Archivio | ottobre 2021

Agrigento. Al museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” il film “Il sogno di Olimpia” di Davide Borra

Locandina del film “Il sogno di Olimpia” di Davide Borra

Appuntamento da non perdere domenica 10 ottobre 2021, alle 16, al museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento: in sala Tommaso Fazello proiezione del film “Il sogno di Olimpia” ovvero “La meravigliosa storia del tempio di Zeus di Akragas” (Italia 2019, 90’), scritto e diretto da Davide Borra per il parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento. Prodotto da No Real Interactive srl e Arca Studios. Il film si inserisce in un progetto che vuole promuovere la didattica digitale e multimediale all’interno del Parco Valle dei Templi. Casting di Marco Savatteri. Doppiaggio del leggendario Telamone Gabriel Glorioso. Un applauso agli attori della Casa del Musical Giovanni Romano, Gerlando Chianetta, Francesca Licari e la piccola “Olimpia”, Aurora Principato. Costumi e trucco Valentina Pollicino. Staff tecnico coordinato dalla straordinaria Laura Vento. E la direzione fa un invito, soprattutto ai giovani spettatori: “Prima di andare via, passa a salutare il Telamone nella sala Zeus del museo”.

La XXII Giornata europea della Cultura ebraica approda al museo Archeologico nazionale di Taranto con la tavola rotonda  “Le sfide del dialogo interreligioso”

Stele con la menorah conservata al museo Archeologico nazionale di Taranto (foto MArTa)

Il museo Archeologico nazionale di Taranto racconta la Taranto multietnica e multiculturale, con le sue numerose comunità attestate dalle fonti scritte ed archeologiche. Per la XXII Giornata Europea della Cultura Ebraica, i “dialoghi” partono da Padova, città capofila di quest’anno, fino ad approdare al MArTA di Taranto che, insieme all’associazione Italia-Israele – sez. di Bari “Alexander Wiesel” (presidente prof. Guido Regina), organizza per la mattina di domenica 10 ottobre 2021 una tavola rotonda nella sala incontri del museo (ingresso da corso Umberto). Alle 11 si parlerà de “Le sfide del dialogo interreligioso”. Introdurrà e modererà i lavori la prof.ssa Maria Pia Scaltrito (esperta di storia dell’ebraismo di Puglia e Basilicata). Intervengono il prof. David Meghnagi (università Roma Tre), il prof. Ottavio di Grazia (università Suor Orsola Benincasa di Napoli), Silvia De Vitis (archeologa medievista), Andrea Mariggiò (dirigente scolastico – dottore di ricerca in Letteratura ebraica). Le conclusioni saranno affidate alla professoressa Maria Pia Scaltrito, esperta di storia dell’ebraismo in Puglia e Basilicata.

Roma. Per “Etru di sera” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia anteprima del progetto “Anche le statue parlano”, viaggio alla scoperta dei capolavori del museo attraverso la musica e la voce di giovani attori

Locandina del progetto “Anche le statue parlano” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

E se gli Sposi del sarcofago cominciassero a parlare, che cosa direbbero? A rispondere ci prova il cantautore Edoardo de Angelis con il progetto “Anche le statue parlano” a cura dell’associazione culturale CulturArti”. Un progetto innovativo di valorizzazione culturale accessibile a tutti, con l’inclusione in particolare dei non vedenti e ipovedenti, ideato per far conoscere le storie e i tesori che si nascondono nel museo di Villa Giulia attraverso la musica e la voce di giovani attori. Nell’ambito di ETRU DI SERA, le aperture serali straordinarie del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il nuovo progetto dell’associazione culturale CulturArti si presenta con un’anteprima assoluta. Appuntamento sabato 9 ottobre 2021, alle 20 e alle 21.30, con “Anche le statue parlano… Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia”, che nasce come un vero e proprio viaggio all’indietro nel tempo, di tipo espressivo e artistico: un percorso tra le opere più significative del Museo, che ci racconteranno la loro storia attraverso la voce di due giovani attori: Silvia Morigi e Alessandro Lupi. Le “voci” delle opere sono state redatte da Edoardo de Angelis, uno dei nomi più significativi della canzone d’autore italiana.

ETRU DI SERA. Aperture serali straordinarie del museo di Villa Giulia dalle 20 alle 23 (la biglietteria apre alle 19.30; ultimo ingresso alle 22). Chiusura sale espositive alle 22.30. Per “Anche le statue parlano” previsti due gruppi: alle 20 e alle 21.30. Posti limitati. Obbligo di prenotazione all’indirizzo ac.culturarti@yahoo.com. Evento incluso nel biglietto del Museo al costo di 3 euro. Sono previste visite guidate a cura del personale del Museo. Tutti gli eventi prevedono l’obbligo di prenotazione e si svolgono nel rispetto delle norme anti Covid. L’ingresso è consentito con esibizione del Green Pass corredato di un valido documento di riconoscimento. Durante l’apertura serale è possibile visitare le mostre temporanee in corso: “Felice Barnabei. Gocce di memorie private” (fino al 10 ottobre 2021) e “Libri stregati a Villa Giulia” (fino al 10 ottobre 2021).

Bologna. 1871-2021: nel 150mo della scoperta della Grotta del Farneto da parte di Francesco Orsoni doppia giornata di studio tra San Lazzaro di Savena e la sede del parco regionale dei Gessi bolognesi. Ecco il ricco programma del convegno che si può seguire anche on line. Libri ricordano le figure di Orsoni e Fantini

È il 1871 quando Francesco Orsoni, uno dei precursori dell’archeologia preistorica bolognese, scopre la Grotta del Farneto, sita al centro di una vasta zona carsica tutelata dall’Ente Parco, famosa fin dal secolo scorso per l’ingente messe di reperti archeologici, rinvenuti nei pressi dell’ingresso risalenti a diverse fasi dell’Età del Bronzo. 1871-2021: sono passati 150 anni dalla scoperta della Grotta del Farneto, anniversario che viene celebrato sabato 9 e domenica 10 ottobre 2021 con due giornate dedicate a un monumento sospeso fra natura e storia. La Sala Eventi della Mediateca di San Lazzaro di Savena e la sede del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa al Farneto ospitano, rispettivamente sabato e domenica, “1871-2021 150° Anniversario della scoperta della Grotta del Farneto”, un convegno tematico sulla Grotta del Farneto e il carsismo profondo nel settore Zena-Idice, con una sezione dedicata ai problemi di salvaguardia delle aree carsiche dell’Emilia Romagna, promosso da Comitato Organizzatore del Convegno “I 150 anni della Grotta del Farneto”, Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese, Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna, Ente di gestione Parchi dell’Emilia Orientale, Comune di S. Lazzaro di Savena, con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna, Ente di Gestione Parchi dell’Emilia Orientale, Comune di Bologna, Comune di S. Lazzaro di Savena, Società Speleologica Italiana, Istituto Italiano di Speleologia e la collaborazione del Museo Civico Archeologico di Bologna e del Museo della Preistoria “Luigi Donini”, di S. Lazzaro di Savena. In seguito alle attuali disposizioni, che regolano il numero di partecipanti alle manifestazioni in ambienti chiusi, il numero massimo di presenti al Convegno è stato contingentato in 60 persone dietro iscrizione, attualmente chiusa. Sono indispensabili l’esibizione del Certificato verde e, in interno, l’uso della mascherina. Comunque chiunque desideri assistere da remoto alla prima sessione del Convegno, il mattino del 9 ottobre 2021, potrà seguirla in diretta streaming su YouTube, all’indirizzo: www.youtube.com/c/ComunediSanLazzaroVideo.

L’ingresso della grotta del Farneto in una immagine intorno al 1960 (foto comune s. lazzaro di savena)

Meta sin dalla prima scoperta di continue escursioni da parte di insigni studiosi, ma anche di semplici visitatori attratti dal fascino e vicinanza di una cavità facilmente percorribile, la Grotta, pur mostrando le ferite inferte dal tempo e (soprattutto) dall’uomo offre, ad un secolo e mezzo dalla sua esplorazione, notevoli spunti di riflessione sul tema della conservazione, tutela e valorizzazione dei beni naturali e storici degli affioramenti carsici del territorio sanlazzarese. Animano il Convegno, fortemente voluto dal Comitato Organizzatore presieduto dal Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese, i rappresentanti di diverse Istituzioni coinvolte nel progetto permanente di recupero dei valori che la Grotta racchiude e custodisce. Nelle due giornate di lavoro si alternano interventi mirati a far comprendere la complessità e intreccio che da sempre lega il delicato ecosistema gessoso all’uomo: Sabato 9 ottobre 2021 verranno affrontati gli aspetti geomorfologici del carsismo del “sistema” Farneto, oggetto di recentissime indagini. In questa stessa sessione troveranno spazio anche approfondimenti sulle principali testimonianze preistoriche dei Gessi, a partire da quelle rinvenute nella Grotta stessa. Domenica 10 sarà la volta della presentazione dei video sulle grotte dell’Emilia-Romagna, prodotti e realizzati di recente dalla Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna e dal Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese. In questo stesso contesto verranno illustrati dagli Autori la nuova guida a stampa dedicata ai fenomeni carsici del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e i volumi incentrati su Francesco Orsoni e Luigi Fantini, due pionieri il cui operato ha fornito un insostituibile apporto allo sviluppo della speleologia e dell’archeologia preistorica. A chiusura del simposio avranno luogo l’inaugurazione della nuova lapide dedicata alla memoria di Francesco Orsoni e la presentazione delle tavole che illustrano il nuovo rilievo topografico della Grotta e del sistema carsico di cui fa parte.

Programma 9 ottobre 2021, ore 8-14: prima SESSIONE, nella Sala Eventi della Mediateca di S. Lazzaro di Savena. Alle 8.30, indirizzi di saluto delle autorità; 8.45, apertura dei lavori con l’esposizione delle Relazioni ufficiali: David Bianco (parco regionale dei Gessi Bolognesi) su “L’esperienza e i progetti del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi nella fruizione dell’ambiente carsico: Grotta del Farneto, Grotta della Spipola e Risorgente dell’Acquafredda”; Massimo Ercolani (FSRER) su “I problemi della salvaguardia e della fruizione pubblica dei fenomeni carsici in ER, con particolare riferimento alla distruzione di Monte Tondo”; Jo De Waele (Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali della Terra dell’università di Bologna) su “Il paesaggio dei Gessi, la sua evoluzione ed il contributo della Speleologia”; Luca Pisani (Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali della Terra dell’università di Bologna e GSB-USB) su “Il sistema carsico della Buca di Ronzana-Grotta del Farneto. Esplorazioni ed osservazioni geomorfologiche”. Alle 11.20, dopo il coffee break, Laura Minarini e Paolo Bonometti (Museo Civico Archeologico) su “Il riordino dei reperti archeologici rinvenuti nella Grotta del Farneto”; Monica Miari, Sahra Talamo, Maria Giovanna Belcastro (Sabap Bologna, Dipartimento di Chimica “Giacomo Ciamician”, Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali (BiGeA) dell’università di Bologna) su “Le datazioni e lo studio dei resti osteologici umani del Sottoroccia del Farneto e della Grotta Marcel Loubens”; Gabriele Nenzioni (museo della Preistoria “L. Donini”) su “Fiamma Lenzi: Il contributo delle ricerche speleologiche per la storia del popolamento dei Gessi Bolognesi, alla luce dei nuovi studi”.

Copertina della “Guida ai fenomeni carsici del parco regionale dei Gessi bolognesi”

Programma 10 ottobre 2021, ore 8-14: seconda SESSIONE nella Sede del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi, al Farneto. GSB-USB: Presentazione dell’elaborato grafico del nuovo rilevamento topografico della Grotta del Farneto, a cura di Luca Pisani (GSB-USB); presentazione dei volumi pubblicati da GSB-USB, Parco e FSRER nel triennio 2019-2021: “Francesco Orsoni. Storia di un Bolognese, pioniere della Speleologia e dell’Archeologia Preistorica” di Claudio Busi; “Guida ai fenomeni carsici del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi”, del GSB-USB a cura di Paolo Forti, Paolo Grimandi e Piero Lucci; “Luigi Fantini. Vita e ricerche di un uomo straordinario” di Claudio Busi e Paolo Grimandi; presentazione del video realizzato dalla FSRER: “Le Grotte nei Gessi dell’Emilia-Romagna” a cura di Francesco Grazioli e Piero Lucci; presentazione dei video immersivi realizzati dal GSB-USB, a cura di Sergio Orsini e Francesco Grazioli. Alle 11.20, dopo il coffee break, all’ingresso inferiore della Grotta del Farneto: inaugurazione della nuova lapide che il GSB-USB, l’Ente Parchi E.O. e la FSRER dedicano alla memoria di Francesco Orsoni ed inaugurazione delle tavole che illustrano il nuovo rilievo topografico della Grotta e del Sistema carsico di cui fa parte.

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Francesco Orsoni, scopritore della Grotta del Farneto

Chi è Francesco Orsoni. Nel 1871 Francesco Orsoni, figura assolutamente originale nell’ambito delle ricerche preistoriche avviate in territorio bolognese nel secondo Ottocento, scopre la Grotta del Farneto, uno dei più importanti insediamenti preistorici dell’Emilia-Romagna, e non solo. Autodidatta, eppure sorretto da una grande acutezza intellettuale e da un animo esuberante, Orsoni dà luogo a una serie di scavi nell’imponente stratificazione archeologica posta nei pressi dell’ingresso portando alla luce una delle più rilevanti collezioni riferibili a diverse fasi dell’età del Bronzo, oggi in gran parte custodite nel museo Archeologico di Bologna. Per merito suo e della sua caparbietà, prima che le avverse condizioni economiche e di salute lo costringessero all’abbandono delle ricerche, la Grotta, oltre a divenire meta irrinunciabile di escursioni da parte di comitive o semplici curiosi, attira l’interesse di alcuni degli artefici delle nascenti discipline preistoriche, Giovanni Capellini ed Edoardo Brizio, che nel corso del secondo Ottocento dedicano al deposito archeologico e alle sue evidenze materiali note e saggi di studio. La fama del “monumento preistorico” viene alimentata anche da altre illustri visite: Alessandro Albicini ed Enrico Panzacchi celebrano in rima il glorioso passato del Farneto, mentre Cesare Zanichelli e Giosuè Carducci, affascinati dal luogo, cercano di favorire, con il loro potere e fama, il lavoro di un Francesco Orsoni in perenne ricerca di fondi per sopravvivere e continuare le indagini sul giacimento.

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Luigi Fantini, ricercatore naturalista

Chi è Luigi Fantini. L’inesorabile decadenza del luogo che segue alla scomparsa dello scopritore viene colmata diversi decenni dopo da Luigi Fantini che, nato a pochi passi dalla celebre Grotta, eredita l’animo esuberante e appassionato di Orsoni. Eclettica figura di ricercatore naturalista che alterna con sapiente disinvoltura l’esplorazione del sistema carsico bolognese a ricerche nel campo della mineralogia, paletnologia e insediamenti storici dell’Appennino, Luigi Fantini riscopre le valenze preistoriche del sito con l’individuazione nel 1924, a pochi passi dalla Grotta, di un sistema sepolcrale “a grotticelle” in uso durante la prima età del Rame (denominato “Sottoroccia del Farneto”) che restituisce resti umani e oggetti di corredo. La rapida decadenza del luogo, favorita dalla devastante attività estrattiva del gesso – già attiva al tempo della riscoperta dell’importanza del sito da parte di Fantini – che causa il profondo dissesto dell’intero versante, culminando nel 1991 col crollo del pilastro di ingresso della cavità. Da allora è lenta rinascita, grazie in primo luogo al GSB-USB – Gruppo Speleologico Bolognese- Unione Speleologica che ha profuso il suo costante impegno per la salvaguardia di questo straordinario monumento – decretato di interesse pubblico sin dal 1965 ai sensi delle leggi vigenti al tempo sulla protezione delle bellezze naturali e la tutela delle cose di interesse artistico e storico.  L’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni attirata su di esso finalmente ha favorito la creazione nel 1988 del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell’Abbadessa.  Nel 2008 ingenti lavori promossi dal Parco ripristinano un nuovo accesso alla Grotta che da quel momento comincia ad ospitare visite guidate in grado di approfondire gli aspetti peculiari del carsismo locale. A 150 anni di distanza, profondamente mutata nel suo aspetto originale, la grotta continua nella sua funzione di presidio sospeso fra natura e storia.

Torino. Al museo Egizio “Silent Wifi Concert”: un modo nuovo di vivere e ascoltare il museo. Liberi di passeggiare tra le sale, accompagnati dalle note del pianoforte di Andrea Vizzini in cuffie wi-fi. Due performance serali

Locandina dell’evento “Silent wi-fi Concert” al museo Egizio di Torino

Ammirare l’imponente statuario e i reperti archeologici dell’antico Egitto e allo stesso tempo ascoltare un concerto di musica classica e un reading di poesie dedicate alla notte: è il “Silent Wifi Concert”. Succede a Torino al museo Egizio, la sera di sabato 9 ottobre 2021, dove il pubblico, passeggiando tra le sale del Museo, attraverso un sistema di cuffie wi-fi ad alta fedeltà, potrà ascoltare live al piano Andrea Vizzini e la voce narrante Antonio Gargiulo. Il museo Egizio in collaborazione con PianoLink e Yamaha Music Europe branch Italy offre dunque una nuova esperienza ai suoi visitatori. Un percorso di musica e poesia dedicato alla notte, da ascoltare in cuffie wi-fi ad alta fedeltà. Un modo nuovo di vivere e ascoltare il museo: liberi di passeggiare tra le sale, accompagnati dalle note del pianoforte di Andrea Vizzini.

Andrea Vizzini al piano e Antonio Gargiulo voce narrante (foto mibact)

Il duo, che si è già esibito al Louvre di Parigi e nella Valle dei Templi ad Agrigento, approda per la prima volta a Torino al museo Egizio con due performance: la prima alle 19.30 (con ingresso dalle 18.50) e la seconda alle 22.30 (con ingresso dalle 21.50). L’ingresso a fasce orarie è per garantire il distanziamento. Entrambe le esibizioni durano un’ora e offrono l’occasione di visitare alcune sale del Museo anche prima e dopo il concerto. È possibile acquistare il biglietto su http://www.museoegizio.it al costo di 15 euro, selezionando la data del 9 ottobre 2021 e la fascia orario preferita. Gli artisti si esibiranno in Galleria dei Re, con il silent piano di Yamaha che diffonderà la musica nelle cuffie dei visitatori, liberi così di passeggiare tra le diverse sale del Museo, che per l’occasione sarà aperto in via del tutto eccezionale di sera.

Bologna. Presentazione del libro “Le saline romane e il territorio di Cervia. Aspetti ambientali e infrastrutture storiche” che illustra la scoperta della salina romana, al momento l’unica in tutto il Mediterraneo con una documentazione archeologica completa

Ricostruzione della salina romana di Cervia (foto sabap-bo)

È il 2015 quando, in occasione della realizzazione di una rotatoria stradale, viene scoperta la salina romana di Cervia. Lo scavo ha infatti confermato che la coltivazione del sale a Cervia si può fare risalire all’età romana, retrodatandone quindi l’esistenza visto che il primo documento che ne fa menzione risale al 965. L’indagine archeologica ha portato in luce una serie di canali, vasche e strutture in legno dotate di paratie, oltre ad alcuni piani pavimentali in battuto. Lo scavo è stato affiancato da analisi geopedologiche, paleozoologiche e paleobotaniche (pollini, macroresti, taxa) che hanno consentito di determinare le caratteristiche naturali dell’area e di meglio inquadrarne l’evoluzione nel tempo, permettendo l’identificazione delle specie arboree e vegetali presenti nell’area ai fini della definizione dell’aspetto paesaggistico del territorio all’epoca (vedi A Cervia si presenta il libro di Chiara Guarnieri “La salina romana e il territorio di Cervia” scoperta nel 2015, uno dei pochissimi impianti documentati archeologicamente nel bacino del Mediterraneo | archeologiavocidalpassato).

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Copertina del libro “Le saline romane e il territorio di Cervia. Aspetti ambientali e infrastrutture storiche”

Venerdì 8 ottobre 2021, alle 15.30, nella sede della Sabap-Bo, a Palazzo Dall’Armi Marescalchi, in via IV Novembre 5 a Bologna, presentazione del libro “Le saline romane e il territorio di Cervia. Aspetti ambientali e infrastrutture storiche” a cura di Chiara Guarnieri, Bologna 2019. Il volume, curato da Chiara Guarnieri, archeologa della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara,  illustra la scoperta della salina di età romana rinvenuta a Cervia, poco lontano gli attuali impianti di coltivazione del sale. Il rinvenimento è il frutto di un atto di tutela legato all’applicazione dell’archeologia preventiva nell’ambito della realizzazione di opere pubbliche, in questo caso una nuova rotatoria sulla statale Adriatica. Sebbene in antichità gli impianti salinari fossero molto diffusi in tutto il bacino del Mediterraneo, sono peraltro pochissimi quelli attestati archeologicamente; Cervia è al momento l’unico che possa presentare una documentazione archeologica completa. Si tratta in particolare di strutture realizzate in legno, dotate di paratie che permettevano all’acqua salata di fluire entro i bacini di essiccazione. Di notevole interesse l’esistenza di molti frammenti di legno reimpiegato nelle strutture, provenienti per la maggior parte da imbarcazioni, sia del tipo a mortase e tenoni sia del tipo “cucito”: una vera e propria “scoperta nella scoperta”. Su una parte di legni, resti animali e suoli si sono compiute analisi del carbonio 14 che, accanto a considerazioni di tipo stratigrafico, hanno consentito di inquadrare la vita della salina tra la fine del III sec. a.C. e la metà del I d.C. In seguito l’area è stata occupata da alcune sepolture. Il meticoloso lavoro di registrazione dei dati svolto durante lo scavo ha dunque consentito di ipotizzare il funzionamento della salina e di delinearne le fasi d’uso sino al suo abbandono e alla successiva occupazione di quest’area. La presenza sullo scavo di diverse professionalità (geopedologo, archeobotanico, archeozoologo, antropologo) ha contribuito a delineare gli aspetti ambientali, faunistici e vegetazionali dell’area in età romana.

L’allestimento del museo del Sale a Cervia (foto musa)

La seconda parte del volume illustra la sezione dedicata alla storia del territorio, con particolare attenzione all’aspetto archeologico, che è stata recentemente inaugurata al museo del Sale di Cervia, tra cui i resti di una nave bizantina. È stato possibile portare alla pubblica fruizione materiali archeologici che diversamente erano conservati in disparati magazzini, ricostruendone i contesti di provenienza, e restituendo in questo modo alla comunità cervese, e non solo, aspetti inediti della storia del territorio.

Museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma: nei venerdì di ottobre apertura straordinaria di Villa Poniatowski con il nuovo allestimento delle tombe Barberini e Bernardini di Palestrina, due tra i più importanti corredi principeschi del periodo Orientalizzante

Il nuovo allestimento delle tombe principesche di Palestrina a villa Poniatowski (foto etru)

La “prova generale” durante le Giornate europee del Patrimonio il 24 e 25 settembre 2021 al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma: l’apertura al pubblico di Villa Poniatowski con il nuovo allestimento delle tombe Barberini e Bernardini di Palestrina, due tra i più importanti corredi principeschi del periodo Orientalizzante, risalenti all’inizio del VII secolo a.C., di nuovo esposti dopo otto anni chiusi alle visite. Villa Poniatowski riapre straordinariamente al pubblico tutti i venerdì di ottobre 2021, dalle 10 alle 14 e dalle 15 alle 18. Ingresso contingentato per motivi di sicurezza a cura del personale in servizio. Il biglietto si acquista nella sede di Villa Giulia e dà accesso a tutte le collezioni e alle mostre temporanee in corso.

Gli straordinari corredi delle tombe principesche di Palestrina esposti a villa Poniatowski (foto etru)

Ciascun corredo è composto da decine di oggetti di inestimabile valore e da alcuni capolavori assoluti dell’oreficeria, della bronzistica e della scultura in avorio di questo periodo. Materiali provenienti dal vicino Oriente e dall’Egitto figuravano insieme a gioielli e vasellame di produzione etrusca, rendendo i “principi” che li indossavano e li utilizzavano simili ai monarchi più influenti del Mediterraneo orientale. Questa è una peculiarità del periodo Orientalizzante ed è manifestata ad altissimo livello dalle due sepolture prenestine che, pur provenendo da un’area culturale di influenza latina, beneficiavano del controllo delle vie di transito e delle risorse ad esse connesse per rappresentarsi al massimo livello di sfarzo possibile come e anche in modo più esuberante dei loro vicini Etruschi sull’opposta sponda del fiume Tevere. Il progetto dell’attuale allestimento è dell’architetto Andrea Mandara con la collaborazione di Claudia Pescatori (Studio di Architettura, Roma), il progetto grafico è di Francesca Pavese, l’organizzazione generale di Electa; il progetto scientifico è stato curato da Antonietta Simonelli, funzionario archeologo del museo di Villa Giulia e curatore della sezione museale di Villa Poniatowski, con la supervisione del direttore Valentino Nizzo. L’allestimento è stato realizzato dal personale del Museo coordinato dalla funzionaria restauratrice Miriam Lamonaca supportata dalla collega Irene Cristofari.

La vetrina a villa Poniatowski con il corredo della tomba Barberini di Palestrina (foto etru)

La Tomba Barberini. Nel 1855 nel fondo della Colombella, che insisteva sull’area di necropoli dell’antica Praeneste (attuale Palestrina), viene riportata alla luce la Tomba Barberini, fondamentale testimonianza del periodo Orientalizzante nel Latium vetus e, più in generale, uno dei contesti più rappresentativi di una fase storica e artistica profondamente influenzata dai contatti tra Oriente e Occidente, mediati, tra gli altri, dai Greci e dai Fenici. Insieme con altre centinaia di oggetti di scavo, il contesto della Tomba Barberini, attraverso l’omonima collezione della celebre nobile famiglia romana, viene acquisito dallo Stato italiano nel 1908 per 350mila lire e, grazie all’interessamento dell’allora direttore Angelo Maria Colini, viene destinato al museo di Villa Giulia, nato nel 1889 e subito divenuto un punto di riferimento nel panorama museografico romano.

Fermaglio in oro, a sbalzo e granulazione, dal corredo della Tomba Barberini di Palestrina esposta a villa Poniatowski (foto etru)

Presentando la Collezione nel Bollettino d’Arte del 1909 Alessandro Della Seta nota come nello scavo della Tomba Barberini non si fosse prestata alcuna attenzione al contesto e che una ricostruzione del corredo era stata possibile solo a posteriori mettendo insieme le prime notizie sul rinvenimento, individuando affinità stilistiche tra gruppi di oggetti e ricorrendo al confronto con le associazioni già riscontrate nella Tomba Bernardini (675-650 a.C.). E infatti nel nuovo allestimento, appena inaugurato a settembre 2021, il posizionamento del corredo della Tomba Barberini segue per analogia quello dell’altra tomba prenestina. Intorno alla sagoma del defunto trovano posto gli ornamenti personali in oro, come la meravigliosa piastra decorata con piccole figure di animali reali e fantastici eseguiti a sbalzo e a granulazione, lo spillone dalla testa d’argento a forma di bocciolo di fiore e la fibula a “drago”.

Trono in lamina di bronzo decorata a sbalzo dal corredo della Tomba Barberini di Palestrina conservato a villa Poniatowski (foto etru)
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Coppa (kotyle) di bronzo a doppia parete dal corredo della Tomba Barberini di Palestrina esposta a villa Poniatowski (foto etru)

Tra gli oggetti d’avorio già Della Seta dava grande rilievo, accanto ai calici su alto piede, al corno musicale (?) decorato con incisioni e incrostazioni di ambra e ai tre sorprendenti avambracci lavorati a intaglio con fregi di animali e terminanti a forma di mano, interpretati come manici di specchi o di ventagli. L’altissimo rango sociale del personaggio, a cui doveva essere appartenuto il corredo, è evidenziato dalla ricca dotazione di oggetti per il banchetto sia in bronzo, come il cratere con teste di grifo su alto sostegno, le brocche e le coppe, sia in argento dorato, come le coppe a due manici (kotylai) e la coppa “fenicia”; ma ancor di più ne sottolineano la funzione regale e sacerdotale nell’ambito della comunità di riferimento il trono di lamina di bronzo e gli oggetti legati alla cottura delle carni e alla celebrazione di sacrifici, come l’ascia, il coltello, i bacini, le patere baccellate, il carrello per offerte.

La fibula prenestina, in oro, con la più antica testimonianza della lingua latina

La Tomba Bernardini, scoperta nel febbraio del 1876, prende il nome dai fratelli che ne finanziarono lo scavo nel territorio dell’antica Praeneste (attuale Palestrina). Il suo corredo, originariamente esposto nel museo Kircheriano e poi in quello preistorico-etnografico “Luigi Pigorini”, venne infine dal 1960 trasferito nel museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, dove oggi è conservato nell’adiacente Villa Poniatowski. L’unico oggetto rimasto nella sezione preistorica dell’odierno museo delle Civiltà, erede del “Pigorini”, è la celebre fibula prenestina, con la più antica iscrizione latina fino ad oggi nota. Considerata fino a pochi anni fa un falso e oggi finalmente riabilitata dalla critica grazie ad approfondite indagini archeometriche, la fibula era riemersa diversi anni dopo la scavo della Tomba Bernardini, in circostanze sospette che avevano fatto dubitare della sua autenticità e della sua appartenenza al celebre corredo prenestino, cui invece diverse testimonianze la attribuivano.

Piastra d’oro decorata con file di leoni, cavalli, chimere e sfingi dal corredo della Tomba Bernardini esposta a Villa Poniatowski (foto etru)

La tomba era a pseudocamera consistente in una fossa rettangolare irregolare (m 5,45×3,82/3,92) orientata E-O e profonda ca 1,70 m; le pareti erano rivestite da filari di blocchi di tufo con copertura a lastroni di calcare e travertino; sul fondo vi era un incavo lungo circa 2 metri presso il lato Sud. La disposizione del corredo è nota grazie al sopralluogo effettuato dopo la scoperta dal celebre archeologo tedesco Wolfgang Helbig e alla pubblicazione che ne seguì. Gli ornamenti personali in oro e in argento, come la piastra, la fibula, i fermagli, le frange, da immaginarsi sul petto e sulle spalle quale parte integrante dell’abbigliamento, si concentravano nella zona Est dell’incavo, confermando sia il luogo della deposizione del corpo, già suggerito dal ritrovamento di ossa umane, poi gettate via, che il suo orientamento.

Finale angolare di carro di bronzo con figurine applicate dal corredo della Tomba Bernardini di Palestrina (foto etru)

Sull’orlo della fossa verso Sud trovavano posto le armi (lance di ferro, spada d’argento e spada di ferro), mentre nella parte opposta vi erano i finali di bronzo, pertinenti con ogni probabilità a un carro. Sulla parete Sud erano appesi i tre scudi, mentre lungo quella Est vennero ritrovati il grande calderone di bronzo a protomi di grifo, con all’interno una coppa di bronzo e il suo sostegno. Tutti questi oggetti raccolti nella zona Est della tomba, a cui si possono unire le due falere d’argento rivestite di lamina d’oro, pertinenti la bardatura di un cavallo, sono segni distintivi del ruolo sociale del defunto quale principe guerriero.

Piccolo calderone d’argento dorato decorato con sei teste di serpente dal corredo della Tomba Bernardini esposto a Villa Poniatowski (foto etru)
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Lebete d’argento con coperchio a colino, attingitoio e coppa dal corredo della Tomba Bernardini esposti a Villa Poniatowski (foto etru)

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Coppa di vetro blu dal corredo della Tomba Bernardini esposta a Villa Poniatowski (foto etru)

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Coppa “fenicia” d’argento dorato con fregi di tori e cavalli dal corredo della Tomba Bernardini esposta a Villa Poniatowski (foto etru)

Nella zona Ovest della tomba trovano posto, invece, gli oggetti da ricondursi al banchetto e all’offerta, rappresentativi della condizione socio-economica del defunto, come la coppa (kotyle) d’oro, il calderone a teste di serpenti, le coppe “fenicie” in argento dorato, il lebete con coperchio a colino e attingitoio d’argento, la coppa di vetro blu, gli avori per il rivestimento di scatole o mobili, tra cui risalta il frammento con scena nilotica, il tripode con statuette maschili e cani affacciati sull’orlo; rientrano in questa tipologia di oggetti anche le coppe d’argento appartenenti a un servizio potorio destinato al consumo del vino insieme con la grattugia, mentre il calderone di bronzo con gli spiedi e gli alari sono da collegarsi alla cottura e alla distribuzione delle carni, appannaggio esclusivo degli esponenti dell’aristocrazia. Per tecniche esecutive, tipologica e decorazioni gli oggetti del corredo trovano stringenti confronti con materiali provenienti da Fenicia, Siria, ma anche Grecia insulare e orientale, rappresentando nel loro complesso uno degli esempi più significativi dell’Orientalizzante Antico nell’Italia centrale, dove a oggetti di importazione se ne affiancano altri fabbricati in Italia da artigiani immigrati, che propongono ai nuovi signori un repertorio figurativo diffuso nelle corti del Vicino Oriente segno di prestigio e regalità. La cronologia dei materiali oscilla tra la fine dell’VIII e il secondo quarto del VII secolo a. C. e, grazie a oggetti datanti come la kotyle d’oro, la tomba può essere riferita al 675- 660 a.C.

Noceto (Pr). Ci siamo: con l’inaugurazione del museo della Vasca Votiva si compie l’atto finale di un cammino durato, tra scavo, restauro e ricostruzione, 15 anni. Al pubblico si offre un’esperienza immersiva, multisensoriale e multimediale, nella pianura padana terramaricola di 3500 anni fa

Ebbene ci siamo! Venerdì 8 ottobre 2021, alle 10.30, verrà inaugurato il museo della Vasca Votiva di Noceto in provincia di Parma. La Vasca rappresenta, per dimensioni, caratteristiche, significato e grado di conservazione, un “unicum” a livello europeo, tale da innovare profondamente le conoscenze scientifiche sull’ Età del Bronzo. Si tratta infatti di un monumento senza confronti fra le strutture lignee datate a questo periodo.

Il trasporto dei pesanti vetri per l’allestimento delle vetrine del museo della Vasca Votiva a Noceto (Pr) (foto mic-ero)
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L’assemblaggio dei legni che costituivano la vasca votiva per l’allestimento del museo della Vasca Votiva a Noceto (Pr) (foto mic-ero)

Fervono gli ultimi preparativi per completare il museo entro il taglio del nastro. “I contenuti delle vetrine sono al loro posto”, raccontano i tecnici al lavoro in queste ore: “le prove fatte, seppure con supporti di fortuna, hanno facilitato il lavoro e in diversi casi si è riusciti a mettere anche qualche reperto in più rispetto a quanto ipotizzato. Il momento più difficile per le vetrine non è stato dunque l’allestimento dei reperti, bensì quello della messa in posto dei vetri. Alcuni di essi, particolarmente grandi, rischiavano addirittura di non passare dalla porta di ingresso! Ben sei persone sono state necessarie per movimentarli e, con estrema attenzione, indicazioni di manovra nonché qualche brivido, anche questi hanno varcato la fatidica porta. Davanti alla vetrina di destinazione sono stati puliti fuori e dentro, poi montati: questo era l’altro momento delicatissimo, perché i vetri così grandi e con i bordi molati in obliquo a 45 ° (per meglio far combaciare gli angoli delle diverse lastre) rischiano, per un colpo anche piccolo, di creparsi. Contemporaneamente altri professionisti hanno messo in funzione i dispositivi multimediali (per la verità non tanti), altre persone hanno sistemati un po’ di posti a sedere; poi è toccato alla vasca, riemersa dai teli un po’ impolverata ma senza aver perso nulla del suo fascino. Un po’ di maquillage a anche lei è a posto!”.

Con l’apertura del museo si compie l’atto finale di un cammino durato, tra scavo, restauro e ricostruzione, 15 anni, che ha visto collaborare in totale unità di intenti tutte le Istituzioni coinvolte. Oltre al Comune di Noceto, il progetto, infatti, ha interessato, sia in termini di finanziamento, sia in termini di collaborazione scientifica, il ministero della Cultura nonché l’università di Milano con il Dipartimento di Scienze della Terra “A. Desio” (professori Mauro Cremaschi prima, e Andrea Zerboni poi). Fondamentali sono stati anche gli ulteriori finanziamenti che l’Amministrazione Comunale ha ottenuto da parte della Regione Emilia-Romagna e della Fondazione Cariparma.

Locandina per l’inaugurazione del museo Archeologico Vasca votiva di Noceto (Pr)

Programma della giornata. Alle 10.30, inaugurazione e saluti istituzionali: Fabio Fecci, sindaco del Comune di Noceto; Corrado Azzollini, segretario regionale del ministero della cultura per l’Emilia-Romagna; Cristina Ambrosini, direttrice del Servizio Patrimonio Culturale dell’Emilia-Romagna; Marco Masetti, direttore del Dipartimento di Scienze della Terra “A. Desio”; Franco Magnani, presidente della Fondazione della Cassa di risparmio di Parma; Andrea Corsini, assessore al Turismo della Regione Emilia-Romagna. Alle 11.10, intervengono: Maria Bernabò Brea su “La Vasca di Noceto nel contesto dell’Età del Bronzo”; Mauro Cremaschi, docente dell’università di Milano, su “La struttura della Vasca: dallo scavo al museo”; Angela Mutti, funzionaria archeologa del MiC su “Il contenuto della Vasca: dallo scavo al museo”; Guillaume Pacetti, architetto “Il progetto del museo”.

La sistemazione nel museo della Vasca votiva di Noceto (Pr) dei reperti dell’Età del Bronzo da contesto terramaricolo (foto mic-ero)

Il percorso museale e l’organizzazione degli spazi, risultato di un accurato progetto architettonico, offriranno al visitatore un’esperienza immersiva, multisensoriale e multimediale. Oltre alla Vasca Votiva, elemento centrale di potente capacità attrattiva, nel museo saranno esposti un numero sorprendente di oggetti caratteristici della cultura terramaricola che caratterizzava circa 3500 anni fa, la quasi totalità della pianura Padana e la cui storia viene raccontata attraverso testi, immagini, ricostruzioni, video e dispositivi interattivi. Nella giornata di venerdì 8 ottobre 2021 a partire dalle 15 sarà possibile effettuare un breve tour all’interno del museo con ingressi ogni mezz’ora circa su prenotazione al numero 340 1939057. Da sabato 9 ottobre 2021 il museo sarà aperto dal giovedì alla domenica con i seguenti orari: 10-13 e 15-18 fino al 31 ottobre, poi 10-13 e 14-18.

Negrar. Nel sito archeologico di Colombare l’università di Milano ha scoperto la prima uva della Valpolicella: 6300 anni fa questo frutto veniva già consumato. “Ma attenzione: per ora nella terra dell’Amarone non si può parlare di vino del Neolitico. Non ci sono ancora le prove. Dobbiamo continuare le ricerche. Che però costano e richiedono tempo”

L’annuncio in locandina era dei più accattivanti per la Valpolicella, terra in provincia di Verona da sempre vocata alla vitivinicoltura: “6300 anni fa la prima uva della Valpolicella. Presentazione degli scavi dell’università di Milano alle Colombare di Negrar di Valpolicella”. E le aspettative sono state rispettate dagli intervenuti all’incontro in Azienda Agricola Villa Spinosa a Negrar di Valpolicella (Vr): Roberto Grison, sindaco di Negrar di Valpolicella; Vincenzo Tinè, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza; Brunella Bruno, responsabile tutela archeologica Verona città e parte comuni della provincia; Paola Salzani, co-direttrice scientifica di progetto; Umberto Tecchiati, direttore scientifico dello scavo e docente di Preistoria ed Ecologia preistorica dell’università di Milano; Cristiano Putzolu del Laboratorio di Preistoria Protostoria ed Ecologia Preistorica del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’università di Milano (PrEcLab).

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

“A quasi 70 anni dalle prime indagini a cura del museo di Storia Naturale di Verona”, spiegano al PrEcLab di Milano, “è stato compiuto un notevole salto in avanti nella conoscenza del sito di Colombare di Negrar e del suo paleoambiente. Grazie alle collaborazioni con le università di Mannhein e di Bologna per le datazioni al radiocarbonio e soprattutto con l’ateneo di Modena e Reggio Emilia per le analisi archeobotaniche, è stato possibile non solo estendere l’arco di vita del villaggio a quasi 3000 anni di frequentazione, ma anche scoprire la più antica attestazione della vite in Valpolicella, i cui frutti erano conosciuti già 6300 anni fa. Le analisi del paleoambiente, perno delle ricerche dell’équipe milanese, collocano insomma il sito archeologico di Colombare di Negrar nel cuore di un comprensorio ricco di potenzialità naturali, confermando la vocazione produttiva di quest’area del Veneto. Un elemento di continuità straordinario tra passato e presente, che potrà essere confermato solo dalle analisi dei nuovi campioni raccolti durante la campagna di scavo 2021, giunta al termine”.

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

Ma attenzione a non fare confusione o non azzardare conclusioni al momento premature. “Parliamo di uva, non di vino”, ribadiscono gli esperti del PrEcLab di Milano. “Siamo consapevoli del fascino suscitato dalla notizia. Eppure, per correttezza nei confronti del territorio, non ci pare giusto fare credere ciò che non è ancora stato dimostrato. 6300 anni fa si produceva il vino in Valpolicella? Al momento, dobbiamo dire che non lo sappiamo. Però sappiamo che si mangiava l’uva. La più antica uva della Valpolicella. È una notizia meravigliosa! Prima o poi, ci piacerebbe dirvi che qui si faceva anche il primo vino del territorio. Ma non è il momento. Questi dati non li abbiamo. Non ancora. Servono più ricerche, più analisi. Più fondi. Forse, più voglia del territorio stesso di riscoprirsi. Noi crediamo fortissimamente in questa ricerca. Crediamo possa fare bene a tutti: istituzioni, imprese locali, abitanti. Ma solo se vi raccontiamo davvero le cose come stanno e ci diamo la possibilità di riscoprire il passato insieme, un passo alla volta. Per questo, per noi, mettere i puntini sulle i è così importante”.

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

Storia e sviluppo delle ricerche a Colombare di Negrar. “Partiamo da una premessa”, spiegano gli esperti del PrEcLab: “Le nostre ricerche stanno dando ottimi frutti. Le analisi di laboratorio hanno rivelato la presenza di pollini di vite negli strati archeologici. Questo ci ha fatto ipotizzare che la pianta della vite, probabilmente ancora selvatica, fosse comunque accudita già nel Neolitico e sfruttata per i suoi frutti. Da quel che sappiamo finora possiamo ipotizzare che alle Colombare, nel Neolitico, si mangiasse l’uva. Non sappiamo altro”.

Ricerche nel sito archeologico di Colombare di Negrar di Valpolicella (foto PrEcLab)

“È impossibile che a Negrar 6300 anni fa ci fosse il vino? No”, assicurano al PrEcLab, giusto per non spegnere i legittimi entusiasmi dimostrati dal territorio. “Ma per poterlo affermare servono altri elementi. Per esempio, avere tracce di vino nei contenitori di ceramica. Ciò non significa che siamo alla ricerca spasmodica di tracce di vino nei contenitori. Dipenderà molto dalla qualità dei reperti trovati e dalla possibilità di raccogliere campioni. Insomma – concludono -, per ora niente vino. Siamo certi solo del consumo dell’uva 6300 anni fa. In quello che oggi è uno dei principali distretti del vino in Italia. Cosa significa? In pratica, che siamo di fronte a una bellissima notizia, ma che per parlare esplicitamente di vino Neolitico a Negrar… dobbiamo continuare le ricerche. Che però costano e richiedono tempo”.

Pompei. Rubato un chiusino in marmo dalla Casa di Sirico. Immediata la denuncia ai carabinieri. Avviate le indagini

Il chiusino in marmo rubato dalla Casa di Sirico a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

Furto a Pompei Scavi. Ne dà notizia il parco archeologico di Pompei. Lunedì 4 ottobre 2021 è stata riscontrata la rimozione di un chiusino in marmo (di circa 20 cm di diametro) pertinente a una bocca di cisterna in un ambiente della Casa di Sirico a Pompei. Il Parco l’ha prontamente denunciato l’accaduto al presidio interno Carabinieri che hanno avviato le indagini. Nella Casa di Sirico, regolarmente aperta al pubblico, sono in corso interventi di manutenzione ordinaria a cura dei restauratori del Parco. Nello specifico il rivestimento marmoreo della bocca di cisterna era stato sottoposto ad un intervento di messa in sicurezza ed erano state messe in opera delle staffe metalliche al fine di garantire un appoggio migliore al chiusino stesso. “La Direzione del Parco ha provveduto a denunciare immediatamente il furto alle forze dell’ordine”, dichiara il direttore Zuchtriegel. “Sono tuttora in corso verifiche, attraverso l’impianto di videosorveglianza interno per ricostruire l’accaduto, che auspichiamo  forniscano elementi per il recupero del reperto”.