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Rovereto. Assegnati i premi delle giurie del 36.mo RAM film festival: “Vitrum – il vetro dei romani” di Marcello Adamo vince il premio Paolo Orsi e la menzione speciale Archeoblogger; “Sapiens?” di Bruno Bozzetto il Cultura animata; “Continuations / Hiwadabuki” di Satoru Okabe il Tradizioni e Culture; “Apoleon” di Amir Youssef il premio Storia e Memoria; “O Corpiño” di Blanca Navarrete, Antía Rodeiro il Nuovi Sguardi; “God Science and our Search for Meaning” il Fulldome; “Wind’s Heritage” di Nasim Soheili la menzione speciale CinemAMoRe

Dal RAM film fetsival applauso per la pace: standing ovation al teatro Zandonai di Rovereto (foto graziano tavan)

Tutti in piedi. Per la pace. Contro i conflitti che uccidono le persone e cancellano il patrimonio culturale, memoria storica dell’uomo. La serata delle premiazioni della 36.ma edizione del RAM film festival di Rovereto si è aperta con un fragoroso e partecipato applauso del pubblico del teatro Zandonai che ha prontamente risposto all’appello lanciato Alessandra Cattoi, direttrice della Fondazione museo civico di Rovereto, nel discorso di introduzione: “Siamo qui insieme perché condividiamo interessi e passioni per l’archeologia, per la storia, per il patrimonio culturale. Un patrimonio che non è solo un’eredità che abbiamo ricevuto, ma è un bene fragile e prezioso da conoscere, tutelare e difendere. Un patrimonio che è sempre minacciato dai conflitti, in passato certo, ma quelli di oggi non sono diversi. E non possiamo dimenticare che dietro a ogni conflitto ci sono prima di tutto le persone, le comunità ferite. Per questo vi chiedo di dare con la nostra presenza un segno, per quanto simbolico, della nostra testimonianza: un applauso forte, fragoroso, del RAM Film Festival contro i conflitti. Un applauso per la pace”.

Claudia Beretta e Alessandra Cattoi alla serata delle premiazioni del RAM film festival (foto graziano tavan)

Sei i premi consegnati, per altrettante sezioni del RAM film festival, e due menzioni speciali: Archeoblogger e CinemAMoRe. Particolare attenzione quest’anno al Cinema archeologico con l’attribuzione del premio Paolo Orsi, un riconoscimento biennale in memoria del grande archeologo roveretano per il quale è nato proprio il festival nel 1990.

Frame del film “Sapiens?” di Bruno Bozzetto

Premio Cultura Animata. La giuria composta da Andrea Artusi, Diego Cajelli e Andrea Voglino ha assegnato il premio al film “Sapiens?” di Bruno Bozzetto (Italia 2023, 22’). Le sinfonie di diversi autori di musica classica, Verdi, Chopin e Beethoven, fanno da sfondo a tre cortometraggi usciti dalla matita senza eguali di Bruno Bozzetto, dedicati all’essere umano e al suo comportamento nei riguardi della natura e della so­cietà. La soluzione, per l’ambiente e per tutti gli altri animali, potrebbe essere un mondo senza Homo Sapiens?

La giuria dl premio Cultura animata legge la motivazione (foto graziano tavan)

Motivazione: “Solo un maestro del cinema d’animazione riconosciuto a livello internazionale come Bruno Bozzetto poteva riuscire nell’impresa di mettere in scena con tanta ironia e leggerezza, talvolta persino con humor, i dubbi sulla definizione che il genere umano ha dato di sé stesso. Interrogativi che emergono prepotenti di fronte alle laceranti contraddizioni che hanno punteggiato l’evoluzione della specie homo sapiens su temi come la guerra o il rapporto e la violenza contro gli animali e che hanno segnato e segnano la nostra memoria collettiva”.

Menzioni: al film “The Family Portrait – Ritratto di famiglia” di Lea Vidakovic (Croazia/Francia/Serbia 2023, 15’). Mentre l’Impero austro-ungarico vacilla, Andras e sua figlia restano sorpresi dalla visita dell’impreve­dibile fratello di Andras, Zoltan, che arriva con la sua grande famiglia. Un’osservazione sociale poe­tica, cupa e in parte ironica, in cui i legami familiari vengono smontati e analizzati in profondità. E al film “Il fiume e Nina” di Lorenzo Daniele (Italia 2025, 6’). Attraverso la tecnica dello stop motion, i bambini della Scuola dell’Infanzia del IV Istituto Comprensi­vo “D. Costa” raccontano la storia del territorio di Augusta, in Sicilia orientale: dai primi insediamenti preistorici, all’estrazione del sale, passando per le Guerre Mondiali e l’industrializzazione, con le sue luci e ombre. Un viaggio nella memoria con un mes­saggio finale di speranza.

Frame del film “Continuations. Hiwadabuki / Continuità. Tetto in corteccia di cipresso” di Satoru Okabe

Premio Tradizioni e culture. La giuria composta da Duccio Canestrini, Corinna del Bianco (Fondazione Del Bianco) e Massimiliano Mollona, ha assegnato (e consegnato al regista presente in sala) il premio al film “Continuations. Hiwadabuki / Continuità. Tetto in corteccia di cipresso” di Satoru Okabe (Giappone 2024, 17’). Per la prima volta in quarant’anni viene ricostruito il tetto di un santuario con l’antica tecnica dell’Hiwa­dabuki, che usa corteccia di cipresso sovrapposta a mano. Il film documenta un anno di lavoro artigia­nale e sostenibile, in armonia con la foresta. Non è solo un racconto tecnico, ma un ritratto dello spirito giapponese fatto di preghiera e rispetto. Un’opera rara che custodisce una tradizione millenaria.

Il regista Satoru Okabe mostra il premio Tradizioni e Culture del RAM film festival (foto graziano tavan)

Motivazione: “Siamo in Giappone dove viene documentata la copertura del tetto di un tempio con strati di corteccia di cipresso, una pratica artigianale millenaria che si rende necessaria ogni 40 anni. Molto originale, ben girato e montato. Il ritmo del processo costruttivo si intreccia con quello della natura e di una sorprendente architettura tradizionale”.

Menzioni: al film “Küttepuude hankimine / Legna da ardere” di Liivo Niglas (Estonia 2024, 30’). Il film segue un gruppo di donne Nenets che rac­colgono legna nella tundra innevata. Fa parte di una serie sui Nenets della penisola dello Yamal, che esplora la vita quotidiana del popolo nomade allevatore di renne in Siberia occidentale, durante la stagione del parto delle renne in primavera. Le riprese per la serie sono state realizzate per una ricerca etnografica nel 1999. E al film “Tiwanaku: l’eterna saggezza” di Anaïs Pajot (presente in sala) (Bolivia/Francia 2025, 24’). Nel cuore delle Ande boliviane, a 3800 metri, l’e­nigmatica civiltà di Tiwanaku riemerge dai silenzi della storia, svelando una visione del mondo spi­rituale ed ecologica. Il documentario ne esplora i misteri attraverso personalità della ricerca e dell’ar­cheologia, e le voci degli Andini, un invito a ripen­sare i nostri modelli di civiltà e il nostro rapporto con la natura e gli altri esseri umani.

Premio Storia e Memoria. La giuria composta da Isabella Bossi Fedrigotti, Giuseppe Ferrandi e Maurizio Cau ha assegnato il premio al film “Apoleon” di Amir Youssef (Francia/Egitto 2024, 15’). Un gruppo di statuette del Musée de l’Armée (Mu­seo dell’esercito) di Parigi accompagna Napoleone durante la sua spedizione in Egitto. Il film affronta temi politici legati al militarismo e alla colonizzazio­ne, mettendo in discussione le narrazioni storiche tradizionali.

La giuria del premio Storia e Memoria legge la motivazione (foto graziano tavan)

Motivazione: “Quando il cinema poggia su un’idea forte, sa stupire anche con poco. È quanto accade in Apoleon, geniale rilettura in chiave postcoloniale della campagna napoleonica in Egitto. Sfidando la convenzionalità del racconto tradizionale e lavorando in chiave ironica sulla connotazione culturale del materiale conservato nei musei europei, il film di Youssef conduce lo spettatore in un viaggio inatteso alla scoperta dell’altra faccia dell’epopea del generale francese. Un’opera matura, dissacrante e radicale, capace di affrontare con leggerezza una pagina complessa del passato, fino a rimetterne in discussione i presupposti. Osservata dal punto di vista delle statuine conservate nelle sale del Musée de l’Armée, la storia prende tutta un’altra forma”.

Menzione: al film “Diventare Matteotti” di Camilla Ferrari, Alberto Gambato (Italia 2025, 44’). Attraverso immagini d’archivio e documenti pri­vati, il film ricostruisce la formazione del giovane Giacomo Matteotti a Fratta Polesine. Tra solitudine, impegno sociale e passione per lo studio, emergono le radici del suo pensiero politico. Un viaggio tra memorie, lettere e cronache che racconta l’ascesa di Matteotti nel contesto del Polesine, tra tensioni so­ciali, sfide politiche e ideali profondi.

Premio Nuovi Sguardi. La giuria composta da Valeria Perrone, Elettra Virginia Collini e Matteo Ranzi, ha assegnato il premio al film “O Corpiño” di Blanca Navarrete, Antía Rodeiro (Spagna 2024, 20’). Un documentario etnografico sul santuario di O Corpiño, in Galizia, e sul pellegrinaggio annuale al cosiddetto “santuario degli esorcismi”. Attraverso filmati d’archivio e testimonianze colte e popolari, il film esplora storia, tradizione e aspetti laici della festa, evidenziando anche le critiche verso la rap­presentazione mediatica sensazionalistica.

La giuria del premio Nuovi Sguardi legge la motivazione (foto graziano tavan)

Motivazione: “La giuria ha deciso di assegnare il premio al film documentario O Corpiño per la forza del tema affrontato e per la sensibilità con cui le registe hanno saputo raccontarlo. Il documentario si distingue per l’approfondita valorizzazione del materiale d’archivio attraverso un montaggio che restituisce con efficacia l’evoluzione di una tradizione religiosa radicata nel passato e ancora viva nel presente. Le interviste, condotte con rara delicatezza, offrono punti di vista intimi, mentre la narrazione si mantiene priva di giudizio, invitando ciascuno a confrontarsi con la complessità del rito, tra memoria storica e attenzione al presente”.

Menzione: al film “Apoleon” di Amir Youssef (Francia/Egitto 2024, 15’).

Premio Full Dome. La giuria composta da Chiara SImoncelli, Andrea Cuoghi e Filippo Pontiggia ha assegnato il premio al film “God, Science, and our Search for Meaning / Dio, la scienza e la ricerca del senso della vita” di Dani LeBlanc (Stati Uniti 2024, 30’). Lo spettacolo immersivo esplora le grandi doman­de dell’esistenza umana. Scritto e narrato da Dan Brown, nel film scienza e religione si confrontano come due linguaggi che cercano di raccontare lo stesso mistero.

Chiara Simoncelli, per la giuria del premio Fulldome, legge la motivazione (foto graziano tavan)

Motivazione: “Il film esplora le domande più antiche dell’umanità sull’origine dell’universo e il nostro ruolo dentro di esso, esaminando l’interazione tra scienza e religione, non solo nel passato, ma anche con prospettive rivolte al futuro. Lo fa utilizzando pienamente le potenzialità della tecnologia fulldome, con una narrazione coinvolgente e immersiva, che lascia lo spettatore incantato e incuriosito”.

Premio Cinema Archeologico e Premio Paolo Orsi. La giuria composta da Barbara Maurina (assente), Mireille David Elbiali, Valentina Caminneci e Augusto Marsigliante, ha assegnato il premio al film “Vitrum – il vetro dei romani” di Marcello Adamo (Italia 2025, 52’). “Vitrum” racconta il ritrovamento di un relitto roma­no al largo della Corsica, con un carico eccezionale di vetro grezzo e manufatti raffinati. Un team inter­nazionale di ricercatrici, a bordo della nave Alfred Merlin, indaga su questa scoperta rara per rico­struire il ruolo rivoluzionario del vetro nell’Impero romano e nelle rotte commerciali del Mediterraneo.

La giuria del premio Paolo Orsi legge la motivazione (foto graziano tavan)

Motivazione: “Un’eccezionale scoperta archeologica dà luogo a un racconto che si dipana dal mare della Corsica fino alle coste siro-palestinesi, toccando il litorale della campania e il porto di Pozzuoli. Un relitto sepolto nelle acque più profonde del Mediterraneo con un prezioso carico, unico nel suo genere. La magia del vetro antico svelati dalle più moderne tecnologie di indagine dei fondali e dalla sinergia scientifica di un team internazionale. Attraverso una vera e propria full immersion nel vivo della ricerca e attraverso la forza di immagini straordinarie, il film sa comunicare al grande pubblico non soltanto il fascino di questo materiale ma anche l’impatto rivoluzionario che ha avuto sulla nostra civiltà”.

Menzione: al film “Secret Sardinia, Mysteries Of The Nuraghi / Sardegna segreta, i misteri dei Nuraghi” di Thomas Marlier (Francia 2024, 53’). In Sardegna, una delle civiltà più antiche e misterio­se del Mediterraneo lasciò tracce straordinarie qua­si 4.000 anni fa: i Nuragici, costruttori di torri-for­tezza, santuari e tombe dalla forma geometrica. Oggi, un’équipe di ricerca internazionale indaga questi resti con metodi innovativi, gettando nuova luce su una cultura affascinante dell’Età del Bronzo.

Antonia Falcone, per la giuria della menzione speciale Archeoblogger, legge la motivazione (foto graziano tavan)

Menzione speciale Archeoblogger. La giuria rappresentata da Antonia Falcone ha assegnato il riconoscimento al film “Vitrum – il vetro dei romani” di Marcello Adamo (Italia 2025, 52’).

Motivazione: “Un documentario che unisce il fascino del ritrovamento archeologico in fondo al mare con il racconto delle tecnologie antiche legate al vetro, in un connubio ideale tra comunicazione accurata di ricerca e narrazione emozionale, cosa che di rado si vede in un film destinato al grande pubblico”.

Frame del film “Wind’s Heritage / L’eredità del vento” di Nasim Soheili

Menzione CinemAmore. La giuria composta da Eleonora Zen e Michele Bellio ha assegnato il riconoscimento al film “Wind’s Heritage / L’eredità del vento” di Nasim Soheili (Iran 2024, 30). A Nashtifan, nell’Iran orientale, Mohammad Vali Gandami è l’ultimo custode di un sapere antico. A 75 anni si prende ancora cura degli storici mulini a vento, gli aasbad, costruendoli e riparandoli con tecniche tramandate solo attraverso l’esperienza. Le sue mani mantengono viva una tradizione che rischia di svanire con il vento.

La giuria della menzione speciale CinemAMoRe legge la motivazione (foto graziano tavan)

Motivazione: “Il film rappresenta pienamente lo spirito dei tre festival nelle tematiche che propone. Con grande capacità di sintesi e uno splendido lavoro fotografico, unisce concetti fondamentali, quali il rispetto delle tradizioni, il senso di comunità e di identità culturale, la spiritualità che accompagna ogni individuo, sottolineata dalla solennità dei ritmi nella narrazione e nelle immagini, l’urgenza di trasmettere i saperi appresi dai propri antenati alle generazioni future, perché nulla venga perso per sempre”.

Rovereto (Tn). Prima giornata della 36ma edizione del RAM film festival: 14 film in programma (con prime internazionali, europee ed assolute) e l’Aperitivo al Giardino con Giorgio Van Straten “Raccontare una storia, raccontare la Storia”. Ecco il programma

Mercoledì 24 settembre 2025, la prima giornata della 36ma edizione del RAM film festival Rovereto Archeologia Memorie, dal 24 al 28 settembre 2025, quest’anno dal titolo “Sguardi sull’acqua”, organizzato dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, apre alle 15 al teatro Rosmini di Rovereto, dove sono in programma dieci film, dalle 15 alle 19.30, e altri quattro nella sezione serale dalle 20.30 alle 23.

Il primo APERITIVO AL GIARDINO è invece in programma alle 18, al museo di Scienze e Archeologia, in borgo S. Caterina, 41: “Raccontare una storia. Raccontare la Storia” con Giorgio Van Straten, scrittore e presidente della Fondazione Alinari per la Fotografia. Modera Alice Manfredi, Fondazione Museo storico del Trentino. Evento tradotto nella Lingua dei Segni Italiana, in collaborazione con AbilNova. Cosa significa raccontare la vita di chi è realmente esistito e le cui vicende personali hanno interagito fortemente con la Storia del nostro paese, dal fasci­smo alla Resistenza al dopoguerra? L’autore, a par­tire dalla vita di Nada Parri, la partigiana “Ribelle” del suo ultimo libro, racconta al pubblico cosa abbia voluto dire, per una donna, trovarsi coinvolta nella Storia d’Italia durante la Seconda guerra mondiale. Partecipazione gratuita su prenotazione dal sito www.ramfilmfestival.it. In caso di maltempo presso la Sala Zeni del Museo. Aperitivo con Orto San Marco Sétap – Mangio Trentino e Cantina Vivallis.

Giorgio Van Straten, scrittore e presidente della Fondazione Alinari per la Fotografia (foto fmcr)

Giorgio Van Straten, nato a Firenze nel 1955, ha pubblicato numerosi romanzi, come “Ge­nerazione” (1987), “Ritmi per il nostro ballo” (1992), “Corruzio­ne” (1995), “Il mio nome a memoria” (2000, premio Viareggio). Nel 2016 è uscito “Storie di libri perdu­ti” che è stato tradotto in numerose lingue, nel 2023 “Invasione di campo. Quando la letteratura racconta la storia” e nel 2025 “La ribelle. Vita straordinaria di Nada Parri”. Dal 2015 al 2019 è stato direttore dell’I­stituto Italiano di Cultura di New York. Attualmente è presidente della Fondazione Alinari per la Fotografia.

Il teatro Rosmini di Rovereto ospita le proiezioni del RAM film festival (foto trentino cultura)

Film del pomeriggio. Si comincia con due film in prima nazionali: “The Revenant Project: Persons, Places, Things / Il “Progetto Ritorno”: persone, luoghi, cose” di Tomislav Zaja (Croazia 2024, 28’) e “Buddhist art / Arte Buddista” di Surapong Wetsuwanmanee (Thailandia 2024, 3’). Quindi una prima internazionale e tre prime assolute: “O Corpiño” di Blanca Navarrete, Antía Rodeiro (Spagna 2024, 20’); “The Love Couple from the Sarcophagus / La coppia di amanti del sarcofago” di Milica Popovic (Serbia 2024, 53’); “Le colline moreniche del Garda. Ambiente, paesaggio ed insediamenti umani” di Mario Piavoli (Italia 2025, 34’); “Mysteries of the Andes: Weaving Knowledge / I misteri delle Ande: tessendo conoscenza” di Daniel Cos-Gayón (Spagna 2025, 13’). Chiudono due film: “Ernesto “Tito” Canal, l’uomo che ha riscritto le origini della Laguna di Venezia” Pierandrea Gagliardi e Rossi Marino (Italia 2024, 64’); e “Continuations/Hiwadabuki (Cypress bark roofing) / Continuità. Tetto in corteccia di cipresso” di Satoru Okabe (Giappone 2024, 17’).

Frame del film “Mission: Mediterranean, The Museum Of The Abyss / Missione Mediterraneo: il museo degli abissi” di Thomas Marlier e Mathieu Pradinaud

Film della sera. Apre una prima assoluta, “Io non dimentico” di Antonello Murgia (Italia 2025, 13’); segue “Crossing the Divide / Superare ciò che ci divide” di Eva Zanettin e Raghav Pasricha (India 2024, 16’). Quindi una prima europea, una prima internazionale, e una prima assoluta: “Fereydoun’s Sons / I figli di Fereydoun” di Hossein Moradizadeh (Iran 2024, 7’); “Les cités d’Or, le grand malentendu / Le città d’oro, il grande malinteso” di Joséphine Duteuil (Francia 2024, 54’); e “Tiwanaku: sabiduría eterna / Tiwanaku: l’eterna saggezza” di Anaïs Pajot (Bolivia/Francia 2025, 24’). Chiude la serata il film “Mission: Mediterranean, The Museum Of The Abyss / Missione Mediterraneo: il museo degli abissi” di Thomas Marlier e Mathieu Pradinaud (Francia 2023, 56’).

Paestum. La Borsa mediterranea del Turismo archeologico annuncia le 5 scoperte archeologiche del 2024 candidate alla vittoria della 11ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”: sono in Cambogia (statue di arenaria); Creta (Grecia) (palazzo che richiama al labirinto); Israele (carico di un naufragio dell’età del Bronzo); Perù (tempio cerimoniale di 5000 anni fa); Turchia (strada colonnata romana)

In Cambogia, nel terreno sabbioso 100 pezzi di statue in arenaria; in Grecia, sull’Isola di Creta, un misterioso palazzo che richiama il mito del labirinto; in Israele, al largo di Haifa il carico di un naufragio nella tarda età del Bronzo; in Perù, un tempio cerimoniale di 5.000 anni sotto una duna di sabbia; in Turchia, una strada colonnata romana lunga 800 metri: sono le cinque scoperte archeologiche del 2024 finaliste della 11ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”: intitolato all’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Il Premio International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo, sarà consegnato a Paestum venerdì 31 ottobre in occasione della XXVII BMTA, in programma a Paestum dal 30 ottobre al 2 novembre 2025. La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo hanno infatti inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso questo Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), arCHaeo (Svizzera), Archäologie in Deutschland (Germania), Archéologia (Francia), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). Il direttore della BMTA Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale e cooperazione tra i popoli. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico nel periodo 7 luglio – 7 ottobre 2025 sulla pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico). Ecco le cinque scoperte archeologiche finaliste, annunciate dalla segreteria del Premio.

Cambogia, nel terreno sabbioso 100 pezzi di statue in arenaria. Nel corso di recenti scavi di restauro condotti al Tempio Ta Prohm, una delle più iconiche strutture del complesso di Angkor, l’Autorità Nazionale APSARA ha scoperto più di 100 pezzi di statue di Buddha in arenaria, grazie agli esperti del Dipartimento di Conservazione Monumenti e Archeologia Preventiva. I frammenti recuperati includono una varietà di rappresentazioni, tra cui statue di Buddha protette da un Naga, statue di Avalokite śvara e altri frammenti di statue. L’archeologo Neth Simon, che ha guidato il team di scavo, ha spiegato che la scoperta è avvenuta durante la pulizia di un ammasso di terreno situato sul lato sud del muro in laterite del terzo recinto del tempio Ta Prohm, a una profondità di 10-15 cm e scavando più a fondo sono emersi sempre più frammenti di statua, oltre 100 pezzi, con altezze di circa mezzo metro e larghezze comprese tra 40 e 50 cm, per i quali si ipotizza che appartengano allo stile Bayon, XIII-XIV sec. circa, periodo noto per la sua raffinata arte scultorea e architettonica. Il Bayon fu eretto nei primi anni del XIII sec. come tempio di stato dal Re Jayavarman VII. Situato al centro di Angkor Thom, la sua peculiarità principale sono i numerosi volti sorridenti scolpiti sulle quattro facce delle torri a sezione quadrata che si ergono verso la maestosa torre centrale.

Grecia, sull’Isola di Creta, un misterioso palazzo che richiama il mito del labirinto. Durante la costruzione di un nuovo aeroporto, sulla cima della collina di Papoura, a nord-ovest della città di Kastelli, è stato scoperto un monumento risalente a 4000 anni fa, che si ritiene risalga alla civiltà minoica. L’edificio con mura circolari e stanze intricate, del diametro di 48 mt e con superficie di 1800 mq, che si sviluppa in otto anelli, era adibito forse a funzioni religiose. La struttura circolare, che ricorda una gigantesca ruota, ha fatto scattare l’accostamento al mito di Arianna. La civiltà minoica, del resto, risale all’età del Bronzo ed è sorta sull’isola di Creta circa dal 2700 a.C. al 1400 a.C. e l’edificio si inquadra in un periodo importante di Creta, che vede nel giro di pochi decenni la nascita sull’isola di imponenti palazzi come quello di Cnosso e Festo. La presenza di molte ossa di animali, rinvenute tra i reperti di ceramica, suggerisce un uso per feste rituali, che prevedevano cibo, vino e altre offerte. E se i palazzi minoici erano disposti su planimetrie quadrate o rettangolari, la struttura scoperta è circolare, forma che si trova più spesso nelle tombe minoiche. Potrebbe essere, dunque, un tumulo con le strutture di rinforzo, che seguono il modello del cerchio con elementi circolari e a raggiera, che potevano dar luogo a diverse stanze. Il culto degli antenati e i rituali, che prevedevano l’utilizzo di tumuli, sono diffusi nella Grecia nell’età del bronzo.

Israele, al largo di Haifa il carico di un naufragio dell’età del Bronzo. Risalente a circa 3400 anni fa, nella tarda età del Bronzo, a 90 km dalla costa e sul fondale a 1800 mt di profondità, ritrovato il relitto di una nave mercantile con centinaia di anfore intatte, l’unico così al largo e di un’epoca così antica. La grande pila di anfore è stata scoperta grazie ai rilievi condotti da Energean, compagnia di gas naturale, che opera nelle piattaforme al largo, durante l’esplorazione del fondale marino alla ricerca di nuove opportunità di scavo per l’apertura di altri pozzi. Jacob Sharvit, capo dell’unità marina dell’Autorità israeliana, che si occupa di reperti antichi, ipotizza che la nave fosse lunga 12-16 mt per trasportare prodotti di largo consumo, come olio, vino e frutta e che sia affondata all’improvviso per una tempesta o un attacco pirata, eventi comuni nella tarda età del Bronzo, definendo il ritrovamento “una scoperta che cambia la storia a livello mondiale”. La posizione del relitto, lontano da qualsiasi linea di costa visibile, rivela l’abilità dei marinai di navigare attraverso il Mediterraneo senza vedere la terraferma, sfidando le ipotesi accademiche precedenti, che suggerivano una navigazione esclusivamente costiera, in quanto i relitti antichi trovati finora nel Mediterraneo erano in acque poco profonde, uno al largo dell’isola disabitata di Dokos, in Grecia; altri due al largo delle coste turche, Uluburun e la barca di Capo Gelidonya che si è schiantata sugli scogli. Qui lo scenario completamente diverso ha richiesto un sommergibile robotizzato ad alta tecnologia per intervenire sul relitto.

Perù, un tempio cerimoniale di 5000 anni sotto una duna di sabbia. Nel distretto di Zaña (scritto anche Saña), nel Perù nord-occidentale, i ricercatori hanno scoperto ciò che restava delle mura di un tempio a più piani e, incastrati tra le mura, gli scheletri di tre adulti. Il sito del tempio fa parte del complesso archeologico Los Paredones de la Otra Banda-Las Ánimas. Per Luis Armando Muro Ynoñán, direttore del progetto archeologico dei paesaggi culturali di Úcupe – Valle di Zaña, trattasi di un complesso religioso in uno spazio archeologico definito da muri costruiti in fango, con una scalinata centrale, da cui si saliva a una specie di palco nella parte centrale, le cui pareti erano decorate con intricati fregi raffiguranti immagini del corpo umano con una testa di uccello, tratti felini e artigli di rettile; le parti superiori delle pareti, invece, erano rivestite di un intonaco fine con un disegno pittorico. È stato portato alla luce anche un altro monumento risalente a un periodo compreso tra il 600 e il 700 d.C., che sarebbe avvenuto durante il periodo Moche del Perù, popolazione che praticava sacrifici umani e noti per i grandi templi e le opere d’arte, tra cui calici di ceramica modellati in modo da sembrare teste umane.

Turchia, una strada colonnata romana lunga 800 metri. Durante scavi archeologici condotti nella Torre Hıdırlık, uno dei simboli storici più rilevanti di Antalya, rinomata località turistica nel sud della Turchia, è stata scoperta una strada colonnata di epoca romana, che si sviluppa su una lunghezza di 800 mt. Nel 133 a.C. la città fu annessa dai Romani ed è per questo che la romanità del luogo conserva importanti vestigia, tra le quali la porta di Adriano, un arco trionfale realizzato intorno al 130 d.C. in onore dell’imperatore. La Torre romana Hıdırlık rappresenta uno dei monumenti più antichi sopravvissuti nella città di Antalya. Situata all’incrocio tra Kaleiçi, il quartiere storico della città, e il Parco Karaalioğlu, si caratterizza per essere costruita con blocchi di pietra giallo-marrone, un dettaglio che conferisce un’aura di antichità e maestosità. La Direzione del Museo di Antalya e la Municipalità metropolitana mirano a trasformare la torre in un sito culturale e turistico di rilievo. Il direttore del progetto della Municipalità, Ezgi Öz, ha dichiarato che la strada, già scavata per circa 100 mt, sembra estendersi fino a Üçkapılar, rivelando così un collegamento diretto con il mare, con una lunghezza totale di 800 mt. Il completamento del progetto porterà alla realizzazione di una vasta terrazza panoramica, la più grande in Turchia, che consentirà al pubblico di ammirare le strutture storiche esposte attraverso coperture di vetro, oltre ad aree pedonali in legno per garantire un’esperienza completa e immersiva.

Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel Mar Nero del più antico relitto intatto del mondo; nel 2020 a Daniele Morandi Bonacossi, direttore della Missione Archeologica Italiana nel Kurdistan Iracheno e ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico dell’università di Udine, per la scoperta di dieci rilievi rupestri assiri raffiguranti gli dèi dell’Antica Mesopotamia; nel 2021 alla scoperta di “centinaia di sarcofagi nella necropoli di Saqqara in Egitto”; nel 2022 a Zahi Hawass, direttore della Missione Archeologica che ha scoperto “la città d’oro perduta”, fondata da Amenhotep III, riaffiorata dal deserto nei pressi di Luxor; nel 2023 ad Agnese Carletti sindaco di San Casciano dei Bagni in rappresentanza dell’amministrazione comunale titolare dell’area e a Jacopo Tabolli responsabile scientifico dello scavo per la scoperta delle 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana riaffiorate dal fango a San Casciano dei Bagni (provincia di Siena); nel 2024 al MOLA Museum of London Archaeology per la scoperta a Londra, nel quartiere di Southwark, dei resti di un mausoleo romano.

 

Archeologia in lutto. Si è spento a 79 anni Giuseppe Orefici, uno dei massimi esperti della cultura Nazca, e più in generale delle civiltà precolombiane dell’America Latina. Le sue ricerche da Nazca a Cahuachi, da Tiwanaku a Rapa Nui. Una vita dedicata anche alla divulgazione scientifica

Giuseppe Orefici a Cahuachi in perù (foto museo antonini)

Dici Nazca, in Perù, e pensi a Giuseppe Orefici. Dici Cahuachi, ancora in Perù, e pensi a Giuseppe Orefici. Ma la formula potrebbe valere anche per Tiwanaku in Bolivia, o Rapa Nui (l’isola di Pasqua). Perché Giuseppe Orefici ha dedicato la vita a riportare alla luce le tracce di antiche civiltà sepolte sotto la sabbia del Sudamerica. Il grande archeologo bresciano si è spento venerdì 27 giugno 2025 all’età di 79 anni, dopo una lunga malattia. Era nato infatti a Brescia nel 1946, e qui aveva ancora la sua casa in centro storico, anche se la sua casa è stata per gran parte della sua vita il Sudamerica, dove è stato direttore del Centro de Estudio Arquelogicos Precolombinos, a Nazca (Perù), e del Proyecto Nasca. I suoi interessi scientifici furono sempre focalizzati sullo studio delle civiltà Nasca e Tiahuanaco con particolare riferimento all’architettura e ai petroglifi. Lui infatti era architetto, e dal 1982 ha messo a disposizione le sue grandi conoscenze tecniche tecnico-storico-artistiche al servizio dell’archeologia conducendo numerose indagini archeologiche in Perù, Bolivia, Cile, Messico, Cuba e Nicaragua. Dal 1984 ha diretto lo scavo archeologico, lo studio e la valorizzazione del centro cerimoniale di Cahuachi, il progetto più importante, uno degli ultimi a cui attendeva, “in quel deserto – come amava spesso ripetere – in cui l’uomo si annulla e viene assorbito dall’infinito”. Giuseppe Orefici lascia la moglie Elvina, la figlia Sarah e il nipote Giulio. Fino alle 12 di lunedì 30 giugno 2025 è aperta la camera ardente allestita alla Casa del Commiato di via Bargnani 25, a Brescia. Quindi sarà celebrato l’ultimo saluto prima della traslazione al Tempio Crematorio.

“Esprimiamo le nostre più sentite condoglianze per la scomparsa del Dott. Giuseppe Orefici (1946–2025), eminente archeologo italiano che ha dedicato oltre quattro decenni allo studio e alla conservazione del patrimonio culturale peruviano”, scrive il museo Raimondi di Lima (Perù), che conserva e valorizza l’eredità del naturalista più noto del Perú, il milanese Antono Raimondi. “La sua instancabile attività nel centro cerimoniale di Cahuachi e il suo inestimabile contributo alla conoscenza della civiltà Nasca lasciano un’impronta indelebile nella storia dell’archeologia e nel legame tra l’Italia e il Perù. In questo momento di dolore, siamo vicini ai suoi familiari, colleghi e amici, riconoscendo con profondo rispetto il suo lascito e il suo impegno per la cultura”.

Ho avuto la fortuna di conoscere e incontrare Giuseppe Orefici più volte a Rovereto, alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico, invitato dall’amico Dario Di Blasi, legati da una profonda stima reciproca (vedi A Rovereto la XXVII rassegna internazionale del cinema archeologico: in cinque giorni più di 50 film da 14 Paesi, conversazioni e incontri con i protagonisti della ricerca archeologica. Le anticipazioni del direttore Dario Di Blasi | archeologiavocidalpassato). Amabile, ironico, con quel sorriso che ti conquistava al primo sguardo, amava la conversazione, anche più leggera, ma appena toccavi i “suoi” temi preferiti, eccolo subito accalorarsi dimostrando il rigore scientifico e la passione che metteva nelle sue ricerche. Perché Orefici non si è mai limitato a scavare: ha documentato, interpretato, raccontato. Partecipando a incontri, tavole rotonde, conferenze, o facendo da consulente scientifico per film e documentari. È proprio Giuseppe Orefici a inaugurare, nel 2021, la nuova rubrica “Storie di vita”, condotta da Dario Di Blasi e prodotta da Streamcult in streaming e on demand (vedi “Storie di vita”: inizia con Giuseppe Orefici, 40 anni di impegno a Nazca (Perù), Tiahuanaco (Bolivia), Isola di Pasqua (Cile), la rubrica prodotta da Streamcult in streaming e on demand condotta da Dario Di Blasi che incontra personalità del campo dell’archeologia, della cinematografia e della cultura per raccontare le loro esperienze, le loro passioni e il loro lavoro | archeologiavocidalpassato).

Copertina del libro “Cahuachi. Capital Teocratica Nasca” di Giuseppe Orefici

Tra le sue pubblicazioni, piace ricordare quella su “Nasca: arte e società del popolo dei geoglifi”, Jaca Book, Milano, 1993; “Cahuachi. Capital Teocratica Nasca”. Lima: University of San Martin de Porres, 2012; “Mensajes de nuestros antepasados: petroglifos de Nasca y Palpa”, Apus Graph Ediciones, Lima, 2013; e ancora quella scritta con Giancarlo Ligabue Ligabue “Rapa Nui”, Erizzo, 1994; o quella con Rosa Lasaponara e Nicola Masini “The Ancient Nasca World New Insights from Science and Archaeology”, Springer International Publishing, 2016. Come si nota due sono i temi forti sui quali Giuseppe Orefici si è soffermato con maggiore attenzione: le linee di Nazca e la piramide di Cahuachi. Le linee di Nazca – ricordiamolo – sono geoglifi, linee tracciate sul terreno, del deserto di Nazca, e visibili solo dall’alto che vanno a formare più di 800 disegni, che includono i profili stilizzati di animali comuni nell’area come la balena, il pappagallo, la lucertola lunga più di 180 metri, il colibrì, il condor e l’enorme ragno lungo circa 45 metri. Cahuachi fu un centro cerimoniale della civiltà Nazca dal I fino al VI secolo, situato a circa 30 km. dall’attuale città di Nazca.  Nel sito sono presenti oltre 40 monticelli sulla cui cima vi sono strutture fatte in adobe (impasto di argilla, sabbia, e paglia essiccata per farne mattoni). Proprio Orefici, con Nicola Masini, ha evidenziato una relazione spaziale, funzionale e religiosa tra i geoglifi e i templi di Cahuachi. Con l’ausilio di tecniche di telerilevamento aereo e satellitare, i ricercatori italiani hanno rilevato e analizzato cinque gruppi di geoglifi, ciascuno caratterizzato da motivi, pattern e funzioni distinte. Il più significativo è caratterizzato da motivi meandriformi o a zig-zag dalla chiara funzione cerimoniale, attraversati da trapezoidi e linee che convergono verso le piramidi di Cahuachi. A una probabile funzione di calendario solare sono da attribuirsi alcuni geoglifi costituiti da figure geometriche, linee e centri radiali allineati verso i solstizi e gli equinozi. Secondo i due studiosi i geoglifi di Atarco erano la sede di eventi legati al calendario agricolo e servivano anche a rafforzare la coesione sociale dei vari gruppi di pellegr0ini, provenienti da diversi villaggi del territorio Nasca, che condividevano antenati e credenze religiose comuni.

Frame del film “Gli ultimi segreti di Nazca / The last secrets of Nasca” di Jean Baptiste Erreca

Su Nazca nel 2018 viene prodotto il film “Gli ultimi segreti di Nazca / The last secrets of Nasca” di Jean Baptiste Erreca (Francia, 2018; 52’). Nel sud del Perù, ai piedi delle Ande, i Nazca costruirono città e disegnarono un’immensa rete di linee geometriche e geoglifi. Chi rappresentavano queste figure enigmatiche visibili solo dal cielo e qual era il loro significato? Un team di archeologi di tutto il mondo sta sfruttando le ultime tecnologie per scoprire uno dei più grandi segreti dell’umanità. Le loro ultime campagne di scavo hanno portato alla luce nuove mummie, tessuti favolosi, ceramiche e misteriosi teschi allungati… Il film vince il premio Mann nel 2020 (vedi La seconda edizione di archeocineMANN vinta dal film “Gli ultimi segreti di Nazca” sugli enigmatici geoglifi di Nasca e la piramide di Cahuachi. Ora per cinque giorni i film della rassegna sono on demand | archeologiavocidalpassato) e il premio Firenze Archeofilm nel 2021 (vedi film “Gli ultimi segreti di Nazca / The last secrets of Nasca” di Jean Baptiste Erreca | archeologiavocidalpassato).

Ma c’è un film di una “non addetta ai lavori” che riassume la figura di Giuseppe Orefici archeologo, ricercatore, uomo: è stato prodotto nel 2020 da Petra Paola Lucini con la consulenza scientifica dello stesso Orefici, “Cahuachi. Labirinti nella sabbia”: un viaggio nel tempo, una torre e un orologio astronomico diventano un ponte che unisce le vite e i sogni di due persone. Cremona, una città in pianura, una ragazza che cura la torre e il sogno del Prof. Orefici di riportare alla luce antiche civiltà nel deserto di Cahuachi, sigillano un incontro. La promessa all’archeologo di ritrovarsi prima o poi si materializza nelle immagini di questa storia. Il film è stato presentato, tra gli altri, nel 2021 alla Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Ct), nel 2022 al Firenze Archeofilm e nel 2023 a Torre de’ Picenardi (Cr) (vedi Torre de’ Picenardi (Cr). Presentazione del film “Cahuachi. Labirinti nella sabbia” di Petra Paola Lucini. Introduce lo storico Bruno Festa | archeologiavocidalpassato).

Nuoro. Al museo Archeologico nazionale aperta la mostra “Isole e idoli”, oltre 70 opere conta reperti archeologici e opere dei maestri moderni per comprendere come il potere simbolico e mitico delle figure arcaiche, custodite entro i confini dell’insularità, si sia rigenerato, a distanza di secoli, nelle forme del moderno

Quale legame profondo unisce un’isola ai suoi simulacri? E come hanno assorbito e interpretato tale legame i maestri del Novecento in viaggio fra Mediterraneo e Mari del Sud? La mostra “ISOLE E IDOLI”, a cura di Chiara Gatti e Stefano Giuliani col contributo di Matteo Meschiari, dal 27 giugno 2025 al 16 novembre 2025, che inaugura la stagione estiva del museo Archeologico nazionale “Giorgio Asproni” di Nuoro, nasce per rispondere a queste domande e per comprendere come il potere simbolico e mitico delle figure arcaiche, custodite entro i confini dell’insularità, si sia rigenerato, a distanza di secoli, nelle forme del moderno.

“Hurlou” (1957) bronzo di Jean Arp da collezione Città di Locarno (foto esseci)

Una selezione di oltre 70 opere conta reperti archeologici in arrivo dai maggiori musei di archeologia della Sardegna, dal Menhir Museum di Laconi e dai Musei della Bretagna, oltre al prestito eccezionale concesso dal dipartimento di Antichità greche, etrusche e romane del Musée du Louvre di Parigi. Accanto a questi, le opere dei maestri moderni giungono da importanti collezioni europee, fra cui la National Gallery Prague (per le sculture lignee di Gauguin), la Galleria d’arte moderna di Milano, il Musée départemental Maurice Denis, il museo della Città di Locarno, la Fondation Giacometti e gli Archives Henri Matisse, cui si aggiungono l’Archivio Florence Henri e collezioni private italiane come Diffusione Italia International Group srl e la collezione di stampe di Enrico Sesana.

Statua Menhir maschile da Bau Caddore (2800-2500 a.C.) conservato al museo della Statuaria Preistorica della Sardegna di Laconi (foto nicola castangia)

In bilico fra neolitico e alba del Novecento, fra archeologia ed avanguardia, fra gli idoli cicladici e le sculture lignee che Gauguin intagliò nei suoi anni di Tahiti, il percorso fluttua fra passato e presente in cerca di ritorni, sentimenti condivisi, eredità genetiche, spinte effusive destinate a riaffiorare a fasi alterne, come nei cicli geologici, e a guidare le mani degli autori tese a plasmare forme affini. Non, dunque, l’idea del viaggiatore che, esplorando, trova, assorbe e replica. Ma il concetto, più vitale, che l’antico e il moderno si tocchino al di fuori del tempo e dello spazio, fortissimamente nutriti da una medesima necessità: rappresentare l’altrove attraverso statue, steli, monoliti che personifichino l’invisibile in terra. Un affondo dedicato alla Sardegna preistorica offre, infine, un approfondimento sul mondo dell’idolo in terra sarda, articolato intorno a quattro nuclei tematici principali: il toro (simbolo maschile associato al culto del potere e della fertilità), la Dea Madre (figura femminile legata alla nascita e alla continuità della vita), il “capovolto” (rappresentazione dell’aldilà e del rovesciamento rituale), e le statue menhir antropomorfe, veri idoli scolpiti nella pietra e destinati a dominare il paesaggio come presenze eterne.

“Tramonto su Port-de-Bouc” (1904) litografia di Francis Picabia da collezione privata (foto esseci)

L’allestimento, curato dall’architetto Giovanni Maria Filindeu, organizza l’insieme delle opere esposte in una forma spaziale che richiama la configurazione di un arcipelago formato da piccoli raggruppamenti tematici. A guidare l’articolazione degli elementi, sia a parete che a pavimento, sono l’uso intenzionale e critico del colore e la scelta dei materiali. In particolare, il celenit (un aggregato di fibre di legno e cemento) utilizzato per le basi espositive, oltre all’impiego della sabbia lavata, legante naturale ed evocativo, i cui toni algidi sposano la palette estiva delle trame che disegnano mappe metafisiche.

“Donne al lago” (1927) pittura e tempera su carta di Giuseppe Biasi dalla collezione d’arte della Fondazione di Sardegna (foto fondazione banco sardegna)

Ponendosi criticamente come una riflessione sui concetti odierni di alterità, primitivismo e sulle loro ricadute nel cuore del dibattito postcoloniale – esteso ben oltre la storia dell’arte – la mostra affonda dentro ragioni antropologiche connaturate alla presenza di figure totemiche nei circoscritti perimetri di un’isola e spiega quanto maestri del calibro di Gauguin, Pechstein, Miró, Arp o Matisse, nel corso dei loro viaggi, abbiano rielaborato tale convivenza, proiettando le loro stesse icone statuarie nella dimensione assoluta del sacro.

“Il cantastorie parla” (1894) xilografia di Paul Gauguin da collezione privata (foto esseci)

Partendo dalla prima “fuga” di Gauguin verso la Bretagna, nel 1886, secondo un concetto di isola come luogo ideale, immune dalle derive del mondo civilizzato, il percorso narra l’esperienza di Jean Arp, che collezionava statuette cicladiche, irretito dal loro magnetismo concentrato in un pugno, e di Max Pechstein approdato nel 1914 nell’arcipelago di Palau, dove visse a contatto con le comunità locali sull’isola di Angaur e vi ritrasse volti maschili solenni come divinità. “Vedevo gli idoli scolpiti in cui una trepidante pietà e il timore reverenziale di fronte all’imperscrutabile potere della natura avevano impresso speranza, paura e soggezione, davanti al loro ineluttabile destino”. Joan Miró, nei suoi appunti quotidiani, evocava le statue Moai dell’Isola di Pasqua, come riferimento potente per nuove forme scultoree, riconoscendo in esse l’incarnazione di uno spirito ancestrale. E ancora, Alberto Giacometti che aveva trovato la propria isola fra i massi erratici del Maloja, fece di ogni suo ritratto un idolo, un custode del tempio, inginocchiato al cospetto dell’immateriale.

Idolo schematico in marmo della cultura di Keros-Syros (Antico Cicladico II, 2700-2300 a.C.) conservato al Louvre di Parigi (foto musée du louvre)

“Non serve – scrive Chiara Gatti nel suo testo – il revisionismo postcoloniale per affermare che, nella loro statura ieratica, non vi sia nulla di primitivo, esotico, conturbante. È astrazione allo stato puro. Sono dee madri, pietose e grandiose allo stesso tempo, come prefiche egizie, come offerenti etrusche, come ancelle rubate alla pittura vascolare greca. E i loro sguardi che scrutano nel vuoto, immersi in un’attesa casoratiana, ricordano l’immobilità disarmata della Melencolia di Dürer, allegoria dell’intelletto umano che medita sul destino del cosmo”. Scrive Matteo Meschiari nel suo testo a catalogo: “Il punto è cercare di capire non tanto la sociologia, la filosofia e la geopolitica dell’essere e vivere l’isola, quanto in che modo la geomorfologia Terra-Mare contenga in sé dei fossili di pensiero mitico, in che modo l’incontro tra roccia e acqua sia una specie di campo morfogenetico in grado di generare mito. Gli stereotipi concettuali legati all’isola sono un filtro oscurante: esclusione, separatezza, solitudine, naufragio, arroccamento, prigione, esilio, confino, sono solo i più diffusi, ma appena ci spostiamo in culture Ocean-centered come quella vichinga o quella polinesiana, ci rendiamo conto che l’Occidente è impastoiato in un paradigma coloniale geocentrico che dà sempre priorità alle terre, uno sguardo continentale che perpetua un modello geografico egemonico dove il mare è il vuoto. Per chi vive in mare, al contrario, l’acqua è il centro del mondo, le sue mappe indicano paesaggi sommersi e moti di correnti, mentre le isole, soprattutto quelle oceaniche, sono piccole pause, zone di sospensione nell’immensità salata, e l’arcipelago è un iperoggetto bucherellato tenuto assieme dal dinamismo delle acque, dal pieno del mare”.

Rovereto (Tn). Al museo civico la conferenza “Amazônia revelada. Il progetto di mappatura dei siti archeologici amazzonici”, con Riccardo Rella (Museu da Amazonia), terzo e ultimo appuntamento con “I Giovedì dell’Archeologia”

Terzo e ultimo appuntamento con “I Giovedì dell’Archeologia” ciclo di conferenze promosso dalla Fondazione museo civico di Rovereto: giovedì 17 aprile 2025, alle 18, in sala convegni “Fortunato Zeni” del museo di Scienze e Archeologia in Borgo Santa Caterina 41 a Rovereto l’incontro “Amazônia revelada. Il progetto di mappatura dei siti archeologici amazzonici”, con Riccardo Rella – Museu da Amazonia (MUSA, Manhaus). Organizzano Società museo civico di Rovereto, Fondazione Alvise Cornel, Fondazione Museo Civico di Rovereto, con il sostegno di Provincia autonoma di Trento, Comunità della Vallagarina, Comune di Rovereto. Il progetto “Amazônia Revelada: Mapping Cultural Legacies” mira a combinare la ricerca archeologica all’avanguardia con le conoscenze tradizionali dei popoli della foresta. Si tratta di un progetto di ricerca archeologica che va ad aggiungere un nuovo vincolo di tutela all’Amazzonia contribuendo quindi anche a fermare la distruzione della foresta. Partecipazione libera e gratuita.

Rovereto (Tn). Al via al museo civico “I giovedì dell’archeologia”, quest’anno dedicati alle civiltà precolombiane andine e amazzoniche. Apre Elisa Cont (GEP, Barcellona) su “Tiwanaku: arte, iconografia e sciamanesimo in un’antica civiltà andina”

rovereto_archeologico_giovedì-dell-archeologia_locandinaA Rovereto torna anche quest’anno il ciclo di conferenze “i giovedì dell’archeologia”, quest’ano dedicati alle civiltà precolombiane andine e amazzoniche, organizzato dalla Società Museo Civico di Rovereto con la Fondazione Alvise Comel e la Fondazione Museo Civico di Rovereto, e con il sostegno della Provincia autonoma di Trento, della Comunità della Vallagarina e del Comune di Rovereto. Appuntamento in sala convegni “Fortunato Zeni” al museo di Scienze e Archeologia in borgo Santa Caterina 41 a Rovereto (Tn). Tre gli appuntamenti: 3 aprile 2025, alle 18, “Tiwanaku: arte, iconografia e sciamanesimo in un’antica civiltà andina” con Elisa Cont, Grupo de Estudios Precolombinos (GEP, Barcellona); 10 aprile 2025, alle 18, “Le mummie peruviane: un viaggio attraverso il tempo” con Federico Mosna, Pontificia Universidad Catòlica del Perù (PUCP, Lima); 17 aprile 2025, alle 18, “Amazônia revelada. Il progetto di mappatura dei siti archeologici amazzonici” con Riccardo Rella, Museu da Amazonia (MUSA, Manhaus). Partecipazione libera e gratuita.

rovereto_archeologico_giovedì-dell-archeologia_tiwanaku_locandina-finaleSi inizia dunque giovedì 3 aprile 2025, alle 18, con “Tiwanaku: arte, iconografia e sciamanesimo in un’antica civiltà andina” di Elisa Cont – Grupo de Estudios Precolombinos (GEP, Barcellona). La civiltà Tiwanaku è una delle più affascinanti e misteriose culture precolombiane delle Ande. L’arte tiwanakota è conosciuta per le sue straordinarie opere litiche e per la sua tipica iconografia geometrica, rappresentata negli oggetti rituali dell’epoca. Le immagini incise, dipinte o tessute su differenti materiali cerimoniali rifletterebbero l’esistenza, in questa antica cultura andina, di avanzate conoscenze scientifiche, di principi cosmico-religiosi e di varie pratiche sciamaniche volte alla ricerca di un equilibrio tra esseri umani, divinità e natura.

Roma. Consegnati all’ambasciatore del Messico 101 reperti archeologici trafugati dal Messico e recuperati dai Carabinieri del Tpc di Roma, Udine, Perugia, Ancona e Cosenza

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101 reperti archeologici sono stati consegnati all’ambasciatore del Messico in Italia Carlos Garcìa de Alba da parte del comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, Generale di Divisione Francesco Gargaro, alla presenza anche della sottosegretaria per gli Affari esteri del Messico, S.E. Maria Teresa Mercado, e del sottosegretario per gli Affari esteri della Repubblica Italia, On. Giorgio Silli. Tra i reperti si menzionano miniature fittili, statuette antropomorfe e zoomorfe in pietra dura, piccoli vasi in ceramica nera con effigie, un vaso in miniatura in ceramica nera con effigie di Tlaloc (la divinità della pioggia) appartenente alla cultura Tolteca-Maya del periodo post-classico (900-1200 d.C.), una piccola figura maschile in ceramica con testa e arti dipinti di rosso risalenti alla cultura Olmeca, Costa del Golfo 1500 – 400 a.C., una statuetta antropomorfa in argilla con tecniche di calco raffigurante una figura con copricapo con fascia frontale e paraorecchie circolari, una “pintadera” fittile di forma triangolare con scena di sacrificio umano e impugnatura a forma di testa di serpente della cultura Azteca, e una coppa tripode emisferica in terracotta riconducibile alla cultura Mixteca-Puebla (XIII/XIV – XVI sec. d.C.). Il recupero degli antichi manufatti è il risultato di diverse attività di indagine condotte dai Nuclei TPC di Roma, Udine, Perugia, Ancona e Cosenza, coordinate dalle rispettive Procure di Roma, Pordenone, Firenze, Ancona e Palmi (RC) che hanno convalidato il sequestro dei beni culturali. I manufatti, sottoposti a studi tecnici a cura dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico (INAH) per certificarne la loro autenticità e provenienza dai territori messicani, risalgono a un’ampia attribuzione cronologica e appartenenti a diverse aree archeologiche, dalla cultura Teotihuacana dell’Altipiano Centrale, a quella Zapoteca del periodo classico mesoamericano (150 – 650 d.C.) e preclassico medio mesoamericano (900 – 300 a.C.), e della Costa del Golfo e messicana-azteca del XIV – XVI sec.

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Il valore economico complessivo dei beni è stato valutato in alcune decine di migliaia di euro, tenuto conto della elevata testimonianza storico-culturale. I reperti sono stati giudicati “monumenti archeologici mobili di proprietà della Nazione Messicana”. Nello specifico, il Nucleo TPC di Roma, a seguito di perquisizione domiciliare a carico di un noto trafficante di reperti archeologici, aveva sequestrato numerosi reperti di natura archeologica prevalentemente di cultura precolombiana, tra cui 33 reperti appartenenti al Patrimonio indisponibile del Messico. Le indagini del Nucleo TPC di Perugia sono state attivate a seguito di una segnalazione da parte della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio dell’Umbria circa la presenza sul mercato on line di reperti archeologici messicani pronti per la vendita. Il Nucleo TPC di Ancona aveva proceduto al sequestro dei manufatti archeologici messicani poiché rinvenuti all’interno dell’abitazione di un soggetto a seguito di una richiesta di intervento presso l’abitazione dove era stato segnalato un tentativo di furto. Circa i recuperi conseguiti dal Nucleo TPC di Cosenza, il sequestro aveva tratto origine da un controllo doganale, presso l’aeroporto di Reggio Calabria, sul bagaglio di due passeggeri italiani provenienti dal Messico, procedendo al sequestro di importanti manufatti dell’antica cultura latino-americana. I beni sequestrati dal Nucleo di Udine provenivano da un collezionista che li aveva acquistati presso vari mercatini in Veneto con intento asseritamente filantropico.

Agenda 2025. In febbraio l’XI edizione di tourismA a Firenze, e a fine ottobre la XXVII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma a Paestum (Sa)

Il 2025 è iniziato. E allora è tempo di fissare in agenda il primo e l’ultimo degli appuntamenti da non perdere per gli appassionati di archeologia, beni culturali e viaggi di conoscenza.

L’XI edizione di tourismA è in calendario al Palazzo dei Congressi di Firenze dal 21 al 23 febbraio 2025.

Si comincia con tourismA 2025, giunta all’XI edizione, in calendario al Palazzo dei Congressi di Firenze dal 21 al 23 febbraio 2025. La regione ospite è la Valle d’Aosta che quest’anno festeggia i 2050 anni della fondazione di Augusta Praetoria, un compleanno storico che a Firenze sarà celebrato con un convegno sui beni culturali della Valle, proiezioni, dimostrazioni folkloristiche, degustazioni di prodotti tipici. Non mancheranno gli incontri con i protagonisti: Alberto Angela, Guido Barbujani, Aldo Cazzullo, Paolo Giulierini, Cristoforo Gorno, Giorgio Ieranò, Massimo Osanna, Angelo Panebianco, Luca Peyronel, Aldo Schiavone, Vittorio Sgarbi, Mario Tozzi, Giusto Traina, Giuliano Volpe… e poi un’esclusiva: in prima assoluta sarà visitabile il Primo Annesso Laterale (in scala 1:1) della Tomba di Nefertari con la Grande Sposa Reale al cospetto delle divinità egizie nella celebre “Sala delle Sette Vacche Sacre, del Toro e dei Quattro Timoni Celesti” immersa nelle antiche fragranze della Valle del Nilo. A cura di Donatella Avanzo, Silvana Cincotti e Meo Fusciuni. E ovviamente: turismo e politiche culturali, protagonisti della comunicazione archeologica, scoperte che fanno la storia, autori e libri, mostre, laboratori didattici, archeofood, realtà virtuali, cinema… Una tre giorni tra stand, degustazioni, film, mostre, postazioni interattive, convegni (centinaia di esperti in discipline storico-archeologiche-ambientali), tavole rotonde, presentazioni…

La XXVII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico è in programma a Paestum (Sa) da giovedì 30 ottobre a domenica 2 novembre 2025

Chiude il 2025 la XXVII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma a Paestum (Sa) da giovedì 30 ottobre a domenica 2 novembre 2025 al Next ex Tabacchificio, al Parco e il museo Archeologico, alla Basilica. La Bmta è l’unico Salone espositivo al mondo nel suo genere e di ArcheoVirtual, l’innovativa mostra internazionale di tecnologie multimediali, interattive e virtuali, oltre che opportunità di business per gli operatori dell’offerta nel Workshop con i Buyer esteri selezionati dall’ENIT. Obiettivo dell’iniziativa è valorizzare parchi e musei Archeologici, promuovere destinazioni turistico archeologiche, favorire la commercializzazione, contribuire alla destagionalizzazione e incrementare le opportunità economiche e gli effetti occupazionali. La manifestazione ha quali enti promotori la Regione Campania, la Città di Capaccio Paestum e i parchi archeologici di Paestum e Velia, è patrocinata dal ministero della Cultura, dal ministero del Turismo, dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, dall’Anci ed è riconosciuta quale best practice di dialogo interculturale dalle organizzazioni governative internazionali della cultura e del turismo dell’Onu, Unesco e UN Tourism.

 

Ragusa. Al via il 6° convegno internazionale di studi “Sacrifici umani nelle società umane antiche e premoderne. I miti tenebrosi, il pregiudizio e la storia” diretto da Carlo Ruta, storico e direttore scientifico del Laboratorio degli Annali di storia. Due giorni di dibattito: il programma

ragusa_laboratorio-annali-di-storia_convegno-internazionale-sacrifici-umani-nelle-società-antiche-e-premoderne_locandina“Sacrifici umani nelle società umane antiche e premoderne. I miti tenebrosi, il pregiudizio e la storia” è il tema di grande fascino storico del 6° convegno internazionale di studi in programma a Ragusa il 28 e il 29 dicembre 2024. Diretto come i precedenti da Carlo Ruta, storico e direttore scientifico del Laboratorio degli Annali di storia, il convegno nasce dal partenariato scientifico con l’università Sorbona di Parigi, il Centre National de la Recherche Scientifique francese, l’università di Genova, l’università di Bari, l’università di Siena, Unitelma-Sapienza università di Roma e il Laboratorio di studi marittimi e navali Ferdinand Braudel dell’università di Genova. “L’obiettivo del convegni è di fare chiarezza su fenomeni storici di difficile interpretazione”, spiega il prof. Ruta, “e, più in particolare, di fornire contributi che aiutino a superare limiti interpretativi che persistono sulla materia dei “sacrifici umani”, sotto il profilo storico-archeologico e antropologico. Si tratta di fare chiarezza, in sostanza, su condotte sociali ancora controverse, che passano tuttavia come provate e certificate, la cui realtà resta invece tutta da dimostrare e le cui interpretazioni risentono troppo da etnocentrismi, stereotipi e rigidità di lettura. Vanno sottolineate inoltre le influenze esercitate sul lavoro storico-antropologico da letterature antiche e moderne che appaiono a conti fatti ben poco rispondenti all’oggettività. Il caso di Salammbò di Flaubert, con riferimento ai presunti sacrifici umani dell’antica Cartagine, potrebbe essere al riguardo emblematico”.

IL PROGRAMMA. Il convegno apre la mattina del 28 dicembre 2024, alle 10.30, con la relazione del direttore scientifico Carlo Ruta, seguito da un primo dibattito aperto ai presenti. Quindi nella sessione pomeridiana, dalle 14,30, le relazioni. Intervengono Francesco Aleo (storico della Chiesa, Istituto S. Paolo di Catania); Emiliano Beri (storico, università di Genova); Bruno Botta (rettore Unitelma Sapienza università di Roma); Alberto Cazzella (paletnologo, Sapienza università di Roma); Annalisa Di Nuzzo (antropologa culturale, università Benincasa di Napoli); Bianca Maria Giannattasio (storica, università di Genova); Pamela Kyle Crossley (sinologa, Dartmouth University, USA); Marco Leonardi (storico, università di Catania); Juan Carlos Moreno García (storico ed egittologo, Sorbonne Université Paris, direttore di ricerca  del CNRS France); Sandra Origone (storica, università di Genova); Giuseppe Varnier (epistemologo, università di Siena). È prevista inoltre, all’interno dei lavori, la comunicazione di Rita Elisabeth Rubino (dottoranda di storia all’Università di Catania). Domenica 29 dicembre 2024, dalle 15 alle 17, il convegno si trasferisce on-line, con interventi e collegamenti in streaming, cui segue la relazione di chiusura del direttore scientifico Carlo Ruta, che tra l’altro annuncerà il tema e la data del 7° Convegno internazionale.