Archivio | ottobre 2017

Le aquile romane invadono Reggio Emilia: nell’ambito del progetto“2200 anni lungo la via Emilia” in centro la rievocazione storica “Aemilia, la strada dell’Impero: il ritorno delle legioni” con il gruppo di Archeologia Sperimentale Legio I Italica

I legionari romani domenica 22 ottobre 2017 invadono il centro di Reggio Emilia

Il logo del progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

I legionari porteranno l’aquila di Roma nel cuore di Reggio Emilia. Domenica 22 ottobre 2017, dalle 9 alle 18, la Legio I Italica invaderà pacificamente il parco del Popolo di Reggio Emilia a 2200 anni dalla sua fondazione per volontà del console Marco Emilio Lepido, che la istituì come forum intorno al 175 a.C., cioè come luogo di incontro tra Galli e Liguri autoctoni e coloni romani, lungo quell’asse strategico che era la via Aemilia,  tracciata nel 187 a.C. dallo stesso Marco Emilio Lepido, favorendo così il radicamento di una cultura in grado di superare differenze tra popolazioni e alimentare relazioni. E fare della strada o della via Aemilia, elemento unificante della regione che tuttora ne conserva il nome, un ponte fra la romanità e la contemporaneità e luogo ideale in cui generare dibattiti, punti di vista, confronti tra antichità e attualità, tradizione e innovazione, è quanto si propone Reggio Emilia nell’ambito del progetto“2200 anni lungo la via Emilia” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/12/la-via-emilia-ecco-il-ricco-calendario-di-grandi-mostre-presentazione-di-ricerche-e-scoperte-archeologiche-ricostruzioni-3d-cyber-archeoologia-ed-eventi-per-celebrare-i-2200-anni-dalla-fondazione/), promosso unitamente alle città di Modena e Parma e Bologna con uno specifico programma di iniziative e mostre da ottobre 2017 a luglio 2018.

Il recinto funebre della Gens Concordia nel parco del Popolo a Reggio Emilia (I sec. d.C.)

Un legionario romano nella riproposizione filologica dell’associazione polesana Legio I Italica

L’appuntamento al parco del Popolo davanti monumento dei Concordi, il recinto funerario della Gens Concordia (I sec. d.C.) rinvenuto a Boretto nel 1929, e dal 1930 nei giardini di Reggio, una delle più interessanti espressioni del rilievo funerario romano di tutta l’Italia settentrionale. Il recinto formava un quadrilatero all’interno del quale furono rinvenuti quattro ustrini (aree sacre), evidentemente corrispondenti alle deposizioni dei defunti menzionati nell’iscrizione e ritratti sulla stele, inquadrata da due semicolonne a scanalature elicoidali coronate da capitelli corinzi. Queste sorreggono una trabeazione a cui erano sospese a festone ghirlande di bronzo, delle quali non restano che i fori per il fissaggio. Gli apparati figurativi contengono riferimenti ai temi dello scorrere del tempo, del trapasso, della vita nell’aldilà. I nomi dei quattro personaggi sono restituiti dall’iscrizione: la liberta Munatia Rufilla dedica il monumento funebre a Caius Concordius Primus, a Caius Concordius Rhenus e alla figlia Concordia Festa. I due Concordii, entrambi liberti, avevano ricoperto la carica del sevirato, dedicandosi al culto dell’imperatore.

La Legio I Italica proposta dall’omonima associazione polesana di archeologia sperimentale

È qui, in questo angolo che respira di storia, che si potrà seguire a ingresso gratuito la rievocazione storica “Aemilia, la strada dell’Impero: il ritorno delle legioni” del gruppo di Archeologia Sperimentale Legio I Italica, fondato a Rovigo nel 1996 per divulgare l’evoluzione dell’esercito romano dall’ epoca arcaica al Tardo impero. Le rievocazioni in tutta Italia ed all’estero costituiscono un appuntamento molto atteso sia dagli studiosi, sia dal vasto pubblico degli appassionati. A Reggio Emilia sei tende e venti figuranti tra civili e legionari, per un’intera giornata, animeranno il parco e la città con attività, esercitazioni, dimostrazioni e manovre militari relative all’età Repubblicana nel rigoroso rispetto della filologia e delle fonti storiche che hanno ispirato il gruppo fin dalle origini nelle attività di ricostruzione storico-culturale. Strategie, tattiche, schieramenti, armamento, equipaggiamento, addestramento e combattimento sono solo alcuni degli argomenti della vita da campo. Ma alle tematiche prettamente marziali il gruppo affianca anche lo studio degli aspetti antropologici che completano l’universo legionario, nelle loro molteplici sfaccettature: religione, tradizione, medicina, usi e costumi accompagneranno il visitatore in un avventuroso viaggio a ritroso nel tempo e in un percorso didattico che non mancherà di affascinare.

Scoperta archeologica dell’anno: l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2017 sarà assegnato a Paestum dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo a Peter Pfälzner per aver scoperto in Iraq la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki. Presenti i tre figli archeologi di Khaled Asaad

i resti di una grande città del Bronzo scoperta in Iraq, vicino al villaggio curdo di Bassetki dalla missione dell’università di Tubinga

Cinque le nomination all’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, per la scoperta archeologica dell’anno, e tutte particolarmente importanti e significative: la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki, Iraq; l’edificio della barca di Sesostri III e i graffiti di 120 navi ad Abido, Egitto; la prima opera architettonica dei Neanderthal in una caverna di Bruniquel, Francia; la città indo-greca di Bazira, Pakistan; le 400 tavolette di epoca romana ritrovate nella City di Londra, Regno Unito (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/21/annunciate-le-cinque-grandi-scoperte-archeologiche-del-2016-in-lizza-per-il-terzo-international-archaeological-discovery-award-khaled-al-asaad-promosso-da-borsa-mediterranea-del-turi/). Venerdì 27 ottobre 2017, alle 20.30, alla Borsa mediterranea del turismo archeologico, nell’area archeologica di Paestum, l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” verrà assegnato alla scoperta della città dell’Età del Bronzo nel Kurdistan iracheno da parte di Peter Pfälzner. A pochi giorni dall’inizio della Bmta (26-29 ottobre 2017), prime anticipazioni sull’attesa kermesse che quest’anno festeggia il ventennale con un programma particolarmente ricco di eventi. E tra questi sicuramente da non perdere è l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” che insieme ad altri due momenti (l’incontro “#pernondimenticare il Museo del Bardo, 18 marzo 2015” con la partecipazione del direttore Moncef Ben Moussa; “#unite4heritage for Palmyra”, la serie di incontri sulla distruzione del patrimonio culturale e sulla disintegrazione delle identità) dà un senso al fatto che la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico sin dall’inizio sia riconosciuta da Unesco e Unwto quale best practice di dialogo interculturale.

Il manifesto dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo, la prima testata archeologica italiana – lo ricordiamo -, hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale, giunto alla terza edizione, assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Current Archaeology (Regno Unito), Antike Welt (Germania), Dossiers d’Archéologie (Francia), Archäologie der Schweiz (Svizzera). Il premio, International Archaeological Discovery Award, è stato intitolato a Khaled al-Asaad, direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira dal 1963 al 2003, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, e oggi è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Nella 1ª edizione (2015) il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri per la Tomba di Amphipolis (Grecia); la 2ª edizione (2016) all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau.

Il momento della consegna dell’International archaeological discovery Award 2016 a Paestum

Quest’anno ad assegnare l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” a Peter Pfälzner, coordinatore della missione archeologica e direttore del dipartimento di Archeologia del Vicino Oriente dell’IANES (Institute Ancient Near Eastern Studies) dell’Università di Tubinga in Germania, per la scoperta della grande città dell’Età del Bronzo nel nord dell’Iraq situata presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki nella regione autonoma del Kurdistan, fondata intorno al 3000 a.C. e la cui storia si è protratta per 1200 anni, interverranno tre ospiti speciali: Waleed, Fayrouz e Omar, cioè i tre figli di Khaled al-Asaad, tutti e tre archeologi. Waleed, ultimo direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira, era stato catturato insieme al padre e poi rilasciato dall’Isis nel 2015. Una prigionia di sei lunghi mesi fatta di violenze psicologiche e anche fisiche. Fayrouz, archeologa, vive a Berlino dove sta completando un master all’università in attesa di tornare in patria. Con il padre e con il fratello maggiore Waleed, che ne aveva ereditato il ruolo di direttore del sito, Fayrouz lavorava quotidianamente. Omar, archeologo, era presente con la madre al momento del rapimento del padre.

“Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II”: al Mudec di Milano una mostra racconta il sovrano della XVIII dinastia con i diari di scavo di Victor Loret “riscoperti” dall’università di Milano a cento anni dal ritrovamento da parte dell’egittologo francese della tomba nella valle dei Re

Al Mudec di Milano la mostra “Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II”

Egitto, Valle dei Re, marzo 1898: l’archeologo francese Victor Loret, da un anno direttore generale delle Antichità egiziane, scopre la tomba di Amenofi II, figlio del grande Thutmosi III e della sposa minore Merira Hatshepsut (da non confondere con la matrigna dello stesso Thutmosi III), divenuto faraone della XVIII dinastia nel 1427 a.C. a soli 18 anni. Loret nei suoi diari di scavo annota tutto con grande precisione: una volta entrato, racconta Francis Janot in occasione della mostra “I Faraoni” nel 2002 a Palazzo Grassi a Venezia, gli scavi proseguirono giorno e notte in un crescendo di tensione febbrile; l’avanzamento era ostacolato dalla grande quantità di detriti soprattutto calcarei che ostruivano il passaggio. Giunto finalmente in un’immensa sala, alla luce delle candele Loret scorse un feretro aperto. E annotò: “Vuoto? Non oso pensare il contrario, giacché non sono mai stati trovati faraoni nella necropoli (…). Raggiungo il sepolcro con difficoltà, attento a non calpestare nulla. All’esterno leggo ovunque il nome e il prenome di Amenofi II. Mi sporgo sopra il bordo, avvicino una candela. Vittoria! Sul fondo vedo un sarcofago con un mazzo di fiori rivolto verso la testa e una corona di foglie sui piedi”. Loret aveva scoperto la prima tomba mai trovata prima con la mummia del faraone ancora dentro il sarcofago (la seconda e ultima sarà, 25 anni dopo, quella di Tutankhamon).  Nonostante la tomba fosse stata selvaggiamente spogliata in antico, gli antichi profanatori – ancora per motivi inspiegabili – non infierirono sulla mummia di Amenofi alla ricerca di amuleti in oro e altri oggetti preziosi lasciati sul corpo del defunto. Così Loret trovò la mummia come era stata deposta 3500 anni prima. E lì rimase fino al 1928, quando fu traslata al museo Egizio del Cairo.

1898: l’egittologo francese Victor Loret nella tomba del faraone Amenofi II (foto archivio Università di Milano)

Nonostante il faraone Amenofi II sia descritto dalle fonti come il sovrano perfetto, perché è bello, è un atleta straordinario,  e consolida i confini del regno ereditato dal padre Thutmosi III fino all’Eufrate, in Asia, e alla quarta cataratta, in Africa, la scoperta della sua tomba non accende i riflettori su di lui. Perché? Proprio negli anni in cui Loret scava nella Valle dei Re, l’Egitto diventa protettorato britannico. Così l’archeologo francese, messo da parte e costretto a lasciare l’Egitto, decide di tenere per sé la scoperta. Deve passare più di un secolo perché si torni a parlare di Loret e di Amenofi II. Nel 1999 l’università Statale di Milano compra dagli eredi l’archivio dell’egittologo francese che pubblica nel 2004. È allora che si scopre che all’interno della raccolta sono conservati i diari di scavo di Victor Loret, dati per persi o mai esistiti: con il loro minuzioso corredo di annotazioni, fotografie, piante e disegni aprono dunque a un secolo di distanza praterie e scenari d’approfondimento che la comunità scientifica milanese, e non solo, ha vagliato attraverso approfondite ricerche.

Al Mudec preziosi reperti dalle più importanti collezioni egizie del mondo

Da questa storia avventurosa nasce la mostra, aperta al museo delle Culture (Mudec) di Milano fino al 7 gennaio,  “Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II”, dove le carte manoscritte di Loret sono mostrate in pubblico per la prima volta in un percorso filologico che li associa ai molti dei reperti rinvenuti dallo stesso Loret e frutto di prestiti eccezionali dal museo del Cairo, e da quelli di Leida, Firenze e Vienna. La mostra quindi racconta al pubblico una doppia “riscoperta”: quella della figura storica del faraone Amenofi II, spesso ingiustamente oscurata dalla fama del padre Thutmosi III; e la “riscoperta” archeologica del grande ritrovamento nella Valle dei Re della tomba di Amenofi II. “Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II” è promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24ORE Cultura – Gruppo 24ORE, che ne è anche il produttore, in collaborazione con l’università di Milano. Sono entrambi egittologi della Statale infatti i due curatori, Patrizia Piacentini, titolare della cattedra di Egittologia, e Christian Orsenigo, che con il coordinamento dell’egittologa Massimiliana Pozzi Battaglia (SCA-Società Cooperativa Archeologica) hanno ideato un percorso che coniuga approfondimento scientifico ed emozione. Sia la tematica che i reperti esposti, infatti, permettono un approccio che predilige l’attrattiva sul grande pubblico e offrono contemporaneamente spunti di ricerca e possibilità di approfondimento agli studiosi così come ai molti appassionati della materia. Interessante il video con la presentazione della mostra: guardalo.

La mostra espone reperti provenienti dalle più importanti collezioni egizie mondiali: dal museo Egizio del Cairo al Rijksmuseum van Oudheden di Leida, dal Kunsthistorisches Museum di Vienna al museo Archeologico nazionale di Firenze. Da questi musei e da collezioni private provengono statue, stele, armi, oggetti della vita quotidiana, corredi funerari e mummie. Fondamentale la collaborazione con l’università di Milano, che ha prestato i documenti originali di scavo della tomba del faraone custoditi nei suoi preziosi Archivi di Egittologia, e la collaborazione con la rete dei musei civici milanesi, sempre molto attiva: in particolare il museo del Castello Sforzesco nel periodo autunno-inverno 2017 presta a questa mostra alcuni reperti della collezione egizia, in occasione della chiusura temporanea delle proprie sale per ristrutturazione. Ha inoltre importanza fondamentale l’apparato multimediale e scenografico presente nelle sale della mostra, con vere e proprie esperienze immersive che evocano le calde e antiche atmosfere nilotiche dei paesaggi egiziani del II millennio a.C., dando all’esposizione un taglio unico, nel segno distintivo delle mostre MUDEC.

Il cuore della mostra è la figura del faraone Amenofi II con la ricostruzione in scala 1:1 della sala a pilastri della sua tomba: guarda il video. Un’esperienza immersiva che accompagna il pubblico invitandolo a entrare, attraverso un focus sulle credenze funerarie e la mummificazione, nella camera funeraria per ammirare i tesori che accompagnavano il faraone nel suo viaggio verso l’Aldilà, come ad esempio la stupenda barca sacra, in legno dipinto, proveniente dalla anticamera della Tomba di Amenofi II e conservata al museo Egizio del Cairo. “La struttura della tomba è complessa e le sue dimensioni imponenti”, spiegano gli egittologi. “Una doppia successione di scala e corridoio conduce alla sala del pozzo che sbocca nel vestibolo a due pilastri. Dal vestibolo una terza scala e un terzo corridoio portano a una grande sala rettangolare sostenuta da sei pilastri (sui quali era raffigurato il re al cospetto di diverse divinità), che si prolunga a Sud, al di là dell’ultima coppia di pilastri, nella camera sepolcrale con il sarcofago. Le pareti della stanza a sei pilastri sono decorate con i testi completi del Libro dell’Amduat e con le illustrazioni corrispondenti, come se si trattasse di un grande papiro murale”. L’archeologo Loret portò alla luce non solo la mummia del faraone, ma anche quelle di alcuni celebri sovrani del Nuovo Regno, tra cui Thutmosi IV, Amenofi III, Sethi II, Ramses IV, Ramses V e Ramses VI, mummie che erano state nascoste all’interno di una delle quattro stanze annesse alla camera funeraria, con lo scopo di sottrarle alle offese dei profanatori di tombe. Tra gli altri corpi ritrovati da Loret nella tomba, anche quelli della madre e della nonna di Tutankhamon.

la Pantera in legno bitumato proveniente dalla tomba di Amenofi II e conservata al museo Egizio del Cairo

L’antica civiltà del Nilo nel II millennio a.C.  viene presentata nelle altre sezioni della mostra. La vita quotidiana, con gli usi e i costumi delle classi sociali più vicine alla corte di Amenofi II, è illustrata attraverso gioielli e armi, oggetti legati alla moda e alla cura del corpo, che mostrano il livello tecnologico e sociale raggiunto in questo periodo della storia egizia. Il tema delle credenze funerarie fornisce spunti di riflessione in merito alla lunga e complessa durata di questa straordinaria civiltà antica. Simbolo della mostra è la testa di statua di Thutmosi III, padre di Amenofi II, proveniente dal Khunsthistorisches Museum di Vienna, che, sottolineano gli egittologi, riassume al meglio l’evoluzione stilistica nella ritrattistica regale. Tra i reperti da segnalare la Pantera in legno bitumato proveniente dalla tomba di Amenofi II e conservata al museo Egizio del Cairo. “L’animale accompagnava il sovrano nel suo viaggio ultraterreno con passo tranquillo e aggraziato”, interviene l’egittologa Massimiliana Pozzi Battaglia di Sca. “La scultura rende compiutamente l’idea di quanto gli antichi egizi, pur investendo di tanti significati la rappresentazione di una pantera, osservassero la natura e la capissero. I dettagli anatomici dell’animale non lasciano dubbi, nonostante la colorazione simbolico-mitologica, quanto all’identificazione della Panthera-pardus”. Anche Loret si dedicò al riconoscimento delle specie animali nelle rappresentazioni egizie. Lo confermano i documenti “riscoperti” nel suo Archivio, tra cui appunti – esposti in mostra – con le riproduzioni dello studio sui pesci: una vera e propria tavola delle specie ittiche presenti nei geroglifici e iscrizioni. E poi acquerelli che con buona mano riproducono specie di rettili e uccelli cari agli antichi abitanti dell’Egitto.

A Mori (Tn) l’archeologa Barbara Maurina del museo civico di Rovereto presenta i risultati degli scavi e delle ricerche condotte nell’isola di Sant’Andrea di Loppio, postazione strategica con testimonianze dalla preistoria al Tardoantico, dall’Alto Medioevo alla Prima Guerra Mondiale

Veduta aerea dell’isola di Sant’Andrea di Loppio, in comune di Mori, nella provincia di Trento

Il libro “Ricerche archeologiche a Sant’Andrea di Loppio” di Barbara Maurina

A sud di Rovereto, nel territorio del Comune di Mori, nella valle trasversale che collegava la valle dell’Adige a Est con la valle del Sarca, e quindi con il lago di Garda, a Ovest, si stendeva il lago di Loppio, fin dall’antichità crocevia e postazione strategica per il controllo dell’accesso alle valli. Non è un caso che proprio qui, sull’isola di Sant’Andrea, oggi situata nell’alveo del lago prosciugato nel 1956, le indagini archeologiche abbiano portato alla scoperta di un contesto archeologico pluristratificato, con testimonianze che vanno dalla preistoria all’epoca tardoantica a quella medievale, per giungere fino alla Grande Guerra. Dal 1998, la sezione Archeologica del museo Civico di Rovereto, diretta  dall’archeologa Barbara Maurina, conduce campagne estive di ricerca, tuttora in corso, su concessione della Provincia Autonoma di Trento, all’interno della riserva naturale provinciale del lago di Loppio. E sarà proprio Barbara Maurina che venerdì 13 ottobre 2017, alle 20.30, nell’ex municipio di Mori (Tn), nell’ambito degli appuntamenti legati al programma estate 2017 di “Scopriamo insieme il parco Naturale del Baldo”, presenterà i risultati delle ricerche nel castrum di V-VII secolo, iniziate con il sondaggio del 1998 e concluse con lo scavo del 2014 raccolti nel libro “Ricerche archeologiche a Sant’Andrea di Loppio”, volume edito nel 2016. A un inquadramento generale del sito fa seguito una parte dedicata alla periodizzazione e all’analisi stratigrafica dello scavato; vi è poi un’ampia sezione che comprende i contributi sui reperti mobili, mentre la quarta parte raccoglie alcune riflessioni conclusive.

Il sito di Sant’Andrea di Loppio aveva una funzione strategica / militare

“Il sito archeologico nell’isola di Sant’Andrea a Loppio”, spiegano gli esperti della Provincia autonoma di Trento, “svolse un ruolo importante dal punto di vista strategico, infatti, la sua posizione sopraelevata, rendeva il sito protetto e un ottimo punto di controllo della viabilità sia del bacino lacustre che della principale via di collegamento, che nell’antichità, come oggi, connette la valle dell’Adige meridionale al lago di Garda settentrionale. Difatti la cortina muraria, in parte messa in luce durante gli scavi, era presente lungo il versante sud-occidentale per il controllo della viabilità, mentre sull’altro lato l’area era difesa naturalmente. La funzione di presidio del sito è documentabile a partire dal 1171, in cui si accenna alla porta Lacus S. Andree, come luogo di passaggio obbligato all’altezza dell’isola. Durante il lavori per la realizzazione della galleria sotterranea, nel 1958, che permetteva il collegamento dell’Adige al lago di Garda, il bacino lacustre si prosciugò; divenendo oggi uno tra più estesi biotopi provinciali (esteso per circa 112 ettari di superficie), con flora tipica delle aree umide e fauna selvatica”. Nel corso del 2011 si sono svolti i lavori di restauro delle strutture murarie rinvenute sull’isola. L’anno successivo, nel 2012, si è avviato il progetto di recupero e valorizzazione dell’area, che ha previsto anche la messa in sicurezza del sito per la visita,  queste operazioni sono state svolte dal Servizio di Conservazione della Natura e Valorizzazione ambientale della Provincia. La custodia dell’isola di Sant’Andrea nel lago di Loppio nel 2013 è stata assegnata dalla Provincia autonoma di Trento al museo Civico di Rovereto come ricorda il video, qui di seguito presentato, prodotto dalla stessa Provincia.

La tomba a enchytrismos (con un feto o un prematuro) trovata all’esterno dell’edificio meridionale del settore A

Pianta del sito archeologico dell’isola di Sant’Andrea di Loppio (Museo civico di Rovereto)

L’isola di Sant’Andrea  in epoca tardo antica/altomedievale fu dunque occupata da un insediamento fortificato (castrum), databile in base alla cultura materiale e alle strutture in situ, fra i primi decenni del VI e la fine del VII secolo d.C. La posizione del sito e i numerosi reperti riferiti alla sfera dell’armamento, spiegano gli archeologi, confermano la funzione strategica/militare del sito. Inoltre, si è ipotizzato la presenza di un’organizzazione familiare, confermata dal rinvenimento di oggetti relativi all’ornamento personale e delle attività lavorative femminili (cucito, filatura), e in particolare, dalla scoperta di una tomba a enchytrismos (cioè all’interno di un vaso, generalmente con un feto o un nato prematuro). Il sito fortificato è costituito da due costruzioni in muratura lungo il versante NE (settore A), dai resti della chiesa romanica sulla sommità (settore C) e presso il margine sud dell’isola da altri resti di edifici (settore B). Il sito venne frequentato sporadicamente in epoca carolingia (VIII-X secolo), in base al rinvenimento di reperti legati all’aristocrazia miliare. Il castrum di Sant’Andrea può trovare dei confronti dal punto di vista topografico e ambientali con altri siti castrensi del VI-VII secolo, come anche con quello di San Martino di Lundo.

Veduta del settore A del sito archeologico di Sant’Andrea di Loppio

Nel settore A sono stati portati alla luce due edifici con funzione abitativa: quello più meridionale (edificio I) a pianta trapezoidale, si lega alla cortina muraria, al cui interno sono stati messi in luce i resti di focolare e di manufatti d’uso quotidiano, databili tra la prima metà del VI e gli inizi del VII secolo. All’esterno, è stata messa in luce la tomba a enchytrismos, di cui si accennava prima: un’anfora ricoperta da lastre di calcarenite con dentro i resti di un feto fra i 7 e i 9 mesi dal concepimento. Questo rito di inumazione a enchytrismos databile alla metà del VI secolo è la prima attestazione nel territorio alpino orientale. L’altro edificio (edificio II), addossato al precedente a NO, poco conservato, ha restituito oggetti relativi all’armamento (tre borchie in bronzo a testa troncoconica).

I resti della chiesa di Sant’Andrea sull’omonima isola (da Vita Trentina)

Nel settore C, sulla sommità dell’isola, sono stati messi in luce i resti di una chiesetta romanica dedicata a Sant’Andrea. “L’area sottoposta a spogliazione già in epoca antica e con scavi clandestini in epoca moderna”, sottolineano gli archeologi, “non permette un’agevole interpretazione stratigrafica del deposito. Allo stato attuale della ricerca sono ancora numerose le informazioni sconosciute, dall’epoca della costruzione alla sua funzione e alla committenza”. Lacunose le fonti scritte e iconografiche: la chiesa è menzionata la prima volta nel 1171, mentre l’ultima citazione risale al 1651. L’abbandono definitivo della chiesa si può datare al XVIII secolo, periodo in cui fu eretta al centro un’edicola quadrifronte, sopra gli strati distrutti dell’edificio di culto. Le indagini archeologiche hanno portato alla luce delle tombe anteriori alla costruzione della chiesa romanica, forse la necropoli dell’abitato fortificato (VI-VII secolo d.C.).

Nell’area archeologica di Sant’Andrea di Loppio creato un percorso con pannellistica

Nel settore B, posto sul versante sud dell’isola, in corrispondenza di una forte depressione del pendio, dovuto a un taglio artificiale del terreno durante la Prima Guerra Mondiale (1915-18), allo scopo di costruire una posizione bellica nella roccia, sono stati messi in luce tracce di due edifici. Scendendo la scalinata in legno si arriva ad alcune testimonianze tuttora visibili relative alla Prima Guerra Mondiale: infatti nel 1916 un manipolo del Reggimento degli Alpini prese possesso dell’isola, prendendo il nome di “isola Clotilde“. Oggi nell’isola di Sant’Andrea a Loppio è stata inserita un’apposita pannellistica, con illustrazioni e ricostruzioni ipotetiche delle strutture e l’aggiunta di un QR – Code, che rimanda a una serie di informazioni consultabili sul sito web della Fondazione Museo Civico di Rovereto.

La villa romana di Valdonega a Verona come non l’avete mai vista: in soprintendenza focus sulla residenza del I sec. d.C. alle pendici suburbane dei Lessini con un filmato in 3D

Una veduta generale della villa romana di Valdonega, a Verona, che risale al I d.C.

La locandina dell’incontro in soprintendenza a Verona

La villa romana di Valdonega come non l’avete mai vista. La soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza giovedì 12 ottobre 2017 alle 17.30 organizza nella propria sede in piazza San Fermo a Verona un focus sull’edificio costruito nel I sec. d.C. sulle prime pendici dei monti Lessini, a circa 2 chilometri dal centro di Verona odierna e romana. La villa romana di Valdonega fu scoperta nel 1957 nel corso dei lavori per la costruzione di un condominio e quindi scavata dalla soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto. La conferenza del personale della soprintendenza sarà arricchito da un filmato in 3D che permetterà di avere un’idea precisa della villa, dall’architettura all’organizzazione degli spazi.

Il grande ambiente centrale della villa,romana di Verona forse una elegante sala da pranzo

La pianta della villa romana di Verona

La residenza privata romana di Valdonega, spiegano gli archeologi della soprintendenza, venne costruita nel I sec. d.C. al di fuori dell’impianto urbano. I dati oggi disponibili consentono di interpretarne parte del piano terra, ma si ipotizza che l’edificio fosse articolato su più piani e a livelli diversi, secondo il pendio del terreno. Della villa sono oggi visibili tre ambienti, affacciati su un portico a L (di cui si vedono le basi delle colonne) probabilmente aperto su un cortile o su un giardino e in stretta connessione con essi. L’ambiente principale (in pianta: A) è costituito da una sala rettangolare con colonne su tre lati e porta affiancata da due finestre sul quarto lato. La copertura della stanza era a volta nella parte centrale, mentre lo spazio tra le colonne e i muri perimetrali era a copertura piana. L’ambiente presentava pavimento a mosaico e pareti affrescate, ed è stato interpretato come oecus corinzio, cioè una elegante sala da pranzo.

Una ricostruzione della villa romana di Valdonega a Verona

Al secondo ambiente (in pianta: C) si accedeva tramite un piccolo vano (in pianta: B) con pavimentazione parte in cocciopesto e parte in mosaico nero con cornice bianca. Il secondo ambiente presentava un’ampia finestra sul portico esterno, ed era caratterizzato da pavimento a mosaico e pareti affrescate. Un vano (in pianta: D) lungo, stretto e privo di aperture e di rivestimento affiancava i tre ambienti sul lato occidentale e fungeva forse da intercapedine di isolamento dall’umidità.

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico del Ventennale parlerà l’arabo: a Paestum viene introdotta la lingua araba nella comunicazione. La Bmta è best practice per l’impegno a favore del dialogo interculturale

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum parlerà arabo

Il Ventennale allarga gli orizzonti linguistici della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum: dal 26 al 29 ottobre 2017 la Bmta parlerà arabo. È la campagna molto innovativa e senza esempi analoghi in Europa o nel mondo nell’ambito delle Fiere del Turismo, che con lo slogan “Con BMTA il turismo archeologico parla arabo” invita le persone di lingua araba interessate all’archeologia e al turismo culturale a connettersi con il sito http://www.bmta.it o a visitare Paestum, colonia della Magna Grecia che ha fatto tesoro della cultura greca e di quella romana, custodendo le vestigia di entrambe. In arabo non sarà sviluppata solo la comunicazione web, ma anche l’attività di ufficio stampa e la promozione della Borsa con newsletter e una intensa attività attraverso i social network. Che la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum decida di comunicare anche in arabo non capita per caso. La BMTA è riconosciuta quale best practice per l’impegno a favore del dialogo interculturale, non solo attraverso la partecipazione nel Salone Espositivo di circa 25 Paesi Esteri e la presenza annuale di un Paese Ospite Ufficiale (negli anni Egitto, Marocco, Tunisia, Siria, Francia, Algeria, Grecia, Libia, Perù, Portogallo, Cambogia, Turchia, Armenia, Venezuela, Azerbaigian, India), ma anche per dedicare annualmente dal 2015 nell’ambito del programma tre significativi momenti a questo tema. Innanzitutto l’incontro “#pernondimenticare il Museo del Bardo, 18 marzo 2015” con la partecipazione del direttore Moncef Ben Moussa, dopo l’attacco terroristico al museo di Tunisi, per ricordare che il patrimonio culturale è uno strumento fondamentale per il dialogo fra le culture: ogni cittadino del mondo, al di là di appartenenze religiose o politiche, deve essere consapevole che il patrimonio culturale è un bene comune e rappresentazione di identità nazionale, per cui va difeso da tutti i Paesi che fanno della democrazia il loro baluardo.

Siglato alla XIX Borsa Mediterranea del Turismo archeologico l’Accordo di Amicizia tra Paestum e Palmira

Il secondo significativo momento riguarda Palmira con il lancio dell’hashtag “#unite4heritage for Palmyra” e una serie di incontri sulla distruzione del patrimonio culturale, sull’archeologia ferita e sulla disintegrazione delle identità. Quest’anno saranno a Paestum i tre figli di Khaled Asaad, l’archeologo-custode-direttore del sito archeologico siriano patrimonio dell’Unesco, trucidato dai miliziani dell’Isis il 18 agosto 2015: sono Fayrouz, archeologa; Walid, l’ultimo direttore delle Antichità di Palmira; Omar, archeologo. Con loro ci saranno Paolo Matthiae, archeologo e direttore della missione archeologica a Ebla in Siria dell’università la Sapienza di Roma, e Mohamad Saleh, ultimo direttore per il Turismo di Palmira. Palmira, “La Sposa del Deserto”, è la città dell’Antico Regno saccheggiata e distrutta dai terroristi dell’Isis, restituita agli occhi del mondo per la prima volta nel 1929 da Henri Arnold Seyrig (archeologo francese, directeur général des Antiquités de Syrie et du Liban a Beirut – Siria e Libano erano dal 1922 un mandato francese – è stato direttore dei musei di Francia e dell’École du Louvre dal 1960 al 1962). “Uniti per Palmira” significa impegno a tutela dell’identità culturale e spirituale di un unico mondo: quello dei tanti popoli del Mediterraneo che incontrano Roma e l’Ellade per vivificare il deserto. Dove la civiltà trova la sua sposa.

Il manifesto dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

Il terzo momento importante è rappresentato dall’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, il premio dedicato alla scoperta archeologica più significativa del 2016, nel nome del direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira, dal 1963 al 2003, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, alla presenza dei figli Fayrouz, Walid e Omar. Il premio, promosso dalla Borsa e dalla rivista Archeo e giunto alla terza edizione, verrà assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della BMTA: Antike Welt (Germania), Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). Le cinque scoperte dello scorso anno candidate alla vittoria sono: Egitto, l’edificio della barca di Sesostri III e i graffiti di 120 navi ad Abido; Francia, la prima opera architettonica dei Neanderthal in una caverna di Bruniquel; Iraq, la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki; Pakistan, la città indo-greca di Bazira; Regno Unito, le 400 tavolette di epoca romana ritrovate nella City di Londra (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/21/annunciate-le-cinque-grandi-scoperte-archeologiche-del-2016-in-lizza-per-il-terzo-international-archaeological-discovery-award-khaled-al-asaad-promosso-da-borsa-mediterranea-del-turi/).

La Unite4Heritage è una task force composta da 60 unità pronte a intervenire su chiamata degli Stati

La Borsa con questa mission interpreta in pieno la “diplomazia culturale” che il ministro Angelino Alfano persegue nel suo impegno di politica estera, ma anche l’impegno internazionale che l’Italia ha assunto con il ministro Dario Franceschini nei confronti dell’Unesco e quindi del mondo intero di farsi partecipe della salvaguardia del patrimonio dell’umanità con i Caschi Blu coordinati dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale; non ultima l’attenzione che riserva il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca alla cooperazione culturale: il progetto ENI CBC “Mediterranean Sea Basin”, che succede al programma “ENPI – CBC Bacino Mediterraneo 2007-2013”, è il nuovo programma di cooperazione transfrontaliera multilaterale che vede la Campania in partenariato con i Paesi Mediterranei, al fine di creare opportunità economiche attraverso lo sviluppo locale delle destinazioni con siti Unesco e realizzare forme innovative di valorizzazione. “Non è un progetto commerciale, ma culturale”, afferma il fondatore e direttore della Borsa, Ugo Picarelli, “quella di una nuova forma di inclusione sociale, in nome della denominazione Mediterranea della Borsa (area geografica crocevia di civiltà) e del riconoscimento internazionale dell’evento da parte di Unwto e Unesco (le Nazioni Unite del Turismo e della Cultura) quale best practice di dialogo interculturale. Nel Salernitano, come nel Sud Italia, vivono migliaia di cittadini arabi, moltissimi dei quali, probabilmente, del patrimonio culturale non sanno nulla, benché vivano in luoghi dove si afferma la loro storia e dove emerge a pieno una parte non certo secondaria della loro tradizione culturale. Scoprirla non è solo un’acquisizione di conoscenza, ma una opportunità di dialogo e confronto, consapevoli nella loro lingua che il patrimonio culturale, non solo quello dei siti Unesco, appartiene anche a loro”.

XXVIII rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto: la giuria internazionale assegna il XIII premio Paolo Orsi al film francese “L’oeil et la pierre / L’occhio e la pietra”, il pubblico premia lo statunitense “Great Human Odyissey / La grande Odissea umana”

La coreografia sulle note del sirtaki proposto al teatro Zandonai dal Centro arte e movimento di Verona (foto Graziano Tavan)

I segreti della medicina romana, la complessità della diffusione dell’homo sapiens sulla terra, l’affascinante paesaggio del Grand Canyon e le tracce dell’uomo preistorico, e poi miti, riti ancestrali, presenza dell’uomo in un angolo tutto da studiare nella Sicilia più vera: ecco i grandi temi proposti dai film che hanno attirato l’attenzione della giuria internazionale, del pubblico, dei blogger e dei promotori di festival alla XXVIII Rassegna internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, organizzata dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, a cura di Dario di Blasi e Barbara Maurina. La cerimonia di premiazione sabato 7 ottobre 2017 in una serata speciale al teatro Zandonai di Rovereto aperto a sorpresa da una coreografia di Valeria Bolla sulle note del sirtaki con il corpo di ballo del Centro arte movimento di Verona: in una settimana sono passati sul grande schermo dell’auditorium Melotti 56 film provenienti da una ventina di Paesi, film  spettacolari, accattivanti, coinvolgenti.

La giuria internazionale del premio Paolo Orsi schierata sul palco del teatro Zandonai con il direttore Dario Di Blasi (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della 28.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto dal 3 all’8 ottobre 2017

Il premio più prestigioso, il “Paolo Orsi”, giunto alla 13ma edizione, è assegnato ogni due anni, in ricordo del grande archeologo roveretano, con un riconoscimento in denaro destinato alla produzione di un nuovo documentario, è stato assegnato dalla giuria internazionale al film “L’oeil et la pierre / L’occhio e la pietra” di Marcel Dalaise (Francia, produzione Cnrs Images, 2017). È stato lo stesso direttore artistico Dario Di Blasi a presentare i prestigiosi componenti della giuria: Maura Medri, archeologa e docente di Metodologia della ricerca archeologica e Archeologia dell’Architettura all’università di Roma Tre, accanto agli studi di carattere tradizionale, ha sempre svolto attività sul campo, dirigendo numerosi scavi ad Aquileia, in Liguria, nelle Marche e a Ostia. Ha scritto inoltre vari libri, tra i quali i più fortunati sotto il profilo editoriale sono la guida dei Campi Flegrei e il manuale di rilievo archeologico. Lulli Bertini, archeologa e regista cinematografica, si occupa prevalentemente di divulgazione scientifica, attraverso la realizzazione di audiovisivi e la cura di testi, e di attività didattica con l’ideazione e la gestione di laboratori per gli studenti sia della scuola dell’obbligo sia universitari. Per la produzione di video, tra le varie istituzioni ha collaborato con la soprintendenza archeologica del Veneto; il museo nazionale romano-Crypta Balbi; il Comune di Ravenna; il museo civico di Piadena; il museo civico di Foggia. Ha realizzato per RaiSatArt cinque puntate del programma Punti di vista, dedicato a interviste ad archeologi su problemi di salvaguardia e tutela dei siti archeologici. Per l’attività didattica, dal 2000 collabora con il museo preistorico etnografico Luigi Pigorini di Roma. Per l’attività editoriale ha collaborato e collabora tuttora per numerose opere con l’Istituto della Enciclopedia Italiana, in particolare curando l’area disciplinare archeologica per la IX Appendice della Grande Enciclopedia. Umberto Pappalardo, archeologo e docente di Archeologia classica all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli, ha fatto studi e ricerche nelle università di Basilea, Tübingen e Freiburg i.B. Ispettore degli Scavi di Pompei e direttore degli Scavi di Ercolano, ha condotto scavi in Italia, Grecia, Turchia e Israele e collabora con l’American School of Classical Studies. È membro della Scuola Archeologica Italiana di Atene, dell’Istituto Italiano di Dendrocronologia, dell’Istituto Archeologico Germanico, della Fondazione Alexander von Humboldt e della Premier Minister Takeshita Foundation. Ha al suo attivo centinaia di pubblicazioni, molte delle quali tradotte in tedesco, francese, inglese, spagnolo, giapponese e cinese. Farì Djalali-Lorenz, regista e produttrice cinematografica iraniana, dal 1978 in Germania, dove ha sposato Rüdiger Lorenz, con cui gestisce una casa di produzione e lavora come regista e produttrice. Produce soprattutto documentari per la televisione pubblica tedesca, ma anche per le scuole e le organizzazioni didattiche. Ha prodotto numerosi documentari e reportage in tutto il mondo, come in Iran, Palestina, Turchia, Sud Africa, Botswana, Namibia, Sudan, Camerun, Rwanda, Togo, Kenya, non solo per la televisione tedesca, ma anche per molti canali televisivi internazionali. Sono trasmessi in oltre 40 paesi i film della serie “Schätze der Welt- Erbe der Menschheit”, sui siti del patrimonio mondiale che sono inseriti nella lista UNESCO. Infine Philippe Dorthe, presidente fondatore di ICRONOS, festival International du Film d’Archéologie de Bordeaux, consigliere del dipartimento della Gironda, consigliere regionale della Nuova Aquitania, segue i progetti legati alla valorizzazione e promozione della Grotta di Lascaux.

Il film francese “L’oeil et la pierre / L’occhio e la pietra” ha vinto il XIII premio Paolo Orsi

Dunque il film vincitore del XIII Orsi, “L’oeil et la pierre / L’occhio e la pietra” di Marcel Dalaise, ci permette di accompagnare Muriel Labonnelie, specialista di medicina greco-romana, nella sua sorprendente ricerca sulle “compresse di collirio”, anche note come “compresse dell’oculista”: piccoli reperti all’apparenza insignificanti, ma il cui studio ci consente di scoprire una parte importante della storia della medicina romana del I secolo d.C. Per la giuria “questo delizioso, piccolo film dimostra forse più di altri come l’archeologo sappia trarre dagli oggetti, anche i più minuti, storie incredibili che collegano il passato più remoto alla nostra quotidianità. Dal punto di vista cinematografico, poi, il film mostra una grande sensibilità del regista Marcel Dalaise nel narrare le vicende della protagonista Muriel Labonnelie, sia nel procedere della ricerca scientifica che nel percorso individuale di una donna che si cimenta con la scoperta della sua vocazione”.  La giuria internazionale della Rassegna del cinema archeologico di Rovereto ha attribuito due menzioni speciali per due film di carattere completamente diverso, ma che rappresentano due approcci alla divulgazione dei temi scientifici che risultano particolarmente interessanti. La prima menzione speciale è andata a “La tombe de Gengis Khan, le secret dévoilé / La tomba di Gengis Khan, il segreto rivelato”, di Cédric Robion (Francia, produzione Blanche Guichou/AGAT Films&Cie); la seconda menzione speciale della giuria è andata a “Peau d’Ame / Sottopelle. La favola in superficie” di Pierre Oscar Levy (Francia, produzione Look at Sciences, 2017). Quindi con la giuria internazionale la produzione francese ha fatto l’en plein.

Il film statunitense “Great Human Odyissey / La grande Odissea umana” è stato il più gradito al pubblico

Il Premio Città di Rovereto è stato assegnato dal pubblico, che ha votato i film proiettati da martedì a venerdì. Il documentario più gradito è stato “Great Human Odyissey / La grande Odissea umana” di Niobe Thompson (Usa, produzione NOVA, 2016). I nostri più antichi antenati vivevano in Africa, in piccoli gruppi di poche migliaia di cacciatori-raccoglitori. Uscito dalla culla africana, l’homo sapiens si è rapidamente diffuso in ogni angolo del pianeta. Come hanno potuto i nostri precursori preistorici attraversare il Sahara a piedi, sopravvivere alle ere glaciali e navigare fino alle remote isole del Pacifico? “La Grande Odissea Umana” è uno spettacolare viaggio globale sulle loro tracce lungo una scia di nuovi indizi scientifici, con uno sguardo agli odierni cacciatori del Kalahari, ai pastori di renne siberiani e ai navigatori polinesiani.

Il film italiano “Eis pegas / alle sorgenti” è stato segnalato dagli archeoblogger

Anche quest’anno, per il terzo consecutivo, c’è stata la menzione speciale #ARCHEOBLOGGER, assegnata dalla speciale giuria di 11 archeoblogger coordinati da Antonia Falcone (ProfessioneArcheologo) con Domenica Pate (ProfessioneArcheologo), Paola Romi (blogger freelance), Astrid D’Eredità (ArcheoPop), Alessandro Tagliapietra (blog Archeologia Subacquea), Giovanna Baldassarre (Archeokids), Marina Lo Blundo (Generazione di Archeologi), Marta Coccoluto (blogger freelance), Mattia Mancini (Djed Medu Blog di Egittologia), Michele Stefanile (Archeologia subacquea blog), Stefania Berutti (Memorie dal Mediterraneo). La menzione è andata al film “Eis pegas / alle sorgenti” di Andrea Giannone (Italia, 2016).
L’assistente di Werner Herzog si sposta da Londra a Modica per effettuare un sopralluogo nella Cava Ispica, tra grotte, catacombe, antiche iscrizioni greche, affreschi bizantini e una natura rigogliosa: proverà a illustrarne storia, ricerche archeologiche, restauri, ne studierà i riti religiosi e verrà rapita dal mistero senza tempo della Cava. Il viaggio “éis pegàs”, alle sorgenti del torrente che ha scavato questa Cava, è anche un viaggio verso un passato mitologico che qui vive ancora: una di quelle storie che “non avvennero mai, ma sono sempre”.

La menzione CinemAMoRe al film “Mémoires de Pierre: De l’art au Temps des Dinosaures? / Memorie di Pietra: L’arte al Tempo dei Dinosauri?”

Menzione speciale anche da parte da CinemAMoRe, nato dalla collaborazione tra la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico, il Trento Film Festival e il Religion Today Film Festival e promosso dall’assessorato alla Cultura della Provincia Autonoma di Trento per promuovere e valorizzare sul territorio la ricchezza e la varietà dei materiali cinematografici degli archivi dei tre festival, contribuendo a far conoscere film e linguaggi originali e innovativi, spesso assenti dai circuiti commerciali. La giuria, composta da Rosanna Stedile (Trento Film festival), Andrea Morghen (Religion Today film festival) e Giuseppe Zito (CinemAMoRe), ha premiato il film “Mémoires de Pierre: De l’art au Temps des Dinosaures? / Memorie di Pietra: L’arte al Tempo dei Dinosauri?” di Jean-Luc Bouvret e Benoit Laborde (Francia, produzione Le Miroir, 2016). I ricercatori Paul Bahn e Jean-Loïc Le Quellec conducono lo spettatore nel West americano sulle orme dei suoi primi occupanti alla scoperta di una delle più lunghe “gallerie d’arte” rupestre al mondo, fatta di migliaia di dipinti e incisioni misteriose, in cui qualcuno ha creduto di riconoscere marziani o animali preistorici. Una prova della coesistenza di uomini e dinosauri? Tra “evoluzionisti” e “creazionisti” le discussioni sono vivaci… ma gli indiani Hopi, antichi abitanti della regione, si uniranno alla danza.

A Castelfranco Emilia nel rinnovato museo Archeologico “Simonini” apre la mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum”: viaggio in più di otto secoli di storia del territorio tra Mutina e Bononia lungo la via Emilia con reperti inediti

Statuette fittili provenienti da Prato dei Monti in mostra a Castelfranco Emilia

Il museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” di Castelfranco Emilia

Il manifesto della mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum”

Fra il II e il I secolo a.C. il fertile territorio agricolo di Castelfranco Emilia, compreso nella colonia di Mutina (l’odierna Modena), viene suddiviso in lotti da assegnare ai coloni romani e inserito nelle maglie della centuriazione, rete infrastrutturale di vie e canali che si intersecano ortogonalmente a distanze regolari, tuttora riconoscibile nell’impianto viario, in particolare a nord della via Emilia. Questo importante asse stradale realizzato nel 187 a.C. dal console Marco Emilio Lepido per mettere in comunicazione tutte le città della regione, da Rimini a Piacenza, favorisce la penetrazione della civiltà romana in comprensori, come quello di Castelfranco, abitati da genti di cultura etrusca, celtica e ligure. Proprio a Marco Emilio Lepido e alla sua politica di pacificazione si deve probabilmente la nascita – a partire dal 173 a.C. – di Forum Gallorum (oggi identificata nell’odierna Castelfranco Emilia), un centro caratterizzato dall’integrazione con i coloni italici di genti dell’antico substrato etrusco-padano, celti e liguri sopravvissuti alle sanguinose guerre con Roma. Il nome non deve sorprendere: tanto a lungo le popolazioni galliche avevano combattuto contro Roma per il predominio della pianura Padana che quando in epoca romana si sviluppò fra le colonie di Mutina e Bononia un piccolo centro ai margini della via Aemilia, i vincitori lo chiamarono Forum Gallorum, letteralmente “foro dei Galli”, a indicare il luogo precedentemente popolato dalle tribù celtiche. Proprio la trasformazione del territorio di Castelfranco Emilia, al confine tra Modena e Bologna, dal dominio degli etruschi a quello di Roma sarà al centro della mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum. La nascita e la storia di Forum Gallorum attraverso i contesti archeologici più significativi: per comprendere un territorio e i suoi abitanti”, che apre sabato 7 ottobre 2017, alle 17.30, al museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” di Castelfranco Emilia (Mo), promossa dal Comune di Castelfranco Emilia e dalla soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, in collaborazione con l’istituto per i Beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, il Segretariato regionale del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo per l’Emilia-Romagna e l’università di Bologna, nell’ambito del progetto regionale “2200 anni lungo la via Emilia” promossa dai comuni di Modena, Reggio Emilia, Parma e Bologna per celebrare i 2200 anni dalla fondazione delle due colonie gemelle di Mutina e Parma (avvenuta nel 183 a.C.) e la via consolare che le unisce e attraversa tutta la regione (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/12/la-via-emilia-ecco-il-ricco-calendario-di-grandi-mostre-presentazione-di-ricerche-e-scoperte-archeologiche-ricostruzioni-3d-cyber-archeoologia-ed-eventi-per-celebrare-i-2200-anni-dalla-fondazione/).

Tesoretto monetale (240-200 a.C.) rinvenuto nel podere Pradella Vecchia a Castelfranco Emilia (MO)

Il logo del progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

È un viaggio in più di otto secoli di storia del territorio quello offerto dalla mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum, che passa in rassegna le evidenze archeologiche del territorio dalla vigilia dell’invasione dei galli nella pianura Padana (inizi IV sec. a.C.) alle prime fasi della romanizzazione, con l’obiettivo di ricostruire le vicende che hanno portato alla nascita e allo sviluppo del centro di Castelfranco Emilia / Forum Gallorum. Un centro di cui parlavano le fonti letterarie e documentarie ma che per secoli ha avuto scarsi sostegni sul piano materiale. Per anni si è dibattuto sull’esatta ubicazione di Forum Gallorum. L’analisi del dato geomorfologico e delle testimonianze archeologiche ad oggi disponibili hanno consentito di proporre come sede del forum sulla via Emilia l’attuale centro storico della città di Castelfranco. Un luogo salito alle cronache nel 43 a.C. per la sanguinosa battaglia condotta contro il cesaricida Decimo Bruto durante la guerra di Modena che vedeva schierate da un lato le legioni di Marco Antonio e dall’altro quelle senatorie dei consoli Aulo Irzio e Gaio Vibio Pansa, sostenute dal giovane Ottaviano, il futuro Augusto.

Stele funeraria di Aetrilius Apronianus e familiari rinvenuta nel podere Fornace a Manzolino (Mo) (foto Roberto Macri)

Miliario rinvenuto a Cavazzona nel 1977: menziona gli imperatori Valentiniano I e Valente (foto Roberto Macri)

L’esposizione, che affianca la collezione permanente del museo e rimarrà aperta fino al 12 novembre 2017, si articola in tre sezioni tematiche e cronologiche. La prima espone reperti che raccontano la storia del territorio di Castelfranco e la sua trasformazione a opera dell’uomo, la seconda ospita reperti provenienti dai siti archeologici più rilevanti mentre la terza presenta alcuni contesti sepolcrali e reperti provenienti dalle aree di culto. Tra i reperti più significativi  – segnala la soprintendenza -, statuette fittili e monete provenienti da Prato dei Monti e un miliario che menziona una coppia di imperatori, Valentiniano I e Valente, rinvenuto a Cavazzona nel 1977. Di estrema rilevanza, anche se purtroppo in cattivo stato di conservazione, un raro bronzetto etrusco di divinità maschile proveniente da via Infernetto / via Inferno. Si tratta di un reperto che ha un solo confronto con un altro bronzetto rinvenuto a Cortona e che è stato interpretato come divinità maschile della fertilità (forse rielaborazione locale di Zeus/Iuppiter Ammone) databile, su base stilistica, all’avanzato III-II sec. a.C. Va poi ricordato il ritrovamento, purtroppo sporadico, di fistulae plumbee (in alcuni casi recanti anche bolli) che si ipotizza possano provenire da edifici di un certo pregio, forse ville appartenenti alle élites di Bononia e Mutina che marcavano in tal modo i propri possedimenti nell’agro di Forum Gallorum. Il nome di un probabile possidente nel territorio di Castelfranco Emilia in epoca imperiale è fornito da una fistula aquaria plumbea (di cui non è possibile precisare il luogo esatto di  rinvenimento) recante l’iscrizione a rilievo C MANSVANI PRI[MI?] da interpretare, sottintendendo il sostantivo (aqua), come indicazione del non altrimenti noto proprietario della conduttura e, di conseguenza, anche dell’acqua che vi scorreva e del terreno a cui tale infrastruttura conduceva.

Lucerne fittili romane in mostra a Castelfranco Emilia

Fistula in piombo con iscrizione (foto Roberto Macri)

La mostra, oltre a rappresentare un fortunato momento di valorizzazione di reperti archeologici mai esposti prima d’ora, provenienti dai depositi o frutto di recenti scoperte, costituisce un’occasione di rinnovamento per il museo, che si arricchisce anche di un moderno dispositivo touchscreen, donato dal Collegio Geometri e Geometri Laureati della Provincia di Modena, in grado di coinvolgere maggiormente i visitatori. Affianca l’esposizione il catalogo scientifico curato da Sara Campagnari e Diana Neri che, attraverso l’esame delle fonti letterarie, dei dati archeologici relativi alle ricerche di superficie e agli scavi della Soprintendenza, dei dati geomorfologici e degli studi specifici di alcune classi di testimonianze materiali (monete, iscrizioni, indicatori di produzione, testimonianze della religiosità), tenta di ricomporre un quadro aggiornato e coerente dell’evoluzione di un territorio che, a partire dalle prime fasi della romanizzazione, risulta saldamente inserito nella precisa scelta politica di Marco Emilio Lepido di includere le componenti preesistenti all’interno della compagine romana.

“I romani ad Altino”, terzo appuntamento al museo Archeologico nazionale di Altino alla scoperta dei popoli passati da queste parti, con la proposta di assaggi tipici della cucina romana antica: e così si scopre che la tisana era una cremosa zuppa

Tra settembre e ottobre quattro week-end al museo Archeologico di Altino con visite guidate, archeoaperitivo, laboratori e percorsi tematici

Il nuovo museo archeologico nazionale di Altino

La prof.ssa Giovannella Cresci Marrone

A volte le parole possono trarre in inganno: se vi foste trovati a passeggiare duemila anni fa per un municipium o una colonia romana e aveste chiesto una tisana, di certo l’oste di turno non vi avrebbe somministrato un decotto salutista, ma vi avrebbe offerto una zuppa cremosa e saporita. Chi vorrà saperne di più sulla cucina all’epoca dei romani partecipi ad Altino al terzo week-end del ciclo “Passaggi e permanenze ad Altino dall’Antichità alla Grande Guerra”, in programma al museo Archeologico nazionale di Altino, rassegna ideata e curata dall’archeologa Francesca Ballestrin nell’ambito del progetto “Tutti al museo” in collaborazione con l’associazione Companatiche. Il terzo week-end è dunque con i romani. Sabato 7 ottobre 2017, “I romani ad Altino”: 19.30, archeoaperitivo romano a cura dell’associazione Companatiche; 21, dialogo e visita tematica con Giovannella Cresci Marrone dell’università Ca’ Foscari di Venezia. Domenica 8 ottobre 2017, dalle 16, “Tutti al museo”, laboratorio di archeologia sperimentale “Archeonauti costruiscono una casa romana” a cura di Street Archaeology e percorso tematico-interattivo “Altino: oggetti Stra-Vaganti” a cura di Studio D. L’ingresso al museo costa 3 euro (salvo riduzioni). Per i laboratori 6 euro a persona; mentre il biglietto dei percorsi tematici è di 3 euro a  persona o 6 euro a famiglia. Infine l’archeoaperitivo è su prenotazione con contributo liberale a scopi associativi di 10 euro (info e prenotazioni: companatiche@gmail.com – cell.: 389 818 6533).

La rappresentazione di un banchetto su un affresco parietale di una domus romana

Marta Sperandio e Francesca Lamon

Innanzitutto tutto sgombriamo subito il campo dall’idea che vuole il mondo antico statico e immutabile. “Nell’antica Roma non si mangiò sempre nello stesso modo”, assicurano Francesca Lamon e Marta Sperandio di Companatiche: “la sua alimentazione variò attraverso i secoli. Nel periodo repubblicano si mangiano in prevalenza vegetali integrati da legumi, cereali, verdure, uova, animali da cortile, suini, selvaggina, latte, latticini, ovini”. È in questo tempo che Catone consigliava di consumare crude le verdure perché così potevano essere inzuppate nell’aceto: l’olio per molti costava caro. Con l’inizio dell’Impero la condizione alimentare dei romani cambiò radicalmente grazie ai prodotti provenienti dalle province. Così, come ricorda Plinio, Roma conobbe “tutto quanto la  terra produce di bello e di buono”. La cucina si impreziosisce: vengono introdotte le spezie, trasportate dalle navi mercantili dall’Egitto e dal Vicino Oriente. La dispensa di un romano troveremmo, accanto al pepe e al garum, olio, miele, vino, cumino, coriandolo, ruta, levistico (una delle spezie più importanti usate dai romani e sostituiva e prezzemolo). È il pepe soprattutto la spezia che viene maggiormente utilizzata, anche nei dolci e nei vini. “A partire da questo periodo”, riprendono Lamon e Sperandio, “si introduce il garum che diventa indispensabile nella cucina romana. Così Apicio suggerisce che se una pietanza è insipida, si aggiungerà un po’ di garum; se è salata, un po’ di miele”.

Pagnotte di libum, la caratteristica focaccia al formaggio dell’antica Roma

Il logo dell’associazione Companatiche

Ma come sarà l’archeoaperitivo romano proposto dall’associazione Companatiche? Si comincia con il libum (da libare, fare una libagione), focaccia al formaggio che gli sposi dedicavano a Giove durante la celebrazione del loro matrimonio e che la gente si scambiava come augurio il primo giorno dell’anno dedicato a Giove. “La ricetta del libum”, fanno sapere le archeologhe di Companatiche, “è illustrata da Catone nel De agricoltura. Bisogna sciogliere bene in un mortaio due libbre di formaggio. Una volta che il formaggio sarà del tutto liscio va impastato con una libbra di farina o, se lo si vuole più leggero, mezza libra. Quindi va aggiunto un uovo e di nuovo impastato tutto attentamente. Si forma una pagnotta, la si pone sopra un letto di foglie e la si cuoce lentamente in un forno caldo. Con la focaccia si sposa bene la cipolla in agrodolce (ad Altino sarà usata la Cipolla di Cavasso e della Cal Cosa PN, presidio Slow Food). La cipolla Allium cepa per i romani non era solo un condimento ma un companatico vero e proprio. Semplicemente condita con aceto era la pietanza quotidiana di soldati, rematori e operai. Per mantenersi sani e vigorosi aglio, porri e cipolle non mancavano mai.

Il garum, salsa di pesce macerato in salamoia, indispensabile nella cucina romana

Dettaglio di un pavimento musivo con un cesto di pesci per il garum

Nel menù romano non poteva mancare uno stuzzichino che si rifaccia al garum, termine generico per indicare le salse di pesce macerato in salamoia, fondamentali nella cucina mediterranea antica. “Il garum era un esaltatore di sapidità altamente proteico molto apprezzato”, continuano a spiegare Francesca e Marta nella brochure per gli ospiti di Altino, “e poteva essere realizzato a partire da diverse specie di pesce (alici, sgombri, tonni, murene e altri) che ne determinavano la qualità e il prezzo. Ad Altino si potrà assaggiare la zucca al forno condita con Allec, cioè la pasta che si raccoglieva dal filtraggio del garum. L’allec (con le variante hallec, hallex o allex) rappresentava il prodotto più scadente, spesso dato come companatico agli schiavi. L’allec tuttavia poteva anche derivare dalle produzioni delle migliori qualità di garum; in tal caso era considerato pregiato e servito allo scopo di stuzzicare l’appetito prima del pasto.

Il savillum, dolce al cucchiaio dell’antica Roma, simile al nostro budino

Si potrà poi gustare una Tisana barricata (o barbarica), che – come si diceva – non è un decotto di fiori e foglie ma una crema intermedia tra una minestra e una salsa vera e propria ottenuta con l’aggiunta di alica (semola) per condensarla, nell’antica Roma le antenate delle zuppe. Ne esistono moltissime versioni. “In questa occasione”, anticipano le Companatiche, “proponiamo una minestra di ceci (biologici di Libera Terra, le terre libere dalle mafie), ceci neri (biologico toscano) e le lenticchie corallo, aromatizzata con cipolla, pezzi di zucca, rosmarino e pepe”. Con la zuppa di ceci ci sarà il Pane di Augusto, uno squisito pane al farro. Per molti secoli fu proprio il farro a costituire il nutrimento base dei romani. “Non è un caso che la radice di farina sia proprio quella del farro”. L’archeoaperitivo chiude in… dolcezza con il Savillum, nome invitante, che sembra derivare dal latino suavis “dolce, gradevole, delicato, piacevole”. Dalla descrizione di Catone nel De Agricoltura si capisce che è un dolce al cucchiaio, paragonabile ai nostri budini: la ricetta raccomanda infatti di servirlo cum catillo e lingulam, con una scodella e un piccolo cucchiaio. “La cosa curiosa”, concludono Francesca Lamon e Marta Sperandio, “è che questo dolce viene ancora realizzato in Molise con la medesima ricetta riportata da Catone”.

“Trovata la casa natale di Gesù”: a parlare dell’eccezionale scoperta alla XXVIII rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto non sarà lo scopritore, l’archeologo inglese Ken Dark, che ha dato forfait, ma il film di Castellani, presentato in anteprima, “Rivisitare Nazareth. Archeologia e tradizione nel villaggio abitato da Gesù”

Archeologi al lavoro a Nazareth nell’area ritenuta la casa natale di Gesù

Il manifesto della 28.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto dal 3 all’8 ottobre 2017

Gesù aveva davvero una casa a Nazareth? A tentare di rispondere a questa domanda è dedicato il pomeriggio di venerdì 6 ottobre 2017 del programma della XXVIII rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto. All’auditorium “F.Melotti” purtroppo non ci sarà l’atteso incontro con Ken Dark, archeologo in Galilea, e docente all’università di Reading, autore di molti studi specifici sull’argomento, che ha dato forfait. Ma il pubblico di appassionati di Rovereto sarò comunque informato sulle ultime scoperte nel territorio di Nazareth, con la proiezione in anteprima del film di Alberto Castellani “Rivisitare Nazareth. Archeologia e tradizione nel villaggio abitato da Gesù” (50’, Italia, 2017), film di cui proprio Ken Dark è stato uno dei consulenti scientifici. A raccontare e anticipare ad archeologiavocidalpassato motivazioni e contenuti del film è lo stesso Castellani, il regista veneziano che da decenni  si dedica  a tematiche archeologiche ed archeologico-bibliche in particolare.

La pianta del Santo Sepolcro di Gerusalemme all’epoca del viaggio in Terra Santa di Arculfo

Il monaco irlandese Adamnano che raccolse il diario di viaggio in Terra santa del vescovo Arculfo

“Il film Rivisitare Nazareth”, spiega Castellani, “prende spunto dalla citazione della casa di Nazareth dove, secondo la tradizione, Gesù avrebbe vissuto la sua infanzia e la sua adolescenza, citazione riportata nel De locis santis, il diario di viaggio in Terrasanta del vescovo Arculfo scritto nel 698 dal monaco irlandese Adamnano, suddiviso in tre libri, che troverà rapida diffusione negli scriptoria di mezza  Europa”. Le vicende legate alla realizzazione del De locis santis potrebbero reggere da sole la sceneggiatura di un film. Nell’anno 680 dopo Cristo – narrano le fonti – un vescovo franco di nome Arculfo trova riparo a Jona, una piccola isola  posta sulla costa occidentale della Scozia, parte delle isole Ebridi Interne. Il vescovo, scampato a una tempesta e reduce da un avventuroso viaggio da poco compiuto  in Terra Santa, viene accolto e ospitato dai monaci della locale abbazia dove incontra Adamnano, un monaco irlandese. Durante  il soggiorno  in quel monastero Arculfo ha modo di  raccontare  la sua esperienza di viaggio e descrivere, con dovizia di particolari, i luoghi  visitati.  Adamnano trascrive nel latino del tempo l’affascinante racconto del  pellegrinaggio vissuto da quell’ospite.

Dettaglio del manoscritto del De locis santis conservato alla Biblioteca Nazionale di Vienna

Il regista veneziano Alberto Castellani

“Così è nata l’idea di questo film”, riprende Castellani, “patrocinato dall’Ufficio per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana , con la partecipazione del ministero per il Turismo della Autorità Palestinese, con l’obiettivo di recuperare questa lontana testimonianza e cercare un  riscontro archeologico sulle tracce della Nazareth di oggi. Ci accompagna in questo viaggio a ritroso nel tempo la preziosa consulenza del prof. Ken Dark della Reading University , il contributo offerto dal  Palestinian Exploration Fund di Londra,  che dall’anno 2009 ha realizzato studi accurati sul sito, e l’amichevole disponibilità delle Suore di Nazareth che custodiscono l’area archeologica, trovata sotto il loro convento”. A tale contributo va ad aggiungersi la collaborazione  della Biblioteca Nazionale di Vienna – tramite il direttore Kubart Heidrun – e quella del prof. Thomas O’Loughlin presidente del Catholic Theological Association of Great Britain e professore dell’Historical Theology University of Nottingham. Significativa infine la consulenza del prof. Danilo Mazzoleni rettore del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana.

Il mosaico della cosiddetta Monna Lisa a Zippori, sito archeologico vicino a Nazareth per tradizione città dei santi Gioacchino e Anna

L’abbazia di Iona, nelle isole Ebridi, dove trovò riparo il vescovo Arculfo

Le immagini e il racconto di Castellani si dipanano dall’isola di Jona, nelle Ebridi, alla città di Glasgow in Scozia, da Londra col prof. Dark alla Biblioteca Nazionale di Vienna dove è custodito l’antico manoscritto, dalla città di Nazareth in Galilea al sito archeologico di Zippori (l’antica Sefforis), antica città a pochi chilometri da Nazareth che secondo un’antica tradizione fu il paese di origine dei santi Gioacchino ed Anna, nonni di Gesù, e per tale motivo è avanzata l’ipotesi che possa essere il luogo di nascita della Vergine. Lo storico Giuseppe Flavio descrive la cittadella quale “ornamento della Galilea” a motivo della sua bellezza, ma non solo. Dopo la morte di Erode il Grande, la città è stata ricostruita con un nuovo piano urbanistico, ovviamente greco-romano. Nel 70 d.C. dopo la caduta di Gerusalemme, Zippori è diventata il centro nevralgico della Galilea, raggiungendo il suo splendore durante l’epoca bizantina quando sono sorte stupende ville per i patrizi, alcune delle quali con incantevoli mosaici: famoso il mosaico raffigurante quella che è stata soprannominata “La Monna Lisa della Galilea”, giovane donna di rara bellezza, occhi castani dallo sguardo irresistibile, che sembra inseguire nella sala i visitatori ovunque essi si trovino.

L’interno della casa di Gesù a Nazareth dopo lo scavo dell’archeologo Ken Dark

L’esterno della casa di Gesù a Nazareth

Castellani per la stesura della sceneggiatura ed il testo si è basato sulle due più recenti pubblicazioni  di Ken Dark, che hanno avuto vasta eco nei media dato il clamore della scoperta: si tratta di “Early roman period and  the sisters of Nazareth convent” apparso  su The Antiquaries Journal  e “Has Iesus’ Nazareth house found?” pubblicata su Biblical Archaeology Review. Quella che oggi è considerata dagli archeologi la casa natale di Gesù è un edificio dalle pareti di pietra, risalente al I secolo. Lo scavo, iniziato nel 2006, è stato portato avanti dall’archeologo inglese Ken Dark della university of Reading. Dark si è concentrato su quell’area perché tutte le persone vissute nei secoli successivi alla morte di Gesù hanno identificato proprio quel luogo come la casa natale del Messia, e per le informazioni fornite dal De loci santis, secondo cui la casa di Gesù sarebbe stata localizzata tra due tombe e sotto una chiesa. Durante l’epoca bizantina e durante le crociate, le rovine dell’abitazione natale furono incorporate proprio nella chiesa soprastante, che avrebbe avuto anche la funzione di “proteggerle”. La casa è stata scavata sul fianco di una collina e presenta una serie di camere e una scala. Una delle porte originali si è conservata. Da quando sono iniziati gli scavi nel 2006, il team del professor Dark ha portato alla luce alcuni utensili da cucina e altri oggetti ricavati dalla roccia calcarea. Questo materiale è puro, secondo la credenza ebraica: perciò gli studiosi hanno creduto che l’edificio potesse essere anticamente abitato da una famiglia ebrea.Questa è la vera casa di Gesù? È impossibile dirlo con certezza”, ha ammesso Dark sulla rivista Biblical Archaeology Review. “D’altra parte, non vi è alcuna buona ragione archeologica perché una tale identificazione possa essere ritenuta reale”.