Il giallo archeologico di Tol-e Ajori, vicino a Persepoli (Iran): la quinta missione conferma la scoperta di una porta monumentale achemenide copia della porta di Ishtar di Babilonia. L’ambiente centrale restituisce una panchina a mattoni invetriati, un altro frammento dell’iscrizione, ma non ancora il nome del sovrano costruttore

I risultati della campagna di scavo 2015 a Tol-e Ajiori sono stati determinanti per confermare la natura del monumento portato alla luce: una porta monumentale
Che a Tol-e Ajori, a un passo da Persepoli, nell’Iran meridionale, ci sia una porta monumentale achemenide non è più un mistero. Dopo quattro anni di ricerche nella piana di Persepoli in cui sembrava di essere di fronte a un vero e proprio giallo archeologico con continui colpi di scena e autentiche “sorprese”, la quinta campagna di scavo a Tol-e Ajori (settembre-ottobre 2015) ha confermato le ipotesi avanzate negli anni precedenti (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/19/svelato-il-giallo-delledificio-di-tol-e-ajori-vicino-persepoli-iran-callieri-cosi-abbiamo-capito-che-era-una-porta-monumentale/). Ma non tutti i dubbi sono stati sciolti. Restano aperti ancora alcuni interrogativi importanti che vedremo in questo e nei prossimi post. I risultati della quinta campagna della missione congiunta irano-italiana a Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MAECI, della Fondazione Flaminia di Ravenna e della Lighthouse-Group, sono stati resi noti per la prima volta in una relazione dei due co-direttori, presentata da Alireza Askari Chaverdi al 14° congresso di Archeologia dell’Iran tenutosi a Teheran dal 6 all’8 marzo 2016, consentendo così la divulgazione dei risultati della campagna di scavo 2015 e delle relative immagini.
L’EREDITÀ Nell’autunno del 2014 la quarta campagna di scavo si era chiusa con alcune certezze ma anche lasciando aperti molti dubbi (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/02/10/chi-ha-costruito-la-porta-monumentale-di-tol-e-ajori-e-il-palazzo-di-firuzi5-prima-di-persepoli-iran-gli-indizi-portano-a-ciro-ma-e-presto-per-dirlo-il-giallo-continua/). Di certo si è ormai sicuri che a Tol-e Ajori sia stata individuata una porta monumentale del primo periodo achemenide la cui iconografia riproduce quella della porta di Ishtar a Babilonia. Ed è ormai sicuro che questo edificio monumentale sia anteriore all’edificazione di Persepoli. Ma qui iniziano a insinuarsi i primi dubbi. Quando è stata costruita esattamente la porta? E soprattutto, da chi? Da quale sovrano tra Ciro (ritenuto il più probabile), Cambise e Dario I? Ma non è solo la “paternità” del monumento a rimanere incerta. Gli archeologi infatti non sono ancora riusciti a stabilire se la porta sia un monumento isolato oppure inserito all’interno di un sistema di delimitazione territoriale, quindi collegato a un muro di cinta.
LA QUINTA CAMPAGNA Con queste certezze e soprattutto con questi dubbi è iniziata la quinta campagna di scavo nella piana di Persepoli, campagna che è stata condotta dal 17 settembre al 31 ottobre 2015, diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna con la collaborazione di Luca Colliva e di un folto gruppo di archeologi iraniani e italiani. “Abbiamo cercato innanzitutto di studiare meglio l’ambiente centrale della porta, da cui provenivano gli unici due frammenti di iscrizione ritrovati nelle campagne precedenti”, spiega Callieri. L’obiettivo è evidente: trovare altri frammenti dell’iscrizione e quindi – con un po’ di fortuna – risolvere il primo problema rimasto aperto: conoscere il nome del suo costruttore. Infatti nel caso di Tol-e Ajori l’arco cronologico all’interno del quale la porta dovrebbe essere stata realizzata è così ridotto (poco più di vent’anni) che nessun sistema di datazione attualmente noto può essere considerato affidabile, dal C14 alla termoluminescenza. Il monumento può infatti essere datato tra il 539 a.C. (anno della conquista di Babilonia da parte di Ciro, che potrebbe aver voluto una replica della porta di Ishtar su scala maggiore) e il 515 a.C. (anno intorno al quale Dario iniziò la costruzione di Persepoli). Quindi sono solo 24 anni, un arco di tempo – come si diceva- troppo ristretto: nessun metodo di analisi oggi può dare delle certezze con questi limiti. Quindi l’unica speranza per gli studiosi è quella di trovare un frammento di iscrizione che si aggiunga ai due già trovati, uno dei quali con la parola [RE]. La missione sperava in un colpo di fortuna: trovare proprio un frammento con il nome del sovrano. “Non l’abbiamo trovato”, chiarisce subito Callieri, tradendo una piccola delusione. “Ma lo studio approfondito dell’ambiente centrale non è stato infruttuoso, anzi. I risultati sono molto interessanti e costituiscono uno dei punti qualificanti della quinta campagna di scavo”.

Tratto della faccia interna del muro SW (con decorazione a mattoni invetriati in situ), di una delle banchine e del pavimento dell’ambiente interno (trincea 11)
L’AMBIENTE CENTRALE Come si diceva, l’approfondimento delle conoscenze dell’ambiente centrale della porta di Tol-e Ajori è stato uno degli obiettivi della quinta missione. “Nell’ambiente centrale interno è stato trovato un nuovo tratto con corsi di mattoni invetriati in situ”, precisa l’archeologo italiano. Così ora sono due i tratti di muro ritrovati in situ (l’altro era nel corridoio). Dalla prima analisi dei filari di mattoni si può subito trarre una osservazione importante: ripropongono lo stesso schema e la stessa decorazione della fascia inferiore della porta di Ishtar, quella decorata con mattoni piani e non a rilievo, con i quali erano invece composti i pannelli sovrastanti. “Lo scavo di quest’anno (2015, ndr) ci ha dato preziose informazioni sulle decorazioni e sulla pianta dell’ambiente centrale, informazioni che hanno confermato quanto ipotizzato nella campagna del 2014. Tra queste, la presenza di una panchina lungo le pareti dell’ambiente interno. È una seduta larga 60 cm realizzata in mattoni cotti, che sulle fasce esterne sono invetriati. Invetriati dovevano pure essere i mattoni sulla faccia superiore, quello della seduta, ma sono stati portati via nella spoliazione del monumento. Siamo sicuri che c’erano perché ci sono rimasti due frammenti. La panchina si interrompeva al centro dell’ambiente, forse perché lì si trovava l’iscrizione da cui provengono i nostri frammenti”.
LE RISPOSTE DEL 2015 Tre sono gli aspetti cui lo scavo del 2015 ha dato risposte. Innanzitutto l’architettura del monumento con la scoperta/conferma della presenza della panchina. E poi la decorazione del monumento che si è confermata uguale a quella della porta di Ishtar. Infine, lo stato di conservazione del monumento: “C’è la possibilità che la porta sia stata oggetto di un evento sismico (terremoto). Il tratto di muro che conserva intatto il paramento invetriato è traslato verso NE di 10 cm, ma non è crollato. Su questa particolare situazione delle strutture sta studiando un esperto irano-statunitense. Comunque il terremoto non è stato la causa della fine del monumento, perché prima dell’evento sismico la struttura era già stata abbandonata con un accumulo di argilla sul pavimento dell’ambiente centrale, forse spogliato di eventuali mattoni cotti, e di alcuni frammenti di pietra sul pavimento esterno”. È stata poi migliorata la conoscenza del sistema dei segni per la messa in opera dei mattoni invetriati, confermando quanto già si sapeva. Infine trovati due frammenti con scrittura cuneiforme, uno in lingua babilonese e l’altro in lingua elamita. “Su un frammento è stato trovato un segno cuneiforme che secondo Gian Pietro Bsello significa [PORTA]. Quindi l’iscrizione presenterebbe un testo che ricorda un sovrano [RE] e un monumento [PORTA]. Ma purtroppo – conclude Callieri – manca ancora l’elemento più importante: il nome del sovrano”.
(1 – continua nei prossimi giorni)
Paleoantropologia. L’Australopithecus Sediba, l’ominide più vicino al genere Homo, vissuto due milioni di anni fa, scoperto in Sudafrica, non poteva masticare cibi duri: nella ricerca internazionale anche l’università di Bologna
La scoperta risale al 2008. Siamo in Sudafrica. Vicino a Johannesburg, nella grotta di Malapa, i paleoantropologi hanno rinvenuto il cranio fossile di Australopithecus Sediba, una specie pre-umana che visse circa due milioni di anni fa in Sud Africa, ritenuto uno dei principali antenati del genere Homo. Su quel cranio fossile gli studiosi hanno realizzato un modello digitale e ne hanno simulato la capacità di masticazione applicando una serie di metodi biomeccanici, simili a quelli comunemente utilizzati in campo ingegneristico per testare la resistenza alla rottura di costruzioni e macchinari come ponti, aeroplani, autovetture. E i risultati della ricerca, pubblicati nel febbraio 2016 sulla rivista “Nature communications”, sono stati davvero sorprendenti. Diversamente da alcune specie di Australopithecus che hanno fatto fronte ai cambiamenti ambientali avvenuti fra tre e due milioni di anni fa adattandosi a diete coriacee, il “sediba” ha rivelato un apparato masticatorio che limitava la sua capacità di masticazione: per lui niente gusci o cibi duri.

Lo studio pubblicato su Nature Communications sull’apparato masticatorio dell’Australopithecus Sediba
Le australopitecine – ovvero le specie di Australopithecus – si ritrovano tra i 4,2 milioni e i 2 milioni di anni fa (il più noto è l’Australopithecus Afarensis, di 3,4 milioni di anni fa, famoso col nomignolo di “Lucy”) e sebbene presentino alcuni tratti umani, come per esempio la capacità di camminare su due gambe, la maggior parte di loro non possiede altre caratteristiche tipiche dell’uomo, quali un grande cervello, faccia ortognata con riduzione della mandibola e dei denti, così come la capacità di utilizzare utensili. “Molte specie di Australopithecus presentavano sorprendenti adattamenti craniali, utili per processare cibi duri, ossia potevano sprigionare elevate forze durante la masticazione”, spiega David Strait, antropologo alla Washington University di St. Louis (Usa) e responsabile della ricerca. «Tuttavia”, continua Stefano Benazzi, paleoantropologo e ricercatore presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna (Campus di Ravenna) e co-autore dell’articolo, “i nostri risultati indicano che la morfologia dell’apparato masticatorio di Australopithecus sediba poneva grossi limiti durante la masticazione, perché se avesse utilizzato tutta la potenza dei suoi muscoli masticatori, avrebbe rischiato la lussazione della mandibola”.
I primi rappresentanti del genere Homo derivano quasi certamente da un’australopitecina e l’Australopithecus sediba è candidato per essere il diretto antenato. La ricerca pubblicata su “Nature Communications” non definisce il grado di parentela dell’Australopithecus sediba con il genere Homo, fornisce però importanti indicazioni sugli effetti che i cambiamenti della dieta hanno avuto per l’evoluzione del nostro genere. «Anche l’uomo infatti”, continua Stefano Benazzi, “presenta grosse limitazioni nel generare elevate forze masticatorie, e probabilmente questo caratterizzava anche i primi rappresentanti di Homo, così come alcune australopitecine. Ciò significa che mentre alcune australopitecine si sono evolute per massimizzare la capacità di masticare in modo energico, altre, tra cui quelle che hanno dato origine al genere Homo, si sono evolute nella direzione opposta. In definitiva, vari fattori ecologici devono aver modificato il comportamento alimentare e la dieta delle australopitecine, rivestendo quindi un ruolo fondamentale nell’origine del genere Homo”.
Antico Egitto. In un bimbo di un anno di 5500 anni fa scoperto il primo caso di scorbuto: lo scheletro da una necropoli del predi nastico vicino a Assuan

La regione di Assuan interessata dall’Aswan-Kom Ombo Archaeological Project (Akap) condotto dalle università di Bologna e Yale
Le evidenze sulle ossa non hanno lasciato dubbi agli specialisti: carenza di vitamina C. Tipico di chi è malato di scorbuto. Ma quello scheletro che stavano esaminando apparteneva a un bimbo di un anno di età vissuto più di 5500 anni fa, nell’antico Egitto predinastico (3800-3600 a.C.). È il primo caso di morte da scorbuto scoperto lungo le rive del Nilo. Le cattive abitudini alimentari quindi erano un problema anche nell’antico Egitto come ha dimostrato la missione archeologica delle università di Bologna e Yale, Aswan-Kom Ombo Archaeological Project (Akap), attiva dal 2005 nella regione di Assuan e diretta dalla professoressa Maria Carmela Gatto e dal professor Antonio Curci. La missione congiunta ha infatti rinvenuto quello che probabilmente è il primo caso di scorbuto sulle rive del Nilo risalente al Neolitico. Nel villaggio di Nag el-Qarmila, a 17 km a nord di Aswan, sulla riva occidentale del Nilo, nei pressi di Wadi Kubbaniya , i ricercatori hanno rinvenuto lo scheletro di un bambino di circa un anno di età, risalente all’antico Egitto predinastico (3800-3600 avanti Cristo), morto appunto di scorbuto. “A Nag el-Qarmila”, ricordano gli archeologi bolognesi, “sono state individuate un’area insediativa e una necropoli del periodo predinastico. Le datazioni radiometriche e le analisi sulla ceramica suggeriscono una frequentazione dell’abitato durante Naqada IC-IIAB, corrispondente alla prima metà del IV millennio (3800-3600 a.C.), mentre il cimitero è in uso per un periodo più lungo, che include la fase Naqada IID-IIIA. L’unicità del sito è costituita dalla forte influenza nubiana visibile attraverso differenti aspetti della cultura materiale. Esso rappresenta un sito chiave per la comprensione dell’interazione tra nubiani ed egiziani, poiché unico caso in cui area domestica e funeraria sono state individuate ed investigate”.
Cosa hanno riscontrato gli specialisti sullo scheletro del bimbo di 5500 anni fa? Sul cranio, mascella e mandibola, nonché su altri elementi dello scheletro (omeri, radio e femori) i bioarcheologi che lavorano al progetto – Mindy Pitre della S. Lawrence University e Robert Stark della McMaster University – hanno evidenziato porosità riconducibili allo scorbuto, malattia dovuta alla carenza di vitamina C nell’organismo. La scoperta – documentata in un articolo pubblicato sull’International Journal of Paleopathology – testimonia il primo probabile caso di scorbuto osservato nell’antico Egitto: un dato che mostra l’antichità della malattia e pone interrogativi sul tipo di alimentazione in uso all’epoca nella regione. È probabile infatti che il bambino fosse ancora allattato dalla madre e che quindi la carenza di vitamina C, responsabile della malattia, derivasse dalla dieta materna. Allo stato attuale è difficile dire se tale carenza dipendesse da una effettiva indisponibilità di certi alimenti o fosse il risultato di scelte culturali, come ad esempio il divieto di mangiare certi cibi. In entrambi i casi, però, questo comportamento alimentare avrebbe provocato la comparsa della malattia che si sarebbe poi rivelata fatale per il bambino.
L’Aswan – Kom Ombo Archaeological Project nasce nel 2005 con l’obiettivo di studiare, dal punto di vista storico-archeologico, l’interazione tra egiziani e nubiani nella loro terra di “confine”. Nel corso degli anni, diverse istituzioni hanno sostenuto il progetto (British Museum, università di Milano, La Sapienza, università di Roma) e dal 2010 è missione congiunta tra l’istituto di Egittologia della Yale University e il dipartimento di Archeologia dell’università di Bologna. Le attività di ricerca principali prevedono: ricognizione geoarcheologica, archeologica ed epigrafica, scavo e documentazione dell’arte rupestre. Tutti gli interventi realizzati, in particolar modo le ricognizioni e gli scavi, sono da considerarsi di salvataggio poiché la costruzione di numerosi nuovi villaggi lungo la riva occidentale del Nilo, inclusa la città di New Aswan, e l’utilizzo delle aree circostanti, soprattutto come cave di arenaria e caolino, mettono in serio pericolo le evidenze archeologiche.
Dai gladiatori all’arena di Verona, dai villanoviani agli etruschi di Marzabotto, dalla Palmira di Khaled Asaad all’Isis: al via a Bologna la 13.ma edizione di “Imagines: obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico del Gabo
Dai giochi gladiatori nell’arena alla scoperta di Verona romana, dal mezzo secolo del centro polesano di studi storici archeologici ed etnografici al secolo di cinema e archeologia, dagli etruschi villanoviani agli etruschi di Marzabotto, per finire con la testimonianza drammatica di Khaled Asaad, il coraggioso “custode” di Palmira decapitato dall’Isis, e gli effetti dello stato islamico sulla città di Zenobia, patrimonio dell’Unesco: è un programma particolarmente ricco quello che offre la tredicesima edizione di “Imagines: obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico promosso dal gruppo archeologico bolognese il 20, 21 e 22 novembre 2015 alla mediateca di San Lazzaro di Savena, in via Caselle 22, a San Lazzaro (Bologna). “Nata nel 2003”, ricorda Giuseppe Mantovani, curatore della rassegna, “Imagines vuole creare un’occasione per i soci del gruppo e il pubblico appassionato di Archeologia e Storia per godere della proiezione di documentari e filmati introdotti da esperti del settore, autori, registi o archeologi, cui va il mio grazie per averci dato l’autorizzazione alla proiezione delle loro opere”.
Si inizia venerdì 20 Novembre 2015, alle 15.15. L’apertura della rassegna è affidata a Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria “L. Donini” di San Lazzaro e a Giuseppe Mantovani, vicedirettore del Gruppo Archeologico Bolognese e curatore della rassegna. Quindi c’è la proiezione del documentario “Gladiatori e bestiari. I giochi nell’arena”, per la regia di Douglas Brooks (90’), introdotto da Federica Guidi, archeologa del museo civico Archeologico di Bologna. Il filmato presenta, attraverso ricostruzioni, ambientazioni ed effetti speciali, le vicende a volte gloriose, ma più spesso drammatiche, dei gladiatori, che combattevano fra loro nell’arena, e dei bestiarii, che affrontavano belve feroci, per il divertimento del popolo e per l’ambizione politica di coloro che organizzavano I giochi. Segue un buffet offerto dal Gruppo Archeologico Bolognese.
Sabato 21 Novembre 2015, seconda giornata: alle 15.15 proiezione del documentario “Cinquant’anni di novità dal nostro passato. CPSSAE 1964 – 2014”, regia di Giuseppe Mantovani (32’), introdotto da Raffaele Peretto, presidente CPSSAE. Il filmato celebra il cinquantesimo anno della fondazione del Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici (CPSSAE). Cinquant’ anni di scoperte, divulgazione, valorizzazione dell’identità dell’antico Polesine. Segue alle 16.15, proiezione del documentario “L’alba degli Etruschi. Aspetti e testimonianze della cultura villanoviana”, regia di Corrado Re (26’), introdotto da Fiamma Lenzi, archeologa dell’istituto Beni culturali dell’Emilia-Romagna. “Per far conoscere la cultura materiale legata agli esordi della civiltà etrusca”, spiega Mantovani, “l’Istituto Beni Culturali ha curato la realizzazione di questo docu-film che, alla presentazione di oggetti conservati nei musei dell’Emilia-Romagna, unisce la rievocazione storica e l’archeologia ricostruttiva per rivisitare alcuni aspetti della quotidianità nei secoli fra il IX e il VII a.C., avvalendosi anche di musiche realizzate nell’ambito dell’archeologia sonora sperimentale”. Dopo l’intervallo, si riprende alle 18 con la proiezione del documentario “Kainua”, per la regia di Ada Carpentieri (52’), introdotto da Giuseppe Sassatelli, docente di Etruscologia e Antichità Italiche dell’università di Bologna. Quello che rende unica la città di Kainua, l’odierna Marzabotto, è l’assenza di frequentazione dopo il suo abbandono, ciò che ha consentito la conservazione dell’impianto urbano rimasto perfettamente riconoscibile. Il filmato ripercorre le tappe della storia della città, che, insieme a Spina, Mantova e, naturalmente, Felsina, la princeps etruriae, fu un importante centro dell’Etruria Padana.
L’ultima giornata, domenica 22 novembre 2015, si apre alle 15.15 con la proiezione del documentario “Un secolo di cinema e archeologia. Da Howard Carter a Indiana Jones”, per la regia di Massimo Becattini (30’) che cura anche l’introduzione: l’avventura archeologica del Novecento attraverso I documenti cinematografici (spesso inediti) delle scoperte più importanti e l’influenza sui generi del cinema di finzione. Partendo dal filmato originale della scoperta della tomba di Tutankhamon ad opera di Carter nel 1922, e dai suoi epigoni di finzione, vengono esplorati i primi documenti archeologici di quegli anni, dall’Egitto all’Estremo Oriente. Segue alle 16.15 il documentario “Verona città aperta” di Marcello Peres (40’), introdotto da Erika Vecchietti, archeologa dell’università di Bologna. Utilizzando un linguaggio più tecnico che televisivo, riprese aeree ed animazioni a mano libera, il documentario abbraccia le evidenze monumentali romane più universalmente riconosciute (l’Arena di Verona, il Teatro Romano, il Ponte Pietra, l’Arco dei Gavi e le porte monumentali) completando la comprensione organica di questa fase storica con uno sguardo inedito alla Verona sotterranea. Dopo l’intervallo, alle 18, il giornalista Graziano Tavan con una conversazione dal titolo “Palmira, da Zenobia all’Isis” introduce l’eccezionale instant movie del regosta veneziano Alberto Castellani “Khaled Asaad: quel giorno a Palmira. Memoria di un viaggio e un incontro” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/10/06/aperta-la-xxvi-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-nel-nome-di-khaled-asaad-larcheologo-di-palmira-decapitato-dallisis-e-sabato-instant-movie/) documento-omaggio all’ex direttore del sito archeologico di Palmira, patrimonio dell’UNESCO, trucidato dall’Isis.
Scoperti nel tempio R di Selinunte i frammenti di un aulos. Ora la musica della Magna Grecia di 2500 anni fa può rivivere grazie a una stampa 3D: la presentazione a Granada a fine mese
I suoni perduti della musica antica potrebbero rivivere grazie alla tecnologia 3D. Così chi fosse incuriosito dal conoscere alcune caratteristiche degli strumenti musicali antichi, tra cui l’acustica, la morfologia piuttosto che l’intonazione, ora può farsi un’idea grazie alla ricerca compiuta da Angela Bellia, Marie Curie Researcher dalla New York University e dall’università Alma Mater di Bologna, che è riuscita a ricostruire un antico “aulos” attraverso l’impiego della stampa 3D, trasferendolo poi in una copia artificiale tridimensionale in polimero creata dall’Officina 3D Lab. I primi risultati della ricostruzione virtuale di un aulos – antico strumento a fiato – ritrovato nell’estate del 2012 sotto il Tempio R di Selinunte saranno presentati all’International Congress Digital Heritage 2015, in programma a Granada, in Spagna, dal 28 settembre al 2 ottobre. Il reperto – scoperto da Clemente Marconi, direttore della Missione Americana dell’Institute of Fine Arts della New York University – è composto da due frammenti di un aulos «early type», risalente al VI secolo a.C., simile ad altri strumenti a fiato rinvenuti in Grecia e nell’Occidente greco: il più famoso è il ritrovamento di Paestum.
Il tempio R di Selinunte. Situato nel settore meridionale del Santuario principale urbano, il cosiddetto Megaron, il Tempio R si trova a sud del Tempio C e ad ovest del Tempio B, e con lo stesso orientamento orientale del Tempio C. Costruito nel primo quarto del VI secolo a.C., è il primo tempio monumentale costruito a Selinunte, e uno dei primi nell’architettura dell’Europa occidentale monumentale greca. Edificio non periptero (cioè non circondato da colonne) aveva un profondo pronao e una cella, simili al pressoché contemporaneo Tempio S, così come una terza camera con ingresso indipendente meridionale. Due colonne poste nel pronao, e forse una terza nella cella, allineate sull’asse centrale, sostenevano il tetto dell’edificio.
L’ indagine condotta sul Tempio R dall’equipe guidata dal prof. Clemente Marconi dell’Institute of Fine Arts dell’Università di New York è iniziata nell’estate 2011 con uno scavo nella zona antistante la porta, sul lato orientale dell’edificio. È stata identificata una sequenza stratigrafica intatta che va dal periodo ellenistico della fondazione fino al periodo orientale(fenicio-punico). I reperti dei livelli più profondi includono la trincea della fondazione del Tempio R. La trincea era piena di pezzi di calcare di intonaco provenienti dai blocchi dei conci, insieme ad alcuni ceramiche, usati per riempire ed elevare la base della costruzione, che permette di fornire una prima datazione archeologica del Tempio R. Nei livelli stratigrafici più alti del Tempio R, datato al tardo periodo classico, è stato rinvenuto un gruppo di sculture in terracotta, in alcune delle quali si conservano tracce della policromia originale. Ed è qui che appunto, nel 2012, sono stati trovati i due frammenti di aulos.
Per suonare questa tipologia di auloi, caratterizzati dall’assenza di meccanismi di azione sui fori e per la produzione sonora, il musicista usava esclusivamente le dita che coprivano, alternandosi o contemporaneamente, i fori posti nella parte superiore delle due canne e, quando presente, il foro per i pollici posto nel lato posteriore dei tubi. Le canne degli auloi «early type» erano di solito di osso e di diversa lunghezza. Grazie alla ricostruzione virtuale dello strumento è possibile non solo analizzare nel dettaglio le sue caratteristiche acustiche e morfologiche e, se possibile, a scoprirne l’intonazione, ma anche migliorare la ricerca scientifica, superando le limitazioni causate dalla fragilità dello strumento.
I risultati dello studio, che si inseriscono nell’ambito di Telestes, un progetto finanziato dalla Comunità Europea dal programma di ricerca Marie Curie Actions, dedicato alla cultura musicale di Selinunte, tra le più famose polis della Magna Grecia, saranno ufficialmente presentati all’International Congress Digital Heritage 2015, in programma a Granada, dal 28 settembre al 2 ottobre.
La modernità di Giacomo Boni, grande archeologo (anche se poco noto) a cavallo tra Otto e Novecento. Due giornate di studi all’Istituto veneto di Scienze lettere e arti di Venezia

Giacomo Boni, archeologo veneziano, romano d’adozione: l’Istituto Veneto di Scienze lettere e arti gli dedica due giornate di studio
Due giornate di studio per recuperare la valenza e la modernità di un archeologo veneziano dii nascita e romano di adozione: Giacomo Boni. Ci ha pensato l’Istituto veneto di Scienze lettere ed arti che il 18 e 19 settembre 2015 a Palazzo Franchetti a Venezia organizza il convegno “Tra Roma e Venezia, la cultura dell’antico nell’Italia dell’Unità. Giacomo Boni e i contesti”. Giacomo Boni, (Venezia, 1859 – Roma, 1925) è stato infatti uno dei più celebri archeologi italiani, noto soprattutto per una straordinaria stagione di scavi archeologici a Roma. In precedenza era stato anche ispettore per i monumenti per l’Italia meridionale per conto del Ministero della Pubblica istruzione, e ancora prima, a Venezia, assistente disegnatore nel cantiere di Palazzo Ducale. Si era infatti formato come architetto presso l’Accademia di Belle Arti per trasferirsi poi a Roma e rientrare a Venezia solo brevemente in seguito al crollo del campanile di San Marco nel 1902. Fu anche socio precoce della Deputazione di Storia Patria per le Venezie, e attraverso quest’organo rappresentativo dello Stato centrale trovò la strada per il ministero. “Non è esagerazione affermare che Giacomo Boni è stato uno dei più grandi archeologi di sempre”, assicura Myriam Pilutti Namer dell’università Ca’ Foscari di Venezia e relatrice al convegno. “Cresciuto nella seconda metà dell’Ottocento a Venezia, crocevia di civiltà e fervente cantiere sperimentale dove si incontravano e scontravano diverse concezioni della modernità, raggiunse l’apice della sua carriera a Roma. Da funzionario ministeriale di nemmeno trent’anni divenne direttore degli scavi ai Fori imperiali, portando alla luce aree e reperti di straordinaria importanza per la civiltà romana. Tra questi vi fu anche il Lapis niger, la celebre “pietra nera” iscritta che data al VI secolo a.C., una delle più antiche testimonianze scritte in lingua latina. Il convegno si propone, per la prima volta nella storia degli studi archeologici, di indagare il contesto in cui Boni operò – tra tradizione e innovazione -, e di ricostruirne la figura, il pensiero e le attività per intero. Un convegno di storia dell’archeologia, quindi, cui partecipano studiosi affermati del settore, organizzato all’insegna di quel legame che era per Boni imprescindibile tra impegno civile, divulgazione scientifica e attività sul campo, con annesse sperimentazioni tecniche. Ed è in questo intreccio peculiare, frutto di un percorso tutt’altro che “anomalo” e invece felicemente compiuto in un contesto complesso ma fertile e ricco di opportunità, che si spiegano l’uomo e il professionista, il Maestro e il modello. Furono, queste, tutte declinazioni che contribuirono alla creazione di un vero e proprio, intramontabile, mito”.
La parabola della sua carriera, le vicende personali, le importanti conseguenze scientifiche del suo operato, la tradizione storiografica di oblio e restaurazione della sua memoria rendono Boni figura meritoria di un’analisi che per la prima volta nelle giornate di studio di Venezia si propone di comprenderne l’attività e il pensiero per intero, collocandoli nello spaccato culturale e politico più ampio dell’Italia unita, dove si discuteva con vis polemica sulle caratteristiche e sulle modalità della conservazione di antichità e monumenti, oggi “beni culturali”; tema sul quale il pensiero e l’opera di Boni sono tuttora degni di attenzione e considerazione.
Intenso il programma della due giorni. Venerdì 18 settembre 2015, alle 9.30, saluti e introduzione ai lavori di Albert Ammerman (Colgate University). Apre gli interventi, moderati da Gherardo Ortalli (Ca’ Foscari di Venezia), Roberto Balzani (Università di Bologna) su “Vis polemica. Le tradizioni preunitarie nella rappresentazione del patrimonio fra ‘800 e ‘900”; seguono: Bruno Zanardi (Università di Urbino) su “La cultura della conservazione nell’Italia post-unitaria”; Myriam Pilutti Namer (Ca’ Foscari) su “Giacomo Boni: costruzione del mito e storia”; Carlo Franco (Ca’ Foscari) su “La Venezia di Giacomo Boni: temi locali e prospettive nazionali”. I lavori riprendono alle 15 con Albert Ammerman moderatore. Apre Sandro G. Franchini (Ist. Veneto di Scienze, Lettere ed Arti) su “Giacomo Boni e l’impegno per la salvaguardia di Venezia”; seguono: Irene Favaretto (Ist. Veneto di Scienze, Lettere ed Arti) su “L’impresa di Ferdinando Ongania per San Marco e il contributo di Giacomo Boni”; Ettore Vio (Procuratoria di San Marco) su “Il contributo di Giacomo Boni sui resti del Campanile crollato”.
“La grande passione per l’antico”, anticipa Vio, “spinse Giacomo Boni veneziano, già avviato ad una strepitosa carriera di archeologo di valore internazionale, nel 1903, a studiare i resti della fondazione dell’antica torre della sua città. Le cronache tramandano che alla morte del doge Pietro Tribuno nel 912 d.C., le fondazione del futuro campanile di san Marco erano ultimate. La prima chiesa di san Marco voluta dal doge Giustiniano Particiaco che fece utilizzare per la sua erezione le pietre non usate per sant’Ilario, aveva poco più di ottant’anni. Per tutte le opere edili importanti si recuperavano i resti di Altino distrutta e le spolia di edifici tardo antichi, crollati nel susseguirsi delle invasioni barbariche che sconvolsero il nord est nei secoli dal V al VII. Boni, sicuro della eredità romana dell’area lagunare, ricerca nelle fondazioni del campanile testimonianze che ne attestino la presenza. Oggi nel lapidario della basilica di san Marco esistono pochi significativi documenti lapidei e laterizi di allora. Nel riordino della loggetta del Sansovino è augurabile che si possano esporre Questi reperti assieme ad altri documenti, come modelli della ricostruzione del Campanile e copie (del 1903) delle statue del Sansovino che ornano la Loggetta. Un coinvolgente apparato fotografico del crollo della torre meglio illustrerà le vicende di quell’evento”.
Sabato 19 settembre 2015, si iniziano i lavori alle 9.30. Modera Irene Favaretto. Inizia Daniele Manacorda (Università di Roma Tre) su “Boni e il metodo della ricerca archeologica un secolo dopo”. “La figura di Giacomo Boni”, sintetizza Manacorda, “resta nella storia dell’archeologia italiana in una posizione di primi piano e di primato per le sue descrizioni del metodo di scavo, le sue splendide documentazioni grafiche, la sua attenzione a diversi periodi storici, non escluso il Medioevo. Queste caratteristiche del suo lavoro aiutano a comprendere come mai l’archeologia italiana abbia trovato in lui un punto di riferimento fondamentale nel momento in cui avviava quella rivoluzione stratigrafica che oggi possiamo considerare acquisita, almeno mentalmente, nella immagine professionale dell’archeologo. Nel frattempo, la grande quantità di studi che ha investito la storia dell’archeologia italiana e la figura di Boni in particolare, ne hanno ridimensionato alcuni aspetti e messo meglio a fuoco la sua partecipazione al clima culturale complessivo dell’inizio del XX secolo, con le sue ombre e le sue luci. Una generazione dopo la riscoperta di Boni, la sua figura liberata di alcuni stereotipi non perde nulla della sua centralità e la sua lezione a tutto campo resta valida, nel momento in cui si prende maggiore coscienza della importanza di un approccio multidisciplinare ai contesti storico-archeologici, che Boni nella sua dimensione di architetto prestato all’archeologia, di lettore dei testi classici aperto alle scienze naturali, di tecnico d’avanguardia attratto dal fascino della valorizzazione dei ruderi coltivò con risultati che ancora oggi invitano alla riflessione ed alla ammirazione”. A Manacorda seguono Patrizia Fortini (Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma) su “Gli scavi al Comitium-Lapis Niger. Documentazione storica a confronto con i dati delle nuove indagini”; Carmine Ampolo (Scuola Normale Superiore) su “Il Comitium e il lapis niger : modalità dello scavo e discussioni dell’epoca”; Albert Ammerman (Colgate University) su “Boni’s Work and Ideas on the Origins of the Forum in Rome”. Dopo la pausa pranzo, si riprende alle 14.30 con Carmine Ampolo moderatore. Primi a intervenire sono Federico Guidobaldi (Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana) e Andrea Paribeni (Università di Urbino) su “L’archivio Boni-Tea dell’Istituto Lombardo: dalla scoperta all’edizione”; seguono Christopher Smith (British School at Rome) su “Boni and British scholarship”. Quindi la tavola rotonda conclusiva coordinata da Carmine Ampolo.
Gli archeologi dell’università di Bologna dopo oltre 80 anni tornano a scavare in Albania nell’antica Butrinto, centro ellenistico e colonia romana dell’Epiro che sorge a pochi chilometri dal confine con la Grecia
Secondo Virgilio venne fondata dal profeta troiano Eleno, figlio del re Priamo, che dopo la caduta di Troia sposò Andromaca e si spostò a occidente. Lo storico Dionigi di Alicarnasso ricorda invece che lo stesso Enea visitò la città dopo che anche lui era fuggito dalla distruzione di Troia. Parliamo dell’antica città di Butrinto, centro ellenistico e romano a pochi chilometri dal confine con la Grecia in quella regione che in antico si chiamava Epiro e oggi appartiene all’Albania. È qui che da settembre scaveranno gli archeologi italiani dell’università di Bologna: il Consiglio Nazionale di Archeologia del Ministero della Cultura della Repubblica di Albania ha infatti approvato il progetto dell’ateneo felsineo per lo studio e lo scavo di un importante edificio sacro della città ellenistica e romana di Butrinto. Qui aveva condotto ricerche importanti e molto fruttuose, fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, un altro “bolognese”: Luigi Ugolini, laureato in Archeologia proprio a Bologna nel 1921. Poi la seconda guerra mondiale pose fine a quei lavori, ripresi successivamente da archeologi albanesi, inglesi e americani.

Il sito archeologico di Butrinto posto in posizione strategica nel braccio di mare dell’isola di Corfù
Butrinto in origine era una città dell’Epiro, con contatti con la colonia greca di Corfù e le tribù dell’Illiria a nord. I resti archeologici più antichi datano ad un periodo compreso fra il X e l’VIII secolo a.C. Dal IV secolo a.C. crebbe in importanza: di questo periodo sono un teatro, un tempio ad Asclepio ed un’agorà. Nel 228 a.C. Butrinto divenne protettorato romano insieme a Corfù, e successivamente divenne parte della provincia dell’Illyricum. Nel 44 a.C. Cesare designò Butrinto come colonia per ricompensare i soldati che avevano combattuto per lui contro Pompeo, tuttavia il proprietario terriero locale Tito Pomponio Attico si oppose al suo corrispondente Cicerone, che stava agendo nel Senato romano, contro il piano. Come risultato, pochi coloni si spostarono a Butrinto. Nel 31 a.C. L’imperatore Augusto, fresco vincitore della Battaglia di Azio contro Marco Antonio e Cleopatra, rimise in vigore il piano per fare di Butrinto una colonia di veterani. I nuovi residenti espansero la città e, fra l’altro, costruirono un acquedotto, le terme, un foro e un ninfeo. Nel III secolo d.C. gran parte della città venne distrutta da un terremoto, che rase al suolo parecchi edifici del foro e dei dintorni. Gli scavi archeologici hanno rivelato che la città era già in declino e stava diventando un centro manifatturiero, anche se la città sopravvisse comunque e divenne un porto molto importante. All’inizio del VI secolo Butrinto divenne un vescovato e vennero costruiti nuovi edifici come il battistero (uno dei più grandi dell’epoca paleocristiana) e la basilica. L’imperatore Giustiniano rafforzò le mura della città, che però venne saccheggiata nel 550 dagli Ostrogoti guidati dal re Totila. Gli scavi evidenziano che le importazioni di beni dal Vicino Oriente continuarono fino agli inizi del VII secolo, quando i Bizantini persero il controllo della zona. Butrinto segue così la stessa sorte di gran parte delle città balcaniche dell’epoca, dove la fine del VI e l’inizio del VII secolo sono uno spartiacque fra l’età romana e il medioevo.
I primi scavi archeologici cominciarono nel 1928 quando il governo fascista di Mussolini mandò una spedizione verso Butrinto. Gli scopi oltre che scientifici avevano anche ragioni geopolitiche, puntando ad estendere l’egemonia italiana nella zona. La spedizione era condotta da un archeologo italiano, Luigi Maria Ugolini, che fece un ottimo lavoro. Ugolini morì nel 1936, ma gli scavi continuarono fino al 1943, quando furono fermati dalla seconda guerra mondiale. Vennero riportate alla luce la città romana e la città ellenistica, comprese la porta dei leoni e le porte scee, chiamate così da Ugolini in ricordo delle famose porte di Troia nominate nell’Iliade di Omero. Dopo che il governo comunista di Enver Hoxha prese il potere nel 1944, le missioni archeologiche straniere vennero bandite. Il lavoro venne proseguito da archeologi albanesi, fra i quali Hasan Ceka. Negli anni Settanta l’Istituto Albanese di Archeologia intraprese una campagna di scavi su larga scala. A partire dal 1993 un’equipe di archeologi inglesi, guidati dal prof. Richard Hodges (University of East Anglia, Penn Museum) ha ripreso le ricerche archeologiche all’interno della città di Butrinto e nel vicino suburbio di Vrina. Gli scavi hanno riportato alla luce i resti del Triconch Palace, l’area capitolina e forense, una torre tardoantica riusata nel periodo altomedievale come residenza, numerosi cimiteri urbani tra cui si segnala quello presso il pozzo di Junia Rufina, assieme a numerose altre strutture. Le indagini presso la pianura di Vrina hanno dimostrato l’esistenza di una colonia romana databile ad età augustea, attraversata da un imponente acquedotto che riforniva la città.
Gli archeologi della Sezione di Archeologia del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Alma Mater, in continuità ideale con quelle passate ricerche, tornano dunque in questo sito importante e bellissimo, visitato da decine di migliaia di turisti ogni anno, soprattutto meta delle visite dei passeggeri delle molte crociere in navigazione nel mar Ionio che approdano all’isola di Corfù. La missione dell’Alma Mater è diretta da Sandro De Maria, ordinario di Archeologia Classica al Dipartimento di Storia Culture Civiltà, che da quindici anni lavora con i suoi collaboratori in un altro importante sito archeologico albanese: Phoinike (Fenice), città sorta nel IV secolo a.C. e abbandonata al tempo della conquista turca dell’Albania, nella prima metà del XVI secolo. I risultati ottenuti con le ricerche di Phoinike sono stati numerosi e importanti: scavi all’agorà della città ellenistica, al teatro antico, in quartieri di case ellenistiche e romane, nella basilica paleocristiana, nelle necropoli, nei siti minori del territorio. Grazie a questi lunghi anni di intenso lavoro il progetto dell’Alma Mater, che ha come partner l’Istituto Archeologico Albanese di Tirana, si estende ora alla vicina Butrinto, centro santuariale importantissimo in età ellenistica (destinato al culto di Asklepios/Esculapio) e colonia romana dell’età di Augusto.
La nuova zona archeologica a Butrinto sarà oggetto di un progetto di studio e recupero di un’area sacra che sorge al di sopra del teatro, fino ad oggi mai indagata a fondo. Le attività si estenderanno poi a progetti di ricerca, scavo e valorizzazione di più ampio respiro. Gli scavi a Butrinto partiranno il prossimo settembre, in contemporanea con quelli di Phoinike, dove nel corso degli anni sono già passati diverse centinaia di studenti dell’Alma Mater, assieme a loro colleghi albanesi e di altre nazionalità europee, in un progetto di ricerca e formazione specialistica che fin dall’inizio ha goduto del sostegno del Ministero degli Affari Esteri Italiano, nell’ambito delle Missioni Archeologiche Italiane all’estero. Proprio il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, con la Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, assicura il sostegno finanziario alla campagna di scavo, a cui si aggiunge il contributo dell’Università di Bologna e del suo Campus di Ravenna, che agevola la partecipazione degli studenti iscritti ai corsi legati alla conservazione dei beni culturali.









































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