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Ultime scoperte delle missioni archeologiche italiane all’estero. Al museo Classis Ravenna per “Classe al chiaro di luna” protagonista Giuseppe Lepore con “Gli italiani in Albania. La missione archeologica di Phoinike da Lugi Maria Ugolini ad oggi”

La collina di Phoinike dove opera la missione archeologica italiana in Albania (foto UniBo)

La prima missione archeologica italiana in Albania apre nella città di Phoinike nel 1926 sotto la guida del bertinorese Luigi Maria Ugolini. Dopo due anni la missione Italiana si trasferisce a Butrinto, luogo simbolo della retorica del regime di quegli anni, in quanto collegato con l’epopea di Enea e dunque con la nascita di Roma. Con l’inizio del terzo millennio gli archeologi italiani sono tornati in queste antiche città, che finalmente tornano a rivivere, consentendoci di gettare nuova luce sul problema della nascita e della diffusione del fenomeno urbano nelle zone “periferiche” del mondo greco, come è appunto l’Epiro, collocabile proprio al confine tra Grecia e Albania. Dal 2000 sono infatti in corso nel Sud dell’Albania (antica Caonia, Epiro settentrionale) ricerche, scavi e programmi di tutela e valorizzazione nella città di Phoinike, le cui fasi coprono un arco temporale almeno dal IV sec. a.C. al XVI d.C. Le attività di scavo si sono concentrate nella zona dell’agorà e della basilica paleocristiana, nel teatro (precedentemente del tutto sconosciuto), in due distinte zone occupate da quartieri di case ellenistiche, nelle necropoli. La città antica si sviluppava in altura e sul pendio della collina, con costruzioni scenograficamente disposte a terrazze sovrapposte. Le necropoli hanno restituito importanti contesti funerari di età ellenistica (IV-I sec. a.C.) e romana (I-III sec. d.C.). Un vasto programma di ricognizioni e scavi è stato dedicato al territorio della città, fittamente popolato da agglomerati minori e ville fortificate di età ellenistica. La direzione delle ricerche, in collaborazione con l’Istituto Archeologico Albanese di Tirana, è fin dall’inizio affidata al prof. Sandro De Maria dell’università di Bologna.

Il manifesto delle manifestazioni “Classis al chiaro di luna”

L’archeologo Giuseppe Lepore

Mercoledì 10 luglio 2019, al museo Classis Ravenna, alle 21, per gli eventi di “Classe al Chiaro di Luna”, secondo appuntamento con il ciclo “Missioni archeologiche all’estero: le ultime scoperte”. Protagonista il professor Giuseppe Lepore, dell’università di Bologna, che racconterà “Gli italiani in Albania. La missione archeologica di Phoinike da Lugi Maria Ugolini ad oggi”. Partecipazione gratuita.

Interventi conservativi nel sito archeologico di Phoinike in Albania (foto UniBo)

Il teatro antico di Phoinike in Albania (foto UniBo)

Phoinike si trova a circa 8 km all’interno della città moderna di Saranda, posta sulla costa ionica meridionale dell’Albania, a circa 20 km dal confine con la Grecia. Il territorio, appartenente all’antica Caonia e in età ellenistica parte del regno d’Epiro, è ricco di emergenze storiche, dall’antichità classica a quella bizantina, in un paesaggio ancora intatto e caratterizzato, poco più a sud, dal lago interno di Vivari, sul quale sorgeva l’antica Butrinto. Le numerose testimonianze delle fonti antiche (Polibio, Strabone, Livio, Tolomeo, e poi Procopio e Ierocle) indicano la particolare ricchezza della città soprattutto in età ellenistica, fra III e II sec. a.C., quando è noto il suo primato nella lega epirota. Sostanzialmente in buoni rapporti con la Repubblica romana (probabilmente non partecipò all’appoggio dato da alcune città della regione a Filippo V di Macedonia al tempo dello scontro con Roma), Phoinike vide nel 205 a.C. sottoscrivere entro le sue mura il trattato che pose fine alla Prima Guerra Macedonica, noto appunto come “Pace di Fenice”. La sua prosperità dovette continuare nell’età imperiale, per la quale la documentazione archeologica in questi primi due anni di lavoro è stata notevolmente accresciuta. Con l’età bizantina la città continuò la sua vita per circa dieci secoli, con un interesse particolare, documentato da Procopio, da parte di Giustiniano, che vi promosse interventi urbanistici. La dominazione turca, per la quale Ugolini rinvenne tracce archeologiche di una conquista violenta, pose fine all’antica storia della città, relegata in seguito a un modesto villaggio alle falde della collina dell’acropoli, Finiq, tuttora esistente.

Foto di gruppo della missione acheologica italiana in Albania all’inizio del Novecento (foto UniBo)

I risultati delle ricerche di Luigi Ugolini furono prontamente affidati a una corposa monografia edita nel 1932, che ancora costituisce un’opera di grande importanza per l’archeologia della città. La poderosa cinta muraria, a cui si interessò a fondo Ugolini e la cui cronologia venne allora fissata, nelle sue varie fasi, fra V e II sec. a.C., è certamente ancora da indagare per definirne estensione e periodi, come hanno indicato anche più recenti studi di archeologi albanesi. Le mura circondano la sommità e parte delle falde di una lunga e stretta collina che si innalza di 272 m sulla pianura circostante e ha una lunghezza alla base di circa 3 km, per una larghezza, sempre alla base, di 600 m circa. La città romana e bizantina si estende anche nelle parti più basse del monte, dove poi sorse il villaggio moderno. Ugolini e poi scavi più recenti (dal 2000) hanno identificato le necropoli greche e romane, alle falde del monte; qui le ricerche sono state intensificate, anche perché purtroppo l’area è soggetta a devastanti scavi clandestini (che hanno riguardato anche qualche punto dell’acropoli).

Novità a “Classe al chiaro di luna 2019”: al mercoledì, al museo Classis, le ultime scoperte delle missioni archeologiche all’estero dell’università di Bologna. Si inizia con l’Uzbekistan: Samarcanda e la via della Seta

Il manifesto delle manifestazioni “Classis al chiaro di luna”

L’archeologo Simone Mantellini

È la novità 2019 della rassegna “Classe al chiaro di luna”: sono le conferenze a tema a cura dei professori dell’università di Bologna che, nelle sere del mercoledì, dal 3 al 31 luglio 2019, alle 21, nella sala conferenze del museo Classis, illustreranno le ultime scoperte delle missioni archeologiche all’estero. Si inizia appunto mercoledì 3 luglio con Simone Mantellini che illustra “Samarcanda e la via della Seta nelle ricerche dell’Università degli studi di Bologna”. Si proseguirà con Albania, Egitto, Turchia e Iraq. L’iniziativa, organizzata in collaborazione con l’Ordine della Casa Matha, è ad ingresso libero. Tutte le conferenze, alle 20.15, sono precedute da una visita guidata al museo Classis Ravenna. Tariffa: 5 euro per l’ingresso e la visita guidata (info 0544473717).

Una suggestiva immagine di Samarcanda con i suoi famosi monumenti di età Timuride

Il nome Samarcanda – si legge sul sito dell’università di Bologna – è forse uno dei più evocativi di tutto l’Oriente, tanto grande è stata in Occidente la fama di questa città nei secoli scorsi. Alla base di questo glorioso passato sono senza dubbio gli splendidi monumenti dell’età Timuride, che ancora oggi, pur se pesantemente restaurati, stupiscono per lo splendore dell’architettura e delle sue decorazioni, e rappresentano la principale attrazione dei turisti provenienti da tutto il mondo. Poco, o nulla, si sa invece della Maracanda di Alessandro Magno, una delle città più importanti e più affascinanti dell’intera Asia Centrale, meglio conosciuta come Afrasiab dal nome del famoso eroe dell’epos iranico, e che oggi si presenta come un’enorme distesa di argilla cruda di oltre 200 ha a Nord-Est dell’attuale centro urbano. Questo luogo è stato per secoli il cuore pulsante degli scambi commerciali tra Oriente ed Occidente, sopravvivendo alla conquista araba dell’VIII secolo ma non a quella, ben più devastante, delle truppe mongole di Gengis Khan nel 1220.

Lo scavo archeologico della missione italo-uzbeka a Samarcanda (foto Unibo)

Uzbekista, missione a Samarcanda: elaborazioni digitali della necropoli a tumuli di Boyssartepa (I sec. a.C. – I sec. d.C.) con il muro perimetrale del villaggio ellenistico (foto Unibo)

La possibilità di conoscere più a fondo il passato di Samarcanda è aumentata notevolmente nell’ultimo decennio grazie alle ricerche avviate dall’università di Bologna e dall’IsIAO di Roma in collaborazione con l’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze dell’Uzbekistan. Partendo dal concetto che non esiste una città senza il proprio territorio, l’obiettivo principale del progetto è quello di studiare la storia di Samarcanda attraverso le molteplici relazioni che legano il grande centro economico, politico e militare con il suo entroterra. Famosa fin dall’antichità come crocevia dei commerci tra l’Asia e il Mediterraneo, la reale ricchezza di Samarcanda era, ed è tuttora, l’agricoltura: le condizioni climatiche continentali, l’abbondanza di acqua e il suolo fertile rendono infatti quest’area una delle più produttive dell’Asia Centrale e di tutto il mondo antico. Lo sviluppo dell’agricoltura nelle pianure alluvionali lungo il medio corso dello Zeravshan e l’allevamento nella steppa circostante creano una base economica e sociale che ha nei bazar della città e dei villaggi sparsi nel territorio il comune denominatore e punto d’incontro tra il mondo degli agricoltori sedentari della pianura e quello dei nomadi allevatori della steppa. Grazie all’impiego delle moderne tecnologie e all’approccio multidisciplinare che agli archeologi affianca altri specialisti quali geologi, agronomi, ingegneri e storici, è ora possibile comprendere meglio le dinamiche insediamentali e le trasformazioni avvenute nel corso dei secoli nell’oasi di Samarcanda. Le ricerche sono state condotte su due distinti livelli. Da una parte, le ricognizioni territoriali finalizzate allo studio dell’interazione storica tra uomo e ambiente; dall’altra, lo studio dettagliato di alcuni siti-chiave, peculiari per posizione geografica e/o pertinenza storico-culturale.

Uzbekistan, missione a Samarcanda: i resti dell’archivio amministrativo altomedievale (V-VIII sec. d.C.) di Kafir Kala (foto Unibo)

Nel corso delle indagini sono stati censiti oltre mille siti archeologi, la maggior parte dei quali databili ai periodi Kushana (II secolo a.C. – II secolo d.C.) e Sogdiano-Altomedievale (V-VIII secolo d.C.). L’incredibile sviluppo che caratterizza l’oasi di Samarcanda in questo periodo è spiegabile non solo con i fruttuosi commerci lungo la Via della Seta ma, soprattutto, con l’intenso sfruttamento agricolo di questo territorio, reso possibile da una fitta rete di canali per l’irrigazione e da una serie di opere idrauliche che hanno permesso di convertire la steppa in un’area dall’elevato potenziale agricolo. Nella parte meridionale dell’oasi, il sistema era basato sul Dargom, un canale di oltre 100 km che le recenti indagini geologiche, combinate allo studio dei principali insediamenti distribuiti lungo il canale stesso, attribuiscono proprio al periodo Kushana, facendo supporre che, già intorno al I secolo a.C., gran parte dell’entroterra di Samarcanda fosse coltivato in maniera estensiva e con diverse colture, da quelle cerealicole (pianura) a quelle frutticole (pedemontana) e orticole (in prossimità delle abitazioni e dei villaggi). La maggior parte delle scoperte si riferiscono alla storia del popolamento agricolo del territorio, che ha lasciato tracce sia negli insediamenti in argilla cruda (altresì noti come tepa) sopraelevati rispetto al naturale piano di campagna, sia nella rete di canali che, ancora oggi dopo oltre 2000 anni, garantiscono l’approvvigionamento idrico della città e del suo territorio. Lo stesso non si può dire per le testimonianze degli allevatori delle steppe. Caratterizzati da uno stile di vita semi-nomadico e dall’impiego di materiale altamente deperibile (come il legno e i tessuti per la costruzione delle yurte), archeologicamente le tracce degli allevatori sono riscontrabili solo nelle sepolture a tumulo (kurgan) che occupano l’intera fascia pedemontana del massiccio del Karatyube, in posizioni strategiche per controllare e marcare le zone di pascolo nella steppa sottostante.

Ipotesi di tracciato della Via della Seta (fonte Esploranda)

In base alla localizzazione dei siti e alla divisione cronologica degli stessi, è possibile ipotizzare che vi fossero due principali rotte locali della Via della Seta che collegavano il medio Zeravshan con la valle del Kashkadarya a sud. La prima, probabilmente già attiva in epoca Achemenide (VI-IV secolo a.C.), era più lunga perché aggirava il massiccio del Karatyube e percorreva quella che ora è la steppa a sud di Samarcanda, passando da centri come Jam, Sazagan e Koytepa. La seconda, di epoca Altomedievale, era più diretta ma anche più difficoltosa perché attraversava il Karatyube dal passo di Amankutan (1800 m slm) e giungeva a Samarcanda dopo aver attraversato il Dargom all’altezza di Kafir Kala.

Giornate europee dell’archeologia 2019. Al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto tre giorni di attività e incontri per guidare adulti e bambini alla scoperta della storia e dell’archeologia di Kainua

Il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” e l’area archeologica di Marzabotto ospita le Giornate europee dell’archeologia

Appuntamento a Marzabotto il 14, 15 e 16 giugno 2019 al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” e all’area archeologica di Kainua per le Giornate europee dell’archeologia, nate in Francia nel 2010 con l’obiettivo di avvicinare il pubblico al patrimonio archeologico e ai professionisti che lavorano per tutelarlo e valorizzarlo. Quest’anno la manifestazione, giunta alla decima edizione, si terrà per la prima volta in tutta Europa. Il Polo Museale dell’Emilia Romagna organizza attività e incontri per guidare adulti e bambini alla scoperta della storia e dell’archeologia di Kainua. Ecco il programma.

Elisabetta Govi dell’università di Bologna

Andrea Gaucci dell’università di Bologna

Venerdì 14 giugno 2019, dalle 16 alle 18: “In cantiere! Visita agli scavi del santuario urbano”, con Elisabetta Govi e Andrea Gaucci, entrambi dell’università di Bologna. Si rinnova l’appuntamento con l’archeologia dal vivo! L’università apre le porte del proprio cantiere per illustrare le tecniche dello scavo archeologico, tra consolidate certezze e nuove tecnologie. La visita sarà preceduta da una presentazione in occasione della quale saranno presentate le recenti scoperte nel santuario urbano, tra cui una rara sepoltura di bambino.

Carlotta Trevisanello del museo “Pompeo Aria” di Marzabotto

Anna Serra dell’università di Bologna

Sabato 15 giugno 2019, dalle 16 alle 18: “Dal tornio al museo: laboratori di ceramica antica per adulti e bambini”, con Carlotta Trevisanello del museo di Marzabotto e Anna Serra dell’università di Bologna. Cavare l’argilla, farla decantare, tornire, cuocere, decorare: quanto lavoro per produrre un piccolo oggetto in terracotta! Sai distinguere un vaso per bere da uno per cucinare? Sei in grado di riconoscerne la forma a partire da un frammento? Gli archeologi ci guidano alla scoperta della ceramica antica di Kainua. I partecipanti potranno toccare con mano cocci e coccetti che tanto appassionano gli studiosi!

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Domenica 16 giugno 2019, dalle 16 alle 18: “Marzabotto 1889: alle origini dell’archeologia di Kainua”, con Giuseppe Mantovani del Gruppo Archeologico Bolognese. L’epopea degli scavi ottocenteschi promossi dai Conti Aria e diretti da celebri accademici quali Giovanni Gozzadini ed Edoardo Brizio rivive in una gustosa pièce teatrale presentata dalla compagnia “Cantine Teatrali Babele”. Lo spettacolo sarà proiettato nell’aula “Sergio Sani”, seguirà un tour dell’area archeologica alla scoperta degli interventi ottocenteschi.

Com’era organizzata una mansio romana? Come ci si viveva? La risposta dall’eccezionale scoperta a Castelfranco Emilia nella mostra “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia”

Lo scavo nel 2017 della mansio lungo la via Emilia a Castelfranco Emilia , la romana Forum Gallorum (foto Sabap-Bo)

Il museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” di Castelfranco Emilia

La recente scoperta di una mansio romana lungo la via Emilia, a Castelfranco Emilia in direzione Modena, con diverse fasi strutturali a partire dall’epoca repubblicana e molti reperti di inestimabile valore storico ha fornito l’occasione per riscoprire il territorio castelfranchese anticamente posto fra le colonie di Mutina e Bononia e riqualificare alcuni servizi offerti dal museo civico Archeologico “A.C. Simonini”. A questa importante scoperta è dedicata la mostra curata da Sara Campagnari, Francesca Foroni e Diana Neri “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia”, aperta fino al 10 giugno 2019 al museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/24/una-sosta-lungo-la-via-emilia-tra-selve-e-paludi-apre-a-castelfranco-emilia-la-mostra-sulla-mansio-di-forum-gallorum-eccezionale-recente-scoperta-lungo-la-via-emilia-rimasta-in-vita-per/). La mostra è promossa da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dal Comune di Castelfranco Emilia in collaborazione con università di Bologna, università di Modena e Reggio Emilia, IBC Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e associazione culturale museale Forum Gallorum. Il catalogo scientifico “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia” a cura di Sara Campagnari, Francesca Foroni e Diana Neri contiene la pubblicazione integrale dello scavo e del materiale rinvenuto. L’importante ritrovamento è avvenuto nell’estate 2017 quando gli scavi effettuati dalla soprintendenza nell’ambito delle procedure di verifica preventiva dell’interesse archeologico in due lotti adiacenti situati alla periferia ovest di Castelfranco Emilia hanno intercettato un edificio affacciato sul tracciato dell’attuale via Emilia (all’intersezione con via Valletta), sostanzialmente coincidente con quello di epoca romana, e le infrastrutture ad esso correlate (canali e condotta in laterizi). Il prosieguo degli scavi, terminati nel dicembre 2018, ha evidenziato l’ampia planimetria di questo edificio che raggiunge la massima espansione nella seconda metà del I sec. d.C. (più di mille metri quadrati) e che per l’articolazione degli ambienti, la relazione con la consolare, le opere di drenaggio e la datazione è stata identificata con un’antica stazione di sosta, una mansio. Lo scopo della mostra e degli studi correlati è di fornire una base documentaria che possa costituire un utile spunto di riflessione nel quadro per certi versi ancora lacunoso degli studi sulle strutture di epoca romana a servizio della viabilità. A tale scopo sono particolarmente significativi i confronti con le antefisse da santuario e le lucerne recuperate nella Mutatio Ponte Secies di Cittanova e la testina di celta in terracotta proveniente dalla probabile mansio dell’area del Compito a San Giovanni sul Rubicone. La mostra archeologica espone nelle tre sale di Palazzo Piella 163 reperti che affiancano la collezione permanente del Museo “A.C. Simonini”. Accanto alla tradizionale esposizione del museo, grazie alle tecnologie multimediali, si è voluto promuovere ulteriormente la conoscenza del patrimonio e delle risorse potenzialmente correlate.

La posizione della mansio di Castelfranco Emilia lungo la Via Emilia (foto Sabap-bo)

L’edificio rimase in vita per circa sei secoli, dall’inizio del II sec .a.C. al V sec. d.C., e venne rifatto in media ogni cento anni senza mutare nella sostanza la configurazione degli ambienti. “La pianta rimase essenzialmente rettangolare e centripeta”, spiegano gli archeologi della soprintendenza, “e la conservazione delle partizioni interne, corrispondenti alle diverse destinazioni d’uso, testimonia il perfetto adeguamento dell’edificio alle esigenze che avevano portato alla sua costruzione. Quello che invece cambia costantemente è la configurazione e la posizione delle infrastrutture poste tra l’edificio e la via Emilia, che vengono spostate, allargate e strutturate diversamente pur continuando a mantenere la funzione di drenaggio della carreggiata. La peculiare posizione dell’edificio, a stretto contatto con la consolare e a circa 2,5 km dal fiume Panaro, e la specifica organizzazione degli ambienti – piccole stanze per il riposo disposte attorno a uno spazio aperto, con aree di servizio e alloggiamenti per gli animali – richiamano immediatamente, seppure con importanti differenze, il complesso della mutatio ponte Secies individuato a ovest di Mutina, a Cittanova (del cui studio da parte di Donato Labate si dà conto nel catalogo scientifico della mostra), e ne propongono l’identificazione in una mansio, edificata probabilmente in contemporanea con il primo impianto della via Emilia di Lepido. L’edificio è ubicato al di fuori o ai margini occidentali dell’abitato di Forum Gallorum, a poca distanza dall’area di necropoli di Madonna degli Angeli, e come confermano le fonti – disponibili dall’età imperiale – le stazioni di sosta relative alla vehiculatio, il servizio di trasporto statale, si trovavano sempre in posizione extraurbana e adiacente la strada. A differenza di quanto riscontrato per la mutatio di Cittanova e numerosi altri luoghi di sosta correlati al cursus publicus, la mansio di Forum Gallorum non presenta una relazione diretta con aree destinate al culto, né all’interno dell’edificio né in zone limitrofe. Va però ricordata a non troppa distanza la testimonianza certa di aree di culto in relazione ai fontanili a sud della via Emilia presenti nell’area di Prato dei Monti, a est dell’attuale centro abitato, e la suggestiva presenza a sud-ovest della mansio di un’area di risorgive, i fontanili di Sant’Anna. Quello che appare certo è che, fin dalle fasi di età repubblicana, questo tratto di via Emilia sia stato oggetto di un’attenzione particolare per quanto riguardava il drenaggio delle acque che scorrevano in abbondanza nel territorio, come attesta il grande canale della larghezza di oltre 4 metri realizzato nella fase di primo impianto del II sec. a.C.”.

Dettaglio della Tabula Peuntingeriana con la via Emilia e il vicus di Forum Gallorum

“Un altro dato interessante – continuano gli archeologi – riguarda il tenore di vita degli abitanti della mansio e degli ospiti temporanei che, a dispetto dell’apparente semplicità delle strutture rinvenute, doveva essere di tutto rispetto, come attesta in particolare la qualità della suppellettile da mensa che annovera, oltre alle numerose classi ceramiche attestate, una buona quantità di vasellame in vetro, particolarmente concentrato tra l’età augustea e il II sec. d.C., e un raro esemplare coppa in ceramica invetriata. Ulteriore elemento a conferma della funzione di luogo di sosta bene inserito in un vivace contesto commerciale è il cospicuo quantitativo di anfore presenti sia nell’edificio che nel territorio di Forum Gallorum sin dalle prime fasi repubblicane. La presenza di una mansio a Forum Gallorum è sicuramente confermata dalla Tabula Peutingeriana che costituisce, con l’Anonimo Ravennate, la principale testimonianza dell’esistenza del vicus, posto in un importante snodo itinerario, la cui funzione permane evidentemente anche in epoca medievale”.

Lucerne fittili romane in mostra a Castelfranco Emilia

L’edificio romano. FASE 1. In un momento iniziale del II secolo a.C. viene impiantato un fabbricato di forma quadrangolare e dell’estensione di almeno 719 mq, separato dalla via Emilia tramite un ampio canale largo oltre 4 metri, a servizio della via Emilia. I corpi di fabbrica che lo compongono si affacciano su un cortile interno pavimentato in ciottoli. Il sito indagato si trova circa 400 metri a sud-est dell’abitato etrusco del Forte Urbano che alla metà del IV sec. a.C. risulta già destrutturato. Provengono da siti circostanti significative attestazioni di ceramica di tradizione non locale, attribuibile alla cultura ligure o celto-ligure, in molti casi in continuità con le fasi repubblicane, almeno per tutto il II sec. a.C. La prima opera di drenaggio, chiaramente riferibile al tracciato della via Emilia, è costituita da un ampio canale scavato a brevissima distanza dall’edificio, a nord della consolare. Sulla base dei materiali dei riempimenti è possibile ipotizzare una datazione del canale alla fase più antica della consolare, dunque all’epoca dei primi interventi dovuti a Marco Emilio Lepido.

La “tabula lusoria”, ricavata da un frammento di laterizio, trovata nello scavo della mansio di Castelfranco Emilia (foto Sabap-Bo)

L’edificio romano. FASE 2. Si datano dalla metà del I secolo a.C. il primo rifacimento dell’edificio, ora dell’estensione accertata di 833,60 mq, e la sostituzione del canale della via Emilia con una condotta in laterizio. Vengono mantenuti sostanzialmente immutati e sfruttati come fondazioni i perimetrali dei corpi di fabbrica precedenti, ad eccezione della parte settentrionale che vede l’inserimento di una nuova area cortiliva alla quale si collega un vano aperto verso l’esterno. “La migliore leggibilità della suddivisione in ambienti – spiegano gli esperti della soprintendenza – ci consente di avanzare alcune ipotesi verosimili sulla funzionalità delle diverse aree della mansio. Ad eccezione dei cortili, tutti gli ambienti presentano pavimentazioni in battuto, non sono stati rinvenuti elementi di rivestimento pavimentale e parietale, e gli alzati sembrano essere in materiale deperibile, telai lignei rivestiti in argilla cruda impostati su assi o travi. L’edificio era dunque connotato da una forte essenzialità degli ambienti, probabilmente motivata dalla spiccata vocazione essenzialmente logistica. La presenza di due vani scala, consente di ipotizzare almeno per un corpo di fabbrica la presenza di un piano soprelevato mentre attorno a un cortile doveva correre un ballatoio in legno. I vani posti sul retro, che si differenziano per le notevoli dimensioni e l’orientamento leggermente obliquo, avevano probabilmente funzione di servizio e, tenendo conto delle loro ampie dimensioni, se ne ipotizza un probabile utilizzo quali depositi o recinti coperti. La parte riservata alle attività quotidiane era costituita da un corpo di fabbrica organizzato in una serie di piccoli vani dove preparare i pasti: da qui provengono una notevole quantità di frammenti di vasellame da cucina e da mensa e in uno di questi è stato individuato un focolare in mattoni. Un vano di maggiori dimensioni sembra invece aver ospitato molteplici attività quotidiane, fra le quali sicuramente anche il consumo del cibo, come attestano i frammenti di lucerne, i pesi da telaio verticale e un quadrans in piombo per le attività di pesatura rinvenuti in questa zona. Forse questo ambiente, vicino alla cucina e dunque ben riscaldato, ospitava anche i momenti di svago di chi transitava nell’edificio: parrebbero indiziarlo il rinvenimento di due pedine da gioco e di una sorta di tabula lusoria ricavata da un frammento laterizio”.

Rilievo romano con un carro con passeggeri vicino a una mansio (foto Graziano Tavan)

Per le particolari dimensioni, gli ambienti del corpo di fabbrica occidentale sono compatibili con l‘identificazione in stanze per la notte, probabilmente riscaldate all’interno da bracieri dal momento che non sono state trovate tracce di punti di fuoco sui battuti pavimentali; la capacità ricettiva veniva raddoppiata dalla presenza di un piano superiore. Il corpo di fabbrica affacciato sulla via Emilia presenta ambienti ben distinti di cui uno, quello a ovest, più grande degli altri, era probabilmente un vano di servizio e dispensa (nella fase successiva saranno inserite nel pavimento due anfore). Qui è stata rinvenuta una porzione di mola manualis (macina manuale) e di un frammento di cote. Per gli altri cinque piccoli ambienti (sei nella fase successiva) caratterizzati da dimensioni modulari e ridotte, vista la loro collocazione sul fronte sud, è stata proposta un’identificazione in stalle per il ricovero temporaneo degli animali da trasporto che sostavano nella mansio. “Secondo le fonti latine, in particolare Catone, Varrone e Columella, le aree più adatte alla stabulazione dovevano essere orientate a sud ed essere ubicate in luoghi caldi e vicino alla cucina; inoltre, nel caso dell’equile (la stalla per i cavalli), era consigliabile la presenza di praesepia (cioè di recinzioni per tenere gli animali separati) oltre a una buona e costante pulizia delle stalle. Nel caso della mansio di Castelfranco l’incrocio dei dati materiali con queste indicazioni dalle fonti parrebbe avvalorare la possibile ubicazione dell’equile sul fronte sud. Per confermare ulteriormente questa ipotesi, si è proceduto con le analisi chimiche e faunistiche sui campioni di terreno prelevati dai battuti pavimentali degli ambienti ipoteticamente adibiti a stalle e – per confronto – dagli altri vani dell’edificio, nonché dalle immediate adiacenze della mansio; in particolare, si sono cercati accumuli di fosforo indicativi della presenza continuativa di animali e di esseri umani. La notevole concentrazione di fosfati rilevata in tutti i campioni è compatibile con la presenza generica di aree di stabulazione e con la presenza di equini riscontrata nello studio dei resti faunistici”.

Il tracciato della via Emilia, strada consolare romana, da Ariminum a Placentia

L’edificio romano. FASE 3. In questa fase, che inizia con la seconda metà del I sec. d.C., l’edificio raggiunge la massima estensione (mq 1076,70), mediante l’aggiunta a Est di un cortile recintato e di un nuovo corpo di fabbrica tripartito, sporgente verso un ampio spiazzo inghiaiato realizzato dopo la defunzionalizzazione e il tombamento della condotta in laterizio. Più a Sud viene aperto un nuovo canale a servizio della via Emilia. FASI 4a e 4b. Dopo la metà del II sec. d.C. intervengono solo alcune modeste ma significative variazioni alla struttura, come un vano adibito a un’imprecisata funzione produttiva e piccoli interventi di manutenzione che paiono indicare una mutata attenzione nei confronti dell’edificio; in ogni caso, a partire dal V secolo, il complesso è già in disuso e oggetto di uno smantellamento sistematico che si conclude al massimo entro la prima metà del VI secolo.

Il complesso abbaziale benedettino di Nonantola

La rioccupazione tardo medievale. In un momento non precisabile dell’età medievale il sito viene nuovamente occupato in maniera stabile. Le poche evidenze archeologiche individuate restituiscono le forme di un edificio di dimensioni più ridotte rispetto all’età romana (almeno mq 125,21), parallelo alla via Emilia di cui segue l’orientamento, con almeno due partizioni interne e a sud e un ampio ambiente interpretabile come portico. Rimangono certi lo stretto rapporto con la strada, della quale sono stati individuati lacerti del piano inghiaiato, e la presenza di un canale parallelo al ciglio nord della stessa. “Nonostante la parzialità delle tracce materiali -comunque sufficienti a definire la nuova struttura come dotata di un certo impegno strutturale e a collocarne la demolizione entro il XIV secolo- è possibile tentare alcune ipotesi relative alla sua funzionalità a partire da alcune considerazioni. La presenza dell’ampio vano porticato rivolto verso la via Emilia, unita alle ampie dimensioni dell’ambiente adiacente a Nord, fanno pensare a una funzione di accoglienza confrontabile con il non lontano ospitale di San Bartolomeo a Spilamberto, fondato entro il 1162 ed emanazione indiretta dell’abbazia di Nonantola lungo il tracciato della strada che collegava Nonantola con il Tirreno costeggiando la valle del Panaro. La strada fu voluta del re longobardo Astolfo per ripristinare le comunicazioni fra la Toscana e la pianura padana centrale e garantirne non solo un’adeguata attività di assistenza ai viaggiatori ma anche un efficace controllo su terre di recente conquista. L’edificio medievale individuato in via Valletta si colloca in prossimità di tale tracciato o nelle sue immediate vicinanze, lungo la Via Emilia e a poca distanza dal punto in cui il Torbido la attraversa, presenta caratteristiche planimetriche coerenti con quelle delle strutture ospitaliere e nasce sopra un edificio di età romana pensato per l’ospitalità. Perché non pensare che possa avere ereditato la funzionalità romana per portarla fino alle soglie dell’età moderna?”.

Il faraone eretico e la rivoluzione religiosa nell’Antico Egitto. Al museo Egizio di Torino incontro con l’egittologo Marco Zecchi su “Adorare Aten: il tema della gioia nei testi solari del regno di Akhenaten”

Rilievo proveniente da tell el-Amarna (Egitto) con la famiglia reale di Akhenaten e Nefertiti sotto la protezione dell’Aten

“Tu sorgi bello all’orizzonte del cielo / o Aten vivo, da cui nacque ogni vita / Quando ti levi all’orizzonte orientale / tutte le terre riempi della tua bellezza. / Tu sei bello, grande, splendente, eccelso in ogni paese; / i tuoi raggi abbracciano le terre / tenendole strette per il tuo amato figlio.
“Tu sei lontano ma i tuoi raggi sono sulla terra. / Tu sei davanti agli uomini, ma essi non vedono la tua via. / Quando vai in pace all’orizzonte occidentale, / la terra è nell’oscurità come morta. / allora gli uomini dormono nelle loro stanze, /le teste sono ammantate, un occhio non vede l’altro.
“(…) All’alba tu riappari all’orizzonte, / Con il tuo disco splendente di giorno. / Tu lanci i tuoi raggi scacciando le tenebre. / Le Due Terre sono in festa: / svegliate e levate sui due piedi”.
Comincia così il Grande Inno ad Aten, uno dei componimenti più citati negli studi di Egittologia, scoperto alla fine del secolo scorso in una delle tombe della necropoli di tell El-Amarna, la nuova capitale religiosa e politica fondata nel 1345 a.C. dal faraone “eretico” Amenofi IV (anche Amenhotep IV) poi Akhenaten. L’inno celebra un dio di luce, gioia, calore, amore per tutte le forme di vita e per tutti i popoli, compresi i tradizionali nemici dell’Egitto. In tutta la composizione non si trova una parola di odio, nessun accenno a premiazioni o punizioni.

La locandina dell’incontro con l’egittorlogo Marco Zecchi dell’università di Bologna al museo Egizio di Torino

L’egittologo Marzo Zecchi

Martedì 28 maggio 2019, alle 18, il museo Egizio di Torino ospiterà la conferenza “Adorare Aten: il tema della gioia nei testi solari del regno di Akhenaten”, tenuta da Marco Zecchi, professore associato di Egittologia all’università di Bologna.La conferenza, introdotta da Christian Greco, direttore del museo Egizio, è a ingresso libero in sala Conferenze fino a esaurimento posti. L’incontro si potrà seguire anche LIVE STREAMING sulla pagina Facebook del Museo. Marco Zecchi ha studiato all’Alma Mater Studiorum, università di Bologna, e il Department of Archaeology, Classics and Egyptology dell’università di Liverpool.

Particolare della statua del faraone eretico Akhenaten

Alla metà del XIV secolo a.C. l’Egitto fu sconvolto dalla salita al trono di Amenhotep IV, il quale, nel quinto anno di regno, cambiò il suo nome in Akhenaten, inaugurando una politica religiosa ed economica che apparve già ai suoi contemporanei come volutamente in contrasto con la oramai millenaria tradizione della civiltà egiziana. Votato esclusivamente al culto del dio sole Aten, il re concentrò il potere religioso ed economico nelle sue mani a scapito della potente classe sacerdotale. A causa delle sue idee, così in netta contrapposizione con la tradizione culturale del paese, alla sua morte Akhenaten fu estromesso dalla memoria storica dell’Egitto. Eppure, il suo regno costituisce uno dei periodi più complessi e originali della storia egiziana, dominato dalla figura di un sovrano unico nel suo genere, sempre in bilico tra l’essere ritenuto un idealista e primo monoteista della storia o un opportunista, che celò una rivoluzione politica in termini religiosi.

Forlimpopoli (Forlì-Cesena), al museo Archeologico incontro sul cibo dalla preistoria all’età moderna. Tutto il calendario delle “Conversazioni al Maf”. Ultimi giorni della mostra “uniCIBO, Storia di cibo dal Neolitico al Paleolitico”

Al museo Archeologico di Forlimpopoli (Forlì-Cesena) ciclo di incontri sul cibo dalla preistoria all’età moderna

Tutto quello che avreste voluto sapere sul cibo, dalla Preistoria al XIX secolo: dall’archeologia culinaria alla simbologia della preparazione, rituali e curiosità sull’uso e l’evoluzione del cibo, elemento di condivisione per eccellenza. È l’obiettivo del ciclo di incontri “Conversazioni al MAF”, a cura di Silvia Bartoli e Mirko Traversari, dedicati ai temi del cibo e dell’alimentazione nel mondo antico con l’intento di offrire diversi punti di vista e nuovi spunti di riflessione. Primo appuntamento al museo Archeologico “Tobia Aldini” di Forlimpopoli (Forlì-Cesena) venerdì 10 maggio 2019, alle 20.15, con “Il cibo tra necessità, condivisione e ostentazione dalla Preistoria all’età moderna”, promossa dal MAF Museo Archeologico di Forlimpopoli, in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, in concomitanza con gli ultimi giorni della mostra “uniCIBO, Storia di cibo dal Neolitico al Paleolitico”, ospitata nelle sale del MAF fino al 19 maggio 2019.

Locandina della mostra “uniCIBO. Storia di cibo dal Neolitico al Paleolitico”

La mostra “uniCIBO, Storia di cibo dal Neolitico al Paleolitico”, a cura di Maria Giovanna Belcastro, Silvia Bartoli e Mirko Traversari, è stata promossa nell’ambito dell’Anno del Cibo italiano, sancito dal MIBAC nel 2018. L’esposizione illustra come si può ricostruire la dieta nelle popolazioni del passato attraverso l’esposizione di pezzi originali e di pannelli esplicativi, soffermandosi sui metodi e sui cambiamenti alimentari con particolare attenzione alle fasi di transizione. Quanto esposto è frutto delle attività di ricerca svolte in questo ambito dal Laboratorio di Bioarcheologia e osteologia forense dell’Università degli Studi di Bologna. “Mangiare è vitale, è conviviale, è buono, è bello”, spiegano i curatori. “Dalla necessità alla sublimazione – la storia dell’uomo e della sua alimentazione attraverso una documentazione insolita: ossa, denti, semi e piante. L’uomo circa 10.000 anni fa attua la più grande rivoluzione di tutti i tempi. Cambia radicalmente il suo rapporto con l’ambiente, con gli animali, con le piante, con i suoi simili, cambia radicalmente la sua visione del mondo. Tutti noi (o quasi) oggi siamo eredi di quei cambiamenti. Da lì siamo partiti per arrivare oggi alle nuove transizioni tecnologiche. Ci sono cibi antichi e cibi moderni, cibi consueti e cibi insoliti, cibi consentiti e cibi proibiti, cibi sani e cibi dannosi alla salute, cibi semplici e cibi trasformati, ma tutti ricavati da piante, semi, radici, tuberi, terra, piccoli e grandi animali, uomini!….anche uomini. L’antropofagia ha attraversato tutta la storia dell’uomo per fame, per odio, per amore, per caso, per celebrare momenti speciali e importanti…”.

L’archeologa Cinzia Cavallari

Venerdì 10 maggio 2019, al Maf, l’archeologa Cinzia Cavallari e la storica dell’arte Anna Stanzani, entrambe funzionarie della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, propongono un percorso per immagini commentate sul tema dell’alimentazione e della “liturgia” dei pasti. Nel corso della Preistoria, da un’economia basata sulla caccia e la raccolta dei frutti spontanei si passa, a seguito della scoperta dell’agricoltura e dell’allevamento, a un cambiamento radicale: di fatto il focolare domestico diventa simbolo di famiglia e di comunità. L’alimentazione accompagna la storia dell’uomo in tutte le sue sfaccettature, tra necessità di sostentamento a strumento di ostentazione di stato sociale. Pasti frugali, banchetti sontuosi in età romana e medievale, mutazioni del gusto, mode, sfruttamento delle risorse naturali, cucine, vasellame da mensa e contenitori per la cottura e la conservazione dei cibi costituiranno un’originale chiave di lettura per comprendere l’evoluzione delle società antiche, medievali e post-medievali. Per l’età moderna, si aprirà una finestra particolare: quali sono i cibi e le suppellettili messi in tavola dai pittori? E quali sono le occasioni principali per rappresentare il cibo e i temi conviviali? Banchetti sacri e profani, cucine e osterie, nature morte e mercati saranno il filo conduttore di un viaggio nella civiltà della tavola.

La locandina del ciclo di incontri “Conversazioni al Maf”

Il ciclo “Conversazioni al Maf” continua fino al 24 maggio 2019. Prossimi incontri: venerdì 17 maggio, alle 20.30, con Massimo Montanari, storico, università di Bologna, presidente Comitato scientifico Casa Artusi, su “Crudo, cotto, cucinato. Pratiche alimentari fra natura e cultura”; venerdì 24 maggio, alle 20.30, con Donata Luiselli, antropologa, università di Bologna – Campus di Ravenna, su “Dieta, clima e infezioni nel passato: che eredità nel presente degli Italiani?”. Tutte le conferenze si tengono nella sala delle Anfore del MAF e sono a ingresso libero e gratuito fino ad esaurimento posti. Info 0543 748071 (venerdì 9-13, sabato e domenica 10-13 e 15.30-18.30); info@maforlimpopoli.ithttp://www.maforlimpopoli.it

“Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi”: apre a Castelfranco Emilia la mostra sulla mansio di Forum Gallorum, eccezionale recente scoperta lungo la via Emilia, rimasta in vita per quasi 600 anni dal II sec. a.C. al V d.C.

Lo scavo nel 2017 della mansio lungo la via Emilia a Castelfranco Emilia (la romana Forum Gallorum)

Il museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” di Castelfranco Emilia

È rimasta in vita per circa seicento anni, dall’inizio del II sec. a.C. al V sec. d.C.: è la mansio scoperta di recente lungo la via Emilia, a Ovest dell’abitato di Castelfranco Emilia, la romana Forum Gallorum. Ad essa è dedicata la mostra curata da Sara Campagnari, Francesca Foroni e Diana Neri “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia” che prenderà il via al museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” sabato 13 aprile 2019: l’inaugurazione sarà alle 17.30. La mostra, che rimarrà aperta fino al 10 giugno 2019, è promossa da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dal Comune di Castelfranco Emilia in collaborazione con università di Bologna, università di Modena e Reggio Emilia, IBC Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e associazione culturale museale Forum Gallorum. Il catalogo scientifico “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia” a cura di Sara Campagnari, Francesca Foroni e Diana Neri contiene la pubblicazione integrale dello scavo e del materiale rinvenuto. È il volume 12 della Dea, Documenti ed Evidenze di Archeologia, collana della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Oltre a mappe e installazioni multimediali, la mostra espone 163 reperti che danno conto di come, a dispetto della apparente semplicità delle strutture rinvenute, il tenore di vita degli abitanti della mansio e degli ospiti temporanei fosse di tutto rispetto: suppellettile da mensa di elevata qualità, vasellame in vetro e un raro esemplare coppa in ceramica invetriata. Ulteriore elemento a conferma di un luogo di sosta bene inserito nel vivace contesto commerciale è il cospicuo quantitativo di anfore presenti nell’edificio, così come nel territorio di Forum Gallorum, sin dalle prime fasi repubblicane.

Aerofotogrammetria della mansio di Castelfranco Emilia e moneta proveniente dallo scavo nelal locandina di presentazione della mostra “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi”

La mostra “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia” sarà presentata in anteprima giovedì 28 marzo 2019, alle 20.30, nella sala “Gabriella Degli Esposti” della Biblioteca Comunale in piazza della Liberazione a Castelfranco Emilia (Mo). Interverranno Sara Campagnari e Valentina Manzelli, archeologhe della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Diana Neri, direttrice del Museo Civico Archeologico “A. C. Simonini” di Castelfranco Emilia; Roberta Michelini, archeologa. La peculiare posizione del ritrovamento, in stretto rapporto con la strada e a circa 2,5 km. dal fiume Panaro, e la specifica organizzazione degli ambienti – piccole stanze per il riposo attorno ad uno spazio aperto, adatto ad alloggiare carri e animali – hanno indotto gli archeologi a identificare l’edificio con una mansio, o più genericamente una stazione di posta, analogamente al complesso Mutatio Ponte Secies precedentemente individuato a Cittanova, a ovest di Mutina. “La mansio di Castelfranco Emilia – spiegano in soprintendenza – presenta diverse fasi strutturali (a partire dall’epoca repubblicana) e ha restituito molti reperti di inestimabile valore storico, fornendo l’occasione per riscoprire e valorizzazione il territorio castelfranchese anticamente posto fra le colonie di Mutina e Bononia”. La serata è realizzata in collaborazione con l’Associazione Culturale Forum Gallorum.

Il tracciato della via Emilia, strada consolare romana, da Ariminum a Placentia

Per costruire un impero ci vogliono strade su cui spostare uomini, eserciti, merci; per governarlo bisogna attrezzarle con stazioni di sosta dove ufficiali, dignitari, portatori di ordini e dispacci possano riposare, rifocillarsi, accudire gli animali da trasporto, riparare i veicoli danneggiati e ripartire con la massima rapidità. Lo sapevano bene i Romani che punteggiarono la fitta rete stradale con un cospicuo numero di mansiones o mutationes (mansio, dal verbo manere, fermarsi, rimanere. Era detta così la stazione di sosta situata lungo le strade romane, messa a disposizione di dignitari, ufficiali o chiunque viaggiasse per ragioni di stato), aree di sosta a servizi differenziati –una sorta di moderni autogrill- ben note ai viaggiatori grazie a una serie di strumenti paragonabili alle odierne carte Michelin. Una di queste mansiones è stata recentemente trovata alla periferia occidentale di Castelfranco Emilia.

Frammenti di oggetti in vetro provenienti dallo scavo della mansio di Castelfranco Emilia

L’esposizione offre l’occasione non solo per presentare una scoperta eccezionale per le diverse fasi strutturali e i tanti reperti di grande valore storico rinvenuti ma anche per aprire una finestra sul mondo delle strutture a servizio della viabilità di epoca romana, per molti versi ancora poco studiato. La mansio rinvenuta a Castelfranco Emilia è un caso da manuale: stazione di sosta affacciata su una strada consolare, ubicata a poca distanza ma comunque fuori dal centro abitato di Forum Gallorum (posizione tipica delle stazioni di sosta relative alla vehiculatio, il servizio di trasporto statale), non troppo lontana dal fiume Panaro. Un edificio complesso formato da più corpi di fabbrica con diverse destinazioni d’uso, costruito attorno a un grande cortile scoperto su cui si affacciavano i diversi ambienti, le stalle, i depositi, i locali di servizio, le camere spesso dotate di focolari autonomi e un’area di cucina comune. Gli archeologi hanno ricostruito l’intera sequenza insediativa di questa mansio usata ininterrottamente dall’inizio del II sec. a.C. al V sec. d.C., che mostra una significativa ristrutturazione in età augustea – in concomitanza con la riorganizzazione del cursus publicus operata da Ottaviano Augusto- e che raggiunge la massima estensione (mq 1076,70) nella seconda metà del I sec. d.C. con l’aggiunta di un cortile e un nuovo corpo di fabbrica. Gli scavi ci dicono che l’edificio veniva rifatto in media ogni cento anni senza però mutare la configurazione degli ambienti, segno evidente che la mansio era perfettamente adeguata alle esigenze che avevano portato alla sua costruzione. Quello che invece cambiava sempre era la configurazione e posizione delle infrastrutture poste tra l’edificio e la via Emilia, canali e condotte necessarie al drenaggio della carreggiata che venivano continuamente spostate, allargate e strutturate.

Dettaglio della Tabula Peuntingeriana con la via Emilia e il vicus di Forum Gallorum

La presenza di una mansio a Forum Gallorum è confermata dalla Tabula Peutingeriana che, con l’Anonimo Ravennate, costituisce la principale testimonianza dell’esistenza del vicus, posto in un importante snodo itinerario e che permane anche in epoca medievale. Le fonti letterarie ci forniscono un ulteriore indizio a favore dell’esistenza di una struttura ricettiva già bene organizzata nel I sec. a.C. Nel passo di Appiano sulla battaglia di Forum Gallorum si narra che Antonio, dopo avere combattuto contro il console Irzio, si fosse ritirato vicino al campo di battaglia “senza alcun trinceramento”. “Vista la natura impervia dei luoghi e il momento del conflitto (la primavera del 43 a.C.)”, si chiedono gli archeologi, “non è possibile che Antonio abbia trovato una sistemazione per la notte in un edificio già qualificato da tempo come stazione di sosta ben strutturata e in posizione funzionale a una rapida mobilità? E non potrebbe derivare dalla vittoria del giovane Ottaviano su Antonio la denominazione di Victoriolae con cui sembra registrata sull’Itinerarium Burdigalense?”. Con la fine dell’Impero Romano il complesso cade in disuso e diventa oggetto di uno smantellamento sistematico. Qualcosa però rinasce in un momento imprecisato del tardo Medioevo quando il sito è nuovamente occupato in maniera stabile da un edificio di dimensioni più ridotte: la sua struttura farebbe pensare a una funzione di accoglienza, confrontabile con il non lontano ospitale di San Bartolomeo a Spilamberto, fondato entro il 1162 e legato all’Abbazia di Nonantola. “Perché allora non pensare che possa avere ereditato la funzionalità romana per portarla fino alle soglie dell’età moderna, assolvendo la propria vocazione all’ospitalità non per ragioni politiche ma di fede?”.

Incontro a Bentivoglio (Bo) sulla strada romana scoperta a Castagnolo Minore: i nuovi scavi fanno ipotizzare si trattava di una via importante, tra l’antica Bononia e le colonie dell’area veneta

La locandina dell’incontro “La strada romana di Bentivoglio. Risultati delle ultime indagini archeologiche”

Il saggio archeologico realizzato nel 2018 in località Castagnolo Minore apre nuove ipotesi sull’antica strada romana rinvenuta a Bentivoglio (Bo) un paio di anni fa. Archeologi e geologi ne parlano venerdì 1° marzo 2019 alle 20.30 al teatro TeZe di Bentivoglio. Era la primavera 2016 quando, in occasione della realizzazione delle fondamenta di uno dei centri logistici della YOOX Net-a-Porter Group all’interno dell’Interporto di Bologna, in località Castagnolo Minore di Bentivoglio, sono stati intercettati circa 80 metri di una strada romana con orientamento NNE-SSW. Era seguito lo scavo archeologico diretto dalla soprintendenza Archeologia SABAP-BO con l’obiettivo di individuare un tratto dell’Aemilia Altinate: antica strada romana che congiungeva Bononia e Aquileia realizzata probabilmente dal console Marco Emilio Lepido intorno al 175 a.C. Ma finora in questa parte di pianura bolognese nessun miliario è ancora stato trovato, nessun tracciato indicato negli itinerari antichi è applicabile a questi territori in modo certo e inequivocabile (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/25/due-week-end-sulle-orme-degli-antichi-romani-visite-guidate-della-soprintendenza-alla-strada-romana-di-bentivoglio-bo-probabilmente-un-tratto-della-via-emilia-altinate-o-via-annia-tra-bononia-e-aq/).

La strada romana di Bentivoglio, larga ben 8 metri: doveva essere una strada importante

Nel corso del 2018, grazie alla proficua collaborazione tra Comune di Bentivoglio, Soprintendenza, alcuni importanti sponsor privati e al lavoro di archeologi professionisti e volontari delle locali associazioni di volontariato Hydria e Il Saltopiano, è stato realizzato in località Castagnolo Minore un saggio archeologico su un tratto della stessa strada che ha restituito nuove, importanti informazioni anche di tipo geologico sulla storia, l’evoluzione e l’utilizzo di questo antico percorso. La strada è stata indagata per circa 200 mq. Le dimensioni e l’accuratezza con cui è stata realizzata fanno pensare a un’arteria di una certa rilevanza, forse interregionale, utilizzata per collegare il comprensorio dell’antica Bononia con le colonie nord-orientali dell’area veneta. I materiali rinvenuti sulla superficie stradale rimandano a una datazione compresa tra il II secolo a.C. e il VI secolo d.C.

Il tratto di strada romana riportato in luce a Bentivoglio all’interno dell’interporto di Bologna

All’incontro “La strada romana di Bentivoglio, risultati delle ultime indagini archeologiche” a ingresso libero del 1° marzo 2019, interverranno Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Stefano Cremonini, ricercatore in Geologia del dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, università di Bologna; e Moreno Fiorini, ispettore onorario per l’archeologia della soprintendenza, a illustrare i dati e le nuove, affascinanti ipotesi scaturite da queste ultime indagini. L’iniziativa è promossa da Unione Reno Galliera Comune di Bentivoglio e soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara in collaborazione con Hydria associazione di promozione sociale – archeologia e gruppo archeologico “Il Saltopiano” di San Pietro in Casale, con il sostegno di Yoox Net-A-Porter Group, EmilBanca Credito Cooperativo, Meloncelli Andrea & C., Ima S.p.A, Baschieri Noleggio e Piadineria Birreria Cucina da Angelo.

A più di 140 anni dalle prime ricerche del Cai sulla rocca di Canossa (Re), nel bicentenario della nascita di Gaetano Clerici, riprese le campagne di scavo. Primo bilancio con la giornata di studi “Ancora a Canossa. La ricerca archeologica 2018/2019”

Sulla rocca di Canossa (Re) sono riprese le ricerche archeologiche

Cartolina del Castello di Canossa, realizzata intorno al 1915, conservata nella fototeca Panizzi

La locandina che promuove le iniziative per il bicentenario della nascita di Gaetano Chierici

Andare a Canossa. Era il gennaio 1077 quando l’imperatore Enrico IV si umiliò davanti a papa Gregorio VII perché venisse ritirata la scomunica, dopo aver atteso tre giorni davanti al castello di Matilde di Canossa. Al castello, nel bicentenario della nascita di Gaetano Chierici, il padre della paletnologia italiana, sono tornati gli archeologi. E pochi mesi dall’inizio della campagna di scavo si presentano i primi risultati, il 15 febbraio 2019, al teatro Comunale di Canossa, con la giornata di studi “Ancora a Canossa. La ricerca archeologica 2018/2019”. “Si torna quindi a parlare del castello di Canossa – spiegano i promotori – grazie a un articolato programma incentrato sulla tutela del sito nel senso più ampio del termine. Da un lato, i lavori di messa in sicurezza della rupe, preceduti da verifiche archeologiche, che hanno avuto come base di partenza uno studio geomorfologico della rupe stessa, porteranno non solo a una maggiore stabilità dei versanti, ma anche a una migliore conoscenza delle fasi strutturali precedenti l’odierna. Dall’altro, la ricerca archeologica realizzata negli ultimi due anni dalle università, su concessione del Mibac, sta portando a interessanti scoperte sulla sistemazione della parte basale e intermedia della rupe che frutteranno una maggiore definizione della cronologia e della topografia dei luoghi e delle strutture. All’interno di questi eventi principali si inscrivono i numerosi rapporti di collaborazione con le realtà locali e il mondo dell’associazionismo, in un clima di vivace e proficuo scambio, che trovano giusta cornice in questa giornata di studi promossa da Alma Mater Studiorum di Bologna, università di Verona, Comune di Canossa, Club alpino italiano, Club Albinea Ludovico Ariosto, soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e Polo museale dell’Emilia-Romagna”. La giornata rientra fra le iniziative promosse per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Gaetano Chierici. Gaetano Chierici nacque infatti a Reggio Emilia da Nicola e Laura Gallinari il 24 settembre 1819. E sempre a Reggio Emilia morì il 9 gennaio 1886.

Don Gaetano Chierici, scienziato, sacerdote, patriota, insegnante, ma soprattutto il fondatore e il padre della paletnologia italiana

Il Bullettino di Paletnologia italiana di Chierici, Pigorini e Strobel

Ma chi è Gaetano Chierici? Se n’è parlato l’anno scorso in un convegno a Reggio Emilia. Fu sacerdote per scelta e vocazione e, pur subendo negli anni ostracismi e punizioni, non abbandonò mai la Chiesa né la fede. Fu patriota, monarchico, liberale e anti-temporalista. Fu insegnante di vasta cultura, sia nelle discipline umanistiche sia in quelle matematiche. Fu impegnato nel sorgere delle prime istituzioni cattoliche a carattere sociale. Fu animatore dell’associazionismo culturale, come testimoniano gli incarichi ricoperti nella Deputazione di Storia Patria e nel Cai. Fu soprattutto un archeologo, in rapporto con gli ambienti più avanzati di questa disciplina, che partendo da studi classici approdò alla Paletnologia e contribuì a gettare le basi in Italia di questa “novissima scienza”. Don Gaetano Chierici fu tutto questo. Ma soprattutto con Luigi Pigorini e Pellegrino Strobel è stato il fondatore e il padre della paletnologia italiana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/06/24/a-reggio-emilia-convegno-internazionale-nel-200-della-nascita-del-concittadino-don-gaetano-chierici-scienziato-sacerdote-patriota-insegnante-ma-soprattutto-il-fondatore-e-il-padre-della-pal/).

Veduta panoramica della rocca di Canossa (foto archivio Arteas)

La prof. Paola Galetti dell’università di Bologna

Venerdì 15 febbraio 2019 alle 10 al Teatro Comunale di Ciano d’Enza – Canossa (Re) saranno dunque presentati i risultati della campagna di scavo archeologica condotta a settembre e ottobre 2018 alla Rocca di Canossa (RE) dalle università di Bologna e Verona con il supporto del Club alpino italiano (Comitato Scientifico Centrale, Gruppo regionale Emilia-Romagna e Sezione di Reggio Emilia). A distanza di oltre 140 anni dalla prima campagna di ricerca archeologica avviata a Canossa, il Cai si è dunque nuovamente impegnato per sviluppare una nuova attività di indagine, mettendo a disposizione dei due atenei, con il contributo del Lions Club Albinea e Canossa, le risorse necessarie per aprire un nuovo cantiere di ricerca. Fu infatti grazie all’iniziativa degli alpinisti del Cai che nel lontano 1877 furono avviati gli scavi archeologici che portarono alla riscoperta dell’antico castello di Canossa e, poco dopo, condussero alla fondazione del museo nazionale tuttora esistente. Gli scavi furono diretti da uno dei più eminenti archeologi italiani, che era anche dirigente del Cai: Gaetano Chierici, fondatore delle moderne scienze paleontologiche. La campagna di scavo, supportata logisticamente dal Comune di Canossa, è stata condotta da un’equipe di venti studenti di archeologia (guidati dal prof. Fabio Saggioro, dalla prof.ssa Paola Galetti, dal dott. Nicola Mancassola e dai giovani ricercatori Elisa Lerco, Federico Zoni e Mattia Cantatore), la cui impegnativa attività ha aperto una nuova e inaspettata pagina nella storia millenaria del monumento canossiano. Dopo la ricognizione sistematica del 2017, una serie di sondaggi di scavo ad ampliamento nel settore orientale del sito, che risultava pressoché sconosciuto e mai veramente oggetto di indagini archeologiche sistematiche, ha individuato un tratto di una muratura di cinta e tracce di attività e crolli, inquadrabili tra la fine del XII e il XVI secolo. In altre due aree di indagine, sono stati messi in luce i resti di strutture residenziali conservate in alzato, in alcuni punti, per oltre due metri e totalmente interrate dall’abbandono del sito. Ne sono state individuate quattro al momento, ma è probabile che, sulla base di una serie di elementi riscontrati durante le ricerche, si possa ipotizzare l’esistenza di oltre una decina di edifici, ancora in buono stato di conservazione.

Ricerche archeologiche sostenute dal Cai

Il Comitato scientifico del Club alpino italiano

Il Gruppo Regionale Cai, dopo aver concorso all’ottenimento delle autorizzazioni di legge per il nuovo scavo archeologico, ha sottoscritto un apposito protocollo con gli atenei bolognese e veronese. Obiettivo ambizioso del progetto è quello non soltanto di studiare e portare alla luce un settore sino ad oggi sconosciuto del monumento canossiano, ma di riuscire anche a realizzarvi un importante parco archeologico all’aria aperta nel quale, anche grazie all’ausilio di interventi di archeologia sperimentale, i visitatori potranno avere la rara opportunità di calarsi direttamente nella dimensione di vita del medioevo, all’epoca in cui Canossa divenne il fulcro delle più importanti vicende della storia europea. È un progetto talmente complesso che avrà la durata di 8 anni e che è stato reso possibile avviare anche grazie al contributo finanziario dei Lions Clubs territorialmente competenti. “L’insieme di tutte queste circostanze fa quindi di Canossa un luogo fortemente testimoniale ed altamente identitario dell’impegno scientifico del Cai dai suoi primordi sino ai nostri giorni, da comparare e affiancare per la sua grande valenza agli altri grandi siti identitari nazionali del Cai: dal Monte dei Cappuccini a Torino, al Monviso”.

Le rovine della rocca di Canossa nel 1950 (fototeca Panizzi)

La locandina della giornata di studi “Ancora a Canossa. La ricerca archeologica 2018/2019”

Articolato il programma della giornata di studi del 15 febbraio 2019. Alle 10 si inizia con i saluti degli enti promotori: Comune di Canossa, Cai, Lions club Albinea “Ludovico Ariosto”, Provincia di Reggio Emilia, parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, ufficio Beni culturali e nuova edilizia Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, associazione di volontariato culturale “Matilde di Canossa”, segretariato regionale del Mibac per l’Emilia Romagna. Alle 10:45, i saluti di Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; e alle 11, quelli del direttore Andrea Quintino Sardo per il Polo museale Emilia-Romagna. Quindi gli interventi. Alle 11:15, Gianluca Bandiera e Claudia Romano (Provveditorato OO.PP. Lombardia ed Emilia Romagna) su “Consolidamento della Rupe del castello di Canossa e delle relative infrastrutture”; 11:30, Annalisa Capurso (soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara) su “Canossa e la sua tutela tra passato, presente e futuro”; 11:45, Paola Galetti e Fabio Saggioro su “Introduzione ai lavori: la ricerca 2018-2019”; 12, Paola Galetti su “La ricerca storica dopo le celebrazioni matildiche”; 12:15, Elisa Lerco, Nicola Mancassola e Fabio Saggioro su “La Ricerca archeologica del 2018: risultati”. Dopo la pausa pranzo, i lavori riprendono alle 14, con Giuliano Cervi su “Il Cai a Canossa”; 14:15, Federico Zoni su “Nuovi dati sull’edilizia rurale dell’area canossana”; 14:30, Mattia F.A. Cantatore su “Gaetano Chierici a Canossa”; 14:45, Danilo Morini su “Canossa e Quattro Castella: un sistema?”; 15, Cristina Ferretti su “L’impegno di Franca Ferretti nella valorizzazione di Canossa”. Infine dalle 15:15 alle 16, Discussione e conclusioni “Prospettive future di ricerca”.

Pronto il calendario del ciclo di incontri “…comunicare l’archeologia…” del gruppo archeologico bolognese: dalla grotta di Fumane agli scavi in Oman a un report sull’Antico Egitto, dal museo Classis alla villa dei mosaici di Spello, dal Lupus Italicus ai Pelasgi

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Nove incontri per “…comunicare l’archeologia…”: è quanto si propone il Gruppo archeologico bolognese con il tradizionale ciclo di conferenze del primo semestre 2019 che spazierà dall’arte paleolitica alla paleontologia, dai nuovi musei archeologici ai risultati delle missioni archeologiche in Oman, dai collegamenti transappenninici ai segreti dei pelasgi, prevedendo anche per questa primavera escursioni con visite guidate a grandi mostre archeologiche in collaborazione con Insolita Itinera – Viaggi nella storia e nel paesaggio. Il Gruppo archeologico bolognese, costituito nel 1991, aderisce – lo ricordiamo – ai Gruppi Archeologici d’Italia, in collaborazione con i quali sono promosse campagne di ricerca, scavi e ricognizioni d’interesse nazionale, alle quali è dedicata soprattutto la stagione estiva, in collaborazione con le competenti Soprintendenze Archeologiche. Da anni il Gabo collabora con il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, il museo della Preistoria “Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena e il museo della Civiltà Villanoviana (Muv) di Castenaso (Bo). Tutti gli incontri si tengono il martedì alle 21 al centro sociale “G. Costa”, in via Azzo Gardino 48 a Bologna.

Classis Ravenna, il nuovo museo della Città e del Territorio, aperto nell’ex Zuccherificio

Lo “sciamano” dalla Grotta di Fumane

Si inizia martedì 12 febbraio 2019, con il prof. Giuseppe Sassatelli, già professore ordinario di Etruscologia e Antichità Italiche all’università di Bologna, come presidente di RavennAntica presenta il nuovo gioiello gestito dalla Fondazione: “Classis-Ravenna: Museo della città e del territorio. Un itinerario archeologico per raccontare la storia” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/11/30/lattesa-e-finita-sabato-1-dicembre-classis-ravenna-museo-della-citta-e-del-terrirorio-scrigno-della-memoria-del-territorio-apre-le-porte-nellex-zuccherificio-impo/). E pochi giorni dopo, sabato 16 febbraio 2019, il Gabo promuove una gita a Classe alla scoperta del nuovo museo, accompagnati dall’archeologa Erika Vecchietti. Il ciclo di conferenze riprende martedì 26 febbraio 2019, con “La grotta di Fumane: sulle tracce degli antenati tra la Valpolicella e i monti Lessini” presentata dall’ archeologa Maria Longhena che sabato 13 aprile 2019 accompagnerà gli appassionati del Gabo in gita a Fumane (Vr).

Lo scavo del sito di Ras al-Hadd in Oman della missione archeologica dell’università di Bologna

Il manifesto della mostra “Annibale. Un mito mediterraneo” a Palazzo Farnese di Piacenza dal 16 dicembre 2018 al 17 marzo 2019

Quattro gli incontri in marzo. Martedì 5 marzo 2019, Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria di San Lazzaro di Savena (Bo); Elisabetta Cilli, dei Laboratori di Antropologia Fisica e Dna Antico, dipartimento Beni Culturali dell’università di Bologna (sede di Ravenna), e Davide Palumbo, di Biosfera Itinerari Porretta Terme (Bo), ci faranno scoprire “Il lupo che venne dal freddo: dai reperti dell’ex Cava Filo l’origine del lupo italiano (Canis Lupus Italicus)”. Sabato 9 marzo 2019, viaggio a Piacenza per la mostra “Annibale. Un mito mediterraneo” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/12/11/annibale-un-mito-mediterraneo-a-piu-di-duemila-anni-dalla-disfatta-alla-trebbia-alle-porte-di-piacenza-delle-legioni-romane-ad-opera-dei-cartaginesi-annibale-torna-a-piacenza-co/) con le archeologhe Erika Vecchietti e Maria Longhena. Durante la gita soste a Vigoleno e alla chiesa abbaziale e rotonda di S. Giovanni di Vigolo Marchese. Martedì 12 marzo 2019, l’archeologa Erika Vecchietti illustrerà “La Villa dei Mosaici di Spello” che a fine mese, sabato 30 e domenica 31 marzo 2019 sarà inserita nel programma delle visite della gita a Spoleto e Spello. Martedì 19 marzo 2019, Maurizio Cattani, professore associato all’università di Bologna, docente di Preistoria e Protostoria, presenta “Nuove indagini e ricerche dagli scavi archeologici di UniBo in Oman”. Chiude gli incontri del mese, martedì 26 marzo 2019, Claudio Busi, cultore di storia, documentarista e viaggiatore, con un report di viaggio in Egitto e la proiezione del documentario “I fotografi dei faraoni”.

Mura megalitiche ad Arpino, nel Lazio

In aprile, interessato dal lungo ponte di Pasqua-25 Aprile-1° Maggio, due soli incontri: martedì 9 aprile 2019, Giuseppe Rivalta, antropologo, biospeleologo e viaggiatore, percorrerà “Le vie transapenniniche nell’antichità”. E martedì 16 aprile 2019, si affronta “La questione pelasgica. Le mura ciclopiche nel Lazio meridionale”, con l’archeologa Erika Vecchietti, che poi accompagnerà il gruppo alla scoperta del Lazio meridionale nel viaggio prevista dal 18 al 23 giugno 2019. Il ciclo “…comunicare l’archeologia…” del primo semestre 2019 chiude martedì 14 maggio, con l’archeologa Daniela Ferrari che intratterrà il pubblico su “I colori del potere”.