Preistoria. Scoperto in Valle d’Aosta alle pendici del monte Fallère il più antico pascolo in quota dell’arco alpino: le ricerche di Idpa-cnr, soprintendenza, università di Ferrara, Milano-Bicocca e New York conquistano la copertina della rivista scientifica Journal of Ecology
Dalla vetta del Monte Fallere a tremila metri di quota lo sguardo apre sul Monte Bianco, il Gran Combin, la Grivola e altre cime delle Alpi Graie e della Alpi Pennine. Le sue pendici, tra la valle del Gran San Bernardo e la Valdigne, erano già frequentate dall’uomo nel Tardo Neolitico, 5600 anni fa. È qui che le ricerche, coordinate dall’Istituto per la Dinamica dei Processi Ambientali di Milano (IDPA-CNR), e svolte in collaborazione con la soprintendenza per i Beni e le attività culturali della Regione autonoma Valle d’Aosta, le università di Ferrara, di Milano-Bicocca e di New York, hanno individuato il più antico pascolo di alta quota finora documentato sulle Alpi, mantenuto attivo per millenni. Un risultato eccezionale riconosciuto a livello internazionale dalla rivista scientifica Journal of Ecology che dedica alle ricerche sul Monte Fallère la copertina del numero di novembre 2017. “Siamo particolarmente lieti di apprendere questa notizia”, dichiara l’assessore regionale alla Cultura, Emily Rini, “che dà valore a una ricerca così importante per la conoscenza della storia del paesaggio valdostano sia sotto l’aspetto di valorizzazione sia di fruizione in ambito didattico e turistico. L’importante scoperta è frutto di uno studio multidisciplinare condotto al Mont Fallère dall’assessorato e dall’università degli Studi di Ferrara, grazie a un accordo tra gli enti nel settore della ricerca archeologica preistorica sul territorio valdostano”.

La torbiera di Crotte Basse a 2350 metri di quota dove sono stati trovati i sedimenti più interessanti
Il pascolo, il più antico dell’arco alpino finora documentato, è stato mantenuto attivo . si diceva – per millenni; le attività umane hanno favorito la diffusione di nuove specie vegetali. “Dati archeologici indicano la presenza di gruppi umani sull’altopiano del Fallère dal Tardo Neolitico, in corrispondenza con la fase di maggiore trasformazione del paesaggio”, spiega Roberta Pini, ricercatrice di Idpa-Cnr. “Mentre le attività dei gruppi mesolitici avevano effetti limitati sugli ecosistemi naturali, a partire dal Neolitico sorgono sui fondovalle abitati stabili e si accresce l’interesse dell’uomo per lo sfruttamento delle alte quote e la creazione di paesaggi antropici. Polline, spore fossili, frammenti di carbone e nutrienti, estratti dai sedimenti delle Crotte Basse, una torbiera a 2350 m di quota, testimoniano la distruzione di foreste millenarie di pino cembro e abete bianco, e la presenza di insediamenti stagionali preistorici. Infatti, a poca distanza dalla torbiera, il sito di maggior interesse ha restituito le vestigia di una capanna dell’Età del Rame, con tracce di focolari, un accumulo di pietre interpretato come un muro a secco, un’ascia in pietra verde levigata e industrie in cristallo di rocca. I risultati delle indagini – conclude – sono di grande interesse per la conoscenza della storia del paesaggio aostano, per la sua valorizzazione e fruizione didattica e turistica”.
Bologna. Uno dei protagonisti del grande restauro della Basilica della Natività di Betlemme, l’archeologo Alessandro Fichera, ospite del Gruppo Archeologico Bolognese: focus sui lavori, dal tetto ai preziosi mosaici del sacro edificio voluto dall’imperatore Costantino e dalla madre Elena
Occhi puntati sul grande restauro della chiesa della Natività di Betlemme, in Palestina. L’occasione per fare il punto sull’ambizioso progetto, tutto italiano, la offre il Gruppo Archeologico Bolognese che, in collaborazione con la Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro – Raccolta Lercaro, giovedì 4 maggio 2017, nella sede della “Raccolta Lercaro” (via Riva di Reno 57, Bologna) promuove l’incontro con l’archeologo Alessandro Fichera, che del sacro edificio ha curato l’analisi archeologico-architettonica. La Natività di Betlemme è una delle chiese cristiane più antiche, edificata intorno al 330 su iniziativa dell’imperatore Costantino I e della madre Elena sui resti di un tempio pagano edificato nel periodo di Adriano sui luoghi dove i primi cristiani celebravano la nascita di Gesù, e ampliato e restaurato nel VI secolo nel periodo dell’imperatore Giustiniano I. Il complesso ha subito numerosi ampliamenti e modifiche sia in epoca crociata che nei secoli successivi, presentandosi oggi come un articolato sistema di volumi e strutture che dividono il convento francescano, il monastero ortodosso e il monastero armeno, i tre complessi situati attorno alle mura della basilica.
Da tempo, però, l’edificio richiedeva lavori di ristrutturazione, in particolare di alcune strutture (le coperture, il tetto a capriate, le superfici murarie, i mosaici, e l’ingresso con la porta in legno del XIII secolo). Nel 2008 è stata trovata un’intesa tra le tre Chiese (Cattolica, Greco-Ortodossa e Armena) che lo gestiscono. E nel 2010, dopo un bando internazionale, è stato affidato lo studio preliminare del complesso a un gruppo multidisciplinare coordinato dal Consorzio Ferrara Ricerche (Università di Ferrara) e al quale hanno preso parte anche archeologi dell’Università di Siena, con l’obiettivo di redigere un progetto di restauro. Nel 2013 l’esecuzione dei lavori è stata affidata a un team italiano, sotto la supervisione universitaria. In particolare il gruppo dell’Università di Siena, cui fa capo Alessandro Fichera, si è occupato – come si diceva – dell’analisi archeologico-architettonica della basilica della Natività.
Tutta la parte operativa del restauro è stata realizzata dalla ditta Piacenti Spa di Prato che svolge attività di progettazione ed esecuzione nel campo del restauro e della conservazione di edifici tutelati, complessi monumentali e beni di interesse storico-artistico. I numeri sono impressionanti: 170 tra partner, collaboratori, subcontractor e consulenti. 27 spedizioni di materiali, 2800 mq di ponteggi, 20 tonnellate di legno antico, 200 kg di resina per legno, 55mila viti solo per il tetto; 2mila mq di multistrato fenolico, 2800 mq di lastre di piombo, 2 tonnellate di Lana di Prato. 3 anni di lavoro. Tonnellate infinite di passione e coraggio; 130 mq di mosaico restaurato. 59 autorità dal mondo in visita ufficiale.
TourismA. Alle catacombe di Napoli il premio nazionale Francovich della società degli Archeologi medievisti italiani: un riconoscimento alla gestione innovativa dei ragazzi del rione Sanità guidati da don Antonio Loffredo. Premiata dal pubblico l’area archeologica di S. Maria di Siponto
Il più emozionato sul palco del centro congressi di Firenze era senz’altro don Antonio Loffredo attorniato dai ragazzi della cooperativa la Paranza a TourismA, salone internazionale dell’archeologia, per il premio nazionale Francovich. “Se succede al rione Sanità di Napoli, c’è speranza per tutti”, ha commentato commosso alla presenza del ministro Dario Franceschini nel ricevere dalle mani di Giuliano Volpe, presidente Sami e presidente del Consiglio Superiore Beni Culturali e Paesaggistici del MiBACT, il premio Francovich 2016, riconoscimento istituito nel 2013 dalla Società degli Archeologi Medievisti Italiani (Sami) per chi rappresenta la migliore sintesi fra rigore dei contenuti scientifici ed efficacia nella comunicazione verso un pubblico di non specialisti. E quest’anno il premio è stato assegnato alle catacombe di Napoli, precisamente quelle di San Gennaro e San Gaudioso “per l’appassionata ed efficace opera di promozione culturale e sociale, per la capacità di coinvolgimento della comunità di patrimonio del rione Sanità e per l’innovativa gestione dal basso di un importante complesso archeologico”, raggiunto – come si diceva – grazie alla gestione innovativa dei ragazzi del rione Sanità, guidati da don Antonio Loffredo con la cooperativa la Paranza e il sostegno della Fondazione San Gennaro, che ha portato nel 2016 un boom di visite, che quest’anno ha superato i centomila ingressi.
La commissione, presieduta da Giuliano Volpe, è composta da Paola Galetti (professore di Storia medievale, università di Bologna), Federico Marazzi (professore di Archeologia medievale, università di Napoli “Suor Orsola Benincasa”), Antonella Pinna (dirigente Regione Umbria), Piero Pruneti (direttore di Archeologia Viva), Ugo Soragni (direttore generale Musei, MiBACT), Anna Maria Visser (professore di Museologia, università di Ferrara). Dallo scorso anno alla votazione dei soci della Sami si è aggiunto anche il voto pubblico dei non soci, in modo da allargare il più possibile la partecipazione e mobilitare, in tal modo anche sensibilizzandoli, i cittadini italiani e in particolare le comunità locali più direttamente coinvolte. Il premio del pubblico è stato conferito all’area archeologica di Santa Maria di Siponto “per il progetto coraggioso e innovativo, capace di coniugare i resti archeologici e una suggestiva installazione di arte contemporanea e di offrire con efficacia evocativa la percezione dei volumi architettonici della chiesa paleocristiana”.
“Storia del profumo, profumo della storia”: all’Archeologico di Fratta Polesine un’affascinante mostra racconta tremila anni di profumi dall’età greco-romana alla grande profumeria di oggi. Da reperti unici ai manifesti liberty. Prevista anche un’esperienza olfattiva
Tremila anni di profumi, attraverso i loro contenitori: da quelli preziosissimi in alabastro, pasta vitrea o ceramica decorata dell’età greca e romana, come aryballoi, alabastra e lekythoi, a quelli più recenti, dove cominciano a “pesare” i marchi della grande profumeria planetaria di oggi. Insieme a oggetti, libri, antichi formulari e farmacopee, strumenti multimediali ed esperienze sensoriali. Ecco l’originale mostra “Storia del Profumo, profumo della storia” che il Comune di Fratta Polesine, l’università di Ferrara e il Polo museale veneto con la fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo propongono al museo Archeologico nazionale nelle barchesse di Villa Badoer a Fratta Polesine (Rovigo) dal 17 settembre 2016 al 26 marzo 2017. Si scopre così che la storia, quella con la S maiuscola, non è fatta solo di battaglie, incoronazioni e altri grandi eventi. È fatta anche di profumi. Chissà, ad esempio, se la Storia sarebbe stata la stessa nel caso in cui Cleopatra non avesse usato i suoi mitici unguenti profumati! La mostra, curata da Federica Gonzato con Chiara Beatrice Vicentini, Silvia Vertuani e Stefano Manfredini, affronta diversissime storie, tutte incentrate sul profumo e sull’arte profumiera. L’esposizione è arricchita da prestiti concessi dai musei Archeologici nazionali di Venezia, Adria, Portogruaro e dal museo Correr. La mostra è resa possibile grazie alla collaborazione nel progetto scientifico e come prestatori di accademia italiana di Storia della Farmacia, Sistema museale di ateneo e CosMast dell’università di Ferrara, biblioteca comunale Ariostea di Ferrara, centro studi etnografici “Vittorino Vicentini”, fondazione Musei civici di Venezia-Museo del Profumo e del Costume di Palazzo Mocenigo. La parte interattiva della mostra è stata realizzata con il contributo economico e tecnico di: AmbrosiaLab, Cura Marketing GmbH Innsbruck, ViaVai, Mavive, The Merchant of Venice.

I quattro curatori della mostra “Storia del profumo”: Federica Gonzato, Chiara Beatrice Vicentini, Silvia Vertuani e Stefano Manfredini
Quattro i campi d’indagine in cui si articola la mostra, come spiegano i quattro curatori. Si parte dalla ricerca archeologica, l’analisi delle fonti storiche e delle testimonianze iconografiche lungo i secoli, fino ai messaggi pubblicitari e alla studio della produzione odierna di aromi e profumi (tradizione e innovazione), approfondendo il tema grazie all’apporto scientifico e didattico fornito dalla collaborazione con laboratori specialistici, corsi di specializzazione post laurea specialistici e dipartimenti universitari. “Punto di partenza”, scrive Gonzato, “è il patrimonio archeologico del Mediterraneo orientale e la ricostruzione delle tecniche utilizzate a cavallo fra antico e medio Bronzo (II millennio a.C.) per la produzione di essenze, fra cui gli aromi da resina di pino, rosmarino, alloro, mirto, anice e bergamotto, piante tipiche di Cipro e del Mediterraneo, ricostruendo la storia delle tecniche e del gusto olfattivo attraverso i secoli fino ad oggi”. In questo compito – continuano gli archeologi – “ci guidano i reperti archeologici e le fonti storiche e linguistiche, a partire dalle tavolette in Lineare B, che ricordano la produzione di olii profumati ad suo cultuale offerti a divinità, e a seguire altre fonti classiche, quali il Trattato degli odori di Teofrasto, testo base della profumeria antica, le testimonianze di Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia o quelle conservate in Dioscuride in De materia medica”.
Obiettivo dei curatori è “presentare il tema in riferimento alle varie epoche storiche, lungo il medioevo fino all’età odierna, ricostruendo il percorso di questo fondamentale aspetto della vita sociale attraverso i codici e le conoscenze relative a erbe aromatiche (ma anche curative) lungo i secoli. I profumi di oggi, infatti, provengono da una lunghissima tradizione che, nonostante i cambiamenti di tecniche di produzione o di modalità di conservazione ed uso, non hanno dimenticato le loro origini e determinate profumazioni, come ad esempio il bergamotto, sopravvivono e continuano ad essere utilizzate senza perdere la loro freschezza, manifestando così l’esistenza di un patrimonio culturale comune che dall’antichità giunge fino a noi”. Nell’antichità come oggi, i profumi erano commerciati in lussuosi e costosi contenitori, che, oltre a sottolineare la preziosità del contenuto, rappresentavano anche un espediente per attrarre l’acquirente. “Per questo abbiamo ritenuto opportuno inserire una sezione dedicata ai manifesti pubblicitari della Belle Epoque. I legami, chiaramente visibili, fra l’industria profumiera di oggi e la produzione di olii essenziali nel Mediterraneo antico conferma la persistenza di un gusto olfattivo comune che dal Mediterraneo centro-orientale si diffuse a partire dal II millennio a.C. e ancor oggi costituisce la base di alcune fragranze particolarmente apprezzate ed utilizzate in Europa. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il profumo è uno strumento di comunicazione sociale: attraverso il profumo è possibile comunicare una particolare immagine di sé e, allo stesso modo il profumo altrui può costituire una specifica informazione nelle relazioni sociali, utilizzando un codice ben conosciuto all’interno della stessa cultura”. Lo studio dei profumi, e quindi degli odori – concludono Gonzato, Vicentini, Vertuani e Manfredini, “è uno studio di storia della cultura e del comportamento, della medicina, dell’igiene, del culto e dell’immaginario erotico. Tramite i reperti esposti in mostra si propone una lettura attraverso i secoli di un prodotto che ha fortemente influenzato la nostra cultura, i commerci, la letteratura e la ricerca medica”.
Nella sezione base la “Storia del profumo”, in collaborazione con Mavive, Museo del Profumo e del Costume, Palazzo Mocenigo Venezia, si va dalla preistoria all’età romana, percorrendo l’antropologia dell’olfatto e il rapporto tra profumo e società. Si arriva alla cultura bizantina e ai profumi d’Oriente e Occidente. Una sezione è dedicata a Venezia e alle sue fragranze. Sezioni dedicate ai segreti dell’arte profumatoria, alla cosmetica nel Rinascimento, all’Acqua di Colonia. Dai profumi raccontati dalle fonti archeologiche e dai reperti si passa al mondo dei profumi nella pubblicità con tanto materiale del Liberty che comprendono 13 quadri Manifesto pubblicitario, da quelli della ditta Migone 1898 fino ai saponi profumati 1895 ai calendarietti profumati Bertelli, dal 1904 al 1939.
La mostra non offre solo reperti e documenti rari, ma garantisce anche esperienze coinvolgenti. Come cimentarsi in “nasi”, alla scoperta delle diverse essenze, immaginando le loro composizioni. Si potranno annusare essenze diverse, tutte d’origine vegetale. Compresa quella della mitica Rosa Centifolia, varietà che coltivata a Grasse, in Provenza, offre la fragranza che rende unico Chanel n.5. La maison parigina ha l’opzione sull’intera produzione della famiglia Muol, miglior produttore di Centifolia, per i prossimi 100 anni. Per ottenere 1,5 kg di essenza vengono sacrificate centinaia di migliaia di rose, per l’esattezza una tonnellata di petali, per un controvalore economico a molti zeri. L’olio essenziale della rosa di Taif è il più costoso al mondo e se ne producono solamente 16 kg all’anno al costo di oltre 50mila euro al kg. La produzione è destinata in gran parte al re della Arabia Saudita. Nulla di nuovo in questo: i profumi e l’arte profumiera hanno sempre affascinato le famiglie reali. Questa passione contagiò tra le tante Caterina Sforza e Caterina dé Medici, ma soprattutto Isabella d’Este marchesa di Mantova, che nella città lombarda frequentava il suo rinomato laboratorio di profumeria, componendo lei stessa le preziose essenze. Venezia era una capitale dei profumi. Qui venivano fatte arrivare le essenze più rare, provenienti da paesi lontani. Qui operavano celebri essenzieri: qui, non a caso, venne edito I Notandissimi Secreti de l’Arte Profumatoria. Correva l’anno 1555 ed era per l’Occidente il primo ricettario ufficiale dell’arte cosmetica.
Preistoria. Da settembre 2016 missione italiana nel Borneo (Indonesia) con due archeologi molisani (Università di Bali e di Ferrara) alla ricerca dell’Uomo di Giava (Homo Erectus) nella grande grotta di Batu Hapu
Due archeologi di origine molisana alla ricerca dell’uomo di Giava (Homo Erectus) nell’isola indonesiana del Borneo. Il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, con l’appoggio dell’ambasciata d’Italia a Giacarta (Indonesia), ha approvato la missione italiana nel Borneo, al via in questi giorni di settembre 2016. Il progetto di ricerca è diretto dal prof. Michele Raddi, dell’università Udayana di Bali (Indonesia), e dal dott. Giuseppe Lembo, dell’università di Ferrara, direttore scientifico della missione che si ripromette di studiare e tentare di ricostruire il primo insediamento della popolazione indonesiana con l’applicazione delle più recenti metodologie e tecnologie di ricerca archeologica. Il prof. Raddi è già a Giacarta dal 9 agosto “per preparare per così dire il terreno alla missione”, fa sapere, “missione che si svolge in uno dei luoghi più selvaggi ma che considero più affascinanti ed interessanti del pianeta: prezioso scrigno di biodiversità e archeologia che ha tanto da raccontare”. Raddi dirigerà l’attività tecnica e rappresenterà la componente indonesiana del progetto come professore dell’università di Bali. Il collega Giuseppe Lembo dell’Università di Ferrara è invece – come si diceva – il direttore della missione italiana in Borneo e partecipa alle ricerche archeologiche del sito con un gruppo di ricercatori dell’università di Ferrara, di Roma La Sapienza, dell’universitat Roviri et Virgili di Terragona e dell’università Udayana di Bali.

Il prof. Michele Raddi del’università Udayana di Bali, direttore del progetto di ricerca a Batu Hapu
Le ricerche si concentreranno nella grotta di Batu Hapu, nell’area del Kalimantan, Borneo indonesiano, una perla ambientale, terra degli orang hutan (in indonesiano significa “persona della foresta”), terra anche della scimmia Nausica o Narvalis Larvatus, che ha il naso a forma di una piccola proboscide. “È un luogo meraviglioso”, spiega Raddi, “un luogo difficile da affrontare. Perciò bisogna prepararsi bene: non solo per quanto riguarda l’equipaggiamento ma soprattutto fisicamente. Sono luoghi selvaggi. È necessario essere in salute per recarvisi. Ma posso dire che noi archeologi siamo piuttosto vaccinati per questi luoghi, siamo preparati: insomma abbiamo gli anticorpi”.
La missione opererà dunque nella grotta di Batu Hapu, una grotta enorme, che è anche un sito archeologico vastissimo, posto su più livelli, frequentato fin dalla preistoria. “È uno dei siti archeologicamente più importanti e più interessanti del Borneo. Si trova in un territorio molto esteso e ricco che potrà raccontare e testimoniare la presenza e la vita dell’uomo di Java (Homo Erectus), dei primi insediamenti all’interno delle grotte”. Purtroppo, come rileva Raddi, “non è un sito conservato come si dovrebbe: nel tempo è stato utilizzato per la raccolta del guano degli uccelli per l’agricoltura, alcune pareti sono state intaccate, tuttavia data la grandezza del sito si possono raccogliere e studiare tantissimi altri reperti, disegni, pitture e così via”. Il progetto ha anche lo scopo di insegnare agli studenti locali le nuove metodologie di scavo, come condurre uno scavo in maniera corretta, come documentare e catalogare i vari reperti. Raddi chiude con un auspicio e un appello: “La missione è al via, inizia ma servono fondi per farla poi continuare il più possibile. Servono sponsor che ci aiutino in questo progetto così scientificamente importante. Speriamo che qualcuno si faccia avanti per poter dare la possibilità di approfondire la conoscenza e lo studio delle nostre origini: delle origini del mondo”.
A Pilastri di Bondeno, nella campagna ferrarese, si scava una terramara di 3500 anni fa. Ricerche in diretta su Internet e in contemporanea mostra al museo Archeologico di Ferrara. L’ambra e il mito di Fetonte, Eridano e le Eliadi
Tre anni per dare un volto e una forma alla vita dei nostri antenati che più di tremila anni fa popolavano il Basso Polesine a un passo dal grande fiume in quello che oggi è la campagna ferrarese. È l’impegno assunto dalla soprintendenza ai Beni archeologici dell’Emilia Romagna che ha firmato quest’estate una convenzione con Comune di Bondeno, associazioni locali e una équipe interdisciplinare di archeologi delle Università di Padova e di Ferrara, per l’indagine archeologica del fondo Verri di Pilastri di Bondeno, uno dei più antichi siti noti della provincia di Ferrara, e che nella prima campagna di scavo in corso ha già restituito – tra l’altro – frammenti di ambra che portano immediatamente ai miti di Fetonte, di Eridano e delle sorelle Eliadi, leggende legate indissolubilmente con la pianura Padana e il fiume Po.
A Pilastri ci sono infatti i resti di un insediamento dell’Età del Bronzo medio e recente (3600-3200 anni fa), con caratteristiche affini ai villaggi della “civiltà delle Terramare” documentati nella pianura Padana centro-occidentale. Non è un caso che il progetto scientifico lanciato da questa importante quanto poco percorsa collaborazione tra enti pubblici, università, soprintendenza, associazioni, sponsor privati, e il coinvolgimento diretto della cittadinanza-pubblico perché si “appropri” di un bene identitario della comunità, sia lo studio, la conservazione-salvaguardia e la valorizzazione della “Terramara di Pilastri”, già interessata lo scorso anno e nel 1989 da una serie di indagini che ne hanno messo in luce la natura e l’interesse archeologico.
Le Terramare (il termine deriva da terra marna che in dialetto emiliano significa “terra grassa” con riferimento alla terra, generalmente di colore scuro, tipica dei depositi archeologici pluristratificati) erano antichi villaggi dell’età del bronzo media e recente (1650-1150 a.C.) dell’Emilia e delle zone di bassa pianura Padana. Espressione dell’attività commerciale dell’età del Bronzo, sono insediamenti lungo una via che attraversava le Alpi nella Val Camonica e giungeva alle sponde del Po, dove venivano costruite le terramare che fungevano da depositi e punti di partenza delle merci costituite da ambra del mar Baltico e stagno dai monti Metalliferi, con direzione lungo il Po fino alla foce e all’Adriatico, verso il mar Mediterraneo orientale, l’Egeo, Creta, l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto.
“L’indagine”, spiegano i promotori, “inserita nel più ampio progetto denominato “Memoria & Terremoto” perché nato direttamente dall’esperienza post-sisma, ha tuttavia un importante obiettivo sociale oltre che scientifico, già messo in pratica nelle indagini preliminari del 2013, quello di condividere il più possibile l’esperienza di scavo col pubblico, in modo da far sì che il passato rimesso in luce dall’archeologia sia percepito come una realtà attuale e condivisa; come parte integrante di una identità sempre di più collettiva e, al tempo stesso, come nuova potenziale risorsa e prospettiva di sviluppo attraverso la riscoperta delle radici e delle peculiarità del territorio”.

Allo scavo archeologico partecipano ricercatori e studenti delle università di Padova e di Ferrara, e membri dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara
Dal 15 settembre e fino al 31 ottobre la Terramara di Pilastri è oggetto della prima campagna di scavo, diretta dalla soprintendenza in collaborazione con la ditta Petra di Padova, cui partecipa un nutrito gruppo di ricercatori e studenti provenienti dalle università di Padova e di Ferrara, con il supporto di alcuni membri dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara. “L’indagine”, sottolineano in soprintendenza, “si avvale di tecniche d’avanguardia volte non soltanto a raccogliere ulteriori informazioni sulla struttura e l’organizzazione dell’insediamento ma, soprattutto, a indagare e ricostruire le modalità di vita della popolazione e l’ambiente che caratterizzava l’epoca della terramara, riservando particolare attenzione agli aspetti bio-archeologici, al fine di ricomporre nel dettaglio l’alimentazione e le forme di sussistenza dei nostri antenati”. Il progetto, ricorda il sindaco di Bondeno, Alan Fabbri, presente all’avvio delle ricerche, è stato possibile “grazie alla disponibilità dei proprietari e conduttori del terreno – in primis Giuseppe Papi – e al cospicuo contributo messo a disposizione dal comune di Bondeno e da ulteriori sponsor individuati sul territorio cui, si spera, altri se ne vorranno aggiungere nel prosieguo dell’iniziativa”.

Lo scavo archeologico è attento a ogni dettaglio che il terreno restituisce per capire meglio i nostri antenati
“Tra gli obiettivi principali dell’indagine”, interviene il direttore dello scavo, Valentino Nizzo della soprintendenza ai Beni archeologici dell’’Emilia Romagna (SBAER), “non vi è solo quello di raccogliere ulteriori informazioni sulla struttura e l’organizzazione dell’insediamento ma, soprattutto, di indagare e ricostruire le modalità di vita della popolazione e l’ambiente che caratterizzava l’epoca della terramara, vale a dire fra i 3600 e i 3200 anni fa”. Non è un caso che l’équipe scientifica mette in campo le più aggiornate tecniche d’indagine bioarcheologica al fine di ricomporre nel dettaglio l’alimentazione e le forme di sussistenza dei nostri antenati. E poi, come già accennato, c’è l’idea, già sperimentata nelle prospezioni del 2013, di condividere il più possibile l’esperienza di scavo col pubblico, in modo da far sì che il passato rimesso in luce dall’archeologia sia percepito come una realtà condivisa, come parte integrante di una identità sempre di più collettiva e, al tempo stesso, come nuova potenziale risorsa e prospettiva di sviluppo attraverso la riscoperta delle radici e delle peculiarità del territorio. “Abbiamo creato un apposito network”, spiegano gli archeologi, “una finestra sul progetto accessibile da tutti gli interessati attraverso il portale terramarapilastri.com, un modo per coinvolgere virtualmente il pubblico non solo locale e invogliare chi vorrà a visitare gratuitamente lo scavo e a partecipare a tutte le iniziative che, fino al 31 ottobre, impegneranno sul sito archeologi e volontari”.

Giù in questa prima campagna di scavo ufficiale sono molti i reperti restituiti dalla terramara di Pilastri
Ma col 31 ottobre sulla terramara di Pilastri non cala il silenzio, anzi. Un paio di settimane dopo l’avvio della campagna di cavo 2014, e precisamente il 4 ottobre, nella Sala delle Carte Geografiche del museo Archeologico nazionale di Ferrara, alla presenza del sindaco Alan Fabbri e dell’archeologo Valentino Nizzo, responsabile degli scavi, è stata inaugurata la mostra fotografica e archeologica “Archeologia a Pilastri Ieri e Oggi. Con le mani nella terra”, un racconto attraverso foto e reperti archeologici inediti che illustra i vari momenti dello scavo della terramara di Pilastri, dagli esordi nel 1989 fino alla recente ripresa delle indagini del 2013, culminata con la sottoscrizione della convenzione triennale tra Comune e soprintendenza. La mostra, promossa dal Comune di Bondeno e dalla soprintendenza per i Beni archeologici dell’Emilia Romagna, con la collaborazione dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara e dell’associazione Bondeno Cultura, è stata organizzata e allestita sotto la direzione scientifica di Valentino Nizzo (SBAER), con il contributo e la collaborazione di Giulio Pola, Stefano Tassi (foto e allestimento), Giulia Osti, Margherita Pirani e Lara Dal Fiume (curatela, comunicazione e allestimento). Restauri: Valentina Guerzoni.

La terramara di Pilastri ha restituito ambra che rimanda al mito padano di Fetonte, Eridano e le Eliadi
Fino al 30 novembre reperti e fotografie racconteranno, in un percorso organico, in cosa consiste il lavoro dell’archeologo e non solo, descrivendo visivamente tutte le attività che a esso sono e devono essere correlate: dalla ricognizione allo scavo passando per la comunicazione e la didattica. Le fotografie sono state realizzate nel corso della campagna del 2013 da Stefano Tassi e Giulio Pola, tra i protagonisti dell’iniziativa sin dal suo avvio, insieme ai volontari dei Gruppi Archeologici di Bondeno e di Ferrara che hanno contribuito alla realizzazione delle ricerche e, soprattutto, alle iniziative didattiche ad esse correlate, nelle quali sono stati finora coinvolti giovani alunni delle scuole elementari e medie del territorio di Bondeno e di quelli limitrofi. Il tutto – come si diceva – mentre a Pilastri, dal 15 settembre, sono riprese le attività didattiche e quelle di scavo. Con tempismo privo quasi di confronti, una parte dei rinvenimenti più significativi effettuati nel villaggio terramaricolo è stata esposta in mostra, pochi giorni dopo essere riemerso da quasi 3500 anni di oblio. Tra di essi spiccano alcuni frammenti di ambra, di probabile provenienza baltica, che riportano d’attualità le antiche leggende relative a Fetonte, all’Eridano (antico nome del Po) e alle lacrime delle Eliadi, sue sorelle. Gli antichi localizzavano proprio lungo il Po le leggende sull’origine dell’ambra, che non sarebbe altro che le lacrime pietrificate delle sorelle di Fetonte, le Eliadi (che a loro volta erano state trasformate in pioppi), che piangevano lo sfortunato figlio del Sole, folgorato da Zeus per impedirne la corsa omicida col carro solare del padre. “L’obiettivo – conclude il sindaco di Bondeno – è di estendere a un pubblico il più ampio possibile la conoscenza di uno dei siti storici e archeologici più importanti della provincia, incoraggiando quanti non lo hanno già fatto a visitarlo mentre gli scavi e le attività che lo accompagnano sono ancora in corso”.
Al riparo sotto roccia Morricone del Pesco scoperta la prima testimonianza di arte rupestre in Molise
Morricone del Pesco, in Molise, è uno sperone roccioso che domina l’antico tratturo Lucera-Castel di Sangro, il quale congiunge l’Abruzzo centrale e il promontorio garganico. La rupe colpisce per la sua conformazione. All’osservatore con un minimo di fantasia può apparire sotto svariati aspetti a seconda dei punti di vista: un mostro di pietra, un dinosauro la cui testa s’innalza fino a emergere sulla curva grande della strada tortuosa che sale verso la montagnola. Dalla parte più a sud ha invece l’apparenza di una cattedrale con le guglie che si ergono verso il cielo. È in questo luogo “magico” che si apre il riparo sotto roccia del Morricone del Pesco, nel territorio di Civitanova del Sannio in provincia di Isernia, dove il ricercatore Guido Lastoria ha scoperto la prima testimonianza di arte rupestre in Molise.
Lo studio, coordinato dal professor Carlo Peretto dell’università di Ferrara (molto famoso in Molise per lo scavo e lo studio del giacimento paleolitico di Isernia-La Pineta scoperto nel 1979), è stato effettuato da Dario Sigari della cooperativa Le Orme dell’Uomo. Nell’auditorium comunale di Civitanova del Sannio la presentazione dei risultati della ricerca con l’intervento di Guido Lastoria (lo scopritore del sito), di Dario Sigari (cooperativa Le Orme dell’Uomo e Università degli Studi di Ferrara, autore dello studio), e del prof. Carlo Peretto (Università degli Studi di Ferrara).
“Il Morricone del Pesco – spiega Sigari – è alto 750 metri tra rilievi che raggiungono una media di 1200 metri (1422 metri è la cima più alta appartenente al massiccio della Montagnola). Alla sua base, ad occidente, il Morricone presenta una breve rientranza a formare un piccolo e stretto riparo in posizione dominante sul tratturo, fra cespugli di ginestre, giallissime e profumate in primavera: il riparo che dà le spalle al mare Adriatico ed è protetto dalla luce solare mattutina, è di facile accesso e raggiungibile da un dislivello abbastanza ripido coperto da erba, cespugli e piccoli alberi. La panoramica di cui si gode dal sito è rivolta all’interno della valle Serrata, offrendo così un controllo visivo buono verso la parte alta del pendio, meno buono in direzione del mare. Il riparo è profondo circa due metri e largo 4,2”. È qui, sulla parete lunga del riparo, che Guido Lastoria ha scoperto le pitture. Si tratta di figure zoomorfe, motivi floreali, altre figure sovrapposte, incisioni e rappresentazioni di vario genere di non facile identificazione, risalenti secondo gli esperti a fasi della Preistoria e della Protostoria: dal tardo Paleolitico alla prima età del Ferro.
“Pur se in cattivo stato di conservazione”, annota la coop Le Orme dell’’Uomo nella relazione di presentazione, “sulla parete rocciosa si riconoscono almeno quattro figure dipinte di animali, che consentono un confronto cronologico e culturale con altri ritrovamenti europei. Nello specifico è possibile ricondurre a una probabile fase del tardo Paleolitico una figura zoomorfa, tracciata a linea di contorno di dimensioni ridotte (12×8 cm) con pigmento anche interno al dorso, che ne accentua il carattere naturalistico. C’è inoltre la traccia di una raffigurazione schematica ad andamento obliquo (4,5×5,5 cm), con un asse centrale da cui dipartono quattro coppie di segmenti, il cui riferimento a contesti neolitici è possibile grazie al confronto con quanto rinvenuto nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco in provincia di Lecce. Altre pitture – continua la relazione -, sempre su base stilistica, possono essere ricondotte all’Età del Ferro, in particolare, almeno tre figure di animali (mediamente di 20×20 cm), di cui una è palesemente un equide. Analisi spettroscopiche sui pigmenti consentono di affermare che la figura più arcaica è stata realizzata con ematite. Dunque il riparo Morricone del Pesco, oltre ad essere il primo con attestazioni di arte rupestre trovato in Molise, allargherebbe ulteriormente i confini delle manifestazioni artistiche dei nostri antenati nell’Italia centro-meridionale, segnalando testimonianze artistiche già in una fase del Paleolitico superiore”.
Il repertorio iconografico. La scoperta del riparo Morricone del Pescocon incisioni a linea continua e pitture rupestri, tutte di colore nero, ha permesso dunque di stabilire un confronto crono-culturale con l’Abruzzo e il Gargano pre-protostorici. “L’iconografia – ricorda Dario Sigari – spazia dalle raffigurazioni geometriche alle antropomorfiche, dalle zoomorfìche fino ai semplici gruppi di linee. Tali categorie sono schematiche e tipiche del patrimonio artistico rupestre riscontrato nella tradizione tardo preistorica-protostorica e storica italiana di arte rupestre”. L’arte del riparo Morricone si esprime attraverso la pittura nera e le incisioni filiformi (quasi tutte, probabilmente, effettuate con punte metalliche). Per meglio studiare e catalogare le espressioni artistiche del sito, gli archeologi hanno ripartito la superficie rocciosa del riparo in quattro settori (da ovest ad est A, B, C, D), tutti definiti da limiti ben evidenti quali crepe o sporgenze che separano nettamente le raffigurazioni e non presentano né a cavallo né al proprio interno ulteriori pitture o incisioni, facilitando una più celere documentazione e catalogazione delle figure che sono state realizzate spesso sovrapponendole ad altre preesistenti, fatto che ha permesso di definire tra di loro almeno una cronologia relativa. “La prima cosa che si nota è che le pitture (ecccetto una iscrizione nel settore D) sono tutte più antiche delle incisioni. Questo perché le pitture risultano quasi tutte al di sotto delle incisioni e molte di esse sono state prima sigillate da strati di carbonato di calcio e successivamente coperte da incisioni. Vediamo allora di conoscere meglio, settore per settore, le immagini più significative.
Settore A. Il settore A si trova a ovest ed è quello maggiormente esposto agli agenti atmosferici. Le categorie figurative presenti sono principalmente quattro, escludendo le non identificabili: zoomorfi, simboli, meandri e geometrici. “Nel complesso le figure facilmente leggibili restano assai poche e ancor meno sono le figure ben conservate. Tra queste vi sono una stella a cinque punte e un reticolato geometrico incisi, un meandro-labirinto e uno zoomorfo a tratto nero. Quest’ultimo fa parte di una teoria di tre zoomorfi; gli altri due si collocano uno sopra e l’altro sotto a una figura di animale e sono entrambi dipinti a tratto nero”. Tutt’e tre le figure sono al di sotto di una figura meandro-labirintica dipinta ugualmente in nero. Tra le figure dipinte si nota anche un reticolato e una probabile figura antropomorfica. Infine si riconosce, nella sezione est del settore, un secondo antropomorfo di cui sono visibili una gamba, il tronco e il sesso.
Settore B. In cima al settore B vi sono cinque gruppi di linee organizzati secondo figure geometriche che formano dei reticolati. Quelli collocati più in alto sono graffiti. Una figura zoomorfa (12cm x 8cm) dipinta in nero si colloca a metà altezza del settore. Tuttavia non è facile l’identificazione dell’animale. Al di sotto di questa figura si trovano una serie di punti dipinti in nero e un motivo a zig zag paralleli ed orizzontali.
Settore C. Il settore C è quello meglio preservato. Esso si trova nella porzione orientale e presenta un insieme di figure assai ricco e complesso, distribuito su una superficie di 2,2m x 2,2m circa. Nella parte maggiormente esposta ad est presenta ai suoi piedi un rialzo del terreno costituito da un blocco roccioso, che ha permesso la realizzazione di figure in punti ancor più alti rispetto ai primi due settori. Le figure di questo settore sono sia dipinte sia graffite. La sporgenza rocciosa che chiude il settore sul lato orientale l’ha preservato sì da vento e pioggia, ma non dai dilavamenti che scendono dalla cima, e dagli arbusti che gli crescono addosso, che costituiscono i principali fattori di danneggiamento. Le pitture di questo settore si possono dividere in tre categorie principali: geometrici, alberiformi e probabili zoomorfi e, da ultimo, i non identificabili. Questi ultimi sono tali per i dilavamenti che ne hanno cancellato una buona parte. Lo stesso accade per i graffiti, i quali sono maggiormente rappresentati con cinque categorie figurative: antropomorfi, geometrici, scaliformi, simboli e gruppi di linee. Gli antropomorfi sono il tema maggiormente ricorrente e significativo di questo settore. Vi sono cinque, forse sei figure. In aggiunta vi sono due motivi circolari, anch’essi forse appartenenti a degli antropomorfi. Altri geometrici sono sparsi nel settore, da motivi scaliformi a stelle incomplete. A questi si aggiunge una figura antropomorfica intera coi fianchi e il seno esagerati. Riguardo alle pitture, l’area orientale del settore riporta dei soggetti alquanto peculiari. Uno di questi è stato interpretato come motivo floreale. Poco sopra una figura forse zoomorfìca schematica. Al di sotto della figura floreale si trovano tracce di pigmento nero interrotte da strati carbonatici che non ne permettono la lettura. Settore D. Il settore D si caratterizza per la presenza di un’iscrizione a tratto nero che recita “L[a] f[iss]a di Pina è […] è un[a] pot[…]“. La frase non è interamente leggibile per motivi di conservazione della superficie rocciosa che si trova al di là dello sperone che chiude ad oriente i primi tre pannelli, lasciando cosi esposto il settore D alle perturbazioni provenienti dal fondo valle e dall’Adriatico.
Fig. a – Probabile antropomorfo incompleto dal settore C del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari);
Fig. b – Figure antropomorfe schematiche a tratto nero da Grotta Genovesi (da Graziosi 1973);
Fig. c – Zoomorfo a tratto nero dal settore B del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari);
Fig. d – Rinoceronte a tratto nero da Grotta Chauvet (da Clottes 2008);
Fig. e – Figura zoomorfa schematica a pettine dal settore C del Morricone del Pesco (foto: D. Sigari);
Fig. f – Zoomorfo a pettine a tratto nero da Porto Badisco (da Graziosi 1980);
Fig. g – Figura a tratto nero a cerchi concentrici o spiraliforme dal settore C del Morricone (foto: D. Sigari);
Fig. h – Spirale a tratto nero da Porto Badisco (da Graziosi 1980).
Conclusioni. “Per dare un’attribuzione crono-culturale alle pitture e alle incisioni”, conclude la relazione di Sigari, “è innanzitutto necessario tenere presente il tratturo Lucera-Castel di Sangro, perché è la via di comunicazione preferenziale tra il Gargano e il centro Abruzzo e perché, lungo il suo tracciato, sono stati riconosciuti diversi siti riferibili a epoche diverse, dalla preistoria ai giorni nostri. I tratturi ricalcano antiche vie soprattutto degli armenti allo stato brado. Costituiscono vie preferenziali all’interno di una zona montana del cui utilizzo abbiamo notizia fin dall’epoca romana. Tuttavia la distribuzione dei vari siti lascia pensare a un sistema di mobilità che sfruttava tali rotte già in epoche precedenti. In questo senso è da pensarsi un utilizzo del riparo del Morricone del Pesco in un lungo arco cronologico, corrispondente al periodo di sfruttamento di questo ambiente e paesaggio”. Secondo gli archeologi buona parte del repertorio figurativo dipinto sembra trovare raffronti non solo con il contesto regionale esteso a Puglia e Abruzzo, ma anche con quello italiano ed europeo, suggerendo così una lunga frequentazione del riparo. “Darne comunque un’attribuzione temporale certa sarebbe rischioso e prematuro”, ammette Sigari, “avendo a disposizione solo la possibilità di fare raffronti stilistici ed essendo numerosi gli esempi in tale direzione. Concludendo, il riparo del Morricone del Pesco è la prima attestazione di arte rupestre in Molise. La speranza è non solo quella di darne una cronologia precisa, ma anche di giungere a comprendere meglio il contesto crono-culturale in cui si inserisce”.






























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