“Multa per aequora”: Parma ricorda con due volumi con contributi da tutta Europa quarant’anni di attività della prof. Sara Santoro, docente di Archeologia romana all’università di Parma

La locandina della presentazione a Parma dei due volumi “Multa per æquora. Il polisemico significato della moderna ricerca archeologica. Omaggio a Sara Santoro”
Il titolo del libro è impegnativo “Multa per æquora. Il polisemico significato della moderna ricerca archeologica. Omaggio a Sara Santoro”. Richiama l’inizio del Carme 101 del poeta romano Catullo: “Multas per gentes et multa per aequora vectus advenio has miseras, frater, ad inferias, ut te postremo donarem munere mortis et mutam nequiquam alloquerer cinerem. quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum. heu miser indigne frater adempte mihi! (traduzione: Dopo aver viaggiato attraverso molte genti e molti mari (distese marine) ] sono giunto qui, o fratello, per queste tristi offerte ] per donarti l’estremo dono di morte e per parlare invano con il tuo cenere muto, dal momento che la sorte mi ha strappato proprio te, ] o misero fratello, strappato a me crudelmente!). E sarà proprio per ricordare Sara Santoro, docente di Archeologia romana all’università di Parma (1992-2009), che sono stati realizzati i due volumi dal titolo appunto “Multa per æquora. Il polisemico significato della moderna ricerca archeologica. Omaggio a Sara Santoro” che saranno presentati giovedì 14 giugno 2018, alle 16, all’auditorium dei Voltoni al complesso monumentale della Pilotta a Parma. L’opera, una raccolta di contributi di studiosi di tutta Europa, tratta di archeologia, storia dell’arte e promozione culturale: tutti temi che per quarant’anni hanno caratterizzato l’attività di ricerca ed insegnamento della studiosa. Interverranno: Simone Verde, direttore del complesso monumentale della Pilotta; Michele Guerra, assessore alla Cultura del Comune di Parma; Fabrizio Slavazzi, professore d’Archeologia e Storia dell’arte romana all’università di Milano; Marco Cavalieri, professore di Archeologia romana e Antichità italiche all’università di Lovanio e co-curatore dell’opera.
Fabio Martini da Rovereto: “Rinato in 3D il cervello del ragazzino di 17mila anni fa della grotta paleolitica del Romito in Calabria”. Team di scienziati tra Firenze, Roma e California punta a studiare l’evoluzione del linguaggio nell’Homo Sapiens e a curare la dislessia
Dall’Homo Sapiens di 17mila anni fa all’Homo Sapiens di oggi: sono passati quasi 20 millenni ma il cervello dell’uomo, nel suo aspetto esterno, non sembra cambiato. Stessa disposizione delle vene, stesse volumetrie delle diverse aree. Un risultato eccezionale della ricerca che potrebbe portare grandi risultati nella moderna medicina, ad esempio nella cura della dislessia. Lo ha annunciato a Rovereto Fabio Martini, docente di archeologia preistorica all’università di Firenze, a margine della sua seguita e apprezzata conversazione “L’origine dell’arte. Documenti e problemi di interpretazione” in “Arte, culto e spiritualità”, sezione speciale della 27. Rassegna internazionale del Cinema archeologico diretta da Dario Di Blasi. “Oggi possiamo sapere e toccare con mano un cervello di un nostro antenato di 17mila anni fa, grazie alla ricostruzione in 3D che un team ha realizzato negli Usa partendo dalla scatola cranica di un ragazzo ritrovato nella grotta del Romito a Papasidero in Calabria, uno dei siti archeologici italiani più interessanti per la presenza di scheletri paleolitici, frequentato dall’Homo sapiens tra 23mila e 10mila anni da oggi”, spiega Martini. “Naturalmente non possiamo dire come quel cervello “funzionava”, come pensava, come interagiva col mondo esterno, ma sicuramente questo risultato raggiunto è destinato a fornirci importanti informazioni nuove e finora impensabili. Prima della fine dell’anno – annuncia — saranno pubblicati su una importante rivista scientifica i risultati di questo progetto che, insieme alla ricostruzione 3D del cervello, prevede anche la ricostruzione del Dna dell’antico preadolescente”. Due elementi che rappresentano una prima tappa per la raccolta dei dati che permetteranno di disegnare l’evoluzione del cervello umano, in particolare delle aree e dei geni che sovrintendono al linguaggio. Con risvolti pratici anche immediati, come la possibilità di trovare forme di cura per la dislessia. Allo studio sta lavorando un’equipe eterogenea di studiosi italiani di diversi atenei – archeologi, neuroscienziati, fisici, antropologi molecolari – coadiuvati dall’università della California Irvine.

La grotta del Romito a Papasidero in calabria, dove è stato trovato lo scheletro di un ragazzino di 17mila anni fa
Tutto parte dallo scheletro del Romito 9, ritrovato a Papasidero nel 2011 (insieme altri due scheletri: Romito 7 e Romito 8) dall’equipe di Fabio Martini, a distanza di alcuni decenni da ritrovamento dei primi 6 resti. “Romito 9”, spiega Martini, “è lo scheletro di un ragazzino di 10 anni morto tra le aspre colline di quella che oggi è la Calabria. La causa della sua morte non è nota. Ma la presenza di decorazioni con conchiglie e ocra rossa trovate attorno al suo corpo deposto delicatamente fa pensare che il piccolo fu amato e pianto. Le ossa del cranio a quell’età sono ancora plastiche, in sviluppo, tanto da lasciare, seppure in maniera invisibile all’occhio umano, l’impronta del cervello, rilevabile con le tecnologie sofisticate di oggi. Un ritrovamento dunque eccezionale”. A “leggere” queste “tracce” invisibili ci ha pensato il fisico Claudio Tuniz del Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam di Trieste, il quale ha realizzato il modello informatico, che poi ha permesso di stampare in 3D, negli Usa, il cervello di 17mila anni fa. Tuniz ha fatto la ricostruzione teorica, grazie alle tecnologie avanzate del suo laboratorio. Ha preso il cranio, lo ha posto in modo da permettere una rotazione completa e ha realizzato circa 4mila radiografie, più o meno 10 per ogni grado della rotazione completa. La mappa ha permesso la stampa del cervello – come si diceva -, in California, dove sono disponibili le strutture necessarie e dove opera un altro specialista italiano, Fabio Macciardi, studioso di neuroscienze dell’università della California e docente di genetica medica all’università di Milano.
Per raggiugere l’altro grande obiettivo ambizioso, l’estrazione del Dna dallo scheletro Romito 9 di 17mila anni fa è intervenuta la professoressa Olga Rickards, ordinario di antropologia molecolare all’università di Tor Vergata di Roma, che è riuscita a sequenziarlo. Risultato non facile. “Oggi molti ricercatori lavorano per trovare i geni legati alle patologie del linguaggio”, interviene Macciardi, che si occupa di schizofrenia, autismo e disturbi le linguaggio. “Ma si tratta di una competenza molto complessa e si rischia di perdersi in un mare di informazioni genetiche. Serve scegliere solo quelle importanti che sono, probabilmente, sia quelle conservate nei millenni, sia quelle sviluppate nell’evoluzione”. Ciò vale anche per il cervello in 3D e la sequenza del Dna “archeologico”. “Sui dati ottenuti abbiamo realizzato molti confronti con quelli contemporanei. E il nostro obiettivo è realizzare lo stesso lavoro su 70 scheletri molto più antichi. Potremmo così ottenere una vera e propria mappa dell’evoluzione del cervello e del linguaggio degli ultimi 200mila anni. Sapere con precisione quali sono i geni del linguaggio”. Ma anche ‘datarli’. “Alcuni antropologi – continua Macciardi – pensano che il linguaggio sia nato insieme all’arte, al pensiero simbolico (50 – 60mila anni fa). Altri addirittura pensano a 500mila anni fa. Due estremi su cui potremmo essere più chiari incrociando i dati morfologici e genetici delle diverse fasi evolutive. Ma si tratta di studi costosi che hanno bisogno di finanziamenti che bisognerà trovare”.

Denti (canini atrofici) di cervo perforati, utilizzati come pendenti, dipinti di ocra rossa posti attorno al corpo del ragazzino Romito 9
Lo scheletro del ragazzino di 17mila anni fa, riprende l’archeologo Martini, “ha raccontato e racconterà molto. Gli strumenti di oggi ci permettono di realizzare molte ricerche. È la prima volta che la tecnologia ci permette di toccare con mano un cervello antico. Possiamo vedere chiaramente che l’area del linguaggio, è quasi uguale, nella morfologia, ad oggi. È lo studio più completo su un individuo così antico”. Anche da un punto di vista storico-archeologico il ragazzo denominato Romito 9 – l’ultimo dei nove scheletri trovati nella grotta del Romito, il più antico – ha permesso ai ricercatori di fare passi avanti. “È la prima volta che troviamo una sepoltura di quell’epoca. E abbiamo molte indicazioni. Si colma così una lacuna su riti funerari sconosciuti in quell’età. Abbiamo ora un tassello che ci mancava”.
A Palazzo Leoni Montanari di Vicenza a tu per tu con un capolavoro: il Vaso di Pronomos, straordinario cratere attico “ospite” d’onore della mostra “Dioniso. Mito rito e teatro”. Incontro il 5 marzo con esperti che, partendo dallo studio del vaso, affrontano il tema del teatro classico raffigurato e recitato

Il Vaso di Pronomos, cratere attico della fine del V sec.. a.C. proveniente da Ruvo di Puglia e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli

Nel dettaglio del Vaso di Pronomos la raffigurazione del flautista Pronomos, musicista beotico molto noto ad Atene
L’occasione è di quelle ghiotte: visitare la mostra “Dioniso. Mito rito e teatro” aperta alle Gallerie d’Italia di Palazzo Leoni Montanari di Vicenza, e di vivere un’esperienza unica di approfondimento e di racconto con il Cratere di Pronomos, il vaso antico più studiato al mondo, vaso che della mostra berica è l’ospite d’onore. L’appuntamento è per sabato 5 marzo 2016, alle 15, alle Gallerie di Palazzo Leoni Montanari, sede museale di Intesa Sanpaolo a Vicenza, che dedicano un incontro di studi al Vaso di Pronomos, uno straordinario cratere a volute attico della fine del V secolo a.C. proveniente da Ruvo di Puglia, dove fu rinvenuto nel 1835 nella ricca sepoltura di un membro dell’antica aristocrazia locale di inizio IV secolo a.C. Il vaso fu successivamente acquistato dal Real Museo Borbonico di Napoli, l’attuale Museo Archeologico Nazionale, dove ancor oggi è conservato; si tratta di uno dei pezzi d’eccellenza della considerevole collezione ceramica del Mann. “Il cratere (eponimo del pittore cui è stato attribuito)”, spiegano gli archeologi dell’Archeologico di Napoli, “uno dei capolavori della ceramica attica della fine del V sec. a.C., famosissimo per la ricchezza di informazioni che ci dà sul dramma satiresco, sui suoi personaggi, sui costumi, sui musicisti, commemora, come un manifesto, una famosa performance della compagnia teatrale il cui personaggio più importante, data la posizione centrale proprio sotto quella di Dioniso, sembra il flautista Pronomos, un personaggio reale che da altre fonti conosciamo come un musicista beotico famoso nell’Atene dei suoi tempi”.
Il Vaso di Pronomos si contraddistingue per la raffinatezza della forma vascolare e per la perizia esecutiva, ma è celebre soprattutto per la scena su di esso rappresentata. Una compagnia teatrale impegnata in un dramma satiresco, ultima esibizione della tetralogia tragica, è colta in uno spontaneo fuori scena: vi sono i musicisti, gli attori in costume e i membri del coro travestiti da satiri che dialogano tra loro o provano un passo di danza. A tale istantanea di vita vissuta dell’Atene del V secolo a.C. partecipa, con una straordinaria incursione dal mondo del mito, Dioniso, dio del teatro, seduto al centro con la sua amata Arianna. Sotto la coppia divina siede, intento a suonare il doppio flauto, Pronomos, noto auleta tebano celebre per le sue qualità e la sua inventiva musicale, che probabilmente commissionò la realizzazione del cratere e da cui il vaso prende il nome.
Nell’incontro di Vicenza si confrontano e si interrogano sul vaso e sulla sua raffigurazione gli archeologi Federica Giacobello (Università degli Studi di Milano) e Maurizio Harari (Università degli Studi di Pavia); il grecista Giuseppe Zanetto (Università degli Studi di Milano) parlerà del dramma satiresco e del teatro ateniese; l’antichista Paola Schirripa (Università degli Studi di Milano) e l’attore regista Tommaso Amadio (co-direttore del Teatro Filodrammatici di Milano) interverranno sul problema della traduzione e messa in scena della tragedia greca nel teatro contemporaneo. Un incontro affascinante, dunque, che affronterà il tema del teatro classico raffigurato e recitato in maniera trasversale, partendo dall’opera per arrivare alle esperienze della drammaturgia contemporanea.

Il manifesto della mostra “Dioniso. Mito, rito e teatro” alle Gallerie di Palazzo Leoni Montanari di Vicenza
L’incontro fa parte del ricco programma di iniziative organizzate a corredo della mostra “Dioniso. Mito, rito e teatro”, terzo appuntamento dopo “Le ore della donna” e “Il viaggio dell’eroe” del progetto “Il Tempo dell’Antico”, che permette di esporre a rotazione piccoli nuclei di vasi selezionati su base tematica dalla collezione Intesa Sanpaolo di ceramiche attiche e magnogreche, conservata nel deposito di Palazzo Leoni Montanari. è quindi l’occasione, come si diceva, per chi non l’ha ancora fatto, di visitare la mostra aperta fino all’autunno 2016 nelle due sale del piano nobile del seicentesco palazzo. Le raffigurazioni dei vasi narrano culti (come l’orfismo) e riti d’iniziazione, il permeante rapporto uomo-divinità e l’inscindibile legame con il teatro, l’influenza nella società occidentale anche grazie all’apporto del multimediale attraverso dispositivi mobili e touch screen. Ad accogliere il visitatore due ampi vasi a cratere. Nel primo due figure femminili affiancano il simulacro del dio, l’una offerente (con uno stamnos tra le mani), l’altra intenta a suonare un doppio flauto. In quello che la fronteggia, durante un simposio, alcuni giovani si dedicano al gioco del cottabo, sorta di tiro al bersaglio, fruendo di gocce di vino. Nella seconda sala dedicata al tema del teatro spicca in posizione centrale un «ospite illustre»: il vaso di Pronomos, cratere attico concesso in prestito dal museo Archeologico nazionale di Napoli, oggetto dell’incontro di approfondimento. Alla parete: il supporto multimediale ne consente una lettura iconografica puntuale nella percezione del più piccolo dettaglio.
A completare la conoscenza del vaso di Pronomos, si può recuperare su Youtube una ricostruzione tridimensionale della scena tragica raffigurata sul famoso cratere attico.
I satiri vendemmiatori protagonisti a Milano al quinto incontro di “Fuorimostra” di “Mito e Natura”: focus su un kyathos a figure nere del VI secolo a.C.

Kyathos a figure nere con scene di satiri vendemmiatori oggetto del quinto incontro per Fuorimostra di “Mito e natura” a Milano
Satiri vendemmiatori tra tralci di vite: sono rappresentati su un vaso ceramico del VI secolo a.C., conservato al museo Poldi Pezzoli di Milano e ora temporaneamente esposto a Palazzo Reale di Milano nella mostra “Mito e natura. Dalla Grecia a Pompei”, che chiuderà il 16 gennaio. Proprio da questo prezioso reperto, un kyathos a figure nere, prende le mosse il quinto appuntamento per il “Fuorimostra” di “Mito e Natura”, incontri organizzati dall’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con il Comune di Milano, Palazzo Reale ed Electa. Inaugurato il 22 settembre propone 13 incontri dal titolo “Dalla mostra alla città” fino a dicembre 2015 aperti gratuitamente al pubblico. Specialisti ed esperti archeologi, con il coordinamento di Gemma Sena Chiesa, dialogano con il pubblico sui temi dell’arte tra mito e natura nel mondo greco e romano e dell’eredità botanica dell’antica Roma nella natura che ci circonda. Il progetto FuoriMostra si avvale anche di un canale di comunicazione web interamente animato da specializzandi in archeologia dell’Università Statale con la guida di Federica Giacobello: all’iniziativa collaborano sette archeo‐blogger che partendo dal loro lavoro e dalla passione che li motiva studiano con tenacia il passato guardando verso il futuro, divisi tra scavi archeologici e smartphone e tablet con cui raccontano la loro esperienza e la loro conoscenza professionale attraverso il blog (www.mostramitonatura.it/it/blog.html). L’appuntamento è dunque giovedí 5 novembre 2015, alle 18, al museo Poldi Pezzoli di Milano, su “Un vasetto greco e un collezionista illuminato”: introduce Annalisa Zanni, direttore del museo Poldi Pezzoli; interviene Maurizio Harari, università di Pavia. Due satiri vendemmianti, due “occhioni”, due cavalli alati, sono le singolari immagini riprodotte su di un kyathos, o attingitoio attico, dipinto nella tecnica delle figure nere. Ne parlerà Maurizio Harari in una conversazione che muove da una lettura letterale delle figure dipinte, più o meno direttamente pertinenti all’immaginario dionisiaco, mettendo poi in luce, anche in considerazione dell’uso di questa particolare e rara forma vascolare, una trama insospettata di significati e allusioni. Verrà così a confermarsi il ruolo di Dioniso, dio che c’è (e ci guarda) anche quando sembra invisibile.
Egittomania dal Rinascimento al XX secolo: alla biblioteca Braidense di Milano la mostra “Da Brera alle piramidi”. Documenti e curiosità
L’Egitto ancora protagonista a Milano. Dopo la mostra all’università Statale di Milano, ecco una nuova esposizione alla Biblioteca Nazionale Braidense: dal 21 febbraio all’11 aprile, è aperta la mostra “Da Brera alle piramidi”: promossa dalla Biblioteca Nazionale Braidense e dall’università di Milano (Cattedra di Egittologia), con la partecipazione della Pinacoteca di Brera e dell’Archivio Storico Ricordi, ideata e curata rispettivamente per la Biblioteca da Anna Torterolo, esperta d’arte, e da Patrizia Piacentini, professore ordinario di Egittologia, la mostra vuole documentare l’attrazione e l’influenza, esercitata dalla civiltà egiziana sulla cultura italiana dal Rinascimento al XX secolo, sottolineando in particolar modo il gusto per l’Egitto nella storia dei diversi istituti del Palazzo di Brera e a Milano.
Sono esposte, dalle collezioni della Braidense, le tavole del Polifilo, realizzate alla fine del Quattrocento, con raffigurazioni di ispirazione egiziana riprese dai primi studi archeologici nella Roma rinascimentale, le interpretazioni dei geroglifici pubblicate nell’Horapollus, stampate come il Polifilo da Manuzio all’inizio del XVI secolo, gli Emblemi del milanese Alciato, ideati nei primi decenni del Cinquecento ad imitazione dei geroglifici, cercando di ricreare un linguaggio figurato universale. La mostra presenta anche raffigurazioni di obelischi e piramidi utilizzati nelle architetture effimere commissionate dalla città di Milano al professore di retorica del Collegio gesuita di Brera, Emanuele Tesauro, nei primi decenni del Seicento, e le famose illustrazioni dagli studi sui misteri egiziani di Athanasius Kircher, autore di un nuovo tentativo di interpretazione della scrittura geroglifica, conosciuti attraverso le missioni orientali gesuite.
Accanto alle rarità bibliografiche, la mostra propone i bozzetti per la prima scaligera dell’Aida dell’Archivio Storico Ricordi ed alcune rare curiosità: un papiro, già parte delle raccolte di Brera, ora conservato nelle collezioni civiche di Milano e una statua cubo che appartenne al pittore e direttore dell’accademia Giuseppe Bossi, una coppia di sfingi del XVIII secolo oggi di proprietà privata, provenienti da un antico giardino siciliano e divertenti, immaginifici oggetti di gusto egizio, creati all’inizio del Novecento, quando l’egittomania si coniuga con il Deco. Gustose copertine ed illustrazioni di riviste testimoniano della diffusione della “passione-Egitto” nell’universo del romanzo e della letteratura popolare.
Attraverso numerosi materiali d’archivio molti dei quali inediti, conservati all’università di Milano, è dedicato largo spazio alle grandi scoperte archeologiche in Egitto, da quelle effettuate da Mariette sino alla scoperta dalla tomba di Tutankhamon e a quella dei tesori della necropoli regale di Tanis, mettendo in risalto l’impatto che queste ebbero sull’immaginario collettivo dai livelli più alti sino alla sua penetrazione nella letteratura popolare. Arricchiscono il percorso alcune schede nella Pinacoteca di Brera affiancate ad opere di iconografia “egizia” (una per tutte la famosa Predica di S. Marco di Gentile e Giovanni Bellini) o provenienti dall’Egitto (i ritratti del Fayyum della collezione Vitali).
In occasione della mostra sono previste alcune conferenze in Biblioteca Nazionale Braidense, Milano, via Brera 28. Sabato 21 febbraio, alle 10.30, Umberto Eco interviene su “Athanasius Kircher e l’Egitto”. L’incontro è organizzato in collaborazione con l’Aldus Club. Lunedì 23 febbraio, alle 18, alla Mediateca di Santa Teresa in via della Moscova 28 a Milano, Jean-Marcel Humbert parla di “Egittomania: un fenomeno in continua evoluzione.
L’Antico Egitto a Conegliano. Non solo mostra: al via gli incontri sui misteri, l’arte, le scoperte, la cosmogonia di Abido, a tu per tu con egittologi e esperti

L’immagine del dio Osiride si staglia su uno scorcio dell’Osireion ad Abido: è il manifesto della mostra di Paolo Renier a Conegliano
Paolo Renier l’aveva promesso e annunciato. Ed è stato di parola: Conegliano fino a dicembre si conferma fucina di studi e interessi sull’Antico Egitto. Così alla mostra “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli di Conegliano fino al 21 dicembre, l’ultimo progetto-idea-creatura del vulcanico Paolo Renier, il fotografo trevigiano che da quasi trent’anni studia, fotografa, scheda, e cerca di valorizzare (cercando di favorirne così la sua salvaguardia) il sito di Abido, a 150 chilometri a sud di Luxor, la città sacra per eccellenza dell’Antico Egitto, sede del più antico culto di Osiride, il dio dell’Oltretomba e della resurrezione; così oltre alla mostra, dicevamo, ora a Conegliano ci sono anche gli incontri di approfondimento con famosi egittologi e studiosi sulla città sacra di Abido, il culto di Osiride, le implicazioni teogoniche e cosmogoniche dell’Antico Egitto, e molti altri temi suggeriti dalla mostra. Non dimentichiamo infatti che proprio ad Abido i faraoni delle prime dinastie hanno posto le loro sepolture, che ad Abido i faraoni hanno perpetuato la loro divina regalità rendendo omaggio ad Osiride, che ad Abido per tremila anni il popolo egiziano è venuto in pellegrinaggio o ha fatto giungere una propria epigrafe sulla tomba di Osiride, il cosiddetto Osireion, un unicum nell’architettura sacra dell’Antico Egitto. Così dopo esserci inoltrarci in quei percorsi ormai inaccessibili alla scoperta dei misteri dell’Antico Egitto, quelli che erano prerogativa dei faraoni e dei gran sacerdoti, e che oggi possiamo conoscere seguendo il percorso della mostra di Palazzo Sarcinelli, ci si può fermare a Conegliano anche per conoscere da vicino chi questo mondo affascinante – che si è sviluppato lungo le sponde del Nilo – lo studia da vicino.

L’egittologo Emanuele Ciampini di Ca’ Foscari apre gli incontri culturali sull’Antico Egitto a Conegliano
Si inizia venerdì 10 ottobre. Alle 18, a Palazzo Sarcinelli di Conegliano: il professor Emanuele Ciampini, egittologo dell’università Ca’ Foscari di Venezia, affronterà gli “Aspetti del culto di Osiride”, un tema più che propedeutico alla mostra. Il sabato della settimana successiva, 18 ottobre, alle 17, ma stavolta in sala consiliare del Comune di Conegliano, toccherà al professor Attilio Scienza, docente di Viticultura all’università di Milano, con un incontro destinato a suscitare l’interesse del pubblico: l’esperto collegherà – come già succede con una sezione della mostra – le conoscenze dell’Antico Egitto con la vocazione vitivinicola del territorio di Conegliano: “Nella vigna del faraone: vite e vino nell’Antico Egitto”.

Una ricostruzione dell’Osireion di Abido, la cosiddetta tomba di Osiride: un unicum nell’architettura dell’Antico Egitto
Si passa quindi all’ultimo venerdì del mese, il 31 ottobre, alle 18.30, ancora in sala consiliare del Comune di Conegliano, con un incontro che ci porterà direttamente nelle segrete cose dei faraoni e dei gran sacerdoti proponendo relazioni intriganti col monumento più carico di simboli del Cristianesimo. Alfonso Rubino, ingegnere, esperto in Geometria sacra, parlerà infatti de “L’Osireion: il codice geometrico armonico universale di tutti i tempi. Relazione armonica con il Santo Sepolcro di Gerusalemme”
Particolarmente atteso l’incontro di sabato 8 novembre (salvo impegni dell’ultima ora in Egitto), alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano. Mahmoud Amer Ahmed Mohamed, archeologo dell’università di Sohag, la grande città molto vicina ad Abido, farà il punto sulle nuove scoperte fatte proprio ad Abido all’inizio di quest’anno (di cui archeologiavocidalpassato ha dato le anticipazioni nei post del 21 e del 29 gennaio 2014): “I faraoni di Abido: la dinastia perduta nelle più recenti scoperte”. Il sabato successivo, 15 novembre, alle 18.30, sempre in sala consiliare del Comune di Conegliano, Elisabetta Gesmundo, professoressa di Psicoterapia alla Scuola di Specializzazione in Psicosomatica di Milano, con “Morte e rinascita nel mito egizio e greco” accompagnerà il pubblico nel cuore dei misteri di Osiride. Una settimana dopo, sabato 22 novembre, alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano, Maria Cristina Guidotti, direttrice del museo Egizio di Firenze, che da anni segue le iniziative di Paolo Renier su Abido, focalizzerà il suo intervento sui reperti di Abido conservati nel museo fiorentino: “Da Abido al museo Egizio di Firenze”.
L’ultimo sabato del mese, il 29 novembre, alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano, ci sarà un gemellaggio ideale tra Conegliano e Oderzo nel nome dell’Antico Egitto. L’egittologa Donatella Avanzo parlerà di “Arte e letteratura sulle sponde del Nilo”, e con l’occasione presenterà in anteprima la mostra, di cui è curatrice, “Omaggio a Tutankhamon: l’arte egizia incontra l’arte contemporanea”, che appunto apre ad Oderzo il 19 dicembre, due giorni prima della chiusura della mostra di Conegliano su Abido: quasi un passaggio di consegne. Gli incontri culturali di Conegliano sull’Antico Egitto chiudono sabato 6 dicembre, alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano, con Franco Naldoni, esperto di Antico Egitto dell’Associazione Archeosofica, il quale sta valutando quale portare tra i dei due temi ipotizzati, “Iside svelata” oppure “Il Libro cristiano dei Morti”: in entrambi i casi, temi impegnativi quanto intriganti per degno gran finale.




















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