Torino, terzo appuntamento con le “Passeggiate musicali” al museo Egizio: “Piangerò la sorte mia”, un’aria tratta dall’opera “Giulio Cesare in Egitto” di Georg Friedrich Händel
Terzo appuntamento con la nuova stagione delle “Passeggiate musicali” al museo Egizio di Torino in collaborazione con Melos Arte Musica: in “cartellone” il brano “Piangerò la sorte mia”, un’aria tratta dall’opera “Giulio Cesare in Egitto” di Georg Friedrich Händel. Conosciuta anche come “Giulio Cesare”, è un’opera lirica in tre atti di Georg Friedrich Händel su libretto in lingua italiana di Nicola Francesco Haym. Il libretto deriva da quello omonimo di Giacomo Francesco Bussani, che era stato rappresentato per la prima volta nel 1677 a Venezia con musiche di Antonio Sartorio. Il brano è proposto da Edoardo De Angelis (violino), Giuseppe Santoro (viola) e Manuel Zigante (violoncello).
Al museo delle Capitali d’Egitto nella nuova capitale amministrativa del Cairo sono arrivate le mummie dei sacerdoti e delle sacerdotesse del dio Amon dal museo Egizio di piazza Tahrir

Le mummie dei sacerdoti e delle sacerdotesse del dio Amon dal museo Egizio di piazza Tahrir hanno raggiunto la loro nuova “casa”: il museo delle Capitali d’Egitto nella nuova capitale amministrativa del Cairo. Lo ha annunciato Ali Omar, capo del Comitato supremo per lo scenario espositivo del museo presso il ministero del Turismo e delle Antichità: “Le vetrine sono state preparate e sterilizzate in modo speciale per preservare le mummie all’interno”. E ha spiegato: “La mummia di Nesy-Khonsu, la seconda moglie del sommo sacerdote di Amon Pinudjem II, è considerata un chiaro esempio dello sviluppo del metodo di mummificazione della XXI dinastia, gli occhi sono coperti di pietre e il colore giallo della pelle dava un senso di vitalità e freschezza”. E Moamen Othman, capo del settore dei Musei presso il ministero, ha ricordato che queste mummie furono scoperte nel nascondiglio reale a Deir el-Bahari nel 1881: “La mummia di Pinudjem II, il sommo sacerdote di Amon, aveva la pelle di colore giallo e rosso scuro, ed era avvolta in lino sottile con frange colorate. E la mummia del nonno di Ptah uf Ankh della XXI dinastia, aveva le dita delle mani e dei piedi decorate con anelli. Quanto alla mummia di Hanutawi, la moglie del sommo sacerdote di Amon, Pinudjem I, ha una faccia paffuta per mostrare vitalità. Infine la mummia di Nodjmet, la moglie di Harihor, il sacerdote capo di Amon, aveva gli occhi intarsiati con pietre bianche e nere, che dà la sensazione di essere ancora vivi, e portava parrucche e sopracciglia naturali”.

Il museo delle Capitali d’Egitto racconta la storia delle capitali egizie attraverso epoche diverse. Nella galleria principale è esposta una serie di capitelli antichi e moderni. L’intitolazione del museo ricorda le 7 capitali che si sono succedute lungo la valle del Nilo: Memphis, Tebe, Tell El-Amarna, Alessandria, Cairo islamico, Cairo Khedivial. E per ogni periodo storico di ogni capitale il museo presenta reperti caratteristici: oggetti quotidiani, strumenti di guerra e combattimento, il sistema di governo e varie corrispondenze. Nella seconda sezione del museo, ospitata in un’ala del palazzo, viene rappresentato l’aldilà nell’antico Egitto. Al centro la tomba di Tutu, scoperta nel 2018 nel Governatorato di Sohag, e poi mummie, sarcofagi e due scaffali con vasi canopi, e una serie di false porte e testi che simulano rituali religiosi nell’antico Egitto. L’esposizione del museo utilizzerà le più moderne tecnologie: le gallerie espositive sono dotate di schermi che mostrano un film panoramico interattivo sulla storia di ciascuna delle antiche capitali egiziane.

“Il museo”, ha annunciato Mona Raafat, supervisore generale del museo delle Capitali d’Egitto, “ha ricevuto recentemente più di cento reperti provenienti da numerosi musei e depositi archeologici; compresi i depositi dei musei di Luxor, le carrozze reali di Bulaq, Suez e il museo Egizio di piazza Tahrir, e il sito archeologico di Mit Rahinah. I lavori nel museo stanno procedendo in vista della sua apertura. I reperti sono stati selezionati con cura per arricchire il percorso espositivo che raccontare la storia delle capitali egiziane attraverso diverse epoche storiche”. E uno dei pezzi più importanti del museo è una collezione di pietre Talatat raffiguranti il re Akhenaten e sua moglie la regina Nefertiti dal deposito del museo di Luxor, che ora sono in fase di restauro per la loro presentazione al pubblico; oltre a una carrozza cubana, un Kalash e un modello di carrozza da guerra, che era un regalo al re Farouk. “Dal museo Egizio – conclude – oltre alle mummie e a una serie di vasi canopi, anche una scatola di legno con incisa l’immagine del dio Anubi, da esporre nella sala riservata ai rituali funebri. Insieme a una meravigliosa doppia statua del re Merenptah e della dea Hathor di Mit Rahinah”.
Torino, secondo appuntamento con le “Passeggiate musicali” al museo Egizio: “Mon coeur s’ouvre a ta voix” per violino e archi, dall’opera “Sansone e Dalila” di Camille Saint-Saëns
Secondo appuntamento con la nuova stagione delle “Passeggiate musicali” al museo Egizio di Torino in collaborazione con Melos Arte Musica: in “cartellone” il brano “Mon coeur s’ouvre a ta voix” per violino e archi, dall’opera “Sansone e Dalila” di Camille Saint-Saëns. L’esotismo, la contrapposizione tra perdizione redenzione, incontrati nella Thaïs di Massenet della prima “Passeggiata” tornano anche nel brano di questo secondo appuntamento: un arrangiamento per violino e archi del celebre duetto amoroso “Mon coeur s’ouvre à ta voix” di Camille Saint-Saëns, tratto da “Sansone e Dalila”. L’opera lirica in tre atti, ispirata al famoso episodio biblico, fu rappresentata per la prima volta a Weimar, in lingua tedesca, nel 1877, ma dovette attendere alcuni anni prima di essere considerata una delle rappresentazioni più riuscite del compositore francese. Il brano proposto con Edoardo De Angelis (violino), Giuseppe Santoro (viola) e Manuel Zigante (violoncello) viene eseguito nel secondo atto, quando Dalila, sulle note del “Mon coeur s’ouvre à ta voix”, mette in atto tutta le sue doti seduttorie per convincere Sansone a cedere al suo fascino e a rivelargli il segreto della sua forza.
“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nell’ultima clip del museo Egizio protagonista Torino e Bernardino Drovetti (1776-1852), l’avventuroso diplomatico che raccolse la ricca collezione di antichità egizie, ammirata all’apertura del museo Egizio nel 1824
Ultima tappa, Torino. Il viaggio proposto dal museo Egizio tocca Torino con l’ultima delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. L’ottava puntata è dedicata a Torino e Bernardino Drovetti (1776-1852), l’avventuroso diplomatico che raccolse una ricca collezione di antichità egizie, e all’apertura del museo Egizio nel 1824. La tappa è raccontata in piemontese da Albina Malerba, direttrice del Centro studi piemontesi.

A Torino, nel 1824, viene inaugurato il museo Egizio. La domanda sorge spontanea: come arriva in Piemonte tanta ricchezza? Perché la capitale sabauda diventa custode di una collezione di antichità egizie che ancora oggi è considerata tra le più importanti al mondo? La storia è lunga, potremmo intrattenere nipoti e pronipoti, perché inizia nel ‘600 e attraversa il ‘700 con i primi viaggiatori che anche dal Piemonte partono alla scoperta dell’Egitto, terra dei faraoni e di mistero di cui si fantasticano le meraviglie. Ma il culmine del racconto è nell’800, con l’arrivo di oltre 8mila oggetti: statue monumentali, bronzi, papiri, stele, sarcofagi, mummie, vasi, amuleti e monete, un immenso tesoro acquistato da un re, Carlo Felice, appassionato di arte e di cultura, ma più di tutto impegnato a risollevare il prestigio del casato e della capitale sabauda. Ma chi aveva raccolto una collezione così vasta in Egitto? Il merito è di un altro piemontese, Bernardino Drovetti, nato a Barbania (To). Sedotto dalle idee illuministe che arrivano d’Oltralpe, nel 1796 entra nelle fila dell’esercito francese al seguito di Napoleone Bonaparte. È intraprendente e fa carriera fino a sbarcare in Egitto come console generale di Francia. Consapevole del crescente interesse europeo per le antichità egizie, Drovetti ne raccoglie in gran quantità e qualità, dedicandosi a ricerche e scavi, convinto che saranno molto apprezzate in Europa. La vicenda dell’acquisto della collezione è tutt’altro che semplice. Drovetti considera l’interesse della Francia, dell’Inghilterra, del Regno di Baviera e della Russia ma in cuor suo desidera che queste ricchezze che ha faticosamente raccolto trovino dimora in Piemonte, la sua terra natale. Nel 1823, dopo lunghe trattative, Drovetti riesce nel suo intento. Il re Carlo Felice di Savoia firma il contratto e l’intera collezione viene ceduta per la cifra di 400mila lire piemontesi. Il viaggio dall’Egitto è un’avventura da romanzo d’appendice (feuilleton). Nell’inverno del 1823 gli oggetti raggiungono Genova via mare, poi varcano le Alpi per arrivare finalmente a Torino su carri trainati da decine di cavalli e di buoi. L’antico Egitto giunse così nella capitale sabauda e i faraoni trovarono casa nel palazzo barocco che ospitava già la Reale Accademia delle Scienze, ancora oggi sede del museo Egizio. Nei primi giorni di novembre del 1824, il museo Egizio apre le porte al pubblico, dapprima solo agli studiosi e otto anni più tardi a tutti i cittadini siano essi nobili, borghesi o semplici curiosi, visitatori di ogni età che ora come allora scelgono Torino sedotti dal fascino irresistibile dell’antico Egitto.
Il museo Egizio di Torino con il brano “Méditation” per violino e archi di Jules Massenet apre la nuova stagione delle “Passeggiate musicali”
Con la “Méditation” per violino e archi, tratta dall’Opera “Thaïs” di Jules Massenet (1842-1912), il museo Egizio di Torino avvia una nuova stagione di “Passeggiate musicali” in collaborazione con Melos Arte Musica. Rappresentata per la prima volta all’Opéra Garnier di Parigi nel 1894, questa comédie lyrique in tre atti si svolge nell’Egitto del piacere, della perdizione e della redenzione, di un’Alessandria babelica e di un deserto in cui i monaci anacoreti riscoprono il contatto con Dio. Il brano proposto con Edoardo De Angelis (violino), Giuseppe Santoro (viola) e Manuel Zigante (violoncello) viene eseguito nel secondo atto, dopo che il monaco Athanaël ha affrontato la cortigiana Thaïs cercando di convincerla a seguirlo nel deserto dove potrà trovare la vera fede e la salvezza. Durante la meditazione, la donna sceglierà di convertirsi e di iniziare una nuova vita.
Egitto. Aperto a Sharm el-Sheick il nuovo museo, il primo di antichità: 5200 manufatti sulla civiltà dei faraoni. “Per i turisti la possibilità di godere spiagge e cultura”
Il 2020, questo anno terribile caratterizzato dalla pandemia che ha causato vittime in tutto il mondo, è agli sgoccioli. È tempo di bilanci. Per l’Egitto c’è anche qualche segno positivo. Grandi scoperte archeologiche, grandi musei in cantiere sulla dirittura d’arrivo, e nuovi musei aperti al pubblico o, meglio, pronti ad accogliere il pubblico quando potrà tornare a visitare la terra dei faraoni come una nuova offerta culturale. È il caso del nuovo museo di Sharm el-Sheick, inaugurato il 31 ottobre scorso (2020) dal presidente della Repubblica araba d’Egitto. È il primo museo di antichità nella città costiera di Sharm El-Sheikh, famosa in tutto il mondo per il suo sole e le pittoresche spiagge sabbiose sul mar Rosso. Oltre 5200 manufatti raccontano la storia dell’ascesa della civiltà egizia e fanno luce su come gli egiziani vissero in coerenza con la natura e convissero con le sue numerose creature che santificarono. L’apertura di questo museo è in linea con il piano del Ministero per integrare il turismo del tempo libero e della cultura, per offrire ai turisti una miscela unica in cui possono godersi le spiagge e le attività marine e allo stesso tempo dare uno sguardo alla grande civiltà egizia. Lo slogan non lascia dubbi: museo di Sharm El-Sheikh …. Cultura in riva al mare.
“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella settima clip del museo Egizio protagonista Vercelli e Virginio Rosa, giovane archeologo cui si devono molte scoperte importanti per il museo Egizio
Settima tappa, Vercelli. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Vercelli con la settima delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La settima puntata è dedicata a Vercelli e Virginio Rosa (1886-1912), giovane archeologo cui si devono molte scoperte importanti per il Museo Egizio, raccontata in piemontese da Giovanni Tesio dell’università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. Nel 1910 partì da Genova per la sua prima ed unica spedizione archeologica in Egitto. Le ricerche si svilupperanno nei siti di Gebelein e Assiut, consentendo il ritrovamento di molto materiale archeologico, tra cui le tombe di Iti e Neferu, di Ini e degli Ignoti. Virginio Rosa morirà a soli 26 anni poco tempo dopo il suo rientro in Italia, il 20 febbraio del 1912.

1894, Varallo Sesia, provincia di Vercelli. Un bambino dall’aria disorientata si aggira nelle sale del museo di Scienze Naturali, fondato quasi trent’anni prima da Pietro Calderini, un sacerdote naturalista. Il (fiolin) è Virginio Rosa (1886-1912) che ha perso da poco il papà e con la mamma e suo fratello ha dovuto lasciare la bella casa di Pinerolo, vicino a Torino, per ritornare nella modesta dimora della madre, originaria della Val Sesia. L’unico svago lo trova qui, circondato da migliaia di coleotteri ben ordinati, con un formidabile erbario di oltre mille esemplari di piante e centinaia di reperti archeologici che gli consentono di fantasticare sulla vita in età preistorica, greca e romana. Ed è in una saletta appartata che si accende la passione per l’antico Egitto: il piccolo Virginio è attratto da una mummia di gatto con lo sguardo dolce e da numerosi oggetti che portano la sua immaginazione verso Oriente. È un ragazzo curioso e di talento, torna a Torino per studiare. Si laurea in chimica, scrive di scienza e di storia e si dedica alla botanica, ma la civiltà egizia continua a essere la sua grande passione che coltiva al museo Egizio, diretto da Ernesto Schiaparelli. E sarà proprio l’egittologo a dare una svolta alla sua vita. Virginio Rosa diventa suo collaboratore e nel 1910 parte per l’Egitto, perché è proprio il direttore del museo ad affidargli gli scavi di Gebelein e Assiut: nonostante la sua scarsa esperienza, l’anziano egittologo ha in stima la sua solida formazione scientifica e la sua abilità di fotografo, che sarà preziosa sul campo. È grazie al patrigno Secondo Pia, primo professionista ad aver fotografato la Sindone, che Virginio Rosa è in grado di documentare ogni giornata di scavo e ciascuna scoperta, come la tomba monumentale di Iti e Neferu, decorata con magnifiche pitture. Ai suoi occhi sono come fotografie a colori che raccontano nei particolari la vita e alcuni riti degli antichi egizi. Scoprendo quella tomba pensa al padre e all’aldilà, da cui di certo il genitore veglia su di lui. Lo sente vicino. Virginio è un giovane uomo, con occhi intensi e pieni di meraviglia. Il ritmo dei lavori è estenuante, ma l’entusiasmo e la responsabilità che vive non gli consentono di rallentare, di riposarsi, di prendersi cura di sé. “Vento freddissimo, cielo coperto, di notte piove e di giorno pioviggina”, scrive in una lettera a Schiaparelli confermandogli che comunque gli scavi vanno avanti. Ed è proprio quell’incapacità di sentire la stanchezza che gli toglie la vita. Rientra in Italia già malato e, a soli 26 anni, Virginio Rosa muore, lasciando un’eredità di pochi oggetti ma testimonianze straordinarie, che raccontano ancora oggi le sue imprese e la grandezza di una civiltà immortale.
Torino. Il tempio di Ellesiya 50 anni dopo: il museo Egizio celebra l’anniversario del salvataggio dei tempi nubiani con due conferenze online. Nella prima si ricostruisce l’arrivo del tempio, donato dall’Egitto, a Torino

Negli anni Sessanta, a seguito della costruzione della diga di Assuan, il Museo Egizio fu chiamato a contribuire alla campagna per il salvataggio dei tempi della Nubia, che rischiavano di essere sommersi dalle acque del lago Nasser. In particolare una squadra, guidata dall’allora direttore Silvio Curto, partì da Torino e partecipò allo studio dell’area di Ellesiya, che comprendeva anche un tempio rupestre. Il governo egiziano decise di donare all’Italia proprio quel tempio, come riconoscimento per la partecipazione del Paese alla vasta operazione di salvataggio: il reperto, dopo una complessa operazione di trasporto e ricostruzione all’interno del Museo Egizio, fu presentato a Torino alla presenza delle autorità italiane ed egiziane nell’autunno del 1970.

Cinquant’anni dopo il Museo Egizio celebra questo importante anniversario con due conferenze online, per valorizzarne la storia, anche sotto il profilo egittologico: entrambe le conferenze saranno trasmesse in streaming sui canali Facebook e YouTube del Museo. Si parte lunedì 14 dicembre 2020, alle 18, con l’incontro “Il salvataggio e il trasferimento del tempio a Torino”, a cura di Beppe Moiso e Alessia Fassone, che permetterà al pubblico di ripercorrere la storia dell’arrivo del tempio a Torino.

Il secondo appuntamento, in lingua inglese, è invece previsto lunedì 18 gennaio 2021 alle 18: “Ancient Nubia and Egypt: a story of mutual exchange and interaction”, con i curatori Johannes Auenmueller e Paolo Del Vesco, approfondirà la conoscenza della Nubia, il suo antichissimo legame con l’Egitto, e come le reciproche influenze hanno plasmato l’economia, la cultura e la storia politica della regione.
ArcheocineMANN 2020 in streaming e on demand. Di Blasi: “Da un’esperienza emergenziale a un’esperienza di cui far tesoro per il futuro”

ArcheocineMANN 2020 in streaming e on demand: da un’esperienza emergenziale a un’esperienza di cui far tesoro per il futuro. Ne è convinto il direttore artistico Dario Di Blasi che, a conclusione della seconda edizione del festival internazionale del cinema archeologico di Napoli, organizzato dal museo Archeologico nazionale di Napoli in rete con Archeologia Viva e Firenze Archeofilm. “Questa esperienza dell’archeocineMANN nata nella emergenza di una epidemia per salvare i Musei, il Cinema e l’Archeologia si sta trasformando in un modo nuovo e originale per raggiungere un grande pubblico senza limiti di spazio e di tempo con una tecnologia semplice e accessibile a chiunque”, afferma Di Blasi. “Permette a gran parte dei reperti conservati nei musei di essere vissuti nei loro contesti di appartenenza e rinvenimento. Permette a uomini, donne e bambini di avvicinare i luoghi e gli oggetti dell’archeologia attraverso il racconto del cinema che li rende vitali e non più lontani e muti nel loro silenzio millenario”. E continua: “Ogni innovazione presenta luci e ombre ma questo è ormai un sentiero tracciato per diffondere sempre più e articolatamente conoscenza in particolare per tutte quelle istituzioni che si occupano di formazione. Dobbiamo abituarci al fatto che ogni innovazione comporta risorse investimenti, sacrifici. Dietro ogni innovazione c’è ricerca, lavoro, impegno infinito. Non è vero che con la cultura non si mangia. Investire nei beni culturali, nel cinema, nel teatro, nella musica porta finalmente l’Italia ad avere un ruolo degno della sua storia. Ringrazio sinceramente la grande disponibilità del Mann a sperimentare questo nuovo linguaggio, la solida esperienza della rivista Archeologia Viva e la verve innovativa di FineArt Produzioni per la diffusione in streaming”. Questo il link da cui visualizzare le puntate vimeo.com/user/125980273/folder/3051708.


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