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Oggetti d’oro, gioielli in pietre dure e denti di animali, terrecotte e manufatti in pietra e bronzo: fate ancora in tempo a visitare a Cagliari la grande mostra “Eurasia, fino alle soglie della storia”, prorogata al 29 maggio

"Eurasia, , fino alle soglie della Storia. Capolavori dal Museo Ermitage e dai Musei della Sardegna”: la mostra è in corso a Cagliari

“Eurasia, , fino alle soglie della Storia. Capolavori dal Museo Ermitage e dai Musei della Sardegna”: la mostra in corso a Cagliari prorogata al 29 maggio

Ne avete sentito parlare bene, avete anche letto dei capolavori esposti, e avevate pure programmato un week end a Cagliari per poter visitare la grande mostra “Eurasia, fino alle soglie della storia” e poi per imprevisti non ce l’avete fatta? Bene, siete fortunati. Fate ancora in tempo, perché la mostra “Eurasia, fino alle soglie della storia”, aperta a Cagliari a Palazzo di Città – che avrebbe dovuto chiudere domenica 10 aprile – è stata prorogata fino al 29 maggio prossimo grazie all’ok di tutti i musei prestatori e soprattutto del museo statale Ermitage e del ministero russo che hanno acconsentito a far permanere a Cagliari le 377 preziosissime opere delle collezioni del museo di San Pietroburgo, testimonianza delle civiltà del Caucaso tra il V e il I millennio a. C., prestate per questo evento (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/12/15/dai-popoli-del-caucaso-alla-civilta-nuragica-leurasia-protagonista-nella-mostra-di-cagliari-con-eccezionali-reperti-dal-museo-dellermitage-di-san-pietroburgo-in-dialogo-con-i-manufa/). La proroga, attesa soprattutto dalle scuole, che numerose hanno chiesto di visitare l’esposizione soprattutto in questi mesi, darà modo anche ai turisti – affascinati da un città che si rivela in questi anni completamente trasformata e rivitalizzata – di godere di un’esposizione anche cui la stampa nazionale (oltre che il pubblico) ha decretato il successo: riconoscendone l’eccezionalità, con opere in gran parte mai esposte in Italia, contributi scientifici trasversali e multidisciplinari ben espressi nei saggi in catalogo (Silvana editoriale: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/21/eurasia-fino-alle-soglie-della-storia-capolavori-dal-museo-ermitage-e-dai-musei-di-sardegna-a-milano-la-presentazione-del-catalogo-della-grande-mostra-in-corso-a-cagliari/) e un taglio contemporaneo e assolutamente innovativo nell’allestimento – curato dal creativo Angelo Figus – che avvicinano l’archeologia al sentire moderno. Dunque si attendono nuovi afflussi straordinari a Palazzo di Città, considerando anche l’appuntamento del 1° maggio con la grande festa di Sant’Efisio, la processione religiosa più importante di Cagliari, dove si svolge interrottamente dal 1657, che porterà fiumi di partecipanti e di turisti.

L'allestimento della mostra "Eurasia, fino alle soglie della storia" è stato curato da Angelo Figus

L’allestimento della mostra “Eurasia, fino alle soglie della storia” è stato curato da Angelo Figus

“Eurasia, fino alle soglie della storia” è una mostra eccezionale – promossa dal Comune di Cagliari e dal museo statale Ermitage con il Mibact-soprintendenza Archeologia Sardegna e Polo Museale della Sardegna, con la Regione Sardegna e la fondazione di Sardegna in collaborazione con Ermitage Italia, curata da Yuri Piotrovsky, Marco Edoardo Minoja e Anna Maria Montaldo. Un’operazione imponente che, nata dalla collaborazione con il Museo russo, ha chiuso con successo l’avventura di Cagliari Capitale Italiana della Cultura 2015, dando l’avvio ad altri importanti progetti che si svilupperanno nei prossimi anni nel quadro del protocollo d’intesa con l’Ermitage. La mostra, che ha visto file di visitatori in attesa di ammirare i circa 500 reperti esposti – con straordinari oggetti d’oro, gioielli in pietre dure e denti di animali, terrecotte e manufatti in pietra e bronzo, espressione della grande rivoluzione del Neolitico e del flusso e dell’intreccio di culture ed esperienze – conduce i visitatori a ripercorrere, dai popoli del Caucaso alla civiltà nuragica, un’epoca cruciale, attraverso le testimonianze di ricchissime civiltà. Queste società costituirono l’avanguardia nelle trasformazioni culturali, presentando aspetti di eccezionale novità in quella fase di grande evoluzione del pensiero, delle capacità, delle tecniche e , ciascuna per il proprio specifico comparto geografico, seppe costruire ponti e forme di contatto, a livello continentale e a livello mediterraneo, tali da assicurare una posizione preminente nelle dinamiche di scambio e circolazione delle idee, dei saperi, delle innovazioni culturali e tecnologiche.

Patto tra l’Iraq museum di Baghdad e l’università Ca’ Foscari di Venezia per la difesa del patrimonio archeologico iracheno. La firma del protocollo a Venezia al convegno “La Dama di Warka (Uruk)”, uno dei massimi esempi di scultura sumerica

La dama di Warka (Uruk), eccezionale esempio di arte sumerica, scoperta nella campagna di scavo del 1938-'39

La dama di Warka (Uruk), eccezionale esempio di arte sumerica, scoperta nella campagna di scavo del 1938-’39

La difesa del patrimonio archeologico iracheno deve tornare al centro dell’attenzione della comunità internazionale e dello stesso Iraq. È l’ambizioso obiettivo del protocollo d’intesa che il Consiglio di Stato per l’Antichità e il Patrimonio Culturale dell’Iraq e l’Università Ca’ Foscari di Venezia sigleranno martedì 12 aprile 2016 per un progetto espositivo bilaterale con il museo Archeologico di Baghdad e lo sviluppo di un programma di ricerca scientifica e formazione. La firma alle 16 a Ca’ Dolfin di Venezia all’apertura del convegno “La Dama di Warka nell’Iraq Museum”, organizzato da Ca’ Foscari, commissione nazionale italiana per l’Unesco, ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale. Gli ospiti iracheni presenteranno la situazione del patrimonio archeologico del Paese e le strategie di tutela. Protagonista del convegno sarà la cosiddetta Dama di Warka, una testa femminile in marmo scoperta a Uruk (Warka) e datata al 3200 circa a.C., uno dei più importanti reperti archeologici della scultura sumerica. Rinvenuta in una fossa nei pressi del santuario dell’Eanna, l’immagine è stata ipoteticamente interpretata come parte di una statua di culto, forse raffigurante la dea Inanna, titolare del grande santuario urbano di Uruk. La Dama di Warka rappresenta valori estetici, culturali, religiosi e sociali di importanza cruciale per la nostra comprensione della civiltà da cui origina, ma anche una sfida al dilemma di come oggi misurarci con le più antiche rappresentazioni della figura umana, di come guardarle e di come dialogare con esse.

La Dama di Warka fu trafugata nell'aprile 2003 dal museo di Baghdad, e restituita qualche mese dopo alle autorità

La Dama di Warka fu trafugata nell’aprile 2003 dal museo di Baghdad, e restituita qualche mese dopo alle autorità

Così la descrisse l’archeologo orientalista Andrè Parrot (1901-1980), lo scopritore dell’antica Mari: “Potenza, fermezza, eleganza: erano queste le caratteristiche fondamentali dell’arte che fiorì alla fine del IV millennio e agli inizi del III. Da vent’anni soltanto sappiamo che a esse va aggiunta una straordinaria sensibilità. Dobbiamo questa rivelazione alla testa femminile trovata a Warka (Uruk), durante gli scavi 1938-1939. Questa maschera di pietra bianca, di grandezza quasi naturale, non è soltanto una rappresentazione plastica di un volto, e si potrebbe dire del volto femminile, ma la testimonianza dell’enigma umano. Un tempo la scultura aveva occhi e sopracciglia incrostati di materia colorata, conchiglie e lapislazzuli. Oggi, nonostante le cavità, nonostante la mutilazione del naso, la pietra non ha perduto niente della sua espressione, negli occhi vuoti si ha l’impressione di sentire la fiamma di uno sguardo. Al di la della fronte sulla quale si stagliano i riccioli della capigliatura, si sente un pensiero attivo e penetrante, e le labbra chiuse non hanno bisogno di aprirsi perché si possano sentire parole. La loro piega, cui risponde quella della guancia, è già essa stessa un linguaggio. È la donna, misteriosa, che sembra dubitare di se stessa e del suo potere. Comune mortale, gran sacerdotessa, sposa del re, dea, la maschera di Uruk è degna di tutti questi personaggi. Potrebbe essere l’uno e l’altro. È, in fondo, la sintesi di tutti. Se la paragoniamo alle altre figure umane della stessa epoca (donna in preghiera di Khafagia, maschera virile di Tell Brak, audace prefigurazione del più puro stile cubista) se ne sente ancor di più la superiorità”.

L'Iraq Museum di Baghdad dopo il saccheggio dell'aprile 2003

L’Iraq Museum di Baghdad dopo il saccheggio dell’aprile 2003

L’8 di aprile 2003, durante l’avanzata degli americani a Baghdad, il personale dell’Iraq Museum di Baghdad si allontanò dall’edificio per paura dei bombardamenti. Il museo non venne salvaguardato dai militari e fu saccheggiato da un primo gruppo di razziatori, che rubarono tutto quello che poterono portare via, dai computer, alle scrivanie, alle prese elettriche. Oltre a ciò compirono atti vandalici su alcuni reperti. Nei giorni successivi il museo fu depredato da razziatori più esperti. Intanto la notizia del saccheggio si diffuse anche in Occidente ed eminenti studiosi cominciarono a fare pressioni perché si intervenisse. La stampa pubblicò informazioni contrastanti e poco chiare. Il 16 aprile i soldati americani ricevettero finalmente l’ordine di intervenire per proteggere il museo, ma ormai si parlava di decine di migliaia di reperti trafugati. Al termine di questi giorni mancavano all’appello circa 15mila reperti (le cifre fornite inizialmente erano molto più alte, ma, fortunatamente, si basavano su informazioni inesatte e sono state rapidamente ridimensionate) e molti altri erano stati danneggiati per sfregio: tra i tesori trafugati c’era anche la Dama di Uruk che fortunatamente fu riconsegnata al museo intatta qualche mese dopo perché troppo famosa per poter avere un mercato.

L'Iraq Museum di Baghdad dopo il restauro e la riapertura nel 2008

L’Iraq Museum di Baghdad dopo il restauro e la riapertura nel 2008

Il convegno veneziano sarà aperto dal prorettore vicario Tiziana Lippiello e dagli interventi di Flavio Gregori, prorettore alle Attività e ai Rapporti culturali di ateneo, Paolo Eleuteri, direttore del dipartimento di Studi umanistici, e il ministro Gianludovico De Martino, presidente del comitato interministeriale per i Diritti umani del ministero degli Affari esteri. Ahmad Kamil, direttore esecutivo dei musei dell’Iraq presenterà lo stato attuale del patrimonio e delle prospettive di sviluppo per l’Iraq Museum. Haider Oraibi Al Mamouri, direttore esecutivo degli Scavi Archeologici, parlerà della situazione dei siti archeologici in Iraq e in particolare dei primi risultati degli gli scavi italiani attualmente in corso. Hakim Al Shamry, responsabile delle Attività espositive dei musei dell’Iraq esporrà i progetti in corso per la diffusione della conoscenza delle collezioni e presenterà due brevi filmati: uno sulla scoperta del tesoro di Nimrud e l’altro sulla distruzione di Ninive da parte di Daesh. “La Dama di Warka dalla scoperta al simbolo” sarà l’intervento di Lucio Milano, professore Storia del Vicino Oriente Antico, che spiegherà le prospettive di sviluppo e ricerca nell’ambito del protocollo d’intesa e contestualizzazione storica del celebre reperto. Seguiranno l’artista Giorgia Fiorio, Massimo Bergamasco, professore di Robotica della Percezione alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Giuseppe Vitiello, professore di Teoria dei Campi Quantici e Particelle Elementari all’Università di Salerno e all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Monica Preti, responsabile della programmazione culturale dell’Auditorium del Museo del Louvre. E, ancora, Ariane Thomas, responsabile delle collezioni mesopotamiche del Dipartimento di Antichità Orientali del Museo del Louvre, Giuseppe Barbieri, professore di Storia dell’Arte e Patrimonio Culturale al Dipartimento di Filosofia e Storia dell’Arte di Cà Foscari, Anna-Maria Larese, direttrice del Museo Archeologico di Venezia, Ettore Janulardo, Storico dell’arte e referente per le missioni archeologiche Italiane all’estero.

La Dama di Warka in una composizione fotografica di Giorgia Fiorio per il progetto Humanum

La Dama di Warka in una composizione fotografica di Giorgia Fiorio per il progetto Humanum

La fotografa Giorgia Fiorio

La fotografa Giorgia Fiorio

Nel corso del convegno saranno anche presentate in anteprima delle opere fotografiche di trascrizione della Dama di Warka, realizzate nel corso di una missione di Ca’ Foscari al Museo Archeologico di Baghdad nell’ottobre 2015 e saranno illustrate le prospettive di sviluppo museografico. Alcune di queste opere, realizzate a pigmento di carbone su supporto in fibra di cotone, saranno consegnate alla delegazione irachena del Consiglio di Stato per l’Antichità e il Patrimonio Culturale dell’Iraq. Le opere sono parte del progetto Humanum, dell’artista-fotografa Giorgia Fiorio: un progetto di cui fanno parte studiosi dell’antichità, ma anche scienziati che si occupano di robotica della percezione, di psicologia cognitiva e di neuroscienze. Giorgia Fiorio, artista-fotografa indipendente, fondatrice e direttore artistico dal 2002 al 2013 di Reflexions Masterclass, seminario internazionale di fotografia contemporanea, compie un percorso di ricerca intorno alla figura umana articolato attraverso venticinque anni in cinquantasei paesi di tutto il mondo. Nel 2010, prende forma la concezione del progetto Humanum® L’Archeologia dell’Essere: il progetto riconsidera la percezione contemporanea della figurazione umana nella statuaria arcaica secondo il significato trascendente. In corso di realizzazione con la collaborazione dell’università Ca’ Foscari di Venezia e una partnership scientifica di cui Fiorio è principal investigator, il progetto Humanum® sviluppa i temi a esso connessi su un piano transdisciplinare. Per il progetto Humanum® Fiorio ha realizzato per esempio una prima serie di trascrizioni di sculture arcaiche in marmo al museo nazionale Archeologico di Atene e di Testa di Donna al museo dell’Acropoli. E così arriviamo alla partnership scientifica con l’università Ca’ Foscari di Venezia, per la quale Fiorio ha realizzato un’opera intorno a La Dama di Warka all’Iraq Museum a Baghdad.

Egitto. Dietro la tomba di Tutankhamon si cela la mummia della regina Nefertiti con i suoi tesori? La scoperta del secolo è rinviata. Richieste nuove scansioni col georadar. A maggio su Sky le immagini esclusive della National Geographic

Un tecnico in azione col radar nella tomba di Tutankhamon nella valle dei Re in Egitto

Un tecnico in azione col radar nella tomba del faraone Tutankhamon nella valle dei Re in Egitto

Trovata la tomba della regina Nefertiti dietro la tomba di Tutankhamon? Per ora l’atteso annuncio della clamorosa scoperta previsto per aprile 2016 non è arrivato. Gli studiosi si sono presi dell’altro tempo per non commettere errori. Così le ricerche della tomba della regina Nefertiti continuano nelle camere “segrete” della camera mortuaria del faraone Tutankhamon nella Valle dei Re. Il nuovo ministro egiziano per le Antichità, Khaled El-Anani, annuncia che un team scientifico – sponsorizzato dalla National Geographic Society – ha realizzato oltre 40 nuove scansioni. Sono stati analizzati, in particolare, i muri della camera sepolcrale di Tutankhamon a cinque diverse altezze, utilizzando due antenne radar con frequenza 400 e 900 megahertz. Il ministro spiega che altre scansioni saranno realizzate alla fine di aprile e invita gli archeologi di tutto il mondo ad andare al Cairo per analizzare le scoperte. In ogni caso, Khaled El-Anani dichiara di non poter ancora parlare di risultati: sarà necessario attendere ancora un po’ in modo che i dati vengano analizzati dagli esperti in Egitto e negli Stati Uniti. Le telecamere di National Geographic Channel stanno intanto seguendo in esclusiva le ricerche che potrebbero portare a una delle scoperte archeologiche più importanti del secolo. Il tutto sarà oggetto del documentario “Nefertiti: I misteri della Tomba”, in onda su National Geographic a maggio: per l’Italia sul canale 403 di Sky.

Il famoso busto della regina Nefertiti conservato al Neues Museum di Berlino

Il famoso busto della regina Nefertiti conservato al Neues Museum di Berlino

La prudenza ha preso il posto all’entusiasmo contagioso dello scorso novembre 2015: c’è una stanza segreta dietro la tomba del faraone Tutankhamon – si diceva – e subito il pensiero era corso alla regina Nefertiti che la tradizione vorrebbe sepolta vicino a Tut. “Le ricerche effettuate con l’uso di georadar nella tomba di Tutankhamon hanno dimostrato che dietro i muri nord e ovest si celano scoperte archeologiche, ne siamo sicuri al 90%”, aveva dichiarato l’allora ministro delle Antichità egiziano Mahmoud el Damaty, illustrando le ricerche portate avanti dall’egittologo britannico Nicholas Reeves. Il ministro el Damaty aveva precisato che i dato sarebbero stati studiati: “Ci sono alte probabilità che una camera possa esistere dietro i muri. Se prima pensavamo che ci fossero il 60% di possibilità che qualcosa si nascondesse dietro le mura ora, dopo la lettura iniziale delle scansioni, ne siamo convinti al 90%”. La teoria di Reeves è che il faraone Tut, morto giovane alla sola età di 19 anni, sia stato sepolto in tutta fretta in una tomba non costruita apposta per lui. Il luogo prescelto sarebbe stato appunto una camera mortuaria nella Valle dei Re, proprio accanto alla tomba di Nefertiti. Si ritiene che la regina, che visse nel XIV secolo a.C. – immortalata nel celebre busto conservato a Berlino – ricordata per aver compiuto insieme al marito Akhenaton la rivoluzione monoteista in Egitto, fosse la madre di Tutankhamon.

Lo schema della tomba di Tutankhamon con la posizione della stanza della presunta sepoltura di Nefertiti (Centimetri-La Stampa)

Lo schema della tomba di Tutankhamon con la posizione della stanza della presunta sepoltura di Nefertiti (Centimetri-La Stampa)

Perché proprio qui? Secondo alcuni storici Nefertiti, il cui nome significa “la bella che è arrivata”, sarebbe la sposa di Akhenaton (padre di Tutankhamon). Secondo altri esperti, la tomba potrebbe appartenere alla regina Kiya, la seconda moglie di Akhenaton e madre di Tutankhamon. Se la scoperta della tomba fosse confermata, questa avvalorerebbe l’ipotesi della stretta parentela tra il faraone e la regina, la cui bellezza è stata immortalata in un celebre busto conservato a Berlino. I primi risultati della scansione mostrano la presenza di diversi materiali organici e metallici dietro al muro della tomba. Non si sa esattamente cosa si celi oltre quelle pareti, ma si sa che la tomba non è vuota. Sarebbe colma di tesori, pietre e metalli preziosi. Per questo le autorità egiziane hanno richiesto analisi più dettagliate con l’ausilio di speciali macchinari, per non alimentare inutili aspettative. “Dobbiamo raggiungere il nostro obiettivo, ma dobbiamo essere sicuri al 100% sui prossimi passi da compiere”, chiude l’ex ministro alle Antichità dell’Egitto, Mamdouh el-Damaty – E dobbiamo conoscere esattamente la nostra strada, per questo motivo stiamo avanzando grazie a una speciale scansione radar”. Per svelare l’ultimo segreto del faraone-bambino, Tutankamon.

Padova alla scoperta dell’Antico Egitto: a Palazzo Zuckermann ricostruita la tomba affrescata di Pashedu, uno degli artisti che sotto Ramses II lavorò alle tombe reali di Tebe Ovest. Fu scoperta nel villaggio operaio di Deir el Medina

La tomba affrescata di Pashedu, scoperta nel 1834 a Deir el Medina sulla sponda occidentale di Tebe

La tomba affrescata di Pashedu, scoperta nel 1834 a Deir el Medina sulla sponda occidentale di Tebe

L'ingresso della tomba di Pashedu, l'artista al servizio dei faraoni

L’ingresso della tomba di Pashedu, l’artista al servizio dei faraoni

Deir el Medina, il villaggio degli operai dei faraoni, sulla sponda ovest di Tebe (Luxor), dove vivevano gli artigiani e gli artisti che lavoravano nelle tombe reali della XVIII, XIX e XX dinastia (quelle che oggi costituiscono la valle dei Re e delle Regine) fu portato alla luce nel 1905 dal grande egittologo italiano Ernesto Schiaparelli, quello – per intenderci – che l’anno prima aveva scoperto la straordinaria tomba di Nefertari. Ma già settant’anni prima, nel 1834, un gruppo di soldati di leva dell’esercito egiziano aveva individuato, proprio a Deir el Medina, la tomba affrescata di uno dei suoi speciali abitanti, Pashedu, artigiano e artista sotto il faraone Ramses II (XIX dinastia, XIII secolo a.C.). Quella tomba, che l’artista scozzese Robert Hay visitò subito dopo la scoperta e ne riportò su tavole di disegno le ricche pareti affrescate, ora è possibile ammirarla a Padova, a Palazzo Zuckermann, dove fino al 19 giugno 2016 è aperta la mostra “Padova alla scoperta dell’antico Egitto” con la ricostruzione a grandezza naturale della celebre tomba egizia di Pashedu, che significa Salvatore.

Un dettaglio degli affreschi della tomba di Pashedu a Deir el Medina

Un dettaglio degli affreschi della tomba di Pashedu a Deir el Medina

Pashedu (la cui tomba è oggi nota come la numero 3 di Deir el Medina) visse sotto i regni dei faraoni Seti I e Ramses II col titolo di “Servo nel luogo della verità ad ovest di Thebes”, il che significa che ha lavorato allo scavo e alla decorazione delle vicine tombe reali. Figlio di Menna e di Huy, Pashedu ebbe He had five sons and daughters with his wife, called cinque figli (tra maschi e femmine) dalla moglie Nedjem-Behdet. Uno dei figli, Menna, sicuramente prese il nome del nonno. Iscrizioni sepolcrali sembrano dimostrare che anche un certo Kaha era uno dei figli di Pashedu.

La tomba di Pashedu ricostruita da Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza

La tomba di Pashedu ricostruita da Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza

La ricostruzione a Padova della tomba di Pashedu, presentata da Cultour Active, è un vero e proprio capolavoro, progettato e realizzato dalle mani sapienti di Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza che ha lavorato accanto a egittologi del Cairo e del Museo Egizio di Torino. Essa riproduce fedelmente, con una struttura di 5 metri per 2,50 metri, la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir el-Medina. A Padova, nella collezione del museo Archeologico, si conserva invece un ushabti (statuina che riproduceva il defunto e che doveva lavorare per lui nell’aldilà nei campi di Osiride) che proviene da Deir El Medina, il villaggio in cui visse e fu sepolto Pashedu, e che trova corrispondenza in un analogo ushabti ora conservato al museo Egizio di Torino. “Anche la collezione egizia del museo patavino offre quindi sorprendenti spunti di approfondimento”, spiegano gli organizzatori. “Questa ricostruzione”, afferma l’assessore alla Cultura del Comune di Padova, Matteo Cavatton, “si configura per la città come una nuova opportunità per approfondire la conoscenza della civiltà egizia. Non va infatti dimenticato che il rapporto tra Padova e l’Egitto, ha origini lontane: Padova è patria del grande Belzoni (1778-1823), l’esploratore cui sono indissolubilmente legate la scoperta dell’Egitto faraonico e la nascita dell’egittologia. La ricostruzione della tomba di Pashedu restituisce uno spaccato sulla cultura dell’antico Egitto, che si integra con quanto esposto nelle sale dei musei civici di piazza Eremitani: il museo Archeologico ospita infatti una collezione significativa, costituita da circa 180 reperti, tra cui spiccano proprio quelli legati alla figura dell’illustre padovano Giovanni Battista Belzoni”.

Un dettaglio della tomba di Pashedu ricostruita a Palazzo Zuckermann a Padova

Un dettaglio della tomba di Pashedu ricostruita a Palazzo Zuckermann a Padova

L’esposizione della tomba di Pashedu – ricordano a Cultour Active – è corredata da una serie di pannelli fondamentali per contestualizzare la sepoltura e ad approfondire i legami tra Padova e l’antico Egitto. Testi e ricerca iconografica sono dell’egittologa Claudia Gambino (università di Padova), del Team Egitto Veneto. Grazie al Progetto EgittoVeneto in questi ultimi anni è stato infatti riportato nella giusta luce un ricchissimo patrimonio di reperti egizi ed egittizzanti conservati nei musei del territorio regionale, incluso quello patavino. Per tutta la durata della mostra, il pubblico sarà inoltre coinvolto con attività educative, laboratori e degustazioni speciali – il format di Cultour Active “Tast the Past ®” l’archeodegustazione di prodotti moderni per conoscere il passato – sia durante sia nei fine settimana.

Gli ori di Oplontis e gli arredi di lusso al tempo di Poppea: a Torre Annunziata (Napoli) una mostra rivela i tesori scoperti nel sito dell’Unesco e mai esposti. Un museo archeologico permanente per il rilancio della città vesuviana

Il manifesto della mostra "A picco sul mare" allestita a Palazzo Criscuolo a Torre Annunziata sui tesori di Oplontis

Il manifesto della mostra “A picco sul mare” allestita a Palazzo Criscuolo a Torre Annunziata sui tesori di Oplontis

L'ingresso di Palazzo Criscuolo, municipio di Torre Annunziata

L’ingresso di Palazzo Criscuolo, municipio di Torre Annunziata

Le statue di centauro e centaura esposte in mostra a Torre Annunziata

Le statue di centauro e centaura esposte in mostra a Torre Annunziata

L’esposizione è limitata nel tempo: solo fino al 31 marzo 2016. Ma il progetto della mostra di reperti archeologici allestita a Torre Annunziata (Napoli) “A picco sul mare. Arredi di lusso al tempo di Poppea. Oplontis, il fascino e la bellezza. Esposizione di sculture e reperti delle ville romane” è molto ambizioso. Innanzitutto far conoscere la valenza di Oplontis e dei suoi tesori al grande pubblico, in particolare alla cittadinanza di Torre Annunziata e alle scuole del territorio, e poi agli studiosi e agli studenti di archeologia. Perché se è vero che dal 1997 il sito di Oplontis, cittadina romana tra Ercolano e Pompei, da cui dipendeva amministrativamente, posta vicino al mare, più o meno dove oggi sorge Torre Annunziata, fa parte della lista del patrimonio mondiale dell’Unesco come “Aree Archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata” (così motivata: “fornisce una completa e vivida immagine della società e della vita quotidiana in un determinato momento del passato che è senza confronti nel mondo intero”). È anche vero che l’area archeologica di Oplontis è semi-sconosciuta e i suoi tesori quasi mai esposti. Autentici capolavori da decenni chiusi nei magazzini, come le statue che decoravano la villa di Poppea o i preziosi ori, collane e anelli appartenuti alle ricche matrone che vivevano nel suburbio di Pompei. Oggetti di lusso, ma anche vasellame da tavola, come le coppe in terra sigillata e i calici a pareti sottili per bere vino o la grande pentola in bronzo. E poi, le lucerne per illuminare gli ambienti, da quelle giganti a quelle a “testa di uccello” che si potevavno appendere alla parete. Ma sono le sculture il pezzo forte della mostra, dedicata alla memoria di Khaled al Assad, il direttore degli scavi di Palmira trucidato ad agosto dall’Isis, mostra fortemente voluta dal sindaco Giosué Starita e dall’assessore alla cultura Antonio Irlando, insieme al soprintendente di Pompei, Massimo Osanna. Oltre 70 pezzi di enorme valore esposti simbolicamente nelle sale di Palazzo Criscuolo, sede del Comune. Una scelta non casuale perché il sindaco è convinto che questo sia il passaggio necessario per riportare all’attenzione su Oplontis e raggiungere il vero obiettivo: l’apertura di un museo archeologico che possa permettere un’esposizione permanente dei tesori riemersi in decenni di scavi. Ma anche regalare alla terra di Giancarlo Siani un’occasione di rilancio per un territorio troppo a lungo devastato da criminalità e degrado. E per il museo Irlando avrebbe già un’idea precisa: utilizzare l’ex Real fabbrica d’armi, un edificio borbonico che sorge a un passo dalla villa di Poppea: “Prendere un bene dismesso per metterci dentro beni nascosti per troppo tempo agli occhi del mondo mi sembra naturale”, dice Irlando. Per Torre Annunziata un sogno che si avvicina. “La svolta”, Irlando ne è convinto, “può arrivare solo dalla cultura”.

La cosiddetta Villa di Poppea nel sito di Oplontis a Torre Annunziata

La cosiddetta Villa di Poppea nel sito di Oplontis a Torre Annunziata

L'archeologa Antonella Bonini

L’archeologa Antonella Bonini

Ambienti affrescati nella Villa A (di Poppea) a Oplontis

Ambienti affrescati nella Villa A (di Poppea) a Oplontis

“Il sito di Oplontis”, ricorda Antonella Bonini, archeologa della soprintendenza di Pompei e curatrice della mostra, “è posto da itinerari antichi quali l’Anonimo Ravennate e la Tabula Peutingeriana tra Ercolano e Pompei, e come questa venne distrutto dall’eruzione del 79 d.C. Dell’insediamento antico si conoscono solo poche tracce relative a impianti termali ville ed edifici commerciali; i resti più imponenti appartengono alla Villa A (villa di Poppea), una lussuosa residenza affacciata sulla scogliera prospiciente il mare e alla cosiddetta Villa B (villa di Crasso), in realtà un complesso con magazzini al piano terreno ed abitazioni al piano superiore”. La mostra raccoglie infatti le statue che ornavano la grandiosa villa attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone. Un’abitazione maestosa e sconfinata che duemila anni fa con i suoi terrazzamenti si affacciava sul mare, principesca per la magnificenza dei mosaici e degli affreschi che ne arricchivano gli ambienti, anche se al momento dell’eruzione del Vesuvio, nel 79 d.C., era vuota di arredi e disabitata per lavori in corso. Da quelle stanze raffinate e lussuose, così come dai portici e dai giardini lussureggianti dove brillavano le acque della grande Natatio, arrivano opere – ora in mostra – come l’Efebo, il Puttino con l’oca, la Venere e le due Centaure, straordinariamente preziose perché uniche, secondo gli studiosi, in tutto il mondo romano. I gioielli e i vetri, invece, di solito custoditi dal museo Archeologico nazionale di Napoli ma non esposti al pubblico, provengono dall’altra importante villa romana della zona di Torre Annunziata, quella appartenuta a Lucio Crasso Tertio. Di fatto un grande complesso, con imponenti colonnati riportato alla luce a partire da 1974 e da allora ancora mai aperto al pubblico. Qui, in grandi ambienti che forse fungevano da magazzini (questa seconda villa doveva essere in realtà una vera e propria azienda agricola) vennero sorprese dall’eruzione oltre 50 persone in fuga. Molti avevano indosso gioielli, alcuni stringevano tra le mani sacchetti con i loro preziosi. Qualcuno, forse i ricchi proprietari della villa, aveva anzi stipato le sue cose più preziose in una cassa, riportata alla luce dagli archeologi nel 1984 in un altro locale della casa. Al suo interno ben 170 monete d’oro e tanti gioielli in oro e in argento. E poi unguentari, stecche in osso, piastrine di vetro per il trucco. Un vero e proprio tesoro che ora si racconta alla città.

L'allestimento della mostra "A picco sul mare" a Palazzo Criscuolo a Torre Annunziata

L’allestimento della mostra “A picco sul mare” a Palazzo Criscuolo a Torre Annunziata

Pentola in bronzo dalla Villa A di Oplontis

Pentola in bronzo dalla Villa A di Oplontis

La visita della mostra “A picco sul mare” inizia dalla sala consiliare dove sono esposte la Nike e l’Efebo, due preziose statue romane ritrovate attorno alla piscina della Villa A. Il percorso prosegue poi al primo piano di Palazzo Criscuolo attraverso sette sale per altrettante sezioni suddivise in due gruppi: le prime cinque approfondiscono la vita quotidiana nelle ville romane attraverso i reperti provenienti quasi totalmente dalla Villa A, mentre le ultime due si soffermano sugli ori di Oplontis, recuperati nella Villa B. Con Antonella Bonini seguiamo il percorso della mostra. “Le prime sale”, spiega Bonini, “illustrano la vita quotidiana attraverso elementi architettonici in terracotta che fungevano da decorazione dei tetti, come gocciolatoi e antefisse, e una preziosa lastra di rivestimento in ardesia; strumenti per l’illuminazione interna come la lucerna di grandi dimensioni probabilmente in uso negli ambienti di soggiorno e le piccole lucerne, ritrovate a centinaia in un ambiente della villa, destinate a rischiarare gli ambienti di servizio o di minore importanza; una selezione di vasellame in ceramiche raffinate, piatti, bicchieri e coppe in terra sigillata e pareti sottili destinate alla tavola, e in ceramica comune, ciotole, brocche e boccali destinati alla cucina, uniti ad una pentola in bronzo esemplificano le tipologie di oggetti presenti nelle case romane”.

Il Puttino con l'Oca, statua in marno bianco del I sec. d.C. scoperta nella Villa A

Il Puttino con l’Oca, statua in marno bianco del I sec. d.C. scoperta nella Villa A

La sala 3 è dedicata al Puttino con l’oca, una statua in marmo bianco rinvenuta sotto il porticato affacciato sul giardino nord della Villa A, insieme al gruppo dei quattro centauri. La statua, databile al I secolo d.C., è una delle numerose repliche dell’originale greco in bronzo del II secolo a.C., il fanciullo che strangola un’oca, opera dello scultore Boethos di Calcedonia, che Plinio il Vecchio ricorda esistente ai suoi tempi nel portico di Ottavia a Roma. Un foro corre dalla base della statua al becco dell’anatra a testimonianza che la scultura era parte di una fontana, probabilmente sulla sommità della fontana a cascatella del peristilio del quartiere servile, all’ombra del grande albero di cui si conserva ancora il tronco, su un pluteo decorato con pitture di pesci e animali marini, immersa nella vegetazione reale e dipinta dell’ambiente.

La statua di centauro femmina trovata con altri tre nel portico della Villa A

La statua di centauro femmina trovata con altri tre nel portico della Villa A

Col Puttino fu trovato anche il gruppo dei Centauri presentati nella sala 4: quattro statuette in marmo di Paro (due maschi e due femmine tutti rampanti) alte poco meno di un metro, copie di età imperiale di originali greci di II secolo a.C. prodotti a Pergamo. I due maschi indossano pelli di pantera annodate al petto, tengono una clava con un braccio e con l’altro rispettivamente, un cinghiale ed un cratere a calice; le due femmine indossano una pelle di cerbiatto e recano l’una una clava ed un cerbiatto, l’altra un plettro e una lira. Un lungo foro che attraversa in verticale tutte le statue e fuoriesce dalle bocche degli animali o dei centauri, indica che le statue fungevano da fontane. “Il gruppo segue una composizione nella quale le attività dei centauri”, fa notare Bonini, “sono chiaramente contrapposte ad indicare la natura selvaggia, i due cacciatori, e quella civilizzata i due con attributi legati alla musica e al banchetto. Più difficile è comprendere come essi fossero disposti. Le statue erano probabilmente collocate al centro di un giardino”.

La statua dell'Efebo, che decorava la piscina, copia romana di originale greco

La statua dell’Efebo, che decorava la piscina, copia romana di originale greco

La piscina e il suo arredo sono descritti nella sala 5. Il settore occidentale della Villa A, organizzato attorno alla piscina, aveva una ricca decorazione scultorea cui faceva da sfondo la rigogliosa vegetazione naturale. Il settore sud era occupato dalla statua di Satiro con Ermafrodito e dal grande cratere in marmo pentelico con guerrieri danzanti, utilizzato come fontana. Sul lato est si distribuivano, in successione da sud a nord: una statua di Herakle, l’Efebo, una Nike e poi di nuovo una Nike, una Amazzone ed una seconda statua di Herakle. Le sculture, poste davanti a piante di platano e circondate da limoni e oleandri che fungevano da sfondo scenografico, costituivano un naturale contrasto con il colonnato del portico sul lato ovest della piscina, nonché una galleria d’arte all’aria aperta. Tutte copie di originali greci di V e III secolo a. C., in marmo greco o di Luni, a formarecun complesso armonioso e ricco di significato. “La disposizione delle sculture non è infatti casuale. L’area va intesa come un ginnasio di stile greco, con la piscina e lo spazio per le attività ginniche, sotto la benevola protezione degli dei e degli eroi. Questo è in armonia con la componente greca della cultura romana e con gli indirizzi politici di Augusto che nell’allenamento del corpo e dello spirito fondava la formazione del perfetto cittadino romano”.

Un prezioso anello d'oro proveniente dalla Villa B di Oplontis

Un prezioso anello d’oro proveniente dalla Villa B di Oplontis

Una collana d'oro: in mostra i preziosi gioielli di Oplontis

Una collana d’oro: in mostra i preziosi gioielli di Oplontis

Gli ori di Oplontis sono i protagonisti della sala 6. Durante gli scavi nella Villa B, negli anni tra il 1984 ed il 1991, vennero alla luce due nuclei di oggetti di ornamento. Il primo era contenuto, insieme a monete e oggetti da toilette femminili, in una cassetta lignea crollata dal piano superiore all’interno dell’ambiente 15 del peristilio della villa. Il secondo, più numeroso, venne rinvenuto all’interno dell’ambiente 10, uno dei grandi magazzini posti sul lato sud della Villa B, vicini all’approdo sul mare. I due gruppi raccontano due storie diverse legate alla catastrofe del 79 d.C. “I monili rinvenuti nell’ambiente 15 erano contenuti in una cassetta che evidentemente non era stato possibile svuotare completamente nelle concitate ore dell’eruzione. I monili dell’ambiente 10 ci raccontano invece una storia ben più drammatica. Qui, in attesa dei soccorsi che dovevano giungere dal mare, si radunarono cinquantaquattro persone divise in due gruppi: uno privo di qualsiasi oggetto personale, l’altro composto da individui che portavano con sé monete e preziosi: orecchini, collane, anelli e braccialetti. La maggior parte dei gioielli si trovava accanto ai corpi, evidentemente erano indossati dai fuggiaschi, altri erano contenuti in un piccola borsa di cuoio rinvenuta nell’ambiente. Il maremoto e le nubi ardenti impedirono l’arrivo dei soccorritori e i rifugiati trovarono qui la morte. I gioielli di Oplontis appartengono a tipi ampiamente diffusi nell’area vesuviana e rientrano nella produzione comune dell’oreficeria romana di epoca imperiale.

Balsamari e oggetti preziosi ritrovati nella Villa B di Oplontis

Balsamari e oggetti preziosi ritrovati nella Villa B di Oplontis

Il percorso della mostra si chiude con la sala 7 dedicata a cosmesi e profumi. I balsamari e gli oggetti esposti provengono dalla Villa B. Alcuni erano contenuti nella cassetta rinvenuta nell’ambiente 15, altri nella borsa di cuoio dell’ambiente 10: insieme ai gioielli, alle argenterie e alle monete costituivano evidentemente un bene prezioso per il proprietario che li portò con sé nella speranza di ricominciare una vita al sicuro. Gli altri oggetti esposti facevano parte degli strumenti legati alla toeletta; utilizzati per contenere e mescolare cosmetici, la pisside e l’ago, o per detergere la pelle, lo strigile. Nel mondo antico l’uso del profumo era da un lato destinato allo scopo principale di coprire gli odori, dall’altro era considerato terapeutico. La diffusione del profumo crebbe al punto da diventare smodata tanto che nel corso del II secolo a.C. venne contrastata sia per motivi morali, erano beni superflui perché non durevoli e creavano differenze sociali troppo marcate, ma più prosaicamente per limitare le importazioni di profumi dai paesi orientali in un momento di grave crisi per la repubblica romana. “Plinio il Vecchio”, conclude Bonini, “descrive i preparati antichi, distinguendone l’uso, in oli, unguenti e balsami. Le analisi condotte sugli unguentari provenienti da Oplontis hanno rivelato che questi, a differenza di quelli di Pompei, erano prodotti con materie prime di migliore qualità, come l’olio essenziale di Pogostemon cablin, noto come patchouli, importato dall’India, e del limone, all’epoca ritenuto un frutto esotico”.

“Le meraviglie dello Stato di Chu”: nella mostra a Este, Adria e Venezia per la prima volta in Europa gli straordinari reperti del regno segreto venuto alla luce in Cina dopo 25 secoli. Giade, bronzi, strumenti musicali del I millennio a.C. dialogano con le produzioni dei Veneti antichi

Il manifesto della mostra "Le meraviglie dello Stato di Chu" a Este, Adria e Venezia

Il manifesto della mostra “Le meraviglie dello Stato di Chu” a Este, Adria e Venezia

Lume in bronzo con figura in sella ad un cammello dal museo di Hubei

Lume in bronzo con figura in sella ad un cammello dal museo di Hubei

Prima dell’Impero Romano in Occidente, prima del Celeste Impero in Oriente. Due storie parallele nel tempo, il primo millennio a.C., ma che si avverano a più di 8mila chilometri di distanza l’una dall’altra: nelle antiche terre dei Veneti, tra Po e Adige, e lungo le sponde del fiume Azzurro, in quella che poi sarà la Cina. In questi fertili territori, nei secoli che precedono l’era cristiana, si affacciano alla storia due grandi civiltà, capaci di proporre manufatti di straordinaria raffinatezza e di accogliere il meglio della cultura locale e dei popoli contemporanei. Civiltà che diventeranno parte integrante e costituente di realtà molto più potenti: l’Impero Romano nel caso dei Veneti, il regno di Qin per il futuro Celeste Impero. Dal 13 marzo 2016 e fino al 25 settembre 2016 per la prima volta in Europa le testimonianze e la storia dell’antica civiltà dello Stato di Chu, il regno segreto tornato alla luce dopo 25 secoli nel cuore della Cina, dialogano con i reperti coevi dei Veneti antichi nella grande mostra “Meraviglie dello Stato di Chu” allestita in tre sedi: il museo nazionale Atesino di Este (Padova), il museo Archeologico nazionale di Adria (Rovigo) e quello di Arte Orientale di Venezia. Un accordo tra Italia e Cina, e più precisamente tra Veneto e la Provincia cinese del Hubei, consente infatti per la prima volta in Europa di scoprire le testimonianze, davvero magnifiche, della civiltà dell’antico Regno. E successivamente, una mostra allestita al museo Provinciale del Hubei, consentirà ai cinesi di avvicinarsi alla grande storia che precedette di secoli la nascita di Venezia.

Una fenice in bronzo dal museo di Hubei (Cina)

Una fenice in bronzo dal museo di Hubei (Cina)

Giade, bronzi, strumenti musicali, testimonianze dell’antichissimo Regno di Chu, capolavori, riemersi dopo 2500 anni grazie a imponenti campagne di scavi, raccontano una civiltà che iniziò a prendere forma intorno all’VIII secolo a.C., per affermarsi quasi in parallelo con quella romana, come documentano le opere coeve custodite nei musei veneti. Il progetto, promosso, per parte italiana, dai Comuni di Este e di Adria, dalla soprintendenza Archeologia del Veneto, dal Polo Museale del Veneto (e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dalla Regione del Veneto), è curato da Adriano Madaro e Wang Jichao, che hanno selezionato i reperti rispettivamente dei musei veneti e di quello di Hubei per costruire questo inedito e ideale parallelo tra antichissime culture. Con l’organizzazione poi di Cultour Active, per la prima volta una esposizione di tesori archeologici sarà completamente rivisitata integrando l’allestimento espositivo in modo dinamico, multimediale e coinvolgendo il pubblico in un’esperienza multisensoriale.

L'imponente scavo della tomba di Chu nella provincia di Hubei (Cina)

L’imponente scavo della tomba di Chu nella provincia di Hubei (Cina)

Con Adriano Madaro, curatore della mostra, cerchiamo di conoscere meglio la civiltà dell’antico regno di Chu. “Le straordinarie scoperte archeologiche avvenute in Cina nell’ultimo trentennio”, spiega Madaro nel saggio del catalogo della mostra, “hanno fornito agli storici una grande quantità di informazioni sullo Stato di Chu, un regno che ebbe un suo ruolo fondamentale nella civiltà cinese tra l’VIII e il III secolo a.C.,nelle due grandi epoche storiche conosciute come il Periodo delle Primavere e degli Autunni (722 – 481 a.C.) e dei Regni Combattenti (481 – 221 a.C.). Fino alla sua totale distruzione ad opera del potente Stato di Qin (221 – 206 a.C.), la sua massima estensione copriva un vasto territorio della Cina centro-meridionale attraversato in parte dal maggiore dei fiumi cinesi, lo Yangzi, conosciuto in Occidente come il fiume Azzurro. Esso comprendeva le odierne province di Hubei, Hunan, Henan , Chongqing e parte del Jiangsu compresa l’area dell’attuale Shanghai. La sua capitale era Ying, nei pressi dell’odierna Jingzhou, nel Hubei. Il nome deriva dalla popolazione chiamata Chu, la quale abitava lo Stato di Jing, storicamente noto come Jingchu, governato dalla nobile famiglia Mi, imparentata con i sovrani Zhou e regnante con il titolo nobiliare Zi”.

La mappa del regno di Chu e degli altri Stati belligeranti alla metà del I millennio a.C.

La mappa del regno di Chu e degli altri Stati belligeranti alla metà del I millennio a.C.

“All’origine Chu era uno Stato di impronta fortemente militare”, continua Madaro, “quindi di carattere espansionista, e in effetti all’epoca delle Primavere e Autunni annesse territori degli altri Stati confinanti, finendo poi per fagocitarli completamente nonostante avesse stretto con essi alleanze. Nel passare dei secoli la sua aggressività militare si trasformò in compiacimento nella vita sedentaria allietata dalle arti, soprattutto la musica e la sofisticata lavorazione del bronzo e delle lacche, raggiungendo livelli ineguagliati. Sono questi, infatti, i preziosi reperti restituitici dalle tombe Chu del Hubei che oggi attraggono il nostro interesse per essere esposti nei musei archeologici nazionali di Este e di Adria. Gli oggetti in bronzo costituivano un elemento fondamentale per affermare il prestigio delle classi nobili, la loro stessa potenza politica ed economica, distinguendosi dal popolo”. Infatti gli oggetti in bronzo erano suddivisi in due grandi categorie : vasi sacrificali e recipienti di uso comune. I primi erano riservati ai riti in onore degli antenati o di divinità da placare; gli altri erano utilizzati per gli usi quotidiani (contenere l’acqua, le vivande, le granaglie, ecc). I vasi sacrificali a loro volta erano riservati – secondo il tipo – per il vino da cerimonia, l’ offerta delle carni cotte di animali, cibi rituali a seconda delle circostanze.

Le campane in bronzo della tomba del Marchese Yi di Zheng, scoperta nel 1978 in Cina

Le campane in bronzo della tomba del Marchese Yi di Zheng, scoperta nel 1978 in Cina

Altri oggetti di grande valore rituale erano le campane di bronzo (niuzhong e yongzhong) che componevano set di diverse decine di pezzi e di differenti dimensioni, creando un unico enorme strumento musicale con tanti musicisti quante erano le campane da percuotere. “Si può affermare”, assicura Madaro, “dopo quanto venuto alla luce nella tomba del Marchese Yi di Zheng nel 1978, che la musica aveva un posto d’onore tra le arti nello Stato di Chu. Gli esperti musicologi sono riusciti, secondo la disposizione delle campane (non solo di bronzo, ma anche di tavolette di diaspro) a ricostruire le melodie e addirittura la musica rituale di oltre venticinque secoli fa”. Ma c’è dell’altro, sempre di bronzo, che è venuto alla luce negli scavi di Chu. E sono per l’appunto i bronzi yanqi, come specchi, lampade, piatti, tazze, incensieri, mestoli, scatole, scrigni e naturalmente armi. Non soltanto spade, pugnali, punte di frecce, ma anche le loro impugnature e parti in legno che si sono conservate pressoché intatte solo perché laccate, per non menzionare le corazze di cuoio laccato… “A proposito di lacche”, sottolinea il curatore della mostra, “se hanno sbalordito per vetustà e ottima conservazione quelle venute alla luce nelle tombe Han nelle aree archeologiche di Xian e di Mawangdui, le quali sono più “giovani” di almeno tre secoli, non c’è che da trasalire di fronte agli oggetti in lacca usciti dalle tombe Chu del Hubei. Esse ci testimoniano una tecnica d’avanguardia che gli artigiani dello Stato di Chu conoscevano perfettamente. Le lacche di Chu sono di una varietà sorprendente : non solo si laccavano il legno e il bambù, ma anche il bronzo, la terracotta e il cuoio, con risultati davvero eccezionali. La conservazione stessa dei colori è a dir poco sbalorditiva”.

Armature da parata dal regno di Chu

Armature da parata dal regno di Chu

Un altro capitolo non certo trascurabile è quello relativo alle giade. Fin dai tempi ancestrali la giada ha avuto presso i cinesi una reputazione che l’Occidente non può capire. Come si sa, la giada è un minerale nemmeno tanto raro in natura. In Cina da tempi immemorabili la giada più preziosa è ritenuta quella del Xinjiang, in modo particolare quella ricavata dai sassi raccolti nei greti dei torrenti di Khotan. Non è propriamente la giada verde quella ritenuta più preziosa, ma quella definita “imperiale”, o più volgarmente “grasso di montone”. “La ragione di questa reputazione non è stata del tutto chiarita. Tuttavia i manufatti in giada rinvenuti nelle tombe imperiali e nobiliari dello Stato di Chu, ma anche delle dinastie precedenti e di quelle successive, sono immancabilmente scolpiti nella giada “imperiale”, ritenuta consona per oggetti rituali sia in vita che in morte. Infatti alla giada viene attribuita una forte influenza sulla salute del corpo e anche dell’anima. Re, nobiltà, alti funzionari civili e militari, a seconda del grado e dei meriti, esibivano le giade sui loro abiti come simboli evidenti del loro status. Placche di cinture, pendagli, bracciali, anelli, acconciature per capelli. Sia per il mondo maschile che per quello femminile, la giada era (e in certo senso lo è ancora oggi nella tradizione cinese) il più potente degli amuleti, autentico toccasana. Sul corpo di un defunto, poi, la giada era creduta un “salvacondotto” per l’Aldilà, tra l’altro le venivano attribuiti poteri che avrebbero prevenuto la decomposizione del corpo”.

I guerrieri di terracotta di Xian

I guerrieri di terracotta di Xian

La potenza militare di Chu nell’arco di mezzo millennio si trasformò in potenza culturale destinata alla parabola della decadenza e della corruzione. Nel 221 a.C. il suo potente vicino, lo Stato di Qin, spazzò via tutti. Il suo giovane e ambizioso sovrano, Qin Shi Huangdi si autoproclamò Primo Augusto Imperatore e in appena 15 anni fece tutto : creò l’Impero Cinese, costruì la Grande Muraglia e il Grande Canale Imperiale, unificò i pesi e le misure, costruì la sua mitica tomba seppellendovi seimila guerrieri e cavalli di terracotta, cancellò perfino la memoria dei suoi ex vicini. “L’odiato Regno di Chu”, conclude Madaro, “entrò nella leggenda, nulla rimase a testimoniare ciò che esso fu. Soltanto ventidue secoli dopo, con la scoperta di alcune tombe, esso riemergerà dal profondo della terra, testimoniando finalmente il suo glorioso passato”.

Parco archeologico di Vulci. Scoperto nella “tomba dello Scarabeo d’oro” (fine VIII sec. a.C.), inviolata, il tesoro di una principessa etrusca bambina salvato al saccheggio dei tombaroli. Ad aprile scavi sistematici nell’area vulcente con archeologi internazionali

Lo scavo d'emergenza della Tomba dello Scarabeo d'oro nella necropoli etrusca Mengarelli di Vulci

Lo scavo d’emergenza della Tomba dello Scarabeo d’oro nella necropoli etrusca Mengarelli di Vulci

La chiamano “archeologia d’emergenza”. E stavolta non solo è stata tempestiva, ma anche coronata di successo. Succede a Vulci lo scorso febbraio. Una tomba nel parco archeologico di Vulci è a rischio saccheggio da parte dei tombaroli. Il pronto intervento della soprintendenza insieme all’ente Parco di Vulci permette di salvare una tomba dagli scavatori clandestini, riportando alla luce un piccolo tesoro appartenente a una principessa bambina: il corredo di una inumazione intatta, datata all’Orientalizzante Antico, cioè tra la fine dell’VIII e l’inizio del VII secolo a.C., il periodo più antico dell’Etruria. Una scoperta importante che ha convinto un gruppo internazionale di archeologi ad avviare a Vulci una nuova campagna di scavo sistematica dal prossimo 4 aprile.

Il tesoro della principessa bambina: corredo funebre intatto della Tomba dello scarabeo d'oro nei laboratori della Fondazione Vulci

Il tesoro della principessa bambina: corredo funebre intatto della Tomba dello scarabeo d’oro nei laboratori della Fondazione Vulci

Lo scarabeo, di produzione egizia, incastonato in argento con foglia d’oro, che ha dato il nome alla tomba etrusca della fine VIII sec. a.C.

Lo scarabeo, di produzione egizia, incastonato in argento con foglia d’oro, che ha dato il nome alla tomba etrusca della fine VIII sec. a.C.

Gli oggetti rinvenuti a febbraio sono stati portati nel Laboratorio di Analisi e Diagnostica di Montalto di Castro e prontamente sottoposti a un accurato intervento di conservazione da parte dei restauratori della Fondazione Vulci che ora hanno ricomposto il risultato del microscavo di emergenza nella cosiddetta Tomba dello Scarabeo d’oro (dall’oggetto più importante rinvenuto) nella necropoli di Poggio Mengarelli all’interno del Parco Archeologico Naturalistico di Vulci: tomba a fossa con cassa (anche detta “sepoltura a cassetta”) in materiale tufaceo inviolata, con all’interno un sarcofago di una fanciulla, presumibilmente deceduta intorno ai 13-14 anni di vita, seppellita insieme al suo preziosissimo corredo funebre: una rara “torque” fenicia (sorta di girocollo in ambra), due scarabei egizi (uno dei quali splendido incastonato in argento con foglia d’oro), fibule e vasellame di rara fattura. Si tratta verosimilmente di gioielli che le sono stati regalati alla nascita e servivano a testimoniare il suo alto lignaggio nell’aldilà. Della principessa restano solo alcune ossa, avvolte in un prezioso telo. Gli approfondimenti antropologici del sarcofago hanno portato anche a formulare l’ipotesi che la defunta fosse una principessa etrusca, una dignitaria da collocare nella nascente aristocrazia etrusca.

Lo scavo di emergenza della Tomba dello Scarabeo d'oro a Vulci di Montalto di Castro (Viterbo)

Lo scavo di emergenza della Tomba dello Scarabeo d’oro a Vulci di Montalto di Castro (Viterbo)

“Con la Grande campagna di scavi vulcenti che partirà in aprile, a Vulci, si aprirà una nuova pagina dell’archeologia etrusca, considerando che i ritrovamenti vulcenti sono tra i più ricchi del patrimonio di quella civiltà”, sottolinea Alfonsina Russo, soprintendente per l’Etruria meridionale del Lazio, alla conclusione del microscavo col ritrovamento del “tesoro della principessa”. E l’archeologo Carlo Casi, direttore scientifico del Parco archeologico di Vulci: “All’epoca della tomba dello Scarabeo d’oro, cioè alla fine dell’VIII sec. a.C., Vulci era una megalopoli straordinaria, estesa su oltre 100 ettari, dall’entroterra al mare, abitata da molte migliaia di persone. La sua eccezionalità è che nulla è stato più edificato sopra quelle aree. Una vasta campagna di scavi non può quindi che portare a risultati di grande importanza internazionale”.

Paleoantropologia. L’Australopithecus Sediba, l’ominide più vicino al genere Homo, vissuto due milioni di anni fa, scoperto in Sudafrica, non poteva masticare cibi duri: nella ricerca internazionale anche l’università di Bologna

Il cranio fossile di Australopithecus Sediba scoperto in Sudafrica nel 2008

Il cranio fossile di Australopithecus Sediba scoperto in Sudafrica nel 2008

La scoperta risale al 2008. Siamo in Sudafrica. Vicino a Johannesburg, nella grotta di Malapa, i paleoantropologi hanno rinvenuto il cranio fossile di Australopithecus Sediba, una specie pre-umana che visse circa due milioni di anni fa in Sud Africa, ritenuto uno dei principali antenati del genere Homo. Su quel cranio fossile gli studiosi hanno realizzato un modello digitale e ne hanno simulato la capacità di masticazione applicando una serie di metodi biomeccanici, simili a quelli comunemente utilizzati in campo ingegneristico per testare la resistenza alla rottura di costruzioni e macchinari come ponti, aeroplani, autovetture. E i risultati della ricerca, pubblicati nel febbraio 2016 sulla rivista “Nature communications”, sono stati davvero sorprendenti. Diversamente da alcune specie di Australopithecus che hanno fatto fronte ai cambiamenti ambientali avvenuti fra tre e due milioni di anni fa adattandosi a diete coriacee, il “sediba” ha rivelato un apparato masticatorio che limitava la sua capacità di masticazione: per lui niente gusci o cibi duri.

Lo studio pubblicato su Nature Communications sull'apparato masticatorio dell'Australopithecus Sediba

Lo studio pubblicato su Nature Communications sull’apparato masticatorio dell’Australopithecus Sediba

Le australopitecine – ovvero le specie di Australopithecus – si ritrovano tra i 4,2 milioni e i 2 milioni di anni fa (il più noto è l’Australopithecus Afarensis, di 3,4 milioni di anni fa, famoso col nomignolo di “Lucy”) e sebbene presentino alcuni tratti umani, come per esempio la capacità di camminare su due gambe, la maggior parte di loro non possiede altre caratteristiche tipiche dell’uomo, quali un grande cervello, faccia ortognata con riduzione della mandibola e dei denti, così come la capacità di utilizzare utensili. “Molte specie di Australopithecus presentavano sorprendenti adattamenti craniali, utili per processare cibi duri, ossia potevano sprigionare elevate forze durante la masticazione”, spiega David Strait, antropologo alla Washington University di St. Louis (Usa) e responsabile della ricerca. «Tuttavia”, continua Stefano Benazzi, paleoantropologo e ricercatore presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna (Campus di Ravenna) e co-autore dell’articolo, “i nostri risultati indicano che la morfologia dell’apparato masticatorio di Australopithecus sediba poneva grossi limiti durante la masticazione, perché se avesse utilizzato tutta la potenza dei suoi muscoli masticatori, avrebbe rischiato la lussazione della mandibola”.

L'antropologo Stefano Benazzi dell'università di Bologna

L’antropologo Stefano Benazzi dell’università di Bologna

I primi rappresentanti del genere Homo derivano quasi certamente da un’australopitecina e l’Australopithecus sediba è candidato per essere il diretto antenato. La ricerca pubblicata su “Nature Communications” non definisce il grado di parentela dell’Australopithecus sediba con il genere Homo, fornisce però importanti indicazioni sugli effetti che i cambiamenti della dieta hanno avuto per l’evoluzione del nostro genere. «Anche l’uomo infatti”, continua Stefano Benazzi, “presenta grosse limitazioni nel generare elevate forze masticatorie, e probabilmente questo caratterizzava anche i primi rappresentanti di Homo, così come alcune australopitecine. Ciò significa che mentre alcune australopitecine si sono evolute per massimizzare la capacità di masticare in modo energico, altre, tra cui quelle che hanno dato origine al genere Homo, si sono evolute nella direzione opposta. In definitiva, vari fattori ecologici devono aver modificato il comportamento alimentare e la dieta delle australopitecine, rivestendo quindi un ruolo fondamentale nell’origine del genere Homo”.

Antico Egitto. In un bimbo di un anno di 5500 anni fa scoperto il primo caso di scorbuto: lo scheletro da una necropoli del predi nastico vicino a Assuan

La regione di Assuan interessata dall'Aswan-Kom Ombo Archaeological Project (Akap) condotto dalle università di Bologna e Yale

La regione di Assuan interessata dall’Aswan-Kom Ombo Archaeological Project (Akap) condotto dalle università di Bologna e Yale

La mappa dell'Aswan-Kom Ombo Archaeological Project (Akap)

La mappa dell’Aswan-Kom Ombo Archaeological Project (Akap)

Le evidenze sulle ossa non hanno lasciato dubbi agli specialisti: carenza di vitamina C. Tipico di chi è malato di scorbuto. Ma quello scheletro che stavano esaminando apparteneva a un bimbo di un anno di età vissuto più di 5500 anni fa, nell’antico Egitto predinastico (3800-3600 a.C.). È il primo caso di morte da scorbuto scoperto lungo le rive del Nilo. Le cattive abitudini alimentari quindi erano un problema anche nell’antico Egitto come ha dimostrato la missione archeologica delle università di Bologna e Yale, Aswan-Kom Ombo Archaeological Project (Akap), attiva dal 2005 nella regione di Assuan e diretta dalla professoressa Maria Carmela Gatto e dal professor Antonio Curci. La missione congiunta ha infatti rinvenuto quello che probabilmente è il primo caso di scorbuto sulle rive del Nilo risalente al Neolitico. Nel villaggio di Nag el-Qarmila, a 17 km a nord di Aswan, sulla riva occidentale del Nilo, nei pressi di Wadi Kubbaniya , i ricercatori hanno rinvenuto lo scheletro di un bambino di circa un anno di età, risalente all’antico Egitto predinastico (3800-3600 avanti Cristo), morto appunto di scorbuto. “A Nag el-Qarmila”, ricordano gli archeologi bolognesi, “sono state individuate un’area insediativa e una necropoli del periodo predinastico. Le datazioni radiometriche e le analisi sulla ceramica suggeriscono una frequentazione dell’abitato durante Naqada IC-IIAB, corrispondente alla prima metà del IV millennio (3800-3600 a.C.), mentre il cimitero è in uso per un periodo più lungo, che include la fase Naqada IID-IIIA. L’unicità del sito è costituita dalla forte influenza nubiana visibile attraverso differenti aspetti della cultura materiale. Esso rappresenta un sito chiave per la comprensione dell’interazione tra nubiani ed egiziani, poiché unico caso in cui area domestica e funeraria sono state individuate ed investigate”.

Lo scheletro del bimbo di un anno di età risalente al Protodinastico, morto per scorbuto

Lo scheletro del bimbo di un anno di età risalente al Protodinastico, morto per scorbuto

Cosa hanno riscontrato gli specialisti sullo scheletro del bimbo di 5500 anni fa? Sul cranio, mascella e mandibola, nonché su altri elementi dello scheletro (omeri, radio e femori) i bioarcheologi che lavorano al progetto – Mindy Pitre della S. Lawrence University e Robert Stark della McMaster University – hanno evidenziato porosità riconducibili allo scorbuto, malattia dovuta alla carenza di vitamina C nell’organismo. La scoperta – documentata in un articolo pubblicato sull’International Journal of Paleopathology – testimonia il primo probabile caso di scorbuto osservato nell’antico Egitto: un dato che mostra l’antichità della malattia e pone interrogativi sul tipo di alimentazione in uso all’epoca nella regione. È probabile infatti che il bambino fosse ancora allattato dalla madre e che quindi la carenza di vitamina C, responsabile della malattia, derivasse dalla dieta materna. Allo stato attuale è difficile dire se tale carenza dipendesse da una effettiva indisponibilità di certi alimenti o fosse il risultato di scelte culturali, come ad esempio il divieto di mangiare certi cibi. In entrambi i casi, però, questo comportamento alimentare avrebbe provocato la comparsa della malattia che si sarebbe poi rivelata fatale per il bambino.

Ricognizione degli archeologi nell'ambito del progetto Akap nella regione di Assuan

Ricognizione degli archeologi nell’ambito del progetto Akap nella regione di Assuan

L’Aswan – Kom Ombo Archaeological Project nasce nel 2005 con l’obiettivo di studiare, dal punto di vista storico-archeologico, l’interazione tra egiziani e nubiani nella loro terra di “confine”. Nel corso degli anni, diverse istituzioni hanno sostenuto il progetto (British Museum, università di Milano, La Sapienza, università di Roma) e dal 2010 è missione congiunta tra l’istituto di Egittologia della Yale University e il dipartimento di Archeologia dell’università di Bologna. Le attività di ricerca principali prevedono: ricognizione geoarcheologica, archeologica ed epigrafica, scavo e documentazione dell’arte rupestre. Tutti gli interventi realizzati, in particolar modo le ricognizioni e gli scavi, sono da considerarsi di salvataggio poiché la costruzione di numerosi nuovi villaggi lungo la riva occidentale del Nilo, inclusa la città di New Aswan, e l’utilizzo delle aree circostanti, soprattutto come cave di arenaria e caolino, mettono in serio pericolo le evidenze archeologiche.

Preistoria. Scoperto a Must Farm, in Inghilterra, il più antico e meglio conservato villaggio palafitticolo dell’Età del Bronzo, definito la “Pompei britannica”

L'impegnativo scavo archeologico del sito di Must Farm nel Cambridgeshire in Gran Bretagna

L’impegnativo scavo archeologico del sito di Must Farm nel Cambridgeshire in Gran Bretagna

Gli archeologi inglesi hanno esultato alla grande scoperta, gridando al ritrovamento della “Pompei britannica”, tanto erano convinti ed entusiasti. Sgombriamo subito ogni equivoco: non si tratta di insediamento romano distrutto da un’eruzione di un vulcano, ma l’eccezionalità della scoperta a Must Farm, nel Cambridgeshire, è una palafitta dell’età del Bronzo tra le più antiche e meglio conservate mai trovate in Gran Bretagna, distrutta verosimilmente da un incendio tra il 700 e il 500 a.C. Gli scavi condotti dall’Unità archeologica di Cambridge (Cau) e iniziati con la campagna 2010-2011, sono tuttora in corso. In questi anni hanno restituito barche, lance e spade; tessuti in fibre vegetali, gioielli; ciotole intagliate e vasi ancora pieni di cibo. Ma l’entusiasmo è salito alle stelle quando sono stati trovati i tronchi di quercia conficcati nel letto del fiume Nene, nel nord della contea di Cambridge, resti di un villaggio preistorico.

L'impressionate qualità dell'impianto di tronchi a sostegno delle case circolari di Must Farm

L’impressionate qualità dell’impianto di tronchi a sostegno delle case circolari di Must Farm

La scoperta è senza precedenti nel Paese: un agglomerato di case circolari di legno, costruite come palafitte, la cui datazione viene indicata fra il 1000 e l’800 avanti Cristo. Stando ai ricercatori coinvolti, l’insediamento fu verosimilmente devastato da un incendio e le rovine di quelle case finirono in un fiume, il cui fondale di limo ha contribuito a preservarli per circa 3000 anni. Fra gli oggetti ritrovati, vasellame con ancora tracce di cibo fossilizzato all’interno. L’età del Bronzo, che nella Grecia classica fu quella cantata da Omero, durò nelle isole britanniche fra il 2500-2000 e il 650 a.C. L’uso dei primi strumenti bronzei della storia dell’umanità permise in quei secoli, secondo gli studiosi, una certa migrazione di persone dall’Europa continentale. Proprio dal sito di Must Farm provengono asce, utensili piuttosto “sofisticati”, preziosi monili d’oro e caratteristici tumuli funerari a forma circolare. Sono ben conservate le travi carbonizzate del tetto di una delle case circolari, insieme ai legnami che mostrano segni di utensili e i resti di una palizzata con pali di legno che un tempo racchiudeva il sito.

Il vasellame in ceramica ancora con i resti di cibo fossilizzato all'interno

Il vasellame in ceramica ancora con i resti di cibo fossilizzato all’interno

L’archeologo David Gibson della Cau, che dirige lo scavo, è entusiasta: “Gli archeologi che hanno scavato due metri (6 piedi) sotto il piano della moderna cava hanno trovato anche le impronte delle persone che probabilmente abitarono il villaggio. Una volta che tutti gli oggetti recuperati saranno stati puliti e documentati ci si aspetta grandi risultati. Si è conservato così tanto che si può veramente ricostruire a tutto tondo la vita quotidiana in un villaggio dell’età del bronzo. Siamo in presenza di un’archeologia preistorica in 3D, con un assemblaggio di reperti insuperabile, sia in termini di gamma e sia di quantità”. E aggiunge: “È vero che nel Regno Unito è stato già trovato un certo numero di insediamenti dell’Età del Bronzo, ma nessuno si è conservato così bene come il sito di Must Farm. Infatti nella maggior parte dei casi non sono stati restituiti reperti lignei, ma solo buche di palo e tracce del loro posizionamento”. Invece a Must Farm si è addirittura conservata, come detto, la struttura del tetto. Alcune abitazioni molto ben conservate a Loch Tay nel Perthshire, ma risalgono alla prima età del Ferro, più tarde di circa 500 anni rispetto al villaggio del Cambridgeshire.