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La Sardegna riporta a casa quattro bronzetti nuragici messi all’asta a Londra: comprati con i fondi raccolti con la colletta organizzata dalla Fondazione Nurnet

Uno dei quattro bronzetti nuragici rientrati in Sardegna grazie all'impegno dei sardi

Uno dei quattro bronzetti nuragici rientrati in Sardegna grazie all’impegno dei sardi

“Bentornati a casa!”. Così è stato salutato il felice esito di una piccola ma epocale azione di volontariato e coscienza civica: l’acquisto da parte di semplici cittadini di quattro bronzetti nuragici messi all’asta lo scorso giugno a Londra. È stato un lungo viaggio, nel tempo (3000 anni) e nello spazio (Europa e Medio Oriente) – dalla Sardegna a una collezione privata in Libano, poi all’asta a Londra e ritorno nell’Isola -, dei bronzetti nuragici recuperati dalla Fondazione Nurnet, grazie a fondi propri e a una colletta di appassionati, e riportati in patria. Si tratta di un cavallo, due stambecchi e un ariete datati IX-VI sec. a.C. e appartenuti al collezionista libanese Farid Ziade. Nel complesso i pezzi battuti da Acr Auctions erano stati nove e tra questi: due sacerdoti, un guerriero, un offerente e cinque animali. I bronzetti – che sono stati presentati giovedì 10 settembre per la prima volta a Cagliari – saranno presenti il 19 settembre a Uri alla “Festa della civiltà nuragica”. Un recupero prezioso, è stato sottolineato dal presidente di Nurnet, Nicola Manca nella sede dell’Unione Sarda a Cagliari, “anche dal punto vista simbolico, Tanti sardi colpiti dalla notizia che sarebbero potuti finire chissà dove, si sono quotati per ricomprarli”. Non potendo fermare la vendita all’asta, perché la petizione inizialmente organizzata richiedeva troppo tempo, si è pensato all’alternativa: ricomprarli. Costo dell’operazione: 700 pounds a testa, circa 5mila euro. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: bronzetti di nuovo a casa. “Sulla loro autenticità garantiscono gli esperti del dipartimento di Archeologia dell’Università di Tor Vergata”, spiega Manca, presidente come detto della fondazione Nurnet che con il gruppo Archeologia della Sardegna è stata in prima linea nel recupero dei reperti nuragici. Due gruppi di volontariato con un grandissimo seguito sui social che descrivono i sardi interessati alla loro storia antichissima come non mai. “Naturalmente sono a disposizione per eventuali verifiche”.

Il manifesto della Festa della civiltà nuragica a Uri

Il manifesto della Festa della civiltà nuragica a Uri

Ora i bronzetti ricominceranno ad andare in giro: per il momento in Sardegna. “Avevamo pensato a un Comune – ha aggiunto Manca – ma poi sono arrivate tante richieste da parte di vari centri. Ecco perché allora abbiamo pensato a un tour nell’Isola, soprattutto nelle scuole. Con una serie di attività e laboratori che accompagnano la mostra. Pensiamo magari a riproduzioni in tre D manipolabili dai bambini che consentano di giocare e imparare”. E si comincia dal piccolo comune di Uri. “A Uri speriamo di poter esporre anche delle riproduzioni tridimensionali che stiamo realizzando grazie al contributo di Sardegna Ricerca. Oggetti che potranno essere visti e maneggiati dai bambini e da tutti i curiosi, perché è attraverso la conoscenza che si crea la tutela e la consapevolezza che il patrimonio appartiene ai cittadini”, spiega Manca. In giugno (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/07/13/bronzetti-nuragici-allasta-a-londra-il-deputato-pili-lancia-lallarme-stop-ai-traffici-illegali-del-patrimonio-sardo-londra-deve-restituire-i-bronzetti-la-camera/) il deputato sardo di Unidos, Mauro Pili, aveva presentato un’interrogazione urgente al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e degli Esteri Paolo Gentiloni chiedendo di bloccare “la svendita della civiltà nuragica”. “Abbiamo tentato inutilmente di far sospendere l’asta vergognosa – ricorda Manca – partecipando e divulgando la raccolta firme. Ci siamo però trovati costretti a partecipare all’asta per restituire dignità alla nostra storia”.

I bronzetti nuragici comprati all'asta sono i protagonisti della festa di Uri

I bronzetti nuragici comprati all’asta sono i protagonisti della festa di Uri

La giornata del 19 a Uri parte al mattino con l’inaugurazione della via della Civiltà Nuragica, alle 10 ci sarà il ritrovo nella località “Monte Dominigu” da dove partiranno le escursioni archeologiche nel territorio. Alle 13.30 il pranzo a cura della Pro Loco di Uri. Alle 16 verrà inaugurata la mostra fotografica e alle 17 ci sarà l’esposizione dei bronzetti acquistati all’asta da Nurnet e dal gruppo Archeologia della Sardegna, seguirà un intrattenimento musicale con canti e balli tradizionali.

Non si farà il film sulle tribù della valle dell’Omo. Il regista Lucio Rosa costretto a rinunciare per le richieste esose delle autorità di Etiopia. Restano i riconoscimenti: pluripremiato “Il segno sulla pietra”

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Una donna con bambino in un villaggio della tribù dei Karo in Etiopia

Il suo cuore è sempre in Africa. Ma stavolta è stata proprio l’Africa a tradirlo, a chiudergli la porta in faccia. Lucio Rosa, regista veneziano, bolzanino d’adozione, aveva deciso di lasciare per un momento le “pietre” e i successi ottenuti con i suoi film di carattere archeologico e di tornare a raccontare l’Uomo, o meglio la cultura originaria di alcuni gruppi tribali in Africa, non ancora contaminati completamente dagli uomini occidentali. Il nuovo progetto prevedeva la realizzazione di cinque film in Africa, ma l’avvio non è stato beneaugurante: il primo, infatti, è stato annullato. “Lontano, lungo il fiume – l’anima originaria delle tribù dell’Omo”, già sceneggiato e per il quale le riprese dovevano essere realizzate in Etiopia in questi giorni, appunto tra agosto e settembre 2015, è rimasto lettera morta. Lucio Rosa ha dovuto rinunciare a realizzarlo. I motivi li ha spiegati lui stesso al rientro dal viaggio preparatorio in Etiopia con la moglie Anna nel luglio scorso. “Io e Anna”, racconta ad Archeologiavocidalpassato, “siamo rientrati dall’Etiopia dove dovevamo perfezionare le verifiche e i permessi per il film che volevo girare nel sud della valle dell’Omo, sui gruppi tribali dei Karo, Mursi, Hamer, Dassenach. Purtroppo ho dovuto rinunciare per i folli prezzi che le autorità chiedono per rilasciare i permessi per le riprese dei gruppi tribali, 20-30mila  dollari. Una follia per un film maker indipendente quale io sono”. In realtà un modo come un altro per tenere occhi indiscreti lontano dai progetti perseguiti nell’area che evidentemente non hanno come obiettivo la conservazione di una delle culle dell’umanità, e il prosieguo delle ricerche antropologiche e paleontologiche nella valle dell’Omo. “Peccato”, commenta amareggiato il regista veneziano, che ha iniziato nel lontano 1985 con il film sui pigmei Babinga che vivono nella foresta del nord della Repubblica Popolare del Congo “Babinga, piccoli uomini della foresta”, trasmesso anche da “Quark” su Rai Uno,  per poi proseguire con altri come quello girato in Kenia “Pokot, un popolo della savana”. E lancia l’Sos: “Questo film poteva rappresentare un’ultima testimonianza della cultura originaria di questi gruppi tribali come i Karo, Mursi, Hamer, Dassench destinati purtroppo a scomparire, come ho verificato sul campo,  anche in tempi brevi. Un villaggio dei Karo che ho visitato nello scorso ottobre, cioè 9 mesi fa, ed che era un villaggio vivo, posto al di sopra di un’ansa dell’Omo, praticamente non esiste quasi più a parte qualche  persona che si “trucca” per accontentare qualche turista, non un viaggiatore che é cosa diversa, pronto ad immortalare con una foto da mostrare agli amici, la sua avventura”.

Il regista Lucio Rosa discute con il capo villaggio di una tribù Mursi in Etiopia

Il regista Lucio Rosa discute con il capo villaggio di una tribù Mursi in Etiopia

È un’Africa profonda, quella del sud della valle dell’Omo. Qui esistono ancora dei luoghi che conservano, in una dimensione senza tempo, un incredibile mosaico di razze ed etnie, vive tracce di antiche tradizioni, una commistione tra le radici dell’uomo e la natura. “Per poter avvicinarsi a questo mondo, cercare di comprendere l’anima originaria delle tribù che qui vivono”, racconta Lucio Rosa, “dobbiamo abbandonare le nostre certezze, i preconcetti e ogni pregiudizio occidentale. Solo così si può cogliere la ricchezza di una cultura, di un mondo da noi così distante e cogliere l’autentica Africa, l’anima originaria di genti “lontane”, come i Karo, i Mursi, gli Hamer, i Dassenech. Queste quattro etnie possono dare un quadro generale e abbastanza esauriente della ricchezza culturale della regione e delle diversità dei popoli dell’Etiopia”.

Il regista Lucio Rosa durante le riprese in Libia del film "Il segno sulla pietra"

Il regista Lucio Rosa durante le riprese in Libia del film “Il segno sulla pietra”

Da un festival all’altro. Lucio Rosa  è fresco vincitore del 2º Festival Internazionale Cinema Archeologico Altopiano di Asiago – Premio Olivo Fioravanti con il film “IL SEGNO SULLA PIETRA – Il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome”, la storia millenaria del Sahara in un alternarsi di fasi climatiche estreme: periodi di grandi aridità, di grandi piogge, e dietro di esse le vicende di uomini che ebbero la ventura di scegliere quella terra come loro dimora. 12000 anni fa, dopo una fase di aridità estrema, ritornò la pioggia e la vita ricominciò a germogliare lentamente. Così, nel Sahara centrale, sui massicci del Tadrart Acacus e del Messak, nel sud ovest della Libia, si formarono le prime comunità, tenaci e vitali, culturalmente compiute, che seppero definire la loro identità non solo attraverso la pura sopravvivenza materiale del gruppo, ma che riuscirono anche ad elevare a linguaggio pittorico, quindi complesso, il loro vissuto quotidiano ed il loro primitivo bisogno di trascendenza. Il film non è nuovo a riconoscimenti di giurie tecniche e ad apprezzamenti da parte del pubblico. Dal 2° premio del pubblico alla XVII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, al 1° premio “Capitello d’oro” assegnato dalla giuria presieduta da Sergio Zavoli al 2° Festival Internazionale del Cinema Archeologico di Roma “Capitello d’oro” 2007, “per aver raccontato una storia complessa e sfuggente con semplicità e rigore diversamente dalla maggioranza dei documentari presentati, non cede all’enfasi e alla retorica, ma riesce tuttavia a colpire ed affascinare lo spettatore. Le immagini acquistano movimento e parlano. Le storie si intrecciano, il passato più lontano dialoga col racconto della scoperta. E i richiami a Fabrizio Mori e alla sua avventura sono un omaggio allo studioso delicato e discreto”. Primo premio della giuria presieduta da Ernesto De Miro anche al Festival Inernazionale del Cinema Archeolgico di Agrigento “Valle dei Templi 2007”: “Il film racconta in maniera rigorosa e scorrevole, sempre coinvolgente, nella cornice di un interesse ambientale che non viene mai meno, la storia millenaria di arte rupestre nel Sahara, da quella graffiante e realistica nella evidenza della incisione lasciataci da popolazioni di cacciatori e raccoglitori a quella dipinta e schematizzata nella leggerezza del colore e della linea di contorno, propria delle popolazioni pastorali e dei raccoglitori ormai verso la sedentarietà agricola. La personalità di Fabrizio Mori e della sua scuola paleontologica aggiunge in un breve commento, tocchi di riflessione, con cui lo studioso di oggi accompagna l’entusiasmo e il valore della propria scoperta che consegna importanti conoscenze all’universo delle civiltà più antiche”. E non sono mancati i riconoscimenti internazionali: premio del pubblico all’8° Internationales Archäologie-Film-Kunst-Festival – Kiel – CINARCHEA 2008; premio del pubblico e per la fotografia al 7° Intenational Meeting of Archaeological Film of the Mediterranean Area AGON di Atene – 2008; Honorable Mention for Best Cinematography (by Jury) e Honorable Mention for Best Animation (by Jury) a The Archaeology Channel – The International Film and Video Festival – Eugene – Oregon – USA (2008). Infine premio per il pubblico al 2° Festival Internazionale del cinema Archeologico – Aquileia 2011.

Paleontologia. Eccezionale scoperta in Sudafrica: trovate le ossa fossili dell’Homo Naledi, un po’ primitivo e un po’ moderno, che si distingue da tutte le specie finora conosciute. Forse seppelliva i morti

Il paleontologo Lee Berger, capo della missione in Sudafrica, mostra un fossile di Homo Naledi trovato nella grotta Rising Star

Il paleontologo Lee Berger, capo della missione in Sudafrica, mostra un fossile di Homo Naledi trovato nella grotta Rising Star

Un po’ primitivo, un po’ moderno: aveva le mani in grado di arrampicarsi sugli alberi, ma i piedi quasi identici ai nostri per una deambulazione eretta. È stata scoperta in Sudafrica una nuova specie umana, una scoperta senza precedenti nella storia della paleontologia. Questo ominide, un po’ cugino lontano dell’uomo, un po’ fratello, è stato chiamato Homo Naledi, perché la grotta della scoperta vicino a Johannesburg si chiama stella nascente (Rising Star). E Naledi significa stella nella lingua Sesotho, usata da alcune tribù sudafricane. È il più grosso ritrovamento di ossa di ominidi mai avvenuto: tutto è cominciato nella grotta detta Rising Star, a una cinquantina di chilometri a nordovest di Johannesburg, dove sono stati scoperti oltre 1500 elementi fossili, appartenenti a una quindicina di individui. L’Homo Naledi, ominide con caratteristiche primitive e moderne al tempo stesso, non era molto alto, era piuttosto snello, aveva un cervello minuscolo, ma forse seppelliva già i suoi morti, ben prima dell’Homo sapiens. I diversi sedimenti ritrovati nella caverna non permettono ancora di datare le ossa e risalire alla sua età, ma secondo gli studiosi questa nuova specie umana scoperta in Sudafrica potrebbe avere tra i due milioni e i due milioni e mezzo di anni. I resti fossili erano ammucchiati in una cavità accessibile solo attraverso un pozzo talmente stretto che per recuperarli è stato arruolato uno speciale team di speleologi e ricercatori che fossero magri abbastanza per entrarci con le braccia alzate sopra la testa. Questa è una regione conosciuta dai ricercatori già dai primi decenni del Novecento come possibile “culla dell’umanità”, vista la quantità di fossili e reperti rinvenuti.

Il paleontologo Lee Berge nella grotta Rising Star dove sono stati trovati 1500 elementi fossili di Homo Naledi

Il paleontologo Lee Berger nella grotta Rising Star dove sono stati trovati 1500 elementi fossili di Homo Naledi

L’annuncio dell’incredibile ritrovamento è stato dato dalla University of Witswaterstrand di Johannesburg, dalla National Geographic Society e dal Dipartimento per la Scienza e la Tecnologia/ National Research Foundation del Sudafrica ed è stato pubblicato dalla rivista scientifica eLife. Un approfondimento della ricerca verrà pubblicato sul numero di ottobre del National Geographic. I frammenti recuperati finora appartengono – come si diceva – ad almeno 15 individui della stessa specie: molti altri, si crede, restano da recuperare. “Poiché abbiamo a disposizione esemplari multipli di quasi tutte le ossa del suo corpo”, dice il paleontologo Lee Berger, che ha guidato le spedizioni di scoperta e recupero, “Homo naledi è già praticamente la specie fossile meglio conosciuta nella linea evolutiva dell’uomo”. Uno dei membri del gruppo del professor Lee Berger è lo scienziato italiano Damiano Marchi del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa.

La ricostruzione di Homo Naledi con le centinaia di ossa fossili disponibili ai paleontologi

La ricostruzione di Homo Naledi con le centinaia di ossa fossili disponibili ai paleontologi

Le ossa delle mani di Homo Naledi: appaiono adatte all'utilizzo di utensili, ma le dita sono curve, poteva arrampicarsi

Le ossa delle mani di Homo Naledi: appaiono adatte all’utilizzo di utensili, ma le dita sono curve, poteva arrampicarsi

È proprio il contesto in cui sono stati ritrovati i fossili a far emergere quello che probabilmente è l’aspetto più straordinario della scoperta: Homo Naledi forse seppelliva i suoi morti e la sepoltura finora era considerata una pratica iniziata con l’uomo moderno (risalente a 200mila anni fa, con l’Homo Sapiens). Le ossa di neonati, bambini, adulti e anziani, infatti, giacevano in un anfratto molto profondo. “Quella camera è stata sempre isolata dalle altre e non è mai stata direttamente aperta verso la superficie”, assicura Paul Dirks della James Cook University nel Queensland, in Australia, primo firmatario dell’articolo che descrive il contesto della scoperta. “Soprattutto, in questo remoto anfratto mancavano fossili appartenenti ad altri animali di rilievo; c’erano praticamente solo resti di Homo Naledi”. Gli unici elementi fossili non appartenenti all’ominide (una dozzina di elementi su oltre 1500) sono resti isolati di topi e uccelli: la cavità attirava pochi frequentatori occasionali. Le ossa di Homo Naledi non presentano segni di morsi di predatori o saprofagi e non sembrano trasportate fin lì da qualche altro agente esterno, come un flusso d’acqua. “Abbiamo esplorato tutti gli scenari alternativi”, dice Lee Berger, il capo della spedizione: “Una strage, la morte accidentale dopo essere rimasti intrappolati nella grotta, il trasporto da parte di un carnivoro sconosciuto o di una massa d’acqua, e altri ancora. Alla fine, l’ipotesi più plausibile è che gli Homo Naledi abbiano intenzionalmente depositato laggiù i corpi dei defunti” e che, dunque, fossero proprio dediti alla sepoltura ben prima dell’Homo sapiens. Se fosse confermata, la teoria farebbe pensare che questa specie fosse già capace di un comportamento ritualizzato (vale a dire ripetuto) finora attribuito solo agli esseri umani moderni. “Questa grotta non ha ancora svelato tutti i suoi segreti”, conclude Berger. “Ci sono ancora centinaia, se non migliaia di resti ancora da studiare sepolti laggiù”

Una ricostruzione della testa di Homo Naledi realizzata dal paleoartista John Gurche, che ha lavorato sulla base delle scansioni delle ossa ritrovate, utilizzando pelliccia di orso per simulare i peli e i capelli. Fotografia di Mark Thiessen (National Geographic Society)

Una ricostruzione della testa di Homo Naledi realizzata dal paleoartista John Gurche, che ha lavorato sulla base delle scansioni delle ossa ritrovate, utilizzando pelliccia di orso per simulare i peli e i capelli. Fotografia di Mark Thiessen (National Geographic Society)

Confronto tra ominidi: Lucy, fossile di 3,2 milioni di anni fa scoperto in Etiopia nel 1974; il ragazzo del Turkana, fossile di 1,6 milioni di anni fa trovato in Kenia nel 1984; e l'Homo Naledi

Confronto tra ominidi: Lucy, fossile di 3,2 milioni di anni fa scoperto in Etiopia nel 1974; il ragazzo del Turkana, fossile di 1,6 milioni di anni fa trovato in Kenia nel 1984; e l’Homo Naledi

“Complessivamente, Homo Naledi appare come una delle specie più primitive del genere Homo”, spiega John Hawks della University of Wisconsin-Madison, uno degli autori dell’articolo che descrive la nuova specie, “ma ha alcune caratteristiche sorprendentemente umane, tali appunto da farlo ricomprendere nel genere Homo cui apparteniamo anche noi. Aveva un cervello minuscolo, più o meno delle dimensioni di un’arancia, posto in cima a un corpo relativamente lungo e snello”. Secondo i ricercatori, Homo Naledi doveva essere in media alto circa un metro e mezzo e pesare 45 chili. Il cranio e i denti appaiono abbastanza simili a quelli di alcune specie più primitive del genere Homo, come Homo Habilis e le spalle somigliano di più a quelle delle grandi scimmie. Mani e piedi, invece, ci dicono molto di lui e delle sue abitudini: “Le mani appaiono adatte all’utilizzo di utensili”, dice Tracy Kivell della University of Kent, che ha fatto parte del team che ha studiato l’anatomia della nuova specie, “ma le dita sono molto curve, il che fa pensare che fosse molto bravo ad arrampicarsi”. Quanto ai piedi, sono il tratto anatomico più sorprendente, perché “sono praticamente indistinguibili da quelli di un essere umano moderno”, aggiunge William Harcourt-Smith del Lehman College della City University of New York, un altro studioso che ha partecipato alla ricerca. Le caratteristiche dei piedi e delle gambe slanciate fanno pensare che la specie fosse adatta anche a lunghe camminate. “La particolare combinazione dei tratti anatomici distingue Homo Naledi da tutte le specie finora conosciute”, conclude Berger.

Cento film, una retrospettiva della produzione cinematografica di Giancarlo Ligabue, una sezione sull’archeologia in Iran, il premio Paolo Orsi sulle Grandi civiltà con un occhio attento all’archeologia in guerra: ecco la XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Il poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 6 al 10 ottobre 2015

Il poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 6 al 10 ottobre 2015

Un mese. Ancora un mese e poi si accenderanno i riflettori sulla XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto, promossa dal 6 al 10 ottobre 2015 dalla fondazione Museo Civico di Rovereto, sotto l’Alto patronato del Presidente della Repubblica, con il patrocinio del ministero degli Affari esteri e del ministero per i Beni e le Attività culturali, il contributo di Comune di Rovereto, Provincia autonoma di Trento, Regione autonoma Trentino-Alto Adige, e la partecipazione della rivista Archeologia Viva e il Centro studi ricerche Ligabue. La rassegna quest’anno è impreziosita dal 12° premio “Paolo Orsi”, riconoscimento biennale, che sarà assegnato da una qualificata giuria internazionale che valuterà i film in concorso sul tema “Le grandi civiltà del passato”. Della giuria fanno parte Il regista iraniano Mahvash Sheikholeslami (Teheran), la francese Christine Chapon del Cnrs Images Festivals (Parigi), il produttore cinematografico tedesco Rüdiger Lorenz (Monaco di Baviera), l’archeologa e archivista italiana Daniela Cavallo (Roma). Tra gli ospiti come interscambio tra festival Shirin Naderi, responsabile internazionale di Documentary and Experimental Film Center (DEFC) di Tehran che organizza Cinema Veritè (http://www.defc.ir/en/).

L'antropologo Giancarlo Ligabue tra i pigmei della Nuova Guinea

L’antropologo Giancarlo Ligabue tra i pigmei della Nuova Guinea

In cartellone un centinaio di film, tra la sezione principale all’auditorium del polo culturale e museale “F. Melotti” di Rovereto, la sezione “Percorso archeologia & etnografia” nell’’aula magna del Palazzo dell’Istruzione in corso Bettini a Rovereto, e la sezione “Storia & archeologia in Iran” nella sala conferenze del Mart in corso Bettini a Rovereto. Senza dimenticare lo speciale di domenica 11 ottobre nella sala convegni “Fortunato Zeni” della fondazione Museo Civico in borgo S. Caterina di Rovereto, con quattro eccezionali film promossi dal Centro studi e ricerche Ligabue e in parte prodotti dalla Gedeon Programmes di Parigi, film oggi conservati negli Archivi della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. Si tratta di “Popolo delle asce di pietra” (1992), un documento eccezionale di Giancarlo Ligabue tra i pigmei cannibali della Nuova Guinea produttori di asce litiche come 20mila anni fa; “L’empreinte des dinosaures. L’impronta dei dinosauri” (2002), che documenta la scoperta di una mascella di uno dei più antichi sauropodi da parte di una missione paleontologica nell’Alto Atlante marocchino; “La tombe du prince kazakh (Scythe). La tomba del principe kazako (Scita)” (2002), storia di una spedizione alla ricerca dei cavalieri delle steppe asiatiche di più di duemila anni fa; “Karakoum, la civilisation des oasis. Karakoum, la civiltà delle oasi” (2002), con la campagna di scavo di una cultura di 4mila anni fa a Gonour Depè nel deserto del Karakoum in Turkmenistan.

Il Partenone di Atene: fu gravemente danneggiato nel 1687 da un bombardamento dei veneziani

Il Partenone di Atene: fu gravemente danneggiato nel 1687 da un bombardamento dei veneziani

Le Grandi civiltà del passato, e l’urgenza di farle conoscere e salvaguardarle: un tema di grande attualità e impegno, come spiega il direttore della Rassegna, Dario Di Blasi. “Le sconvolgenti immagini che ci arrivano dalla Siria e dall’Iraq, con la distruzione sistematica delle antichità assire di Nimrud e con le esplosioni che minacciano pericolosamente il meraviglioso sito della Palmira della regina Zenobia”, scrive Di Blasi nellla prefazione al programma della XXVI Rassegna, “ci angosciano per la mancanza assoluta di rispetto per le vite umane e per la storia millenaria dell’umanità. A noi questo sembra del tutto inedito, ma, se ci riflettiamo un attimo, scopriamo che anche nel nostro medioevo migliaia di monumenti come palazzi, mura difensive, basiliche e chiese vennero costruiti demolendo le vestigia greco-romane precedenti, che anche parte della  favolosa Biblioteca di Alessandria venne incendiata in seguito all’editto di Teodosio I nel 391 d.C, ostile alla “saggezza pagana” e che lo stesso Partenone di Atene venne distrutto con un esplosione paragonabile a un’eruzione per effetto di cannonate dell’esercito veneziano di Morosini dirette alla polveriera collocata dai turchi in quel monumento, arrivato quasi intatto fino al 1687 dal tempo di Pericle. Gli esempi potrebbero essere infiniti”.

La storia cancellata con l'esplosivo: così è stata distrutta dall'Is la città assira di Nimrud in Iraq

La storia cancellata con l’esplosivo: così è stata distrutta dall’Is la città assira di Nimrud in Iraq

“Con le nostre rassegne di cinema archeologico – continua – cerchiamo al contrario di enfatizzare l’esistenza o quantomeno la memoria di culture e civiltà che potrebbero scomparire, quando non lo siano già. In questa XXVI edizione dedicata alle Grandi Civiltà, ovvero alle nostre origini abbiamo chiesto la collaborazione del Centro Studi Ligabue, con i suoi preziosi archivi cinematografici, un Centro nato e cresciuto per la passione di Giancarlo Ligabue che ha dedicato la vita a decine di missioni archeologiche e paleontologiche in tutto il mondo, del Centro di produzione  Rai di Napoli di Luigi Necco, che negli anni della guerra del Golfo contro Saddam ha documentato il patrimonio dell’Iraq, e abbiamo l’impegno di una nazione come l’Iran che, sia pure in un contesto di sanzioni economiche e di ostilità internazionale, vuole tenacemente difendere e valorizzare la propria eredità culturale”.

Savino Di Lernia direttore della missione archeologica dell'università La Sapienza in Sahara

Savino Di Lernia direttore della missione archeologica dell’università La Sapienza in Sahara

Anche quest’anno la Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto offre l’opportunità di approfondire alcuni temi con i diretti protagonisti nelle conversazioni all’auditorium Melotti curate dal direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti. Si inizia mercoledì 7 ottobre, alle 17.45, con Pietro Laureano, direttore generale di IPOGEA e presidente dell’International Traditional Knowledge Institute, che parlerà di “Oasi, acqua e antiche civiltà”. Giovedì 8 ottobre, sempre alle 17.45, sarà la volta di Savino di Lernia, direttore della missione archeologica dell’università la “Sapienza” di Roma nel Sahara (Libia, Tunisia, Algeria), che ci porterà alla drammaticità della cronaca: “Guerra o pace? Archeologia nel Sahara oggi”. Da non perdere anche l’incontro di venerdì 9 ottobre (ore 17.45), che affronta lo stesso tema ma in un quadrante diverso, il Vicino Oriente: Franco D’Agostino, direttore della missione archeologica dell’università la “Sapienza” di Roma ad Abu Tbeirah, in Iraq, interverrà infatti su “Iraq, l’archeologia come arma della speranza”. Ricco, come da tradizione, l’ultimo giorno della Rassegna. Sabato 10 ottobre si inizia alle 11 con Davide Domenici, direttore della missione archeologica italiana a Cahokia, in Illinois (USA), su “Fare ricerca archeologica negli Usa. Piramidi nel luogo sbagliato?” e si chiude alle 18 con due giornalisti, Viviano Domenici e Adriano Favaro, rispettivamente scrittore-giornalista ex responsabile pagine scientifiche del Corriere della Sera e giornalista-direttore di Ligabue Magazine, i quali ripercorreranno “L’avventura di Giancarlo Ligabue. Una grande passione per la scienza”.

Scoperto in fondo al mare nel Canale di Sicilia un monolito di 9500 anni fa: svela capacità e conoscenze dei cacciatori-raccogliori che vivevano nell’arcipelago di Pantelleria, sommerso alla fine della glaciazione

Il monolito lungo 12 metri trovato a 40 metri di profondità nel Canale di Sicilia

Il monolito lungo 12 metri trovato a 40 metri di profondità nel Canale di Sicilia

Nel cerchietto rosso il punto dove è stato ritrovato il monolito di 9500 anni fa

Nel cerchietto rosso il punto dove è stato ritrovato il monolito di 9500 anni fa

I segreti dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori dell’età della pietra sono sepolti in fondo al mare: lì dove oggi c’è il Canale di Sicilia, 10mila anni fa – quando il livello delle acque era più basso di 40 metri – pullulava la vita sulle molte isole tra Pantelleria e la Sicilia, abitate da uomini che – diversamente dal pensare comune – erano già tecnologicamente avanzati. Solo teorie? Ora qualcosa in più dopo l’eccezionale scoperta di un monolito di 12 metri di lunghezza, con chiare tracce di lavorazione umana, adagiato sul fondo del mare a circa 40 metri di profondità e a 60 chilometri dalla costa, dove si trova il banco di Pantelleria vecchia, una delle isole (ora sommersa) che costituivano un antico arcipelago oggi identificato nel Plateau Avventura. Il monolito è stato trovato dai sub nella zona del Canale di Sicilia grazie agli indizi raccolti dai geologi dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs) di Trieste. La scoperta di questo grosso blocco di pietra lavorato, che presenta fori regolari su alcuni dei suoi lati e un foro che lo attraversa per intero in una sua estremità, testimonia la presenza di antiche popolazioni in questo lembo del Mediterraneo, circa 9500 anni fa, quando il livello globale del mare era più basso di oltre 40 metri. Il sito identificato nel Canale di Sicilia è uno dei siti sommersi più antichi finora conosciuti, di età Mesolitica, coevo alle strutture di Göbekli Tepe in Turchia, il primo esempio noto di tempio in pietra, e di diversi millenni anteriore ad esempio a Stonhenge.

Il monolito è stato trovato grazie agli indizi raccolti dai geologi dall'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs) di Trieste

Il monolito è stato trovato grazie agli indizi raccolti dai geologi dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs) di Trieste

Il banco di Pantelleria vecchia oggi identificato nel Plateau Avventura

Il banco di Pantelleria vecchia oggi nel Plateau Avventura

I dati, recentemente pubblicati sul Journal of Archaeological Science: Reports, dimostrano che già nel Mesolitico erano abitate alcune isole che, sino a circa 9mila anni fa, punteggiavano l’odierno settore nord-occidentale del Canale di Sicilia. L’arcipelago, che un tempo si estendeva tra le coste della Sicilia e l’Isola di Pantelleria, fu progressivamente inghiottito dall’innalzamento del mare seguito allo scioglimento della calotta di ghiaccio che copriva buona parte dell’odierna Europa settentrionale, durante l’Ultimo Massimo Glaciale (circa 18mila anni fa). “La scoperta di questo sito sommerso nel Canale di Sicilia”, spiegano gli archeologi, “consente di espandere in modo significativo le nostre conoscenze sulle prime civiltà nel Bacino del Mediterraneo e in materia di innovazione tecnologica e di sviluppo conseguiti dagli abitanti mesolitici.

Il posizionamento del monolito rispetto all'isola, oggi sommersa, abitata 9500 anni fa

Il posizionamento del monolito rispetto all’isola, oggi sommersa, abitata 9500 anni fa

Un rendering del monolito nella posizione originaria

Un rendering del monolito nella posizione originaria

Grazie agli studi guidati dall’Ogs, con la collaborazione dell’università di Tel Aviv, dell’Arma dei Carabinieri e di un gruppo di sub professionisti della Global Underwater Explorers, è stato possibile ricostruire la storia del suo insediamento umano. “Attraverso l’analisi dei dati raccolti (batimetria ad alta risoluzione, campionamenti, osservazioni fotografiche e video) e il confronto con l’andamento della variazione del livello del mare, abbiamo potuto ricostruire la storia dell’abbandono di questo sito, avvenuta intorno a 9500 anni fa”, spiega Emanuele Lodolo, ricercatore dell’Ogs e coordinatore dello studio. “Le prime osservazioni risalgono alle attività di ricerca nel Canale di Sicilia che abbiamo iniziato nel 2009 con la nave Ogs-Explora, ma solo oggi siamo riusciti a ricostruire la storia di questo sito archeologico”. Il monolite scoperto ha richiesto taglio, estrazione, trasporto e installazione che rivelano importanti competenze tecniche e ingegneristiche, tali da dover abbandonare la convinzione che i nostri antenati non avessero le conoscenze, l’abilità e la tecnologia per sfruttare le risorse naturali e fare traversate marittime. Le recenti scoperte di archeologia sommersa hanno definitivamente eliminato il concetto di “primitivismo tecnologico” spesso attribuito ai cacciatori-raccoglitori delle zone costiere.

Il monolito è stato lavorato dall'uomo, come indicano i fori praticati

Il monolito è stato lavorato dall’uomo, come indicano i fori praticati

“Una vasta documentazione archeologica dei primi insediamenti umani è ancora sepolta nelle aree di mare basso delle nostre piattaforme continentali, che erano emerse durante l’ultimo massimo glaciale. Quasi tutto ciò che sappiamo delle culture preistoriche deriva principalmente dagli studi condotti sugli insediamenti a terra”, conclude Lodolo. “Per trovare le radici della civiltà nella regione del Mediterraneo, è necessario concentrare la ricerca nelle aree di mare basso ora sommerse: questa sarà la sfida della moderna archeologia”.

Sicilia centro-meridionale. Scoperto a Case Bastione di Villarosa di Enna un villaggio preistorico di 5-6mila anni fa

Quinta campagna di scavo nel villaggio preistorico di Case Bastione a Villarosa di Enna

Quinta campagna di scavo nel villaggio preistorico di Case Bastione a Villarosa di Enna

L'archeologo Filippo Iannì

L’archeologo Filippo Iannì

È uno dei principali insediamenti preistorici di tutta la Sicilia centro-meridionale: l’importanza del villaggio di età preistorica di Case Bastione, nel territorio di Villarosa di Enna, lungo la valle del fiume Morello, è confermata dai risultati della quinta campagna di scavi archeologici che si è appena conclusa dopo quattro settimane. “Le ricerche di questi ultimi anni”, sottolineano gli archeologi Enrico Giannitrapani e Filippo Iannì della cooperativa Arkeos di Enna, “testimoniano come, tra il IV millennio e la prima parte del II millennio a.C., il villaggio di Case Bastione sia stato abitato da una ricca comunità di pastori e agricoltori, capaci anche di sfruttare le ricche risorse minerarie presenti in questa parte della Sicilia centrale, quali zolfo e salgemma, instaurando rapporti commerciali e scambi con tutto il Mediterraneo centro-occidentale”. A questa campagna, inserita nell’ambito della quarta edizione della Summer School Internazionale “Archeologia nella Sicilia centrale: la preistoria degli Erei”, hanno partecipato oltre 30 studenti provenienti da diverse università, principalmente inglesi, quali Newcastle, Sheffield, Liverpool, Nottingham.

Il villaggio preistorico di Case Bastione fu frequentato tra il IV e il II millennio a.C.

Il villaggio preistorico di Case Bastione fu frequentato tra il IV e il II millennio a.C.

Il sito di Case Bastione è situato lungo la statale 290, a metà strada circa tra Villarosa e Calascibetta, immediatamente sotto il piccolo altipiano di contrada Lago Stelo. L’area, costituita, da terreni argillosi oggi coltivati principalmente a cereali, è posta in posizione dominante rispetto alla valle del fiume Morello. La quantità e la qualità dei reperti ceramici e litici ritrovati permette di inquadrare tale insediamento in un periodo compreso tra il IV ed l’inizio del II millennio a.C. Tra i materiali ceramici più antichi è stato possibile individuare vari frammenti di vasi databili al Neolitico tardo (fine IV millennio a.C.), caratterizzati dalla superficie esterna ingubbiata rossa e dalla presenza delle tipiche anse a “rocchetto”. “Questi frammenti”, spiegano gli archeologi, “costituiscono un elemento importante per la conoscenza delle fasi neolitiche della Sicilia centrale, periodo ancora quasi del tutto sconosciuto in questa parte dell’isola”. Nell’area sono stati rinvenuti anche alcuni frammenti dipinti in nero su fondo rosso evanescente, databili alla media età del Rame (prima metà del III millennio a.C.).

Le fasi più rappresentate sono quelle dell'età del rame recente e del Bronzo antico

Le fasi più rappresentate sono quelle dell’età del rame recente e del Bronzo antico

Sicuramente le fasi meglio rappresentate a Case Bastione sono quelle di Malpasso e Castelluccio. La prima, così chiamata dal sito eponimo di Malpasso in territorio di Calascibetta, è databile alla metà del III millennio a.C. (recente età del Rame) ed è caratterizzata da vasi non decorati con la superficie di colore rosso lucidata e lisciata. I frammenti attribuibili alla seconda fase, quella di Castelluccio (antica età del Bronzo, fine del III ed inizio del II mill. a.C.), sono dipinti in nero su fondo rosso con motivi geometrici caratteristici dell’epoca. “Al contrario delle fasi precedenti”, continuano gli esperti, “queste due facies sono ben conosciute in tutta la Sicilia, compresa la zona centrale, anche se i motivi della grande diffusione demografica, testimoniata principalmente dalla grande abbondanza di insediamenti databili a questa fase, devono ancora essere compresi nelle loro dinamiche sociali, culturali ed economiche. L’industria litica è caratterizzata da lame, grattatoi, raschiatoi e schegge ritoccate in selce e quarzarenite. È presente anche una certa quantità di lame e schegge in ossidiana sicuramente proveniente da Lipari. Sono stati rinvenuti anche alcuni macinelli e pestelli, probabilmente utilizzati nella lavorazione dei cereali, e alcune asce in pietra”.

“Non chiudete il museo archeologico di Ischia”: appello dell’associazione Bianchi Bandinelli per evitare lo sfratto da Villa Arbusto dei tesori dell’antica colonia greca di Pithecusae

Uno scorcio del parco di villa Arbusto a Lacco Ameno di Ischia, sede del museo archeoloigico

Uno scorcio del parco di villa Arbusto a Lacco Ameno di Ischia, sede del museo archeoloigico

La mappa dell'isola d'Ischia, l'antica Pithecusae

La mappa dell’isola d’Ischia, l’antica Pithecusae

La storia dell’isola di Ischia, dalla preistoria alla colonia greca di Pithecusae fino all’età romana, è racchiusa tra le mura dell’edificio principale del complesso di Villa Arbusto che ospita il museo archeologico di Ischia. E ora quel museo istituito 25 anni fa per esporre al pubblico i reperti che raccontano l’affascinante storia di Pithecusae, ritenuto il più antico insediamento fisso dei Greci che avevano raggiunto l’Italia Meridionale, rischia di chiudere. Un’ipotesi contro la quale scende in campo con un accorato appello l’associazione Bianchi Bandinelli: “Non chiudete il museo archeologico di Ischia a villa Arbusto”, edificio di fine Settecento ora di proprietà del Comune di Lacco Ameno, in difficoltà finanziaria come molti enti locali. Aperto circa 25 anni fa, il museo espone i tanti reperti che raccontano questa lunga storia, frutto degli scavi condotti sull’isola – in località San Montano, nel comune di Lacco Ameno – dalla fine degli anni ’40 del Novecento sotto la direzione di Giorgio Buchner, che ha studiato e pubblicato i contenuti di oltre settecento sepolture, deposte in fosse, di inumati e di incinerati, databili dalla metà dell’VIII a.C. all’età romana imperiale.

La cosiddetta "coppa di Nestore" conservata nel museo archeoloigco di villa Arbusto ad Ischia

La cosiddetta “coppa di Nestore” conservata nel museo archeoloigco di villa Arbusto ad Ischia

Il museo archeologico di Pithecusae rischia di chiudere

Il museo archeologico di Pithecusae rischia di chiudere

A Villa Arbusto sono conservati reperti dalla preistoria all'età romana

A Villa Arbusto sono conservati reperti dalla preistoria all’età romana

Tre le sezioni principali che espongono i reperti delle diverse epoche rinvenuti sull’isola: la Preistorica, con oggetti del neolitico, età del bronzo e del ferro composta perlopiù da materiali ceramici e litici. Il periodo greco, che raccoglie la corposa collezione dei reperti della colonia greca di Pithecusae. Così chiamarono Ischia gli Eubei che vi si insediarono nel VII sec. a.c.: per alcuni il nome significherebbe “l’isola delle scimmie” (i malefici Cercopi abitanti delle terre vulcaniche), per altri invece “l’isola dei vasi”. Una sezione è dedicata agli oggetti che testimoniano le prolifiche attività commerciali di Pithecusae con Oriente, Grecia, Spagna, Puglia e Sardegna. Un’altra alla raccolta di corredi funerari provenienti dalla necropoli di San Montano, di cui fanno parte i più importanti i vasi pitecusani, come la famosa “tazza da Rodi” sulla quale è inciso, in alfabeto euboico, un epigramma che allude alla celebre “coppa di Nestore” descritta nell’Iliade: versi, con cadenza epica, contemporanei alle più antiche parti dell’Iliade, nei quali si decanta il piacere di bere vino in una coppa perfetta come quella usata da Nestore. Si tratta della più antica iscrizione in lingua greca ritrovata in Italia, e fa il paio con una seconda che ci restituisce la firma di un decoratore di vasi in attività nella stessa Pithecusa. Infine, c’è il periodo romano, di cui fanno parte i rilievi votivi in marmo dal santuario delle Ninfe, in località Nitrodi (Barano), e dei lingotti in piombo e stagno della fonderia sommersa di Carta Romana. Buona parte di questo patrimonio archeologico di inestimabile valore ha ritrovato la luce grazie agli scavi effettuati da Buchner a partire dal 1952. Ora però il comune, in difficoltà finanziaria, avrebbe deciso di vendere Villa Arbusto, e il museo rischia lo sfratto. Da qui l’appello dell’associazione – sottoscritto già da decine di intellettuali, professori universitari ed esperti tra cui l’ex soprintendente di Pompei Pietro Guzzo – che chiede la ministero di beni culturali e turismo di vigilare sulla vicenda.

Scoperto nell’Alberta (Canada) il dinosauro cornuto “cugino” del triceratopo: il wendiceratopo era ornato da “riccioli” d’osso e un grande corno sul naso

Ricostruzione del wendiceratopo: in blu le ossa ritrovate nello scavo dell'Alberta

Ricostruzione del wendiceratopo: in blu le ossa ritrovate nello scavo dell’Alberta (foto Danielle Dufault)

La ricostruzione della testa del wendiceratopo con le caratteristiche corna (foto Danielle Dufault)

La ricostruzione della testa del wendiceratopo con le caratteristiche corna (foto Danielle Dufault)

“Riccioli” d’osso e un grande corno issato sul naso: non passava certo inosservato il muso del Wendiceratops pinhornensis, il nuovo dinosauro scoperto in Canada dai paleontologi del Royal Ontario Museum e del museo di Storia naturale di Cleveland. “Cugino” del più famoso triceratopo, era lungo 6 metri e pesava quasi una tonnellata: i suoi resti fossili, riemersi dopo 79 milioni di anni, potranno fare luce sull’evoluzione degli ornamenti ossei di questi giganti della preistoria, come spiegano gli stessi ricercatori sulla rivista Plos One. “Il largo collare osseo del wendiceratopo è costellato da numerosi ossi ricurvi”, afferma il paleontologo canadese David Evans, “mentre il naso è sormontato da un largo corno verticale. È probabile che anche sopra gli occhi fossero presenti dei corni. Tutti questi ornamenti lo rendono uno dei dinosauri cornuti più sorprendenti mai scoperti”.

Le ossa del wendiceratopo conservate al museo dell'Ontario (foto Brian Boyle)

Le ossa del wendiceratopo conservate al museo dell’Ontario (foto Brian Boyle)

Michael Ryan e David Evans, co-autori dello studio sul wendiceratopo (foto Derek Larson)

Michael Ryan e David Evans, co-autori dello studio sul wendiceratopo (foto Derek Larson)

L’identikit del wendiceratopo è stato ricostruito sulla base di oltre 200 ossa appartenenti a quattro esemplari, di cui tre adulti ed un cucciolo. I paleontologi li hanno rinvenuti in un sito che si trova nella parte meridionale della provincia di Alberta, vicino al confine con il Montana, Stati Uniti d’America, e che è stato scoperto nel 2010 dalla “cacciatrice” di fossili Wendy Sloboda, da cui il dinosauro ha preso il nome. Era un erbivoro e avrebbe raccolto piante basse con un becco da pappagallo e tagliate con decine di denti a forma di foglia. Vissuto circa 79 milioni di anni fa, il wendiceratopo rappresenta una delle specie più antiche della famiglia dei ceratopsidi (a cui appartiene anche il triceratopo): il suo corno sul naso potrebbe quindi essere uno dei primi modellati sul muso di questi dinosauri dall’evoluzione. Il wendiceratopo ha un unico corno ornamentale sopra il naso che mostra lo sviluppo evolutivo intermedio fra le piccole forme arrotondate dei primi dinosauri cornuti e le grandi corna alte dello Styracosaurus e dei suoi parenti,” spiega Michael Ryan, co-autore dello studio. “Le corna incastrate di due wendiceratopi potrebbero essere l’esito di un combattimento tra maschi per accedere al territorio o conquistare la femmina”. E David Evans conclude: “Il wendiceratopo ci aiuta a capire lo sviluppo iniziale del corno ornamentale del cranio. Il numero di ossa ornamentali e corna ne fa uno dinosauri cornuti più eclatanti mai trovati”.

Bronzetti nuragici all’asta a Londra. Il deputato Pili lancia l’allarme: “Stop ai traffici illegali del patrimonio sardo, Londra deve restituire i bronzetti”. La Camera approva un odg sulla direttiva europea che disciplina la restituzione dei beni archeologici

Uno dei bronzetti nuragici andati all'asta a Londra: il deputato Pili ha cercato di bloccarla

Uno dei bronzetti nuragici andati all’asta a Londra: il deputato Pili ha cercato di bloccarla

Un cavallo, due stambecchi, un bue e un muflone. Tutti sardi e tutti di bronzo. Più altre statuette. Pezzi di storia dell’Isola messi all’asta a Londra. La denuncia-allarme era stata lanciata dal deputato di Unidos Mauro Pili con una interrogazione urgente al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e degli Esteri Paolo Gentiloni con cui chiedeva di bloccare “immediatamente la svendita della civiltà nuragica”. “Quella decina di pezzi esclusivi messi in vendita in modo criptato da una nota casa d’aste londinese è un patrimonio inestimabile che appartiene al popolo sardo”, sottolineava il parlamentare sardo. “Bloccate immediatamente la svendita della civiltà Nuragica. Quella in vendita all’asta a Londra è refurtiva sottratta alla maestosa civiltà nuragica. È refurtiva sotto ogni punto di vista e va restituita senza se e senza ma alla Sardegna. Quella decina di pezzi esclusivi messi in vendita in modo criptato da una nota casa d’aste londinese è un patrimonio inestimabile che appartiene al Popolo Sardo e non vi è alcun motivo per essere nelle mani di trafficanti che a vario genere li detengono, comunque illegalmente. Si tratta di cimeli unici, testimonianze nuragiche che rappresentano una rapina a mano armata ai danni della Sardegna e della sua storia arcaica. Per questo motivo il governo deve smetterla di fregarsene e deve, invece, intervenire su questo traffico di reperti archeologici dalla Sardegna verso le case d’asta mondiali. Già nei mesi scorsi avevo denunciato la vendita di straordinari reperti archeologici di epoca nuragica tra Londra e New York”.

Il muflone "salvato" dalla dispersione e riportato sull'isola grazie alla fondazione Numet

Il muflone “salvato” dalla dispersione e riportato sull’isola grazie alla fondazione Nurnet

Solo quattro bronzetti nuragici sardi, tra quelli battuti all’asta a Londra, sono stati riportati sull’isola, acquistati dalla Fondazione di partecipazione Nurnet – La rete dei Nuraghi – e dal gruppo Facebook “Archeologia della Sardegna”, grazie al contributo di soci e privati cittadini. Si tratta di un cavallo, due stambecchi e un ariete datati IX-VI sec. a.C. e appartenuti al collezionista libanese Farid Ziade. Nel complesso i pezzi battuti oggi da Acr Auctions sono stati nove e tra questi: due sacerdoti, un guerriero, un offerente e cinque animali. “Abbiamo tentato inutilmente di far sospendere l’asta vergognosa – spiega Nicola Manca, presidente di Nurnet – partecipando e divulgando la raccolta firme. Ci siamo però trovati costretti a partecipare all’asta per restituire dignità alla nostra storia”. La Fondazione e gli appassionati iscritti al social network doneranno i bronzetti acquistati a un piccolo Comune sardo allo scopo di tutelare e valorizzare le piccole realtà “che nel corso di questi anni sono state dimenticate e abbandonate dalle istituzioni”, come dimostrato anche dal fatto “che nessuna di queste ultime abbia preso parte all’asta o tentato di fermarla”.

La Camera ha approvato un odg per far recepire direttiva Ue sulla restituzione dei beni archeologici

La Camera ha approvato un odg per far recepire direttiva Ue sulla restituzione dei beni archeologici

Ma Pili non si è dato per vinto. “I bronzetti nuragici devono tornare a casa senza aste e senza compravendite illegali e deprecabili sotto ogni punto di vista. La refurtiva non si compra, si deve restituire. Stop al traffico e al commercio di beni archeologici. Londra e tutti i paesi europei che detengono beni archeologici provenienti dalla Sardegna o dall’Italia li devono restituire”, ribadisce Pili annunciando che la Camera ha approvato l’ordine del giorno presentato dallo stesso ex governatore sardo, che obbliga il governo a recepire immediatamente la direttiva europea che disciplina la restituzione dei beni archeologici. “L’atto approvato – spiega Pili – impone al governo italiano di intervenire e applicare immediatamente la direttiva europea nel caso dei reperti di archeologia nuragica oggetto di denuncia per la vendita all’asta di Londra perseguendo la totale restituzione di tale patrimonio appartenente alla grande civiltà nuragica della Sardegna”.

Missione archeologica dell’Università Ca’ Foscari di Venezia a Shida Kartli in Georgia. Dopo le antiche culture di Kura-Araxes e di Bedeni, alla scoperta del sito di Aradetis Orgora: 14 metri di livelli archeologici dal IV millennio a.C. al grande palazzo di età ellenistico-romana

La missione archeologica congiunta università Ca' Foscari e museo nazionale Georgiano a Shida Kartli in Georgia attiva dal 2009

La missione archeologica congiunta università Ca’ Foscari e museo nazionale Georgiano a Shida Kartli in Georgia attiva dal 2009

Ceramiche dallo scavo della missione archeologica a  Shida Kartli in Georgia

Ceramiche dallo scavo della missione archeologica a Shida Kartli in Georgia

È ripresa da metà giugno e andrà avanti fino al 4 agosto la cooperazione in campo archeologico tra l’università Ca’ Foscari di Venezia e il museo nazionale georgiano nell’ambito del “Georgian-Italian Shida Kartli Archaeological Project”: la missione archeologica congiunta dell’università Ca’ Foscari di Venezia e del Georgian National Museum nella regione di Shida Kartli in Georgia è diretta dalla prof. Elena Rova e dal prof. Iulon Gagoshidze. La missione, che in realtà è iniziata nel 2009, dal 2013 è concentrato ad Aradetis Orgora/Dedoplis Gora nel distretto di Kareli. Situato in posizione strategica alla confluenza del fiume Kura con il Prone occidentale, il sito, dominato da un palazzo di età ellenistico-romana, presenta una sequenza di quasi 14 metri di livelli archeologici ancora pressoché inesplorati, che ne testimoniano l’importanza a livello regionale almeno dal IV millennio a.C. agli inizi del primo millennio d.C. Il team di ricerca comprende più di 20 tra archeologi, esperti (geoarcheologi, paleobotanici paleozoologi, antropologi fisici, restauratori, esperti in datazioni radiometriche) e studenti di archeologia italiani e georgiani. In programma con la campagna 2015 il prosieguo dell’esplorazione dell’ala orientale del palazzo ellenistico, e lo scavo in profondità delle due aree iniziate nel 2013, dove sono stati ormai raggiunti i livelli rispettivamente della metà del II e della fine del IV millennio a.C. Sono previste anche ricerche paleoambientali interdisciplinari, e una campagna esplorativa per valutare le possibilità di conservazione e valorizzazione del sito.

La missione archeologica congiunta diretta da Elena Rova e Iulon Gagoshidze

La missione archeologica congiunta diretta da Elena Rova e Iulon Gagoshidze in Georgia

Le importanti strutture di Kura-Araxes scoperte nello scavo ad Aradetis Orgora

Le importanti strutture di Kura-Araxes scoperte nello scavo ad Aradetis Orgora

L’ultima campagna, cioè quella 2014, ad Aradetis Orgora ha dato risultati molto interessanti che preludono a una campagna quest’anno altrettanto significativa. L’anno scorso sono stati portati a termine la maggior parte degli obiettivi prefissi (raggiungere il terreno vergine in campo B, scoprire le sequenze ben stratificate di ceramica e materiali del Bronzo antico e recente), insieme ad alcune importanti scoperte. Tra queste, va segnalata sicuramente la scoperta delle importanti strutture di Kura-Araxes (un edificio circolare con pietre verticali e canniccio rettilineo), alcune delle quali con materiale in situ, nonché le interessanti installazioni del Tardo Bronzo (sequenze di caminetti e piattaforma). La campagna ha anche restituito un ricco nucleo di ceramiche e piccoli reperti. Oltre a un ricchissimo gruppo di ceramiche del Tardo Bronzo, tra cui diversi vasi con un grande repertorio di decorazioni, essa ha restituito un campione meno numeroso, ma molto significativo di vasi Kura-Araxes, tra cui alcuni in situ. Per quanto riguarda i piccoli reperti, la scoperta di elementi notevoli (grani in foglia d’oro, pietre incise) dai livelli del Tardo Bronzo conferma l’importanza del sito e i suoi rapporti con territori molto distanti, e suggerisce la possibilità che gli edifici ufficiali di questo periodo potrebbero essere posti in prossimità del saggio stratigrafico. L’indagine del palazzo imperiale tardo-ellenistico è stata altrettanto un successo per la ricchezza dei reperti. I risultati sono impressionanti, e molte nuove informazioni saranno fornite dai risultati degli studi interdisciplinari in corso in Georgia, Italia, Francia e Israele. Per la prima volta, è stato fatto un campionamento per l’analisi paleoambientale di questo importante edificio pubblico antico in preparazione per le campagne future, il cui scopo sarà la ricostruzione di tutta la storia dell’occupazione del sito e del suo ambiente naturale, così come la sua valorizzazione futura, in una più stretta interazione tra la Georgia e gli archeologi italiani della spedizione.

La collina di Natsargora dove sono stati scavati il villaggio e la necropoli

La collina di Natsargora dove sono stati scavati il villaggio e la necropoli

Braccialetti e collane parte di corredo funebre dalla necropoli di Natsargora

Braccialetti e collane parte di corredo funebre dalla necropoli di Natsargora

La missione archeologica italiana nella provincia georgiana di Shida-Kartli, come detto, è impegnata dal 2009 in un progetto di ricerca in collaborazione con il Georgian National Museum sulle culture del IV e del III millennio a.C. Le prime due campagne (2009-2010), cui hanno partecipato studenti e dottorandi di Ca’ Foscari e della Tbilisi State University, sono state in gran parte dedicate allo studio dell’insediamento e della necropoli di Natsargora, scavati tra il 1984 e il 1987 da A. Ramishvili e tuttora inediti. Nel corso III millennio a.C. la piccola collina di Natsargora fu sede di un villaggio, i cui abitanti erano dediti, come dimostrano i risultati dello studio sui resti animali e vegetali, all’agricoltura e alla pastorizia oltre che ad attività artigianali (tessitura, metallurgia, etc.). Di questa fase si sono conservati resti di capanne con focolari fissi e mobili, fosse e strutture per l’immagazzinamento, da cui provengono, oltre a ceramica di ottima fattura, interessanti reperti, tra cui un rilievo cultuale che probabilmente raffigura una divinità. La necropoli si trovava a poche decine di metri dal sito. I defunti erano sepolti in fosse coperte da un cumulo di pietre. Il corredo era rappresentato da pochi recipienti di ceramica posti intorno alla testa, come a suggerire un’offerta di un pasto servito al defunto, e da qualche ornamento: spilloni, bracciali e anelli di metallo, perle di pietre dure e pasta vitrea. “’L’importanza dell’insediamento”, spiegano gli archeologi di Ca’ Foscari, “è data dal fatto che si tratta di uno dei pochissimi siti della regione in cui è attestata la presenza di materiale appartenente alle due culture di Kura-Araxes (fine IV-I metà del III millennio) e di Bedeni (II metà del III millennio), e in cui quest’ultima, tradizionalmente considerata una cultura nomade, ha prodotto resti di insediamento. Offre dunque la rara opportunità di investigare la relazione, tuttora oscura, tra queste due culture, vicine nel tempo ma apparentemente molto diverse tra loro, ad esempio nella produzione di ceramica”.