Archivio | novembre 2016

Scoperta in Israele una statuetta in terracotta di 3800 anni fa che precorre il “Pensatore” di Rodin

Il ritrovamento a Yehud (Israele) di una statuetta in terracotta di 3800 anni fa (media Età del Bronzo)

Il ritrovamento a Yehud (Israele) di una statuetta in terracotta di 3800 anni fa (media Età del Bronzo)

È una piccola statua in terracotta di 3800 anni fa quella trovata dagli archeologi israeliani a Yehud, nel centro di Israele, in perfetto stato di conservazione, realizzata sopra un vaso di ceramica appunto della media Età del Bronzo. Ma l’eccezionalità della scoperta non è il livello di conservazione ma la sua fattura-composizione: sembra essere la perfetta antenata del “Pensatore”, opera che lo scultore Auguste Rodin scolpì nel 1902. Secondo Gilad Itach, l’archeologo che ha diretto lo scavo, la fattura dell’opera ha visto prima la preparazione del vaso, caratteristico di quell’epoca, e in una seconda fase il posizionamento della statuetta, “un unicum” finora tra quanto restituito dalle ricerche archeologiche. “Il livello di precisione e di attenzione al dettaglio nel creare questa scultura di circa 4000 anni fa è impressionante. Il collo della brocca è servito come base per formare la parte superiore della figura. Dopo questa sono stati aggiunti le braccia, le gambe e la faccia. Ma quello che colpisce, esaltato dal fatto che la faccia appoggia su una mano, è l’espressione riflessiva del viso”.

Secondo gli archeologi israeliani la statuetta in terracotta di 3800 anni fa sembra precorrere il "Pensatore" di Rodin

Secondo gli archeologi israeliani la statuetta in terracotta di 3800 anni fa sembra precorrere il “Pensatore” di Rodin

A Rovereto la mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”: percorso più ricco e articolato rispetto a Firenze. A corollario proiezione di film a tema e degustazione della C-Sana, tisana elaborata dai botanici del museo Civico di Rovereto

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra "Il mondo che non c'era" a Rovereto

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra “Il mondo che non c’era” a Rovereto

per vedere il video clicca qui: http://www.ilmondochenoncera.it/rovereto/video/

L'imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

I vasi antropomorfi, le maschere, i pendagli vengono rimossi dalle vetrine, poggiati con cura sui tavoli di lavoro, impacchettati e riposti con grande attenzione nelle casse per la spedizione. Lui, Inti Ligabue, li segue con lo sguardo, quasi li accarezza amorevolmente, e li accompagna con un sospiro – come un genitore quando si stacca dai suoi figli -, mentre vengono caricati sui barconi per lasciare Palazzo Ligabue, sul Canal Grande a Venezia, con destinazione Rovereto, Palazzo Alberti Poja. È lì che poi li vediamo “rinascere” in un nuovo allestimento per la mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”, aperta fino al 6 gennaio 2017. Il video-promo, ritmato da una musica andina particolarmente coinvolgente, proiettato senza soluzione di continuità per tutta la durata della XXVII rassegna internazionale del documentario archeologico di Rovereto, accoglie ora i visitatori della mostra “Il mondo che non c’era”: vita, costumi e cosmogonie delle culture Meso e Sudamericane prima di Colombo, raccontati da circa 200 opere d’arte della Collezione Ligabue. E bastano queste poche immagini per capire come la mostra non sia solo uno straordinario viaggio nelle civiltà precolombiane, ma anche un modo per conoscere “da dentro”, a due anni dalla sua scomparsa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/), la figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015), paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista. E tutto questo grazie alla sensibilità del figlio Inti Ligabue che ha aperto le porte di casa mostrando i tesori di famiglia. Proprio la fondazione Giancarlo Ligabue creata da Inti continua l’impegno di famiglia nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione, dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni (con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali di diversi Paesi) Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture.

Il suggestivo allestimento della mostra "Il mondo che non c'era" a Palazzo Alberti Poja a Rovereto

Il suggestivo allestimento della mostra “Il mondo che non c’era” a Palazzo Alberti Poja a Rovereto

Dopo il grande successo ottenuto a Firenze al museo Archeologico nazionale giunge dunque alla Fondazione Museo Civico di Rovereto nelle eleganti sale di Palazzo Alberti Poja, la mostra “Il mondo che non c’era” straordinaria esposizione dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni in quella terra. Un corpus di capolavori – esposti al pubblico in gran parte per la prima volta grazie a questo progetto – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e il territorio di Panama. Dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi ai Coclé. La mostra racconta poi le Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina), dalla cultura Chavin, a Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca  (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/09/30/il-mondo-che-non-cera-dopo-firenze-arriva-a-rovereto-la-grande-mostra-sulle-culture-precolombiane-con-i-preziosi-reperti-della-collezione-ligabue-un-meraviglioso-viaggio-t/). E se un appassionato di civiltà precolombiane avesse già visto la mostra a Firenze, non rinunci a una gita a Rovereto, perché questa seconda tappa si presenta più ricca di informazioni  e meglio articolata negli spazi, col risultato che non solo è più accattivante e coinvolgente, ma addirittura sembra “un’altra” mostra. Il percorso dell’esposizione a Rovereto si snoda nelle varie stanze di Palazzo Alberti Poja per aree geografiche: dal Messico al Perù. Ciò permette di apprezzare non solo l’evoluzione delle espressioni artistiche nel medesimo territorio, ma anche il susseguirsi o il sovrapporsi delle diverse civiltà. E per facilitare la “lettura” dei tesori esposti in vetrina ecco ampi pannelli-poster in corrispondenza degli oggetti fissati sulle pareti movimentate con gigantografie delle architetture di quel periodo, di quella civiltà, di quel luogo. Il visitatore può così decidere se approfondire la conoscenza dei singoli oggetti senza disturbare chi si approccia alle vetrine.

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

La fondazione Museo Civico di Rovereto, in concomitanza con la mostra “Il mondo che non c’era”, ha organizzato proiezioni a tema il sabato e visite guidate la domenica. Ecco gli appuntamenti di dicembre. Alle 16, proiezione di un film della cineteca della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, compresa nel biglietto di ingresso alla mostra. Sabato 3 dicembre, “Una fanciulla sacerdotessa a Cahuachi” di Minoru Nakamura, Giappone, 53′; sabato 10 dicembre, “Naachtun, la citta maya dimenticata” di Stéphane Bégoin, Francia, 90′; sabato 17 dicembre, “Chavìn de Huantar. Il teatro dell’Aldilà” di Jose Manuel Novoa, Spagna, 52′. Visite guidate per il pubblico: tutte le domeniche di dicembre (escluso Natale) alle 16. Laboratorio creativo a tema per bambini: nel mese di dicembre tutte le domeniche (escluso Natale) alle 16, su prenotazione. Attività comprese nel costo del biglietto di ingresso. Visite guidate per i gruppi: su prenotazione, con degustazione guidata ‘Sulle rotte del cioccolato’ a cura della Enocioccoteca Exquisita di Rovereto. Costo: 5 euro a persona. E poi c’è un “Un sorso di conoscenza”: ai mercatini del Natale dei Popoli in piazza Battisti a Rovereto c’è uno stand dove si può degustare la C-Sana, la tisana del museo Civico, avere promozioni per l’ingresso alla mostra “Il mondo che non c’era”. Con una formulazione studiata dai botanici della fondazione Museo Civico di Rovereto in team con Aboca e le farmacie comunali di Rovereto, la tisana del Civico nasce per far conoscere la ricerca botanica del museo che da sempre studia, archivia e diffonde i dati sulla Flora del Trentino.

Poste Italiane dedica un francobollo alla scultura di Lisippo che lo Stato Italiano sta cercando di riportare in Italia dalla California, dove è esposta, e la cita come Atleta di Fano e non come Getty’s Bronze

L'Atleta di Fano, cui Poste Italiane dedicano un francobollo, è oggi esposto al Getty Museum di Los Angeles in California

L’Atleta di Fano, cui Poste Italiane dedicano un francobollo, è oggi esposto al Getty Museum di Los Angeles in California

Quasi un assist alla battaglia legale per farlo tornare a casa. Poste Italiane venerdì 25  novembre 2016 rendono omaggio con un francobollo alla statua dell’Atleta vittorioso dello scultore greco Lisippo, ripescata al largo di Fano nel 1964, oggi esposta al Paul Getty Museum in California e al centro di un contenzioso per la restituzione all’Italia. Il 25 novembre infatti le Poste emettono sei nuovi francobolli, tra cui, appunto, uno dedicato alla famosa scultura lisippea. L’Atleta di Fano o Atleta vittorioso o Atleta che si incorona o Lisippo di Fano, è conosciuto negli Stati Uniti anche come Victorious Youth (Giovane vittorioso) o Getty’s Bronze: la scultura bronzea, datata tra il IV e il II secolo a.C., è stata attribuita, su base esclusivamente stilistica, allo scultore greco Lisippo o ad un suo allievo. Nel francobollo di Poste Italiane la statua viene indicata come “l’Atleta di Fano” e non con la dizione di “Getty’s bronze” con la quale è indicata nel museo di Malibù, dove è esposta. “Un motivo di grande soddisfazione”, per il sindaco di Fano Massimo Seri, “perché l’emissione sancisce ufficialmente due punti importantissimi: il nome della statua e la sua appartenenza al patrimonio artistico e culturale italiano”. Secondo Seri, l’attestazione “dell’appartenenza al Patrimonio artistico e culturale italiano” offre forse ulteriori elementi alla battaglia legale che vede impegnato lo Stato Italiano nel contenzioso internazionale con il museo americano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/05/28/latleta-di-lisippo-a-firenze-non-e-in-mostra-a-potere-e-pathos-ma-solo-sul-catalogo-il-capolavoro-e-rimasto-a-los-angeles-resta-aperta-la-vertenza-con-lo-stato-italiano-per-la-su/) . Il sindaco ha ringraziato il professor Alberto Berardi che con l’associazione Le Cento Città ha dato l’avvio al processo per la confisca del Lisippo. Dal 25 novembre al 4 dicembre 2016 a Palazzo Bracci Pagani a Fano si può visitare una mostra con l’annullo filatelico.

Borsa Mediterranea del Turismo archeologico 2016: Accordo di Amicizia Paestum-Palmira. Appello-impegno per ricostruire la “sposa del deserto”. Incontro con Farouzy, figlia di Khaled Asaad, l’archeologo martire di Palmira. Assegnato l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. La rivista Archeo pubblica la guida di Palmira di Khaled Asaad

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell'Unesco, da parte dei miliziani dell'Isis

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

paestum_borsa-turismo_bmtaSfregiata, devastata, saccheggiata dai miliziani dell’Isis: Palmira oggi, a qualche mese dalla sua liberazione, lascia sgomenti quanti sono riusciti a vederla, senza più l’imponente tempio di Bel, senza più il piccolo ma non meno importante tempio di Baal-shamin, senza più il maestoso arco trionfale. Tornerà mai a risplendere la “sposa del deserto”? Un impegno e un monito a ridare a Palmira il suo splendore e ricostruire quanto distrutto dall’Isis per restituire ai siriani ciò che faceva parte del loro patrimonio e del loro ambiente culturale sono partiti dalla XIX Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, dedicata proprio alla città carovaniera simbolo della furia del Califfato e finalmente tornata sotto il controllo dell’esercito regolare.  “I nostri esperti in archeologia e architettura sono già al lavoro e stanno elaborando un piano di studio per ripristinare i servizi, le  infrastrutture e la sicurezza della zona di Palmira”, spiega da Paestum il direttore del Marketing e Promozione del ministero del Turismo a Damasco, Barsek Bassam. “Presto sarà stilato un elenco di cose da fare per la ricostruzione, con una previsione certa dei tempi richiesti. Siamo assolutamente concordi che andrà fatta con il coordinamento di Istituzioni internazionali come l’Unesco e l’Iccrom”. “Oggi Palmira vive a Paestum”, il commosso commento di Fayrouz Asaad archeologa e figlia di Khaled al-Asaad, il direttore del sito archeologico di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale del suo Paese. Alla Borsa Mediterranea del Turismo Archelogico 2016, Fayrouz è stata testimone eccezionale della firma dell’Accordo di amicizia tra Paestum e Palmira, un atto che è servito a suggellare “la comunione e la vicinanza tra due testimonianze straordinarie, nel mondo, di civiltà millenarie all’insegna del rispetto delle persone e della democrazia”, sottolinea il sindaco di Capaccio-Paestum Italo Voza, auspicando che l’accordo possa essere presto ratificato in un vero e proprio gemellaggio non appena la città di Palmira riavrà il suo assetto governativo. Magari già nel 2017 alla prossima edizione della Bmta.

Paestum Fayrouz Asaad

Paestum Fayrouz Asaad

“Spero che tutte le persone che amano Palmira, lavorino per riportare Palmira a come era prima, perché deve tornare alla vita, per accogliere visitatori da tutto il mondo perché è un patrimonio dell’umanità”, auspica Fayrouz Asaad che dall’uccisione del padre si è rifugiata in Germania con il marito e la figlia, dove ha ripreso i suoi studi in archeologia.  “Che cosa rappresentava e cosa rappresenta oggi Palmira? Ai miracoli Palmira è abituata. Del resto il suo nome in aramaico è Tadmor che significa appunto miracolo. Palmira è in mezzo al deserto e c’è l’acqua sulfurea, è stata il più importante punto della Via della Seta. È una città complicata. Le persone quando arrivano a Palmira è come se arrivassero in pellegrinaggio. Oggi però i più importanti monumenti sono andati persi, come anche il museo. Per questo è importante che tutto il mondo contribuisca a sanare le ferite prodotte dall’Isis e a riportare la città com’era prima”. Ma con tre regole precise, secondo Paolo Matthiae, archeologo e direttore della missione archeologica a Ebla in Siria: pieno rispetto della sovranità nazionale, coordinamento e controllo dell’Unesco e ampia collaborazione internazionale. Per Matthiae “sarebbe inaccettabile un neo-colonialismo nel paese più ospitale e generoso per ciò che concerne le autorizzazioni alle operazioni di scavo”.  E l’ambasciatore Unesco Francesco Caruso: “Bisognerà restituire alla popolazione i siti come erano, anche se si tratta di riproduzioni. Se questo sarà il loro desiderio. Riprendiamo, dunque, la via politica armati di cultura”.

Siglato alla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico l'Accordo di Amicizia tra Paestum e Palmira

Siglato alla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico l’Accordo di Amicizia tra Paestum e Palmira

“Non posso immaginare di vedere il parco Archeologico di Palmira senza l’arco monumentale. Sono sicuro che sia giusto ricostruire tutto come era e soprattutto lavorare per restaurare la mentalità dei nostri bambini che hanno visto bombe, sangue, distruzione”, sostiene Mohamad Saleh, l’ultimo direttore per il Turismo a Palmira, protagonista  di un commosso incontro alla Borsa di Paestum, insieme a Fayrouz Asaad, già assistente del fratello Walid, ultimo direttore della città antica e del museo di Palmira: “Ho visto con i miei occhi – denuncia Fayrouz – cosa hanno fatto al mio Paese uomini ignoranti”. E aggiunge: “Sono molto contenta di essere con voi. Grazie mille all’Italia e alla Borsa per quello che ha fatto per la Siria. Grazie a Dio mio padre è morto prima di vedere la distruzione dei monumenti che tanto amava. Adesso vedo l’anima di mio padre attraverso voi. L’Italia è famosa per i suoi esperti archeologici. Spero che possa partecipare al restauro di Palmira quanto prima”.

La Tomba di Lavau, sepoltura di un principe celtico del V secolo a.C.

La Tomba di Lavau, sepoltura di un principe celtico del V secolo a.C.

Al padre di Fayrouz, Khaled Asaad, la Borsa Mediterranea del Turismo archeologico, ha intitolato  l’International Archeological Discovery Award, “l’unico riconoscimento mondiale”, sottolineano il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner che hanno condiviso questo cammino in comune, “dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio”. L’edizione 2016 dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” è stata assegnata alla Tomba di Lavau in Francia, quale scoperta più significativa del 2015: il Premio è stato consegnato all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives, rappresentato dal presidente Dominique Garcia, alla presenza di Fayrouz Asaad. Lo “Special Award”, il premio alla scoperta con il maggior consenso sulla pagina Facebook della BMTA, è stato assegnato alla Tomba etrusca di Città della Pieve: una scoperta di fondamentale valore per il territorio pievese, che entrerà così a far parte della rete delle Città Etrusche. “È un onore che sia stato dedicato un premio alla memoria di mio padre qui a Paestum”, chiosa Fayrouz Asaad. “Non avrei mai pensato che la fine della vita di mio padre fosse questa. Sono molto addolorata. Tanta gente mi ha dato coraggio, speriamo di lavorare tutti insieme per riportare Palmira a quello che era prima. Cosa penso dell’Isis? Non sono persone, gli animali sono più importanti di loro. Non sono musulmani, il nostro Islam non è così. Hanno fatto tutto sotto il nome dell’Islam ma non sono islamici”. Intanto, gli italiani potranno presto scoprire i tesori della città raccontate proprio da Khaled al-Assad. Grazie a un’iniziativa della rivista “Archeo” patrocinata dall’Unesco, sarà tradotta in italiano la guida scritta in inglese dall’archeologo. “Spero sia pronta massimo per inizio 2017”, annuncia il direttore della rivista Andreas Steiner, “e che sia di buon auspicio affinché si possa tornare a visitare Palmira quanto prima”.

Licodia Eubea (Catania): chiude la mostra fotografica “Con l’Africa nel cuore” del regista veneziano Lucio Rosa. Bilancio positivo della rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica. Premio “Antonino Di Vita” a Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva

Lo staff organizzativo insieme agli ospiti della VI Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Catania)

Lo staff organizzativo insieme agli ospiti della VI Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Catania)

Il regista Lucio Rosa e il direttore artistico Lorenzo Daniele

Il regista Lucio Rosa e il direttore artistico Lorenzo Daniele

C’è ancora un altro week end per visitare a Licodia Eubea, nel Catanese, la mostra fotografica “Con l’Africa nel cuore” del regista, fotografo e produttore veneziano Lucio Rosa, inaugurata lo scorso 28 ottobre contestualmente all’apertura della VI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea in Sicilia (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/25/a-licopedia-eubea-ct-al-via-la-vi-rassegna-del-documentario-e-della-comunicazione-archeologica-12-filmati-3-incontri-2-premi-visite-guidate-degustazioni-e-la-mostra-fotografica-con-l/). “Si tratta – ricordano i promotori – della prima nazionale di una personale straordinaria, che raccoglie scatti inediti di etnie e popoli eredi di storie millenarie e di una cultura che li rende unici al mondo”: la mostra si potrà ancora visitare sabato 26 e domenica 27 novembre 2016, dalle 17 alle 21. Lucio Rosa, regista di oltre 200 documentari a tema archeologico ed etnoantropologico, si avvicina all’Africa negli anni ‘80 quando, su incarico delle Agenzie delle Nazioni Unite, visita spesso il Sud del mondo per realizzare reportage cinematografici e fotografici. L’Africa diventa un luogo dell’anima per l’autore, che adopera il suo obiettivo per raccontarne il presente e il passato, ma anche per descrivere i colori dei suoi paesaggi e delle sue genti, eredi di culture uniche, oggi in rischio di estinzione. Attraverso la personale fotografica “Con l’Africa nel cuore” Lucio Rosa immortala, in ventisei scatti selezionati, gruppi etnici come i Babinga, i Pokot, gli Hamer e i Dassenech che, sempre più radi, occupano il Congo, il Kenia e l’Etiopia, dove hanno costruito nei secoli un rapporto di simbiosi con la natura speciale, irripetibile. Etnie raffinate e fragili, che l’Autore osserva con l’occhio del documentarista, adoperando l’immagine fissa come il frame del racconto di una vita.

La consegna del premio "Antonino Di Vita" a Piero Pruneti, direttore della rivista "Archeologia Viva"

La consegna del premio “Antonino Di Vita” a Piero Pruneti, direttore della rivista “Archeologia Viva”

Il manifesto della VI Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea

Il manifesto della VI Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea

Con la chiusura della mostra di Lucio Rosa si archivia definitivamente la sesta edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, l’appuntamento con l’Antico attraverso le arti visive di Licodia Eubea che, per la bellezza dei suoi luoghi e della sua gente, costituisce la cornice ideale della manifestazione. Un ulteriore legame tra il piccolo borgo ibleo e la rassegna è costituito dalla figura di Antonino Di Vita, archeologo siciliano di fama internazionale scomparso nel 2011, che in Licodia Eubea ha sempre visto il suo “luogo dell’anima”. Alla memoria dell’illustre studioso, accademico dei Lincei e autore di importanti ricerche archeologiche in Italia e all’estero, il paese ha intitolato il proprio museo civico, ed è sempre a lui che la Rassegna dedica un premio speciale, conferito a chi abbia speso la propria professione nel diffondere la conoscenza del patrimonio culturale attraverso i media, dal cinema al web, dalla televisione alle riviste cartacee. Ed è stato proprio in occasione della serata finale dell’evento, nella suggestiva atmosfera dell’ex chiesa di S. Benedetto e S. Chiara, che il riconoscimento è stato attribuito al giornalista toscano Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, rivista che da 35 anni comunica con il grande pubblico, offrendo notiziari, reportage sulle principali scoperte archeologiche, interviste con i protagonisti, mostre e rubriche tecniche, stimolando i lettori a ricercare nel passato le ragioni del presente. “Il bilancio di questa edizione”, dichiarano i direttori artistici Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio, “è più che positivo. Siamo rimasti piacevolmente colpiti dall’affluenza del pubblico, numeroso ed eterogeneo, che ha preso parte alla manifestazione. Molta gente si è lasciata coinvolgere dalle conversazioni con i nostri ospiti, dalle visite guidate all’interno del museo civico in occasione dei riuscitissimi “aperitivi al museo” serali e, naturalmente, dalle opere cinematografiche in concorso. Vuol dire che gli ingredienti adoperati nell’organizzazione del festival sono giusti, e che l’impegno profuso nel portare avanti questo ambizioso progetto qui in Sicilia sta dando i suoi frutti, il che rappresenta uno sprone ad andare avanti nel nostro lavoro di divulgazione del mondo antico e delle sue infinite storie”.

Antico Egitto. Scoperta a Tebe-Luxor dalla missione spagnola che opera al recupero del tempio funerario di Thutmosi III, la tomba di un alto funzionario di corte del Terzo Periodo Intermedio con un bel cartonnage

I resti del tempio funerario di Thutmosi III a Deir el Bahari sulla riva occidentale del Nilo a Tebe-Luxor

I resti del tempio funerario di Thutmosi III a Deir el Bahari sulla riva occidentale del Nilo a Tebe-Luxor

L’Egitto non finisce mai di stupire: scoperta a Tebe-Luxor la tomba di un alto dignitario dei faraoni risalente al Terzo Periodo Intermedio. Durante la nona campagna di scavo, la missione archeologica spagnola, diretta dall’egittologa Myriam Seco Ælvarez, ha scoperto a Tebe, sulla riva ovest di Luxor in Egitto, una tomba risalente agli inizi del Terzo Periodo Intermedio, vale a dire dell’XI-X sec. a.C.. La sepoltura, alla fine di un breve pozzo, è stata ritrovata lungo la facciata esterna del muro meridionale del tempio funerario del faraone della XVIII dinastia Thutmosi III (1490/68 -1425 a.C.), a Deir el-Bahari, vicino al tempio funerario di Hatshepsut. Lo ha reso noto il ministero delle Antichità egiziano. “La tomba, molto piccola,  80 centimetri di altezza e 60 di larghezza, è in ottimo stato”, assicura Mahmoud Afifi, direttore del Dipartimento delle Antichità locale. “Al suo interno è stato trovato un sarcofago deteriorato con una mummia ben conservata di un alto funzionario di corte, Amon-Renef “Servitore della Real Casa”, avvolto in una bel cartonnage colorato”.

Il bel cartonnage dell'alto funzionario Amon-Renef scoperto lungo la facciata esterna del tempio di Thutmosi III dalla missione spagnola di Myriam Seco

Il bel cartonnage dell’alto funzionario Amon-Renef scoperto nella tomba lungo la facciata esterna del tempio di Thutmosi III dalla missione spagnola di Myriam Seco

“Abbiamo trovato la nicchia al di fuori del perimetro sud del muro del tempio”, racconta Seco che dal 2008 è co-direttore della missione che ha l’arduo compito di recuperare il tempio funerario del più grande faraone di tutti i tempi. “Il sarcofago antropomorfo è stato mangiato dalle termiti. Si sono conservati solo un poco dei piedi e del viso. Al suo interno,  però, è stato trovato un cartone molto fragile, che mantiene ancora la sua vivida decorazione: è una vera bellezza”. Il rivestimento di cartonnage è stato usato nell’Antico Egitto a partire dal Primo periodo intermedio per realizzare le maschere funerarie. È stato proprio dallo studio preliminare del cartonnage che si è potuto sapere qualcosa di più preciso sul proprietario della sepoltura. “Vi sono riportati tutti gli elementi della religione egizia. Appaiono i simboli solari, come il disco solare o il cobra; le dee protettive Iside e Nefti con le loro ali spiegate; i quattro figli di Horus incaricati di custodire le viscere del defunto; i falchi protettori sempre con le ali spiegate”. E poi ricorda l’egittologa sivigliana: “Abbiamo anche trovato associati degli oggetti ascrivibili al Terzo Periodo Intermedio. Per questo gli studi preliminari collocano la sepoltura intorno all’XI-X secolo a.C. Ma necessitano ovviamente studi più approfonditi”. Intanto sappiamo che il defunto si chiamava Amon-Renef e portava il titolo di “Servitore della Real Casa”. È stata una figura importante nella corte: si prendeva cura di tutto.

Un'archeologa durante le difficoltose operazioni di recupero del cartonnage di Amon-Renef

Un’archeologa durante le difficoltose operazioni di recupero del cartonnage di Amon-Renef

Il poco spazio disponibile nella tomba ha complicato il lavoro degli archeologi. “Immaginate le posture scomode che hanno dovuto adottare i due restauratori che hanno lavorato nella nicchia, con l’ulteriore difficoltà che si doveva muoversi, entrare e uscire senza toccare il cartonnage” riprende la direttrice Seco. “Abbiamo lavorato per una settimana per rimuovere il cartonnage intatto”. Durante il delicato processo, gli esperti hanno coperto la maschera funeraria con una garza, prima di essere recuperata e inviata al laboratorio. “Ora è fondamentale intervenire sul cartone con l’iniezione di prodotti che ne garantiscano la conservazione. Dovremo farlo prima della fine della campagna di scavo”.

Mostre, convegni, restauri, scavi archeologici, scambi culturali: siglato protocollo di collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Napoli, gli Scavi di Pompei e il museo Ermitage di San Pietroburgo

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

Il museo statale dell'Ermitage di San Pietroburgo

Il museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo

Il museo Archeologico nazionale di Napoli

Il museo Archeologico nazionale di Napoli

Il sito archeologico di Pompei

Il sito archeologico di Pompei

L’Ermitage sbarca a Napoli e mette radici alle falde del Vesuvio. L’accordo di collaborazione tra gli Scavi di Pompei, il museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann) e il prestigioso museo di San Pietroburgo è stato siglato il 10 novembre 2016 nella storica città russa dal direttore del museo statale Ermitage, Michail Piotrovskij, il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini e il direttore generale di Pompei, Massimo Osanna. L’obiettivo è ambizioso: preparare e realizzare un programma di collaborazione culturale e scientifica tra le tre Istituzioni. A darne notizia è stato il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini in visita a Napoli. “Il protocollo della durata di quattro anni – spiega – prevede una condivisione di esperienze e competenze nel campo dello scavo archeologico, lo scambio di mostre e la realizzazione congiunta di progetti espositivi e, inoltre, stage di studio tra i collaboratori scientifici e gli specialisti nel campo della storia dell’arte, dell’archeologia, dell’eredità culturale, della museologia, della conservazione e del restauro; l’attuazione di conferenze scientifiche, convegni, seminari, tavole rotonde, sulle problematiche della storia dell’arte, dell’eredità culturale, della museologia, della conservazione, del restauro e della gestione dei Beni Culturali; il confronto in merito all’utilizzo di sistemi e tecnologie innovative applicate ai beni culturali con particolare riferimento alla digitalizzazione, all’archiviazione, all’applicazione di realtà aumentate e multimedialità finalizzati alla valorizzazione del patrimonio, alla sua conservazione e fruizione pubblica e specialistica; lo studio e confronto sulle nuove forme di approccio e di diffusione della conoscenza, anche attraverso l’interdisciplinarità delle arti, dei patrimoni archeologici e delle eredità storico-artistiche; l’attivazione di borse di studio e la partecipazione reciproca ad attività di indagine e campagne di scavo sulla base di ricerche e progetti condivisi”. Secondo Giulierini “un protocollo con l’Ermitage, il più grande museo del mondo, vale più di una partecipazione a una Borsa del turismo, perché significa disseminare in Russia non solo l’immagine del Mann, ma anche quella della città e di tutta la Campania. E soprattutto fare in modo che i depositi di via Foria continuino a generare profitto senza depauperare l’esposizione permanente”. Il protocollo di San Pietroburgo è la seconda collaborazione internazionale siglata insieme da Pompei e Mann dopo quella per la mostra “Pompeii. The Exhibition” in tour negli Usa fino a maggio 2018 con tappe a Kansas City, Portland e Tampa.

Pompei. Dopo i restauri apre al pubblico una nuova domus, la Casa dei Mosaici geometrici, una delle più grandi della città romana; una superficie di 3000 metri quadrati e 60 stanze disposte a terrazze panoramiche

I caratteristici mosaici a disegno geometrico che hanno dato il nome alla Domus della Regio VIII a Pompei

I caratteristici mosaici a disegno geometrico che hanno dato il nome alla Domus della Regio VIII a Pompei

A Pompei riapre al pubblico la Casa dei Mosaici geometrici

A Pompei riapre al pubblico la Casa dei Mosaici geometrici

A Pompei una nuova domus mercoledì 16 novembre 2016 viene restituita al pubblico: è la Casa dei Mosaici geometrici, una delle più grandi domus di Pompei, situata nella Regio VIII, oltre sessanta stanze, frutto dell’unione di due abitazioni entrambe del III-I sec. a.C., rimodernata dopo il terremoto del 62 d.C.; copre una superficie di 3000 metri quadrati in una scenografica disposizione a terrazze panoramiche. La Casa dei Mosaici geometrici, così denominata per la ricca decorazione pavimentale con mosaici a tessere bianche e nere su motivi a labirinto e a scacchiera, apre al termine di importanti interventi di restauro. Adagiata sulle pendici sud-ovest della città, in posizione panoramica, presenta la tipica articolazione della domus romana: atrio (tra i più ampi di Pompei), con impluvium quadrato; tablino, da cui s’accedeva al portico e all’ampio peristilio. Interessante la decorazione superstite dei pavimenti, in cocciopesto e in bel mosaico bianconero a motivi geometrici. La casa è stata oggetto, assieme al Comitium e agli edifici municipali che affacciano sul Foro, anch’essi restituiti al pubblico, di interventi di restauro degli apparati decorativi nell’ambito del Grande Progetto Pompei. Mercoledì 16 novembre 2016, alle 11, la casa e gli altri edifici civili restaurati saranno mostrati in anteprima alla stampa e gli interventi e le relative indagini archeologiche dalle interessanti novità scientifiche saranno illustrati dal direttore generale Massimo Osanna.

A Karkemish, città-stato ittita al confine tra Turchia e Siria, torna a risuonare al voce di Sargon II zittita da Nabucodonosor II. La missione italo-turca guidata da Nicolò Marchetti dell’università di Bologna ha scoperto in fondo a un pozzo tre tavolette del grande re assiro fatte sparire dal sovrano babilonese

Un leone in marcia scolpito su un ortostato della città-stato ittita di Karkemish, al confine tra Turchia e Siria

Un leone in marcia scolpito su un ortostato della città-stato ittita di Karkemish, al confine tra Turchia e Siria

Sargon II, grande re assiro

Sargon II, grande re assiro

Nabucodonosor II lo sapeva. La conquista di Karkemish, la potente città in posizione strategica tra l’Anatolia ittita e la Mesopotamia assira, non sarebbe bastata a cancellare il ricordo del grande re assiro Sargon II (721-705 a.C.) che più di cento anni prima, sul finire dell’VIII sec. a.C., aveva costruito un impero in Vicino Oriente, nella Mezzaluna Fertile, conquistando Samaria, Damasco, Gaza e, nel 717, anche Karkemish, città-stato ittita che sorgeva sul corso dell’Eufrate, dove oggi corre il confine tra Siria e Turchia. Lo spettro di Sargon aleggiava ancora. Le sue parole sembravano ancora vive nella memoria della gente. Lui che sintetizzava così la sua vita: “Io sono Sargon, re forte, re di Akkad. Mia madre era una sacerdotessa; mio padre non lo conosco; era uno di quelli che abitano le montagne. Il mio paese è Azupiranu sull’Eufrate. La sacerdotessa mia madre mi concepì e mi generò in segreto; mi depose in un paniere di giunco, chiuse il coperchio con del bitume, mi affidò al fiume che non mi sommerse. I flutti mi trascinarono e mi portarono da Aqqui, l’addetto a raccogliere acqua. Aqqui, immergendo il suo secchio, mi raccolse. Aqqui, l’addetto a raccogliere l’acqua, mi adottò come figlio e mi allevò. Aqqui, l’addetto a raccogliere l’acqua, mi fece suo giardiniere. Durante il periodo in cui ero giardiniere la dea Ishtar mi amò. Per… anni io fui re”. Quella voce doveva essere spenta. Così Nabucodonosor fece distruggere tutti i documenti di Sargon affidandoli all’oblio del tempo. Fino all’arrivo degli archeologi. E la voce di Sargon è tornata a risuonare.

Una delle tavolette di argilla con testi in cuneiforme celebrativi di Sargon II trovata dalla missione archeologica dell'università di Bologna a Karkemish

Una delle tavolette di argilla con testi in cuneiforme celebrativi di Sargon II trovata dalla missione archeologica dell’università di Bologna a Karkemish

Tre preziosi frammenti di tavolette d’argilla, che riportano incisi in caratteri cuneiformi gli scritti del sovrano assiro Sargon II, sono stati scoperti in fondo a un pozzo (a 14 metri di profondità), nel sito di Karkemish, dalla missione archeologica italo-turca avviata nel 2011 dall’università di Bologna insieme agli atenei turchi di Gaziantep e Istanbul. Le tavolette furono gettate in fondo a un pozzo su ordine del re babilonese Nabucodonosor II, per essere per sempre dimenticate. Scrive Sargon: “Ho costruito, aperto nuovi corsi d’acqua, incrementato la produzione di grano, rinforzato le porte con cerniere di bronzo, allargato i granai, costituito un esercito con 50 carri, 200 cavalli, tremila fanti. E ho reso il popolo felice, fiducioso in se stesso”.

La mappa del sito archeologico di Karkemish studiato dalla missione archeologica italo-turca guidata dall'università di Bologna

La mappa del sito archeologico di Karkemish studiato dalla missione archeologica italo-turca guidata dall’università di Bologna

Spesso paragonata a città gloriose come Troia, Ur, Gerusalemme, Petra e Babilonia, Karkemish è stato un centro di straordinaria importanza. Abitato almeno dal VI millennio a.C., a partire dal 2300 acquista un ruolo centrale nella regione e diviene contesa da ittiti, assiri e babilonesi. Solo con l’impero romano inizia il suo declino, che termina nell’Alto Medioevo, attorno al X secolo, quando la città viene definitivamente abbandonata e dimenticata. Ricompare solo alla fine dell’800. Fu allora che una serie di campagne esplorative promosse dal British Museum (ci lavorò anche Lawrence d’Arabia) riportarono per la prima volta alla luce le tracce del suo grande passato. Un’opera di riscoperta che oggi è passata nelle mani dell’Alma Mater, con un progetto di scavo guidato dal prof. Nicolò Marchetti che, al suo quinto anno di attività, è finito – letteralmente – in fondo a un pozzo. Per riemergere con le parole ritrovate del re Sargon II.

L'archeologo Nicolò Marchetti, direttore della missione a Karkemish

L’archeologo Nicolò Marchetti, direttore della missione a Karkemish

Tre frammenti di tavolette d’argilla”, ricorda Marchetti, “che riportano incisi in caratteri cuneiformi gli scritti del sovrano assiro. Frasi autocelebrative, che esaltano le vittorie militari e le misure a favore della popolazione. Frasi che, proprio per il loro carattere propagandistico, furono fatte sparire, gettate in fondo a un pozzo su ordine di Nabucodonosor II, il re babilonese che nel 605, dopo un lungo assedio, strappò Karkemish al controllo assiro. Cancellare le tracce e i simboli del nemico sconfitto è una pratica che attraversa tutta la storia dell’umanità e che ancora oggi, purtroppo, viene praticata”.

Il pozzo di Karkemish in fondo al quale sono stati trovati i frammenti di tre tavolette con testi celebrativi di Sargon

Il pozzo di Karkemish in fondo al quale sono stati trovati i frammenti di tre tavolette con testi celebrativi di Sargon

Il pozzo è stato rinvenuto dalla missione italo-turca nell’area dove un tempo sorgeva il palazzo di re Katuwa, costruito attorno al 900 a.C. e ampliato e modificato da Sargon II. Gli archeologi dell’Alma Mater si sono calati nella stretta imboccatura, scendendo fino a 14 metri sotto al livello del suolo. Lì, sul fondo, è stata trovata una fitta serie di oggetti e utensili di ambito amministrativo, letterario e decorativo: gettoni d’argilla (tokens) per la contabilità, recipienti di bronzo e di pietra, un’armatura di ferro e i tre frammenti di tavolette d’argilla con le parole di Sargon II. Oltre al pozzo, i lavori della missione archeologica dell’Alma Mater hanno portato alla luce anche tre ortostati, lastre di pietra con funzioni sia di sostegno che decorative, in ottime condizioni. In uno è rappresentato un leone in marcia, mentre nelle altre due sono incisi un toro alato e un dio-ibex alato, con un volto umano. Quest’ultimo, in particolare, rappresenta un caso unico nel campo dell’arte neo-ittita. Puliti e restaurati, gli ortostati sono stati lasciati nell’area del palazzo di re Katuwa, ed è stato inoltre completata la rilevazione digitale ad alta precisione della mappa dell’antica città. Tutti interventi che puntano a far nascere un parco archeologico che possa attirare turisti e visitatori a Karkemish, coinvolgendoli in un’esperienza immersiva tra storia e attualità.

 

Mistero, avventura, ricerca, il fascino dell’archeologia concentrato in tre giorni: al via la 14.ma edizione di “Imagines: obiettivo sul passato” rassegna del documentario archeologico del Gabo dedicata alla memoria dell’esploratore-documentarista Alfredo Castiglioni

Angelo e Alfredo Castiglioni ospiti del Gruppo Archeologico Bolognese a Imagines 2010

Angelo e Alfredo Castiglioni ospiti del Gruppo Archeologico Bolognese a Imagines 2010

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d'Italia

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Dalla Sicilia preistorica al Vicino Oriente di Ebla, dal mondo dei Templari a quello di Belzoni, alla pianura padana incrocio di commerci e popolazioni: mistero, avventura, ricerca, il fascino dell’archeologia concentrato in tre giorni di proiezioni dal 25 al 27 novembre 2016. La 14.ma edizione di “Imagines: obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico promosso dal gruppo Archeologico Bolognese e dal museo della Preistoria “Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena, si annuncia particolarmente ricca e con una dedica particolare: un ricordo-omaggio di Alfredo Castiglioni scomparso il 14 febbraio 2016 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/05/19/archeologia-in-lutto-e-scomparso-alfredo-castiglioni-protagonista-col-fratello-angelo-di-mezzo-secolo-di-ricerche-in-africa-esploratore-archeologo-antropologo-etnologo-autore-di-libri-film-re/).

"La preistoria in Sicilia" di Gaspare Mannoia

“La preistoria in Sicilia” di Gaspare Mannoia

“Imagines” apre venerdì 25 Novembre 2016 al museo della Preistoria “Luigi Donini” in via Fratelli Canova 49, a San Lazzaro di Savena (Bo). Alle 15.15, i saluti di Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria “L. Donini”, e di Giuseppe Mantovani, vicedirettore del gruppo Archeologico Bolognese e curatore della rassegna “Imagines”. Quindi due film, entrambi presentati da Giuseppe Mantovani. Il primo film: “Pantelleria, la perla nera del Mediterraneo” di Giuseppe Mantovani (45’). L’isola vulcanica di Pantelleria è stata abitata fin dall’età del bronzo e conserva importanti testimonianze della sua frequentazione. Il villaggio di Mursia, scavato dall’Università di Bologna, è uno degli insediamenti preistorici meglio conservati del mediterraneo. Il secondo film: “La preistoria in Sicilia” di Gaspare Mannoia (30’). Una Sicilia inedita quella che Gaspare Mannoia descrive in questo filmato, una Sicilia sconosciuta ai turisti che di solito visitano le più conosciute meraviglie dell’isola al centro del Mediterraneo. Il regista, con questo e con altri filmati, vuole divulgare la bellezza di siti meno noti ma non meno interessanti e suggestivi da un punto di vista archeologico e paesaggistico. Chiude la sezione di “Imagines” un buffet offerto dal gruppo Archeologico Bolognese.

"I Templari a Bologna" raccontati da Marco Serra

“I Templari a Bologna” raccontati da Marco Serra

Per la seconda giornata, sabato 26 Novembre 2016, la rassegna si sposta nella sala eventi della Mediateca di San Lazzaro di Savena in via Caselle 22, sempre alle 15.15. Il primo film in programma, “Templari a Bologna” di Marco Serra (85’), introdotto da Giampiero Bagni, storico alla Nottingham Trent University, sarà diviso in due tempi. Un viaggio affascinante nei luoghi templari bolognesi seguendo rigorosamente le fonti storiche. Alla scoperta della figura misteriosa dell’ultimo difensore dei Templari al processo di Parigi, Pietro da Bologna, attraverso interviste, immagini inedite e ricostruzioni storiche. Dopo l’intervallo, alle 17.30, proiezione del film “Il grande Belzoni” di Mark Hayhurst (35’): il filmato ricostruisce le gesta di uno dei pionieri della ricerca archeologica in Egitto nell’800: Giovanni Belzoni. Da uomo del circo ad appassionato scavatore di Abu Simbel e di altri celebri siti dell’antico Egitto. Introduce la proiezione l’egittologa Maria Giovanna Caneschi. Alle 18.30, il film “Minerva Medica. Un santuario romano a Montegibbio” di Andrea Comastri (10’), video prodotto in occasione della mostra “Minerva Medica un santuario romano a Montegibbio” (Sassuolo)  inaugurata in occasione del Festival Filosofia 2015. Introduce l’archeologa Francesca Guandalini; interviene l’archeologo Donato Labate della soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Bologna.

I pastori Borana, popolazione dell'Etiopia meridionale, documentati dai fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni

I pastori Borana, popolazione dell’Etiopia meridionale, documentati dai fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni

L'archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

“Imagines” chiude domenica 27 novembre 2016, sempre alla Mediateca di San Lazzaro, alle 15.15. Apre il film “Ebla: alla scoperta della prima Siria” di Alberto Castellani (40’) con consulenza scientifica di Paolo Matthie. “Gli italiani ad Ebla hanno scoperto una nuova lingua, una nuova cultura e una nuova storia e questo va al di là di qualsiasi desiderio per un archeologo”. Nelle parole del professor Paolo Matthiae c’è la sintesi del più importante ritrovamento archeologico del ventesimo secolo, quello della città di Ebla nel deserto della Siria settentrionale. Il filmato si svolge nella Siria prima del conflitto nel quale tante vite e tanti tesori archeologici sono stati sacrificati per la follia umana. A introdurre il film lo stesso regista Alberto Castellani. Alle 16.45, il film “I luoghi delle figlie del sole” di Raffaele Peretto, riprese ed editing di Alberto Gambato (20’). I suggestivi panorami del Delta del Po e i richiami a fonti letterarie classiche portano a far rivivere il paesaggio dell’antico Polesine, oggi più credibile nella sua configurazione grazie alle ricerche archeologiche e paleoambientali intensificatesi negli ultimi anni. In epoca protostorica questa terra d’acque fu crocevia di attivi traffici commerciali lungo la nota “via dell’ambra” e gli scenari dell’antico apparato deltizio ispirarono le trame di alcuni miti greci. Introduce la proiezione Raffaele Peretto, presidente del Cpssae. Dopo l’intervallo, alle 17.35, il film “Alla ricerca di Verona sotterranea. Il sito Archeologico di Corte Sgarzerìe” di Davide Borra (15’). I resti romani dell’imponente Capitolium di Verona vengono descritti grazie al racconto in prima persona di Scipione Maffei in costume d’epoca. Alle 18, in ricordo di Alfredo Castiglioni, il film “I pozzi cantanti” di Alfredo e Angelo Castiglioni (35’) alla presenza dell’esploratore e documentarista Angelo Castiglioni. Le immagini di questo documentario sono le straordinarie pagine di una storia umana scomparsa per sempre. Nell’Etiopia meridionale nella terra dei pastori Borana ci sono pozzi che sprofondano per più di trenta metri nel sottosuolo. Fino a pochi anni fa, uomini e donne scendevano fino al fondo per sollevare l’acqua cantando antichi cori che si udivano da lontano.

museo-preistoria-donini_logoIn attesa di “Imagines” è giunto al suo secondo appuntamento “Imagines Junior”, la speciale rassegna di documentari archeologico del gruppo Archeologico bolognese pensata e animata per i bambini, rilanciata in una nuova formula più articolata grazie alla collaborazione con il museo della Preistoria Luigi Donini di San Lazzaro. Domenica 13 novembre 2016, alle 16, al museo di San Lazzaro di Savena, appuntamento per famiglie con bambini dagli 8 anni in su. Si inizia con la proiezione del corto “La città dell’oro. Vetulonia etrusca” (10’), quindi visita alla sezione villanoviana, e a seguire il laboratorio in aula didattica sulla tecnica dello sbalzo dove, con l’utilizzo di lamine di rame e piccoli punteruoli per la riproduzione di decorazioni di piccoli manufatti. Terzo e ultimo appuntamento di “Imagines Junior” domenica 11 dicembre 2016, sempre alle 16. Proiezione del corto animato “Gli etruschi e la terra del ferro” (15’), e a seguire il laboratorio in aula didattica sulla lavorazione del rame con la tecnica della battitura con la realizzazione di una piccola ciotola decorata.