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Museo Archeologico nazionale di Napoli, dopo sei anni, riaperta con nuovo allestimento la sezione Epigrafica, una delle più prestigiose collezioni al mondo: 300 iscrizioni (greche, latine, italiche) tra cui – vera novità – le scritte dipinte o graffite sui muri di Pompei

Edicola funeraria con iscrizione latina esposta nella rinnovata sezione epigrafica del Mann

La guida Electa della sezione Epigrafica del Mann

Si potranno finalmente ammirare le cosiddette Tavole di Eraclea, le Laminette orfiche di Thurii e la Meridiana delle Terme Stabiane di Pompei in lingua osca: vere icone mondiali nell’ambito dell’epigrafia. E poi le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei: manifesti elettorali, annunci di giochi, declamazioni poetiche, sconci disegni, tra le novità del percorso della sezione Epigrafica riaperta il 30 maggio 2017, dopo sei anni, al museo Archeologico nazionale di Napoli: esposte oltre 300 opere di una delle più prestigiose collezioni al mondo d’iscrizioni greche, latine e italiche, documenti eccezionali per la storia della scrittura e della storia del passato, con particolare riferimento alla Campania all’Italia centro-meridionale, con un allestimento completamente rivisto, corredato da nuovi apparati didattici cartacei e multimediali, e accompagnato da una specifica guida edita da Electa. Il lavoro è stato condotto con la curatela scientifica di Carmela Capaldi, dell’università Federico II di Napoli, e di Fausto Zevi, emerito dell’università La Sapienza di Roma e accademico dei Lincei, e il coordinamento di Valeria Sampaolo, capo conservatore delle collezioni del Mann. Dopo la sezione Egiziana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/02/i-faraoni-tornano-a-napoli-dopo-sei-anni-di-chiusura-riapre-la-sezione-egiziana-del-museo-archeologico-di-napoli-1200-reperti-la-piu-antica-collezione-egizia-deuropa-nata-nel-1821-come-rea/) e in attesa di poter ammirare nel 2018 i capolavori della Magna Grecia, ecco, dunque, un ulteriore importante momento di crescita del Museo napoletano sotto la guida di Paolo Giulierini già direttore del Mann dalla fine del 2015 .

Un’iscrizione dipinta proveniente da Pompei ed esposta al museo Archeologico nazionale di Napoli

Le iscrizioni, spiegano gli archeologi, sono alla base della ricostruzione delle vicende storiche: “spaccati luminosi di vita quotidiana, di pratiche religiose, cardini della giurisprudenza antica alla base del nostro sistema legislativo”. La riaperta sezione, come si diceva, ospita oltre trecento epigrafi, alcune particolarmente rare, altre quasi dimenticate se non addirittura date per scomparse, che spaziano dal VI sec. a.C. al IV sec. d.C. nelle diverse lingue, greco, latino, osco, umbro, nord-sabellico, che riguardano un ampio contesto meridionale, visto il ruolo centrale del Real Museo Borbonico. Testimonianze scritte su materiali lapidei o su metalli, alle quali si aggiungono – novità assoluta di questo allestimento – le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei, testimonianza particolarmente toccante della vita pubblica e privata dei romani, di norma difficilmente documentabili in centri diversi da quelli vesuviani: i manifesti elettorali, gli annunci di giochi di gladiatori,  declamazioni poetiche cui spesso si sovrappongono disegni rozzi o sconci.
Testimonianze in varie lingue antiche. Dalla documentazione in lingua greca con testi provenienti dalle colonie dell’Italia meridionale (le prime attestazioni di scrittura  greca in Occidente, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., sono state scoperte a Pithecusa (Ischia) si passa alle iscrizioni provenienti proprio da Neapolis, dove il greco rimane lingua ufficiale fino alla caduta dell’Impero romano.  Eccezionale è poi la raccolta di iscrizioni in lingue pre-romane dell’Italia centro-meridionale (in osco, vestino, volsco, sabellico) come l’iscrizione in lingua volsca da Velletri del IV secolo a.C, documento tra i più antichi della lingua umbra, o quella nord-sabellica da Bellante della metà del VI secolo a.C. Mentre della lingua osca, formatasi probabilmente in Campania tra il V e il IV secolo a. C. per abbracciare i popoli di  ceppo sannitico (base etrusca e numerose influenze dal greco e dal latino) il Mann conserva i testi più lunghi e complessi tra quelli finora rinvenuti, come la Tabula Osca Bantina e il Cippo Abellano.

Una delle Tavole di Eraclea, lastra in bronzo del I sec. a.C.

E veniamo alle top star. Le Tavole di Eraclea (I sec. a.C.), qui esposto un calco moderno della parte latina nella sala dedicata alla romanizzazione (gli originali saranno nella sezione della Magna Grecia), sono lastre bronzee incise su entrambe le facce, con testi in greco e latino di età differenti, che furono rinvenute nel 1732 in Basilicata, nel luogo di probabile riunione dell’assemblea federale della Lega italiota. “Il loro ritrovamento”, ricordano i curatori, “fu un vero evento e il fatto che i reali Borbonici, in fuga a Palermo nel 1798,  abbiano voluto nel 1806 portare in Sicilia, insieme a sculture, dipinti e gioielli, anche queste pesanti lastre dimostra quanta importanza “politica” fosse loro attribuita, quali strumenti di legittimazione della nuova casa regnante (i Borbone erano saliti al trono del regno autonomo delle Due Sicilie nel 1734), degna erede dei territori che avevano costituito la Magna Grecia – il cui appellativo di origine  pitagorica andava inteso come “doctrinarum magnitudine” – grande per qualità intellettuali e non per estensione geografica”.

Una delle laminette orfiche n oro ritrovate a Thurii e conservate al Mann

Le laminette di Thurii, in lingua greca, sono invece sottili sfoglie d’oro provenienti da due sepolture del IV secolo a. C. appartenenti a una setta misterica di carattere popolare, non ignara dell’ortodossia orfico-pitagorica. Ma vanno anche ricordati i frammenti (8 dei 12 rinvenuti sono infatti conservati al Mann) della cosiddetta Tavola Bembina – scoperta tra Quattro e Cinquecento e appartenuta prima ai duchi d’Urbino, poi all’umanista Pietro Bembo e quindi ai Farnese – con i testi della lex de repetundis e di una lex agraria relativa ad aree demaniali; oppure il Menologium rusticum Colotianum (I sec d. C.) uno dei due soli esempi di calendari agricoli romani che ci sono pervenuti, documento eccezionale per la rarità e lo stato di conservazione che ci fornisce preziose indicazioni sulla scansione delle attività stagionali e dei riti connessi. Riti, costumi, trasformazioni urbane, leggi e commerci,  divinità e uomini, siano essi personaggi pubblici, commercianti, notabili o atleti, mogli, sacerdotesse o prostitute: le testimonianze epigrafiche ci narrano e ci fanno scoprire i molteplici aspetti e protagonisti del mondo antico, basti pensare agli archivi di tavolette cerate rinvenute a Pompei nel 1875 e a Ercolano negli anni trenta del Novecento e a come essi restituiscono uno spaccato unico della vita sociale ed economica della prima età imperiale (tra il 40 e il 79 d.C.) ma anche anticipino abitudini molto attuali.

 

L’Uomo di Altamura trova casa. A un anno dalla presentazione del volto del famoso fossile neandertaliano e dalla scomparsa del suo “papà”, il paleoantropologo Vittorio Pesce Delfino, nasce la Rete Museale dell’Uomo di Altamura articolata su tre sedi

Il paleoantropologo Vittorio Pesce Delfino, grande studioso dell’Umo di Altamura, è morto il 27 aprile 2017

Adrie e Alfons Kennis, i due fratelli olandesi, paleo-artisti (qui con una loro “creatura”) che hanno realizzato l’uomo di Altamura

Una “casa” per l’Uomo di Altamura. Giusto un anno dopo aver svelato il suo volto e aver perso il suo “papà”. Era infatti il 26 aprile 2016 quando furono presentate in anteprima mondiale le immagini del volto dell’Uomo di Altamura, con la ricostruzione a grandezza naturale del Neanderthal, realizzata dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/05/09/preistoria-la-fronte-sporgente-le-sopracciglia-arcuate-il-naso-molto-grande-e-schiacciato-eccolo-il-volto-ricostruito-delluomo-di-altamura-un-neanderthal-vissuto-150mila-anni-fa-il-cui-schelet/). E solo il giorno dopo l’atteso evento, il 27 aprile, si era spento a 75 anni Vittorio Pesce Delfino, nato nel 1941 a Bari, docente di antropologia nell’ateneo barese e specialista in anatomia e istologia patologica, che proprio allo studio e alla valorizzazione dell’Uomo di Altamura aveva dedicato 15 anni della sua vita. Pesce Delfino fu l’artefice del cosiddetto progetto Sarastro, una pionieristica soluzione hi-tech per consentire la fruizione a distanza dello straordinario reperto paleoantropologico intrappolato nella grotta di Lamalunga di Altamura. Si trattava di un sistema che attraverso una serie di telecamere ricostruiva appunto l’esplorazione dello scheletro di quest’uomo del Neanderthal in maniera quanto mai realistica. Palpitante il ricordo del prof. Giorgio Manzi, paleoantropologo all’università la Sapienza di Roma:  “Non è certo mia intenzione ricordare qui il suo formidabile curriculum scientifico, mi basta dire che il prof. Pesce Delfino per me rimane soprattutto il vate della morfometria analitica delle forma: un sistema logico-matematico e relativo hardware, internazionalmente noto con la sigla S.A.M. (Shape Analytical Morphometry), con innumerevoli applicazioni nello studio delle forme in diagnostica medica, nel monitoraggio territoriale e urbanistico, nei controlli industriali, nel restauro di opere d’arte, in ortognatodonzia, in ortopedia, in medicina legale e, soprattutto (dal mio punto di vista), nello studio e nell’interpretazione della documentazione fossile dell’evoluzione umana. In questo (e non solo in questo) l’impresa scientifica di Vittorio Pesce Delfino fu assolutamente pionieristica. Trent’anni fa almeno, quando quello che oggi è normale – una normalità fatta di immagini in tre dimensioni e di sofisticati metodi di analisi nel campo della morfometria geometrica – non lo si poteva certo prevedere, mentre all’università di Bari e nei laboratori del consorzio Digamma (la ben nota creatura di Pesce Delfino) c’era chi muoveva i primi passi proprio in questa ambiziosa direzione”.

L’inaugurazione della Rete Museale dell’Uomo di Altamura

E ora l’inaugurazione (30 marzo 2017) della Rete Museale dedicata all’Uomo di Altamura articolata in tre sedi (Palazzo Baldassarre, Centro visite di Lamalunga e secondo piano del museo nazionale Archeologico con una sezione dedicata al Paleolitico della Puglia e all’Uomo di Altamura) che permette una corretta fruizione di una realtà preistorica affascinante e unica in Italia: una delle più sensazionali scoperte archeologiche degli ultimi anni ha dunque finalmente una propria sede adeguata. E il sindaco di Altamura, Giacinto Forte: “Il Sud Italia si arricchisce di un nuovo importante contenitore museale che si candida a diventare uno dei musei più visitati di Puglia e Basilicata. Ringrazio la Regione Puglia, il Polo Museale della Puglia, la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Bari, il parco nazionale dell’Alta Murgia e tutti coloro che si sono impegnati con l’amministrazione comunale per il raggiungimento di questo grande traguardo”. Vediamo cosa propone la nuova Rete Museale dell’Uomo di Altamura.

La sala dedicata all’Uomo di Altamura a Palazzo Baldassarre

Palazzo Baldassarre ad Altamura

Palazzo Baldassarre, interessante esempio di edilizia civile di impianto cinque-seicentesco, ospita un punto informazioni relativo alla Rete museale e agli altri siti e monumenti del territorio. Il percorso espositivo segue l’evoluzione biologica dell’uomo, soffermandosi sui fattori geologici e climatici che sono all’origine del processo di ominazione, descrivendo tempi, luoghi, modalità, casualità dell’evoluzione, con l’ausilio di pannelli didattici e repliche dei reperti paleoantropologici più importanti. Particolare rilevanza è riservata al fossile di Altamura, uno dei più interessanti reperti fossili neandertaliani, con la presentazione dei risultati degli studi interdisciplinari realizzati fino a questo momento. È esposta in questa sede la riproduzione fisica in scala 1:1 della cosiddetta abside, la porzione della Grotta di Lamalunga che contiene lo scheletro neandertaliano.

I suggestivi ambienti del Centro visite di Lamalunga di Altamura

L’ingresso del Centro visite di Lamalunga

All’interno del territorio del parco nazionale dell’Alta Murgia, a 3 km dall’abitato di Altamura, il Centro Visite di Lamalunga, gestito dal Comune di Altamura, sviluppa il discorso espositivo/didattico intorno al fenomeno del carsismo per approfondire la conoscenza dell’ambiente dell’Alta Murgia e della speleologia, per inquadrare e illustrare le tematiche e le attività che hanno condotto alla scoperta della grotta dove è conservato lo scheletro fossile. Una selezione di minerali e fossili illustra la storia della terra, con particolare riguardo per la geologia del territorio e si possono osservare da vicino le speciali attrezzature con cui gli esperti esplorano le cavità carsiche, traendo informazioni importanti per la conoscenza della natura. Il percorso di visita, che comprende l’utilizzo di sussidi audiovisivi, può essere integrato con specifiche attività didattiche, destinate soprattutto alle scuole. Partendo dal centro visite allestito presso la Masseria, sono possibili escursioni per raggiungere l’imbocco della Grotta dell’Uomo, la Grotta della Capra, il Pulo, il parco della Mena.

La visita immersiva nella grotta dell’Uomo di Altamura nel museo nazionale Archeologico di Altamura

La sala dell’Uomo di Altamura al museo nazionale Archeologico di Altamura

Il museo nazionale Archeologico di Altamura, aperto al pubblico dal 1997 con un itinerario dal titolo “Il popolamento antico dell’Alta Murgia, custodisce i reperti provenienti dai vari ritrovamenti e scavi della Peucezia interna e si caratterizza per la rilevante concentrazione di materiali appartenenti a importanti complessi culturali preistorici. L’allestimento al secondo piano illustra il Paleolitico della Puglia, con approfondimenti sugli aspetti culturali della storia dell’uomo, valorizzando contesti e reperti paleolitici provenienti dai siti più significativi. Il ritrovamento dello scheletro fossile nella grotta di Lamalunga è inserito nello sviluppo del discorso sul Paleolitico pugliese, dando ovviamente risalto alla particolarità del contesto, che è proposto anche attraverso l’esperienza di una visita immersiva, con l’ausilio di ricostruzioni e tecnologie multimediali. Partendo dai dati archeologici, il museo offre la possibilità di capire come verosimilmente pensavano e materialmente operavano gli uomini della Preistoria nell’applicazione di tecniche, nella produzione di oggetti d’uso quotidiano, ma anche di ornamenti e di oggetti legati alla sfera simbolica, grazie alle moderne indagini in chiave tecnologica.

È morto a Roma lo storico e filologo biblista Giovanni Garbini: grande esperto di lingue semitiche, studiò fenici, ebrei e arabi preislamici. Scoprì omissioni storiche e manipolazioni del testo della Bibbia

Un selfie del prof. Giovanni Garbini con colleghi e allievi

Un selfie del prof. Giovanni Garbini con colleghi e allievi

Per lui fenici, ebrei e arabi preislamici non avevano segreti. Lo storico e filologo Giovanni Garbini, illustre orientalista studioso delle lingue semitiche che ha affrontato con una nuova metodologia i problemi della filologia biblica legati all’Antico Testamento, è morto a Roma il 2 gennaio 2017 all’età di 85 anni, come ha reso noto l’Accademia dei Lincei, di cui era socio dal 1990, nel giorno dei suoi funerali. Nato a Roma l’8 ottobre 1931, Garbini aveva iniziato la carriera accademica all’istituto universitario Orientale di Napoli (oggi università “L’Orientale” di Napoli), per passare poi alla Scuola Normale di Pisa e infine, fino al pensionamento, all’università di Roma “La Sapienza”, di cui era professore emerito di filologia semitica.  È stato anche componente della sua fondazione Leone Caetani per gli studi musulmani.

Giovanni Garbini, grande esperto di lingue semitiche, è morto a 85 anni

Giovanni Garbini, grande esperto di lingue semitiche, è morto a 85 anni

Garbini ha dedicato la sua vita di studioso alle lingue semitiche da un punto di vista storico-comparativo e si è dedicato all’interpretazione dei diversi aspetti della cultura di fenici, ebrei e arabi preislamici. Ma è nell’ambito della filologia biblica che il semitista ha offerto studi innovativi, rivelando omissioni storiche e manipolazioni presenti nel testo sacro che hanno condotto Garbini a interpretare differentemente la vicenda biblica e a contestualizzarla maggiormente nel quadro della storia del Vicino Oriente.  Secondo Garbini, l’origine del popolo ebraico andrebbe ricercata in quella parte del deserto siriano collocata tra il Tigri e l’Eufrate, a ovest dei monti Kashia. Di qui alcune tribù aramaiche si sarebbero stanziate nel territorio di Damasco e poi sarebbero scese verso il sud, verso l’attuale territorio palestinese. La vicenda di Mosè e dell’esodo dall’Egitto sarebbero invece un mito ancora più antico, autonomo rispetto a quello di Abramo e dei patriarchi. Un regno unitario davidico-salomonico, quindi, sarebbe stato soltanto una creazione leggendaria in quanto il popolo aramaico stanziato in Palestina avrebbe costituito il Regno di Israele, sotto la dinastia degli Omridi, solo intorno al 900 a.C. In precedenza, il beniaminita Saul, avrebbe costituito un regno locale nella Palestina centrale che, progressivamente, sarebbe stato riassorbito dai filistei. David sarebbe stato una specie di capitano di ventura del IX secolo al servizio dei Filistei e Salomone un personaggio assolutamente mitico. Garbini avrebbe inoltre accertato l’esistenza, a Gerusalemme, tra il regno di Ezechia e quello di Giosia, di un lungo regno ammonita, cancellato dagli scribi ebrei. Le ricostruzioni storiche della Bibbia, frutto di gruppi spesso in contrasto tra loro, si sarebbero formate solo dopo la caduta del regno di Giuda e dopo il rientro degli esiliati, cioè durante la dominazione persiana.

"Storia e ideologia nell'Israele antico" di Giovanni Garbini (1986)

“Storia e ideologia nell’Israele antico” di Giovanni Garbini (1986)

Vasta la produzione bibliografica di Garbini, gran parte della quale pubblicata dalla casa editrice Paideia di Brescia: “Storia e ideologia nell’ Israele antico” (1986); “Il semitico nordoccidentale” (1988); “La religione dei fenici in Occidente” (1994); “Introduzione alle lingue semitiche” (1994); “Note di lessicografia ebraica” (1998); “Il ritorno dall’esilio babilonese” (2001); “Storia e ideologia nell’Israele antico” (2001); “Mito e storia nella Bibbia” (2003); “Introduzione all’epigrafia semitica” (2006); “Scrivere la storia d’Israele. Vicende e memorie ebraiche” (2008); “Cantico dei cantici. Testo, traduzione, note e commento” (2010); “Letteratura e politica nell’Israele antico” (2010); “Dio della terra, dio del cielo. Dalle religioni semitiche al giudaismo e al cristianesimo” (2011); “I Filistei. Gli antagonisti di Israele” (2012); “Il Poema di Baal di Ilumilku” (2014); “Vita e mito di Gesù” (2015). Nel 2007 è stato pubblicato da Paideia in suo omaggio il volume “L’opera di Giovanni Garbini. Bibliografia degli scritti 1956-2006”, catalogo di oltre cinquanta anni di produzione scientifica.

Archeoastronomia. Per il Solstizio d’Inverno nelle Stonehenge d’Italia la prova che i megaliti trovati in Basilicata, Cilento, Valle del Belice e Puglia sono dei “calendari astronomici” dell’età del Bronzo testimoni di riti arcaici

Magiche atmosfere al solstizio d'estate a Stonehenge, nella piana di Salisbury

Magiche atmosfere al solstizio d’estate a Stonehenge, nella piana di Salisbury

Stonehenge: basta solo pronunciare il nome del famoso sito megalitico inglese per evocare misteriosi riti legati al solstizio d’estate, quando il sole, all’alba del 21 giugno, si allinea con le grandi pietre del circolo preistorico. Ma non è l’unico luogo dove si può ritrovare un “calendario astronomico” risalente alla preistoria. Anche in Italia. Qui le “Stonehenge” si animano però per il solstizio d’inverno, il 21 dicembre, il giorno più corto dell’anno, quando il Sole nel suo moto apparente nelle costellazioni dello Zodiaco raggiunge la massima distanza rispetto al piano dell’equatore terrestre. Da questo periodo in poi le ore di luce cominciano ad allungare e per questo, osserva l’archeoastronomo Vito Francesco Polcaro, dell’istituto nazionale di Astrofisica (Inaf), “sin dalla preistoria è stato attribuito al solstizio d’inverno il significato sacro del trionfo della luce sulle tenebre”. Significato che, in epoca storica, ritroviamo con i romani che festeggiavano il “Sol Invictus” e, poi, con i cristiani il Natale di Cristo. In Italia, da Petre de la Mola in Basilicata ai megaliti della valle del Belice in Sicilia, i calendari in pietra risalgono quasi tutti alla tarda età del Bronzo e sono stati costruiti con la stessa  tecnica di Stonehenge in Gran Bretagna, “che consiste nell’osservare la posizione del sole nel giorno più corto o più lungo dell’anno e creare dei punti di mira”, spiega Polcaro.

Il complesso megalitico di Petre de la Mola nel parco di Gallipoli Cognato nelle Piccole Dolomiti Lucane

Il complesso megalitico di Petre de la Mola nel parco di Gallipoli Cognato nelle Piccole Dolomiti Lucane

Fra gli ultimi siti archeoastronomici scoperti c’è Petre de la Mola sulle Dolomiti Lucane che dai reperti archeologici trovati nelle vicinanze pare sia stato frequentato dalla tarda età del Bronzo fino al IV secolo a.C. “Ma per una datazione precisa dovremo aspettare gli esiti degli scavi archeologici, in programma grazie al finanziamento della Regione Basilicata, attraverso il Parco di Gallipoli Cognato”, interviene l’archeologo Emmanuele Curti, consigliere del Parco di Gallipoli Cognato. Il complesso di Petre de la Mola è un affioramento naturale di roccia calcarea che è stata modificata sovrapponendo una lastra ad una spaccatura naturale della roccia per creare una galleria che permette di osservare il sole al tramonto del solstizio d’inverno. Lo stesso giorno, e solo in quello, a mezzogiorno il Sole appare dallo stesso punto di osservazione in una piccola fenditura artificiale a sinistra della galleria, dando l’avviso del fenomeno che si verificherà al tramonto.

Al tramonto del solstizio d'inverno si può traguardare il sole attraverso la galleria del complesso megalitico di Petre de la Mula

Al tramonto del solstizio d’inverno si può traguardare il sole attraverso la galleria del complesso megalitico di Petre de la Mula

“Un gruppo di ricerca interdisciplinare composto da archeologi, geofisici, geologi ed astronomi dell’università della Basilicata, della Faber Srl di Matera, dell’istituto nazionale di Astrofisica e dell’università La “Sapienza” di Roma ha iniziato lo studio del complesso megalitico chiamato “Petre de la Mola”, non lontano dalla cima del Monte Croccia, nel Parco di Gallipoli Cognato Piccole Dolomiti Lucane”, interviene Rocco Rivelli, presidente del parco lucano. “Sofisticati rilevamenti, effettuati attraverso l’impiego delle più avanzate tecnologie attualmente in uso anche nel campo dei Beni Culturali, hanno rivelato che il complesso presenta allineamenti diretti alla posizione del sole al mezzogiorno ed al tramonto del solstizio d’inverno ed altri che segnalano quella agli equinozi ed al solstizio d’estate. È quindi probabile che il megalite sia stato utilizzato dagli antichi abitanti del Monte Croccia come un “calendario di pietra” per segnalare date particolari dell’anno, a scopo rituale ed a fini pratici”. Secondo l’esperto il luogo potrebbe essere stato usato a scopo religioso per celebrare cerimonie che coinvolgevano più persone perché nelle vicinanze sono stati scoperti anche altri punti di osservazione: sono rocce contrassegnate da graffiti e a volte da bacini artificiali nella roccia. “L’intera area archeologica, frequentata dal neolitico al IV secolo a.C., copre una superficie di circa 6 ettari e include, oltre al megalite, un insediamento fortificato lucano (IV secolo a.C.), posto sulla cima della montagna. Questo insediamento è circondato da più cinte murarie realizzate in blocchi perfettamente squadrati; il tratto meglio preservato della cinta, variamente restaurata, ha una lunghezza di oltre 2 chilometri e la sua porta principale traguarda, attraverso il megalite, il punto dell’orizzonte ove sorge il Sole agli equinozi. L’eventuale conferma di questo dato indicherebbe la conservazione di una memoria e del valore sacro del megalite fino alla fine dell’occupazione del sito”.

Il 21 dicembre visita guidata con Giovanni Ricciardi per assistere al fenomeno del “Solstizio d’Inverno”: osservare l’ultimo raggio di sole che penetra nella fenditura del Megalite

Il 21 dicembre visita guidata con Giovanni Ricciardi per assistere al fenomeno del “Solstizio d’Inverno”: osservare l’ultimo raggio di sole che penetra nella fenditura del Megalite

Per il solstizio d’inverno a Petre de la Mola il Comune e la Pro loco di Oliveto Lucano (Matera) hanno organizzato una due giorni di appuntamenti il 20 e 21 dicembre 2017. Si è iniziato il 20 dicembre con il convegno “Il megalite, con valenza archeoastronomica, di Petre de La Mola ed i suoi contermini in Italia Meridionale” nel Salone del complesso architettonico di Cristo flagellato (ex Ospedale S. Rocco) a Matera. Nel pomeriggio gli ospiti hanno raggiunto Oliveto Lucano per una visita guidata nel centro storico, cui è seguito nella Chiesa Madre “Maria SS. Delle Grazie” il concerto di Arpe Viggianesi e una passeggiata tra i forni ed i portoni del centro storico con musiche natalizie e gli Zampognari di Terranova del Pollino. In serata “Gran Falò” con mercatini natalizi, “Banda Olivetese La Cima e Il Maggio” e degustazione di prodotti tipici. Mercoledì 21 dicembre in mattinata visita al Frantoio Oleario della Famiglia Sica e ai panifici locali con degustazioni della tradizione natalizia olivetese. Alle 14.30 il raduno e partenza per il monte Croccia – località “Petre de La Mola”- per assistere al fenomeno del “Solstizio d’Inverno” ovvero per osservare l’ultimo raggio di sole che penetra nella fenditura del Megalite con visita guidata a cura di Giovanni Ricciardi. Alle 15.30 osservazione della “Ierofania” e a seguire sarà servito Te e cioccolata calda ai piedi del monte Croccia al suono di musiche della tradizione natalizia. “Proficua collaborazione stipulata dal 2009 con il Gruppo Archeologico Lucano”, commenta il presidente della pro loco “Olea”, Saveria Catena, “in particolare con il professor Leonardo Lozito che essendo vice direttore nazionale Gruppi Archeologici d’Italia, contribuisce a valorizzare il sito archeologico facendo giungere in Basilicata esperti di fama internazionale provenienti dal mondo dell’astronomia e dell’archeologia”.

Sul monte Stella nel Cilento c'è il megalite Preta ru Mulacchio

Sul monte Stella nel Cilento c’è il megalite Preta ru Mulacchio

Anche sul monte Stella nel Cilento, c’è un calendario simile. Si chiama Preta ru Mulacchio che nel dialetto cilentano, significa “Pietra del Figlio Illegittimo” perché era associato anche ai riti di fertilità. “Il complesso”, ricorda Polcaro, “è stato frequentato fino agli anni ’50: le donne passavano nella galleria perché nelle credenze popolari la roccia fecondata dal Sole diventava capace di fecondare”. La Preta è sostanzialmente costituita da tre massi che si sono separati da un singolo blocco per cause naturali: tra questi tre massi, si sono formate due “gallerie”. Tuttavia, la Preta è stata profondamente modificata dal lavoro dell’uomo: grosse pietre sono state incastrate in posizioni precise tra i tre blocchi originari, o poste a generare un piano di copertura del complesso. Inoltre, alcuni bacini sono stati scavati sulla parte superiore della Preta, visitabile grazie ad una scala di legno predisposta dall’Ente Parco. “La Petra è divenuta così un raffinato “calendario di pietra”, che indica con straordinaria precisione la data del solstizio d’inverno”, continua Polcaro. “Pur in assenza di una datazione precisa, il megalite va attribuito probabilmente alla Cultura Proto-Appenninica (inizio del II millennio a.C.)”. La Preta ru Mulacchio è raggiungibile dal parcheggio del Santuario, dove staziona il pullman, con un facile sentiero di circa 400 metri e un dislivello di circa 100 metri. Dal santuario è possibile osservare lo straordinario panorama delle coste del Cilento. Un archeo-astronomo spiega come è stato costruito, ne illustra il funzionamento come “calendario di pietra” e racconta le millenarie tradizioni popolari che, fino a pochi decenni fa, ne dimostravano l’associazione a riti di fertilità.

Nell'alta valle del Belice, in Sicilia, dietro San Cipirello, il complesso megalitico di U-Campanaro

Nell’alta valle del Belice, in Sicilia, dietro San Cipirello, il complesso megalitico di U-Campanaro

Altri megaliti di questo tipo si trovano anche in  Sicilia, nel territorio dell’Alta Valle del Belice, e più esattamente nelle campagna sulle alture che stanno dietro San Cipirello c’è il complesso di U-Campanaro. Risalgono al 1700 a.C. e sono delle grandi lastre a forma di triangolo che servono a osservare la posizione del Sole quando sorge nel giorno del solstizio di inverno e d’estate. Per riuscire a raggiungere il megalite forato di monte Arcivocalotto, bisogna inoltrarsi lungo la strada provinciale 42. Si tratterebbe di oggetti costruiti appositamente per misurare il tempo in aderenza ai cicli vegetativi della natura, che indicava le fasi delle attività agricole che venivano svolte ogni anno in determinati periodi. La funzione astronomica del calendario solare di San Cipirello è stata accertata da più studiosi, secondo i quali questo è unico megalite indica il Solstizio d’Inverno. Infine in Puglia, a Trinitapoli, ci sono buche scavate nella roccia, allineate con la direzione del Sole, nel solstizio d’inverno e d’estate.

Preistoria. La fronte sporgente, le sopracciglia arcuate, il naso molto grande e schiacciato: eccolo il volto ricostruito dell’Uomo di Altamura, un neanderthal vissuto 150mila anni fa, il cui scheletro è ancora imprigionato nella grotta di Lamalunga. Suggestiva la ricostruzione proposta dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis. Il paleoantropologo Manzi: “Ma quello scheletro deve ancora dirci molte cose”

Fronte sporgente, sopracciglia arcuate, naso schiacciato: ecco il volto dell'uomo di Altamura, un Neanderthal di 150mila anni fa

Fronte sporgente, sopracciglia arcuate, naso schiacciato: ecco il volto dell’uomo di Altamura, un Neanderthal di 150mila anni fa

La fronte sporgente, le sopracciglia arcuate, il naso molto grande e schiacciato (forse dovuto a un adattamento alla penultima glaciazione), il cranio allungato posteriormente: dopo 150mila anni è tornato ad avere un volto l’uomo di Altamura, e un corpo: tarchiato, bacino largo, una statura non elevata, circa 1 metro e 65 centimetri. Lo scheletro fossile dell’antico Neanderthal ritrovato nella grotta di Lamalunga nell’ottobre 1993 è stato infatti ricostruito a grandezza naturale dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis, fra i più qualificati al mondo in ricostruzioni paleoantropologiche: “Ci abbiamo lavorato circa un anno. Abbiamo ricevuto dall’Italia i dati digitali sulla scansione laser e li abbiamo ricostruiti usando il silicone. Per barba e capelli ci siamo fatti mandare dal Canada del pelo di bue muschiato”. La ricostruzione iperrealistica, appunto con tanto di capelli lunghi, baffi e barba incolta, è stata svelata al pubblico in una cerimonia emozionante con le autorità del comune in provincia di Bari, e i paleoantropologi Giorgio Manzi dell’università di Roma La Sapienza (“Vederlo mi ha fatto un effetto straordinario. È davvero suggestivo. La ricostruzione è totalmente ispirata alle informazioni raccolte finora dagli scienziati. Siamo solo all’inizio di un percorso”), Maryanne Tafuri, Fabio Di Vincenzo, Antonio Profico e David Caramelli, dell’università di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/25/preistoria-luomo-di-altamura-ha-un-volto-sara-svelato-il-26-aprile-2016-realizzato-da-paleo-artisti-a-un-anno-dalla-scoperta-del-suo-dna-era-un-antico-neanderthal-di-150mila-anni-fa-prog/). Proprio Manzi e Caramelli dal 2009 coordinano il progetto condotto da un gruppo interdisciplinare in collaborazione con autorità locali e la soprintendenza Archeologia della Puglia, sull’Uomo di Altamura, i cui risultati sono stati pubblicati solo un anno fa, confermando si tratta di un fossile di Neanderthal.

Adrie e Alfons Kennis, i due fratelli olandesi, paleo-artisti (qui con una loro "creatura") che hanno realizzato l'uomo di Altamura

Adrie e Alfons Kennis, i due fratelli olandesi, paleo-artisti (qui con una loro “creatura”) che hanno realizzato l’uomo di Altamura

“Il progetto della ricostruzione voluto dal Comune di Altamura e gestito in stretta collaborazione con la soprintendenza Archeologia della Puglia”, interviene il sindaco, Giacinto Forte, “rappresenta una anteprima della Rete museale Uomo di Altamura, di prossima inaugurazione”. L’operazione di ricostruzione iperrealistica dell’Uomo di Altamura, che si è avvalsa di tutti i dati raccolti dai ricercatori in 5-6 anni di lavoro e dalla soprintendenza Archeologia della Puglia, è costata circa 80-90mila euro ed ha impegnato i due esperti paleo-artisti olandesi per diversi mesi. Quello di Altamura è forse il più antico Neanderthal del mondo scoperto finora, vissuto circa 150mila anni fa. “Gli artisti”, sottolinea il prof. Manzi, “lo hanno rappresentato così, con una espressione che rivela quasi un ghigno, quasi voglia dirci sto aspettando che mi veniate a liberare dalla mia prigione di calcare”. La posa dell’uomo di Altamura, con il peso tutto su una gamba e le mani unite dietro alla schiena, è stata infatti scelta con cura dai fratelli Kennis che raccontano: “Non volevamo che la posizione sembrasse artificiale. Abbiamo immaginato un uomo della Papua Nuova Guinea o della Mongolia di oggi intento a fissare dei turisti al giorno d’oggi. Con lo stesso sguardo fiero e perplesso allo stesso tempo”. Conclude Manzi: “È una ricostruzione suggestiva. Ma non significa che questo Neanderthal lo abbiamo capito totalmente. Lo scheletro, questo reperto di straordinaria importanza, deve ancora dirci tante cose”.

L'uomo di Altamura ancora "imprigionato" nella grotta di Lamalunga

L’uomo di Altamura ancora “imprigionato” nella grotta di Lamalunga

Nel corso dell’incontro è stata anche mostrata la ricostruzione 3D del cranio dell’Uomo di Altamura, estratto virtualmente dal suo scrigno carsico nell’ambito dello stesso progetto di ricostruzione. Un primo e unico frammento dello scheletro, estratto fisicamente nel 2009 da una scapola, ha consentito di raccogliere dati sul Dna, quantificare alcuni aspetti sulla morfologia e risalire ad una data: è stato così possibile collocare cronologicamente l’Uomo di Altamura in un intervallo finale del Pleistocene Medio compreso tra i 172 e i 130mila anni.

Preistoria. L’Uomo di Altamura ha un volto. Sarà svelato il 26 aprile 2016. Realizzato da paleo artisti a un anno dalla scoperta del suo dna: era un antico Neanderthal di 150mila anni fa. Progetto per la musealizzazione dell’Uomo di Altamura

L'Uomo di Altamura, fossile di Homo neanderthalensis trovato nel 1993 nella grotta di Lamalunga nelle Alte Murge

L’Uomo di Altamura, fossile di Homo neanderthalensis trovato nel 1993 nella grotta di Lamalunga nelle Alte Murge (Puglia)

Ottobre 1993: durante una delle esplorazioni del gruppo speleologico del Club Alpino Italiano in una grotta nel sistema carsico di Lamalunga, nell’Alta Murgia, scoperta dal CARS (Centro Altamurano Ricerche Speleologiche) già nel 1989, gli speleologi Lorenzo Di Liso, Marco Milillo e Walter Scaramuzzi trovano casualmente uno scheletro fossile di un uomo che ben presto sarebbe stato noto a tutti come Uomo di Altamura. Quindici anni dopo, nel 2009, il progetto condotto da un gruppo interdisciplinare coordinato da Giorgio Manzi, paleoantropologo della Sapienza di Roma, e da David Caramelli dell’Università di Firenze, in collaborazione con autorità locali e la soprintendenza Archeologia della Puglia, avvia un nuovo ciclo di ricerca sull’Uomo di Altamura, i cui risultati, come vedremo, sono stati pubblicati solo un anno fa, confermando si tratta di un fossile di Neanderthal.

La grotta di Lamalunga con la posizione, in fondo, dei resti fossili dell'Uomo di Altamura

La grotta di Lamalunga con la posizione, in fondo, dei resti fossili dell’Uomo di Altamura

Dalla scoperta intanto sono passati più di vent’anni e lo scheletro fossile dell’uomo di Altamura giace ancora “imprigionato” nelle stesse formazioni calcaree che ne hanno preservato le ossa fino ai giorni nostri. Le nostre conoscenze però nel frattempo sono cambiate. Ora gli scienziati sanno che quelle ossa sono appartenute a un uomo preistorico che precipitò in un pozzo dove morì successivamente di stenti; le gocce di calcare che le ricoprirono, le protessero anche dall’usura del tempo. I resti furono ritrovati alla fine di una galleria stretta della grotta: le diverse parti dello scheletro appaiono distribuite su un’area lunga e ristretta. Il rivestimento di calcare conferisce al tutto un aspetto singolare, che ricorda le formazioni dei coralli. Il cranio, rovesciato e parzialmente inclinato a sinistra, mostra buona parte della faccia, con le orbite bene in vista.

Una ricostruzione a disegno dell'Uomo di Altamura che visse 150mila anni fa

Una ricostruzione a disegno dell’Uomo di Altamura che visse 150mila anni fa

Ma c’è una novità. Gli scienziati sono riusciti a dare un volto all’Uomo di Altamura vissuto circa15mila anni fa: il suo viso, con tanto di capelli, barba e baffi, sarà presentato in anteprima mondiale alla stampa nazionale e internazionale il 26 aprile 2016. L’Uomo di Altamura rappresenta uno scheletro umano di morfologia «arcaica» e probabilmente completo; appartiene a una specie estinta del genere Homo, probabilmente a Homo neanderthalensis. Il 26 aprile sarà presentata la ricostruzione a grandezza naturale dello scheletro della grotta di Lamalunga, realizzata sulla base di una analisi rigorosamente scientifica dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis, fra i più qualificati al mondo in ricostruzioni paleoantropologiche, nelle quali si combinano dati scientifici e interpretazione artistica. Sarà inoltre mostrata la ricostruzione 3D del cranio dell’Uomo di Altamura, estratto virtualmente dal suo scrigno carsico nell’ambito dello stesso progetto di ricostruzione.

Lo scheletro fossile dell’uomo di Altamura giace ancora “imprigionato” nelle stesse formazioni calcaree che ne hanno preservato le ossa fino ai giorni nostri

Lo scheletro fossile dell’uomo di Altamura giace ancora “imprigionato” nelle stesse formazioni calcaree che ne hanno preservato le ossa fino ai giorni nostri

La realizzazione dei Kennis arriva a un anno dalla pubblicazione sulla rivista internazionale “Journal of Human Evolution” dei risultati raggiunti dallo studio di Manzi e Caramelli secondo i quali lo scheletro fossile di Altamura, tuttora imprigionato in formazioni calcitiche, presenta caratteristiche morfologiche e paleogenetiche che lo identificano come appartenente alla specie Homo neanderthalensis. La stessa ricerca lo colloca cronologicamente in un intervallo finale del Pleistocene Medio compreso tra 172 e 130 mila anni, dunque in una fase antica dell’esistenza di questa specie umana estinta. Attraverso l’uso di metodologie innovative e tecnologicamente avanzate, il gruppo di ricerca ha potuto prelevare dalla grotta (in condizioni di massima sicurezza e assoluta sterilità) una parte di osso umano rappresentato da un frammento di scapola, relativo alla porzione della spalla. Sebbene rappresenti solo una piccola parte dello scheletro, che resta tuttora imprigionato nella grotta, le informazioni che esso ha potuto rivelare sono di estrema importanza scientifica. Tanto la morfologia della superficie articolare quanto l’analisi del Dna estratto dall’osso, hanno infatti confermato che l’Uomo di Altamura era un Neanderthal, la specie vissuta in tutta Europa tra almeno 200mila e circa 40mila anni fa. Le datazioni eseguite sul campione e su vari frammenti di stalattiti con la tecnica dell’Uranio-Torio hanno indicato che il sistema carsico di Lamalunga ha iniziato a essere attivo prima di 189mila anni fa e che le formazioni calcitiche stratificatesi sulle rocce e sullo scheletro umano hanno iniziato a deporsi fra 172 e 130mila anni fa, nel pieno della penultima glaciazione quaternaria.

La ricostruzione dell'Uomo di Altamura quando viveva nella grotta

La ricostruzione dell’Uomo di Altamura quando viveva nella grotta

Per quanto esistano in Europa e nel Vicino Oriente diversi campioni fossili riferibili a Homo neanderthalensis, nessuno può eguagliare per grado di completezza e stato di conservazione il reperto pugliese. “I risultati dell’analisi paleogenetica”, spiega David Caramelli, protagonista della ricerca con il suo team del Dipartimento fiorentino di Biologia e, in particolare, con la ricercatrice Martina Lari, “hanno registrato la presenza di Dna endogeno, anche se altamente frammentato. Questi primi dati genetici permettono, fra l’altro, di considerare lo scheletro di Altamura come il più antico Neanderthal da cui siano state estratte porzioni di materiale genetico (mtDna) e dunque un ottimo candidato per analisi genomiche di grande interesse”.

Il manifesto della presentazione-evento del volto dell'Uomo di Altamura il 26 aprile 2016

Il manifesto della presentazione-evento del volto dell’Uomo di Altamura il 26 aprile 2016

E ora l’Uomo di Altamura ha anche un volto. “Presentiamo al mondo intero”, annuncia il sindaco di Altamura, Giacinto Forte, “il vero volto dell’Uomo di Lamalunga. La Città di Altamura si candida a diventare una delle capitali turistiche della Regione Puglia. C’è ancora tanto da fare ma la strada che abbiamo intrapreso è quella giusta. Ringrazio la soprintendenza Archeologia della Puglia, il Polo Museale della Puglia, la Regione Puglia e tutti coloro che si stanno impegnando con l’Amministrazione Comunale per il raggiungimento di questo traguardo. A breve – aggiunge Forte – anche la cava dei dinosauri, bene di importanza mondiale, sarà restituito alla comunità internazionale, affinché anche l’entroterra murgiano, assieme al Salento e al Gargano, possa ricoprire un ruolo di primo piano nell’offerta turistica della Regione Puglia». L’evento rappresenta una vera e propria anteprima della Rete Museale Uomo di Altamura, di prossima inaugurazione, sulla quale saranno fornite alcune anticipazioni il prossimo 26 aprile. Il completamento della Rete Museale è stato finanziato con fondi del PO FESR 2007-2013 dell’Unione Europea e della Regione Puglia, Programma Stralcio Area Vasta Murgia, chiamato «Completamento di Palazzo Baldassarre e Musealizzazione dell’Uomo di Altamura per la fruizione virtuale in tre siti» realizzato dal Comune di Altamura, 6 Settore Lavori Pubblici in stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologia della Puglia.

È morto il professor Sergio Donadoni, fondatore dell’Egittologia moderna in Italia, decano degli egittologi italiani, protagonista del salvataggio dei templi egizi di Abu Simbel. Il ricordo di chi l’ha conosciuto e della sua allieva più famosa, l’egittologa Edda Bresciani

L'egittologo Sergio Donadoni in una delle sue missioni archeologiche in Egitto

L’egittologo Sergio Donadoni in una delle sue missioni archeologiche in Egitto

L’Egittologia è in lutto. Uno dei suoi più autorevoli protagonisti del Novecento è venuto a mancare: l’archeologo Sergio Donadoni, decano degli egittologi italiani, rispettato e conosciuto in tutto il mondo scientifico non solo per le sue grandi capacità di studioso-ricercatore e di insegnante-accademico ma anche per la sua umanità, protagonista del salvataggio internazionale dei templi egizi di Abu Simbel dopo la creazione della diga di Assuan, è morto a Roma il 31 ottobre 2015 all’età di 101 anni. Era professore emerito di egittologia all’Università “La Sapienza” di Roma e accademico dei Lincei, nonché insegnante all’Université Libre di Bruxelles. I funerali si sono svolti lunedì 2 novembre, alle 11, nella chiesa romana dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. Nato a Palermo il 13 ottobre 1914, figlio del critico letterario Eugenio, Sergio Donadoni aveva studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si era laureato nel 1935 con Annibale Evaristo Breccia. La sua formazione di egittologo la maturò alla scuola francese, studiando per due anni a Parigi dove appunto si specializzò in Egittologia, e nel 1948 nella capitale danese di Copenaghen. Donadoni ha insegnato nelle università di Milano, Pisa e infine Roma.

Il museo Egizio al Cairo: fu fondato nel 1902

Il museo Egizio al Cairo: fu fondato nel 1902

Chi scrive ha avuto l’onore di conoscere e frequentare il prof. Donadoni in una occasione speciale: le celebrazioni per il centenario del Museo Egizio del Cairo. Lui era il più grande tra i grandi egittologi convenuti sulle rive del Nilo, ma non lo ha mai fatto pesare. Tanto meno con i suoi interlocutori, anche i più modesti. Il prof. Donadoni aveva una risposta per ogni domanda gli venisse rivolta, anche quando la richiesta rivelava l’assoluta mancanza delle più elementari conoscenze sull’Antico Egitto. E quando si passeggiava per le strade del Cairo era tutto un saluto reverente e riconoscente “al professore” da persone, le più disparate, che erano state al suo servizio o comunque lo avevano conosciuto nei lunghi decenni di missione archeologica in Egitto. Sergio Donadoni era uomo colto e semplice, nonostante la sua statura scientifica. Come più volte ha avuto modo di testimoniare Paolo Renier, fotografo trevigiano ammaliato dall’Egitto in generale e della città di Abido sacra a Osiride in particolare, che a Donadoni si era rivolto per un consiglio sul progetto di valorizzazione e conoscenza del sito di Abido e si ritrovò come risposta la più bella presentazione mai avuta (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/04/24/lantico-egitto-a-vittorio-veneto-il-tempio-del-faraone-seti-i-ad-abido-nella-mostra-di-paolo-renier-alla-rotonda/ sul suo impegno e il suo lavoro fotografico nell’Osireion.

Una fase della ricostruzione del sito archeologico di Abu Simbel

Una fase della ricostruzione del sito archeologico di Abu Simbel

Sergio Donadoni ha diretto scavi in Egitto (Antinoe, Qurna), in Nubia (Ikhmindi, Sabagura, Tamit) e in Sudan (Sonki Tino, Gebel Barkal). Nell’ambito della collaborazione internazionale per il salvataggio dei templi egizi dovuto alla creazione della diga di Assuan, l’Italia partecipò con nove spedizioni condotte da Sergio Donadoni tra gli anni ’50 e ’60. Nel 1964 diresse la missione archeologica in Egitto e in Sudan dell’Università di Roma con scavi e ricerche in diverse antiche località, tra cui Tebe. A queste sono da aggiungerne altre quattro organizzate dal museo Egizio di Torino. Partecipò inoltre al salvataggio del tempio rupestre di Ellesija e a quello di Abu Simbel. Dal 1958 al 1969 esplorò sistematicamente con fini archeologi e architettonici, sei siti: Ikhmindi, Farriq, Kuban, Sabagura, Sonki e Tamit arricchendo di testimonianze e documentazioni la storia della Nubia. Sergio Donadoni è autore di una vasta bibliografia, che comprende, tra gli altri titoli “La civiltà egiziana” (1940), “L’arte egizia” (1955), “Storia della letteratura egiziana antica” (1957), “Le pitture murali della chiesa di Sonki Tino nel Sudan” (1968), “L’Egitto dal mito all’egittologia”. Era dottore honoris causa della Université Libre di Bruxelles. Socio dell’Accademia delle Scienze di Torino, della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, dell’Académie des Inscriptions et Belles Lettres di Parigi e dell’Institut d’Egypte. È stato insignito del Premio Feltrinelli per l’Archeologia nel 1975 ed era Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica (2000).

Il professor Sergio Donadoni, fondatore della moderna egittologia in Italia

Il professor Sergio Donadoni, fondatore della moderna egittologia in Italia

Il ricordo più intenso del professor Sergio Donadoni, fondatore dell’Egittologia moderna in Italia, è stato scritto dalla sua allieva più famosa, la professoressa Edda Bresciani, professore Emerito dell’Università di Pisa, una degli altri grandi egittologi italiani del Novecento. La biografia di questi due studiosi è strettamente incrociata e descrive molta parte della storia dell’Egittologia a Pisa e in Italia. Questa disciplina nacque infatti proprio all’Università di Pisa nel 1826, quando Leopoldo II di Lorena decise di istituire una cattedra di egittologia affidandola al ventiseienne pisano Ippolito Rosellini. Alla sua morte, nel 1843, l’insegnamento fu chiuso e per oltre un secolo tacque sia a Pisa che in Italia. Tornò quindi ad essere attivato nell’Ateneo pisano dall’anno accademico 1950-’51, con un incarico affidato proprio al professor Donadoni, allievo della Scuola Normale e laureato nel 1934 con il grande egittologo Annibale Evaristo Breccia, docente dell’Università di Pisa, di cui fu anche Rettore dal 1939 al 1941. Con il trasferimento del professor Donadoni all’Università di Milano nel 1959, la cattedra passò alla sua allieva Edda Bresciani – la prima laureata italiana in Egittologia – che nel 1968 sarebbe diventata ordinario della disciplina all’Università di Pisa. Scrive Edda Bresciani: “Ho parlato al telefono con Sergio Donadoni il 13 ottobre scorso per augurargli, come ogni anno in questo giorno, un gioioso anniversario. Mi rispose con la consueta urbanità, la voce forse un po’ fievole è vero, ma intatto l’eloquio elegante ironico ma insieme affettuoso. Perché il mio maestro ed io ci volevamo bene; anche se aveva l’abitudine di riferirsi a me come “quel diavolo di ragazza”… Adesso nessuno più mi chiamerà così. È morto nei suoi 101 anni, dopo una vita splendida dedicata alla ricerca, ricca di soddisfazioni private, scientifiche, pubbliche. Universalmente conosciuto e ammirato, la sua assenza avrà per anni avvenire il suono del dolore. Non credo che sia il caso qui che elenchi i libri, gli articoli, i contributi i Sergio Donadoni che hanno dato le linee fondamentali dell’egittologia non solo italiana ma mondiale. Io adesso non riesco a comporre altre frasi oltre all’espressione di un vuoto che non saprà essere colmato; adesso piango la grande persona che ci ha lasciati, piango il maestro, piango lo studioso. Alla famiglia, alla moglie Annamaria, antica amica, ai suoi figli ai nipoti che tanto amava, l’espressione della partecipazione sincera al loro dolore”.

L’archeologia in zone di guerra protagonista a Rovereto alla rassegna del cinema archeologico e poi un “intrigo biblico” e i segreti sotterranei di Verona romana

Savino Di Lernia, docente alla Sapienza di Roma, protagonista della conversazione a Rovereto

Savino Di Lernia, docente alla Sapienza di Roma, protagonista della conversazione a Rovereto

L’archeologia in zone di guerra. Giovedì 8 ottobre 2015, nel terzo giorno di programmazione la rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto con la conversazione alle 17.45 affronta con Savino di Lernia, docente all’università La Sapienza di Roma al lavoro nel deserto libico, il tema della salvaguardia del patrimonio storico nelle zone di conflitto con particolare riguardo per l’archeologia attuale nel Sahara, dove numerose sono le spedizioni di squadre di studiosi italiani.

"Mustang, il regno nascosto", film di Patrice Landes, in programma a Rovereto

“Mustang, il regno nascosto”, film di Patrice Landes, in programma a Rovereto

La conversazione chiude un pomeriggio molto intenso aperto con la proiezione di “Mustang, il regno nascosto”. Si tratta di un viaggio attraverso una regione isolata del Tibet, un museo all’aria aperta nel grande ventre del paese, popolato da settemila abitanti che continuano a vivere come per secoli hanno fatto i loro antenati. Da quando la Cina ha invaso il Tibet, nel 1950, i nuovi governanti hanno bandito molte delle antiche usanze, distruggendo tanta parte di una cultura unica. Il documentario, incredibilmente raro ed eccezionale, mostra quella che è la dura e quotidiana sfida della popolazione per mantenere vive le proprie identità culturali nel mondo moderno. A seguire, “La grotta dipinta di Pont d’Arc: vers un fac-similé”: interessante contributo anche per quanto riguarda gli aspetti tecnici legati alla ricostruzione. dedicato a un tesoro di recente entrato nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. A partire da quest’anno il grande pubblico ha l’opportunità di scoprirne i pregi visitando la sua replica costituita da una ventina di pannelli.

La ricostruzione del Capitolium di Verona e del triportico, dove erano collocate le tavole catastali

La ricostruzione del Capitolium di Verona e del triportico, dove erano collocate le tavole catastali

Un “intrigo biblico” attira l’interesse degli appassionati nel programma del mattino: “Biblical conspiracies: secrets of the crucifixion” si interroga sulle modalità della crocifissione a seguito della scoperta archeologica a Gerusalemme dei resti fisici di Mattathiah figlio di Giuda e dell’analisi scientifica di una mano crocefissa: lo studio di questo reperto – si chiedono i registi – potrà dirci come è stato crocefisso Gesù? Invece il programma della serata valorizza il lavoro di Stefania Casini, attrice,conduttrice, ma anche regista delle “Acque segrete di Palermo”. Il documentario svela il volto della capitale del Mediterraneo precedente la cementificazione,quando Palermo era un enorme giardino alimentato da canali sotterranei di origine araba. Merita di essere menzionato pure il lavoro “Alla scoperta di Verona sotterranea. Il sito archeologico di Corte Sgarzerie”, che sviluppa un tema poco noto – quello della Verona Romana – valendosi di tre tipi di tecnica cinematografica: il documentario, il docudramma, la ricostruzione virtuale. In chiusura di serata, un affondo sui “Segreti del Colosseo”. Archeologi e storici svelano i retroscena di questo autentico strumento mediatico del potere imperiale: un contributo quanto mai attuale, alla luce delle moderne polemiche sulla destinazione d’uso del monumento.

Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla, premiato a TourismA da dove lancia un grido di dolore per la Siria. E poi ammonisce: “L’archeologia del Vicino Oriente è finita. In futuro non sarà più coloniale”

Il prof. Paolo Matthiae, l'archeologo orientalista scopritore di Ebla, premiato da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva

Il prof. Paolo Matthiae, l’archeologo orientalista scopritore di Ebla, premiato da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva (foto Valerio Ricciardi, Roma)

“L’archeologia del Vicino Oriente così come l’abbiamo conosciuta e vissuta tutti noi è finita. Se e quando rinascerà sarà un’altra archeologia, e di certo non sarà più coloniale”. Paolo Matthiae, l’archeologo scopritore di Ebla, una vita per la conoscenza del mondo antico in un’area strategica come il Vicino Oriente e per l’insegnamento dell’Orientalistica, dalla platea privilegiata di TourismA, il primo salone internazionale dell’archeologia a Firenze dal 20 al 22 febbraio, lancia un grido d’allarme e un monito: un grido d’allarme per la situazione drammatica in cui sta precipitando la Siria, e un monito perché l’Occidente cambi la prospettiva di approccio con le culture altre rispetto all’Occidente. E non è un caso che proprio a TourismA il direttore di Arccheologia Viva, Piero Pruneti, abbia consegnato proprio a Matthiae il premio per la “Salvaguardia dell’eredità culturale”.

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

Sul grande schermo scorrono immagini di distruzione e di morte: Aleppo, Damasco, Raqqa. Testimonianze irripetibili dell’ingegno dell’uomo cadute sotto i colpi della furia cieca. “Cinquant’anni fa avevo un progetto (oggi si direbbe un sogno)”, ricorda Matthiae nell’introdurre il suo intervento su “Siria: tra ricerca archeologica e tragedia del patrimonio”. Quale sogno? “Riuscire ad ottenere una missione in Vicino Oriente per l’università La Sapienza che potesse competere con le prestigiose missioni dei grandi Paesi come Francia, Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti. E poi speravo di avere una Scuola di Archeologia del Vicino Oriente. Ho avuto tutto: 47 anni di missione (a Ebla), 50 anni di insegnamento (alla Sapienza)”. Poi una considerazione amara: “Nel 1962, quando arrivai in Siria, non avrei mai immaginato che dopo mezzo secolo quel Paese sarebbe caduto nel baratro che noi oggi tutti conosciamo. Eppure i risultati sono davanti agli occhi di tutti. Nel 1962, in Siria erano attive non più i 7-8 missioni straniere: il Paese era marginale rispetto alle grandi missioni in Vicino Oriente. Ma una politica culturale lungimirante (che si è intrecciata con una altrettanto preziosa attività diplomatica) ha cambiato l’immagine e la valenza della Siria. Tanto che quando abbiamo lasciato la missione di Ebla nel 2010, la Siria poteva contare su una settantina di missioni archeologiche straniere che diventavano 140 se si contavano le missioni congiunte”. La Siria era ormai considerata a ragione il paradiso della ricerca archeologica orientalistica. “In questi anni, ripeto, le missioni archeologiche sono sempre state anche delle missioni diplomatiche, facendo dell’archeologia il ponte per il dialogo tra Stati diversi”.

Anche il sito di Ebla è a rischio: manca la manutenzione e ci sono scavi clandestini

Anche il sito di Ebla è a rischio: manca la manutenzione e ci sono scavi clandestini

Poi, dal 2011, il buio. La crisi siriana pregiudica il futuro di gran parte del lavoro fatto dalle missioni archeologiche. Così anche a Ebla, proprio dove si stava per concretizzare il parco archeologico, la cui valenza – non solo di valorizzazione culturale, ma anche di promozione sociale – fu riconosciuta dallo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella sua visita ufficiale in Siria, oggi possiamo solo registrare crolli per mancanza di manutenzione. “Ma soprattutto ci sarebbero degli scavi clandestini. La situazione è grave, anche se non sarebbe ancora gravissima. Ben diversa sarebbe se nel sito si installassero delle milizie, perché allora l’area sarebbe a rischio bombardamenti. E a quel punto potrebbe essere pregiudicato il futuro stesso di Ebla”.

Colpi di mortaio sul Krak dei Cavalieri, la più importante architettura crociata in Siria

Colpi di mortaio sul Krak dei Cavalieri, la più importante architettura crociata in Siria

Cosa possiamo fare? “Non ci resta che continuare a far conoscere a più persone possibili questa drammatica situazione. E gli incontri di TourismA sono molto importanti in questo senso. Ma una cosa è certa: l’archeologia del Vicino Oriente che noi abbiamo conosciuto è finita. Se e quando rinascerà, non sarà più un’archeologia coloniale”. Tutto sta cambiando in un baratro senza fine. L’archeologia del Vicino Oriente tradizionale – ribadisce Matthiae, è finita. “Quella nuova dovrà cercare di ricostruire una cultura, una civiltà partendo dalle rovine di monumenti e città distrutte però dall’uomo e non dal tempo. Opere compromesse da una nuovissima barbarie che si scaglia non solo contro “l’altro” (fatto che si è verificato spesso nel corso della storia umana) ma anche contro la propria identità (che è quasi una novità)”. E conclude: “Nel futuro non prevarrà più la prospettiva dell’Occidente, ma una visione multilaterale. Oggi nell’interpretazione dell’archeologia non c’è un’identità locale. L’unico aspetto positivo che vedo del futuro è l’ampliarsi delle prospettive, l’abbandono della dittatura occidentale nell’interpretazione della storia. Si dovrà alimentare una molteplicità di visioni per rischiarare le tenebre dei nostri giorni”.

Le meraviglie di Meroe e le ultime scoperte in Sudan alla IV Giornata di Studi Nubiani al museo Pigorini di Roma

Le famose piramidi di Meroe dell'antica Nubia, oggi in Sudan

Le famose piramidi di Meroe dell’antica Nubia, oggi in Sudan

Volete conoscere gli ultimi sviluppi delle ricerche sulla civiltà nubiana e le meraviglie di Meroe, l’antica città posta sulla riva orientale del Nilo nell’attuale Sudan, 200 chilometri a nord della capitale Khartoum, famosa per le più di duecento piramidi sparse sul suo territorio dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2011? L’appuntamento da non perdere è sabato 19 aprile a Roma, al Museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini” dove alle 11.30, nella sala conferenze e salone delle Scienze, si aprirà la IV Giornata di Studi Nubiani, promossa dall’ambasciata del Sudan in Italia, dall’Ismeo (associazione internazionale di studi sul Mediterraneo e l’Oriente) e dal museo Pigorini.

La IV giornata di Studi nubiani al museo Pigorini di Roma si sofferma sul comprensorio di Meroe

La IV giornata di Studi nubiani al museo Pigorini di Roma si sofferma sul comprensorio di Meroe

La IV Giornata di Studi Nubiani, pur passando in rassegna numerose tematiche delle realtà archeologiche e culturali sudanesi, riserva particolari attenzioni all’epoca meroitica (III secolo a.C. – IV secolo d.C.), la cui data d’inizio coincide con lo spostamento delle sepolture reali dall’area di Napata a quella di Meroe. La parte di valle del Nilo nota come Nubia, nell’odierno Sudan, ospitò infatti in antichità tre diversi regni di Kush: il primo ebbe la capitale a Kerma e durò dal 2600 al 1520 a.C.; il secondo si trovava a Napata dal 1000 al 300 a.C., ed infine l’ultimo fu a Meroe (300 a.C.– 300 d.C.). Durante gli oltre sei secoli in cui Meroe prosperò, l’Egitto fu conquistato dai greci tolemaici e dai romani, mentre il Sudan non è mai stato invaso da potenze straniere. Nel 340 d.C. Meroe fu conquistata dal re cristiano Ezana di Axum (Etiopia). Prima di Meroe, e prima del periodo di Napata, almeno tre re nubiano-sudanesi sono citati nella Bibbia. A quei tempi, i re nubiani della XXV dinastia governavano tutto l’Egitto e furono alleati con Israele contro gli Assiri. Meroe fu un importante centro metallurgico per l’utilizzo del ferro destinato alla realizzazione di armi e attrezzi, tanto che ancor oggi si possono vedere enormi cumuli di scorie di ferro. E sempre a Meroe si sviluppò un sistema unico di scrittura alfabetica che è ancora indecifrabile. Inoltre Meroe esportò al mondo classico dei Greci e dei Romani molti prodotti inclusi elefanti da guerra per scopi militari. Come riporta anche la Bibbia qui si annovera uno dei primi convertiti al cristianesimo sudanesi, uno schiavo eunuco che ha servito la Candace o regina guerriera di Meroe.

Il gruppo di archeologi e personale sudanese impegnato nella missione ad Abu Erteila

Il gruppo di archeologi e personale sudanese impegnato nella missione ad Abu Erteila

Gli interventi della IV Giornata di Studi nubiani alterneranno alla presentazione dei risultati di due missioni archeologiche italiane attualmente operanti in Sudan, l’analisi di fonti antiche e moderne relative alla geografia e al popolamento di questa vasta e variegata realtà africana. Nel corso della conferenza, alla quale sarà presente una vasta rappresentanza del corpo diplomatico africano accreditato in Italia, verrà presentato il volume: “Atti della IV Giornata di Studi Nubiani”, a cura di Eugenio Fantusati e Marco Baldi; edito da Scienze e Lettere nella collana Serie Orientale Roma. Proprio Eugenio Fantusati dell’università di Roma La Sapienza fa parte con la moglie architetto Rita Virriale e i suoi studenti, Eleonora Kormysheva dell’Oriental Institute di Moscow, Richard Lobban del Rhode Island College, della missione archeologica Abu Erteila Project nel sito di Abu Erteila nel comprensorio di Meroe nella parte orientale del deserto di Butana del Sudan. Qui, dopo quattro anni di ricerca, la missione ha scoperto un tempio perduto dell’impero meroitico, la cui esistenza finora era stata solo ipotizzata. “Dal sito di Abu Erteila – raccontano – si possono anche vedere alcune delle tante piramidi meroitiche in Sudan. Anche se più tarde e più piccole che le più famose piramidi egizie, in Sudan ci sono ancora più piramidi che in Egitto”. Lo scavo archeologico di Abu Erteila è iniziato nel 2008, ma è stata dalla quarta campagna che gli archeologi sono riusciti a individuare il tempio meroitico.

L'architrave del tempio meroitico creduto perduto ad Abu Erteila

L’architrave del tempio meroitico creduto perduto ad Abu Erteila

Ceramica meroitica dal sito di Abu Erteila in Sudan

Ceramica meroitica dal sito di Abu Erteila

Nella nostra quarta stagione”, ricordano gli archeologi dell’Ismeo, “abbiamo continuato lo scavo del kom I (collina artificiale), dove sono state trovate molte pareti di mattoni di fango in situ e un gran numero di mattoni rossi cotti sparsi in grande disordine fino ai livelli di fondazione. Nelle stanze inferiori abbiamo trovato le pentole abbiamo trovato camere con molti strumenti a smeriglio usati per la preparazione del cibo e un’altra camera che aveva gran numero di ossa di animali macellati. Nel corso dello scavo abbiamo trovato anche altri due scheletri adulti e uno di un figlio anche del periodo paleocristiano. In questa stessa campagna abbiamo aperto un nuovo saggio e qui abbiamo avuto i risultati più sorprendenti fino a oggi. In kom II abbiamo portato alla luce due belle anfore, quasi complete, in ceramica a collo stretto per lo stoccaggio di liquidi. Abbiamo anche trovato due rocchi di colonne in arenaria con iscrizioni in geroglifico. Tra le iscrizioni leggibili c’è il riferimento a “neb-Tawi” o ‘Il Signore delle Due Terre”, riservata esclusivamente alla regalità e nobiltà. È ben visibile il dio Hapy della fertilità del Nilo e la combinazione di Nekhbet e Wedjat (avvoltoio e cobra), simbolo della regalità per valle del Nilo. Avevamo la conferma che avevamo individuato un antico tempio meroitico con strutture edilizie orientate coerenti con i vicini templi solari a Meroe, Awlib, Awatib, Naqa e Musawwarat es-Sufra. Infatti, a questa latitudine, questo orientamento il sole si riversa direttamente nel tempio due volte l’anno: e il dio Sole – Amon o Mashil è stato il più celebre nel pantheon enoteistico nubiano”.

Un rocco di colonna istoriato del tempio perduto di Abu Erteila

Un rocco di colonna istoriato del tempio perduto di Abu Erteila

Ecco il programma della IV Giornata di Studi Nubiani. Alle 11.30, saluti e introduzione con Francesco di Gennaro, soprintendente del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico “Luigi Pigorini”, e S.E. Amira Hassan Daoud Gornass, ambasciatore del Sudan in Italia. Alle 12, Eugenio Fantusati (Università di Roma “La Sapienza” – ISMEO) in “La missione archeologica di Abu Erteila: un resoconto sulle attività svolte”. Alle 12.30, Jaffar Mirghani (Khartoum, Museo Etnografico) in “Musawwarat identified with Meroe”. Alle 13, Mostra fotografica. Alle 14, Luisa Bongrani (Università di Roma “La Sapienza” – ISMEO) in “Considerazioni sull’Africa di Erodoto: geografia e genti”. Alle 14.30, Andrea  Manzo (Università di Napoli “L’Orientale” – ISMEO) in “Sudan ed Egitto nel II millennio a.C.: nuove evidenze”. Alle 15, Marco Baldi (Università di Pisa  – ISMEO) in “Il Complesso di Awlib. Alcune osservazioni”. Alle 15.30, Adriano Rossi (ISMEO) presenta il volume degli atti. Saluti finali. Organizzazione a cura dell’Associazione Il Cuore.