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Roma. Presentata la mostra “I Marmi di Torlonia. Collezionare capolavori”: oltre novanta opere greco-romane selezionate tra i 600 marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo, anche definita “la collezione delle collezioni”. Ora l’impegno è di giungere al museo Torlonia a Roma. Franceschini: “Lo Stato mette luoghi e risorse. Un’idea? Palazzo Silvestri Rivaldi in via dei Fori Imperiali, ora in disuso”

Oltre 90 capolavori di arte greca e romana della collezione Torlonia per la prima volta visibili al pubblico nella mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” curata da Salvatore Settis e Carlo Gasparri (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)
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La locandina della mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” a Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini

Sono passati 135 anni da quando il principe Alessandro Torlonia aveva dato forma al suo progetto ambizioso e innovativo, la creazione di un museo Torlonia con le collezioni confluite nei secoli nel patrimonio di famiglia, accompagnato da un catalogo delle opere, altrettanto innovativo, a cura di Carlo Ludovico Visconti con fototipie, storia e bibliografia. Sono passati invece quattro anni dalla firma dell’accordo tra la Fondazione Torlonia e il ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo per la realizzazione di una grande mostra sulla collezione Torlonia e avviare finalmente la creazione a Roma di un museo nazionale Torlonia (“Lo Stato Italiano – ha assicurato il ministro Dario Franceschini – è pronto a mettere a disposizione luoghi e risorse per realizzarlo”). È da questi due punti fermi, due fatti storici, quasi due sogni, che parte il progetto che confluisce ora nella grande mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori” che dal 14 ottobre 2020 al 29 giugno 2021 apre al pubblico negli ambienti espositivi dei Musei Capitolini a Villa Caffarelli, tornati alla vita dopo oltre cinquanta anni grazie all’impegno di Roma Capitale per restituire alla cittadinanza un nuovo spazio espositivo progettato e interamente curato della Sovrintendenza capitolina.

Oltre novanta opere greco-romane sono state selezionate tra i marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo. L’esposizione è il risultato di un’intesa del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo con la Fondazione Torlonia; e nello specifico, per il Ministero, della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio con la Soprintendenza Speciale di Roma. Il progetto scientifico di studio e valorizzazione della collezione è di Salvatore Settis, curatore della mostra con Carlo Gasparri. Electa, editore del catalogo, cura anche l’organizzazione e la promozione dell’esposizione. Il progetto d’allestimento è di David Chipperfield Architects Milano. La Fondazione Torlonia ha restaurato i marmi selezionati con il contributo di Bvlgari che è anche main sponsor della mostra. Il progetto della luce è stato scritto da Mario Nanni, lumi Viabizzuno.

La famosa Fanciulla da Vulci della collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)
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Virginia Raggi, sindaco di Roma

Alla presentazione ufficiale della mostra (in streaming, nel rispetto delle misure anti-Covid) i commenti sono stati entusiasti, a iniziare dal sindaco di Roma, Virginia Raggi: “Con questa mostra potremo godere di opere d’arte uniche e preziose, di una collezione privata dal valore inestimabile, che diventa patrimonio di tutti. Le Istituzioni hanno il dovere di promuovere, sostenere e diffondere la cultura e l’arte italiana fuori dai nostri confini. La mostra, che presentiamo oggi, è un’ulteriore conferma di come Roma sia simbolo d’arte e cultura nel mondo. La mostra è frutto di una grande collaborazione tra pubblico e privato, dalla Fondazione Torlonia alla Maison Bvlgari, dallo studio Chipperfield a Electa, che ha consentito il recupero di questi marmi pregevoli. È importante perché è l’occasione per restituire al pubblico le sale di Villa Caffarelli. Ed è importante perché rientra nel 150° anniversario di Roma Capitale. E poi viaggerà nel mondo in un programma itinerante tra le principali capitali, creando così un ponte tra popoli e culture, perché l’arte parla a tutti”.

Capolavori di arte antica nella mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” allestita a Villa Caffarelli nei musei Capitolini a Roma (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)

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Il ministro per i Beni e le Attività culturali e il Turismo, Dario Franceschini


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Palazzo Silvestri Rivaldi in via dei Fori imperiali a Roma

Dario Franceschini, ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo: “Oggi viviamo un momento importante di un percorso molto lungo: non ci possiamo nascondere che della collezione Torlonia si parla da decenni. Quando nel 2015 incontrai per la prima volta il principe Torlonia e parlammo del progetto di una grande mostra e della creazione di un grande museo a Roma, sembrava un sogno impossibile. Oggi invece stiamo dimostrando che quell’accordo comincia a prendere forma. Questa mostra è un evento straordinario che segna un passo ulteriore verso il pieno ritorno alla luce dei marmi Torlonia, la più importante collezione di arte greco-romana privata esistente al mondo rimasta a lungo celata. Si tratta di un’operazione culturale di livello internazionale, resa possibile da un fattivo e proficuo dialogo tra pubblico e privato, che permetterà al pubblico di godere della bellezza di capolavori straordinari dell’antichità. Ma questo, come detto, è solo il primo passo. Il ministero in accordo con tutti gli attori coinvolti nel progetto vuole individuare un luogo a Roma dove rendere visibili per sempre questi capolavori. Lo Stato Italiano è pronto per mettere a disposizione luoghi e risorse per creare il grande museo Torlonia. Un’idea, ma non se ne è ancora discusso nelle sedi appropriate con tutti gli enti interessati, potrebbe essere Palazzo Silvestri Rivaldi in via dei Fori Imperiali: un luogo prestigioso in un’area prestigiosa. L’edificio è dello Stato e in disuso. Per ora abbiamo stanziato 40 milioni per la sua ristrutturazione. Se poi non sarà idoneo per il museo Torlonia, sarà comunque uno spazio speciale per altri progetti culturali”.

Collezione Torlonia. Gruppo di sculture restaurate: in primo piano statua di guerriero inginocchiato e statua di Afrodite, replica della Venere Medici (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)

Alessandro Poma Murialdo, presidente Fondazione Torlonia: “La mostra apre nel 150° di Roma Capitale, che è proprio quando Alessandro Torlonia concepiva la sua idea di museo, progetto ambizioso fin dalla sua nascita, passando dal collezionismo al museo promosso da un privato a fine Ottocento con concetti moderni: pensiamo che già nel 1884 usciva il primo catalogo delle opere della collezione Torlonia a cura di Visconti che censì tutti i marmi in schede complete di straordinari fototipie, storia e bibliografia. E l’edizione ottocentesca, come lo è ora la mostra con il catalogo, fu concepita per diffondere nel mondo la cultura. La collezione era di proprietà di Alessandro Torlonia, nipote dell’omonimo principe che nell’Ottocento la creò. Con le guerre ci fu la necessità di metterla in sicurezza. Venti capolavori furono portati prima a Villa Albani e poi a Palazzo Torlonia in via della Conciliazione. Gli altri finirono nei sotterranei del museo, che diventarono in seguito i depositi della collezione. Con gli anni ’60 del Novecento Torlonia cominciò a progettare una sistemazione definitiva (leggi museo) della collezione. Ma per motivi diversi tutte le varie ipotesi avanzate fallirono. Nacque allora la Fondazione Torlonia per dare un metodo moderno alla mission di sempre: approfondire, studiare, valorizzare il patrimonio di famiglia. La Collezione Torlonia e Villa Albani Torlonia sono due straordinari complessi artistici destinati ad incontrarsi nel corso della storia, scoperti e preservati con cura grazie alla passione per l’arte di diverse generazioni della Famiglia Torlonia che trova il suo compimento nella Fondazione. Essere un’istituzione culturale dedicata ad un patrimonio storico e artistico di tale rilevanza nell’epoca delle industrie 4.0, apre nuovi scenari di cui la Fondazione Torlonia vuol essere protagonista, utilizzando l’efficacia delle tecnologie più innovative per trasmettere la più grande eredità culturale della Famiglia condividendo obiettivi e risultati tracciati nella storia stessa di questo eccezionale patrimonio artistico: l’apertura dei Laboratori Torlonia per lo studio ed il restauro degli oltre seicento marmi Torlonia, l’innovativo programma di conservazione di Villa Albani Torlonia e la mostra I marmi Torlonia. Collezionare Capolavori sono il suggello di un metodo progressivo, che assicura la trasmissione di una componente essenziale della nostra identità culturale, alle nuove generazioni”.

La Statua di Meleagro della Collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)

Lucia Boscaini  per Jean Christoph Babin, amministratore delegato Bvlgari: “Per un gioielliere, non c’è nulla di più esaltante della scoperta di un nuovo tesoro. Con grande orgoglio ed entusiasmo Bvlgari ha partecipato in qualità di sponsor al restauro degli oltre 90 esemplari di marmi antichi, un tesoro inestimabile che finalmente si svela al pubblico. Per Bvlgari si è trattato di un omaggio alle radici greche e romane dell’azienda, nel quadro delle molteplici iniziative di mecenatismo per la Città Eterna promosse da diversi anni a questa parte. Questa mostra offrirà al pubblico romano e internazionale la possibilità di ammirare questi incredibili pezzi unici, autentici gioielli di arte classica che restituiscono ai nostri occhi la grandezza della storia greca e romana, il fascino della mitologia, il carisma degli imperatori, l’infinita grazia di ninfe e dee. La magnificenza e lo splendore di queste statue sono oggi un nuovo dono per i nostri occhi, fulgidi esempi di un’arte che ha forgiato per sempre il nostro senso estetico”.

L’allestimento a sfondi colorati, pavimento in mattoni neri e basamenti ad altezza variabile ideato dal gruppo David Chipperfield Architects di Milano per la mostra ” Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)

Architetto Cristiano Billia per il gruppo di progettazione di David Chipperfield Architects Milano: “È stata un’esperienza straordinaria lavorare alla creazione di uno spazio architettonico per la prima esposizione pubblica della Collezione Torlonia, in stretta collaborazione con la Fondazione Torlonia, il professor Salvatore Settis e il professor Carlo Gasparri. Come architetti, è un privilegio allestire queste sculture di una bellezza senza tempo ed essere incaricati di sviluppare gli spazi espositivi all’interno della storica Villa Caffarelli. L’idea dell’allestimento si basa sul catalogo Visconti del 1884. Siamo partiti da quelle bellissime fototipie che grazie al fondo nero danno risalto a ogni dettaglio e forza alle opere. Per questo abbiamo creato degli sfondi monocromi agli ambienti, scegliendo cinque colori diversi per le cinque sezioni della mostra, che danno più dettagli alle opere esposte. Mentre un sistema di plinti variabili esprime la varietà e la dimensione delle sculture E poi abbiamo pensato a una pavimentazione degli ambienti con mattoni in argilla nera artigianali che uniformano e articolano le diverse sale. Questa soluzione si ispira all’architettura romana e al contempo al tempio di Giove Capitolino sotto Villa Caffarelli”.

Il suggestivo allestimento della mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” curata da Salvatore Settis e Carlo Gasparri (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)
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L’archeologo Salvatore Settis

Salvatore Settis, curatore della mostra: “Con questa mostra oggi ci possiamo fare un’idea di come poteva essere alla fine dell’Ottocento il grande museo Torlonia. Questa mostra è una promessa: nell’accordo del 2016 ci si impegnava a realizzare il museo Torlonia a Roma. Tra molte difficoltà questa mostra è il primo passo nella realizzazione di quell’impegno grazie a un team di persone che non hanno mai smesso di credere in questo progetto. Ma questa mostra è anche il racconto di una collezione di collezioni. Noi in mostra presentiamo “solo” il 15% del patrimonio dei Torlonia. E quindi ci siamo trovati di fronte alla necessità di una scelta che permettesse di raccontare questa straordinaria storia del collezionismo romano che va dal Quattrocento e arriva ai nostri giorni, frutto di scavi diretti e acquisizioni di intere collezioni come di singole opere, messe insieme per la gloria della famiglia. Questo racconto lo abbiamo sintetizzato in cinque sezioni: nella prima si focalizza il museo Torlonia, come è stato pensato nell’Ottocento; nella seconda c’è una selezione dei marmi provenienti da scavi; con la terza si presentano le opere giunte da collezioni settecentesche; la quarta invece è incentrata sulla ricca collezione Giustiniani; infine nella quinta ci sono i capolavori affluiti nel corpus Torlonia fin dal Quattrocento. È un percorso che ci porta a scoprire come è nato il collezionismo di antichità a Roma. E da lì si passa, grazie alla collaborazione con i musei Capitolini, nell’esedra del Marco Aurelio dove per l’occasione saranno riuniti tutti i bronzi, che erano al Laterano, e furono restituiti da Papa Sisto IV “al popolo romano” nel 1471, dando vita al primo nucleo dei musei Capitolini”.

Roma. Apre a Palazzo Caffarelli ai musei Capitolini la mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori”, il grande evento 2020 più volte rinviato causa Covid-19: 96 marmi, selezionati dalla celebre collezione Torlonia la quale torna così finalmente visibile al pubblico. Alla presentazione il ministro Franceschini

La statua di Meleagro della Collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)
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La locandina della mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” a Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini

Giusto un anno fa veniva annunciata come l’evento dell’anno per il 2020 a Roma: è la mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” a Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini al Campidoglio: una inedita esposizione di 96 marmi, selezionati dalla celebre collezione Torlonia la quale torna così finalmente visibile al pubblico. Uno dei progetti di mostra più prestigiosi, per partecipazioni istituzionali, valore scientifico ed eccezionalità dell’occasione, nella programmazione di Electa che, oltre a pubblicarne il catalogo, cura l’organizzazione e la promozione. La mostra era programmata dal 25 marzo 2020 al 10 gennaio 2021. Poi venne il coronavirus. E tutto è cambiato. Prima la vernice era stata “aggiornata” con grande ottimismo al 4 aprile 2020. Poi, visto l’aggravarsi dell’emergenza sanitaria e il lockdown, si era parlato di settembre 2020. Ora ci siamo. E stavolta sembra quella giusta: la mostra sarà aperta dal 14 ottobre 2020 al 29 giugno 2021. E lunedì 12 ottobre 2020, alla presentazione ufficiale (che si potrà seguire in streaming dato il contingentamento e le restrizioni anti Covid-19) ci sarà anche il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo Dario Franceschini, con il sindaco di Roma Virginia Raggi, il presidente della Fondazione Torlonia Alessandro Poma Murialdo, e il curatore della mostra Salvatore Settis.

La mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” è il risultato di un’intesa del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo con la Fondazione Torlonia; e nello specifico, per il ministero, della direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio con la soprintendenza Speciale di Roma. Il progetto scientifico di valorizzazione della collezione è di Salvatore Settis, curatore dell’esposizione con Carlo Gasparri. Il progetto di allestimento della collezione Torlonia è di David Chipperfield Architects Milano. Bvlgari è main sponsor del restauro delle opere esposte. La mostra è allestita nella sede espositiva dei musei Capitolini a Palazzo Caffarelli, tornata alla vita grazie all’impegno e al progetto della sovrintendenza di Roma Capitale. La scelta della sede è stata dettata dal proposito di incentrare il percorso espositivo sulla storia del collezionismo: un aspetto sotto il quale la vicenda del Museo Torlonia alla Lungara (fondato dal principe Alessandro Torlonia nel 1875), che conta 620 pezzi catalogati, appare di eccezionale rilevanza. Questa raccolta si presenta infatti come una collezione di collezioni o, meglio, come uno spaccato altamente rappresentativo e privilegiato della storia del collezionismo di antichità in Roma dal XV al XIX secolo. I marmi Torlonia, restaurati nei Laboratori Torlonia, sono raccontati in una serie di video su collezione ed esposizione, disponibile al link https://www.fondazionetorlonia.org/channel/.

Statua di caprone in riposo: marmo greco della Collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi /Fondazione Torlonia)
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Collezione Torlonia. Gruppo di sculture restaurate: in primo piano statua di guerriero inginocchiato e statua di Afrodite, replica della Venere Medici (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)

L’esposizione si articola come un racconto, in cinque sezioni, in cui si narra la storia del collezionismo dei marmi antichi, romani e greci, in un percorso a ritroso che comincia con l’evocazione del museo Torlonia, fondato nel 1875 dal principe Alessandro Torlonia, e rimasto aperto fino agli anni Quaranta del Novecento. La sezione successiva riunisce i rinvenimenti ottocenteschi di antichità nelle proprietà Torlonia. La terza sezione rappresenta le forme del collezionismo del Settecento, con le sculture provenienti dalle acquisizioni di Villa Albani e della collezione dello scultore e restauratore Bartolomeo Cavaceppi. A seguire, una selezione dei marmi di Vincenzo Giustiniani, uno dei più sofisticati collezionisti romani del Seicento, e per finire pezzi da collezioni di famiglie aristocratiche del Quattro e Cinquecento. La mostra termina con un affaccio sull’esedra dei musei Capitolini dove sono riuniti la statua equestre del Marco Aurelio, la lupa romana e i bronzi del Laterano che Sisto IV nel 1471 donò alla città.  Un nesso importante con il museo che gli antichi busti, rilievi, statue, sarcofagi ed elementi decorativi in mostra creano: riflesso di un processo culturale in cui Roma e l’Italia hanno avuto un primato indiscutibile.

Il Medioevo davanti all’antico: il caso del duomo di Modena. Settis dialoga con Franzoni a margine della mostra “Mutina splendidissima” sul reimpiego dei marmi della colonia romana di Mutina per la cattedrale di Lanfranco e Wiligelmo

L’imponente duomo romanico di Modena, opera dell’architetto Lanfranco, patrimonio dell’Umanità dal 1997

La locandina dell’incontro di Settis e Franzoni su “Uso, ammirazione, ripresa: il Medioevo davanti all’antico”

Il manifesto della mostra “Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità” al Foro Boario di Modena dal 25 novembre 2017 all’8 aprile 2018

Nella Relatio de innovazione Ecclesie Sancti Geminiani ac de translatione eius beatissimi corporis racconta il canonico Aimone all’inizio del XII secolo, lui magister scolarum, cioè “direttore” delle scuole attive presso la cattedrale di Modena: “Dopo che furono portate a buon punto le fondamenta (del nuovo duomo di Modena, la “casa di san Geminiano”, ndr), viste le dimensioni dell’edificio, a molti venne il sospetto che non fosse sufficiente la quantità di pietre a disposizione. Ancora una volta fu Dio stesso che indusse gli uomini a scavare la terra alla ricerca di materiali; e dalla terra uscirono stupefacenti masse di pietre e marmi, tali da bastare fino alla conclusione dei lavori. Sono, con tutta evidenza, marmi provenienti dalla città antica”. E più avanti: “Fervono i lavori attorno alla cattedrale, si allestiscono strutture per sollevare e mettere in opera i materiali, mentre proseguono le ricerche nel sottosuolo: si scavano marmi di grande pregio, vengono scolpiti con tecnica straordinaria, vengono innalzati e montati”. Il saggio di Claudio Franzoni “Il duomo e la memoria di Mutina”, pubblicato sul catalogo De Luca Editori d’arte della mostra “Mutina splendidissima. La città romana e la sua eredità” (al Foro Boario di Modena fino all’8 aprile 2018) è illuminante per capire come il duomo di Modena, fondato nel 1099, opera mirabile dell’architetto Lanfranco e dello scultore Wiligelmo, dal 1997 dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’Umanità, rappresenti una sorta di giuntura tra la città antica e la città moderna. Tema oggetto di un incontro, giovedì 29 marzo 2018, alle 18, all’auditorium “Marco Biagi”, in largo Marco Biagi n. 10 a Modena: Salvatore Settis dialoga con Claudio Franzoni su “Uso, ammirazione, ripresa: il Medioevo davanti all’antico”. Gli studi da sempre individuano nel duomo di Modena una delle tappe fondamentali del rapporto tra Medioevo e Antico. Le grandi mostre modenesi sulla cattedrale del 1984 hanno approfondito questo tema, sul quale ritorna anche l’esposizione in corso “Mutina splendidissima”. Inserito in una casistica che gli studi recenti hanno ulteriormente allargato, lo sguardo di Lanfranco e di Wiligelmo verso l’arte antica spicca ancora nella sua ricca, originale complessità.

I due leoni antichi riutilizzati da Lanfranco come stilofori del protiro del duomo di Modena (foto Graziano Tavan)

“La questione dell’antico nel duomo di Modena”, scrive Franzoni, “è argomento tutt’altro che recente. Tappa fondamentale rimane la mostra del 1984 “Quando le cattedrali erano bianche”. E, come all’epoca avevano già sottolineato Fernando Rebecchi e Salvatore Settis, c’è reimpiego e reimpiego. Una cosa è il ricorso all’antico come semplice materiale da costruzione, un’altra l’esposizione di pezzi antichi, tanto più quando essi siano corredati da immagini”. Purtroppo la bomba che nel 1944 squarciò il fianco nord del duomo ci impedisce di quantificare con esattezza il riutilizzo. Altra situazione è quella dei due leoni della facciata. “Qui c’è ben altro che il semplice utilizzo materiale dei pezzi antichi”, sottolinea Franzoni. “È avvenuto infatti qualcosa di più importante: Lanfranco ha recuperato la figura del leone accovacciato come figura di guardia, ha mantenuto la coppia dei due animali affiancati e, soprattutto, ne ha trasformato l’immagine. Adesso siamo davanti a un leone stiloforo, insomma uno schema nuovo. Una vera invenzione in cui l’antico gioca un ruolo essenziale”. Franzoni osserva come il reimpiego di materiale antico, se ci limitiamo all’inizio del XII secolo, presenti una situazione sorprendente: “tanti pezzi antichi assorbiti nella struttura interna, due soli esibiti con grande evidenza, i leoni del protiro di facciata. In altre parole, le pareti esterne del duomo di Lanfranco dovevano presentarsi nella loro uniforme compattezza, senza elementi esterni che rischiassero di incrinare il complesso ritmo dei marmores sculpti, i semicapitelli ai lati di ciascuna loggia, i capitelli al loro interno, le mensole degli archetti ciechi, le sculture della facciata”.

La stele dei Salvii, dalla torre campanaria, oggi conservata al museo lapidario Estense di Modena

La torre campanaria svetta dietro la preziosa abside del duomo di Modena (foto Graziano Tavan)

Diverso invece l’atteggiamento dei maestri Campionesi che decorarono il duomo tra il XII e il XIII secolo. “L’oggetto antico viene riconosciuto nella sua funzione originaria, che a sua volta suggerisce la norma del reimpiego: un pilastro, ad esempio, rimane tale nel riutilizzo medievale”. La Ghirlandina, la torre campanaria o torre civica, alta oltre 86 metri, avviata nel 1100 e portata a termine nel 1309 sotto la direzione di Enrico da Campione, rientra in questo nuovo concetto di riutilizzo, “a cominciare dall’impressionante esibizione della stele dei Salvii, oggi nel lapidario Estense, ma un tempo murata sul lato occidentale della torre, a pochi passi dalla porta della Pescheria. Oltre a questa grande stele, la serie di rilievi figurati in origine (e in parte ancora oggi) distribuiti lungo le pareti della torre non trova la minima corrispondenza con l’esterno del duomo: ora non c’è più la preoccupazione per un paramento dal tessuto continuo e il più possibile uniforme”.

Il discusso Papiro di Artemidoro, la cui autenticità non è ancora certa, trova casa con uno speciale allestimento al museo Archeologico di Torino, nel nuovo Polo Reale

Il Papiro di Artemidoro nel nuovo allestimento al museo Archeologico di Torino

Il Papiro di Artemidoro nel nuovo allestimento al museo Archeologico di Torino

È il papiro più chiacchierato degli ultimi dieci anni in un’interminabile quanto aspra querelle tra i fautori della sua autenticità e quanti sostengono che si tratta di un clamoroso falso: parliamo del cosiddetto Papiro di Artemidoro che ora ha trovato casa. Il singolare e imponente reperto, lungo circa due metri e mezzo, ha un nuovo allestimento al Museo Archeologico di Torino, nel distretto museale del Polo Reale (che vedrà la sua completa realizzazione con l’apertura della Galleria Sabauda prevista per il 4 dicembre), polo che di recente è stato inserito tra i beni culturali di interesse nazionale.  La Compagnia di San Paolo ha acquistato il Papiro nel 2004 da un collezionista tedesco, su sollecitazione del ministero per i Beni e le Attività Culturali e nel 2006 lo ha presentato al pubblico per la prima volta, nella mostra “Le tre vite del Papiro di Artemidoro” a Palazzo Bricherasio. Lo ha poi concesso in comodato alla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte. Da qualche giorno il Papiro di Artemidoro può essere dunque ammirato dal pubblico. “La Compagnia di San Paolo, proprietaria del Papiro”, ha ricordato il presidente Luca Remmert, “ha investito tra Polo Reale e Museo Egizio più di 50 milioni di euro”. Per il nuovo allestimento del Papiro la Fondazione ha stanziato 340mila euro a cui se ne aggiungono altri 50mila della soprintendenza dei Beni Archeologici. “Ancora una volta la sinergia tra pubblico e privato ha permesso di valorizzare il nostro patrimonio culturale”, ha sottolineato Mario Turetta, direttore regionale per i Beni Culturali del Piemonte.

Il Papiro è chiamato di Artemidoro perché il testo riprodurrebbe un'opera di Artemidoro di Efeso

Il Papiro è chiamato di Artemidoro perché il testo riprodurrebbe un’opera di Artemidoro di Efeso

Si tratta – come si diceva – di un’opera controversa, costituita da frammenti di varie dimensioni per una lunghezza di circa 2,5 metri. Il nome Artemidoro proviene dal testo riportato sul papiro che apparterrebbe al libro “Ta Geographoumena” del geografo Artemidoro di Efeso del II-I sec. a.C. Il Papiro infatti contiene un testo geografico: nelle prime due o tre colonne vi è un proemio nel quale la geografia viene messa in rapporto e a confronto con la filosofia; nelle colonne IV e V, invece, si trova un’informazione sulla divisione amministrativa della Spagna, ripartita nelle due province Tarraconese e Betica, poi un periplo della Spagna a partire dai Pirenei e dal promontorio di Afrodite Pirenaica fino al promontorio degli Artabri nell’Oceano Atlantico. Proprio la coincidenza (anche se non perfetta) del testo relativo alla divisione amministrativa della Spagna con un frammento del geografo Artemidoro di Efeso ha indotto gli studiosi Claudio Galllazzi e Bärbel Kramer a ritenere che il papiro conservasse parti del testo dei “Geographoumena” del geografo efesino. Sono presenti, inoltre, nel Papiro una carta geografica che, per vicinanza con il periplo della Spagna, si è ritenuto dovesse raffigurare appunto una regione della penisola iberica, la Betica secondo un’ipotesi; nonché numerosi disegni di parti anatomiche (verosimilmente copie di parti di statue) sul recto e animali, reali o fantastici, sul verso, accompagnati questi ultimi da didascalie. Secondo le analisi con il Carbonio 14, il supporto papiraceo risalirebbe a un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., nell’Egitto greco-romano. Dubbi invece sono sorti sulla datazione dei contenuti del papiro. Il Papiro è stato così al centro di una querelle scientifica tra studiosi sulla sua autenticità, ma anche sull’origine, sul significato e sulla provenienza. Da un lato vi sono studiosi che sostengono la tesi di un papiro proveniente da Alessandria d’Egitto dalle “tre vite” che vanno dal I al XX secolo; dall’altro vi sono coloro che propendono per la tesi secondo cui l’autore del papiro sarebbe un temuto falsario del XIX secolo, Costantino Simonidis.

Sul recto del Papiro numerosi disegni di parti anatomiche (verosimilmente copie di parti di statue)

Sul recto del Papiro numerosi disegni di parti anatomiche (verosimilmente copie di parti di statue)

Il Papiro è stato datato al radiocarbonio al I sec. a.C. - I sec. d.C., ma non si può dire per i disegn

Il Papiro è stato datato al radiocarbonio al I sec. a.C. – I sec. d.C., ma non si può dire per i disegn

La teoria delle “tre vite”. Secondo il giudizio dei primi studiosi che l’hanno esaminato, Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis, i quali avrebbero datato il Papiro, su base paleografica, tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. grazie a un raffronto con un papiro di tarda età tolemaica, il cosiddetto Papiro di Cleopatra, la singolare e straordinaria compresenza di testo e disegni si spiegherebbe con una travagliata vicenda, nota appunto come teoria delle tre vite. Il papiro, destinato ad essere una copia di lusso dei “Geographoumena”, doveva contenere il testo dell’opera geografica intervallato da mappe (ma non abbiamo altri esempi del genere così antichi); un errore nella realizzazione della prima mappa, che avrebbe probabilmente dovuto essere una raffigurazione dell’intera Spagna, avrebbe causato l’interruzione della copiatura. Il papiro prodotto fino a quel momento, invece di essere distrutto, sarebbe stato riutilizzato come album per schizzi e bozzetti (cahier d’artiste) per pittori che intendessero mostrare anticipatamente ai propri committenti i motivi iconografici da realizzare: di qui le raffigurazioni di animali sul verso. Infine, esaurito lo spazio sul verso, il papiro fu ancora impiegato negli spazi rimasti liberi sul recto, per contenere le esercitazioni grafiche dei giovani apprendisti pittori di bottega. Dopo più di un secolo di reimpieghi, il papiro sarebbe divenuto carta da macero e utilizzato, insieme ad altri papiri documentario, per farne cartapesta ad uso funerario.

Il Papiro di Artemidoro, lungo 2,5 metri, esposto a Torino al Museo Archeologico

Il Papiro di Artemidoro, lungo 2,5 metri, esposto a Torino al Museo Archeologico

La teoria del falso e del falsario. A innescare la polemica è stato nel 2006 il filologo Luciano Canfora dell’università di Bari che ha dichiarato il Papiro di Artemidoro un falso per almeno due ragioni. La prima è che il papiro non può essere di Artemidoro, come ritengono Gallazzi e Kramer, poiché lo impediscono una lingua greca molto lontana dagli usi e dal lessico propri del II-I secolo a.C. e diverse contraddizioni fattuali che possono essere spiegate solo alla luce di evoluzioni posteriori delle conoscenze geografiche. La seconda questione è che la cronologia del testo, qual è ricavabile dalla lingua e dalle conoscenze del testo medesimo, è molto tarda ed è incompatibile con il fatto che quel testo si trovi su un rotolo di papiro, una forma di libro che fu presto soppiantata dal codice di pergamena. La ricerca di Canfora per individuare un possibile indiziato per il falso si è infine appuntata su Costantino Simonidis, un calligrafo greco della metà dell’Ottocento, celebre autore di molti falsi con cui tentò (a volte riuscendoci) di ingannare studiosi di tutta Europa.

Il Papiro di Artemidoro fu esposto la prima volta nel 2006 a Palazzo Bricherasio, in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino

Il Papiro di Artemidoro fu esposto la prima volta nel 2006 a Palazzo Bricherasio, in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino

Il Papiro di Artemidoro era stato esposto una sola volta nel 2006, in occasione dei Giochi Olimpici Invernali, a Palazzo Bricherasio. La nuova esposizione del Papiro di Artemidoro al Museo Archeologico di Torino è stata resa possibile dalla collaborazione fra la Compagnia di San Paolo, la direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Piemonte e la soprintendenza per i Beni archeologici del Piemonte. Il pubblico accede alla mostra attraverso uno scenografico tunnel, che permette di comprendere la storia del papiro attraverso video e supporti multimediali, fino alla sala che ospita il reperto, posto in una teca di vetro con una bassa, ma suggestiva, illuminazione dettata da motivi di conservazione.  “Il nostro museo”, spiega Egle Micheletto, soprintendente per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie, “accoglie il Papiro di Artemidoro, destinando al suo allestimento alcuni ambienti delle orangerie sabaude, a corollario della Sezione Collezioni inaugurata nel 1989, in un nuovo percorso di visita che potrà vedere esposti a breve altri materiali dell’Egitto greco-romano”.