Le aquile romane invadono Reggio Emilia: nell’ambito del progetto“2200 anni lungo la via Emilia” in centro la rievocazione storica “Aemilia, la strada dell’Impero: il ritorno delle legioni” con il gruppo di Archeologia Sperimentale Legio I Italica
I legionari porteranno l’aquila di Roma nel cuore di Reggio Emilia. Domenica 22 ottobre 2017, dalle 9 alle 18, la Legio I Italica invaderà pacificamente il parco del Popolo di Reggio Emilia a 2200 anni dalla sua fondazione per volontà del console Marco Emilio Lepido, che la istituì come forum intorno al 175 a.C., cioè come luogo di incontro tra Galli e Liguri autoctoni e coloni romani, lungo quell’asse strategico che era la via Aemilia, tracciata nel 187 a.C. dallo stesso Marco Emilio Lepido, favorendo così il radicamento di una cultura in grado di superare differenze tra popolazioni e alimentare relazioni. E fare della strada o della via Aemilia, elemento unificante della regione che tuttora ne conserva il nome, un ponte fra la romanità e la contemporaneità e luogo ideale in cui generare dibattiti, punti di vista, confronti tra antichità e attualità, tradizione e innovazione, è quanto si propone Reggio Emilia nell’ambito del progetto“2200 anni lungo la via Emilia” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/12/la-via-emilia-ecco-il-ricco-calendario-di-grandi-mostre-presentazione-di-ricerche-e-scoperte-archeologiche-ricostruzioni-3d-cyber-archeoologia-ed-eventi-per-celebrare-i-2200-anni-dalla-fondazione/), promosso unitamente alle città di Modena e Parma e Bologna con uno specifico programma di iniziative e mostre da ottobre 2017 a luglio 2018.
L’appuntamento al parco del Popolo davanti monumento dei Concordi, il recinto funerario della Gens Concordia (I sec. d.C.) rinvenuto a Boretto nel 1929, e dal 1930 nei giardini di Reggio, una delle più interessanti espressioni del rilievo funerario romano di tutta l’Italia settentrionale. Il recinto formava un quadrilatero all’interno del quale furono rinvenuti quattro ustrini (aree sacre), evidentemente corrispondenti alle deposizioni dei defunti menzionati nell’iscrizione e ritratti sulla stele, inquadrata da due semicolonne a scanalature elicoidali coronate da capitelli corinzi. Queste sorreggono una trabeazione a cui erano sospese a festone ghirlande di bronzo, delle quali non restano che i fori per il fissaggio. Gli apparati figurativi contengono riferimenti ai temi dello scorrere del tempo, del trapasso, della vita nell’aldilà. I nomi dei quattro personaggi sono restituiti dall’iscrizione: la liberta Munatia Rufilla dedica il monumento funebre a Caius Concordius Primus, a Caius Concordius Rhenus e alla figlia Concordia Festa. I due Concordii, entrambi liberti, avevano ricoperto la carica del sevirato, dedicandosi al culto dell’imperatore.
È qui, in questo angolo che respira di storia, che si potrà seguire a ingresso gratuito la rievocazione storica “Aemilia, la strada dell’Impero: il ritorno delle legioni” del gruppo di Archeologia Sperimentale Legio I Italica, fondato a Rovigo nel 1996 per divulgare l’evoluzione dell’esercito romano dall’ epoca arcaica al Tardo impero. Le rievocazioni in tutta Italia ed all’estero costituiscono un appuntamento molto atteso sia dagli studiosi, sia dal vasto pubblico degli appassionati. A Reggio Emilia sei tende e venti figuranti tra civili e legionari, per un’intera giornata, animeranno il parco e la città con attività, esercitazioni, dimostrazioni e manovre militari relative all’età Repubblicana nel rigoroso rispetto della filologia e delle fonti storiche che hanno ispirato il gruppo fin dalle origini nelle attività di ricostruzione storico-culturale. Strategie, tattiche, schieramenti, armamento, equipaggiamento, addestramento e combattimento sono solo alcuni degli argomenti della vita da campo. Ma alle tematiche prettamente marziali il gruppo affianca anche lo studio degli aspetti antropologici che completano l’universo legionario, nelle loro molteplici sfaccettature: religione, tradizione, medicina, usi e costumi accompagneranno il visitatore in un avventuroso viaggio a ritroso nel tempo e in un percorso didattico che non mancherà di affascinare.
Scoperta archeologica dell’anno: l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2017 sarà assegnato a Paestum dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo a Peter Pfälzner per aver scoperto in Iraq la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki. Presenti i tre figli archeologi di Khaled Asaad

i resti di una grande città del Bronzo scoperta in Iraq, vicino al villaggio curdo di Bassetki dalla missione dell’università di Tubinga
Cinque le nomination all’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, per la scoperta archeologica dell’anno, e tutte particolarmente importanti e significative: la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki, Iraq; l’edificio della barca di Sesostri III e i graffiti di 120 navi ad Abido, Egitto; la prima opera architettonica dei Neanderthal in una caverna di Bruniquel, Francia; la città indo-greca di Bazira, Pakistan; le 400 tavolette di epoca romana ritrovate nella City di Londra, Regno Unito (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/21/annunciate-le-cinque-grandi-scoperte-archeologiche-del-2016-in-lizza-per-il-terzo-international-archaeological-discovery-award-khaled-al-asaad-promosso-da-borsa-mediterranea-del-turi/). Venerdì 27 ottobre 2017, alle 20.30, alla Borsa mediterranea del turismo archeologico, nell’area archeologica di Paestum, l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” verrà assegnato alla scoperta della città dell’Età del Bronzo nel Kurdistan iracheno da parte di Peter Pfälzner. A pochi giorni dall’inizio della Bmta (26-29 ottobre 2017), prime anticipazioni sull’attesa kermesse che quest’anno festeggia il ventennale con un programma particolarmente ricco di eventi. E tra questi sicuramente da non perdere è l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” che insieme ad altri due momenti (l’incontro “#pernondimenticare il Museo del Bardo, 18 marzo 2015” con la partecipazione del direttore Moncef Ben Moussa; “#unite4heritage for Palmyra”, la serie di incontri sulla distruzione del patrimonio culturale e sulla disintegrazione delle identità) dà un senso al fatto che la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico sin dall’inizio sia riconosciuta da Unesco e Unwto quale best practice di dialogo interculturale.
La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo, la prima testata archeologica italiana – lo ricordiamo -, hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale, giunto alla terza edizione, assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Current Archaeology (Regno Unito), Antike Welt (Germania), Dossiers d’Archéologie (Francia), Archäologie der Schweiz (Svizzera). Il premio, International Archaeological Discovery Award, è stato intitolato a Khaled al-Asaad, direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira dal 1963 al 2003, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, e oggi è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Nella 1ª edizione (2015) il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri per la Tomba di Amphipolis (Grecia); la 2ª edizione (2016) all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau.
Quest’anno ad assegnare l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” a Peter Pfälzner, coordinatore della missione archeologica e direttore del dipartimento di Archeologia del Vicino Oriente dell’IANES (Institute Ancient Near Eastern Studies) dell’Università di Tubinga in Germania, per la scoperta della grande città dell’Età del Bronzo nel nord dell’Iraq situata presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki nella regione autonoma del Kurdistan, fondata intorno al 3000 a.C. e la cui storia si è protratta per 1200 anni, interverranno tre ospiti speciali: Waleed, Fayrouz e Omar, cioè i tre figli di Khaled al-Asaad, tutti e tre archeologi. Waleed, ultimo direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira, era stato catturato insieme al padre e poi rilasciato dall’Isis nel 2015. Una prigionia di sei lunghi mesi fatta di violenze psicologiche e anche fisiche. Fayrouz, archeologa, vive a Berlino dove sta completando un master all’università in attesa di tornare in patria. Con il padre e con il fratello maggiore Waleed, che ne aveva ereditato il ruolo di direttore del sito, Fayrouz lavorava quotidianamente. Omar, archeologo, era presente con la madre al momento del rapimento del padre.
“Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II”: al Mudec di Milano una mostra racconta il sovrano della XVIII dinastia con i diari di scavo di Victor Loret “riscoperti” dall’università di Milano a cento anni dal ritrovamento da parte dell’egittologo francese della tomba nella valle dei Re
Egitto, Valle dei Re, marzo 1898: l’archeologo francese Victor Loret, da un anno direttore generale delle Antichità egiziane, scopre la tomba di Amenofi II, figlio del grande Thutmosi III e della sposa minore Merira Hatshepsut (da non confondere con la matrigna dello stesso Thutmosi III), divenuto faraone della XVIII dinastia nel 1427 a.C. a soli 18 anni. Loret nei suoi diari di scavo annota tutto con grande precisione: una volta entrato, racconta Francis Janot in occasione della mostra “I Faraoni” nel 2002 a Palazzo Grassi a Venezia, gli scavi proseguirono giorno e notte in un crescendo di tensione febbrile; l’avanzamento era ostacolato dalla grande quantità di detriti soprattutto calcarei che ostruivano il passaggio. Giunto finalmente in un’immensa sala, alla luce delle candele Loret scorse un feretro aperto. E annotò: “Vuoto? Non oso pensare il contrario, giacché non sono mai stati trovati faraoni nella necropoli (…). Raggiungo il sepolcro con difficoltà, attento a non calpestare nulla. All’esterno leggo ovunque il nome e il prenome di Amenofi II. Mi sporgo sopra il bordo, avvicino una candela. Vittoria! Sul fondo vedo un sarcofago con un mazzo di fiori rivolto verso la testa e una corona di foglie sui piedi”. Loret aveva scoperto la prima tomba mai trovata prima con la mummia del faraone ancora dentro il sarcofago (la seconda e ultima sarà, 25 anni dopo, quella di Tutankhamon). Nonostante la tomba fosse stata selvaggiamente spogliata in antico, gli antichi profanatori – ancora per motivi inspiegabili – non infierirono sulla mummia di Amenofi alla ricerca di amuleti in oro e altri oggetti preziosi lasciati sul corpo del defunto. Così Loret trovò la mummia come era stata deposta 3500 anni prima. E lì rimase fino al 1928, quando fu traslata al museo Egizio del Cairo.

1898: l’egittologo francese Victor Loret nella tomba del faraone Amenofi II (foto archivio Università di Milano)
Nonostante il faraone Amenofi II sia descritto dalle fonti come il sovrano perfetto, perché è bello, è un atleta straordinario, e consolida i confini del regno ereditato dal padre Thutmosi III fino all’Eufrate, in Asia, e alla quarta cataratta, in Africa, la scoperta della sua tomba non accende i riflettori su di lui. Perché? Proprio negli anni in cui Loret scava nella Valle dei Re, l’Egitto diventa protettorato britannico. Così l’archeologo francese, messo da parte e costretto a lasciare l’Egitto, decide di tenere per sé la scoperta. Deve passare più di un secolo perché si torni a parlare di Loret e di Amenofi II. Nel 1999 l’università Statale di Milano compra dagli eredi l’archivio dell’egittologo francese che pubblica nel 2004. È allora che si scopre che all’interno della raccolta sono conservati i diari di scavo di Victor Loret, dati per persi o mai esistiti: con il loro minuzioso corredo di annotazioni, fotografie, piante e disegni aprono dunque a un secolo di distanza praterie e scenari d’approfondimento che la comunità scientifica milanese, e non solo, ha vagliato attraverso approfondite ricerche.
Da questa storia avventurosa nasce la mostra, aperta al museo delle Culture (Mudec) di Milano fino al 7 gennaio, “Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II”, dove le carte manoscritte di Loret sono mostrate in pubblico per la prima volta in un percorso filologico che li associa ai molti dei reperti rinvenuti dallo stesso Loret e frutto di prestiti eccezionali dal museo del Cairo, e da quelli di Leida, Firenze e Vienna. La mostra quindi racconta al pubblico una doppia “riscoperta”: quella della figura storica del faraone Amenofi II, spesso ingiustamente oscurata dalla fama del padre Thutmosi III; e la “riscoperta” archeologica del grande ritrovamento nella Valle dei Re della tomba di Amenofi II. “Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II” è promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24ORE Cultura – Gruppo 24ORE, che ne è anche il produttore, in collaborazione con l’università di Milano. Sono entrambi egittologi della Statale infatti i due curatori, Patrizia Piacentini, titolare della cattedra di Egittologia, e Christian Orsenigo, che con il coordinamento dell’egittologa Massimiliana Pozzi Battaglia (SCA-Società Cooperativa Archeologica) hanno ideato un percorso che coniuga approfondimento scientifico ed emozione. Sia la tematica che i reperti esposti, infatti, permettono un approccio che predilige l’attrattiva sul grande pubblico e offrono contemporaneamente spunti di ricerca e possibilità di approfondimento agli studiosi così come ai molti appassionati della materia. Interessante il video con la presentazione della mostra: guardalo.
La mostra espone reperti provenienti dalle più importanti collezioni egizie mondiali: dal museo Egizio del Cairo al Rijksmuseum van Oudheden di Leida, dal Kunsthistorisches Museum di Vienna al museo Archeologico nazionale di Firenze. Da questi musei e da collezioni private provengono statue, stele, armi, oggetti della vita quotidiana, corredi funerari e mummie. Fondamentale la collaborazione con l’università di Milano, che ha prestato i documenti originali di scavo della tomba del faraone custoditi nei suoi preziosi Archivi di Egittologia, e la collaborazione con la rete dei musei civici milanesi, sempre molto attiva: in particolare il museo del Castello Sforzesco nel periodo autunno-inverno 2017 presta a questa mostra alcuni reperti della collezione egizia, in occasione della chiusura temporanea delle proprie sale per ristrutturazione. Ha inoltre importanza fondamentale l’apparato multimediale e scenografico presente nelle sale della mostra, con vere e proprie esperienze immersive che evocano le calde e antiche atmosfere nilotiche dei paesaggi egiziani del II millennio a.C., dando all’esposizione un taglio unico, nel segno distintivo delle mostre MUDEC.
Il cuore della mostra è la figura del faraone Amenofi II con la ricostruzione in scala 1:1 della sala a pilastri della sua tomba: guarda il video. Un’esperienza immersiva che accompagna il pubblico invitandolo a entrare, attraverso un focus sulle credenze funerarie e la mummificazione, nella camera funeraria per ammirare i tesori che accompagnavano il faraone nel suo viaggio verso l’Aldilà, come ad esempio la stupenda barca sacra, in legno dipinto, proveniente dalla anticamera della Tomba di Amenofi II e conservata al museo Egizio del Cairo. “La struttura della tomba è complessa e le sue dimensioni imponenti”, spiegano gli egittologi. “Una doppia successione di scala e corridoio conduce alla sala del pozzo che sbocca nel vestibolo a due pilastri. Dal vestibolo una terza scala e un terzo corridoio portano a una grande sala rettangolare sostenuta da sei pilastri (sui quali era raffigurato il re al cospetto di diverse divinità), che si prolunga a Sud, al di là dell’ultima coppia di pilastri, nella camera sepolcrale con il sarcofago. Le pareti della stanza a sei pilastri sono decorate con i testi completi del Libro dell’Amduat e con le illustrazioni corrispondenti, come se si trattasse di un grande papiro murale”. L’archeologo Loret portò alla luce non solo la mummia del faraone, ma anche quelle di alcuni celebri sovrani del Nuovo Regno, tra cui Thutmosi IV, Amenofi III, Sethi II, Ramses IV, Ramses V e Ramses VI, mummie che erano state nascoste all’interno di una delle quattro stanze annesse alla camera funeraria, con lo scopo di sottrarle alle offese dei profanatori di tombe. Tra gli altri corpi ritrovati da Loret nella tomba, anche quelli della madre e della nonna di Tutankhamon.

la Pantera in legno bitumato proveniente dalla tomba di Amenofi II e conservata al museo Egizio del Cairo
L’antica civiltà del Nilo nel II millennio a.C. viene presentata nelle altre sezioni della mostra. La vita quotidiana, con gli usi e i costumi delle classi sociali più vicine alla corte di Amenofi II, è illustrata attraverso gioielli e armi, oggetti legati alla moda e alla cura del corpo, che mostrano il livello tecnologico e sociale raggiunto in questo periodo della storia egizia. Il tema delle credenze funerarie fornisce spunti di riflessione in merito alla lunga e complessa durata di questa straordinaria civiltà antica. Simbolo della mostra è la testa di statua di Thutmosi III, padre di Amenofi II, proveniente dal Khunsthistorisches Museum di Vienna, che, sottolineano gli egittologi, riassume al meglio l’evoluzione stilistica nella ritrattistica regale. Tra i reperti da segnalare la Pantera in legno bitumato proveniente dalla tomba di Amenofi II e conservata al museo Egizio del Cairo. “L’animale accompagnava il sovrano nel suo viaggio ultraterreno con passo tranquillo e aggraziato”, interviene l’egittologa Massimiliana Pozzi Battaglia di Sca. “La scultura rende compiutamente l’idea di quanto gli antichi egizi, pur investendo di tanti significati la rappresentazione di una pantera, osservassero la natura e la capissero. I dettagli anatomici dell’animale non lasciano dubbi, nonostante la colorazione simbolico-mitologica, quanto all’identificazione della Panthera-pardus”. Anche Loret si dedicò al riconoscimento delle specie animali nelle rappresentazioni egizie. Lo confermano i documenti “riscoperti” nel suo Archivio, tra cui appunti – esposti in mostra – con le riproduzioni dello studio sui pesci: una vera e propria tavola delle specie ittiche presenti nei geroglifici e iscrizioni. E poi acquerelli che con buona mano riproducono specie di rettili e uccelli cari agli antichi abitanti dell’Egitto.
La villa romana di Valdonega a Verona come non l’avete mai vista: in soprintendenza focus sulla residenza del I sec. d.C. alle pendici suburbane dei Lessini con un filmato in 3D
La villa romana di Valdonega come non l’avete mai vista. La soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza giovedì 12 ottobre 2017 alle 17.30 organizza nella propria sede in piazza San Fermo a Verona un focus sull’edificio costruito nel I sec. d.C. sulle prime pendici dei monti Lessini, a circa 2 chilometri dal centro di Verona odierna e romana. La villa romana di Valdonega fu scoperta nel 1957 nel corso dei lavori per la costruzione di un condominio e quindi scavata dalla soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto. La conferenza del personale della soprintendenza sarà arricchito da un filmato in 3D che permetterà di avere un’idea precisa della villa, dall’architettura all’organizzazione degli spazi.
La residenza privata romana di Valdonega, spiegano gli archeologi della soprintendenza, venne costruita nel I sec. d.C. al di fuori dell’impianto urbano. I dati oggi disponibili consentono di interpretarne parte del piano terra, ma si ipotizza che l’edificio fosse articolato su più piani e a livelli diversi, secondo il pendio del terreno. Della villa sono oggi visibili tre ambienti, affacciati su un portico a L (di cui si vedono le basi delle colonne) probabilmente aperto su un cortile o su un giardino e in stretta connessione con essi. L’ambiente principale (in pianta: A) è costituito da una sala rettangolare con colonne su tre lati e porta affiancata da due finestre sul quarto lato. La copertura della stanza era a volta nella parte centrale, mentre lo spazio tra le colonne e i muri perimetrali era a copertura piana. L’ambiente presentava pavimento a mosaico e pareti affrescate, ed è stato interpretato come oecus corinzio, cioè una elegante sala da pranzo.
Al secondo ambiente (in pianta: C) si accedeva tramite un piccolo vano (in pianta: B) con pavimentazione parte in cocciopesto e parte in mosaico nero con cornice bianca. Il secondo ambiente presentava un’ampia finestra sul portico esterno, ed era caratterizzato da pavimento a mosaico e pareti affrescate. Un vano (in pianta: D) lungo, stretto e privo di aperture e di rivestimento affiancava i tre ambienti sul lato occidentale e fungeva forse da intercapedine di isolamento dall’umidità.
A Castelfranco Emilia nel rinnovato museo Archeologico “Simonini” apre la mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum”: viaggio in più di otto secoli di storia del territorio tra Mutina e Bononia lungo la via Emilia con reperti inediti

Il manifesto della mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum”
Fra il II e il I secolo a.C. il fertile territorio agricolo di Castelfranco Emilia, compreso nella colonia di Mutina (l’odierna Modena), viene suddiviso in lotti da assegnare ai coloni romani e inserito nelle maglie della centuriazione, rete infrastrutturale di vie e canali che si intersecano ortogonalmente a distanze regolari, tuttora riconoscibile nell’impianto viario, in particolare a nord della via Emilia. Questo importante asse stradale realizzato nel 187 a.C. dal console Marco Emilio Lepido per mettere in comunicazione tutte le città della regione, da Rimini a Piacenza, favorisce la penetrazione della civiltà romana in comprensori, come quello di Castelfranco, abitati da genti di cultura etrusca, celtica e ligure. Proprio a Marco Emilio Lepido e alla sua politica di pacificazione si deve probabilmente la nascita – a partire dal 173 a.C. – di Forum Gallorum (oggi identificata nell’odierna Castelfranco Emilia), un centro caratterizzato dall’integrazione con i coloni italici di genti dell’antico substrato etrusco-padano, celti e liguri sopravvissuti alle sanguinose guerre con Roma. Il nome non deve sorprendere: tanto a lungo le popolazioni galliche avevano combattuto contro Roma per il predominio della pianura Padana che quando in epoca romana si sviluppò fra le colonie di Mutina e Bononia un piccolo centro ai margini della via Aemilia, i vincitori lo chiamarono Forum Gallorum, letteralmente “foro dei Galli”, a indicare il luogo precedentemente popolato dalle tribù celtiche. Proprio la trasformazione del territorio di Castelfranco Emilia, al confine tra Modena e Bologna, dal dominio degli etruschi a quello di Roma sarà al centro della mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum. La nascita e la storia di Forum Gallorum attraverso i contesti archeologici più significativi: per comprendere un territorio e i suoi abitanti”, che apre sabato 7 ottobre 2017, alle 17.30, al museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” di Castelfranco Emilia (Mo), promossa dal Comune di Castelfranco Emilia e dalla soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, in collaborazione con l’istituto per i Beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, il Segretariato regionale del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo per l’Emilia-Romagna e l’università di Bologna, nell’ambito del progetto regionale “2200 anni lungo la via Emilia” promossa dai comuni di Modena, Reggio Emilia, Parma e Bologna per celebrare i 2200 anni dalla fondazione delle due colonie gemelle di Mutina e Parma (avvenuta nel 183 a.C.) e la via consolare che le unisce e attraversa tutta la regione (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/12/la-via-emilia-ecco-il-ricco-calendario-di-grandi-mostre-presentazione-di-ricerche-e-scoperte-archeologiche-ricostruzioni-3d-cyber-archeoologia-ed-eventi-per-celebrare-i-2200-anni-dalla-fondazione/).
È un viaggio in più di otto secoli di storia del territorio quello offerto dalla mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum”, che passa in rassegna le evidenze archeologiche del territorio dalla vigilia dell’invasione dei galli nella pianura Padana (inizi IV sec. a.C.) alle prime fasi della romanizzazione, con l’obiettivo di ricostruire le vicende che hanno portato alla nascita e allo sviluppo del centro di Castelfranco Emilia / Forum Gallorum. Un centro di cui parlavano le fonti letterarie e documentarie ma che per secoli ha avuto scarsi sostegni sul piano materiale. Per anni si è dibattuto sull’esatta ubicazione di Forum Gallorum. L’analisi del dato geomorfologico e delle testimonianze archeologiche ad oggi disponibili hanno consentito di proporre come sede del forum sulla via Emilia l’attuale centro storico della città di Castelfranco. Un luogo salito alle cronache nel 43 a.C. per la sanguinosa battaglia condotta contro il cesaricida Decimo Bruto durante la guerra di Modena che vedeva schierate da un lato le legioni di Marco Antonio e dall’altro quelle senatorie dei consoli Aulo Irzio e Gaio Vibio Pansa, sostenute dal giovane Ottaviano, il futuro Augusto.

Stele funeraria di Aetrilius Apronianus e familiari rinvenuta nel podere Fornace a Manzolino (Mo) (foto Roberto Macri)

Miliario rinvenuto a Cavazzona nel 1977: menziona gli imperatori Valentiniano I e Valente (foto Roberto Macri)
L’esposizione, che affianca la collezione permanente del museo e rimarrà aperta fino al 12 novembre 2017, si articola in tre sezioni tematiche e cronologiche. La prima espone reperti che raccontano la storia del territorio di Castelfranco e la sua trasformazione a opera dell’uomo, la seconda ospita reperti provenienti dai siti archeologici più rilevanti mentre la terza presenta alcuni contesti sepolcrali e reperti provenienti dalle aree di culto. Tra i reperti più significativi – segnala la soprintendenza -, statuette fittili e monete provenienti da Prato dei Monti e un miliario che menziona una coppia di imperatori, Valentiniano I e Valente, rinvenuto a Cavazzona nel 1977. Di estrema rilevanza, anche se purtroppo in cattivo stato di conservazione, un raro bronzetto etrusco di divinità maschile proveniente da via Infernetto / via Inferno. Si tratta di un reperto che ha un solo confronto con un altro bronzetto rinvenuto a Cortona e che è stato interpretato come divinità maschile della fertilità (forse rielaborazione locale di Zeus/Iuppiter Ammone) databile, su base stilistica, all’avanzato III-II sec. a.C. Va poi ricordato il ritrovamento, purtroppo sporadico, di fistulae plumbee (in alcuni casi recanti anche bolli) che si ipotizza possano provenire da edifici di un certo pregio, forse ville appartenenti alle élites di Bononia e Mutina che marcavano in tal modo i propri possedimenti nell’agro di Forum Gallorum. Il nome di un probabile possidente nel territorio di Castelfranco Emilia in epoca imperiale è fornito da una fistula aquaria plumbea (di cui non è possibile precisare il luogo esatto di rinvenimento) recante l’iscrizione a rilievo C MANSVANI PRI[MI?] da interpretare, sottintendendo il sostantivo (aqua), come indicazione del non altrimenti noto proprietario della conduttura e, di conseguenza, anche dell’acqua che vi scorreva e del terreno a cui tale infrastruttura conduceva.
La mostra, oltre a rappresentare un fortunato momento di valorizzazione di reperti archeologici mai esposti prima d’ora, provenienti dai depositi o frutto di recenti scoperte, costituisce un’occasione di rinnovamento per il museo, che si arricchisce anche di un moderno dispositivo touchscreen, donato dal Collegio Geometri e Geometri Laureati della Provincia di Modena, in grado di coinvolgere maggiormente i visitatori. Affianca l’esposizione il catalogo scientifico curato da Sara Campagnari e Diana Neri che, attraverso l’esame delle fonti letterarie, dei dati archeologici relativi alle ricerche di superficie e agli scavi della Soprintendenza, dei dati geomorfologici e degli studi specifici di alcune classi di testimonianze materiali (monete, iscrizioni, indicatori di produzione, testimonianze della religiosità), tenta di ricomporre un quadro aggiornato e coerente dell’evoluzione di un territorio che, a partire dalle prime fasi della romanizzazione, risulta saldamente inserito nella precisa scelta politica di Marco Emilio Lepido di includere le componenti preesistenti all’interno della compagine romana.
























































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