il corpo di un polpo, collane, anelli da naso, orecchini e altri oggetti, confermano che il Signore di Sipan era del rango più alto. La maggior parte degli ornamenti erano di oro, argento, rame e pietre semi-preziose. Ma non era solo. Sepolto con il Signore di Sipán c’erano altre sei persone: tre giovani donne (probabilmente mogli o concubine che sarebbero morte qualche tempo prima), due maschi (probabilmente guerrieri), e un bambino di circa nove o dieci anni. I resti di un terzo maschio (forse pure lui guerriero) è stato trovato sul tetto della camera funeraria seduto in una nicchia che si affaccia sulla camera. C’era anche un cane che era probabilmente l’animale preferito dal Signore di Sipan. I guerrieri che furono sepolti con il Signore di Sipán avevano i piedi amputati, come per impedire loro di lasciare la tomba. Le donne erano vestite in abiti cerimoniali. Oltre alle persone, gli archeologi hanno trovato nella tomba un totale di 451 oggetti cerimoniali e le offerte (beni di sepoltura), ed i resti di numerosi animali, tra cui un cane e due lama.

È morto Tony Clunn, l’ufficiale-archeologo che scoprì la “legione perduta” di Varo distrutta nella battaglia della Selva di Teutoburgo

L'archeologo britannico Tony Clunn mostra una delle monete romane trovate nel luogo della battaglia della Selva di Teutoburgo

L’archeologo britannico Tony Clunn mostra una delle monete romane trovate nel luogo della battaglia della Selva di Teutoburgo vicino all’odierna Kalkriese in Bassa Sassonia (Germania)

Ricostruzione della sanguinosa battaglia della Selva di Teutoburgo del 9 d.C. che fu una disfatta per i romani

Ricostruzione della sanguinosa battaglia della Selva di Teutoburgo del 9 d.C. che fu una disfatta per i romani

britannico Tony Clunn, autore della sensazionale scoperta della “perduta legione” del generale romano Publio Quintilio Varo, è morto all’età di 68 anni nella sua casa di Osnabrück, in Germania. Fu lui che nel 1993 annunciò ufficialmente il ritrovamento in Germania, nella Bassa Sassonia, ai piedi della collina di Kalkriese, della località (che da 400 anni veniva ricercata invano) dove fu combattuta la famosa battaglia della Selva di Teutoburgo nel 9 d.C. nella quale morì Publio Quintilio Varo, politico e generale romano. Nato da una gens patrizia decaduta, Varo riuscì a intraprendere la carriera politica grazie alla vicinanza dell’imperatore Augusto: questi gli permise di salire i gradini del cursus honorum e lo accolse nella sua famiglia dandogli in sposa la figlia di suo genero, Marco Vipsanio Agrippa. Varo ricoprì ruoli di notevole prestigio, quale quello di proconsole in Africa e, più tardi, quello di legatus Augusti pro praetore in Siria. Nel 7 d.C. fu inviato come governatore in Germania. È qui che fu ingannato e attaccato dalle forze comandate dal principe dei Cherusci, Arminio, il quale, tradendo i Romani, inflisse a Varo, tra il 9 e l’11 settembre del 9, una durissima sconfitta nella foresta di Teutoburgo, dove furono completamente annientate tre legioni e numerose coorti ausiliarie dell’esercito romano. Lo stesso Varo, vistosi sconfitto, si tolse la vita.

La mappa con i movimenti delle truppe nella battaglia della Selva di Teutoburgo

La mappa con i movimenti delle truppe nella battaglia della Selva di Teutoburgo

Quando John Anthony Spencer «Tony» Clunn fu comandato ne 1987 in Germania era un ufficiale dell’esercito britannico (che poi lasciò nel 1996), e archeologo per passione: col metal detector si dilettava nel tempo libero a cercare monete romane. Per questo, appena assegnato al Royal Tank Regiment di stanza a Osnabrück, in Germania, si rivolse a Wolfgang Schlüter, che all’epoca era l’archeologo di riferimento per il distretto di Osnabrück, per sapere – da cercatore di monete – dove dare un’occhiata. Schlüter gli consigliò di andare una ventina di chilometri a nord della città, dove in passato erano state trovate monete romane, precisando però che da almeno 18 anni non ne era stata trovata più una. L’indicazione di Schlüter non era peregrina: si basava sullo studio di mappe antiche e sull’ipotesi, avanzata nell’Ottocento da Theodor Mommsen, il grande studioso tedesco del mondo antico, che proprio la zona di Kalkriese potesse essere stata il teatro della battaglia del 9 d.C. Così l’ufficiale-archeologo con il metal detector si incamminò lungo una antica pista romana, assistito dalla fortuna. Già il primo giorno Clunn trovò numerose monete del regno di Augusto, la maggior parte in un eccellente stato di conservazione. Con una particolarità, che accese subito l’interesse dell’appassionato: non solo quelle monete trovate erano tutte del I secolo d.C., ma nessuna di esse era successiva al 9 d.C. Clunn capì di essere sulla buona strada: ai piedi della collina di Kalkriese, a una settantina di chilometri a nordovest di Osnabrück, scoprì i resti di una trincea romana e un centinaio di monete del I secolo d.C., alcune delle quali con il sigillo di Publio Quintilio Varo. Aveva trovato la prima prova inconfutabile che in quel luogo c’era stata un’attività militare. Fino a quel momento infatti c’erano state molte ipotesi, tra loro contrastanti, sul luogo della battaglia che gli studiosi stavano cercando senza successo da alcuni secoli.

Il generale romano Publio Quintilio Varo che, vistosi sconfitto, si tolse la vita

Il generale romano Publio Quintilio Varo che, vistosi sconfitto, si tolse la vita

Gli storici romani ricordano con “clades Variana” (la disfatta di Varo) la battaglia della foresta di Teutoburgo che – come detto – si svolse nell’anno 9 d.C. tra l’esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo e una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, capo dei Cherusci. La battaglia si risolse in una delle più gravi disfatte subite dai romani: tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX) furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria. Per riscattare l’onore dell’esercito sconfitto, i Romani diedero inizio a una guerra durata sette anni, al termine della quale rinunciarono a ogni ulteriore tentativo di conquista della Germania. Il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell’Impero per i successivi 400 anni.

Il museo della Battaglia di Varo a Kalkriese (Varusschlacht Museum und Park Kalkriese)

Il museo della Battaglia di Varo a Kalkriese (Varusschlacht Museum und Park Kalkriese)

Una maschera funeraria romana conservata all'interno del museo di Kalkriese

Una maschera funeraria romana conservata all’interno del museo di Kalkriese

Sulla base dei dati raccolti da Clunn, Schlüter iniziò uno scavo sistematico del sito nel 1989, scavo che in seguito sarebbe passato sotto la direzione di Susaanne Wilbers-Rost. Gli scavi archeologici sono durati quasi un decennio. Nel 2002 è stato aperto a Kalkriese il museo della Battaglia di Varo (Varusschlacht Museum und Park Kalkriese) che espone i reperti legati alla battaglia della Selva di Teutoburgo, dove i germani guidati da Arminio massacrarono tutte e tre le legioni romane al comando del generale Quintilio Varo. Nel 1996 Clunn decise di lasciare Londra e di stabilirsi a Osnabrück dove ha continuato a occuparsi di archeologia e ha scritto libri sull’«ultima legione». Negli anni Clunn ha esplorato l’intera area intorno a Kalkriese e con le monete scoperte è stato possibile ricostruire il percorso seguito dai legionari di Varo e stabilire dove i soldati romani subirono l’imboscata e furono massacrati. Secondo Clunn il percorso seguito dai legionari in marcia è esattamente compatibile con i cambiamenti ambientali descritti dallo storico romano Cassio Dione nella sua monumentale “Storia romana”.

Etruria Meridionale. Ripulite dai volontari tornano alla luce le mura poligonali romane dell’etrusca Pyrgi, il porto di Caere-Cerveteri

Un tratto delle mura poligonali del castrum romano di Pyrgi

Un tratto delle mura poligonali del castrum romano di Pyrgi

È tornato in luce l’intero circuito murario in opera poligonale del castrum romano di Pyrgi, l’antica cittadina dell’Etruria corrispondente all’odierna Santa Severa, sulla via Aurelia. Circa 500 metri di mura sono ora nuovamente visibili e possono essere ammirate dai visitatori, dopo che sono state ripulite dalla coltre di rovi e di immondizie che l’avevano sepolte negli ultimi anni, grazie all’intervento curato dai volontari per i beni culturali del gruppo archeologico del Territorio Cerite (Gatc), svolto in collaborazione con la soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale.

Il castello di Santa Severa che insiste sull'antico castrum romano di Pyrgi

Il castello di Santa Severa che insiste sull’antico castrum romano di Pyrgi

Modellino con una ricostruzione del Tempio B di Pyrgi

Modellino con una ricostruzione del Tempio B di Pyrgi

Pyrgi fu una piccola città dell’Etruria meridionale costiera, porto principale di Caere (l’odierna Cerveteri), da cui dista 13 km, e sede del più importante santuario non solo della città, ma di tutta l’Etruria marittima, sacro a una divinità identificata comunemente con Leucotea. Scavi condotti dall’università di Roma a partire dal 1957, anche con l’aiuto della prospezione geofísica, hanno riportato alla luce quasi per intero il grande santuario, con scoperte clamorose (le famose “lamine d’oro di Pyrgi”), cui si è aggiunta dal 1983 una seconda area sacra. Tra il 1964 e il 1967 sono state scavate le mura e le porte della colonia romana, mentre nel 1972 è stato allestito sul posto un Antiquarium statale. L’insediamento etrusco occupava il breve promontorio fronteggiato dall’insenatura naturale del porto, oggi quasi del tutto interrata, prolungandosi a Sud lungo la costa per 300 metri, con una superficie complessiva di 10 ettari, in parte erosa dal mare. Dopo una lunga fase di frequentazione iniziata almeno dalla fine dell’VIII sec. a.C., il sito fu urbanizzato intorno al 600 a.C. secondo un piano apparentemente ortogonale, con strade larghe e ben drenate, case con muri dapprima a mattoni crudi su zoccolo di ciottoli grossi, più tardi interamente di pietre a secco. Al di là del centro abitato furono insediate, in una piana costiera fino allora deserta, due aree sacre, separate da un fosso alimentato da una sorgente situata poco all’interno, l’unica esistente nell’intero comprensorio. La costruzione dei primi sacelli si data verso il 540-530 a.C. La svolta decisiva solo verso il 510 a.C., quando l’area a Nord del fosso fu rialzata e monumentalizzata con la costruzione di un recinto rettangolare di 36 metri per almeno 72. All’interno fu innalzato il tempio Β (20 X 30 m) che aveva una cella quadrata con pronao ad ante precedute da una coppia di colonne, fasciata da una peristasi di 4×6 colonne, con portico meno largo sul lato posteriore. “Muri e colonne erano di tufo intonacato di bianco”, spiegano gli archeologi, “mentre la decorazione del tetto e degli stipiti della porta della cella era fittile. Sul frontone altorilievi ricordavano le fatiche di Eracle”.

Una veduta aerea dell'area sacra di Pyrgi a un passo dal mare

Una veduta aerea dell’area sacra di Pyrgi a un passo dal mare

Le lamine d'oro di Pyrgi (due con iscrizione in etrusco, una in fenicio) trovate nel 1964

Le lamine d’oro di Pyrgi (due con iscrizione in etrusco, una in fenicio) trovate nel 1964

Assieme ai resti della decorazione del tempio nel 1964 sono venute in luce tre lamine d’oro a forma di fogli verticali di cm 8/9 X 18/19, iscritte (due in etrusco e la terza in fenicio), databili, per quanto lo consentono fonetica e paleografia, alla stessa epoca del tempio. L’iscrizione etrusca lunga (36 parole) e quella fenicia (41 parole) costituiscono una bilingue, anche se non puntuale, mentre l’etrusca corta contiene informazioni aggiuntive. “La bilingue – ricordano gli etruscologi – commemora l’impresa di un re «su» Caere, Thefarie Velianas, che ha costruito un «luogo santo» nel «tempio» di Uni, in fenicio chiamata Astarte, e lo ha donato alla dea per ringraziarla del favore ricevuto di regnare per tre anni. Poiché nella terminologia fenicia (e biblica) il «tempio» del dio (letteralmente la «casa») è quello che in Occidente si usa chiamare piuttosto il santuario, con tutta la molteplicità di strutture e di spazi di cui proprio il caso in questione è un buon esempio, è lecito identificare il più circoscritto ma cultualmente più importante «luogo santo» con il tempio B, alla cui porta probabilmente le lamine erano affisse, in compagnia delle grandi bullae d’oro rinvenute assieme con esse (forse le “stelle” citate nella chiusa del testo fenicio)”.

La porta di NordEst del circuito originale delle mura poligonali di Pyrgi

La porta di NordEst del circuito originale delle mura poligonali di Pyrgi

Intorno al 280-270 a.C. sia il santuario monumentale che l’area Sud furono devastati da un evento bellico, forse collegato al conflitto allora insorto tra Roma e Caere, cui seguirono la riduzione a prefettura della città etrusca e l’annessione a Roma dell’intero litorale. Poco dopo templi, sacelli e ogni altra costruzione furono demoliti e i loro resti accumulati al suolo, colmando le bassure, e livellando accuratamente le due aree. La devastazione che colpì le aree sacre coinvolse, a quanto risulta dall’esame della sezione tagliata dall’erosione marina, anche l’intero abitato. Sulle rovine del quartiere antistante il porto fu impiantata la colonia romana, di 5 ettari e mezzo. Le mura urbane, che fungono alla base da contenimento dell’interro che ha livellato i resti della città etrusca, disegnano un rettangolo di 218 X 270 metri. Costruite con massi di arenaria locale lavorati sulla faccia esterna in una raffinata opera poligonale, sono le meglio conservate che si conoscano per una colonia “optimo iure”.

Un tratto delle mura poligonali di Pyrgi ripulito dai volontari

Un tratto delle mura poligonali di Pyrgi ripulito dai volontari

Oggi il circuito delle mura costruito in grandi blocchi di pietra calcarea messi in opera a secco conserva ancora i resti di ben tre delle quattro porte originali dalle quali uscivano le strade rivolte verso le altre colonie romane del territorio: Alsium in direzione dell’attuale Palo Laziale di Ladispoli e Castrum Novum a Santa Marinella; la porta nord era rivolta alla via Aurelia che veniva raggiunta con un breve diverticolo. Resta invece ancora sepolta e sconosciuta la porta affacciata sul mare che dava accesso al porto antistante la città. Il muro era spesso circa 3 metri e altro forse più di 10 metri, liscio verso l’esterno e contraffortato all’interno da un alto terrapieno. Sulla sommità doveva trovarsi un parapetto merlato di tufo, alcuni resti del quale sono ancora visibili nell’intercapedine della Casa della Legnaia all’interno del Castello di Santa Severa. Il percorso delle mura è ora ben visibile e può essere riscoperto con una breve passeggiata a partire dalla spiaggia del castello.

Seguendo il percorso lungo le mura si incontrano ancora tre porte del castrum romano di Pyrgi

Seguendo il percorso lungo le mura si incontrano ancora tre porte del castrum romano di Pyrgi

Il possente circuito murario, ripulito per la prima volta nel 1993 dopo anni di abbandono dai volontari del Gruppo Archeologico, e mantenuto nel tempo dagli operatori museali della Società Archeodromo, è stato finalmente interessato nel 2005 da un sostanziale intervento di recupero e valorizzazione voluto dal Comune di Santa Marinella nell’ambito del grande progetto comprensoriale denominato “Sistema Cerite-Tolfetano-Braccianese”, finanziato dalla Regione Lazio. I lavori del primo lotto, curati dalla ditta Euro Elettra per un costo di circa centomila euro, hanno portato alla bonifica del palmeto e del percorso, alla messa in opera di un impianto d’illuminazione che consente ora la visita notturna di circa duecentocinquanta metri di passeggiata lungo l’imponente muratura in grandi blocchi poligonali, per un tratto conservata per oltre cinque metri di altezza. Panchine in travertino, cestini e pannelli didattici arredano il percorso costituendo una piacevole occasione di informazione sulla storia e l’archeologica dell’antica Pyrgi. Quindi un nuovo interessante itinerario di visita, unico nel suo genere in Etruria. Un percorso che permette al visitatore di perimetrare per intero la cinta muraria di un castrum romano del III secolo a.C., conservata ancora con i resti delle porte urbane e del loro sistema di difesa. Il percorso, tramite le visite guidate dagli operatori del museo, sarà agibile anche di notte, consentendo a tutti la riscoperta di una storia millenaria ed emozionante in un clima di grande suggestione.

Ligabue e Ca’ Foscari sulle tracce degli “uomini d’oro” nelle steppe centro-asiatiche degli Sciti-Saka. In Kazakhstan la terza missione archeologica congiunta

Nelle steppe del Kazakhstan gli archeologi del Centro studi e ricerche Ligabue e dell'università Ca' Foscari sulle tracce degli "uomini d'oro"

Nelle steppe del Kazakhstan gli archeologi del Centro studi e ricerche Ligabue e dell’università Ca’ Foscari sulle tracce degli “uomini d’oro”

 

Ligabue e Ca’ Foscari in Kazakhstan sulle tracce degli “uomini d’oro”. È partita in questi giorni la terza campagna archeologica del Centro studi ricerche Ligabue e dell’università Ca’ Foscari di Venezia lungo la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan, condotta appunto dal Centro Studi e Ricerche Ligabue e dall’università Ca’ Foscari di Venezia con la collaborazione del Centro Studi e Ricerche della storia e archeologia Begazy-Tasmola di Almaty. Prendono parte alla spedizione, per il Centro Studi Ligabue, l’archeologa Elena Barinova, che guida la missione assieme al professore kazako Armand Beisenov; e, per l’università di Ca’ Foscari, Lorenzo Crescioli (con borsa di studio cofinanziata) e il laureando in archeologia Nicola Fior.

La missione congiunta Ligabue-ca' Fiscari interessa la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan

La missione Ligabue-Ca’ Foscari interessa la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan

La Valle dei Sette Fiumi fu abitata nell’età del Ferro da popolazioni di origine indoeuropea chiamate Sciti (dallo storico greco Erodoto del V sec. a.C.) o Saka: queste popolazioni nomadi – da molti definite degli “uomini d’oro” o dei “cavalieri del silenzio” –  non hanno lasciato tracce delle loro abitazioni, ma sono diventate famose per i loro tumuli reali (“kurgan”) che dominano le valli tra le catene di alta montagna.

 

Il mausoleo ghiacciato del principe Saka scoperto in Kazakhstan (Ligabue Magazine)

Il mausoleo ghiacciato del principe Saka scoperto in Kazakhstan (Ligabue Magazine)

Il Centro Studi e Ricerche Ligabue ha avviato ricerche archeologiche in Kazakhstan fin dal 1997 in collaborazione con l’istituto “Margulan” di Archeologia dell’Accademia di Scienze del Kazakhstan. I primi anni di attività hanno prodotto alcune scoperte straordinarie come quella della sepoltura del principe dei Saka (cultura centroasiatica del IV-III sec. a.C). Nel 2000, infatti, nella regione dell’Altai (estremo oriente del Paese), il Csrl ha partecipato a un’importante scoperta: una tomba ghiacciata risalente a 25 secoli fa dove sono stati rinvenuti, perfettamente conservati, 12 cavalli, selle ricamate, stoffe preziose ed il legno finemente inciso che facevano parte del corredo funebre con oggetti d’oro e di ferro. Il ritrovamento è stato importante per l’eccezionale stato di conservazione dei corredi dovuto al terreno ghiacciato, il cosiddetto “permafrost”, che ha mantenuto intatti i resti organici del corredo funebre, normalmente decomposti nelle condizioni ordinarie. Questo ha permesso di rinvenire nello scavo della tomba, per esempio, la sella rigida, più antica al mondo. Oggi gran parte di questi ritrovamenti sono esposti nei musei di Almaty ed Astana.

Nel 2012 prime prospezioni nella Valle dei Sette fiumi alla ricerca di tombe inviolate

Nel 2012 prime prospezioni nella Valle dei Sette fiumi alla ricerca di tombe inviolate

Nel 2012 l’indagine archeologica si è spostata nella Valle dei Sette Fiumi (area sud orientale del paese) con una prima prospezione geofisica – in collaborazione con l’Istituto di Geofisica dell’Università di Trieste.  Sulla base del protocollo d’intesa tra il CSRL, l’università di Ca’ Foscari e quella di Almaty nell’agosto del 2012 è stato realizzato una survey con prospezione di alcuni kurgan (tumuli sepolcrali). Il gruppo di geofisici dell’Università di Trieste ha inviato due esperti che – utilizzando tre differenti strumentazioni di avanzata concezione tecnologica – hanno effettuato importanti rilevamenti su alcuni tumuli della cultura Saka: l’obiettivo era di individuare segnali che avrebbero permesso, nelle auspicabili successive missioni di scavo, di scoprire tombe laterali, di dignitari, non saccheggiate. L’esplorazione in Kazakhstan – nonostante problemi organizzativi dovuti a burocrazia doganale e lunghe distanze – ha permesso di rilevare quattro importanti siti.

Il tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka) scoperto nella missione congiunta 2013

Il tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka) scoperto nella missione congiunta 2013

Finalmente, l’anno scorso, 2013, a 16 anni dalle prime missioni di scavo, c’è stato il ritorno in Kazakhstan degli archeologi del Centro Studi e Ricerche Ligabue con l’Università Ca’ Foscari per la seconda spedizione sulle tracce degli “uomini d’oro”, lungo la Valle dei 7 fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan. Gli scavi condotti nell’estate del 2013 dal Centro Studi e Ricerche Ligabue con l’ateneo veneziano hanno portato alla luce una tipologia sconosciuta di sepolcro. Il ritrovamento, databile fra il II e il V secolo a.C., restituisce nuove informazioni sulla storia delle civiltà nomadi sciite del Kazakhstan. In questo scavo si è riusciti per la prima volta a documentare un tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka), una forma funebre mai conosciuta prima con questo aspetto. Sono state scoperte anche tracce di palificazioni lignee a costruire una sorta di mausoleo fatto di pali disposti in maniera concentrica e ripetute colate di argilla. La scoperta ha così permesso di individuare una variante della cultura saka. Contemporaneamente, in siti limitrofi, sono stati rinvenuti altri oggetti in oro e bronzo provenienti da corredi funebri di particolare valore. La storia dei nomadi sciti, dunque, continua.

Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica

Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica

E ora siamo alla terza campagna di scavo del Csrl con l’università di Venezia. Proprio Ca’ Foscari – che a supporto dell’archeologia ha creato uno specifico fondo di finanziamento (100mila euro per il 2014) – ha avviato numerose spedizioni in siti che vanno dalla Siria alla Georgia al Montenegro fino alla Grecia e all’Egitto. Rilevanti anche le scoperte effettuate nelle campagne di archeologia subacquea. Il Kazakhstan è considerato una delle più interessanti aree archeologiche centro asiatiche; un territorio che – dal Paleolitico al Neolitico fino al Medioevo – è stato disseminato di sepolture e tombe, le più famose delle quali stanno svelando pagini importanti dei nomadi Sciti-Saka, cultura seminomade che ha avuto il suo apice attorno alla metà del I secolo a.C. Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica; alcune delle quali si ri-trovano anche nei muri di Venezia.