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Al via Varese Archeofilm 2022, rassegna internazionale del film di archeologia, arte, ambiente, etnologia: quattro serate con la presenza di prestigiosi ospiti che approfondiranno i temi dei film proiettati

varese_archeofilm_2022_locandinaTorna nella “città giardino” di Varese, dal 1° al 4 settembre 2022, Varese Archeofilm, la Rassegna internazionale del film di archeologia, arte, ambiente, etnologia, organizzata da associazione “Conoscere Varese” in collaborazione con Comune di Varese, museo Castiglioni e Archeologia Viva/Firenze ArcheoFilm. Quattro nuove serate con il meglio della produzione documentaristica mondiale arricchite dalla presenza di prestigiosi ospiti che approfondiranno i temi dei filmati. Un appuntamento con la storia da non perdere nella splendida cornice dei Giardini Estensi. Ogni sera alle 20.30.

Giovedì 1° settembre 2022, alle 20.30, ai Giardini Estensi, si apre il Varese Archeofilm 2022, con il film di Olivier Bourgois “Il Giuramento di Ciriaco” (Andorra, 73’), uno straordinario documentario pluripremiato sul salvataggio del museo di Aleppo, da parte di un piccolo gruppo di archeologi, curatori di musei e assistenti mentre la guerra infuria. Segue l’incontro con Antonio Maria Orecchia, docente di Storia contemporanea all’università dell’Insubria. Chiude la serata il film “I misteri di Cabeço da Mina / Os Enigmas do Cabeço da Mina” di Rui Pedro Lamy (Portogallo, 27’). Il documentario descrive un enigmatico sito archeologico dove è stato rinvenuto un raro insieme di statue-menhir dalle fattezze antropomorfiche.

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Frame del film “Memorie di un mondo sommerso” di Philippe Nicolet

Venerdì 2 settembre 2022, alle 20.30, apre il programma il film “Memorie di un mondo sommerso” di Philippe Nicolet (Svizzera, 58′). Gusci di nocciole, pani, gomitoli, scarpe… La banalità degli oggetti di uso quotidiano diventa un bene quando ci giungono, quasi intatti, dopo essere stati sepolti sott’acqua per millenni.  Segue l’incontro con Barbara Cermesoni, conservatore museale ai Musei Civici di Villa Mirabello di Varese, Pierre Corboud, docente di Archeologia preistorica e Antropologia dell’università di Ginevra, e Philippe Nicolet, regista (partecipazione da confermare). Chiude la serata la proiezione del film “Città del Vaticano, alla ricerca dell’eternità / Vatican City, the quest for eternity” di Marie Thiry, Marc Jampolsky (Francia, 52’). La Città del Vaticano custodisce tra le sue mura 2000 anni di storia. Il film segue il lavoro di scienziati, archeologi, storici e un team di restauratori per svelare eventi poco noti della storia architettonica del luogo sacro.

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Frame del film “Il mistero del Cavallo di Troia. Sulle tracce di un mito” di Roland May, Christian Twente (foto foto gruppe 5 _Scope VFX)

Sabato 3 settembre 2022, alle 20.30, apre il film “Il mistero del Cavallo di Troia. Sulle tracce di un mito / The Mystery of the Trojan Horse – On the Trail of a Myth” di Roland May, Christian Twente (Germania, 52’). La storia del cavallo di Troia è probabilmente una delle storie più famose mai raccontate. Nuove rivoluzionarie scoperte dimostrano che una delle storie più famose di tutti i tempi dovrà forse essere riscritta. Il cavallo di Troia probabilmente non era affatto un cavallo. Segue l’incontro con Francesco Tiboni, archeologo navale, archeologo subacqueo, che ha riscritto la storia del cavallo di Troia. Chiude la serata il film “Narbo Martius, la figlia di Roma/ Narbo Martius, la fille de Rome” di Marc Azéma (Francia, 52’). Narbo Martius, antico nome della città di Narbona, fu fondata nel 118 a.C. e soprannominata la “figlia di Roma”, è oggi un po’ dimenticata dai nostri libri di storia perché, a differenza delle città di Nîmes o Arles, la maggior parte dei suoi resti non sono visibili…

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Frame del film “Ritorno a Berenice Pancrisia. In memoria di Alfredo Castiglioni” di Angelo Castiglioni

Domenica 4 settembre 2022, ultima giornata del festival, alle 20.30, apre con un film fuori concorso dedicato ad Angelo e Alfredo Castiglioni “Ritorno a Berenice Pancrisia. In memoria di Alfredo Castiglioni” di Angelo Castiglioni (Italia 2019, 40’). Cronaca dell’ultima missione archeologica a Berenice Pancrisia (deserto nubiano sudanese) nel 1997. Alfredo Castiglioni, in presa diretta, racconta la storia di questo importante centro urbano legato all’estrazione dell’oro fin dall’Antico Egitto. Segue l’incontro con Serena Massa, docente di Archeologia dell’università Cattolica di Milano e direttrice degli scavi del sito di Adulis (Eritrea), e Silvana Cincotti, storica dell’arte ed egittologa. Quindi l’ultimo film in programma: “I Beja, un Popolo Antico” di Alfredo e Angelo Castiglioni (Italia, 40’). Un viaggio di ritorno a Berenice Pancrisia, la città “tutta d’oro” degli antichi egizi, attraverso un’area abitata dai Beja-Bisharin, un’etnia ancora poco conosciuta del Deserto Nubiano. Chiude il Varese Archeofilm la cerimonia di premiazione con l’attribuzione del Premio del pubblico “Varese Archeofilm” e premio della giuria “Alfredo Castiglioni”.

Segesta. Il parco archeologico sigla quattro convenzioni con atenei americani ed europei per una nuova stagione di scavi: dalla Casa del Navarca alle fortificazioni, dall’abitato arcaico alla Rocca di Entella

Rossella Giglio, al centro, con alcuni studiosi in sopralluogo al parco archeologico di Segesta (foto parco segesta)
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Prospezioni archeologiche nelle aree di competenza del parco archeologico di Segesta (foto parco segesta)

Quattro nuove convenzioni con atenei americani ed europei aprono una nuova stagione di scavi a Segesta. Rocca di Entella e Salemi. A sottoscriverle la direttrice del parco archeologico di Segesta, Rossella Giglio, nell’ambito delle collaborazioni scientifiche mirate a rafforzare le campagne di scavi su alcuni siti specifici di competenza del Parco. “Dopo avere individuato e attrezzato nuovi magazzini, laboratori e ambienti per lo studio finalmente è giunto il momento di riprendere le ricerche sul campo”, spiega la direttrice del Parco, Rossella Giglio. “Segesta offrirà ai nuovi concessionari non soltanto le aree archeologiche da indagare ma anche gli spazi e gli strumenti utili alla ricerca”. A partire da quest’anno e sino al 2026 a Segesta arriveranno ricercatori e archeologi provenienti dall’università dell’Arizona, da quella della Tuscia (guidati da Salvatore De Vincenzo) e della Freie Universität Berlin (con i docenti Monika Trümper e Chiara Blasetti Fantauzzi) che indagheranno le fortificazioni e le cinte murarie di Segesta, mediante lo sviluppo anche di nuove tecnologie quali la Digital-Archaeology.

La Casa del Navarca a Segesta (foto parco segesta)

A Segesta effettuerà ricerca e scavi anche l’università di Ginevra, diretta da Dominique Jaillard, con la professoressa Alessia Mistretta dell’Unità d’archeologia classica che svolgeranno ricerche attorno alla Casa del Navarca, un edificio abitativo di grande pregio appartenuto al navarca Eraclio, amico di Cicerone, dove il Parco ha promosso un grande progetto di valorizzazione attraverso la realizzazione di un nuovo percorso pedonale sulla sommità della collina e nuovi scavi realizzati fra marzo e luglio 2021. La Convenzione firmata con l’università di Ginevra ha la durata di 3 anni.

Interventi nell’area delle fortificazioni e della cinta muraria di Segesta (foto parco segesta)

Intanto, con l’arrivo della primavera l’università dell’Arizona invierà i propri archeologi per scavare nell’area dell’abitato arcaico di Segesta dove verranno effettuati approfondimenti sulle fasi di vita degli Elimi. La convenzione, della durata di tre anni, è stata sottoscritta da Diane Austin, direttrice della Scuola di Antropologia dell’ateneo di Tucson. Gli ultimi scavi in questo specifico ambito risalgono a metà degli anni 2000, quando la professoressa Emma Blake – che al tempo collaborava con l’università di Stanford e oggi insegna in Arizona – avviò le ricerche sul monte Polizo di Salemi nell’ambito di una campagna autorizzata dalla Soprintendenza di Trapani e condotta insieme al professor Robert Schön con il coordinamento scientifico dell’archeologa Rossella Giglio, oggi direttrice del Parco di Segesta. “Grazie a questa nuova campagna di scavi”, aggiunge la direttrice, “si interverrà con ricerche storico-archeologiche e topografiche nella parte centrale del monte Barbaro dove sono state riscontrate tracce di strutture domestiche relative alla fase arcaica”.

L’area archeologica della Rocca di Entella (foto parco segesta)

Ma si torna a scavare anche in territorio di Salemi, nell’ex Basilica paleocristiana di San Miceli. Qui le ricerche saranno condotte dall’Andrews University-Berrien Springs del Michigan (Usa) con la quale il Parco di Segesta ha firmato una convenzione di 5 anni. L’attività archeologica, coordinata da Randall Younker, consentirà di proseguire gli scavi già iniziati nel 2014 che hanno già portato in luce testimonianze archeologiche di pregio relative a un villaggio. Riconfermata, infine, grazie a Anna Magnetto, Carmine Ampolo e Maria Cecilia Parra la storica collaborazione con il Laboratorio SAET della Scuola Normale Superiore di Pisa con due nuove convenzioni: a Entella, nel territorio di Contessa Entellina, e nell’Agorà di Segesta dove, nel maggio dello scorso anno è stato individuato e riportato in luce un importante ambiente dedicato ai giovani, come si può leggere sull’epigrafe rimessa in luce nella sua posizione originaria, al centro dell’edificio.

Forlì. Ai musei San Domenico la grande mostra “Ulisse. L’arte e il mito”. Un viaggio nell’arte mai raccontato che ripercorre, con 250 opere attraverso i secoli, le vicende del più antico e moderno personaggio della letteratura occidentale: Ulisse

La locandina della mostra “Ulisse. L’arte e il mito” a Forlì dal 19 maggio al 31 ottobre 2020

Dall’Odissea alla Commedia dantesca, da Tennyson a Joyce e a tutto il Novecento, di volta in volta, Ulisse è l’eroe dell’esperienza umana, della sopportazione, dell’intelligenza, della parola, della conoscenza, della sopravvivenza e dell’inganno. È “l’uomo dalle molte astuzie e “dalle molte forme”. Dopo la Guerra di Troia, quando affronta le sue avventure nel viaggio del lungo ritorno, egli è già un personaggio famoso. Ma quel viaggio è anche la faticosa riconquista di sé, della propria identità, attraverso il recupero narrativo della sua vicenda alla corte di Alcinoo, attraverso la memoria del ritorno. Così come accade all’arte, che narra narrandosi, che racconta l’oggetto e la sua forma stilistica. All’eroe omerico, eroe dell’esperienza umana, è dedicata la grande mostra “Ulisse. L’arte e il mito”, ospitata ai musei San Domenico di Forlì fino al 31 ottobre 2020, a cura della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e sotto l’egida di Gianfranco Brunelli, direttore dei progetti espositivi, e del comitato scientifico presieduto dal prof. Antonio Paolucci e con la main partnership di Intesa Sanpaolo. Una nuova, ambiziosa sfida. Un viaggio nell’arte mai raccontato che ripercorre, attraverso i secoli, le vicende del più antico e moderno personaggio della letteratura occidentale: l’uomo dal “multiforme ingegno”, Ulisse. La vasta ombra di Ulisse si è distesa infatti sulla cultura d’Occidente. Dal Dante del XXVI dell’Inferno allo Stanley Kubrick di 2001 – Odissea nello spazio, dal capitano Acab di Moby Dick alla città degli Immortali di Borges, dal Tasso della Gerusalemme liberata alla Ulissiade di Leopold Bloom l’eroe del libro di Joyce che consuma il suo viaggio in un giorno, al Kafavis di Ritorno ad Itaca là dove spiega che il senso del viaggio non è l’approdo ma è il viaggio stesso, con i suoi incontri e le sue avventure. È il mito che si è fatto storia e si è trasmutato in archetipo, idea, immagine. E che oggi, come nei millenni trascorsi, trova declinazioni, visuali, tagli di volta in volta diversi. Specchio delle ansie degli uomini e delle donne di ogni tempo.

La mostra era inizialmente prevista dal 15 febbraio al 21 giugno 2020. Ma la chiusura temporanea per decreto governativo legata alla pandemia da coronavirus di tutti i luoghi della cultura, compresi teatri e musei, ha costretto gli organizzatori a riprogrammare la mostra dal 19 maggio al 31 ottobre 2020. Per venire incontro a quanti avrebbero avuto piacere a visitare l’esposizione forlivese, durante il lockdown per iniziativa della Regione Emilia Romagna, è stato realizzato da LepidaTv un video sulla mostra “Ulisse, l’arte e il mito”. “Il più grande viaggio nell’arte”, spiegano i curatori del programma, “raccontato in un video documentario che affronta il tema di Ulisse e del suo mito, che da tremila anni domina la cultura dell’area mediterranea ed è oggi universale. La mostra illustra un itinerario senza precedenti, attraverso capolavori di ogni tempo: dall’antichità al Novecento, dal Medioevo al Rinascimento, dal naturalismo al neo-classicismo, dal Romanticismo al Simbolismo, fino alla Film art contemporanea”. Il documentario di Lepida Tv è stato curato da Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, in collaborazione con Comune di Forlì, IBC, APT Emilia-Romagna, e Regione Siciliana.

Il “Concilio degli dei” del Rubens conservato al castello di Praga (foto museo Praga)

Fin dall’antichità gli artisti non hanno cercato di illustrare in forma puramente didascalica l’intera Odissea. Se l’età arcaica privilegia gli episodi di Polifemo, di Circe, di Scilla e delle Sirene, l’età classica aggiunge gli incontri e i riconoscimenti: l’incontro con Tiresia, Atena, Nausicaa e Telemaco, il dolore e l’inganno della tela di Penelope, il riconoscimento della nutrice Euriclea, la strage dei Proci. L’ellenismo aggiunge l’incontro domestico e commovente con il cane Argo, l’abbraccio e il riconoscimento tra Ulisse e Penelope, l’arte romana infine, oltre a ripetere i modelli precedenti, raffigura, quale epilogo consolatorio, l’abbraccio tra Ulisse e il padre Laerte. L’arte antica non è interessata a mettere in scena il poema epico, quanto un uomo che attraverso le sue molteplici e dolorose esperienze ha imparato a conoscere se stesso. Dante, che scrive 2000 anni dopo Omero, usa gli autori latini che sottolineano le qualità di Ulisse. Così nel canto XXVI dell’Inferno egli conferisce a Ulisse una nuova e diversa centralità. L’Ulisse di Dante non è spinto dalla nostalgia del ritorno, né, come l’Enea virgiliano, è mosso da una missione, egli è un viandante spinto dall’ardore “a divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore”, e si lancia “per altro mare aperto”, verso il “folle volo”.

La testa di Ulisse dal museo Archeologico nazionale di Sperlonga, simbolo della mostra di Forlì (foto museo Sperlonga)

Le sale del San Domenico (formato dalla chiesa di San Giacomo, da un primo chiostro ad essa adiacente e completamente chiuso e da un secondo chiostro, aperto su un lato) ospitano 250 opere tra le più significative, dall’antico al Novecento, suddivise in 16 sezioni, in un percorso museale che comprende pittura, scultura, miniature, mosaici, ceramiche, arazzi e opere grafiche, e che si snoda attraverso i più grandi nomi di ogni epoca. A partire dall’Ulisse di Sperlonga, opera in marmo del I sec. d.C., immagine simbolo della mostra, e dall’Afrodite Callipigia dell’antichità. Nella suggestiva cornice del San Giacomo è possibile ammirare il Concilio degli dei di Rubens, e via via la Penelope del Beccafumi, la Circe invidiosa di Waterhouse arrivata dall’Australia, fino a Le Muse inquietanti di De Chirico, all’Ulisse di Arturo Martini e al cavallo statuario di Mimmo Paladino. Di assoluto prestigio le collaborazioni con i più importanti musei nazionali e internazionali, tra i quali il Musée d’Orsay di Parigi, la Royal Academy di Londra, il museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, il Metropolitan Museum of Art di New York, i musei Vaticani, le Gallerie degli Uffizi di Firenze, le Gallerie d’Italia, e l’università di Ginevra.

Egitto. Scoperto a sud di Saqqara dalla missione franco-svizzera del prof. Klumber il pyramidion della piramide, non ancora trovata, della regina Ankhesenpepi II, madre di Pepi II faraone della VI dinastia. Forse era ricoperto d’oro

Il pyramidion scoperto a Saccara Sud: forse è appartenuto alla regina Ankhesenpepi II, madre di Pepi II faraone della VI dinastia

Oro o rame per risplendere da lontano. Quasi un cuneo lucente nella volta celeste. Doveva apparire così il pyramidion, cioè la cuspide piramidale monolitica di una piramide o di un obelisco, trovato nei giorni scorsi nella zona di Saqqara Sud, nel comprensorio di Giza, vicino al Cairo, dalla missione franco-svizzera dell’università di Ginevra: era in granito rosa e doveva chiudere in alto probabilmente la piramide della regina Ankhesenpepi II, madre di Pepi II (2284 – 2216 a.C), faraone della VI dinastia. A darne notizia il neo-segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità dell’Egitto, Mostafa Waziri: “Il pyramidion trovato durante gli scavi archeologici alto 130 centimetri”, spiega, “è parzialmente danneggiato nella parte superiore, e perciò è largo 35 centimetri in cima e 110 alla base. Ci sono tracce di rivestimento: probabilmente la cuspide della piramide era ricoperta da una lastra di oro o di rame. La superficie della parte inferiore risulta piena di sporcizia. Da un primo rilievo si vede bene che il fondo del pyramidion era stato levigato e punzonato per poggiare perfettamente ed essere ben fissato sulla sommità della piramide”. Nell’Antico Regno i pyramidion erano realizzati con materiali rari come la diorite o il basalto nero; nel Medio Regno si preferì il granito spesso arricchito di geroglifici; infine nel Nuovo Regno le quattro facce del prisma venivano decorate con scene di culto solare.

La cuspide di un obelisco della regina Ankhesenpepi II, scoperto dalla missione franco-svizzera dell’università di Ginevra

 “Il pyramidion”, interviene Philippe Klumber, capo della missione archeologica, “è stato trovato nella zona a Sud della piramide di Pepi I, faraone della VI dinastia, nella regione di Sakkara. Probabilmente è da ritenersi collegato alla costruzione della piramide – che doveva essere nei paraggi – della regina Ankhesenpepi II, che è stata moglie di Pepi I, ma anche del suo successore, il faraone Merenra I, e come tale madre di Pepi II. Per il momento, però, la piramide di Ankhesenpepi II non l’abbiamo ancora localizzata”. Il pyramidion scoperto sarebbe quindi la prima testimonianza archeologica dell’esistenza di questa piramide. Ma questa non è stata che la più recente delle scoperte della missione franco-svizzera. Come ricorda Ayman Ashmawy, capo del dipartimento d’Antichità egizie, “gli archeologi coordinati dal prof. Klumber hanno svelato molti segreti dei monumenti faraonici di Saqqara. Non ultimo, il 4 ottobre scorso (2017, ndr), la parte superiore di un enorme obelisco della regina Ankhesenpepi II e il suo corredo funerario completo”.