Dal 19 al 21 febbraio 2016 appuntamento a Firenze per Tourisma, il salone internazionale dell’Archeologia: decine di incontri con più di duecento relatori

L’auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l’Incontro nazionale di Archeologia Viva (foto Valerio Ricciardi, Roma)
È cominciato il conto alla rovescia: tra un mese, il 19 febbraio 2016, al Palacongressi di Firenze aprirà la seconda edizione di TourismA, il salone internazionale dell’Archeologia, con un ricco calendario di eventi. Oltre a convegni, incontri e workshop (più di venti nei tre giorni del Salone con circa duecentoventi relatori!) sono previsti quattro Archeolaboratori aperti alla partecipazione di grandi e piccoli, singoli, gruppi e scuole. Ospite d’onore di TourismA 2016 è l’archeologo Andrea Carandini che aprirà il XII Incontro Nazionale di Archeologia Viva con una lectio magistralis sulle origini di Roma, mentre il regista Pupi Avati interverrà per ricevere il Premio “R.Francovich” dal ministro Dario Franceschini. Lunghissimo è l’elenco delle grandi personalità del mondo dell’archeologia, della storia, dell’arte e della comunicazione che interverranno nei tre giorni di TourismA, dal 19 al 21 febbraio 2016. Vediamo, a grandi linee, il programma degli eventi, anche se non è ancora quello definitivo.
VENERDÌ 19 FEBBRAIO 2016. Tre i temi particolarmente significativi del primo giorno di lavori. Professione archeologo: all’auditorium (9-13), “Formazione ricerca tutela professione: l’archeologia italiana agli inizi del Terzo millennio”; cui segue nel pomeriggio in sala Verde (14-18), “Archeologi nella società. Archeologia per la comunità”, assemblea nazionale dell’associazione nazionale Archeologi. Prima parte del XII Incontro nazionale di Archeologia Viva, all’auditorium (14.15-18.45): oltre alla lectio magistralis di Carandini, un ricordo dell’archeologo Khaled Asaad, custode dei tesori di Palmira, trucidato dall’Isis con interventi di Paolo Matthie (“La Siria in fiamme”), Viviano Domenici (“Salvare i tesori dalla furia dell’Isis”) e il il film di Alberto Castellani “Khaled al-Asaad: quel giorno a Palmira”. Terzo grande tema: l’archeologia nei territori di guerra. In Sala Verde (9.30-13) e in Sala Onice (14.30-17), “Spes contra Spem: archeologia e ricerca italiana all’estero al tempo della crisi”: sarà un viaggio alla scoperta delle missioni italiane: Phoinike in Albania (Sandro De Maria), Harwa in Egitto (Francesco Tiradritti), Erbil nel Kurdistan iracheno (Luca Peyronel), Afghanistan (Anna Filigenzi), Dmanisi in Georgia (Lorenzo Rook), Althiburos in Tunisia (Gilberto Montali), Gortina di Creta (Enzo Lippolis), Gerico in Palestina (Lorenzo Nigro).

Il paleontologo Lee Berger, capo della missione in Sudafrica, mostra un fossile di Homo Naledi trovato nella grotta Rising Star
SABATO 20 FEBBRAIO 2016. La seconda giornata si apre all’auditorium (9-12.15) con un focus su “Vecchi e nuovi direttori: riusciranno i nostri eroi?”, con le testimonianza da Reggio Calabria a Napoli, da Taranto a Paestum; cui segue (12.15-13) la consegna del premio “R.Francovich” al regista Pupi Avati. Nel pomeriggio , sempre all’auditorium (14.15-18.15), la seconda parte del XII Incontro nazionale di Archeologia Viva, si sofferma con Damiano Marchi sulla scoperta in Sudafrica dell’Homo Naledi; riflette con Franco Cardini sul Califfo e l’ipocrisia dell’Occidente; invece Daniele Morandi Bonacossi prende spunto dalla mostra di Aquileia per introdurre il progetto “L’archeologia ferita. Aquileia ponte tra Occidente e Oriente”; infine Alberto Angela si sofferma sulla millenaria storia della basilica di San Pietro tra arte e archeologia. Per chi cerca curiosità o scoperte particolari, da segnalare in Sala Verde (9-12.30), “Toscana archeologica: ultime scoperte tra il mare e l’Appennino”; in Sala 4 (16-17.30), la “Cultura villanoviana: nuovi dati dalle necropoli di Verucchio”; infine il convegno-workshop in Sala 4, “Sudan, il regno dei faraoni neri”.
DOMENICA 21 FEBBRAIO 2016. Il terzo e ultimo giorno di Tourisma è praticamente monopolizzato in auditorium (8-18) dalla terza parte del XII incontro nazionale di Archeologia Viva. Il film “Petra. La città perduta” di Gary Glassman apre i lavori. La mattina passa dall’archeologia della Magna Grecia: archeologia pubblica nella valle dei Templi di Agrigento (Giuseppe Parello), pitture campane e paestane a Paestum (Angela Pontrandolfo), ricerche in corso a Pompei (Massimo Osanna). Alla letteratura greca: Luciano Canfora parla di Tucidide e Giorgio Ieranò di Omero. Nel pomeriggio, Sebastiano Tusa ci porterà nei fondali delle Egadi e delle Eolie e Maria Ausilia Fadda nei santuari nuragici. Gran finale con Valerio Massimo Manfredi e Lorenzo Braccesi sulle donne nell’antichità.
L’inaugurazione ufficiale di Tourisma 2016 è in programma giovedì 18 febbraio alle 20.45 nel Salone de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio alla presenza del sindaco Dario Nardella, del soprintendente all’Archeologia della Toscana Andrea Pessina e del direttore di Archeologia Viva Piero Pruneti. Louis Godart, accademico dei Lincei e consigliere del Presidente della Repubblica per il patrimonio culturale, terrà una conferenza su “Una civiltà per l’Europa”. Ingresso con prenotazione obbligatoria. L’accredito nominativo va richiesto per e-mail a: archeologiaviva@ giunti.it.
Il De Bello Gallico ha detto il vero: Giulio Cesare raggiunse la Gallia Belgica (Olanda) e qui nel 55 a.C. massacrò le tribù germaniche di Usipeti e Tencteri. Scoperto il luogo della battaglia, armi e resti umani del I sec. a.C.

Armi e ossa umane: è quanto è rimasto a testimoniare la battaglia di Cesare contro Usipeti e Tencteri (Università di Vrije di Amsterdam)
Se non fosse per Giulio Cesare che ne parla esplicitamente nel suo De Bello Gallico il massacro di Usipeti e Tencteri sarebbe caduto nell’oblio insieme al luogo dove quel massacro di consumò. Ma ora l’archeologia ha recuperato un’altra tessera del mosaico della storia: i reperti ritrovati dimostrano che la battaglia si combatté in Olanda. Una scoperta importante perché così gli archeologi dell’università di Vrije di Amsterdam diretti dal professor Nico Roymans non solo hanno stabilito che la battaglia fu combattuta nel sito di Kessel, oggi nella provincia di Brabant, nel sud dell’Olanda, ma hanno anche dimostrato per la prima volta che il console romano arrivò negli odierni Paesi Bassi, dove nel 55 a.C. le sue legioni massacrarono due tribù germaniche nel corso di una battaglia che provocò 150mila morti. Anche se Cesare infatti sostiene nel suo De Bello Gallico di aver visitato la Gallia Belgica, finora non si conoscevano siti nei Paesi Bassi che potessero essere collegati alla presenza di Cesare o a un massacro ad opera dei romani. Numerosi scheletri, insieme a migliaia di punte di lance, spade e caschi in bronzo erano stati trovati sul sito di Kessel negli ultimi trenta anni dagli archeologi dell’università. Ma solo ora la datazione con il carbonio 14 e altre analisi storiche e chimiche hanno permesso di datare al primo secolo avanti Cristo i reperti rinvenuti negli scavi.

La planimetria della battaglia del 55 a.C. tra le legioni romane di Cesare e le tribù germaniche degli Usipeti e dei Tencteri
Vediamo dunque così scrive Giulio Cesare. Nel libro IV capitolo I del De Bello Gallico il console parla di due tribù germaniche, i Tencteri e gli Usipeti, che a causa della pressione degli Svevi (Suebi), nel 55 a. C. (cioè quando erano consoli Gneo Pompeo e Marco Crasso) si erano insediati sulla riva destra del corso finale del Reno, appena oltre l’estremo confine nord del territorio romano: “Ea quae secuta est hieme, qui fuit annus Cn. Pompeio, M. Crasso consulibus, Usipetes Germani et item Tencteri magna [cum] multitudine hominum flumen Rhenum transierunt, non longe a mari, quo Rhenus influit”. Le due tribù chiesero di trattare ma attaccarono a tradimento i romani. La vendetta di Giulio Cesare non si fece attendere. “Germani post tergum clamore audito cum suos interfici viderent, armis abiectis signisque militaribus relictis se ex castris eiecerunt et, cum ad confluentem Mosae et Rheni pervenissent, reliqua fuga desperata magno numero interfecto reliqui se in flumen praecipitaverunt atque ibi timore lassitudine vi fluminis oppressi perierunt”. Il giorno dopo, come spiega nel capitolo XV, Cesare ordinò l’attacco. Giunti alla confluenza tra Mosa e Reno, le due tribù non avevano più speranza di salvezza e fu il massacro: «Molti vennero uccisi, gli altri si gettarono nel fiume e, vinti dalla paura, dalla stanchezza e dalla forte corrente, morirono». E a questo punto su Usipeti e Tencteri scese l’oblio.
Negli ultimi anni Roymans ha cercato di dimostrare l’arrivo dei Romani nei Paesi Bassi, basandosi però soprattutto su prove indirette, come tesori sepolti per essere nascosti ai saccheggiatori, informazioni su spopolamento o su sepolture rituali di armi. Ma finora nessuna traccia archeologica dei campi di entrambe le tribù germaniche, né dei soldati romani. In compenso le fonti ci davano qualche indizio interessante. In alcuni manoscritti medievali del De Bello Gallico, leggiamo nelle glosse che la confluenza della Mosa col Reno era a ottanta miglia romane (120 chilometri) dal mare. “Quel ramo del Reno è oggi chiamato Waal”, spiega l’archeologo, “e scorre ormai vicino alla Mosa a Kessel-Lith. In realtà siamo a circa 90 km dal Mare del Nord, ma se si prendono in considerazione i meandri, la misura di 120 chilometri ci può stare”.
Un riferimento suggestivo che avvalorava i molti ritrovamenti in zona, dragati dall’acqua nel corso dell’ultimo quarto del XX secolo e raccolti da dilettanti. “Grandi quantità di spade di ferro, punte di lancia, fibule, ganci cintura e ossa per la maggior parte databili al I sec. a.C.”, ricorda Roymans. “I ganci di cintura sono tipici dell’abito delle donne germaniche e offrono un primo indizio per l’identificazione delle persone che li indossavano. La ricerca antropologica ha poi dimostrato che le ossa appartengono a uomini, donne e bambini. Sono stati identificati almeno un centinaio di individui. La datazione al radiocarbonio dimostra che tre quarti di loro appartengono al I sec. a.C. E su molte di quelle ossa sono ancora ben visibili i segni di traumi da violenza, come la donna il cui occhio era stato trafitto da una lancia”. La location, le armi, le ossa con traumi violenti, la datazione: sembravano dati più che sufficienti per affermare di avere le prove per dichiarare che quello era il luogo del massacro delle due tribù germaniche da parte delle legioni di Giulio Cesare. Ma Roymans non era ancora del tutto convinto. Così ha chiesto un ulteriore test alla bioarcheologa Lisette Kootker dell’università di Amsterdam: indagare gli isotopi di stronzio dello smalto nei denti di tre individui. E Kootker ha spiegato: “Queste indagini ci aiutano a identificare l’area in cui un individuo è nato. Le tre persone non erano certo dalla zona del fiume olandese. Come ulteriore controllo, abbiamo confrontato i dati con quelli di un osso datato al VII secolo a.C., e che è noto essere di qualcuno che è nato in questa zona”. Quindi questi corpi potrebbero veramente appartenere alle tribù germaniche venute dall’ltra sponda del Reno. A suggellare la scoperta anche il parere dello storico Jona Lendering, autore di Edge of Empire e redattore di storia antica Magazine: “In quei giorni, ci sono stati più scontri tra tribù germaniche e romani, o tra le tribù stesse. Tuttavia, la posizione dei reperti studiati da Roymans, così vicino alla confluenza della Mosa e Waal, è veramente suggestivo e sono tentato di credere che sia giusto”.
Valle di Agrigento: il tempio di Demetra l’unico orientato al tramonto della luna piena del solstizio d’inverno. Archeoastronomi: “Celebra la riunione tra Demetra e Persefone”
Finora alla posizione dei famosi templi greci della valle di Agrigento non si era dato molto peso, visto che nella maggior parte sono orientati al sorgere del sole oppure semplicemente orientati secondo la morfologia del terreno o la griglia della città. Tutto vero. Eccetto uno, il tempio dedicato a Persefone e sua madre Demetra, che ha un orientamento geografico particolare: è rivolto al tramonto della luna piena più vicina al solstizio d’inverno. Lo hanno notato i ricercatori Giulio Magli del Politecnico di Milano, Robert Hannah dell’università di Waikato, Nuova Zelanda, e Andrea Orlando dell’Osservatorio Astrofisico di Catania, che hanno cercato di darne una spiegazione: quel particolare orientamento vuole celebrare la riunione di Demetra con la figlia Persefone, rapita da Ade, dio dell’oltretomba, che la portò negli Inferi per sposarla. La ricerca è stata svolta nell’ambito di un accordo di collaborazione scientifica tra ente parco Valle dei Templi di Agrigento e Laboratorio di formazione matematica e di sperimentazione scientifica (effediesse) del Politecnico di Milano, e pubblicata sul sito web della Cornell University.
Il Tempio detto di Demetra (i cui resti si trovano in località San Biagio al di sotto dell’omonima chiesa) può essere datato nel periodo compreso tra il 480 e il 470 a. C. Questo tempio offre un interessante esempio di edificio distilo in antis ovvero privo del colonnato esterno e costituito da una semplice cella preceduta da un pronao con due colonne. Della struttura originaria si conservano il basamento di m 30×13 c.a, ancora in parte visibile, i muri esterni della cella e quelli divisori tra cella e pronao. Queste parti che ancora permangono sono state inglobate dalla chiesa medievale dedicata a S. Biagio. Delle belle grondaie a protome leonina appartenute a questo edificio si possono ancora ammirare all’interno del museo archeologico regionale di Agrigento nella sala dedicata alle sculture architettoniche. Il Tempio di Demetra nel periodo classico faceva parte di un temenos, un recinto sacro, al quale si devono riferire anche altre strutture adiacenti come due piccoli altari rotondi con incavo centrale, botroi o pozzi sacri, all’interno dei quali sono stati ritrovati dei kernoi (vasi rituali legati al culto di Perfesone) e dei resti appartenenti a dei busti fittili che dovevano raffigurare la stessa Demetra.
I ricercatori stanno ancora approfondendo la ragione di questo allineamento, ma si crede che potrebbe essere dovuto a particolari riti religiosi. Si ipotizza che questi riti prevedessero una processione notturna che partiva dalla fontana santuario posta poco lontano dal tempio (dove sono stati trovati depositi votivi, tra cui una statuetta raffigurante Persefone), saliva al tempio stesso e poi attraversava il corridoio tra il lato nord del tempio e la collina (forse gettando le offerte nel pozzo centrale) e infine si riuniva in un vasto piazzale retrostante il tempio da dove si assisteva allo spettacolo della luna piena che tramontava sulla collina dell’acropoli. «L’archeoastronomia si rivela ancora una volta una scienza multidisciplinare”, afferma Giulio Magli, titolare al Politecnico di Milano dell’unico corso di Archeoastronomia in Italia. “In questo caso contributi diversi fra di loro come l’utilizzo di dati topografici digitali, la ricostruzione al calcolatore del cielo nell’antichità, il rilievo sul campo e la collaborazione con l’Ente Parco Valle dei Templi e quindi con l’archeologia hanno portato a risultati veramente inaspettati, che potrebbero aprire nuove prospettive nella comprensione di culti antichissimi, se solo si pensa che la fonte del Tempio di Demetra risale almeno al sesto secolo a.C. e quindi agli inizi, se non prima, rispetto alla colonizzazione greca della Sicilia”.
Pompei. Alla vigilia di Natale il premier Renzi inaugura sei domus ricche di affreschi sulla via dell’Abbondanza, restaurate nell’ambito del Grande Progetto Pompei
Sotto l’albero Pompei regala l’apertura di cinque domus e una bottega artigiana: sei “gioielli” del sito archeologico lungo la centralissima via dell’Abbondanza (l’arteria principale dove si svolgeva la vita nell’antica città romana) finora neppure presenti sulla mappa degli itinerari proposti dalla soprintendenza e in alcuni casi neppure segnalati da una targa all’esterno dell’edificio. Restaurate nell’ambito dei lavori del Grande progetto Pompei, le sei domus sono: la Fullonica di Stephanus, la casa del Criptoportico, la casa di Paquio Proculo, la casa del Sacerdos Amandus, la casa di Fabius Amandius e la casa dell’Efebo. Stavolta Pompei finisce in prima pagina per una notizia positiva: niente crolli, danneggiamenti, o cancelli chiusi per assemblea sindacale. L’eccezionalità e importanza dell’evento è sottolineata dalla presenza non solo del ministro dei Beni culturali e del Turismo, Dario Franceschini, ma dello stesso presidente del Consiglio, Matteo Renzi. È stato proprio il premier a chiedere al suo ministro di spostare la cerimonia di inaugurazione a giovedì 24 dicembre 2015. L’appuntamento era inizialmente fissato per mercoledì 23, poi il cambio di programma. Confermato su Facebook dallo stesso Renzi: “Al lavoro in questi giorni prenatalizi. Giovedì 24 inauguriamo la riapertura di sei domus a Pompei che finalmente fa notizia per i restauri e non più per i crolli”. L’appuntamento è alle 11. Col premier Renzi – alla seconda visita dopo quella dello scorso aprile – ci saranno il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, il soprintendente Massimo Osanna e il direttore del Grande Progetto Giovanni Nistri. Sarà l’occasione per fare il punto della situazione negli scavi. Il Grande Progetto Pompei termina ufficialmente il 31 dicembre, ma andrà avanti anche nella programmazione Fesr 2014-2020 così da fare in modo che venga spesa l’intera somma di 105 milioni di euro prevista. Dopo il 31 dicembre la segreteria del Grande Progetto verrà assorbita dalla soprintendenza, e scadrà anche il mandato di Nistri. La struttura di supporto, ovvero 17 unità tra cui molti ufficiali dei carabinieri, cesserà di operare. Una preoccupazione in più per l’ente a cui capo c’è Massimo Osanna.
Come si diceva, le sei domus restaurate grazie ai fondi del Grande Progetto Pompei, dopo decenni di buio e incuria, tornano a presentarsi in tutto il loro splendore con gli affreschi, gli apparati decorativi e i mosaici che hanno ritrovato la luce e i colori di quando riaffiorarono dalle ceneri dopo mille e settecento anni. Le domus affacciano tutte su via dell’Abbondanza. Vediamole. La Fullonica di Stephanus è all’incrocio con il vicolo del Citarista. Tra gennaio e luglio 2014 sono stati eseguiti interventi di manutenzione e ripristino delle coperture, reintegrazioni murarie, attività di scavo e ripulitura per riportare alla luce i piani originari. Proprio grazie agli scavi, è stato possibile individuare il percorso di approvvigionamento e di deflusso delle acque, funzionale fin dall’origine alle lavorazioni che si svolgevano all’interno della fullonica. Durante le attività di cantiere è stato deciso di utilizzare il percorso dell’antica canalizzazione di deflusso, per sistemare un impianto di smaltimento delle acque piovane provenienti dal giardino, senza dover realizzare nuovi scavi. Sono serviti altri 10 mesi di lavoro e ulteriori 315mila euro, in aggiunta al milione, per far risplendere i decori della fullonica.
Lì vicino c’è il Criptoportico, uno dei primi cantieri aperti. La dimora prende nome dalla presenza lungo tre lati del giardino quadrangolare di un portico sotterraneo fenestrato – criptoportico appunto – sul quale si aprivano una stanza di soggiorno (oecus) e ambienti termali. L’intervento di restauro, 304mila euro, si è sviluppato in tre fasi: il consolidamento e restauro delle strutture antiche, con integrazione dei precedenti restauri; la restituzione della volumetria originaria attraverso la ricostruzione spaziale con strutture in legno di ciò che era andato perduto anche a seguito del bombardamento del 1943. Un importante intervento a salvaguardia degli affreschi ha, inoltre, interessato il deflusso delle acque meteoriche attraverso opere di drenaggio nel giardino. Quindi si incontra la casa di Paquio Proculo, per il cui restauro è stato speso circa un milione. Quindi si apre la casa di Sacerdos Amandus famosa per le iscrizioni sulle pareti esterne dell’edificio: a fianco della porta di ingresso la scritta di sostegno al sacerdote e l’iscrizione in osco “Spartacs” su uno dei gladiatori raffigurati sulla parete destra del vestibolo. Per il restauro degli affreschi spesi 50mila euro per gli apparati decorativi. Proseguendo il viaggio nella città archeologica, si arriva alla dimora di Fabius Amandus, che ha un piccolo corridoio di accesso che immette direttamente nell’atrio, caratterizzato da un giardino e da una piccola piscina semicircolare, alimentata direttamente dall’acqua piovana. Infine c’è la casa di Efebo che si trova nell’omonimo vicolo, sul lato destro di via dell’Abbondanza. Per la prima tranche di lavori, il restauro architettonico, sono serviti 500mila euro e 716 giorni. La casa è conosciuta anche con il nome di Cornelio Tagete, per il ritrovamento di una statua in bronzo di un efebo, utilizzata come portalampada: la casa è il frutto dell’unione di più abitazioni ed era divisa in un quartiere riservato alla famiglia ed uno di rappresentanza con decorazioni o in stucco o a mosaico. Per il recupero degli apparati decorativi, invece, sono stati spesi altri 900mila euro e impiegati ulteriori nove mesi di lavoro.
Protostoria dei popoli latini. A Roma, nella nuova sezione al museo nazionale romano alle Terme di Diocleziano, prendono forma le sepolture delle principesse dell’antica Collatia

Il ricco corredo dalla Tomba 81 dalla necropoli dell’antica Collatia ora esposto nella nuova sala al museo nazionale Romano di Roma
Il nome di Collatia ai più dice poco. Era uno dei centri minori che si sviluppano nel Latium vetus intorno al IX sec. a.C., fiorito grazie alla sua posizione strategica su alcune delle principali vie di comunicazione e di scambio: la via Collatina e il fiume Aniene. Ne parlano le fonti storiche – è vero – per il suo collegamento con la storia più antica di Roma. Collatia infatti è ricordata da Tito Livio per la vicenda di Lucrezia, la virtuosa moglie di Lucio Tarquinio Collatino: dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio del re Tarquinio il Superbo, si uccise per l’oltraggio subito e, stando alle fonti, sarebbe stata proprio la sua morte a scatenare la rivolta contro la tirannia etrusca che portò alla istituzione della repubblica. Siamo nel V sec. a.C. e Collatino sarebbe stato eletto primo console insieme a Bruto. Ma come si vede siamo sempre a conoscenze molto specialistiche. Ma con l’apertura al primo piano del museo nazionale Romano alle terme di Diocleziano a Roma della nuova sala all’interno della sezione dedicata alla “Protostoria dei popoli latini”, l’antica Collatia con le sue principesse è destinata a diventare famosa.
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Principesse e principi dall’antica Collatia: è la nuova sala della sezione “Protostoria dei popoli latini”
Tre corredi principeschi, uno maschile e due femminili, risalenti al periodo tra l’VIII e il VII secolo a.C., di cui è stata appena concluso il restauro e lo studio, sono esposti per la prima volta nella nuova sala museo Nazionale Romano: la collezione permanente, che illustra lo sviluppo della cultura laziale tra il XI e il VI secolo a.C., si arricchisce così di uno dei più importanti ritrovamenti degli ultimi decenni, rimasto inedito fino a oggi. Sono stati gli scavi condotti dalla soprintendenza speciale per il Colosseo, il museo nazionale Romano e l’Area archeologica di Roma, a consentire di localizzare con certezza, in corrispondenza della borgata di La Rustica, l’antico centro di Collatia. La scoperta del sepolcreto e dell’abitato arcaici in corrispondenza di La Rustica risale al 1972, quando si stava costruendo il tratto di penetrazione urbana dell’autostrada Roma-L’Aquila. Tra il 2009 e il 2012 i lavori di archeologia preventiva per l’ampliamento di questo tratto autostradale hanno portato alla luce le tre tombe principesche esposte ora alle terme di Diocleziano insieme ad altre sepolture ancora in fase di studio e restauro. Alle indagini sul campo come al successivo lavoro in laboratorio sui reperti hanno partecipato studiosi di diverse discipline e specializzazioni. Questo lavoro interdisciplinare ha consentito di ricostruire il quadro dello stile di vita e dell’organizzazione della comunità dell’antica Collatia in epoca protostorica. L’apertura di questa nuova sala della sezione di “Protostoria dei popoli latini” arricchisce dunque la collezione permanente che illustra e valorizza lo sviluppo della cultura laziale, compreso tra la fine dell’età del Bronzo (XI secolo a.C.) e l’età del Ferro fino al cosiddetto periodo “orientalizzante” (X sec. a.C. – inizio del VI sec. a.C.). “La vicenda di Collatia è una vicenda particolare e significativa, perché riesce ad inquadrare la nascita e la crescita di Roma nell’ambiente in cui il seme della città ha germinato”, spiega il soprintendente dell’area archeologica di Roma, Francesco Prosperetti.
La scoperta del sito archeologico. “Il sito archeologico di La Rustica, oggi certamente identificabile con l’antico centro di Collatia”, riassumono gli archeologi della soprintendenza, “è stato individuato nel 1972, in seguito ai lavori per la costruzione del tratto di penetrazione urbana dell’autostrada Roma-L’Aquila. Collatia, situata lungo l’antica via Collatina, si trovava non lontano dall’Aniene e in posizione intermedia fra Roma e Gabii. Sorgeva su un’altura di forma allungata e dalle pareti ripide, immediatamente a sud di una seconda collina occupata dalla necropoli. Proprio i lavori per la costruzione della A24 sono stati determinanti per la scoperta del sito, ma al tempo stesso hanno causato la distruzione di un ampio settore della necropoli e la perdita di alcune centinaia di tombe”. In totale della necropoli di La Rustica fino a oggi sono state scavate 418 tombe, per la maggior parte databili fra l’VIII e gli inizi del VI sec. a.C. (III e IV periodo della cultura laziale). Circa 30 sepolture senza corredo possono probabilmente essere datate al VI-V secolo a.C.; le tombe più recenti, circa 10, si datano al III-II secolo a.C. Le tombe più antiche offrono la documentazione più ampia e completa per la fase avanzata del III periodo laziale (VIII secolo a.C.): un totale di 155 sepolture a inumazione in fossa, per la maggior parte femminili e con corredi molto ricchi. Al IV periodo (fine VIII-inizi VI secolo a.C.), che coincide con il momento di massimo sviluppo dell’insediamento, si data un gruppo di 224 tombe: sono fosse più larghe spesso con un loculo scavato al centro di uno dei lati lunghi per contenere il corredo. Le tombe più importanti sono a pseudo-camera (grandi fosse quadrangolari senza ingresso e con copertura di tavole di legno). In tutte le sepolture di questo periodo sono presenti vasi da rituale: olle di impasto rosso e soprattutto anfore di impasto bruno, rotte intenzionalmente e gettate nella fossa prima della deposizione del cadavere e del corredo, durante una cerimonia di libagione in onore del defunto.

Lo scettro trovato nella Tomba 3: un bastone di legno di corniolo con pomo sferico di bronzo decorato con animali fantastici, contenuto in una scatola di legno di faggio.
Le tombe principesche. La “tomba 3” appartiene a un principe che ha esercitato il potere politico sul centro di Collatia ed è databile alla metà del VII secolo a.C. (orientalizzante medio). La struttura a pseudo-camera ha conservato un ricco corredo che comprende oltre alla fibula, all’affibbiaglio (un prezioso ferma mantello in argento) e alla spada di ferro anche uno scettro, costituito da un bastone di legno di corniolo con pomo sferico di bronzo decorato con animali fantastici ottenuti con intarsi in ferro, contenuto in una scatola di legno di faggio. “Si tratta di un ritrovamento straordinario perché documenta per la prima volta la presenza sicura di uno scettro nel Latium vetus. Alla sinistra principe era posto un carro da guerra a due ruote. Il resto del corredo era composto da vasi di bronzo e di impasto, due coltelli, due spiedi e due lance di ferro”.
La “tomba 81” è invece riferibile a una giovane tra i 16 e i 18 anni. La defunta era collocata all’interno di un tronco di quercia avvolta in un sudario orlato con anellini di bronzo. Gli ornamenti personali, fra i quali un cinturone di lamina di bronzo, sono straordinari per la quantità e la fattura. Anche la ceramica mostra elementi non comuni: due vasi sono probabilmente importati dall’Etruria meridionale, forse da Veio, e sono presenti due vasetti da filtro. “Lo straordinario cinturone di bronzo compare solo in pochissimi importanti corredi della necropoli, ritrovati esclusivamente in tombe di giovani donne di età compresa fra 16 e 20 anni. Questo elemento specifico potrebbe indicare un ruolo collegato con attività di culto”.
La “tomba 238”: una grande fossa isolata in cui era deposta una donna adulta, avvolta in un sudario fermato ai lati da fibule di piccole dimensioni. Il corredo, ricchissimo di ornamenti personali, comprende una fascia di lamina di bronzo sulla fronte, fibule e collane di perle di pasta vitrea e ambra, cinque vasi di bronzo e cinque di impasto. Avvolti in una stoffa sono stati trovati anche un grande coltello e tre spiedi. In uno dei vasi di bronzo erano contenute alcune ghiande che potrebbero indicare che la morte è avvenuta nei mesi autunnali. La sepoltura è in fase di restauro. Infine la “tomba 64”, che ha restituito un principe. “L’ipotesi è data dal ritrovamento di un poggiapiedi di lamina di bronzo con decorazione a sbalzo che suggerisce la presenza di un trono di legno, materiale deteriorabile e per questo probabilmente non conservato”. Come nella tomba 3 era presente un carro a due ruote, adatto all’andatura veloce. Del carro si conservano solo le parti in ferro: i cerchioni e i morsetti fermagavelli delle ruote, le fasce copri-mozzo, gli acciarini. Gli altri elementi strutturali, costituiti da materiali organici come legno e cuoio, sono andati perduti quasi completamente.
“Lo studio sulle comunità protostoriche”, interviene Prosperetti, “è frutto di decenni di ricerche archeologiche, che hanno avuto l’opportunità di riconnettere tante informazioni sul momento in cui Roma comincia a nascere e sulla crescita del suo potere sui popoli del Lazio ad essa preesistenti. Di Collatia si sono perse le tracce durante i secoli e si sono susseguite ipotesi di dove fosse questa città. Le uniche tracce certe sono quelle lasciate dalle sepolture, riemerse dai lavori dell’A24. Non sono tombe qualsiasi – conclude – perché destinate a principesse e principi. I corredi ritrovati sono corredi speciali, unici per la loro importanza, a testimonianza di questa realtà che si potrebbe definire “feudale”, precedente all’egemonia di Roma. Erano luoghi in cui esistevano importanti personaggi che avevano forza e potere su limitate porzioni di territorio, spesso in lite tra loro. Per questo motivo troviamo, in due sepolture, veri carri da guerra di cui sono rimaste intatte le parti metalliche”.
Dai popoli del Caucaso alla civiltà nuragica: l’Eurasia protagonista nella mostra di Cagliari con eccezionali reperti dal museo dell’Ermitage di San Pietroburgo in dialogo con i manufatti sardi

Placca in oro che raffigura un leone: uno degli eccezionali reperti dall’Ermitage di San Pietroburgo in mostra a Cagliari
Dai popoli del Caucaso alla civiltà nuragica, oltre 250 eccezionali opere dal V al I millennio a. C. nella mostra “Eurasia, fino alle soglie della Storia. Capolavori dal Museo Ermitage e dai Musei della Sardegna”, aperta fino al 10 aprile 2016 nel Palazzo della Città di Cagliari: gli straordinari materiali dall’Ermitage di San Pietroburgo dialogano con manufatti sardi e italiani, assolutamente sorprendenti, selezionati per l’evento. La mostra nasce nell’ambito di Cagliari Capitale Italiana della Cultura 2015 ed è il primo atto di un Protocollo di collaborazione triennale tra la città – che ha da tempo avviato un importante processo di rigenerazione urbana su base culturale, esemplare a livello nazionale – e il museo dell’Ermitage, con l’obiettivo di sviluppare studi, ricerche, sinergie e relazioni anche nei prossimi anni. Curata da Yuri Piotrovsky, Marco Edoardo Minoja e Anna Maria Montaldo, la mostra offre una straordinaria selezione, “capace di ricostruire il processo preistorico che cambiò il volto dell’Eurasia, un intero continente, dove, sul finire dell’età della pietra, prese corpo, inarrestabile, una rivoluzione culturale nata nel Vicino Oriente e diffusa nel giro di pochi millenni su un territorio vastissimo. L’era neolitica aveva infatti portato con sé, con l’affermarsi di un’economia di produzione, un cambiamento radicale spazzando via in poche decine di secoli pratiche e consuetudini esistenti da circa un milione di anni”.
“Eurasia, fino alle soglie della Storia” conduce i visitatori a ripercorrere un’epoca cruciale attraverso le testimonianze di ricchissime civiltà che costituirono l’avanguardia nelle trasformazioni culturali, presentando aspetti di eccezionale novità in quella fase di grande evoluzione del pensiero, delle capacità, delle tecniche. Società che, ciascuna per il proprio specifico comparto geografico, seppero costruire ponti e forme di contatto, a livello continentale e a livello mediterraneo, tali da assicurare una posizione preminente nelle dinamiche di scambio e circolazione delle idee, dei saperi, delle innovazioni culturali e tecnologiche. Dal grande museo russo sono giunti oggetti d’uso comune e straordinari corredi funerari, importanti manufatti in oro e pietre preziose, in argilla e pietra, in bronzo e in rame mentre dai musei della Sardegna sono state selezionate oltre cento opere che insieme ad alcuni reperti prestati da musei italiani contribuiscono a indicare i collegamenti e le vie di penetrazione delle diverse culture. “Siamo di fronte a un evento scientifico e di collaborazione internazionale di grandissima valenza”, spiegano i curatori. “Mai prima d’ora, infatti, il museo Ermitage aveva infatti prestato ed esposto in una mostra un nucleo così vasto e importante di opere preistoriche, fondamentali testimonianze del progresso della civiltà”.
“Nulla fu più come prima”, continuano i curatori. “Popolazioni nomadi divennero progressivamente stanziali, la natura diventò paesaggio all’interno del quale l’uomo lavorò, trasformò, costruì, coltivò campi ed allevò animali. Nacquero i villaggi, le distanze, la ruota e nacquero i mezzi di trasporto, gli scambi e, con essi, il commercio. Con la ricchezza si diffusero le guerre e gli strumenti per combatterle e dunque furono necessari nuovi mezzi e nuovi materiali per produrli. Nel giro di pochi millenni l’uso dei metalli determinò cambiamenti epocali, tanto negli utensili e nelle loro fogge, quanto nei sistemi per realizzarle”.
Dal grande museo di San Pietroburgo – che oltre a raccogliere le collezioni imperiali ha sempre svolto un ruolo di primo piano nella ricerca archeologica e nelle campagne di scavi – sono giunti anche materiali Neolitici risalenti al V millennio a.C., rinvenuti principalmente nel complesso della tomba di Nalchik, con gioielli realizzati con zanne di cinghiale, collane fatte con i denti incisivi del cervo, braccialetti in pietra e utensili in pietra e corno, punte di freccia in selce. Sono però due i principali gruppi di oggetti provenienti dalla Russia esposti in mostra. Il primo s’incentra su due straordinari corredi funerari appartenenti alla “cultura di Maikop” nota per i suoi eccezionali “kurgan”, tombe a tumulo che hanno restituito parure funerarie prestigiose e ricchissime, dove gli strumenti della vita quotidiana si affiancano a vasellame di prestigio e a gioielli in oro e pietre preziose. Proprio alla cultura di Maikop appartiene la sepoltura di un adolescente dal villaggio Ulskogo (Ulyap), dove sono state rinvenute figurine di argilla e pietra, che consentono di ipotizzare legami con le culture del Mediterraneo. Il secondo gruppo di materiali offre un’ampia esemplificazione della cultura di Koban (II-I millennio a.C.), che ci presenta i tratti caratterizzanti di una civiltà della più evoluta età dei metalli, a cavallo tra le fasi recenti dell’età del bronzo e la piena età del ferro.
Il Centro polesano di studi storici archeologici ed etnografici (Cpssae) compie 50 anni: un film, una giornata di studi e una mostra tra ricordi, scoperte, impegno

Il film “Cinquant’anni di novità” di Giuseppe Mantovani con consulenza di Raffaele Peretto, presidente del Cpssae
“Cinquant’anni di scoperte, divulgazione, valorizzazione dell’identità dell’antico Polesine. Dai primi passi nelle campagne arate alla ricerca di antiche testimonianze del territorio, il Cpssae ha saputo con entusiasmo passione e impegno farsi conoscere e apprezzare dall’ambiente scientifico. Oggi è considerato un prestigioso centro di ricerca del settore in ambito nazionale”. Inizia così il racconto di mezzo secolo di vita del Centro polesano di studi storici archeologici ed etnografici nel film “Cinquant’anni di novità dal nostro passato. Cpssae 1964-2014” di Giuseppe Mantovani, con la consulenza di Raffaele Peretto, presentato alla 13.ma edizione di “Imagines: obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico promosso dal Gruppo archeologico bolognese. Mezz’ora di immagini e ricordi, testimonianze e ricerche, scoperte e collaborazioni: così poco a poco dalle campagne polesane dal fascino antico ecco riemergere il passato lontano: ceramiche medievali, abitati protostorici, necropoli dell’età del bronzo, tracce di centuriazione romana, abitati palafitticoli… Epoi ricerche che si concretizzano in mostre, cataloghi, e una rivista, Padusa, che quest’anno ha raggiunto il prestigioso traguardo dei 50 numeri.
Quel filmato dedicato al mezzo secolo del Cpssae, che tanto successo ha riscosso alla proiezione bolognese, sembra propedeutico alla giornata di studi “Cinquant’anni di novità dal nostro passato”, venerdì 11 dicembre 2015, alle 9.30, al museo dei Grandi fiumi di Rovigo, in piazzale San Bartolomeo. Cui segue sabato 12 dicembre 2015, alle 10, al museo archeologico nazionale di Fratta Polesine l’inaugurazione della mostra fotografica “Frattesina: affiorano anche i ricordi. Il contributo del Cpssae”. Il Centro polesano di studi storici archeologici ed etnografici fu fondato il 17 dicembre 1964. “Gian Battista Siviero e Gianfranco Bellintani, che sono stati i primi due soci dell’associazione”, ricorda Raffaele Peretto, che del Cpssae oggi è il presidente, “si incontravano già nel 1965 nella libreria di Lino Vanzan in piazza Vittorio Emanuele a Rovigo per parlare di ceramica graffita, quando nessuno sapeva cosa fosse e già dal primo numero di Padusa, dell’agosto 1965, si parlò di Xanto Avelli. A loro si unì Nino Suriani, mecenate della cultura e presidente del Cpssae, che mise a disposizione dei collaboratori le prime vetrine del nascente museo archeologico di Rovigo nel fabbricato dell’ex Val di Susa e partecipò agli scavi di Frattesina impegnandosi molto per la ricerca”. I ricordi si rincorrono. “Nelle prime ricerche di scavo, come ad esempio “Campagna numero 1” si dormiva nelle tende piantate sui confini delle proprietà vicino a Fratta: gli archeologi ed i volontari erano presenti assiduamente durante le fasi di aratura, pronti ad intervenire prima che passasse l’erpice. Anche per questo si è potuto ritrovare il “tesoretto di Frattesina” quasi intero. E nel 1968 il Cpssae pubblica sulla rivista Padusa la prima fotografia aerea nella quale sono visibili le tracce di centuriazione nella zona di Villadose. Le scoperte archeologiche polesane stimolano affascinanti ipotesi delle quali si parla nel primo convegno realizzato all’Accademia dei Concordi”. Gli anni passano, ma non vengono meno entusiasmo ed impegno. “Nel 2006 – continua Peretto – a Rovigo si costituisce il gruppo “Amici dei Musei” come affiliazione del Cpssae, inoltre si svolgono a cura della rivista Padusa incontri e corsi di formazione. Quest’anno si è giunti alla quinta edizione della borsa di studio “Gherardo Ghirardini. Progetti di ricerca a carattere archeologico”, grazie al contributo della Fondazione Banca del Monte; inoltre, nel tempo, è da sottolineare l’importante collaborazione con il Comune di Rovigo ed il notevole contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo”. Gherardo Ghirardini è stato un grande archeologo nato a Badia Polesine nel 1854. Fu professore nelle università di Pisa, Padova e Bologna, dove fu anche direttore del museo archeologico e dove morì nel 1920. È noto per i suoi studi sulla civiltà villanoviana e sugli antichi insediamenti archeologici in Veneto, in particolare nel territorio di Este. Per i suoi meriti scientifici, fu nominato socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, presidente della Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, membro ordinario dell’Istituto Archeologico Germanico, membro effettivo dell’Accademia delle Scienze.
La giornata di studi di Rovigo di venerdì 11 dicembre 2015 si apre alle 10 con i saluti delle autorità; quindi Raffaele Peretto introduce la giornata. Seguono gli interventi di Maria Cristina Vallicelli (soprintendenza Archeologia del Veneto) e Federica Gonzato (museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine – Polo museale del Veneto) su “Territorio e Museo fra tutela e valorizzazione”. Dopo la pausa caffè, “La ripresa delle ricerche a Frattesina: campagna 2015” con chairman Simonetta Bonomi, soprintendente Archeologia del Veneto. Intervengono Paolo Bellintani (ufficio Beni archeologici della Provincia Autonoma di Trento), Michele Baldo (Cpssae) e Claudio Balista (Geoarcheologi associati Sas) su “Frattesina – campagna 2015. Sondaggi e ricognizioni di superficie”; quindi Claudio Balista su “L’abitato e il fiume: conoscenze precedenti e nuovi indicatori di ricerca sulla base dei risultati preliminari dei carotaggi meccanici 2015”. Nel pomeriggio, dalle 14.30, “L’ambra di Campestrin di Grignano Polesine” con chairman Anna Maria Bietti Sestieri (università del Salento – socio dell’Accademia Nazionale dei Lince). Intervengono Ursula Thun, Marco Bertolini (università di Ferrara) e Paolo Bellintani (Cpssae) su “La lavorazione dell’ambra: il caso di Campestrin di Grignano Polesine”; quindi Mauro Cesaretto (Archeo Faber), Francesco Pavan (4Nove-Laboratorio orafo) e Sara Garbellini (Archeo Faber) su “Ambra: laboratorio sperimentale”. Dopo la pausa, chiudono la giornata Ivana Angelini (università di Padova) su “L’ambra protostorica italiana: i risultati degli studi di provenienza”; Paolo Bellintani (Cpssae) su “Rame alpino, ambra baltica e vetro polesano”.
Antico Egitto. Le straordinarie scoperte nella tomba del visir Amenhotep Huy nella necropoli di El-Asasif: dal sarcofago del sacerdote di Amon a quello della cantrice del dio di Tebe ai misteri sul vero padre di Tutankhamon

Il gruppo di archeologi della missione spagnola dell’istituto per gli studi dell’Antico Egitto di Madrid impegnati nel progetto alla tomba del visir Amenhotep Huy a Luxor
“Un nuovo giorno nella necropoli tebana. Ora siamo nel mese di dicembre!!! Come corre il tempo. Siamo ormai nel tratto finale della campagna che è passata come un sospiro. La mattina inizia come un giorno normale, ma alla fine della giornata … siamo stati tutti contenti: avevamo fatto una grande scoperta. Purtroppo, al momento della stesura di questo diario, non possiamo ancora dire quanto è stato scoperto in quanto deve essere il Dipartimento delle Antichità d’Egitto che la notizia al mondo. Ma certo, è una di quelle scoperte che tutti noi vorremmo ci capitasse”. Era il 1° dicembre 2014, ultimo giorno della missione archeologica spagnola diretta dal prof. Francisco J. Martin Valentin, quando gli archeologi annotavano sul diario di scavo la “grande scoperta” dell’egittologa Teresa Bedman e dell’archeologo José Antonio Suárez della tomba di Amenhotep Huy nella necropoli di El-Asasif a Luxor, in Egitto: non era la prima volta che la tomba del visir dell’Antico Egitto sotto il regno del faraone Amenhotep III (più noto nella versione ellenizzata come Amenofi III, faraone della XVIII dinastia, vissuto nella prima metà del XIV secolo a.C. e padre di Akhenaton) regalava sorprese. Proprio nel febbraio 2014 il ministro alle Antichità egiziane Mamdouh el Damati aveva annunciato che le ricerche dell’Istituto di studio dell’Antico Egitto di Madrid col prof. Martin Valentin proprio nella tomba di Amenhotep Visir-Huy avevano prodotto la prova definitiva che Akhenaton aveva condiviso il potere con suo padre per almeno 8 anni. Una scoperta non senza conseguenze, come spiegano gli archeologi spagnoli: “L’anno scorso abbiamo trovato colonne con iscrizioni, mai viste prima, che potrebbero provare che Amenofi III e Amenofi IV (Akhenaton) hanno regnato per un periodo contemporaneamente. Può non sembrare un fatto significativo per la storia dell’Egitto, ma è davvero molto importante. Se questo è vero, e crediamo che lo sia, Tutankhamon sarebbe il figlio di un faraone diverso, poiché la datazione sarebbe un po’ prima. Potrebbe essere il caso che Amenhotep III, e non Akhenaton, sia stato il padre di Tutankhamon, come le iscrizioni sembrano suggerire. Alcuni colleghi hanno respinto questa teoria, ma alcuni di noi vi hanno creduto fin dall’inizio”.

Il sarcofago del sacerdote di Amon scoperto nella tomba del visir Amenhotep Huy nella necropoli di el Asasif a Luxor
E alcuni giorni fa il ministro delle Antichità El Damaty ha annunciato la scoperta all’interno della tomba del Visir Amenhotep, Huy numero 28 ad Asasif della sepoltura intatta con il sarcofago la bara di Ankhef in Khunsu sacerdote di Amon-Ra. El Damaty ha chiarito che il sarcofago ben preservato è stato trovato all’interno di un fosso intagliato nella roccia e coperto con pietre. Secondo i resoconti della missione archeologica spagnola dell’Istituto dell’Antico Egitto in collaborazione con la missione egiziana del ministero delle Antichità, il sarcofago è un tipico esempio per la XXI Dinastia (attorno al 900 a. C.). Il sarcofago rappresenta un uomo che indossa una parrucca tripartita con strisce e corona floreale, ed è fatto di legno e coperto di gesso. L’uomo porta una barba intrecciata e un largo collare “Usekh” che protegge il suo collo e le spalle. Le tre colonne di testo sono distinte al centro, variando dalla parte al di sotto delle braccia fino ai piedi. La scatola del sarcofago è decorata con diverse registrazioni del defunto che fa offerte agli dèi Osiride, Nefertem, Anubi, alla dea Hathor come vacca, e Signora dell’Occidente, con testi geroglifici.
Ma torniamo al sarcofago della sacerdotessa cantrice del dio Amon. Francisco J. Martín Valentín: “Portare alla luce un sarcofago intatta è abbastanza raro, soprattutto quando la mummia è ancora all’interno e lo è da 3100 anni. Ma la sua rilevanza è enorme per il tipo di sarcofago e il periodo di appartenenza, che non sono così comuni nell’archeologia egiziana. Il sarcofago risale infatti alla fine del Nuovo Regno (ca. 1100 a.C.) e l’inizio del cosiddetto Terzo Periodo Intermedio (1070-650 a.C.)”.

Il momento magico: l’apertura del sarcofago della cantrice del dio Amon alla presenza del ministro alle Antichità Mamdouh el Damati
Un momento magico. Era il 14 dicembre 2014 quando il sarcofago è stato aperto alla presenza – tra gli altri – del ministro egiziano delle antichità Mamdouh Eldamaty e del governatore di Luxor Tarek Saad El-Din. Martín Valentín: “Ancora oggi a raccontarlo mi emoziono. Abbiamo sollevato il coperchio del sarcofago e ci siamo resi conto che la mummia era ben conservata. Bedman ha subito notato un sacchetto, contenente un papiro, posto tra le gambe della cantrice del dio Amon. Decifrarlo sarà un compito della campagna prossima missione”. E la Bedman: “Per me il momento più speciale è venuto quando ho messo gli occhi sul sarcofago già di per sé spettacolare, ma anche il corredo funerario è notevole: vasi in ceramica per le offerte, e un bel mazzo di fiori che qualcuno ha lasciato per il defunto 3000 anni fa. Era ancora lì. È stato davvero una forte emozione”. Ha poi aggiunto che i membri della squadra avevano classificato e preso il mazzo di fiori con la stessa cura usata dalla persona che lo aveva messo nella bara tanti secoli fa.
Secondo Martín Valentín uno degli elementi più notevoli del sarcofago è il volto del defunto. “È un ritratto perfetto. Non è un volto femminile generale, ma il profilo della sacerdotessa conservata in quel sarcofago: una bella donna, con affascinanti occhi a mandorla, il naso delicato e lineamenti delicati. Particolarmente seducenti gli occhi che sono stati disegnati e dipinti”. Infine sulla conservazione del sarcofago, scolpito in legno e ricoperto di intonaco decorato: “La maggior parte della pittura è in ottime condizioni. Il deterioramento è principalmente dovuto alle centinaia di tonnellate che per secoli vi hanno pesato sopra, ma nel complesso è davvero in buono stato, pronto per il restauro “.
Tomba ipogea etrusca del III secolo a.C. di Città della Pieve (Pg): recuperato il grande sarcofago e urne cinerarie

La tomba etrusca ipogea scoperta in località San Donnino Fondovalle, nel comune di Città della Pieve (Perugia)
Trenta quintali di storia tutta da studiare. È stato recuperato nel tardo pomeriggio di sabato 28 novembre 2015 anche l’ultimo sarcofago dalla camera funeraria etrusca del III secolo a.C. scoperta un mese fa in un terreno agricolo nei pressi di Città della Pieve, in provincia di Perugia. L’intervento, di particolare delicatezza, date le dimensione del manufatto appunto di oltre trenta quintali, è stato possibile grazie al contributo di attrezzature e uomini del corpo dei Vigili del fuoco, sotto l’assiduo controllo di Francesco Giordano, funzionario della soprintendenza.

Il pesante sarcofago con il defunto ritratto sdraiato, con patera in mano, sul fianco sopra il coperchio
La tomba era stata scoperta in modo fortuito (come spesso accade) sul finire dell’ottobre scorso in località San Donnino Fondovalle, nel comune di Città della Pieve: una sepoltura ipogea, scavata nel terreno naturale, che presenta un ambiente a pianta rettangolare di circa 5 mq, parzialmente interrato da movimenti franosi. Al suo interno – già al momento della scoperta – erano visibili due grandi sarcofagi, uno dei quali recante una lunga iscrizione etrusca, riferibile al defunto, oltre a due urne cinerarie con personaggio maschile sdraiato su un fianco, in travertino alabastrino, una pietra bianca con venature e tessitura fine. Immediatamente il soprintendente per i beni archeologici dell’Umbria Elena Calandra si era recata con l’archeologa di zona Clarita Natalini dal sindaco di Città della Pieve Fausto Scricciolo e dall’assessore alla cultura Carmine Pugliese, per definire un pronto intervento sul sito costantemente presidiato dai carabinieri. Di lì a pochi giorni sarebbe iniziato lo scavo, che si è concluso sabato scorso, sotto la direzione di Clarita Natalini, della Soprintendenza, si sono avvalse delle archeologhe Silvia De Fabrizio, Francesca Bianco, Benedetta Droghieri e Andrea Pagnotta.
Nei giorni precedenti la rimozione del pesante sarcofago, dopo lo scavo del “dromos” (il corridoio che conduce all’ingresso della sepoltura) e la rimozione della porta a doppia anta, sono stati messi in sicurezza gli altri materiali rinvenuti. In particolare una terza urna, della stessa tipologia delle altre, che reca un coperchio con sopra un defunto in posizione coricata, la cui testa presenta tracce di colore e pupille disegnate. Dallo stesso scavo sono emersi anche una serie di vasetti miniaturistici in ceramica acroma, oltre a un’olla e un’anfora dal corpo ovoidale. Tra i reperti metallici, emersi frammenti di uno strigile e un’olletta in bronzo. Ai piedi del sarcofago con iscrizione – riferisce la soprintendenza umbra – è stata rilevata la presenza di una testa, con evidente frattura alla base del collo, che ritrae un personaggio maschile, calvo, di cui al momento non è chiaro il contesto di appartenenza. Tutto il materiale è stato trasportato al museo civico di Santa Maria dei Servi, a Città della Pieve, dove sono previsti interventi di consolidamento e restauro. “Sarà così possibile – concludono in soprintendenza – una più accurata lettura del complesso di età ellenistica, di cui si darà conto alla collettività”.
Etruria meridionale. Apre il santuario del Portonaccio di Veio (VII-V sec. a.C.), tra i più antichi e venerati d’Italia: pronto a ospitare anche i pellegrini della via Francigena diretto al Giubileo della Misericordia a Roma
Era tra i santuari più antichi e venerati d’Italia. L’area sacra dedicata a Menerva/Minerva, oggi nota come santuario del Portonaccio, sorgeva immediatamente fuori la città di Veio, in Etruria meridionale, su un ripiano tufaceo non vasto, a picco sul fosso della Mola. Era attraversato in tutta la sua lunghezza dalla via che conduceva dalla città di Veio al litorale tirrenico e alle famose saline veienti, il cui tracciato fu ricalcato in epoca romana dalla strada basolata ancora in parte conservata. E nel Medioevo il sito, dove nel frattempo era sorto il borgo di Isola Farnese, fu interessato dal passaggio della via Francigena, percorsa dai pellegrini che da Canterbury, in Inghilterra, attraverso la Francia e le Alpi raggiungevano la città eterna, Roma. E proprio per consentire una visita del santuario del Portonaccio ai numerosi pellegrini dei nostri giorni – che lungo la via Francigena raggiungeranno Roma per il Giubileo straordinario della Misericordia -, riapre l’area archeologica di Veio secondo i nuovi orari: martedì, mercoledì, venerdì, domenica e festivi dalle 8 alle 14; giovedì e sabato dalle 8 alle 16. Il biglietto intero avrà il costo di 2 euro, quello ridotto di 1 euro.
Il santuario è il risultato di una complessa vicenda, sia edilizia che cultuale, risalente ai primi decenni del VII secolo a.C., che raggiunge l’assetto finale intorno alla metà del V secolo a.C. La costruzione del tempio, voluta certamente dal re tiranno della città, sostituì precedenti strutture risalenti alla seconda metà del VII secolo a.C.: una sorta di casa-torre con vano di base seminterrato, adibita ad abitazione degli addetti al santuario, e successivamente (verso il 530 a.C.) una residenza riccamente ornata da fregi fittili raffiguranti, tra l’altro, l’apoteosi di Ercole. Il nucleo più antico, situato all’estremità orientale del ripiano, era legato al culto della dea Menerva, la latina Minerva, venerata sia nel suo aspetto oracolare che in quello di protettrice dei giovani e del loro ingresso nella comunità. In onore della dea, ricordata da iscrizioni votive accanto ad altre divinità (Rath=Apollo; Aritimi=Diana; Turan=Venere). Verso il 540-530 a.C., al posto di più antiche strutture murarie, furono eretti un tempietto a semplice cella con relativo grande muro di sostruzione del ripiano tufaceo costruito per regolarizzare la sommità del dirupo, un altare quadrato con bothros (fossa dei sacrifici), un portico e una gradinata di accesso dalla strada. Numerosi e pregiati gli ex voto in avorio, in bronzo, oltre a particolari ceramiche in bucchero, tra i quali spiccano quelli con dediche di personaggi importanti come Tolumnius, Vibenna, venuti da città lontane (Vulci, Castro, Orvieto) attirati dalla fama dell’oracolo di Menerva. Eccezionale lo splendido donario in terracotta policroma raffigurante l’apoteosi di Ercole, introdotto tra gli dei dell’Olimpo dalla sua protettrice Minerva, eseguito verso il 500 a.C. Nella parte occidentale del santuario fu eretto verso il 510 a.C. il tempio a tre celle di tipo tuscanico ornato dall’eccezionale apparato decorativo in terracotta policroma di cui facevano parte nel gruppo delle statue acroteriali, quelle di Apollo ed Ercole. Il tempio fu affiancato da una grande piscina, alimentata da un apposito cunicolo e da un vasto recinto retrostante che racchiudeva un bosco sacro. Il culto era quello di Apollo/Rath nel suo aspetto oracolare profetico ispirato al modello delfico, al quale si collegavano i riti di purificazione. Associato ad Apollo era Ercole, l’eroe divinizzato caro ai tiranni, e forse Giove/Tina, la cui immagine dovremmo supporre sul fastigio dell’edificio templare.
Oggi il tempio è visibile nella sua ricostruzione dalla sagoma dell’edificio sino al tetto, compresi altri particolari tra cui le decorazioni architettoniche e una statua di Apollo di 12 metri di altezza. Dall’ingresso degli scavi si giunge al santuario percorrendo un breve ma suggestivo tratto di basolato romano immerso nel verde. “Dalle iscrizioni”, spiegano gli archeologi, “sappiamo che il complesso templare era dedicato alla dea Minerva, ma è generalmente noto come santuario “di Apollo” per la bellissima statua fittile acroteriale (destinata a decorare il vertice del frontone del tempio) rappresentante il dio, attualmente conservata al museo nazionale di Villa Giulia”. Il santuario si componeva del tempio vero e proprio, di una piscina annessa, servita da una serie di cunicoli sotterranei, alcuni dei quali ancora ben visibili, e di una piazza, che a Est terminava in una larga piattaforma quadrangolare. In età post-classica nella collina furono aperte cave per ottenere materiale da costruzione le quali hanno provocato il collasso dell’area centrale del complesso; le strutture sono state quindi raccolte blocco per blocco dal fondo della cava e restaurate nella forma attuale.
“Il restauro del tempio”, continuano gli archeologi, “ha ricreato con una struttura leggerissima e affatto invasiva quelle che dovevano essere le dimensioni del tempio, consentendo una chiara comprensione della struttura ed anche della localizzazione delle decorazioni. Il ricchissimo corredo fittile, datato alle fine del VI sec. a.C. era composto di lastre di rivestimento, di affreschi su terracotta per le pareti della cella, di antefisse (ornamento in terracotta dei tetti degli edifici antichi, posto alle estremità delle tegole convesse) a testa gorgonica e a testa di menade, e soprattutto di bellissimi gruppi acroteriali, tra i quali il più famoso è sicuramente l’Apollo. Gli acroteri che decoravano il columen (trave centrale) del tetto a doppio spiovente del tempio, come anche le antefisse, sono tutte opere attribuibili ad un’unica bottega, probabilmente quella del famoso artista Vulca, noto dalle fonti latine come artista attivo a Roma nella decorazione del grande tempio di Giove Capitolino, voluto dal re etrusco Tarquinio il Superbo ed inaugurato nel 509 a.C.”. Soddisfatto Daniele Torquati, presidente del XV Municipio di Roma: “Ringrazio a nome dei cittadini del Municipio tutti gli attori che hanno voluto, portato avanti e ottenuto la valorizzazione dell’area archeologica di Veio, traguardo importante per residenti, visitatori e pellegrini in vista del Giubileo della Misericordia”.







































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