Archivio | novembre 2016

A Pompei con “Eatstory” l’archeologia sposa l’enogastronomia: i turisti negli spazi Coldiretti possono rivivere atmosfere e sensazioni del passato. Obiettivo: superare i tre milioni di visitatori entro fine anno. Ogni martedì degustazioni di un tipico menù pompeiano. Se va bene, l’iniziativa sarà proposta negli altri siti vesuviani

Pompei: con

Pompei: con “Eatstory” di Coldiretti l’archeologia sposa l’enogastronomia

Il ministro Dario Franceschini alla presentazione di Eatstory a Pompei

Il ministro Dario Franceschini alla presentazione di Eatstory a Pompei

Tre mesi per testare il gradimento del pubblico sull’abbinamento archeologia-enogastronomia negli Scavi di Pompei. Poi si vedrà. Con l’obiettivo, intanto, neppure tanto nascosto, di superare entro la fine dell’anno i tre milioni di visitatori dell’area archeologica più famosa d’Italia grazie appunto a “Eatstory. Da noi il cibo ha una storia”, presentato il 5 novembre scorso dal soprintendente Massimo Osanna, il direttore generale del Grande Progetto Pompei Luigi Curatoli, il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo, alla presenza del ministro per i Beni culturali Dario Franceschini (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/11/04/pompei-a-pranzo-negli-scavi-archeologici-con-un-antico-menu-pompeiano-promosso-da-coldiretti-eatstory-da-noi-il-cibo-ha-una-storia/).  Fino a dicembre, ogni martedì e sabato, alla Casina dell’Aquila, per la prima volta all’interno dell’area archeologica di Pompei si può degustare il cibo degli antichi romani. Con “Eatstory” infatti i visitatori  potranno rivivere atmosfere e sensazioni del passato, apprendere e partecipare direttamente ad attività di coltivazione, trasformazione e conservazione dei prodotti locali. A conclusione di questo percorso è prevista la degustazione di pietanze o l’acquisto di prodotti preparati secondo le tecniche in uso all’epoca dell’eruzione. Ed è proprio la degustazione di un tipico menu pompeiano, preparato secondo le ricette e consumato secondo le modalità del passato nel contesto storico originale, la rivoluzionaria iniziativa della Coldiretti resa possibile grazie al protocollo con la soprintendenza per i Beni archeologici di Pompei e alla collaborazione con il Grande progetto Pompei.

Il soprintendente di Pompei Massimo Osanna nella cucina ricostruita alla Fullonica di Stephanus

Il soprintendente di Pompei Massimo Osanna nella cucina ricostruita alla Fullonica di Stephanus

“Pompei è città unica perché custode della memoria del nostro passato in tutti i suoi aspetti”, interviene il soprintendente Osanna. “Le numerose testimonianze della vita quotidiana del mondo romano è quanto di più vivo e forte ci è stato restituito. Sono numerosissime, a Pompei, le tracce tangibili dei gusti e delle tradizioni gastronomiche risalenti a 2000 anni fa. Dalle migliaia di graffiti ritrovati sui muri antichi, ai tanti oggetti di uso domestico rinvenuti nelle case, fino ai più fragili e impressionanti reperti organici carbonizzati, di legni, fibre ma soprattutto di cibi, da quelli preparati come le pagnotte di pane, ai prodotti della terra (cereali, fichi, melagrane, olive, lenticchie, ceci e tanto altro)”. Secondo Osanna, Eatstory “è l’occasione per mettere in evidenza l’origine dei nostri prodotti e dunque lo stretto legame tra mondo antico a moderno e la collaborazione con Coldiretti ci consente, attraverso la degustazioni di quegli stessi prodotti all’interno dell’area archeologica, di vivere un’esperienza unica”.

Con

Con “Eatstory” a Pompei si ricreano le atmosfere del simposio nel mondo romano

E a scorrere il menù non c’è dubbio che per i visitatori sarà proprio un’esperienza unica. Come antipasto (gustum) saranno serviti scriblita (focaccia con spezie), caseus (ricotta), caseus caprinus (formaggio di capra), brassica pompeiana (cavolo pompeiano in salsa di garum) e cucurbitas frictas (zucca fritta). La portata principale (mensae primae) a base di porcellum assus (maialino arrostito), esicia omentata (polpette avvolte nell’omento, ovvero la rete di maiale) e patina de apua fricta (torta di acciughe fritte) mentre come dolce e frutta (mensae secondae) sono stati serviti mala (mele annurche), mala granata (melograni), pira (pere), uvae (uva), caricae (fichi secchi) del Cilento e basynias (struffoli) come dolce, ma anche noci, nocciole e mandorle campane. Il tutto innaffiato da vino (vinum) falernum rubrum (falerno del massico rosso) e vinum passim (vino passito) e panis Pompeii. “Si tratta di specialità che”, sottolinea la Coldiretti, “sono state trasmesse praticamente inalterate nel corso dei secoli grazie all’impegno di generazioni di agricoltori che ne hanno custodito gelosamente tecniche e segreti. La mela annurca, a esempio, è senza dubbio il frutto maggiormente caratterizzante la Campania Felix, come dimostrano i dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano (in particolare nella Casa dei Cervi), città romana sommersa insieme a Pompei dalla distruttiva eruzione del Vesuvio del 79 d.C.”.

Le indicazioni di

Le indicazioni di “Eatstory” all’interno dell’area archeologica di Pompei

“Il turista”, spiega Curatoli di Grande Progetto Pompei, “attraverso le brochure approntate da Coldiretti, scoprirà come 2000 anni fa si mangiasse in modo assai simile ad oggi, seppure i prodotti subissero una lavorazione evidentemente meno progredita. Proprio per incrementare l’offerta turistica, la manifestazione che nasce a Pompei, qualora incontrasse il favore dei visitatori, proseguirà, durante il prossimo anno, negli altri siti archeologici dell’area appena menzionata, anche per favorire lo sviluppo socio-economico della zona attraverso il rilancio delle imprenditorialità anche agricole”. “Un’opportunità unica per l’Italia”, interviene Moncalvo di Coldiretti, “dove cultura e cibo sono le principali leve di attrazione turistica, strategiche per il rilancio dell’economia e dell’occupazione nel Mezzogiorno e in tutta Italia. Con questa iniziativa, si uniscono due eccellenze del Made in Italy che può contare sul primato mondiale nell’enogastronomia e sul maggior numero di siti inclusi nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità (51 siti), davanti alla Cina (50) e alla Spagna (48), su un totale di 1.052 siti (814 culturali, 203 naturali e 35 misti) presenti in 165 Paesi del mondo”.

Film archeologico. “Tà gynaikeia. Cose di donne” di Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio dopo Rovereto conquista anche Atene: premio miglior sceneggiatura all’Agon Archeological Film Festival

Memi Spiratou, presidente di Agon Archeological Film Festival di Atene, premia il regista Lorenzo Daniele e l'archeologa lAlessandra Cilio

Memi Spiratou, presidente di Agon Archeological Film Festival di Atene, premia il regista Lorenzo Daniele e l’archeologa lAlessandra Cilio

atene_agon_logoLe “Donne” di Alessandra Cilio conquistano Atene. Dopo Rovereto. Proprio a un anno dalla menzione “Archeoblogger” alla XXVI rassegna internazionale del Film archeologico di Rovereto (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/10/15/ta-gynaikeia-cose-di-donne-di-alessandra-cilio-vince-il-premio-archeoblogger-vera-novita-della-xxvi-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-incarna-il/) il film “Tà gynaikeia. Cose di donne” del regista siciliano Lorenzo Daniele è stato premiato ad Atene all’Agon Archeological Film Festival, una tra le più importanti  competizioni europee di cinema archeologico che si è svolta nella capitale greca dal 17 al 23 ottobre. Oltre ottanta i film in concorso provenienti da tutto il mondo, solo quattro i documentari di produzione italiana selezionati da Memi Spiratou, presidente dell’Agon, e dalla sua equipe che da venti anni porta avanti una manifestazione di alto livello organizzativo e culturale. “Tà gynaikeia” si è aggiudicato il premio per la migliore sceneggiatura, scritta dall’archeologa Alessandra Cilio, da anni impegnata nell’ambito della comunicazione dell’antico attraverso i media. Il documentario, prodotto interamente in Sicilia nel 2015 dalla Fine Art Produzioni,  cofinanziato dalla Filmcommission Ufficio Speciale per il Cinema e l’Audiovisivo nell’ambito del progetto “Sensi Contemporanei”, col patrocinio del Comune di Troina dove sono state girate parecchie scene del film e della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Catania, ha ottenuto da un anno a questa parte importanti riconoscimenti oltre ad essere stato proiettato in numerosi cinema a livello regionale e nazionale. Tra le nove categorie di premi assegnati all’Agon Film Festival (tra queste anche un premio speciale intitolato al pioniere della documentaristica subacquea Francesco Alliata), quello alla sceneggiatura attribuito al film siciliano, rappresenta dunque un vanto per una terra, la Sicilia,  dove il cinema documentario ha origini lontane e continua ancora a essere protagonista nel panorama cinematografico internazionale. “La vittoria di questo premio”, commenta il regista, “è per noi una grande gioia, ma ciò che ci rende veramente soddisfatti è la presenza a manifestazioni come l’Agon che contribuiscono a divulgare il cinema documentario, che soffre, soprattutto in Italia, di un deficit di distribuzione. Festival e rassegne rappresentano per i produttori di questo genere cinematografico, una grande risorsa e per questo vanno sostenuti con grande impegno”. E sottolinea: “Abbiamo prodotto Cose di donne con l’intenzione di esplorare la storia della Sicilia da un punto di vista femminile, combinando le informazioni sull’antico che provengono dalla ricerca archeologica con le storie di donne siciliane contemporanee. Abbiamo cercato di tradurre i rigorosi dati scientifici in morbido racconto, in storie capaci di veicolare non solo informazioni, ma anche contenuti di importanza universale. È così che presente e passato si intrecciano, formando un’unica storia”.

Un momento delle riprese del film "Tà gynaikeia. Cose di donne" premiato a Rovereto

Un momento delle riprese del film “Tà gynaikeia. Cose di donne” premiato ad Atene

Coppia vincente: l'archeologa Alessandra Cilio e il regista Lorenzo Daniele

Coppia vincente: l’archeologa Alessandra Cilio e il regista Lorenzo Daniele

Il film segue un duplice registro: da una parte ci sono i reperti  (ripresi grazie alla preziosa collaborazione con il museo Archeologico “Paolo Orsi” di Siracusa e il museo Archeologico di Gela), le informazioni storiche, i miti e i culti legati al mondo femminile in Sicilia; dall’altra donne di oggi, donne vere, in carne e ossa, appartenenti a generazioni diverse, diverse anche per provenienza e vissuto: la scrittrice Simonetta Agnello Hornby, l’attrice Donatella Finocchiaro, la fotografa Letizia Battaglia, l’imprenditrice vinicola Arianna Occhipinti, la ricercatrice Angela Catania, ma anche donne non conosciute che hanno vissuto la seconda guerra mondiale, come Concetta Venezia e Angela Guagliardo. Ciascuna donna ha una storia da raccontare e ognuna di esse trova sempre un collegamento con il mondo antico, mostrando come in fondo presente e passato non siano così distanti. Cosa lega queste figure tra loro? “Il fatto di essere donne. E quello di essere siciliane”, spiega Alessandra Cilio. “Sono storie personali, diverse l’una dall’altra, rivolte ora al passato, ora al futuro. Eppure, questi frammenti insieme, costruiscono un unico racconto, che porta con sé un’eredità comune, quella dell’essere femmine in Sicilia, un luogo che mostra una natura tutta femminile. Lo testimonia la grande varietà di miti, leggende e culti legati all’universo femminile, che nel tempo si sono avvicendati e in parte sovrapposti, divenendo elemento di coesione per tutte quelle popolazioni che hanno occupato la nostra Isola: dalle tribù indigene ai Greci; dai Romani ai Bizantini; dagli Arabi ai Cristiani”.

Pompei. A pranzo negli Scavi archeologici con un antico menù pompeiano promosso da Coldiretti: “Eatstory, da noi il cibo ha una storia”

Un tipico banchetto degli antichi romani in un affresco pompeiano

Un tipico banchetto degli antichi romani in un affresco pompeiano

A pranzo negli Scavi di Pompei con un antico menù pompeiano. L’inaugurazione di “Eatstory, da noi il cibo ha una storia” è fissata per sabato 5 novembre 2016, dalle 9.30 al Quadriportico Teatro di Pompei alla presenza di Luigi Curatoli, direttore generale grande progetto Pompei; di Massimo Osanna, soprintendente speciale per i beni archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia; di Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali e Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti. Il progetto “Eatstory, da noi il cibo ha una storia” è infatti realizzato dalla Coldiretti nell’area archeologica di Pompei e punta a fare rivivere ai visitatori degli scavi atmosfere e sensazioni del passato, “ma anche l’opportunità di apprendere e partecipare direttamente ad attività di coltivazione, trasformazione e conservazione dei prodotti locali. A conclusione di tale percorso è prevista la degustazione di pietanze o l’acquisto di prodotti preparati secondo le tecniche in uso all’epoca dell’eruzione”. Per la prima volta dunque nell’area archeologica di Pompei arriva il cibo degli antichi romani per far conoscere ai visitatori da tutto il mondo il legame che unisce la storia dell’Italia al proprio patrimonio enogastronomico. È prevista la degustazione del menu Pompeiano (gustum, primae mensae e secundae mensae) preparato secondo le ricette e consumato secondo le modalità del passato nel contesto storico originale. Una opportunità unica al mondo per l’Italia, sottolinea Coldiretti, “dove cultura e cibo sono le principali leve di attrazione turistica strategiche per il rilancio dell’economia e dell’occupazione nel mezzogiorno ed in tutta Italia, come dimostra il dossier Coldiretti presentato nell’occasione”.

“A tavola con i Romani della Decima Regio”: incontro con la cucina degli antichi romani a Zenson di Piave nel Trevigiano

Nell'affresco una tipica scena di un banchetto all'epoca di Roma antica

Nell’affresco una tipica scena di un banchetto all’epoca di Roma antica

A scorrere il menù si capisce subito che si ha a che fare con uno chef particolare, “acculturato” potremmo dire, che ci porta a fare un tuffo indietro nei millenni. E così quando domenica 6 novembre 2016, alle 12.30, gli ospiti di Terre Grosse, azienda agricola di Zenson di Piave (Tv), si siederanno a tavola per il pranzo, dovranno immaginarsi di essere comodamente distesi su dei triclini pronti a degustare prelibatezze alla moda nella Roma imperiale di duemila anni fa. “A tavola con i Romani della Decima Regio” è infatti l’evento promosso dall’associazione Companatiche, che ha collaborato anche con il museo Archeologico nazionale di Altino. Francesca Lamon e Marta Sperandio propongono un ”Pranzo romano” con piatti abbinati a una selezione di vini a cura di Terre Grosse. Apre la Gustatio, vero e proprio antipasto molto diffuso nel mondo romano, ricco di verdure e in cui non mancava mai l’uovo sodo: Companatiche propongono, abbinate al Grapariol, focaccine di farro monococco e ricotta di capra (a Roma chiamate libum), zucca al forno, olive condite, uova con garum (la più famosa salsa dei romani, a base di pesce). Quindi verrà proposto col Raboso frizzante il puls di farro monococco, una zuppa densa servita su pane integrale. Il puls era una sorta di poltiglia di farine, da molti studiosi ritenuto un antenato del pane). E si arriva finalmente alle Primae mensae (le portate principali), qui accompagnate da un Sauvignon: si inizia con il minutal (letteralmente “tritato di carne”) qui presentato come polpette di pesce al miele; seguono i bocconcini di formaggio fresco speziato, il moretum che era un tipico formaggio alle erbe che i romani spalmavano sul pane. Chiude un tris di rape. Con il Verduzzo dorato si chiude questo pranzo con una omelette dolce: l’ova spongia ex lacte con pere al vino. Per i commensali l’associazione Companatiche ha previsto anche dei momenti culturali: Francesca Lamon e Marta Sperandio illustreranno alcune curiosità sull’alimentazione romana con tavole esplicative, mentre l’archeologa Alessandra Cuchetti presenterà “Racconti sulla romanizzazione del territorio veneto”. Per prenotare: companatiche@gmail.com. Costo di partecipazione 27 euro.

“Tutankhamon a Roma nel 2018”: Zahi Hawass alla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico di Paestum ha annunciato un tour mondiale della maschera funeraria del famoso faraone prima che tutto il tesoro di Tut sia trasferito al Grand Egyptian Museum (Gem) in costruzione a Giza. Intanto nuovi studi: “Sotto la Sfinge non c’è nulla, altro che alieni!”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

paestum_borsa-turismo_bmtaLa maschera funeraria di Tutankhamon sarà esposta eccezionalmente a Roma nel giugno 2018. Non è una boutade. Ad annunciarlo ufficialmente in un incontro molto applaudito alla XIX Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum una fonte attendibile: l’ex segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità egizie, Zahi Hawass. Il “faraone” è tornato. E anche se oggi – dopo le alterne vicissitudini che lo hanno coinvolto direttamente dalla caduta del governo Mubarak – non riveste più un ruolo ufficiale (rimane comunque nella commissione governativa incaricata di far rientrare i tesori egizi dal mondo), rimane ancora l’egittologo egiziano più famoso lontano dal Nilo, sempre pronto a difendere e valorizzare il patrimonio artistico del suo Paese e, in definitiva, a promuovere l’Egitto. “La maschera è stata finalmente riportata al suo splendore da un nuovo recente restauro – spiega – e dalla fine del prossimo anno la porteremo in giro per il mondo, fino ad esporla a Roma. Vogliamo che i rapporti tra le nostre nazioni riprendano fortissimi come una volta. Dovete tornare in Egitto – esorta- abbiamo bisogno degli italiani per tenere vivi i nostri monumenti. Vi assicuro che ora il mio Paese è sicuro”. Se Hawass vede “l’operazione Tut” come già fatta, da parte delle autorità egiziane la prudenza è d’obbligo. Non solo non si sbilanciano sul tour della maschera di Tutankhamon e tanto meno sulle date, ma ricordano pure che al momento per legge la maschera d’oro è uno dei tesori inamovibili e che non possono andare all’estero. Vedremo.

L'archeologo Zahi Hawass davanti alla maschera di Tut in un'immagine esclusiva per SC Exhibitions

L’archeologo Zahi Hawass davanti alla maschera di Tut in un’immagine esclusiva per SC Exhibitions

Ma come sarà allora possibile che uno dei tesori più famosi al mondo conservati nel museo Egizio del Cairo prenda la strada dell’estero? In realtà questa sarebbe una operazione di marketing abbastanza frequente quando i grandi musei si trovano costretti a fermare le visite del pubblico per impegnativi interventi di ristrutturazione o di riallestimento. Pensiamo alla “Ragazza con l’orecchino di perla” di Vermeer capolavoro-simbolo della Mauritshuis  dell’Aia, o, per restare in ambito egizio, la collezione del museo nazionale di Antichità di Leiden ancora in Olanda, che hanno girato il mondo mentre si restauravano le rispettive sedi museali. Anche la maschera funeraria di Tutankhamon potrebbe dunque diventare ambasciatore speciale e straordinario del tesoro del faraone bambino, ma non più come simbolo del museo Egizio del Cairo bensì del nuovo Grande museo Egizio del Cairo, il Gem (Grand Egyptian Museum), che sta sorgendo nella piana di Giza, all’ombra delle piramidi: più di una decina di anni fa, infatti, di fronte alla situazione oggettiva del museo di piazza Tahir, un palazzo neoclassico inaugurato nel 1902, sovraccaricato di mummie, statue e altri reperti (“Un magazzino”, bollato a Parigi), l’allora ministro della Cultura Farouk Hosny accarezzò l’idea di un nuovo museo Egizio, che ospitasse tutto il tesoro della tomba di Tutankhamon,  scoperta nel 1922, per ospitare il quale si individuò uno spazio nel museo Egizio del Cairo, che da allora fu costretto a “stringersi”, per conservare il prezioso tesoro: oggi custodisce 160mila pezzi, di cui esposti solo 60mila. Alla fine il Gem, su una superficie di 47 ettari, conterrà 100mila pezzi provenienti da 5 aree dell’Antico Regno, 4500 dei quali saranno l’intera collezione dei ritrovamenti di Tutankhamon. “La questione è che oggi la presentazione dei tesori del faraone Tut è giocoforza circoscritta a due gallerie in un’unica sala, troppo poco per un repertorio di quel livello”, dice Tarek Tawfik, direttore del progetto del nuovo Grand Egyptian Museum, che metterà in mostra gli oggetti con criterio tematico. “I reperti saranno presentati in modo tale che i visitatori abbiano idea dell’ambiente in cui sono stati trovati”.

La selva di gru del cantiere del Grand Egyptian Museum a Giza

La selva di gru del cantiere del Grand Egyptian Museum a Giza

Ma quando aprirà il Gem? In questi anni gli annunci della data di inaugurazione si sono sprecati, complicata anche dagli eventi politici che hanno coinvolto l’Egitto dal 2011. Per ora a Giza si può vedere una selva di gru che disturbano non poco lo skyline delle piramidi. Ma stavolta la data del 2018 sembrerebbe abbastanza plausibile. Non solo per l’annuncio di Zahi Hawass dalla platea della Bmta di Paestum, ma anche perché, come avrebbe confermato il ministro delle Antichità egizie Khaled El-Enany, sarebbe già iniziato lo spostamento del tesoro di Tutankhamon destinato a trasferirsi permanentemente al Gem di Giza dopo più di 80 anni di presenza al Cairo.

L'incontro con Zahi Hawass alla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico

L’incontro con Zahi Hawass alla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico

A Paestum non si è parlato solo di Tutankhamon. Spaziando a tutto campo, Zahai Hawass si è scagliato contro quei “musei che vendono antichità come quello di Toledo in Ohio e contro i folli dell’Isis che hanno l’obiettivo di rubare i nostri tesori per rivenderli. Chiunque compera opere rubate – stigmatizza – è un collaboratore dell’Isis. L’Unesco deve insegnare a chi lavora nei musei in Libia, Iraq e Siria come nascondere i propri tesori”.  Zahi Hawass ha poi raccontato come i comandanti dell’esercito siano intervenuti a preservare i tesori custoditi al museo Egizio del Cairo durante i due anni di crisi tra il 2010 e il 2011 (“Mille tombaroli hanno provato a depredare il museo”, ricorda), per poi illustrare come, per la prima volta, si stiano eseguendo le scansioni delle Piramidi grazie ai nuovi radar messi a disposizione per le ricerche del team scientifico tra Il Cairo, Alessandria e la Valle dei Re.  In quest’ultimo sito con tecniche progettate in Italia in collaborazione con l’università di Torino. “Forse già a dicembre riusciremo ad annunciare nuove grandi scoperte. Intanto posso confermare anche a voi che sotto la Sfinge non ci sono gli alieni”, ha scherzato, mostrando le immagini frutto di 32 perforazioni effettuate con le nuove tecniche che confermano come sotto la roccia non ci sia nulla.