Museo Archeologico nazionale di Napoli, dopo sei anni, riaperta con nuovo allestimento la sezione Epigrafica, una delle più prestigiose collezioni al mondo: 300 iscrizioni (greche, latine, italiche) tra cui – vera novità – le scritte dipinte o graffite sui muri di Pompei
Si potranno finalmente ammirare le cosiddette Tavole di Eraclea, le Laminette orfiche di Thurii e la Meridiana delle Terme Stabiane di Pompei in lingua osca: vere icone mondiali nell’ambito dell’epigrafia. E poi le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei: manifesti elettorali, annunci di giochi, declamazioni poetiche, sconci disegni, tra le novità del percorso della sezione Epigrafica riaperta il 30 maggio 2017, dopo sei anni, al museo Archeologico nazionale di Napoli: esposte oltre 300 opere di una delle più prestigiose collezioni al mondo d’iscrizioni greche, latine e italiche, documenti eccezionali per la storia della scrittura e della storia del passato, con particolare riferimento alla Campania all’Italia centro-meridionale, con un allestimento completamente rivisto, corredato da nuovi apparati didattici cartacei e multimediali, e accompagnato da una specifica guida edita da Electa. Il lavoro è stato condotto con la curatela scientifica di Carmela Capaldi, dell’università Federico II di Napoli, e di Fausto Zevi, emerito dell’università La Sapienza di Roma e accademico dei Lincei, e il coordinamento di Valeria Sampaolo, capo conservatore delle collezioni del Mann. Dopo la sezione Egiziana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/02/i-faraoni-tornano-a-napoli-dopo-sei-anni-di-chiusura-riapre-la-sezione-egiziana-del-museo-archeologico-di-napoli-1200-reperti-la-piu-antica-collezione-egizia-deuropa-nata-nel-1821-come-rea/) e in attesa di poter ammirare nel 2018 i capolavori della Magna Grecia, ecco, dunque, un ulteriore importante momento di crescita del Museo napoletano sotto la guida di Paolo Giulierini già direttore del Mann dalla fine del 2015 .
Le iscrizioni, spiegano gli archeologi, sono alla base della ricostruzione delle vicende storiche: “spaccati luminosi di vita quotidiana, di pratiche religiose, cardini della giurisprudenza antica alla base del nostro sistema legislativo”. La riaperta sezione, come si diceva, ospita oltre trecento epigrafi, alcune particolarmente rare, altre quasi dimenticate se non addirittura date per scomparse, che spaziano dal VI sec. a.C. al IV sec. d.C. nelle diverse lingue, greco, latino, osco, umbro, nord-sabellico, che riguardano un ampio contesto meridionale, visto il ruolo centrale del Real Museo Borbonico. Testimonianze scritte su materiali lapidei o su metalli, alle quali si aggiungono – novità assoluta di questo allestimento – le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei, testimonianza particolarmente toccante della vita pubblica e privata dei romani, di norma difficilmente documentabili in centri diversi da quelli vesuviani: i manifesti elettorali, gli annunci di giochi di gladiatori, declamazioni poetiche cui spesso si sovrappongono disegni rozzi o sconci.
Testimonianze in varie lingue antiche. Dalla documentazione in lingua greca con testi provenienti dalle colonie dell’Italia meridionale (le prime attestazioni di scrittura greca in Occidente, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., sono state scoperte a Pithecusa (Ischia) si passa alle iscrizioni provenienti proprio da Neapolis, dove il greco rimane lingua ufficiale fino alla caduta dell’Impero romano. Eccezionale è poi la raccolta di iscrizioni in lingue pre-romane dell’Italia centro-meridionale (in osco, vestino, volsco, sabellico) come l’iscrizione in lingua volsca da Velletri del IV secolo a.C, documento tra i più antichi della lingua umbra, o quella nord-sabellica da Bellante della metà del VI secolo a.C. Mentre della lingua osca, formatasi probabilmente in Campania tra il V e il IV secolo a. C. per abbracciare i popoli di ceppo sannitico (base etrusca e numerose influenze dal greco e dal latino) il Mann conserva i testi più lunghi e complessi tra quelli finora rinvenuti, come la Tabula Osca Bantina e il Cippo Abellano.
E veniamo alle top star. Le Tavole di Eraclea (I sec. a.C.), qui esposto un calco moderno della parte latina nella sala dedicata alla romanizzazione (gli originali saranno nella sezione della Magna Grecia), sono lastre bronzee incise su entrambe le facce, con testi in greco e latino di età differenti, che furono rinvenute nel 1732 in Basilicata, nel luogo di probabile riunione dell’assemblea federale della Lega italiota. “Il loro ritrovamento”, ricordano i curatori, “fu un vero evento e il fatto che i reali Borbonici, in fuga a Palermo nel 1798, abbiano voluto nel 1806 portare in Sicilia, insieme a sculture, dipinti e gioielli, anche queste pesanti lastre dimostra quanta importanza “politica” fosse loro attribuita, quali strumenti di legittimazione della nuova casa regnante (i Borbone erano saliti al trono del regno autonomo delle Due Sicilie nel 1734), degna erede dei territori che avevano costituito la Magna Grecia – il cui appellativo di origine pitagorica andava inteso come “doctrinarum magnitudine” – grande per qualità intellettuali e non per estensione geografica”.
Le laminette di Thurii, in lingua greca, sono invece sottili sfoglie d’oro provenienti da due sepolture del IV secolo a. C. appartenenti a una setta misterica di carattere popolare, non ignara dell’ortodossia orfico-pitagorica. Ma vanno anche ricordati i frammenti (8 dei 12 rinvenuti sono infatti conservati al Mann) della cosiddetta Tavola Bembina – scoperta tra Quattro e Cinquecento e appartenuta prima ai duchi d’Urbino, poi all’umanista Pietro Bembo e quindi ai Farnese – con i testi della lex de repetundis e di una lex agraria relativa ad aree demaniali; oppure il Menologium rusticum Colotianum (I sec d. C.) uno dei due soli esempi di calendari agricoli romani che ci sono pervenuti, documento eccezionale per la rarità e lo stato di conservazione che ci fornisce preziose indicazioni sulla scansione delle attività stagionali e dei riti connessi. Riti, costumi, trasformazioni urbane, leggi e commerci, divinità e uomini, siano essi personaggi pubblici, commercianti, notabili o atleti, mogli, sacerdotesse o prostitute: le testimonianze epigrafiche ci narrano e ci fanno scoprire i molteplici aspetti e protagonisti del mondo antico, basti pensare agli archivi di tavolette cerate rinvenute a Pompei nel 1875 e a Ercolano negli anni trenta del Novecento e a come essi restituiscono uno spaccato unico della vita sociale ed economica della prima età imperiale (tra il 40 e il 79 d.C.) ma anche anticipino abitudini molto attuali.
È morto a Roma lo storico e filologo biblista Giovanni Garbini: grande esperto di lingue semitiche, studiò fenici, ebrei e arabi preislamici. Scoprì omissioni storiche e manipolazioni del testo della Bibbia
Per lui fenici, ebrei e arabi preislamici non avevano segreti. Lo storico e filologo Giovanni Garbini, illustre orientalista studioso delle lingue semitiche che ha affrontato con una nuova metodologia i problemi della filologia biblica legati all’Antico Testamento, è morto a Roma il 2 gennaio 2017 all’età di 85 anni, come ha reso noto l’Accademia dei Lincei, di cui era socio dal 1990, nel giorno dei suoi funerali. Nato a Roma l’8 ottobre 1931, Garbini aveva iniziato la carriera accademica all’istituto universitario Orientale di Napoli (oggi università “L’Orientale” di Napoli), per passare poi alla Scuola Normale di Pisa e infine, fino al pensionamento, all’università di Roma “La Sapienza”, di cui era professore emerito di filologia semitica. È stato anche componente della sua fondazione Leone Caetani per gli studi musulmani.
Garbini ha dedicato la sua vita di studioso alle lingue semitiche da un punto di vista storico-comparativo e si è dedicato all’interpretazione dei diversi aspetti della cultura di fenici, ebrei e arabi preislamici. Ma è nell’ambito della filologia biblica che il semitista ha offerto studi innovativi, rivelando omissioni storiche e manipolazioni presenti nel testo sacro che hanno condotto Garbini a interpretare differentemente la vicenda biblica e a contestualizzarla maggiormente nel quadro della storia del Vicino Oriente. Secondo Garbini, l’origine del popolo ebraico andrebbe ricercata in quella parte del deserto siriano collocata tra il Tigri e l’Eufrate, a ovest dei monti Kashia. Di qui alcune tribù aramaiche si sarebbero stanziate nel territorio di Damasco e poi sarebbero scese verso il sud, verso l’attuale territorio palestinese. La vicenda di Mosè e dell’esodo dall’Egitto sarebbero invece un mito ancora più antico, autonomo rispetto a quello di Abramo e dei patriarchi. Un regno unitario davidico-salomonico, quindi, sarebbe stato soltanto una creazione leggendaria in quanto il popolo aramaico stanziato in Palestina avrebbe costituito il Regno di Israele, sotto la dinastia degli Omridi, solo intorno al 900 a.C. In precedenza, il beniaminita Saul, avrebbe costituito un regno locale nella Palestina centrale che, progressivamente, sarebbe stato riassorbito dai filistei. David sarebbe stato una specie di capitano di ventura del IX secolo al servizio dei Filistei e Salomone un personaggio assolutamente mitico. Garbini avrebbe inoltre accertato l’esistenza, a Gerusalemme, tra il regno di Ezechia e quello di Giosia, di un lungo regno ammonita, cancellato dagli scribi ebrei. Le ricostruzioni storiche della Bibbia, frutto di gruppi spesso in contrasto tra loro, si sarebbero formate solo dopo la caduta del regno di Giuda e dopo il rientro degli esiliati, cioè durante la dominazione persiana.
Vasta la produzione bibliografica di Garbini, gran parte della quale pubblicata dalla casa editrice Paideia di Brescia: “Storia e ideologia nell’ Israele antico” (1986); “Il semitico nordoccidentale” (1988); “La religione dei fenici in Occidente” (1994); “Introduzione alle lingue semitiche” (1994); “Note di lessicografia ebraica” (1998); “Il ritorno dall’esilio babilonese” (2001); “Storia e ideologia nell’Israele antico” (2001); “Mito e storia nella Bibbia” (2003); “Introduzione all’epigrafia semitica” (2006); “Scrivere la storia d’Israele. Vicende e memorie ebraiche” (2008); “Cantico dei cantici. Testo, traduzione, note e commento” (2010); “Letteratura e politica nell’Israele antico” (2010); “Dio della terra, dio del cielo. Dalle religioni semitiche al giudaismo e al cristianesimo” (2011); “I Filistei. Gli antagonisti di Israele” (2012); “Il Poema di Baal di Ilumilku” (2014); “Vita e mito di Gesù” (2015). Nel 2007 è stato pubblicato da Paideia in suo omaggio il volume “L’opera di Giovanni Garbini. Bibliografia degli scritti 1956-2006”, catalogo di oltre cinquanta anni di produzione scientifica.
Archeoastronomia. Per il Solstizio d’Inverno nelle Stonehenge d’Italia la prova che i megaliti trovati in Basilicata, Cilento, Valle del Belice e Puglia sono dei “calendari astronomici” dell’età del Bronzo testimoni di riti arcaici
Stonehenge: basta solo pronunciare il nome del famoso sito megalitico inglese per evocare misteriosi riti legati al solstizio d’estate, quando il sole, all’alba del 21 giugno, si allinea con le grandi pietre del circolo preistorico. Ma non è l’unico luogo dove si può ritrovare un “calendario astronomico” risalente alla preistoria. Anche in Italia. Qui le “Stonehenge” si animano però per il solstizio d’inverno, il 21 dicembre, il giorno più corto dell’anno, quando il Sole nel suo moto apparente nelle costellazioni dello Zodiaco raggiunge la massima distanza rispetto al piano dell’equatore terrestre. Da questo periodo in poi le ore di luce cominciano ad allungare e per questo, osserva l’archeoastronomo Vito Francesco Polcaro, dell’istituto nazionale di Astrofisica (Inaf), “sin dalla preistoria è stato attribuito al solstizio d’inverno il significato sacro del trionfo della luce sulle tenebre”. Significato che, in epoca storica, ritroviamo con i romani che festeggiavano il “Sol Invictus” e, poi, con i cristiani il Natale di Cristo. In Italia, da Petre de la Mola in Basilicata ai megaliti della valle del Belice in Sicilia, i calendari in pietra risalgono quasi tutti alla tarda età del Bronzo e sono stati costruiti con la stessa tecnica di Stonehenge in Gran Bretagna, “che consiste nell’osservare la posizione del sole nel giorno più corto o più lungo dell’anno e creare dei punti di mira”, spiega Polcaro.

Il complesso megalitico di Petre de la Mola nel parco di Gallipoli Cognato nelle Piccole Dolomiti Lucane
Fra gli ultimi siti archeoastronomici scoperti c’è Petre de la Mola sulle Dolomiti Lucane che dai reperti archeologici trovati nelle vicinanze pare sia stato frequentato dalla tarda età del Bronzo fino al IV secolo a.C. “Ma per una datazione precisa dovremo aspettare gli esiti degli scavi archeologici, in programma grazie al finanziamento della Regione Basilicata, attraverso il Parco di Gallipoli Cognato”, interviene l’archeologo Emmanuele Curti, consigliere del Parco di Gallipoli Cognato. Il complesso di Petre de la Mola è un affioramento naturale di roccia calcarea che è stata modificata sovrapponendo una lastra ad una spaccatura naturale della roccia per creare una galleria che permette di osservare il sole al tramonto del solstizio d’inverno. Lo stesso giorno, e solo in quello, a mezzogiorno il Sole appare dallo stesso punto di osservazione in una piccola fenditura artificiale a sinistra della galleria, dando l’avviso del fenomeno che si verificherà al tramonto.

Al tramonto del solstizio d’inverno si può traguardare il sole attraverso la galleria del complesso megalitico di Petre de la Mula
“Un gruppo di ricerca interdisciplinare composto da archeologi, geofisici, geologi ed astronomi dell’università della Basilicata, della Faber Srl di Matera, dell’istituto nazionale di Astrofisica e dell’università La “Sapienza” di Roma ha iniziato lo studio del complesso megalitico chiamato “Petre de la Mola”, non lontano dalla cima del Monte Croccia, nel Parco di Gallipoli Cognato Piccole Dolomiti Lucane”, interviene Rocco Rivelli, presidente del parco lucano. “Sofisticati rilevamenti, effettuati attraverso l’impiego delle più avanzate tecnologie attualmente in uso anche nel campo dei Beni Culturali, hanno rivelato che il complesso presenta allineamenti diretti alla posizione del sole al mezzogiorno ed al tramonto del solstizio d’inverno ed altri che segnalano quella agli equinozi ed al solstizio d’estate. È quindi probabile che il megalite sia stato utilizzato dagli antichi abitanti del Monte Croccia come un “calendario di pietra” per segnalare date particolari dell’anno, a scopo rituale ed a fini pratici”. Secondo l’esperto il luogo potrebbe essere stato usato a scopo religioso per celebrare cerimonie che coinvolgevano più persone perché nelle vicinanze sono stati scoperti anche altri punti di osservazione: sono rocce contrassegnate da graffiti e a volte da bacini artificiali nella roccia. “L’intera area archeologica, frequentata dal neolitico al IV secolo a.C., copre una superficie di circa 6 ettari e include, oltre al megalite, un insediamento fortificato lucano (IV secolo a.C.), posto sulla cima della montagna. Questo insediamento è circondato da più cinte murarie realizzate in blocchi perfettamente squadrati; il tratto meglio preservato della cinta, variamente restaurata, ha una lunghezza di oltre 2 chilometri e la sua porta principale traguarda, attraverso il megalite, il punto dell’orizzonte ove sorge il Sole agli equinozi. L’eventuale conferma di questo dato indicherebbe la conservazione di una memoria e del valore sacro del megalite fino alla fine dell’occupazione del sito”.

Il 21 dicembre visita guidata con Giovanni Ricciardi per assistere al fenomeno del “Solstizio d’Inverno”: osservare l’ultimo raggio di sole che penetra nella fenditura del Megalite
Per il solstizio d’inverno a Petre de la Mola il Comune e la Pro loco di Oliveto Lucano (Matera) hanno organizzato una due giorni di appuntamenti il 20 e 21 dicembre 2017. Si è iniziato il 20 dicembre con il convegno “Il megalite, con valenza archeoastronomica, di Petre de La Mola ed i suoi contermini in Italia Meridionale” nel Salone del complesso architettonico di Cristo flagellato (ex Ospedale S. Rocco) a Matera. Nel pomeriggio gli ospiti hanno raggiunto Oliveto Lucano per una visita guidata nel centro storico, cui è seguito nella Chiesa Madre “Maria SS. Delle Grazie” il concerto di Arpe Viggianesi e una passeggiata tra i forni ed i portoni del centro storico con musiche natalizie e gli Zampognari di Terranova del Pollino. In serata “Gran Falò” con mercatini natalizi, “Banda Olivetese La Cima e Il Maggio” e degustazione di prodotti tipici. Mercoledì 21 dicembre in mattinata visita al Frantoio Oleario della Famiglia Sica e ai panifici locali con degustazioni della tradizione natalizia olivetese. Alle 14.30 il raduno e partenza per il monte Croccia – località “Petre de La Mola”- per assistere al fenomeno del “Solstizio d’Inverno” ovvero per osservare l’ultimo raggio di sole che penetra nella fenditura del Megalite con visita guidata a cura di Giovanni Ricciardi. Alle 15.30 osservazione della “Ierofania” e a seguire sarà servito Te e cioccolata calda ai piedi del monte Croccia al suono di musiche della tradizione natalizia. “Proficua collaborazione stipulata dal 2009 con il Gruppo Archeologico Lucano”, commenta il presidente della pro loco “Olea”, Saveria Catena, “in particolare con il professor Leonardo Lozito che essendo vice direttore nazionale Gruppi Archeologici d’Italia, contribuisce a valorizzare il sito archeologico facendo giungere in Basilicata esperti di fama internazionale provenienti dal mondo dell’astronomia e dell’archeologia”.
Anche sul monte Stella nel Cilento, c’è un calendario simile. Si chiama Preta ru Mulacchio che nel dialetto cilentano, significa “Pietra del Figlio Illegittimo” perché era associato anche ai riti di fertilità. “Il complesso”, ricorda Polcaro, “è stato frequentato fino agli anni ’50: le donne passavano nella galleria perché nelle credenze popolari la roccia fecondata dal Sole diventava capace di fecondare”. La Preta è sostanzialmente costituita da tre massi che si sono separati da un singolo blocco per cause naturali: tra questi tre massi, si sono formate due “gallerie”. Tuttavia, la Preta è stata profondamente modificata dal lavoro dell’uomo: grosse pietre sono state incastrate in posizioni precise tra i tre blocchi originari, o poste a generare un piano di copertura del complesso. Inoltre, alcuni bacini sono stati scavati sulla parte superiore della Preta, visitabile grazie ad una scala di legno predisposta dall’Ente Parco. “La Petra è divenuta così un raffinato “calendario di pietra”, che indica con straordinaria precisione la data del solstizio d’inverno”, continua Polcaro. “Pur in assenza di una datazione precisa, il megalite va attribuito probabilmente alla Cultura Proto-Appenninica (inizio del II millennio a.C.)”. La Preta ru Mulacchio è raggiungibile dal parcheggio del Santuario, dove staziona il pullman, con un facile sentiero di circa 400 metri e un dislivello di circa 100 metri. Dal santuario è possibile osservare lo straordinario panorama delle coste del Cilento. Un archeo-astronomo spiega come è stato costruito, ne illustra il funzionamento come “calendario di pietra” e racconta le millenarie tradizioni popolari che, fino a pochi decenni fa, ne dimostravano l’associazione a riti di fertilità.

Nell’alta valle del Belice, in Sicilia, dietro San Cipirello, il complesso megalitico di U-Campanaro
Altri megaliti di questo tipo si trovano anche in Sicilia, nel territorio dell’Alta Valle del Belice, e più esattamente nelle campagna sulle alture che stanno dietro San Cipirello c’è il complesso di U-Campanaro. Risalgono al 1700 a.C. e sono delle grandi lastre a forma di triangolo che servono a osservare la posizione del Sole quando sorge nel giorno del solstizio di inverno e d’estate. Per riuscire a raggiungere il megalite forato di monte Arcivocalotto, bisogna inoltrarsi lungo la strada provinciale 42. Si tratterebbe di oggetti costruiti appositamente per misurare il tempo in aderenza ai cicli vegetativi della natura, che indicava le fasi delle attività agricole che venivano svolte ogni anno in determinati periodi. La funzione astronomica del calendario solare di San Cipirello è stata accertata da più studiosi, secondo i quali questo è unico megalite indica il Solstizio d’Inverno. Infine in Puglia, a Trinitapoli, ci sono buche scavate nella roccia, allineate con la direzione del Sole, nel solstizio d’inverno e d’estate.
Preistoria. La fronte sporgente, le sopracciglia arcuate, il naso molto grande e schiacciato: eccolo il volto ricostruito dell’Uomo di Altamura, un neanderthal vissuto 150mila anni fa, il cui scheletro è ancora imprigionato nella grotta di Lamalunga. Suggestiva la ricostruzione proposta dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis. Il paleoantropologo Manzi: “Ma quello scheletro deve ancora dirci molte cose”

Fronte sporgente, sopracciglia arcuate, naso schiacciato: ecco il volto dell’uomo di Altamura, un Neanderthal di 150mila anni fa
La fronte sporgente, le sopracciglia arcuate, il naso molto grande e schiacciato (forse dovuto a un adattamento alla penultima glaciazione), il cranio allungato posteriormente: dopo 150mila anni è tornato ad avere un volto l’uomo di Altamura, e un corpo: tarchiato, bacino largo, una statura non elevata, circa 1 metro e 65 centimetri. Lo scheletro fossile dell’antico Neanderthal ritrovato nella grotta di Lamalunga nell’ottobre 1993 è stato infatti ricostruito a grandezza naturale dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis, fra i più qualificati al mondo in ricostruzioni paleoantropologiche: “Ci abbiamo lavorato circa un anno. Abbiamo ricevuto dall’Italia i dati digitali sulla scansione laser e li abbiamo ricostruiti usando il silicone. Per barba e capelli ci siamo fatti mandare dal Canada del pelo di bue muschiato”. La ricostruzione iperrealistica, appunto con tanto di capelli lunghi, baffi e barba incolta, è stata svelata al pubblico in una cerimonia emozionante con le autorità del comune in provincia di Bari, e i paleoantropologi Giorgio Manzi dell’università di Roma La Sapienza (“Vederlo mi ha fatto un effetto straordinario. È davvero suggestivo. La ricostruzione è totalmente ispirata alle informazioni raccolte finora dagli scienziati. Siamo solo all’inizio di un percorso”), Maryanne Tafuri, Fabio Di Vincenzo, Antonio Profico e David Caramelli, dell’università di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/25/preistoria-luomo-di-altamura-ha-un-volto-sara-svelato-il-26-aprile-2016-realizzato-da-paleo-artisti-a-un-anno-dalla-scoperta-del-suo-dna-era-un-antico-neanderthal-di-150mila-anni-fa-prog/). Proprio Manzi e Caramelli dal 2009 coordinano il progetto condotto da un gruppo interdisciplinare in collaborazione con autorità locali e la soprintendenza Archeologia della Puglia, sull’Uomo di Altamura, i cui risultati sono stati pubblicati solo un anno fa, confermando si tratta di un fossile di Neanderthal.

Adrie e Alfons Kennis, i due fratelli olandesi, paleo-artisti (qui con una loro “creatura”) che hanno realizzato l’uomo di Altamura
“Il progetto della ricostruzione voluto dal Comune di Altamura e gestito in stretta collaborazione con la soprintendenza Archeologia della Puglia”, interviene il sindaco, Giacinto Forte, “rappresenta una anteprima della Rete museale Uomo di Altamura, di prossima inaugurazione”. L’operazione di ricostruzione iperrealistica dell’Uomo di Altamura, che si è avvalsa di tutti i dati raccolti dai ricercatori in 5-6 anni di lavoro e dalla soprintendenza Archeologia della Puglia, è costata circa 80-90mila euro ed ha impegnato i due esperti paleo-artisti olandesi per diversi mesi. Quello di Altamura è forse il più antico Neanderthal del mondo scoperto finora, vissuto circa 150mila anni fa. “Gli artisti”, sottolinea il prof. Manzi, “lo hanno rappresentato così, con una espressione che rivela quasi un ghigno, quasi voglia dirci sto aspettando che mi veniate a liberare dalla mia prigione di calcare”. La posa dell’uomo di Altamura, con il peso tutto su una gamba e le mani unite dietro alla schiena, è stata infatti scelta con cura dai fratelli Kennis che raccontano: “Non volevamo che la posizione sembrasse artificiale. Abbiamo immaginato un uomo della Papua Nuova Guinea o della Mongolia di oggi intento a fissare dei turisti al giorno d’oggi. Con lo stesso sguardo fiero e perplesso allo stesso tempo”. Conclude Manzi: “È una ricostruzione suggestiva. Ma non significa che questo Neanderthal lo abbiamo capito totalmente. Lo scheletro, questo reperto di straordinaria importanza, deve ancora dirci tante cose”.
Nel corso dell’incontro è stata anche mostrata la ricostruzione 3D del cranio dell’Uomo di Altamura, estratto virtualmente dal suo scrigno carsico nell’ambito dello stesso progetto di ricostruzione. Un primo e unico frammento dello scheletro, estratto fisicamente nel 2009 da una scapola, ha consentito di raccogliere dati sul Dna, quantificare alcuni aspetti sulla morfologia e risalire ad una data: è stato così possibile collocare cronologicamente l’Uomo di Altamura in un intervallo finale del Pleistocene Medio compreso tra i 172 e i 130mila anni.
Preistoria. L’Uomo di Altamura ha un volto. Sarà svelato il 26 aprile 2016. Realizzato da paleo artisti a un anno dalla scoperta del suo dna: era un antico Neanderthal di 150mila anni fa. Progetto per la musealizzazione dell’Uomo di Altamura

L’Uomo di Altamura, fossile di Homo neanderthalensis trovato nel 1993 nella grotta di Lamalunga nelle Alte Murge (Puglia)
Ottobre 1993: durante una delle esplorazioni del gruppo speleologico del Club Alpino Italiano in una grotta nel sistema carsico di Lamalunga, nell’Alta Murgia, scoperta dal CARS (Centro Altamurano Ricerche Speleologiche) già nel 1989, gli speleologi Lorenzo Di Liso, Marco Milillo e Walter Scaramuzzi trovano casualmente uno scheletro fossile di un uomo che ben presto sarebbe stato noto a tutti come Uomo di Altamura. Quindici anni dopo, nel 2009, il progetto condotto da un gruppo interdisciplinare coordinato da Giorgio Manzi, paleoantropologo della Sapienza di Roma, e da David Caramelli dell’Università di Firenze, in collaborazione con autorità locali e la soprintendenza Archeologia della Puglia, avvia un nuovo ciclo di ricerca sull’Uomo di Altamura, i cui risultati, come vedremo, sono stati pubblicati solo un anno fa, confermando si tratta di un fossile di Neanderthal.
Dalla scoperta intanto sono passati più di vent’anni e lo scheletro fossile dell’uomo di Altamura giace ancora “imprigionato” nelle stesse formazioni calcaree che ne hanno preservato le ossa fino ai giorni nostri. Le nostre conoscenze però nel frattempo sono cambiate. Ora gli scienziati sanno che quelle ossa sono appartenute a un uomo preistorico che precipitò in un pozzo dove morì successivamente di stenti; le gocce di calcare che le ricoprirono, le protessero anche dall’usura del tempo. I resti furono ritrovati alla fine di una galleria stretta della grotta: le diverse parti dello scheletro appaiono distribuite su un’area lunga e ristretta. Il rivestimento di calcare conferisce al tutto un aspetto singolare, che ricorda le formazioni dei coralli. Il cranio, rovesciato e parzialmente inclinato a sinistra, mostra buona parte della faccia, con le orbite bene in vista.
Ma c’è una novità. Gli scienziati sono riusciti a dare un volto all’Uomo di Altamura vissuto circa15mila anni fa: il suo viso, con tanto di capelli, barba e baffi, sarà presentato in anteprima mondiale alla stampa nazionale e internazionale il 26 aprile 2016. L’Uomo di Altamura rappresenta uno scheletro umano di morfologia «arcaica» e probabilmente completo; appartiene a una specie estinta del genere Homo, probabilmente a Homo neanderthalensis. Il 26 aprile sarà presentata la ricostruzione a grandezza naturale dello scheletro della grotta di Lamalunga, realizzata sulla base di una analisi rigorosamente scientifica dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis, fra i più qualificati al mondo in ricostruzioni paleoantropologiche, nelle quali si combinano dati scientifici e interpretazione artistica. Sarà inoltre mostrata la ricostruzione 3D del cranio dell’Uomo di Altamura, estratto virtualmente dal suo scrigno carsico nell’ambito dello stesso progetto di ricostruzione.

Lo scheletro fossile dell’uomo di Altamura giace ancora “imprigionato” nelle stesse formazioni calcaree che ne hanno preservato le ossa fino ai giorni nostri
La realizzazione dei Kennis arriva a un anno dalla pubblicazione sulla rivista internazionale “Journal of Human Evolution” dei risultati raggiunti dallo studio di Manzi e Caramelli secondo i quali lo scheletro fossile di Altamura, tuttora imprigionato in formazioni calcitiche, presenta caratteristiche morfologiche e paleogenetiche che lo identificano come appartenente alla specie Homo neanderthalensis. La stessa ricerca lo colloca cronologicamente in un intervallo finale del Pleistocene Medio compreso tra 172 e 130 mila anni, dunque in una fase antica dell’esistenza di questa specie umana estinta. Attraverso l’uso di metodologie innovative e tecnologicamente avanzate, il gruppo di ricerca ha potuto prelevare dalla grotta (in condizioni di massima sicurezza e assoluta sterilità) una parte di osso umano rappresentato da un frammento di scapola, relativo alla porzione della spalla. Sebbene rappresenti solo una piccola parte dello scheletro, che resta tuttora imprigionato nella grotta, le informazioni che esso ha potuto rivelare sono di estrema importanza scientifica. Tanto la morfologia della superficie articolare quanto l’analisi del Dna estratto dall’osso, hanno infatti confermato che l’Uomo di Altamura era un Neanderthal, la specie vissuta in tutta Europa tra almeno 200mila e circa 40mila anni fa. Le datazioni eseguite sul campione e su vari frammenti di stalattiti con la tecnica dell’Uranio-Torio hanno indicato che il sistema carsico di Lamalunga ha iniziato a essere attivo prima di 189mila anni fa e che le formazioni calcitiche stratificatesi sulle rocce e sullo scheletro umano hanno iniziato a deporsi fra 172 e 130mila anni fa, nel pieno della penultima glaciazione quaternaria.
Per quanto esistano in Europa e nel Vicino Oriente diversi campioni fossili riferibili a Homo neanderthalensis, nessuno può eguagliare per grado di completezza e stato di conservazione il reperto pugliese. “I risultati dell’analisi paleogenetica”, spiega David Caramelli, protagonista della ricerca con il suo team del Dipartimento fiorentino di Biologia e, in particolare, con la ricercatrice Martina Lari, “hanno registrato la presenza di Dna endogeno, anche se altamente frammentato. Questi primi dati genetici permettono, fra l’altro, di considerare lo scheletro di Altamura come il più antico Neanderthal da cui siano state estratte porzioni di materiale genetico (mtDna) e dunque un ottimo candidato per analisi genomiche di grande interesse”.
E ora l’Uomo di Altamura ha anche un volto. “Presentiamo al mondo intero”, annuncia il sindaco di Altamura, Giacinto Forte, “il vero volto dell’Uomo di Lamalunga. La Città di Altamura si candida a diventare una delle capitali turistiche della Regione Puglia. C’è ancora tanto da fare ma la strada che abbiamo intrapreso è quella giusta. Ringrazio la soprintendenza Archeologia della Puglia, il Polo Museale della Puglia, la Regione Puglia e tutti coloro che si stanno impegnando con l’Amministrazione Comunale per il raggiungimento di questo traguardo. A breve – aggiunge Forte – anche la cava dei dinosauri, bene di importanza mondiale, sarà restituito alla comunità internazionale, affinché anche l’entroterra murgiano, assieme al Salento e al Gargano, possa ricoprire un ruolo di primo piano nell’offerta turistica della Regione Puglia». L’evento rappresenta una vera e propria anteprima della Rete Museale Uomo di Altamura, di prossima inaugurazione, sulla quale saranno fornite alcune anticipazioni il prossimo 26 aprile. Il completamento della Rete Museale è stato finanziato con fondi del PO FESR 2007-2013 dell’Unione Europea e della Regione Puglia, Programma Stralcio Area Vasta Murgia, chiamato «Completamento di Palazzo Baldassarre e Musealizzazione dell’Uomo di Altamura per la fruizione virtuale in tre siti» realizzato dal Comune di Altamura, 6 Settore Lavori Pubblici in stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologia della Puglia.
L’archeologia in zone di guerra protagonista a Rovereto alla rassegna del cinema archeologico e poi un “intrigo biblico” e i segreti sotterranei di Verona romana
L’archeologia in zone di guerra. Giovedì 8 ottobre 2015, nel terzo giorno di programmazione la rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto con la conversazione alle 17.45 affronta con Savino di Lernia, docente all’università La Sapienza di Roma al lavoro nel deserto libico, il tema della salvaguardia del patrimonio storico nelle zone di conflitto con particolare riguardo per l’archeologia attuale nel Sahara, dove numerose sono le spedizioni di squadre di studiosi italiani.
La conversazione chiude un pomeriggio molto intenso aperto con la proiezione di “Mustang, il regno nascosto”. Si tratta di un viaggio attraverso una regione isolata del Tibet, un museo all’aria aperta nel grande ventre del paese, popolato da settemila abitanti che continuano a vivere come per secoli hanno fatto i loro antenati. Da quando la Cina ha invaso il Tibet, nel 1950, i nuovi governanti hanno bandito molte delle antiche usanze, distruggendo tanta parte di una cultura unica. Il documentario, incredibilmente raro ed eccezionale, mostra quella che è la dura e quotidiana sfida della popolazione per mantenere vive le proprie identità culturali nel mondo moderno. A seguire, “La grotta dipinta di Pont d’Arc: vers un fac-similé”: interessante contributo anche per quanto riguarda gli aspetti tecnici legati alla ricostruzione. dedicato a un tesoro di recente entrato nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. A partire da quest’anno il grande pubblico ha l’opportunità di scoprirne i pregi visitando la sua replica costituita da una ventina di pannelli.

La ricostruzione del Capitolium di Verona e del triportico, dove erano collocate le tavole catastali
Un “intrigo biblico” attira l’interesse degli appassionati nel programma del mattino: “Biblical conspiracies: secrets of the crucifixion” si interroga sulle modalità della crocifissione a seguito della scoperta archeologica a Gerusalemme dei resti fisici di Mattathiah figlio di Giuda e dell’analisi scientifica di una mano crocefissa: lo studio di questo reperto – si chiedono i registi – potrà dirci come è stato crocefisso Gesù? Invece il programma della serata valorizza il lavoro di Stefania Casini, attrice,conduttrice, ma anche regista delle “Acque segrete di Palermo”. Il documentario svela il volto della capitale del Mediterraneo precedente la cementificazione,quando Palermo era un enorme giardino alimentato da canali sotterranei di origine araba. Merita di essere menzionato pure il lavoro “Alla scoperta di Verona sotterranea. Il sito archeologico di Corte Sgarzerie”, che sviluppa un tema poco noto – quello della Verona Romana – valendosi di tre tipi di tecnica cinematografica: il documentario, il docudramma, la ricostruzione virtuale. In chiusura di serata, un affondo sui “Segreti del Colosseo”. Archeologi e storici svelano i retroscena di questo autentico strumento mediatico del potere imperiale: un contributo quanto mai attuale, alla luce delle moderne polemiche sulla destinazione d’uso del monumento.
Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla, premiato a TourismA da dove lancia un grido di dolore per la Siria. E poi ammonisce: “L’archeologia del Vicino Oriente è finita. In futuro non sarà più coloniale”

Il prof. Paolo Matthiae, l’archeologo orientalista scopritore di Ebla, premiato da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva (foto Valerio Ricciardi, Roma)
“L’archeologia del Vicino Oriente così come l’abbiamo conosciuta e vissuta tutti noi è finita. Se e quando rinascerà sarà un’altra archeologia, e di certo non sarà più coloniale”. Paolo Matthiae, l’archeologo scopritore di Ebla, una vita per la conoscenza del mondo antico in un’area strategica come il Vicino Oriente e per l’insegnamento dell’Orientalistica, dalla platea privilegiata di TourismA, il primo salone internazionale dell’archeologia a Firenze dal 20 al 22 febbraio, lancia un grido d’allarme e un monito: un grido d’allarme per la situazione drammatica in cui sta precipitando la Siria, e un monito perché l’Occidente cambi la prospettiva di approccio con le culture altre rispetto all’Occidente. E non è un caso che proprio a TourismA il direttore di Arccheologia Viva, Piero Pruneti, abbia consegnato proprio a Matthiae il premio per la “Salvaguardia dell’eredità culturale”.
Sul grande schermo scorrono immagini di distruzione e di morte: Aleppo, Damasco, Raqqa. Testimonianze irripetibili dell’ingegno dell’uomo cadute sotto i colpi della furia cieca. “Cinquant’anni fa avevo un progetto (oggi si direbbe un sogno)”, ricorda Matthiae nell’introdurre il suo intervento su “Siria: tra ricerca archeologica e tragedia del patrimonio”. Quale sogno? “Riuscire ad ottenere una missione in Vicino Oriente per l’università La Sapienza che potesse competere con le prestigiose missioni dei grandi Paesi come Francia, Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti. E poi speravo di avere una Scuola di Archeologia del Vicino Oriente. Ho avuto tutto: 47 anni di missione (a Ebla), 50 anni di insegnamento (alla Sapienza)”. Poi una considerazione amara: “Nel 1962, quando arrivai in Siria, non avrei mai immaginato che dopo mezzo secolo quel Paese sarebbe caduto nel baratro che noi oggi tutti conosciamo. Eppure i risultati sono davanti agli occhi di tutti. Nel 1962, in Siria erano attive non più i 7-8 missioni straniere: il Paese era marginale rispetto alle grandi missioni in Vicino Oriente. Ma una politica culturale lungimirante (che si è intrecciata con una altrettanto preziosa attività diplomatica) ha cambiato l’immagine e la valenza della Siria. Tanto che quando abbiamo lasciato la missione di Ebla nel 2010, la Siria poteva contare su una settantina di missioni archeologiche straniere che diventavano 140 se si contavano le missioni congiunte”. La Siria era ormai considerata a ragione il paradiso della ricerca archeologica orientalistica. “In questi anni, ripeto, le missioni archeologiche sono sempre state anche delle missioni diplomatiche, facendo dell’archeologia il ponte per il dialogo tra Stati diversi”.
Poi, dal 2011, il buio. La crisi siriana pregiudica il futuro di gran parte del lavoro fatto dalle missioni archeologiche. Così anche a Ebla, proprio dove si stava per concretizzare il parco archeologico, la cui valenza – non solo di valorizzazione culturale, ma anche di promozione sociale – fu riconosciuta dallo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella sua visita ufficiale in Siria, oggi possiamo solo registrare crolli per mancanza di manutenzione. “Ma soprattutto ci sarebbero degli scavi clandestini. La situazione è grave, anche se non sarebbe ancora gravissima. Ben diversa sarebbe se nel sito si installassero delle milizie, perché allora l’area sarebbe a rischio bombardamenti. E a quel punto potrebbe essere pregiudicato il futuro stesso di Ebla”.
Cosa possiamo fare? “Non ci resta che continuare a far conoscere a più persone possibili questa drammatica situazione. E gli incontri di TourismA sono molto importanti in questo senso. Ma una cosa è certa: l’archeologia del Vicino Oriente che noi abbiamo conosciuto è finita. Se e quando rinascerà, non sarà più un’archeologia coloniale”. Tutto sta cambiando in un baratro senza fine. L’archeologia del Vicino Oriente tradizionale – ribadisce Matthiae, è finita. “Quella nuova dovrà cercare di ricostruire una cultura, una civiltà partendo dalle rovine di monumenti e città distrutte però dall’uomo e non dal tempo. Opere compromesse da una nuovissima barbarie che si scaglia non solo contro “l’altro” (fatto che si è verificato spesso nel corso della storia umana) ma anche contro la propria identità (che è quasi una novità)”. E conclude: “Nel futuro non prevarrà più la prospettiva dell’Occidente, ma una visione multilaterale. Oggi nell’interpretazione dell’archeologia non c’è un’identità locale. L’unico aspetto positivo che vedo del futuro è l’ampliarsi delle prospettive, l’abbandono della dittatura occidentale nell’interpretazione della storia. Si dovrà alimentare una molteplicità di visioni per rischiarare le tenebre dei nostri giorni”.
Le meraviglie di Meroe e le ultime scoperte in Sudan alla IV Giornata di Studi Nubiani al museo Pigorini di Roma
Volete conoscere gli ultimi sviluppi delle ricerche sulla civiltà nubiana e le meraviglie di Meroe, l’antica città posta sulla riva orientale del Nilo nell’attuale Sudan, 200 chilometri a nord della capitale Khartoum, famosa per le più di duecento piramidi sparse sul suo territorio dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2011? L’appuntamento da non perdere è sabato 19 aprile a Roma, al Museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini” dove alle 11.30, nella sala conferenze e salone delle Scienze, si aprirà la IV Giornata di Studi Nubiani, promossa dall’ambasciata del Sudan in Italia, dall’Ismeo (associazione internazionale di studi sul Mediterraneo e l’Oriente) e dal museo Pigorini.
La IV Giornata di Studi Nubiani, pur passando in rassegna numerose tematiche delle realtà archeologiche e culturali sudanesi, riserva particolari attenzioni all’epoca meroitica (III secolo a.C. – IV secolo d.C.), la cui data d’inizio coincide con lo spostamento delle sepolture reali dall’area di Napata a quella di Meroe. La parte di valle del Nilo nota come Nubia, nell’odierno Sudan, ospitò infatti in antichità tre diversi regni di Kush: il primo ebbe la capitale a Kerma e durò dal 2600 al 1520 a.C.; il secondo si trovava a Napata dal 1000 al 300 a.C., ed infine l’ultimo fu a Meroe (300 a.C.– 300 d.C.). Durante gli oltre sei secoli in cui Meroe prosperò, l’Egitto fu conquistato dai greci tolemaici e dai romani, mentre il Sudan non è mai stato invaso da potenze straniere. Nel 340 d.C. Meroe fu conquistata dal re cristiano Ezana di Axum (Etiopia). Prima di Meroe, e prima del periodo di Napata, almeno tre re nubiano-sudanesi sono citati nella Bibbia. A quei tempi, i re nubiani della XXV dinastia governavano tutto l’Egitto e furono alleati con Israele contro gli Assiri. Meroe fu un importante centro metallurgico per l’utilizzo del ferro destinato alla realizzazione di armi e attrezzi, tanto che ancor oggi si possono vedere enormi cumuli di scorie di ferro. E sempre a Meroe si sviluppò un sistema unico di scrittura alfabetica che è ancora indecifrabile. Inoltre Meroe esportò al mondo classico dei Greci e dei Romani molti prodotti inclusi elefanti da guerra per scopi militari. Come riporta anche la Bibbia qui si annovera uno dei primi convertiti al cristianesimo sudanesi, uno schiavo eunuco che ha servito la Candace o regina guerriera di Meroe.
Gli interventi della IV Giornata di Studi nubiani alterneranno alla presentazione dei risultati di due missioni archeologiche italiane attualmente operanti in Sudan, l’analisi di fonti antiche e moderne relative alla geografia e al popolamento di questa vasta e variegata realtà africana. Nel corso della conferenza, alla quale sarà presente una vasta rappresentanza del corpo diplomatico africano accreditato in Italia, verrà presentato il volume: “Atti della IV Giornata di Studi Nubiani”, a cura di Eugenio Fantusati e Marco Baldi; edito da Scienze e Lettere nella collana Serie Orientale Roma. Proprio Eugenio Fantusati dell’università di Roma La Sapienza fa parte con la moglie architetto Rita Virriale e i suoi studenti, Eleonora Kormysheva dell’Oriental Institute di Moscow, Richard Lobban del Rhode Island College, della missione archeologica Abu Erteila Project nel sito di Abu Erteila nel comprensorio di Meroe nella parte orientale del deserto di Butana del Sudan. Qui, dopo quattro anni di ricerca, la missione ha scoperto un tempio perduto dell’impero meroitico, la cui esistenza finora era stata solo ipotizzata. “Dal sito di Abu Erteila – raccontano – si possono anche vedere alcune delle tante piramidi meroitiche in Sudan. Anche se più tarde e più piccole che le più famose piramidi egizie, in Sudan ci sono ancora più piramidi che in Egitto”. Lo scavo archeologico di Abu Erteila è iniziato nel 2008, ma è stata dalla quarta campagna che gli archeologi sono riusciti a individuare il tempio meroitico.
Nella nostra quarta stagione”, ricordano gli archeologi dell’Ismeo, “abbiamo continuato lo scavo del kom I (collina artificiale), dove sono state trovate molte pareti di mattoni di fango in situ e un gran numero di mattoni rossi cotti sparsi in grande disordine fino ai livelli di fondazione. Nelle stanze inferiori abbiamo trovato le pentole abbiamo trovato camere con molti strumenti a smeriglio usati per la preparazione del cibo e un’altra camera che aveva gran numero di ossa di animali macellati. Nel corso dello scavo abbiamo trovato anche altri due scheletri adulti e uno di un figlio anche del periodo paleocristiano. In questa stessa campagna abbiamo aperto un nuovo saggio e qui abbiamo avuto i risultati più sorprendenti fino a oggi. In kom II abbiamo portato alla luce due belle anfore, quasi complete, in ceramica a collo stretto per lo stoccaggio di liquidi. Abbiamo anche trovato due rocchi di colonne in arenaria con iscrizioni in geroglifico. Tra le iscrizioni leggibili c’è il riferimento a “neb-Tawi” o ‘Il Signore delle Due Terre”, riservata esclusivamente alla regalità e nobiltà. È ben visibile il dio Hapy della fertilità del Nilo e la combinazione di Nekhbet e Wedjat (avvoltoio e cobra), simbolo della regalità per valle del Nilo. Avevamo la conferma che avevamo individuato un antico tempio meroitico con strutture edilizie orientate coerenti con i vicini templi solari a Meroe, Awlib, Awatib, Naqa e Musawwarat es-Sufra. Infatti, a questa latitudine, questo orientamento il sole si riversa direttamente nel tempio due volte l’anno: e il dio Sole – Amon o Mashil è stato il più celebre nel pantheon enoteistico nubiano”.
Ecco il programma della IV Giornata di Studi Nubiani. Alle 11.30, saluti e introduzione con Francesco di Gennaro, soprintendente del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico “Luigi Pigorini”, e S.E. Amira Hassan Daoud Gornass, ambasciatore del Sudan in Italia. Alle 12, Eugenio Fantusati (Università di Roma “La Sapienza” – ISMEO) in “La missione archeologica di Abu Erteila: un resoconto sulle attività svolte”. Alle 12.30, Jaffar Mirghani (Khartoum, Museo Etnografico) in “Musawwarat identified with Meroe”. Alle 13, Mostra fotografica. Alle 14, Luisa Bongrani (Università di Roma “La Sapienza” – ISMEO) in “Considerazioni sull’Africa di Erodoto: geografia e genti”. Alle 14.30, Andrea Manzo (Università di Napoli “L’Orientale” – ISMEO) in “Sudan ed Egitto nel II millennio a.C.: nuove evidenze”. Alle 15, Marco Baldi (Università di Pisa – ISMEO) in “Il Complesso di Awlib. Alcune osservazioni”. Alle 15.30, Adriano Rossi (ISMEO) presenta il volume degli atti. Saluti finali. Organizzazione a cura dell’Associazione Il Cuore.








































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