TV2000 ripropone il film di Alberto Castellani “Rivisitare Nazareth. Archeologia e tradizione nel villaggio abitato da Gesù” che parla della scoperta della casa natale di Gesù sulla base delle fonti antiche e degli scavi archeologici di Ken Dark a Nazareth
“Trovata la casa natale di Gesù”: ricordate? A parlare dell’eccezionale scoperta era stato l’archeologo inglese Ken Dark nel film di Alberto Castellani “Rivisitare Nazareth. Archeologia e tradizione nel villaggio abitato da Gesù” presentato in anteprima, nel 2017, alla XXVIII rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2017/10/04/trovata-la-casa-natale-di-gesu-a-parlare-delleccezionale-scoperta-alla-xxviii-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-non-sara-lo-scopritore-l/). Sono passati tre anni, e ora per gli appassionati c’è la possibilità di rivedere (o vedere per la prima volta) il film di Castellani sull’emittente TV2000 (Canale 28 digitale terrestre, 18 di Tivùsat, 157 di Sky) che manderà in onda “Rivisitare Nazareth. Archeologia e Tradizione nel villaggio abitato da Gesù” lunedì 13 luglio 2020 alle 22.30.
Nell’anno 68 d.C. un vescovo franco di nome Arculfo trova riparo, dopo una tempesta, a Jona, una piccola isola posta sulla costa occidentale della Scozia, parte delle isole Ebridi Interne. Ospitato dai monaci della locale abbazia incontra Adamnano, un religioso irlandese, Arculfo racconta la sua esperienza di viaggio e descrive i luoghi visitati. Adamnano trascrive nel latino del tempo l’affascinante racconto di quell’ospite. Nasce così “De locis santis”, un diario di viaggio che trova rapida diffusione negli scriptoria di mezza Europa. Tra le località menzionate vi è anche Nazareth e la “casa” dove Gesù avrebbe vissuto infanzia e adolescenza. Prende spunto da qui il film “Rivisitare Nazareth. Archeologia e Tradizione nel villaggio abitato da Gesù“. Il filmato, patrocinato, dall’Ufficio per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) intende recuperare questa lontana testimonianza e cerca un riscontro archeologico sulle tracce presenti nella Nazareth di oggi. “Ci ha accompagnato in questo viaggio”, ricorda Castellani, “il prof. Ken Dark della Reading University, con il contributo del Palestinian Exploration Fund di Londra e l’amichevole disponibilità delle Suore di Nazareth che custodiscono il sito. Non va dimenticata la collaborazione della Libreria Nazionale di Vienna e quella del prof. Thomas O’Loughlin, President of the Catholic Theological Association of Great Britain”.
Castellani per la stesura della sceneggiatura ed il testo si è basato su due pubblicazioni di Ken Dark, che hanno avuto vasta eco nei media dato il clamore della scoperta: si tratta di “Early roman period and the sisters of Nazareth convent” apparso su The Antiquaries Journal e “Has Iesus’ Nazareth house found?” pubblicata su Biblical Archaeology Review. Quella che oggi è considerata dagli archeologi la casa natale di Gesù è un edificio dalle pareti di pietra, risalente al I secolo. Lo scavo, iniziato nel 2006, è stato portato avanti dall’archeologo inglese Ken Dark della university of Reading. Dark si è concentrato su quell’area perché tutte le persone vissute nei secoli successivi alla morte di Gesù hanno identificato proprio quel luogo come la casa natale del Messia, e per le informazioni fornite dal “De locis santis”, secondo cui la casa di Gesù sarebbe stata localizzata tra due tombe e sotto una chiesa.
“Lapilli di Ercolano”: con la 16.ma clip il direttore Sirano ci porta all’interno di uno dei luoghi più rappresentativi della città di Herculaneum: la sede degli Augustali. Qui recentemente è stata fatta una scoperta scientifica di rilevanza internazionale: il ritrovamento di resti del cervello vetrificato di una vittima dell’eruzione del 79 d.C.
Il parco archeologico di Ercolano è aperto regolarmente al pubblico, dopo il lockdown, ma il suo direttore Francesco Sirano continua a regalarci approfondimenti esplorando i luoghi e le storie di Ercolano. Questa volta, con al 16.ma clip dei “Lapilli del parco archeologico di Ercolano”, ci troviamo all’interno di uno dei luoghi più rappresentativi della città di Herculaneum: la sede degli Augustali. I suoi ambienti sono stati oggetto di una recentissima opera di restauro e di una scoperta scientifica di rilevanza internazionale: il ritrovamento di resti del cervello vetrificato di una vittima dell’eruzione del 79 d.C. (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/04/07/ercolano-eccezionale-scoperta-per-la-prima-volta-al-mondo-trovati-i-resti-vetrificati-di-cervello-umano-erano-in-una-vittima-delleruzione-del-79-d-c-lo-studio-frutto-della-collaborazion/).

La sede degli Augustali, nel cuore di Ercolano, ritmata dalle grandi colonne. In primo piano le basi che sorreggevano le statue di Augusto e Cesare (foto Graziano Tavan)
Tra i pochi monumenti pubblici dell’antica Ercolano, uno dei più chiari esempi è rappresentato senz’altro dal sacello degli Augustali. L’Augusteo era un grande edificio porticato, da cui provengono statue, affreschi importantissimi, che si trovava proprio nelle vicinanze del foro. “Appena entrati – spiega Sirano – ci accolgono quattro grandi colonne che ci impressionano per l’altezza e la potenza: esse dividono lo spazio in tre navate e, sull’asse di fronte a noi, un sacello. Questo edificio è stato interpretato come la sede degli Augustali sulla base di un’iscrizione di marmo dell’età di Augusto, una dedica ad Augusto fatta da due liberti, due fratelli, che troviamo qui esposta. Ma oltre questa iscrizione ufficiale, abbiamo anche dei graffiti molto interessanti che si trovano ripetuti su cinque righe su una delle colonne. Alcuni hanno anche al rubricatura, cioè il rosso, per essere più evidenti. Si legge: vi prego, vi invito a votare nella curia augustana. La curia, in latino, è il luogo dove si riuniscono delle persone. Curia augustana fa pensare effettivamente alla sede degli Augustali. Il collegio degli Augustali era formato da liberti, schiavi liberati, che si applicavano al culto imperiale. Non appena entrati su due basi, ancora presenti, si trovavano le statue di Augusto e di Cesare, recuperate all’epoca degli scavi borbonici che parzialmente esplorarono questi ambienti”. Stando al centro dell’edificio si apprezza meglio lo splendido restauro di Maiuri con gli architravi di legno ancora perfettamente conservati e i caratteristici spaccati assonometrici che Maiuri lascia nella parte superiore per far vedere le altre testate di trave originarie ma anche la presenza di un piano superiore che era frequentato e abitato contemporaneamente all’uso di questo edificio.
La cella viene creata in un secondo momento, probabilmente dopo il terremoto del 62 d.C. “Quindi qui era la sede di riunione del collegio degli Augustali – continua Sirano – e, dopo il 62, viene anche realizzato questo piccolo sacello di culto che aveva al centro una base, che oggi vediamo qui spogliata dei suoi marmi, probabilmente sempre per il passaggio degli scavatori borbonici, sulla quale doveva esserci una statua dell’imperatore regnante. Questo ce lo segnala la presenza sull’asse di questa base di una corona che ci ricorda la corona di quercia che si trovava al di fuori della casa degli imperatori sul Palatino. Uno dei migliori esempi di pittura di IV stile pompeiano di Ercolano è rappresentato proprio dal decoro di questo sacello. Ma non solo le pitture. Anche i pavimenti sono di eccezionale rilevanza, oggetto insieme a tutto l’edificio di un recentissimo restauro: i pavimenti in marmi policromi africani, il pavimento di cocciopesto e tutto il resto della struttura fino ai tetti di questo edificio. La zoccolatura delle pareti è formata da marmi africani di grandissimo pregio e sostiene la decorazione dipinta in IV stile pompeiano”.
Le pitture di IV stile pompeiano raffigurano delle architetture fantastiche, candelabri, esili colonne di varia tipologia e al centro grandi quadri mitologici. Quello che si vede su una delle pareti laterali rappresenta Ercole che guarda verso Acheloo, personificazione di un fiume della Grecia, che ha rapito Deianira, la futura sposa di Ercole. “Molto interessante questa rappresentazione perché è stata messa in relazione con il posizionamento topografico di Ercolano, proprio al confine del territorio di Neapolis, la colonia greca Napoli, la quale si chiamava in un primo momento, come tutti sanno, Partenope. Partenope è una delle sirene, figlia di Acheloo. Alcuni studiosi hanno messo in relazione questa raffigurazione con un simbolismo di rivendicazione di rapporti politici, interpretabili in senso positivo e negativo con la vicina Napoli”.
Sulla parete opposta, protagonista è sempre Ercole, un Ercole ormai maturo che è glorificato: la sua apoteosi. Ha la corona di fiori dei beati sulla fronte e si trova comodamente seduto di fronte a Hera-Giunone, la moglie di Giove, e a Minerva. In alto si vede un arcobaleno che raffigura in maniera simbolica il sommo Giove. “L’apoteosi di Ercole è ovviamente qualcosa che ci si aspetta nel sacello degli Augustali”, riprende Sirano. “Ercole è la divinità che come è noto dà il nome alla città. Quindi questa è una città erculea per eccellenza e non ci meravigliamo di ritrovare continui richiami alla mitologia di questo eroe famoso nel mondo romano per la sua forza e la sua capacità di risolvere brillantemente qualsiasi impresa anche quelle che gli esseri umani non riuscivano fino a quel momento a superare”.
È probabile che tra le trasformazioni di questo edificio, avvenute dopo il terremoto del 62 d.C., ci fosse anche la creazione di una piccola cameretta, a spese di una delle due navate, con un semplice tramezzo di legno che in questa suggestiva ricostruzione ha racchiuso sia le parti ricostruite che alcuni frammenti del legno originario con una finestrella, che si vede ancora ben conservata sotto la teca, e che è stata considerata la cella ostiaria, cioè il posto dove si trovava il custode dell’edificio.

Il letto carbonizzato con il corpo del Custode scoperto da Maiuri ad Ercolano nel 1961 (foto Petrone)
Superata la porta ci troviamo subito di fronte a quella che è stata una delle scoperte più importanti effettuata da Maiuri durante i suoi scavi: un letto, formato in parte da muratura in parte da tutta una struttura in legno, sul quale fu ritrovato il cadavere di un giovane di circa 27-28 anni, colui che si considera il custode dell’edificio. “È molto interessante che l’archeologo Maiuri abbia scelto di non completare lo scavo di questo scheletro in posizione prona, quindi faccia a terra. E probabilmente egli voleva lasciare alle future generazioni la continuazione della scoperta. Nell’ambito della revisione di tutto il materiale antropologico ritrovato a Ercolano, insieme all’università “Federico II” recentemente abbiamo effettuato alcuni lavori di pulizia. E l’antropologo Pier Paolo Petrone è riuscito a ritrovare alcune strutture cristalline, localizzate proprio nella zona del cranio dello scheletro, che sono state attribuite a materiale organico. Non solo, ma soprattutto a materiale che componeva la massa cerebrale di questo sfortunato abitante di Ercolano. Questo ha aperto un nuovo capitolo nella storia degli studi di antropologia fisica e di archeologia di Ercolano – conclude Sirano – dai quali ci attendiamo grandi novità”.
Il Centro Turistico Giovanile – CTG Valpolicella “Genius Loci” si aggiudica la gestione e la valorizzazione dell’area archeologica “Tempio di Minerva” in località Monte Castelòn a Marano di Valpolicella: ogni sabato due turni di visite guidate, nel rispetto delle misure di sicurezza anti-Covid, nel sito archeologico del tempio di Minerva, considerato uno dei più importanti del nord Italia per il connubio tra interesse scientifico e suggestione ambientale

Il Ctg Valpolicella “Genius Loci” cura le visite guidate al Tempio di Minerva al Castelòn di Marano di Valpolicella
Il Centro Turistico Giovanile – CTG Valpolicella “Genius Loci”, associazione di promozione sociale, si è aggiudicato il bando, indetto dal Comune di Marano di Valpolicella (VR), in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Verona, Rovigo e Vicenza, per la gestione e la valorizzazione dell’area archeologica “Tempio di Minerva” in località Monte Castelòn a Marano di Valpolicella, per gli anni 2020-2021. E dal 20 giugno 2020, ogni sabato, visite guidate con guide volontarie, con due turni di visita: alle 10.30 e alle 18. “Il progetto presentato dall’associazione CTG Valpolicella al Comune per la valorizzazione del sito, che doveva partire dal mese di marzo”, interviene il presidente Riccardo Pinamonte, “è stato frenato dal “lockdown” legato all’emergenza da Covid-19. Oggi, la ripartenza vede innanzitutto la realizzazione di visite guidate. La prenotazione è obbligatoria e si effettua inviando una e-mail all’indirizzo info@tempiodiminerva.it e per ogni richiesta di informazione è possibile contattare l’associazione al numero di telefono 349.5923868. Le visite guidate prevedono la partecipazione di massimo 10 persone per ogni turno e saranno realizzate rispettando la vigente normativa sul contenimento del rischio da Covid-19. Sarà possibile lasciare un contributo libero, che verrà utilizzato per la valorizzazione del sito archeologico. È possibile inoltre richiedere una visita guidata in altri giorni, per gruppi di minimo 5 persone, previa verifica della disponibilità delle guide volontarie, anche in lingua inglese e tedesca”.

Dal santuario di Santa Maria in Valverde si domina la vallata e la pianura veronese (foto Nicolò Brenzoni / Ctg Valpolicella)
Le guide volontarie del CTG Valpolicella Genius Loci sono formate per illustrare al visitatore gli aspetti storici e archeologici legati al Tempio di Minerva e non mancheranno riferimenti e curiosità legate al territorio della Valpolicella nel suo complesso. Per raggiungere l’area archeologica, il visitatore potrà parcheggiare l’auto nella piazzetta antistante il santuario di Santa Maria in Valverde ed effettuare un breve e facile percorso a piedi tra vigneti e ciliegeti, godendo di un impareggiabile panorama sulla vallata e sulla pianura veronese. Oltre alle visite guidate su prenotazione, quando le condizioni sanitarie lo permetteranno, il sito archeologico verrà aperto al pubblico con ingresso e visita liberi almeno ogni sabato pomeriggio.

Visite guidate al Tempio di Minerva al monte Castelòn di Marano di Valpolicella (foto Ctg Valpolicella)
Alcuni dei passi successivi del progetto di valorizzazione saranno: la creazione di un sito internet dedicato, con la possibilità, tra l’altro, di poter prenotare direttamente la propria visita guidata tramite un sistema di e-booking, l’apertura di pagine dedicate nei più importanti social networks (Facebook e Instagram), la creazione di una guida cartacea, anche in lingua straniera, e la realizzazione di un rilievo fotogrammetrico digitale dell’area, allo scopo di avere una riproduzione in 3D delle strutture. Infine, un pilastro fondamentale di tutto il progetto sarà l’organizzazione nel prossimo autunno di un corso per la formazione di guide volontarie del Tempio di Minerva e del suo territorio, coinvolgendo direttamente i cittadini, nell’ottica di un’archeologia pubblica e partecipata.

Tavola disegnata da Giuseppe Razzetti che illustra gli scavi ottocenteschi di Giovanni Girolamo Orti Manara (da http://www.maranovalpolicella.it)
Il sito archeologico del tempio di Minerva, considerato uno dei più importanti del nord Italia per il suo particolare connubio tra interesse scientifico e suggestione ambientale, era stato individuato e portato alla luce con degli scavi condotti nel 1835 da Giovanni Girolamo Orti Manara, le cui evidenze erano state registrate dalla mano di un illustre pittore mantovano, Giuseppe Razzetti, che aveva realizzato alcuni disegni ora conservati alla Biblioteca Civica di Verona. Fondamentale fu, al tempo, il ritrovamento di alcune iscrizioni votive in latino su pietra, che più volte riportavano una dedica alla dea Minerva e che hanno fatto pensare a un’intitolazione dell’intera struttura a tale divinità, sicuramente per l’età imperiale romana (a partire dal I sec. a.C.). Successivamente, l’abbandono e la costruzione dei terrazzamenti e dei muri a secco tipici delle colline della Valpolicella (le marogne) hanno ricoperto nuovamente il Tempio di Minerva, facendo perdere anche l’ubicazione del luogo in cui si doveva trovare.

I resti del tempio di Minerva al Castelòn di Marano di Valpolicella dopo le diverse campagne di scavo archeologico (foto Ctg Valpolicella)
I resti archeologici del Tempio sono stati riscoperti nel 2007 a seguito di un’operazione di recupero della memoria che ha coinvolto l’intera popolazione di Marano e non solo e che ha permesso, seguendo la tradizione orale, di individuare, tra le marogne del Monte Castelòn, il punto dove scavare per far riemergere il sito archeologico. Reperiti i finanziamenti necessari, sono state intraprese due campagne di scavo nel 2010 e nel 2013, che hanno messo in evidenza eccezionali peculiarità. Nel 2018 si sono conclusi i lavori di messa in sicurezza del sito, con l’installazione di una struttura di copertura e la realizzazione di un percorso di visita.

Ipotesi di ricomposizione della parete dipinta di I stile del tempio di Minerva (dal libro “Archeologia e storia sul monte Castelon di Marano di Valpolicella” di Brunella Bruno e Giovanna Falezza)
“Negli scavi archeologici recenti”, spiegano gli archeologi, “è stato possibile verificare la presenza di un sito pluristratificato, con la presenza nel medesimo luogo di rilevanti tracce di tre epoche di frequentazione differenti. Un primo luogo di culto protostorico, attivo fin dal VI secolo a.C., è testimoniato dalla presenza di un rogo votivo, conosciuto in area retica e alpina con il nome di “Brandopferplätz”, al cui interno sono state rinvenute tracce, tra l’altro, di un numero elevato di anelli digitali, interpretabili come offerte rituali. Sono stati poi evidenziati i resti di una struttura di culto romana di epoca tardo-repubblicana, realizzata probabilmente verso la fine del II sec. a.C. e a cui dovevano appartenere numerosi frammenti di decorazione di parete, che rappresentano la scoperta più importante dell’intera serie di campagne di scavo: una serie di elementi di intonaci dipinti e di stucchi ascrivibili al cosiddetto “I stile pompeiano”, una tecnica pittorica molto curata e di ottima fattura, presente nei più grandi siti archeologici del bacino del Mediterraneo, tra cui Pompei, rara, se non unica in Italia settentrionale. La terza e ultima fase è quella che era già stata evidenziata dagli scavi ottocenteschi, ovvero quella di età imperiale: una costruzione databile verso la fine del I secolo a.C., attiva almeno fino al V sec. d.C., con una struttura tipica di un tempio di tradizione celtica (una cella centrale sopraelevata circondata da gallerie e da un colonnato, con copertura in tegole e coppi), in apparente contrasto con l’architettura locale del tempo, consistente in strutture spesso seminterrate e quasi completamente in pietra della Lessinia. Assoluta peculiarità è anche la presenza di una parte di muro realizzato con la tecnica del cosiddetto opus reticulatum, quasi totalmente assente in Italia settentrionale se non nelle terrazze del Teatro Romano di Verona, che fanno pensare ad una committenza di rango e cultura elevata, con influenze centro-sud italiche. Tutte e tre le strutture sono state costruite una sopra l’altra, apparentemente senza soluzione di continuità, sfruttando ognuna la posizione e il materiale proprio di quella di epoca precedente. L’area archeologica non è stata ancora indagata completamente e si ritiene possa rivelare ancora interessanti emergenze in una futura campagna di scavi”.
“Lo sguardo dell’antropologo”: al museo Egizio di Torino aperta una nuova mostra per esplorare le connessioni tra egittologia e antropologia. Realizzata in collaborazione con il museo di Antropologia dell’università di Torino, chiuso dal 1984, restituisce al pubblico una parte della collezione dell’istituto universitario, tra cui la mummia da Gebelein

La locandina della mostra “Lo sguardo dell’antropologo” aperta al museo Egizio di Torino fino al 15 novembre 2020
La visita del museo Egizio di Torino si arricchisce de “Lo sguardo dell’antropologo”, una piccola mostra allestita in una sala del primo piano, realizzata dai curatori del museo Egizio in collaborazione con il museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino (MAET). La mostra, che rimarrà aperta fino al 15 novembre 2020, nasce dall’intento di mettere in dialogo le collezioni dei due musei, proponendo una riflessione sulle modalità con cui la cultura scientifica europea, tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX, percepiva e classificava i suoi “altri”. Un progetto che mira a ricostruire i rapporti tra egittologia e antropologia, individuando prospettive di ricerca e possibili aree di collaborazione futura. “Lo sguardo dell’antropologo” espone una quarantina di oggetti, in gran parte prevenienti dalle collezioni etnografiche del MAET, rappresentativi delle culture extraeuropee e dell’antico Egitto: fra essi il ruolo di protagonista spetta a una mummia di una giovane donna, caratterizzata da una tunica finemente plissettata, proveniente dal sito archeologico di Gebelein, oggetto di recenti indagini scientifiche e il cui restauro è stato da poco concluso presso il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.
L’esposizione intende dare particolare risalto alle tracce degli “sguardi” che si sono posati sui reperti nel momento del loro rinvenimento da parte di studiosi e antropologi: sguardi colmi di stupore, meraviglia ma anche di disprezzo o di compiacimento, improntati a una visione che classificava i gruppi umani all’interno di una griglia evolutiva. In quella prospettiva, gli abitanti dell’Africa – insieme alla maggior parte delle culture extraeuropee – erano visti come dei “primitivi” immersi nella magia e nella superstizione; l’Egitto, invece, fu idealmente disconnesso dal continente cui appartiene, per essere invece considerato la culla della civiltà occidentale. Su questo tema si concentra un video presente in mostra: “I giovani africani e l’Egitto”, che indaga il significato che l’antico Egitto ricopre per gli africani contemporanei, i quali, attraverso una serie di interviste, ribaltano provocatoriamente questa visione tipicamente orientalista dell’Egitto.

L’allestimento della mostra “Lo sguardo dell’antropologo” in una sala resa suggestiva anche per le vetrine ottocentesche e i pavimenti in legno originali del palazzo barocco (foto museo Egizio)
L’esposizione – realizzata in una sala resa suggestiva anche per le vetrine ottocentesche e i pavimenti in legno originali del palazzo barocco – conta altre tre sezioni, che riguardano la nascita e i contenuti dell’antropologia, la storia del museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino, museo a partire dalla sua fondazione nel 1926 da parte dell’antropologo Giovanni Marro, e il contesto di scavo nel quale fu rinvenuta la mummia su cui è stato effettuato il restauro. Sulla mummia della “giovane donna con tunica plissettata” sono state recentemente condotte dai ricercatori del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’università di Torino delle analisi biomolecolari innovative, le prime realizzate in modalità non invasiva su un resto umano di epoca egizia. Utilizzando una membrana che estrae le proteine presenti sulla superficie del reperto, è stato possibile rilevare i componenti originari della pelle della donna e i potenziali microrganismi causa del degrado, dati fondamentali per progettare il futuro monitoraggio dello stato di conservazione.
“Questa mostra”, spiega Christian Greco, direttore del museo Egizio, “esprime appieno la centralità dell’attività di ricerca nel nostro lavoro quotidiano: antropologia ed archeologia sono due discipline che camminano fianco a fianco per studiare e comprendere l’uomo, la sua cultura materiale. Un ambito in cui la collaborazione fra il Museo e l’Università assume una funzione primaria, consentendoci di approfondire la comprensione di quei frammenti di memoria che ci permettono di ricostruire i comportamenti, i rituali, le risposte alle domande esistenziali e, quindi, di comprendere noi stessi ed il ruolo che occupiamo nella società”. “Inoltre – aggiunge il direttore – con questa operazione vogliamo offrire una finestra al museo di Antropologia, purtroppo chiuso al pubblico, creando una connessione che racconta una pagina importante della storia della nostra collezione. Riportare la mummia al museo significa anche ricomporre corredi unitari: si tratta di scoperte fatte in Egitto durante le campagne della MAI dirette da Schiaparelli, di cui il Marro era l’antropologo fisico, e i reperti vennero poi suddivisi fra Museo e Università, dove andarono sostanzialmente i resti antropologici. L’esposizione consente quindi di riproporre e mostrare la collaborazione scientifica, di spiegare l’evoluzione dell’interesse accademico torinese che, oltre all’antropologia fisica, ha visto poi lo sviluppo dell’antropologia culturale. E proprio questo oggi ci avvicina ancora una volta, con un’iniziativa della cui realizzazione sono grato alla direttrice del museo di Antropologia, Cecilia Pennacini, e al presidente del Sistema Museale d’Ateneo dell’università di Torino, Enrico Pasini, nonché alla soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Città Metropolitana di Torino, nella persona di Elisa Fiore Marochetti”.
“Il museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino è chiuso al pubblico dal 1984: questa mostra, organizzata in collaborazione con il Museo Egizio, offre finalmente l’opportunità di esporre al pubblico alcuni preziosi reperti e di raccontare la storia di questo straordinario museo, che conserva oggetti e reperti provenienti da ogni parte del mondo”, dichiara Cecilia Pennacini, direttrice del MAET. “L’eterogeneità delle collezioni riflette lo sguardo del fondatore che, come molti studiosi dell’epoca, cercava di documentare la diversità dei gruppi umani inquadrandola erroneamente in una gerarchia di “razze” inferiori e superiori. L’antica civiltà egizia, a lungo studiata da Marro nell’ambito della Missione Archeologica diretta da Ernesto Schiaparelli, era posta al vertice di questa scala mentre le culture dell’Africa e di altre società extra-europee erano viste come arretrate. L’antropologia ha abbandonato da tempo questa visione, sia in ambito biologico che culturale, e il percorso espositivo suggerisce come oggi il lavoro sul terreno e lo studio analitico dei reperti consentano di produrre conoscenze preziose in grado di illuminare la storia di civiltà tuttora poco conosciute, restituendo a tutte la medesima dignità”.
Il Grand Palais di Parigi apre il 1° luglio dopo il lockdown con una mostra-evento “POMPÉI. Promenade immersive. Trésors archéologiques. Nouvelles découvertes”: un percorso scientifico ma dal forte impatto emozionale che, attraverso un evento digitale immersivo e un linguaggio diretto, permette di far conoscere le recenti scoperte di Pompei e la sua storia
Dopo tre mesi di chiusura per emergenza Covid-19, il 1° luglio 2020 riapre a Parigi il Grand Palais. E lo fa proponendo una mostra-evento “POMPÉI. Promenade immersive. Trésors archéologiques. Nouvelles découvertes”, una mostra archeologica che diventa una “passeggiata immersiva” nel più famoso sito di una città romana dell’antichità: Pompei. Un percorso scientifico ma dal forte impatto emozionale che, attraverso un evento digitale immersivo e un linguaggio diretto, permetterà di far conoscere le recenti scoperte di Pompei e la sua storia. La mostra, curata da Massimo Osanna, direttore del Parco archeologico di Pompei, e organizzata da Réunion des musées nationaux – Grand Palais e GEDEON Programmes in collaborazione con il Parco archeologico di Pompei, era programmata per il 25 marzo 2020. Poi la pandemia ha bloccato tutto. Ora ci siamo: la mostra “Pompei” sarà visitabile sempre con prenotazione obbligatoria dal 1° luglio al 27 settembre 2020, al Salon d’honneur del Grand Palais (entrata Square Jean Perrin) dal giovedì al lunedì dalle 10 alle 20, il mercoledì dalle 10 alle 22, chiusura settimanale il martedì.

La locandina della mostra “POMPÉI. Promenade immersive. Trésors archéologiques. Nouvelles découvertes” al Grand Palais di Parigi dal 1° luglio al 27 settembre 2020
Fin dalla scoperta delle sue rovine sepolte, la città di Pompei ha affascinato gli archeologi e non solo. Ricca di una storia plurisecolare, crocevia di popoli del mondo mediterraneo, Pompei sotto la dominazione di Roma prosperava grazie al commercio e al suolo fertile. L’arte era fiorente, l’agiata borghesia abbellì la città, ma nel giro di una giornata del 79 d.C., si compì il tragico destino della città. L’eruzione del Vesuvio che la devastò e annientò la popolazione, tuttavia, fermò il tempo preservando la città e sottraendola agli sguardi, per molti secoli. Oggi Pompei costituisce la testimonianza più straordinaria di una città di età romana e da nessun’altra parte è stato possibile trovare una simile concentrazione di edifici, affreschi e manufatti romani. Questo importante sito archeologico, inscritto nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco, è visitato da quasi 4 milioni di visitatori ogni anno: cifre, purtroppo, ora destinate a cambiare nel rispetto delle nuove regole imposte dall’emergenza sanitaria.

L’affresco con Leda e il Cigno, rinvenuto negli scavi della Regio V alla fine del 2018, è una delle più importanti scoperte recenti a Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Quanto restava della Schola Armaturarum dopo il crollo del 2010 (foto coordinamento Uil beni culturali)
Ma questa situazione idilliaca non è sempre stata così. Sono passati dieci anni, era il 2010, dal crollo della Schola Armaturarum che ha richiamato l’attenzione della comunità internazionale sull’assoluta necessità di tutelare le rovine più famose del mondo. Proprio a seguito di quell’evento, è stato avviato un grande progetto per la messa in sicurezza e il restauro del sito (il Grande Progetto Pompei), associato a scavi di ampia portata, come non accadeva da decenni, che hanno permesso di riportare alla luce un intero quartiere, con straordinari esempi di apparati decorativi, come il raffinato ritratto di donna dalla Casa con giardino, di affreschi raffiguranti divinità e animali e di mosaici eccezionali, ma anche oggetti d’uso quotidiano, scheletri delle vittime dell’eruzione. Queste nuove scoperte, che archeologiavocidalpassato ha seguito passo passo, permettono di approfondire le conoscenze di questo sito emblematico della civiltà romana e della sua storia.
Proprio per condividere con il pubblico le recenti scoperte, la Réunion des musées nationaux – Grand Palais propone una esposizione digitale immersiva: un’esperienza nuova che mostra Pompei in maniera spettacolare e suggestiva. Per realizzare ciò la Rmn-GP ha collaborato con il Parco archeologico di Pompei e con la società GEDEON Programmes, leader francese nel settore dei documentari archeologici e del patrimonio, che utilizzando tecnologie d’avanguardia sul sito (cartografia laser, termografia a infrarossi, fotogrammetria,…) ha effettuato riprese ad altissima risoluzione e realizzato ricostruzioni in 3D di estrema precisione. L’esperienza digitale propone proiezioni immersive, accompagnate dai rumori della città e da musiche originali che risveglieranno i sensi immergendo il visitatore nel cuore di Pompei, dandogli l’impressione di partecipare di volta in volta alla vita frenetica della città, al suo funesto destino, alla sua gloriosa riscoperta.
La prima parte della mostra mette l’accento sulla vita effervescente delle strade, ricostruite in 3D grazie, soprattutto, alle riprese effettuate con i droni. Al centro del percorso, un dispositivo invita il visitatore a entrare nel cuore del dramma e segue la cronologia del disastro: al culmine dell’eruzione la città è investita dal flusso piroclastico. La terza parte è consacrata alla riscoperta di Pompei, dimenticata per secoli, narrando la storia degli scavi dal XVIII secolo, ricordandone il mito e ponendo l’accento sulle scoperte recenti, in particolare quelle che, nel 2018, hanno consentito di riconsiderare con maggiore precisione la data dell’eruzione.

I grandiosi affreschi delle ville pompeiane in mostra al Grand Palais di Parigi (foto parco archeologico di Pompei)
L’ultimo spazio della mostra invita a contemplare, a grandezza naturale e in tutto il suo splendore, gli affreschi che decorano le più belle ville pompeiane. È anche possibile ammirare alcune scoperte frutto dei nuovi scavi esposte per la prima volta al pubblico, tra le quali il tesoro di monili e amuleti in pasta di vetro, avorio, osso, ambra, bronzo, un coniglio di marmo e un magnifico mosaico del ninfeo Arianna e Dioniso. Viene presentata anche una selezione di oggetti provenienti dagli scavi precedenti: gioielli, una statua di Livia e un affresco raffigurante Venere su un carro trainato da elefanti. Infine, le copie di alcuni calchi delle vittime ricorderanno la tragica fine dei pompeiani nel 79 d.C. Questa mostra propone un’esperienza sensoriale avvincente, che immerge il visitatore nel cuore della città antica e gli fa rivivere in maniera spettacolare la vita quotidiana dei pompeiani e l’epopea della sua riscoperta.
A pochi giorni dalla scoperta del trapezoforo dalle acque di Baia, il Parco archeologico dei Campi Flegrei presenta il video del recupero del prezioso reperto dai fondali del mare
A pochi giorni dall’annuncio da parte del direttore del parco archeologico dei Campi Flegrei, Fabio Pagano, della scoperta, sui fondali di Baia, nell’area del parco archeologico sommerso, di un trapezoforo, un sostegno per tavolo in marmo decorato con testa felina, ecco la pubblicazione del video che mostra il recupero del trapezoforo da parte dei tecnici del Parco archeologico dei Campi Flegrei supportati dalla Capitaneria di Porto – Locamare di Baia e dalla Naumacos Underwater Archaeology (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/06/24/parco-sommerso-di-baia-i-tecnici-del-parco-archeologico-dei-campi-flegrei-hanno-scoperto-un-trapezoforo-un-sostegno-per-tavolo-in-marmo-decorato-con-testa-felina-sara-esposto-al-museo-archeologico/).
Il trapezoforo, come aveva subito annunciato il direttore Pagano, “dopo i primi interventi conservativi necessari il reperto sarà mostrato, in anteprima, al pubblico all’interno del Museo archeologico del Castello di Baia per trovare poi una sua collocazione definitiva all’interno nel percorso espositivo”.
Parco sommerso di Baia: i tecnici del parco archeologico dei Campi Flegrei hanno scoperto un trapezoforo: un sostegno per tavolo in marmo decorato con testa felina. Sarà esposto al museo Archeologico del Castello di Baia

I tecnici subacquei del parco archeologico dei Campi Flegrei in operazioni di ricerca nel Parco sommerso di Baia (foto Pa-Fleg)
Lo specchio di mare di Baia, che conserva uno dei più famosi parchi sommersi archeologici del mondo, ha riservato una nuova sorpresa: scoperto un sostegno per tavolo (gli archeologi lo chiamano “trapezoforo”) in marmo decorato con testa felina. L’eccezionale scoperta martedì 23 giugno 2020 Durante le attività di ricerca che il Parco archeologico dei Campi Flegrei sta svolgendo in vista dell’apertura di nuovi percorsi di visita. Infatti proprio una decina di giorni fa, ricorda la direzione del Parco, “abbiamo ricevuto il decreto, firmato di concerto dai ministri Sergio Costa (Ambiente e Tutela del territorio e del mare) e Dario Franceschini (Beni culturali), sulla gestione del Parco Sommerso di Baia. Una grande soddisfazione per il Parco archeologico dei Campi Flegrei che ci proietta verso una programmazione di lungo periodo. I primi passi li muoveremo da subito, con nuovi percorsi subacquei e una rinnovata pagina web, ma stiamo progettando molte altre iniziative, di cui daremo tempestiva informazione”.
L’operazione è avvenuta grazie ai tecnici del Parco archeologico dei Campi Flegrei supportati dalla Capitaneria di Porto – Locamare di Baia e dalla Naumacos Underwater Archaeology. Subito dopo le operazioni di recupero il reperto è stato trasportato nei laboratori del Castello di Baia per i primi interventi conservativi. Si tratta di un elegante elemento di arredo in marmo, realizzato in età imperiale per sostenere una mensa, probabilmente anch’essa in marmo, inserita in uno degli ambienti che scandiscono gli spazi del Parco Sommerso di Baia e che costituiscono uno dei più affascinanti percorsi archeologici al mondo.
“Il Parco sommerso di Baia continua a regalare sorprese”, commenta soddisfatto Fabio Pagano, direttore del Parco archeologico dei Campi Flegrei che custodisce e gestisce il Parco sommerso. “Interpretiamo il rinvenimento di oggi come il segnale di una nuova stagione del Parco che, dopo la riapertura, deve proseguire nella strada intrapresa per favorirne lo sviluppo. Per un archeologo il rinvenimento di un reperto è sempre motivo di gioia ed emozione, il recupero dal mare aggiunge inevitabilmente una suggestione particolare. Dopo i primi interventi conservativi necessari il reperto sarà mostrato, in anteprima, al pubblico all’interno del Museo archeologico del Castello di Baia per trovare poi una sua collocazione definitiva all’interno nel percorso espositivo”.






























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