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Al museo civico di Montebelluna “Archeologia del territorio a Montebelluna”: giornata di studi archeologici dalla mostra “Sapiens. Da cacciatore a cyborg” dopo un’impegnativa campagna di studi sulle nuove scoperte archeologiche del territorio e la revisione delle collezioni nei depositi. Webinar gratuito su Zoom

Archeologia del territorio a Montebelluna: giornata di studi archeologici dalla mostra “Sapiens. Da cacciatore a cyborg”, a cura di Emanuela Gilli e Benedetta Prosdocimi. Evento on line organizzata dal museo civico di Montebelluna (Tv) insieme alla competente soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per parlare di archeologia, ricerca, tutela e valorizzazione. Partner scientifici: università di Padova – Dipartimento di Beni Culturali; università di Ferrara – Dipartimento di Studi Umanistici; università Ca’ Foscari Venezia – Dipartimento di Studi Umanistici; università di Verona – Dipartimento di Culture e Civiltà. Tutto questo grazie alla mostra “Sapiens. Da cacciatore a cyborg” allestita al Museo Civico di Montebelluna dopo un’impegnativa campagna di studi sulle nuove scoperte archeologiche del territorio e la revisione delle collezioni nei depositi. Appuntamento mercoledì 31 marzo 2021, mattino: 10.15-12.30 / pomeriggio: 16.30-18.30. Webinar gratuito su piattaforma Zoom. È possibile iscriversi ad entrambe le sessioni oppure ad una soltanto. Iscrizione obbligatoria a info@museomontebelluna.it oppure chiamando lo 0423300465. PROGRAMMA. Ore 10.15: Apertura dei lavori e saluti istituzionali, interviene Fabrizio Magani soprintendente ABAP-Ve-Met; ore 10.30-12.30 | SESSIONE 1 – Pre-Protostoria: “Valorizzare il patrimonio tra tutela, ricerca e comunicazione. Il caso della mostra Sapiens. Da cacciatore a cyborg” con Emanuela Gilli (museo di Storia naturale e Archeologia di Montebelluna), Benedetta Prosdocimi (soprintendenza ABAP-Ve-Met) e Giorgio Vaccari (museo di Storia naturale e Archeologia di Montebelluna). “Art Bonus per lo studio delle collezioni litiche preistoriche del museo civico di Montebelluna” con Nicolò Scialpi (università di Ferrara), Marco Peresani (università di Ferrara). “L’indagine di strutture con indicatori di attività artigianale dell’Età del ferro a Montebelluna-Via Mercato Vecchio” con Veronica Groppo archeologa, Gaspare De Angeli archeologo, Paolo Reggiani (Paleostudy). “Lo studio della tomba 410 dell’Età del Ferro dalla necropoli di Montebelluna-Posmon. Dati archeologici e antropologici a confronto” con Benedetta Prosdocimi funzionario archeologo SABAP-Ve-Met, Nicoletta Onisto antropologa. Ore 16:30-18:30 | SESSIONE 2 – Età Romana: “Montebelluna, una società multiculturale: il caso delle spade celtiche da tombe romane dalla necropoli di Posmon” con Pier Giorgio Sovernigo archeologo. “Microstorie di romanizzazione. Lo studio della tomba 304 dalla necropoli di Montebelluna-Posmon” con Claudia Casagrande archeologa, Giovannella Cresci Marrone (università Ca’ Foscari Venezia), Anna Marinetti (università Ca’ Foscari Venezia), Nicoletta Onisto archeologo (antropologo) professionista, e Michele Asolati (università di Padova). “La fucina romana di Montebelluna. Dallo scavo alla ricostruzione virtuale” con Maria Stella Busana (università di Padova), Denis Francisci (università di Padova), Emanuel Demetrescu (istituto di Scienze del Patrimonio Culturale-CNR). “Nuovi dati sul centro romano di Montebelluna. Il fondo Amistani a Mercato Vecchio” con Attilio Mastrocinque (università di Verona), Luca Arioli archeologo, e Alfredo Buonopane (università di Verona).

Il Covid non ferma il “Georgian-Italian Lagodekhi Archaeological Project” (GILAP), la missione archeologica di Ca’ Foscari in Georgia co-diretto dalla prof.ssa Elena Rova con siti dal V al III millennio a.C. Potenziate le attività post-scavo. I risultati ad aprile a Bologna

Il Georgian-Italian Lagodekhi Archaeological Project: la missione di Ca’ Foscari in Georgia
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La prof.ssa Elena Rova di Ca’ Foscari

Il Covid non ferma la missione archeologica di Ca’ Foscari in Georgia. Nonostante le difficoltà e incertezze dovute alla pandemia globale, un gruppo ristretto di archeologi di Ca’ Foscari è riuscito a portare a termine in sicurezza una breve missione di studio e ricerca in Georgia. La missione era stata originariamente programmata per settembre 2020, per completare la documentazione in sospeso e raccogliere campioni e calchi da studiare in Italia in attesa di tornare sul campo, ed è stata rimandata più volte prima di riuscire a partire. Il 17 gennaio 2021, però, la prof.ssa Elena Rova, responsabile della missione, Flavia Amato, assegnista del dipartimento di Studi Umanistici, e Vanessa Perissinotto, studentessa magistrale in Scienze dell’Antichità, sono atterrate sul territorio georgiano in pieno lockdown per recarsi a Lagodekhi, al confine orientale del Paese. La missione si è conclusa il 1° febbraio 2021 e ha appena ultimato con successo il necessario periodo di quarantena al rientro. “È molto importante”, sostiene la prof.ssa Rova, “che in questo periodo di difficoltà la missione dia ai partners locali, anche loro pesantemente colpiti dalle conseguenze economiche della pandemia, un segnale di continuità di presenza sul territorio, in modo che non vadano perduti i rapporti costruiti nel corso di più di 10 anni di lavoro, ferma restando la necessità di garantire che le attività si svolgano rispettando i protocolli di sicurezza e senza mettere a rischio la salute dei partecipanti”.

Lagodekhi (Georgia): veduta da drone dello scavo alla fine della campagna 2019 (foto unive)

georgian-italian-lagodekhi-archaeological-project_chiesa-medievale_foto-univeIl “Georgian-Italian Lagodekhi Archaeological Project” (GILAP) è un progetto intrapreso nel 2018 dall’università Ca’ Foscari di Venezia in collaborazione con la Municipalità e il Museo di Lagodekhi, coordinato da Elena Rova per la parte italiana e da Davit Kvavadze per la parte georgiana. Il territorio della Municipalità di Lagodekhi è di particolare importanza non soltanto per la sua estensione (900 km2), per la sua ricchezza storica e culturale o per la presenza di importanti siti medievali, ma soprattutto per la presenza di tumuli funerari monumentali (kurgan) risalenti alla seconda metà del III millennio a.C. e di numerosi siti del periodo calcolitico (V-IV millennio a.C.), piuttosto rari nel resto della regione. Il progetto ha una prospettiva regionale: affianca infatti allo scavo del sito calcolitico di Tsiteli Gorebi 5 (inizi del V millennio a.C.) ricognizioni di superficie estensive che mirano a mappare, anche attraverso l’analisi delle foto aeree e satellitari, i siti archeologici del territorio della Municipalità, in modo da fornire alle autorità locali uno strumento per poterli gestire e proteggere. 

Una fase delle ricognizioni nel 2019 a Tsiteli Gorebi 5 (foto unive)

La missione di ricerca ha permesso di completare la catalogazione e il disegno dei reperti rinvenuti durante le campagne di scavo e ricognizione 2019 del team GILAP e  di definire, con una visita al sito, le aree che saranno oggetto della prossima campagna di scavo, per ora prevista per la metà di giugno. Sono stati poi realizzati, utilizzando una pasta per impronte a bassa viscosità (la stessa usata dai dentisti), che penetra nei solchi e si adatta perfettamente alla morfologia del reperto, i calchi di tutti i manufatti in ossidiana e selce rinvenuti sul sito di Tsiteli Gorebi 5 che mostrassero tracce di utilizzo. Studiando al microscopio queste tracce in collaborazione con Davide D’Errico (dottorando dell’università di Leiden) e il Laboratorio di Analisi tecnologica e funzionale dei manufatti preistorici (Ltfapa) dell’università “Sapienza” di Roma si potrà determinare quali erano le funzioni assolte da questi strumenti (se servivano ad esempio per mietere il grano o piuttosto per la concia delle pelli o per tagliare i giunchi per confezionare ceste, stuoie ecc.). Questo è solo un esempio del vasto programma di analisi interdisciplinari e paleoambientali che la missione ha sviluppato nel corso del 2020, sfruttando i fondi e il tempo resisi disponibili per la forzata sospensione delle campagne di scavo.

Il recupero di reperti ossei nell’ambito della missione di Ca’ Foscari in Georgia (foto unive)

Sono stati completati lo studio delle ossa umane dalla necropoli di Doghlauri, l’analisi delle tracce sui manufatti in osso, lo studio sulla provenienza dell’ossidiana e un nuovo lotto di datazioni al 14C, e sono state avviate le analisi degli isotopi stabili sulle ossa umane e animali (in collaborazione con la prof.ssa Paola Iacumin dell’università di Parma) che permetteranno di conoscere le abitudini alimentari delle antiche popolazioni e i movimenti legati al pastoralismo transumante. Le analisi del DNA sulle ossa animali ritrovate a Tsiteli Gorebi 5 – in collaborazione con Ino Curik dell’università di Zagabria e Eva-Maria Geigl dell’institut Jacques Monod di Parigi – contribuiranno a ricostruire il quadro della diffusione delle razze di animali domestici. 

Vanessa Perissinotto impegnata nel disegno dei manufatti ceramici recuperati nella missione di Ca’ Foscari in Georgia (foto unive)

Alla fine della missione di studio, Vanessa Perissinotto si è trattenuta in Georgia, dove rimarrà fino alla fine di luglio 2021 nell’ambito di uno scambio Overseas tra Ca’ Foscari e l’università statale Ivane Javakhishvili di Tbilisi per seguire dei corsi e svolgere ricerche per la propria tesi sulle culture locali del V e IV millennio a.C. “Poter studiare a Tbilisi è una meravigliosa opportunità”, dice Vanessa, “aver accesso a bibliografia, materiali e siti sul posto, potendoli vedere, verificare e studiare dal vivo è davvero importante per il mio sviluppo in quanto archeologa. E il fatto di poter vivere questa esperienza in un contesto internazionale, nonostante le limitazioni imposte dalla pandemia in corso, mi fa sentire ancora più grata”.

Flavia Amato impegnata nel campionamento finalizzato allo studio delle tracce d’uso su manufatti litici (foto unive)

La prof.ssa Rova sottolinea quanto sia importante, in questo momento, “reindirizzare l’attività di ricerca utilizzando la pausa di riflessione offerta dall’emergenza COVID per sviluppare tutte quelle attività di post-scavo (studio, analisi e pubblicazione dei dati raccolti) che spesso vengono sacrificate in favore dell’attività sul campo e, soprattutto, per programmare e avviare filoni di ricerca innovativi”. Per esempio, l’interruzione degli scavi ha permesso al gruppo di ricerca della professoressa di completare numerose pubblicazioni che erano rimaste in sospeso e di far svolgere analisi di laboratorio che aspettavano da tempo perché i fondi disponibili erano di solito utilizzati per gli scavi. Allo stesso tempo, la missione ha potuto avviare linee di ricerca innovative – come quella dell’analisi del DNA – per cui è necessaria la collaborazione di esperti esterni e sviluppare la propria attività di networking, curando i rapporti con i Georgiani e altre missioni straniere, anche attraverso eventi on line. Queste sono attività delle missioni archeologiche che di solito non attirano l’attenzione, ma che sono invece le più importanti ai fini dei risultati scientifici. Parte dei risultati di questi studi verrà presentata al congresso ICAANE (12th International Congress on the Archaeology of the Ancient Near East), che si terrà dal 6 al 10 aprile 2021 a Bologna.

Altino (Ve). Le indagini geofisiche dell’università Ca’ Foscari hanno svelato il porto diffuso della città romana nel I sec. d.C.

Altino: immagine aerea della laguna Nord (foto di A. Cipolato)

Le nuove indagini geofisiche dell’università Ca’ Foscari di Venezia hanno svelato il porto diffuso di Altino. La ricerca senza scavo sta infatti permettendo di ricostruire nitidamente l’aspetto del porto urbano mentre indagini subacquee stanno permettendo di interpretare strutture di età romana della laguna nord appartenenti ad un sistema di porto diffuso. “Che Altino dovesse essere dotata di un porto”, spiegano all’ateneo veneziano, “lo si dava per scontato anche in considerazione del ruolo commerciale della città romana, ruolo ben testimoniato dagli autori antichi ma soprattutto dalle evidenze materiali rinvenute negli scavi. Per Altino infatti, snodo commerciale di traffici che provenivano dal nord, attraverso la via Claudia Augusta, e dall’entroterra padano e, in entrata, dalle vie marittime, passava sicuramente legname, olio e vino, ma la città stessa era famosa per la produzione di beni da esportare come la lana. La ricostruzione del suo sistema portuale però è storia recente e deve molto alle impressionanti immagini da foto aeree e satellitari e alle indagini geofisiche”.

Altino: la traccia di una darsena a “elle” individuata in una foto satellitare da Paolo Mozzi, geologo dell’università di Padova

Un’equipe coordinata da Carlo Beltrame, docente di Archeologia marittima a Ca’ Foscari, sta infatti seguendo la traccia scoperta da Paolo Mozzi, geologo dell’Università di Padova che condivide il progetto, su una fotografia satellitare, pubblicata nel 2009 nella rivista Science, che mostra una sorta di grande darsena ad elle, di  quasi un ettaro, ad ovest del centro urbano di Altino, quel centro urbano peraltro svelato in maniera stupefacente, e nella sua interezza, dalle stesse immagini prese dall’alto. La darsena è perfettamente inserita nella maglia ortogonale degli isolati della città, secondo un progetto urbanistico ben chiaro, ed è collegata per mezzo di uno stretto canale, delimitato da pali, all’attuale Canale Siloncello. Grazie alla collaborazione della soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna e della disponibilità della proprietà del terreno, attualmente a coltivo, il progetto ha già visto l’acquisizione di informazioni per mezzo di raccolte di superfice, di carotaggi, di analisi radiometriche di strutture lignee e di indagini geomagnetiche. Queste ultime, in particolare, han permesso di ottenere un’immagine piuttosto nitida dell’area portuale svelando anche numerosi edifici collocati attorno alla darsena di cui non si aveva conoscenza e che non si vedevano dalle foto aeree.

Il rendering dell’ipotetico porto di Altino proposto da Elisa Costa dell’università Ca’ Foscari di Venezia

Le indagini subacquee e terrestri condotte nel corso dell’estate con rilievi fotogrammetrici, indagini geoelettriche, carotaggi e campionamenti, stanno permettendo di verificare datazioni, collocate generalmente nel I sec. d.C.. In acqua sono state indagate strutture già segnalate in passato nel canale di San Felice, il “Torrione romano”, e a Ca’ Ballarin con l’intento di reinterpretarle e affinare le datazioni che si confermano comunque di età imperiale romana. Questi siti già noti erano presumibilmente posizionati lungo un percorso di navigazione interna in una direttiva che dal mare portava al porto della città antica. Le indagini fatte permettono di  ricostruire le quote dei piani di uso di età romana, offrendo peraltro dati di grande interesse anche per gli studi sulla subsidenza lagunare.

Accordo tra l’università Ca’ Foscari di Venezia e il Comune di Feltre (Bl) per lo studio storico-epigrafico del territorio feltrino in età romana; una mostra nel costituendo museo civico Archeologico di Feltre; un assegno di ricerca post-dottorato sul rapporto tra Feltre e Altino e Concordia

L’area archeologica sotto la piazza della cattedrale di Feltre (foto Sabap)

Feltre, in provincia di Belluno, è un territorio ricco di documentazione di epoca romana, un territorio che sta riscoprendo via via la propria storia e che vuole valorizzarla al meglio: parte da questo presupposto l’accordo siglato tra l’università Ca’ Foscari Venezia e il Comune di Feltre (che ha già promosso il percorso archeologico Feltria e prosegue nel restauro del museo civico Archeologico, adibito a lapidario romano) per l’attivazione di iniziative su studi storici, epigrafici e archeologici e per l’istituzione di un assegno di ricerca post-dottorato. L’accordo è stato presentato dall’assessore alla Cultura del Comune di Feltre, Alessandro Del Bianco, e dai referenti scientifici del progetto per l’università Ca’ Foscari Venezia Giovannella Cresci Marrone, professoressa ordinaria di Storia romana ed Epigrafia latina, già direttore del dipartimento di Studi umanistici, e Lorenzo Calvelli, professore associato di Storia romana ed Epigrafia latina dello stesso Dipartimento.

Iscrizioni su pietra di carattere politico al museo civico Archeologico di Feltre (foto Scilla Nascimbene e Matteo Marinelli R.T. Earth per la rivista Meridiani n.257)

In particolare, la convenzione prevede tre punti specifici: ideare, programmare e realizzare iniziative didattiche e attività sostitutive di stage e tirocinio nell’ambito del corso di laurea magistrale in “Scienze dell’Antichità: letterature, storia e archeologia” su temi inerenti alle specificità storico-epigrafiche del territorio feltrino in età romana, con particolare riferimento al rapporto pianura-montagna. Gli allievi cafoscarini dell’insegnamento di Epigrafia latina potranno dunque applicarsi e apprendere le basi della disciplina su iscrizioni provenienti dal territorio feltrino; realizzare in collaborazione con il Comune di Feltre un progetto scientifico, che si concretizzerà in un evento espositivo, da ospitare nel costituendo museo civico Archeologico di Feltre, al cui allestimento si intende collaborare per quanto attiene alla storia antica; attivare e cofinanziare un assegno di ricerca post-dottorato, che abbia come oggetto di indagine e ricerca Feltre e il territorio feltrino in età romana, in particolare il rapporto montagna-pianura, il rapporto con i centri costieri di Altino e Concordia, il trasporto del legname e il fenomeno della transumanza.

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La prof.ssa Giovannella Cresci Marrone dell’università Ca’ Foscari di Venezia (foto unive)

“La convenzione appena siglata”, spiega Giovannella Cresci Marrone, “che si propone obiettivi assai ambiziosi, ma concreti e realizzabili, rientra nel quadro della cosiddetta terza missione, cioè del contributo che l’università può e deve svolgere a favore del contesto territoriale in cui opera. In questo caso, il dipartimento di Studi umanistici, prestando le sue competenze nell’ambito della storia antica, intende assecondare i progetti di valorizzazione e divulgazione del proprio patrimonio culturale promossi meritoriamente dal Comune di Feltre a vantaggio di un’ampia platea di fruitori; esso si propone nel contempo di arricchire la formazione dei proprio studenti attraverso forme di didattica applicata. Le due istituzioni contraenti intendono, dunque, trarre reciproci benefici dal rapporto sinergico e iniziare una collaborazione che si auspica fruttuosa e di lungo periodo”.

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Il prof. Lorenzo Calvelli dell’università Ca’ Foscari di Venezia (foto unive)

“La città di Feltre”, aggiunge Lorenzo Calvelli, “un gioiello incastonato alle pendici delle Dolomiti, ha una storia plurimillenaria, che presenta ancora molti aspetti da chiarire mediante la ricerca scientifica e l’indagine della documentazione antica. La convenzione fra il Comune di Feltre e l’università Ca’ Foscari getta le basi per una proficua collaborazione, che intende coinvolgere tanto gli studenti di discipline umanistiche specialisti dell’antichità classica, quanto i ricercatori che dello studio del mondo romano hanno fatto la loro professione. La possibilità di approfondire la conoscenza del rapporto fra l’area montana veneta e gli insediamenti costieri ai tempi dell’antica Roma porterà sicuramente importanti scoperte: il legame di Feltre con Altino prima e con Venezia poi è oggi ulteriormente consolidato da questo importante accordo di collaborazione scientifica”.

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Alessandro del Bianco, assessore alla Cultura del Comune di Feltre (foto comune di feltre)

Anche l’assessore alla Cultura del Comune di Feltre, Alessandro Del Bianco, si è detto soddisfatto dell’avvio di questa collaborazione: “Per il Comune di Feltre quest’accordo con l’Università Ca’ Foscari rappresenta una tappa importante del progetto Feltria che, da un lato, punta a valorizzare il patrimonio archeologico cittadino, dall’altro, mira a rilanciare il ruolo della città ben oltre il territorio comunale. L’analisi del rapporto fra pianura e montagna può fare di Feltre un caso di studio significativo, in grado di esercitare particolare richiamo scientifico oltre che culturale e turistico. Ringrazio di cuore dunque il dipartimento di Studi umanistici e in particolare i referenti del progetto, la professoressa Cresci Marrone e il professor Calvelli, per questa collaborazione che auspico sia soltanto l’inizio di un rapporto che potrà consolidarsi negli anni”.

In questo video, realizzato dall’ufficio Comunicazione e Promozione di ateneo durante il XIX Stage epigrafico ad Altino, patrocinato dall’Association Internationale d’Epigraphie Greque et Latine (Aiegl) e da Terra Italia onlus (Associazione per lo sviluppo e la diffusione degli studi sull’Italia romana), gli interventi della professoressa Giovannella Cresci Marrone e di Lorenzo Calvelli ci raccontano come può svolgersi l’attività di stage e tirocinio all’interno del corso in “Scienze dell’Antichità: letterature, storia e archeologia”. Un esempio di come e cosa andranno a fare gli studenti che parteciperanno alle attività previste da questa convenzione con il Comune di Feltre che vedrà coinvolto il museo civico Archeologico della città.

Cultura in lutto. Alla vigilia di Natale si è spenta a 65 anni nella sua Venezia la professoressa iranista e islamologa Anna Vanzan, un’orientalista innamorata dell’Iran e della sua cultura

Anna Vanzan, iranista e islamologa, si è spenta a 65 anni nella sua Venezia

“Il volo dell’Austrian Airlines si abbassa verso Teheran mentre la voce della hostess ricorda alle passeggere di coprirsi il capo in osservanza alle regole della Repubblica islamica d’Iran. Una ragazza Iraniana si sistema il foulard intorno al viso sussurrando: lo odio…” Si apre così il libro “Diario persiano. Viaggio sentimentale in Iran” (2017), il diario di viaggio di Anna Vanzan, un’orientalista innamorata dell’Iran e della sua cultura. Quel libro, tra le decine scritte dalla nota iranista e islamologa veneziana (senza contare le traduzioni di opere che illuminano sull’Iran e l’Islam e che altrimenti sarebbero rimaste a noi sconosciute), è un po’ il manifesto del suo approccio alle culture, alla storia, all’arte, alla popolazione: una lettura rigorosa e disincantata, lontana dagli stereotipi, fatta dal di dentro, vivendo in quei luoghi, condividendone la lingua, stringendo rapporti culturali, studiandone profondamente la storia nel divenire e nei secoli. Anna Vanzan si è spenta, nel silenzio, la vigilia di Natale 2020, nella sua Venezia dove era nata 65 anni fa. Laureata in lingue orientali a Ca’ Foscari, Anna Vanzan si era occupata dei Paesi islamici e in particolare di donne e di genere. Aveva anche un dottorato in studi sul Vicino Oriente ottenuto all’università di New York. Ha insegnato in atenei italiani e stranieri, da ultimo all’università Ca’ Foscari di Venezia. Redattrice della rivista Afriche & Orienti, ha collaborato con testate giornalistiche e programmi radiofonici nazionali e esteri. È stata autrice di numerosi articoli pubblicati in riviste italiane e internazionali. Traduttrice di letteratura persiana contemporanea, nel 2017 ricevette dal ministero della Cultura (MIBACT) il premio alla carriera per opera traduttiva e diffusione della cultura persiana in Italia.

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La copertina del libro “Diario persiano. Viaggio sentimentale in Iran” di Anna Vanzan (2017, Il Mulino)

Quando nel 2017 ha scritto il suo personale “Diario persiano”, ha tratteggiato un affresco dell’Iran, da cui esce un Paese ben diverso da quello usuale, cioè un Paese chiuso e reazionario, che vuole le donne sempre strette nel loro nero chador. “La società iraniana”, scriveva, “che nel pubblico finge sottomissione al regime, nel privato conduce una vita assai libera, tra feste, divertimenti notturni e una certa disinvoltura sessuale”. Anna Vanzan ha descritto l’Iran con le sue contraddizioni quotidiane, entrando nelle case, incontrando persone che svelano una realtà multiforme e straordinaria, inaspettatamente vicina ma ancora sfuggente allo sguardo occidentale. In quell’Iran, che avevo avuto modo di conoscere negli anni, mi sono ritrovato. Dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, infatti, ho frequentato spesso persone e luoghi dell’Iran per raccogliere materiale con l’obiettivo di scrivere, insieme con altri amici archeologi ed esperti italiani e iraniani, quella che sarebbe diventata la prima guida archeologica sui “Tesori di Persia” scritta in italiano e non traduzione da un’opera straniera. Fu in quell’occasione che ebbi modo di conoscere la professoressa Anna Vanzan. Non era archeologa, è vero, ma i suoi consigli, i suoi contatti, le sue indicazioni storiche, sociologiche, linguistiche, furono preziosissime. E comunque non disdegnava digressioni sull’Antica Persia. “Presentare la civiltà dell’Iran preislamico”, scriveva nel suo Diario persiano, “significa soprattutto sottolineare la grande continuità culturale che ha caratterizzato questo Paese, ancora oggi diviso in numerose etnie (azeri, baluci, arabi, curdi e altri), parlante diverse lingue (il persiano è la lingua madre soltanto di una minoranza) e professante svariate religioni, visto che accanto alla maggioranza sciita convivono anche sunniti, ebrei, armeni e altri cristiani. Ma, più ancora, significa illustrare le ragioni per cui oggi gli iraniani si sentono comunque tutti eredi di Ciro e profondamente iraniani: vale a dire, secondo l’accezione originale del termine, nobili, buoni”.

Scoperto un grande edificio absidato di età romana: è l’importante rinvenimento della quarta campagna di scavo del progetto “Alla ricerca di Altino” dell’università Ca’ Foscari di Venezia

Le tracce dell’edificio absidato emerse dal rilievo fotografico aereo in località Ghiacciaia di Altino (foto Ca’ Foscari)

Quelle tracce ben visibili dalle foto aeree avevano attirato l’attenzione degli archeologi del progetto “Alla ricerca di Altino” del dipartimento di Studi umanistici dell’università Ca’ Foscari, sotto la guida del prof. Luigi Sperti. Ed è lì, in località Ghiacciaia ad Altino (Ve), che si è deciso di aprire la nuova area di scavo. Sono stati premiati: è stato riportato alla luce un grande edificio absidato di età romana, dotato di possenti fondazioni. È l’ultimo importante rinvenimento del sito archeologico di Altino, risultato della quarta campagna di scavo che si è svolta durante l’estate 2020. Le indagini hanno visto la partecipazione di una trentina di studenti e si sono concentrate in due aree, localizzate in uno dei settori residenziali dell’antica città romana.

Un frammento di intonaco policromo, dipinto con motivi figurativi di carattere geometrico e vegetale, dall’area di scavo in località Ghiacciaia di Altino (foto Ca’ Foscari)

Si tratta di una struttura indagata solo in parte, probabilmente un edificio pubblico, ma è già evidente la sua ricchezza: tra i reperti emersi dal terreno spiccano infatti numerosissimi frammenti di intonaco policromo, dipinto con motivi figurativi di carattere geometrico e vegetale, oltre a lastre di marmo colorato, provenienti da diverse cave dell’Italia, della Grecia, dell’Asia Minore e dell’Africa settentrionale. La qualità del rivestimento sia parietale che pavimentale fa pensare ad un edificio con funzione pubblica di un certo rilievo, anche se non ne è ancora stata chiaramente determinata la funzione. L’indagine proseguirà il prossimo anno, per mettere in luce la struttura in tutta la sua estensione e per definire se si tratti di un edificio pubblico o privato. Proprio in quest’area infatti, era emerso nel 2012, nel corso della prima campagna di ricognizione di superficie effettuata dal team di Archeologia Classica, un frammento di calcare d’Aurisina con l’iscrizione VIR, probabilmente di carattere onorario.

Veduta aerea dell’edificio absidato di età romana scoperto in località Ghiacciaia di Altino (foto Ca’ Foscari)

“Quello che si cerca di indagare in questa campagna è la città di Altino, la città dei vivi, più di quella dei morti, quello che è molto noto ad Altino, sono principalmente le necropoli che sono state l’oggetto di tante ricerche in passato. A noi interessa in questo progetto”, ci spiega Silvia Cipriano, direttrice dei lavori sul campo, “il centro urbano di Altino, gli edifici privati e pubblici, che sono conservati in maniera molto residuale perché Altino, in età tardoantica, è diventata una cava di materiali per la costruzione di Venezia. I resti sono stati largamente intaccati dalle attività agricole da fine Ottocento, dunque, quello che è conservato è molto frammentario”.

Al progetto di scavo “Alla ricerca di Altino” partecipano alcuni studenti dell’università Ca’ Foscari di Venezia (foto Ca’ Foscari)

Parallelamente sono proseguite le ricerche già avviate nel 2018 in un’area vicina, in cui sono stati identificati diversi ambienti riferibili ad una domus, caratterizzata da un pavimento in cementizio, visto nel corso della campagna 2016-2017, databile all’età tardorepubblicana. L’obiettivo è quello di riscostruire la planimetria delle ricche dimore altinati, delle quali non si conosce ancora molto. Particolare novità è costituita dal ritrovamento di una trincea riferibile alle Prima Guerra Mondiale, quando è nota nell’area di Altino l’attività di addestramento delle truppe. La campagna di scavo, durata due mesi, si è svolta seguendo tutte le procedure di sicurezza in merito alla situazione sanitaria. L’attenzione per questi protocolli, la possibilità di lavorare all’aria aperta e l’organizzazione del lavoro hanno reso possibile un’attività che, quest’anno, poche università italiane hanno potuto realizzare.

Archeologia pubblica: piccoli gruppi di visitatori visitano l’area di scavo di Altino (foto Ca’ Foscari)

“È stato possibile anche portare avanti il progetto di Archeologia Pubblica già intrapreso negli anni scorsi”, aggiunge Eleonora Del Pozzo che si occupa dei rilievi, “aprendo lo scavo a piccoli gruppi di visitatori, nel rispetto delle norme di prevenzione e contrasto del contagio da Coronavirus, per un totale di 160 persone circa. Particolarmente significativa è stata la collaborazione con il museo nazionale e l’area archeologica di Altino e con l’associazione Studio D, con i quali sono stati realizzati percorsi combinati museo + scavo, molto apprezzati dal pubblico”. È inoltre proseguita la collaborazione con docenti e tecnici dello IUAV di Venezia, che hanno fornito il loro supporto per i rilievi delle strutture rinvenute nel corso dello scavo, utilizzando le strumentazioni e le metodologie più avanzate. Importante novità di quest’anno, infine, è stato l’avvio di una convezione tra Ca’ Foscari e l’Istituto Veneto per i Beni Culturali, sotto la direzione della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, grazie alla quale sono stati consolidati e restaurati alcuni tra i reperti più significativi rinvenuti durante le ricerche in Ghiacciaia. La ricerca è svolta in regime di concessione da parte del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo.

“Distretto X. Sguardi plurali sui musei: riflessioni sulle identità di genere”: presentazione sulla piattaforma online della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali

Locandina dell’evento on line “Distretto X. Sguardi plurali sui musei: riflessioni sulle identità di genere”
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Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali

A chi si rivolge un museo? Non basta dire “al pubblico”, nome collettivo singolare, perché esistono tanti pubblici quante sono le collettività che lo compongono. Nasce da questa riflessione il volume “Distretto X. Sguardi plurali sui musei: riflessioni sulle identità di genere”, una sorta di non-guida scritta dai visitatori stessi dei musei civici di Milano, ispirata alle collezioni civiche e all’identità di genere. Il volume, realizzato in collaborazione con l’assessorato alla Cultura del Comune di Milano, è curato da Samuele Briatore come progetto di ricerca nell’ambito della Scuola del patrimonio, corso biennale di alta formazione e ricerca della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali che si avvia alla conclusione. La presentazione giovedì 3 dicembre 2020, dalle  17.30 alle 19, sulla piattaforma di formazione a distanza della Fondazione, vedrà la partecipazione di Alessandra Vittorini, direttore Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali; Filippo Del Corno, assessore alla Cultura del Comune di Milano; Marco Minoja, direttore Cultura del Comune di Milano; Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli; Nicole Moolhuijsen, ricercatrice dell’università Ca’ Foscari di Venezia e del curatore Samuele Briatore. Modera l’incontro Francesca Neri, della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali. L’evento si tiene sulla piattaforma di formazione a distanza fad.fondazionescuolapatrimonio.it. Per partecipare è necessario registrarsi alla piattaforma, selezionare l’evento dall’area catalogo e iscriversi (fino ad esaurimento dei posti disponibili).

Il libro curato da Samuele Briatore “Distretto X. Sguardi plurali sui musei: riflessioni sulle identità di genere”
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Samuele Briatore

Briatore sperimenta un nuovo modello di narrazione museale, attraverso un’antologia di racconti sull’identità di genere, frutto dell’incontro e della collaborazione con gli autori-visitatori (tra gli altri, Flavia Franceschini, Yuri Guaiana, Alex Romanella) e i curatori dei musei del comune (GAM galleria d’Arte Moderna, PAC Padiglione d’Arte contemporanea, Casa Museo Boschi Di Stefano, Planetario Ulrico Hoepli, Museo Civico di Storia Naturale). Esperienza che si inserisce su un più ampio ripensamento della missione culturale di Milano, che, guardando alle più avanzate esperienze internazionali, punta a superare la classica articolazione dei musei civici divisi in aree tematiche e decide di riorganizzare l’offerta museale dando vita a veri e propri distretti museali su base territoriale, facilitando il dialogo fra musei e territori urbani.
Alcuni brani del volume verranno letti dagli autori.

Giornate europee del Patrimonio. Ad Aquileia aree archeologiche e cantieri di scavo aperti gratuitamente al pubblico. Visite guidte con gli archeologi della fondazione e delle università. Prenotazione obbligatoria

In occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2020 le aree archeologiche di Aquileia e i cantieri di scavo saranno aperti gratuitamente al pubblico, grazie alla collaborazione tra Fondazione Aquileia, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia, PromoTurismo FVG, università di Padova, di Trieste, di Udine, di Venezia, di Verona e Comune di Aquileia. Quest’anno, nel rispetto del protocollo anti-Covid 19, le visite sono su prenotazione obbligatoria in base al calendario programmato telefonando allo 0431.919491 o scrivendo a info.aquileia@promoturismo.fvg.it. Gli archeologi aspetteranno i vari gruppi di visitatori all’ingresso di ciascuna area archeologica. Si ricorda l’obbligo del distanziamento fisico e l’uso della mascherina.

Sabato 26 settembre 2020 gli archeologi della Fondazione Aquileia e delle università  accoglieranno i cittadini e gli appassionati nelle aree archeologiche della città: per la prima volta sarà visitabile la Domus di Tito Macro, e poi si potranno scoprire il Foro, il Decumano di Aratria Galla e le mura a zig-zag, il teatro, le grandi terme, gli antichi mercati, la Domus dei putti danzanti e la sponda orientale del porto. Visite con l’archeologo alla Domus di Tito Macro, orari: 10.30, 11, 11.30, 16.30, 17, 17.30, 18. Visite con l’archeologo al foro, decumano e mura a zig-zag, orari: 10, 11, 16.30, 17.30. Visite con l’archeologo a teatro, grandi terme, antichi mercati, Domus dei Putti danzanti, sponda orientale del porto, orari: 10, 10.45, 11.30, 16.30, 17.15, 18.

Le origini di Jesolo, l’Equilo tardoantica-altomedievale: nuove scoperte dagli scavi dell’università di Venezia in località le Mure. Il punto in un servizio su Archeologia Viva di luglio/agosto 2020

L’antico molo con i buchi dei pali delle bricole dell’antica Equilo scoperti a Jesolo nella campagna di scavo 2020 dell’università Ca’ Foscari diretta da Sauro Gelichi (foto unive)

Il litorale di Jesolo ai limiti della laguna nord di Venezia

Un molo, bricole e una piroga: sono i nuovi ritrovamenti dello scavo di Equilo-Jesolo a ridosso del Canale di San Mauro, che confermano la vocazione tipica di questo territorio lagunare. Una campagna di scavo ricca di soddisfazioni quella che Ca’ Foscari, sotto la direzione del prof. Sauro Gelichi, sta proseguendo nella località “Le Mure” di Jesolo, grazie anche all’amministrazione comunale che ha investito permettendo ai ricercatori di gettare nuova luce sulla storia della città. I risultati della campagna 2020 aggiungono un nuovo tassello alla ricca e complessa storia di questo territorio nel corso del Medioevo, che l’équipe di archeologia medievale del dipartimento di Studi umanistici di Ca’ Foscari aveva cominciato a svelare nel 2011 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2014/01/17/le-origini-di-jesolo-lequilo-altomedievale-riemergono-dagli-scavi-delluniversita-di-venezia-in-localita-le-mure/). Proprio sulle ricerche archeologiche di Jesolo / Equilo tra tarda antichità e Medioevo un ampio servizio curato da Sauro Gelichi, Alessandra Cianciosi e Silvia Cadamuro, sulla rivista “Archeologia Viva” di luglio-agosto 2020 (n° 202) fa il punto sui risultati raggiunti.

Così appariva la cattedrale di Santa Maria Assunta nella campagna alla periferia di Jesolo agli inizi del Novecento (la foto è anteriore al 1903). Come si può vedere si tratta di una costruzione grandiosa, paragonabile alla basilica di San Marco in Venezia (foto unive)

Il prof. Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia

“Il progetto archeologico su Jesolo”, spiega il prof. Sauro Gelichi, direttore dello scavo e del Centro Interuniversitario per la Storia e l’Archeologia dell’Alto Medioevo, “che il nostro ateneo sta portando avanti in accordo e cooperazione con l’amministrazione comunale e con la soprintendenza, si sta configurando come uno dei più organici e promettenti avviati in regione negli ultimi anni. I risultati scientifici conseguiti hanno rivelato un sito del più alto interesse storico ed archeologico: il passato di Equilo sta facendo emergere una storia ricca di implicazioni politiche, sociali, culturali, funzionale a comprendere meglio le vicende di tutta l’area lagunare veneziana e delle zone contermini. Una storia che si intreccia con quella dell’antica Altino e, poi, della vicina Cittanova e della più lontana, ma sempre presente, storia di Venezia. La ricerca archeologica ha messo in luce straordinarie ed inedite narrazioni ma anche realtà materiali di notevole consistenza e valore, come ad esempio i dimenticati resti del cosiddetto monastero di San Mauro. Così si rende sempre più necessario avviare un processo di restauro e valorizzazione (a cui l’Università sta lavorando in accordo con l’amministrazione e la soprintendenza), che recuperi al meglio tutte queste testimonianze (le nuove ma anche le vecchie messe in luce negli scavi della cattedrale), per recuperarle e riproporle, opportunamente tradotte, in un percorso di conoscenza e di riappropriazione collettiva. Un percorso che dovrebbe avere diversi punti ‘forti’ (accanto ai ruderi della cattedrale, i resti del monastero di San Mauro e la Torre di Caligo) e che, assieme ad uno spazio idoneo dove esporre i reperti mobili e opportune ricostruzioni e ambientazioni digitali, sia in grado di affascinare ed istruire i cittadini ma anche le migliaia di turisti che affollano, d’estate, le spiagge di questa bellissima cittadina”.

I ruderi del campanile di S, Maria Assunta di Equilo

L’abitato dell’antica Jesolo sorgeva su un’isola, l’insula Equilus, oggi terraferma per effetto delle piene del Piave e delle bonifiche. Basta percorrere i pochi chilometri che separano i famosi lidi dal centro storico – affacciato questo sulla Piave Vecchia e sulla Paluda (l’estremità nord-orientale della laguna di Venezia) – e osare oltre dove finisce la città verso la campagna, per imbattersi nei ruderi ancora notevoli di un monumento un tempo grandioso: la chiesa cattedrale di Equilo, costruita molto probabilmente nel XII secolo. Quei ruderi martoriati sono lì a ricordarci un passato che la stessa comunità di Jesolo stenta a riconoscere, reciso com’è dal Medioevo in avanti. La Jesolo attuale è appunto l’erede dell’antica Equilo, insediamento ricordato in uno sparuto gruppo di documenti scritti medievali e abbandonato a partire dal XIII secolo. In casi come questo solo l’archeologia può tentare di riannodare i fili con la storia, dandole un senso e una profondità.

Scavi in corso nel grande edificio usato come “albergo” nella mansio attiva sull’isola di Equilo fra IV e V secolo. Ognuno degli ambienti che vediamo affiancati in serie serviva per dormire e farsi da mangiare (foto unive)

Per prima cosa è stata progettata una campagna di ricognizioni e analisi geo-archeologiche, con il fine di ricostruire, nei limiti del possibile, l’antica situazione ambientale di quest’area oggi perilagunare in rapporto con le possibili zone abitate. Da ciò è emerso il quadro di un insediamento che doveva svilupparsi su un arcipelago di barene o isolotti separati da canali alla foce dell’estuario della Piave Vecchia. Si trattava, dunque, di una posizione particolarmente favorevole, che spiega anche il motivo della colonizzazione di queste aree all’interno di una laguna separata dal mare da relitti di antichi cordoni costieri. Aree che gli scavi hanno dimostrato essere frequentate almeno dall’epoca medio imperiale (II-III sec. d.C.), quando vi si raccoglieva la conchiglia murex per produrre la porpora, attività probabilmente collegata con l’industria laniera della vicina città romana di Altinum (Altino). Così si spiega anche la fondazione, intorno al IV secolo, di una grande mansio nell’ambito di una rete di collegamenti interna alla laguna. Sono stati gli scavi più recenti a mettere in evidenza questa importantissima lontana fase insediativa e a far emergere strutture collegate con la ricezione e lo stazionamento di persone, animali e merci. Peraltro si tratta di una tra le stazioni di posta meglio conservate e documentate archeologicamente nel nostro Paese. Tuttavia la vita di questa mansio dovette essere piuttosto breve. Gli anni turbolenti del V secolo, coincidenti con lo stesso dissolvimento dell’Impero romano d’Occidente, sono lo spazio storico all’interno del quale possiamo datare l’incendio e l’abbandono delle strutture di questa mansio, che non furono più rioccupate, se non in maniera episodica.

Foto aerea delle due zone di scavo a Jesolo/Equilo: le Mure e San Mauro (foto unive)

Dopo il rinvenimento della mansio tardo antica, nel 2018 gli archeologi si erano concentrati nell’area di San Mauro, a nord della località “Le Mure”, scavata per la prima volta nel 1954 da G. Longo, assistente della soprintendenza Archeologica di Padova che vi aveva identificato i resti del monastero di San Mauro, citato nelle fonti medievali. I primi lavori di scavo avevano portato al ritrovamento di una piccola chiesa triabsidata, dotata di arredi architettonici tipicamente altomedievali, affiancata da altre strutture murarie più recenti, forse collegate al monastero. Ma in seguito le rovine erano state lasciate in stato di abbandono.

Foto zenitale da drone del complesso religioso di San Mauro sull’isola di Equilo attivo a partire dal IX secolo e per tutto il Medioevo nell’ambito di un’intensa attività di bonifica del territorio a fini agricoli (foto unive)

La campagna di scavo 2018, ha ridato nuova vita a questo sito proseguendo l’indagine dell’intera area di San Mauro per comprendere lo sviluppo dell’abitato di Equilo a nord dell’isola tardoantica (già indagata tra 2013-2016), riportando alla luce le eventuali strutture del complesso religioso, almeno quelle che potevano essersi conservate sotto il peso delle macerie e valutandone lo stato di conservazione. L’indagine del 2018, svolta sempre in collaborazione con il Comune di Jesolo e con la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, ha riportato alla luce l’abside laterale della chiesa confermando, da una parte, i risultati dello scavo svoltosi nel 1954 e raccogliendo, dall’altra, numerosi dati del tutto inediti. È stato possibile infatti individuare e indagare depositi mai scavati in precedenza, sia all’interno che all’esterno dell’edificio e datare la formazione di questa porzione dell’insula Equilo al VII secolo d.C. Inaspettato il rinvenimento di 15 sepolture di adulti e bambini, appartenenti al cimitero annesso alla chiesa, per ora indagato solo parzialmente. Eccezionale è stata la messa in luce delle fondazioni del campanile di cui si era persa memoria, costituite da un esteso basamento in legno e da perimetrali spessi ben 160 cm, costruiti con grandi pietre squadrate.

Particolare di una sepoltura del cimitero di Equilo (VI-VII sec. d.C.). Come unico oggetto di corredo funebre vediamo un pettine in osso a doppia fila di denti, un tipo di manufatto che ricorre spesso nelle tombe altomedievali (foto unive)

La lunga stagione dell’Alto Medioevo. Durante il VI secolo tutta quanta l’area dovette passare nelle disponibilità della Chiesa. A questo periodo viene datato l’edificio religioso con mosaici, a cui abbiamo fatto riferimento prima , che rappresenterebbe il primo segno tangibile della presenza di un vescovo a Equilo, altrimenti documentata dalle fonti scritte solo a partire dal IX secolo. Altro segno di un controllo ecclesiastico dell’area sempre nel VI secolo è poi costituito da un cimitero, composto da inumazioni di nuclei familiari. Siamo giunti così all’Alto Medioevo. Finora gli scavi hanno restituito poche testimonianze di questo periodo, se non le fasi più antiche di una chiesa (IX secolo) che stanno venendo alla luce nell’area del già citato “monastero di San Mauro”. Tuttavia di una comunità equilense abbiamo notizie dirette da fonti scritte che si riferiscono a questo luogo, come quelle che compaiono nel testamento (829) redatto dal duca veneziano Giustiniano Particiaco, oltre che da elementi scultorei, come l’eccezionale frammento di sarcofago di un certo Antoninus tribunus (rappresentante della classe dirigente) e di sua moglie, databile sempre nel IX secolo.

Dallo scavo archeologico di Jesolo / Equilo a un percorso di visita permanente: amministrazione comunale e università Ca’ Foscari studiano il piano di fattibilità (foto unive)

La memoria del passato per gli abitanti e gli ospiti. Una storia così rilevante ha necessità di essere ricostruita, ma anche raccontata. E per farlo devono esistere luoghi e modi adatti. L’amministrazione comunale di Jesolo, di concerto con l’università Ca’ Foscari, sta dunque studiando un piano di fattibilità, non solo per recuperare e restaurare sul posto i resti della cattedrale e del “monastero di San Mauro”, ma anche per creare un percorso di visita che possa degnamente illustrare queste vicende. L’obbiettivo è restituire una fetta di quel passato non solo alla comunità, ma anche a coloro che durante il periodo estivo scelgono Jesolo come luogo di vacanza: un modo per valorizzare con contenuti diversi quella vocazione all’ospitalità che, già dall’età Tardoantica, il luogo dimostrava di possedere.

Per le Giornate europee dell’archeologia Aquileia presenta la Mappa Parlante: il patrimonio culturale accessibile a tutti. Visite teatralizzate in quattro itinerari e visite guidate

Il manifesto della Mappa Parlante di Aquileia

Audioracconti, video e visite teatralizzate animeranno Aquileia sabato 20 giugno 2020 in occasione delle Giornate Europee dell’Archeologia e della presentazione della “Mappa Parlante di Aquileia” che avrà come madrina d’eccezione Lella Costa. La Mappa Parlante, che verrà presentata al pubblico ad Aquileia in piazza Capitolo alle 10.45, mette al centro la divulgazione del patrimonio culturale in chiave accessibile per tutti, bambini e adulti. Al termine della presentazione, durante la quale sarà presente anche un interprete LIS, Lella Costa interpreterà alcuni racconti d’autore e i tesori e la storia di Aquileia prenderanno vita grazie alla sua voce. La Mappa Parlante è realizzata da Fondazione Radio Magica onlus, con il finanziamento di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Fondazione Aquileia, Comune di Aquileia, PromoTurismoFvg, e la collaborazione di direzione regionale Musei Fvg – museo Archeologico nazionale di Aquileia, Società per la conservazione della Basilica di Aquileia e soprintendenza Archeologia Belle arti Paesaggio del Fvg, università Ca’ Foscari di Venezia con la partnership tecnica SASWEB Lab del dipartimento di Scienze Matematiche, Informatiche e Fisiche dell’università di Udine.

Veduta aerea del sito archeologico di Aquileia dominato dalla basilica patriarcale

La giornata, che sarà organizzata in sicurezza con rispetto del distanziamento, sarà arricchita da un programma di visite teatralizzate (partenza alle 14.30/15.30/16.30/17.30 da info-point point di PromoTurismoFvg in via Giulia Augusta, di fronte al parcheggio) e visite guidate gratuite (10/15/16/17) per gruppi (max 10 persone) con prenotazione obbligatoria all’Info-point di PromoTurismoFvg (tel. 0431 919491 o via mail info.aquileia@promoturismo.fvg.it). Il programma delle visite teatralizzate prevede quattro itinerari e quattro performance con attori e guide turistiche del Friuli Venezia Giulia per raccontare la grande e la piccola storia di Aquileia. Ogni performance prevede un dialogo “impossibile” tra un attore che personifica un personaggio della storia romana aquileiese e una guida che approfondirà alcuni aspetti legati alle possibili visite del sito archeologico. Aratria Gallia, una donna mecenate accompagnerà i visitatori lungo il decumano che prende il suo nome e approfondirà il ruolo delle famiglie nobili romane ad Aquileia; Trosia Hilara filatrice di lana ambulante rappresenterà il mondo di schiavi e liberti conducendoci nelle Gallerie Lapidarie del Museo Archeologico Nazionale. Con Titus Annius, uno dei più illustri uomini dell’Aquileia repubblicana scenderemo al Foro romano e con l’imperatore Ottaviano Augusto passeggeremo al porto fluviale. Le visite guidate “classiche” accompagneranno invece i visitatori alla scoperta della Basilica, della Domus e palazzo episcopale, del museo Archeologico nazionale e delle aree archeologiche.