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Venezia. Lo scavo archeologico della villa marittima di Lio Piccolo apre le porte al pubblico con gli Aperitivi Archeologici. Incontri con gli archeologi e visite guidate

venezia_lio-piccolo_scavo-villa-marittima_locandinaDal 1° ottobre 2022 lo scavo archeologico di Lio Piccolo apre ufficialmente le porte al pubblico: proiezioni cinematografiche, visite guidate e conversazioni archeologiche animeranno Lio Piccolo, Ca’ Savio e l’area di cantiere dello scavo. Tutte le attività saranno accessibili tramite prenotazione (vivereacqua@unive.it e whatsapp 3516900300). L’indagine archeologica come lo scorso anno è diretta dal prof. Diego Calaon e dalla prof.ssa Daniela Cottica dell’università di Ca’ Foscari Venezia e vede la collaborazione e il finanziamento del Comune di Cavallino-Treporti, sotto l’alta sorveglianza della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, ministero della Cultura. Le attività di archeologia pubblica sono organizzate in collaborazione con la Direzione Regionale Musei, Veneto. “L’apertura al pubblico e la condivisione dei risultati è per noi archeologi un’azione fondamentale per un progetto partecipato e condiviso”, spiegano Diego Calaon e Daniela Cottica. “Condividere il percorso stratigrafico e, soprattutto, interpretativo ci ha permesso lo scorso anno di recuperare preziosissime informazioni dalla comunità: in un’indagine affascinante, talvolta complessa, che mira a comprendere il legame tra uomo e ambiente nell’antichità, per capire le modalità di sfruttamento degli spazi costieri antichi, abbiamo bisogno di condividere le informazioni con chi, “vive d’acqua”, proprio come il nome del nostro progetto”. L’apertura delle aree archeologiche mentre il lavoro è in corso, permette al pubblico di esser parte integrante di questo processo: non solo visitatori dunque, ma protagonisti del processo cognitivo e interpretativo. Che aspetto aveva la costa di fronte ad Altino presso Lio Piccolo in epoca romana? È questa la domanda e la sfida posta dallo scavo. L’amministrazione di Cavallino-Treporti ha inoltre promosso un percorso didattico finalizzato alla conoscenza del luogo per le scuole del territorio che hanno colto l’opportunità e che in questi giorni porteranno i ragazzi delle classi primarie e secondarie a visitare le aree archeologiche.

venezia_lio-piccolo_aperitivi-archeologici_1-ottobre_locandinaSabato 1° ottobre 2022, alle 16, Aperitivo Archeologico con Diego Calaon, Daniela Cottica e il team di scavo. Ospite Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e area archeologica di Altino. Segue la visita guidata agli scavi. Gli eventi sono gratuiti. È necessaria la prenotazione a: vivereacqua@unive.it, la prenotazione dal diritto pass per il passaggio nella ZTL di Lio Piccolo. L’accesso allo scavo avviene attraverso il piazzale dell’agriturismo Alle Saline (Via della Sparesera 4 – Lio Piccolo). Lio Piccolo è Zona a Tutela Rilevanza Urbanistica, per questa ragione l’amministrazione comunale ha anche messo a disposizione il trenino gommato con partenza dal cimitero di Treporti e arrivo al Borgo di Lio Piccolo (info orari e costi www.ctservizi.eu/it). Info: vivereacqua@unive.it, WhatsApp: +39 351 690 0300.

Jesolo. Visite guidate con l’università Ca’ Foscari al sito archeologico Antiche Mura e al Monastero di San Mauro

jesolo_area-archeologica-antiche-mura_monastero-san-mauro_visite-guidate_locandinaDal 22 settembre al 13 ottobre 2022 si terranno le visite guidate gratuite al sito archeologico Antiche Mura e al Monastero di San Mauro di Jesolo. L’area è stata oggetto fin dal secolo scorso di numerosi studi e ricerche grazie ai quali sono arrivati a noi importanti documenti e resti archeologici che testimoniano l’importanza religiosa del luogo. Nel sito archeologico troviamo i resti della Cattedrale di Santa Maria, condizioni attuali risalenti probabilmente alla Prima Guerra Mondiale, e i resti del Monastero altomedievale di San Mauro, la cui scoperta risale agli anni cinquanta del Novecento. Le visite saranno curate dall’università Cà Foscari di Venezia – Dipartimento di Studi Umanistici. Visite guidate per residenti e turisti: il lunedì e il giovedì in due turni, primo turno alle 15.45, secondo turno alle 16.30. Visite guidate per scolaresche il lunedì e il giovedì alle 9.

Roma. Per “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo, presentazione della collana di architettura “Angoli e Demoni” a cura di Renata Samperi e Paola Zampa. Incontro in presenza e in streaming

roma_Dialoghi-in-Curia_collana-architettura-Angoli-e-Demoni-2_locandinaCon settembre, dopo la pausa estiva, riprendono gli appuntamenti con i “Dialoghi in Curia”, incontri e appuntamenti che il giovedì pomeriggio animano gli spazi dell’antica sede del Senato romano promossi dal parco archeologico del Colosseo. Giovedì 15 settembre 2022 alle 16.30 la Curia Iulia ospita la presentazione della collana di architettura “Angoli e Demoni”, a cura di Renata Samperi e Paola Zampa, edita da Campisano Editore. Con l’occasione saranno presentati i seguenti volumi componenti la collana: “Οι γωνίαι. Il capitello angolare del tempio di Bassae” di Stefano Borghini; “Perché egli è Tagliacantone: Borromini, un architetto spigoloso” di Richard Bösel; “Non un palazzo, ma una città in forma de palazzo: gli angoli nel palazzo Ducale di Urbino” di Francesco Paolo Fiore. Introduce Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. Intervengono Elisabetta Molteni (università Ca’ Foscari Venezia), Claudio Strinati (Accademia nazionale di San Luca), Alessandro Viscogliosi (Sapienza Università di Roma). Modera e coordina Giovanni Battista Tomassini, capo redattore della Redazione Cultura e Spettacolo del TG3, Rai Radiotelevisione italiana. Saranno presenti gli autori e le curatrici della collana. L’evento potrà essere seguito in presenza con ingresso da largo della Salara Vecchia, 5. Prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti (max 100) su www.eventbrite.it. L’incontro sarà trasmesso in diretta streaming dalla Curia Iulia sull’account YouTube del PArCo: https://www.youtube.com/parcocolosseo.

Archeologia subacquea in laguna di Venezia. Il team di Ca’ Foscari ha scoperto a Lio Piccolo, nel sito della villa romana, una vasca per l’acquacoltura dei molluschi con le ostriche di duemila anni fa eccezionalmente conservate

Gusci di ostriche di duemila anni fa a un metro e mezzo di profondità nella laguna di Venezia, in una vasca che probabilmente serviva per conservare i prelibati molluschi prima di essere degustati. Siamo nel sito lagunare di Lio Piccolo, nel comune di Cavallino Treporti, scoperto quasi venti anni fa dall’archeologo amatore Ernesto Canal. E l’ipotesi preliminare su cui sta lavorando il team interdisciplinare impegnato nei giorni scorsi nella seconda campagna di scavo archeologico subacqueo è che la struttura detta “Villa romana di Lio Piccolo” era dotata di piscine per l’acquacoltura, in particolare di ostriche. Le indagini sono state dirette da Carlo Beltrame, professore associato di archeologia marittima del Dipartimento di Studi umanistici dell’università Ca’ Foscari Venezia, in collaborazione con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna. Il progetto di indagine, pluriennale, ha coinvolto anche studenti e studentesse con idoneo brevetto di subacqueo, che hanno avuto l’occasione di formarsi in condizioni di sicurezza. Inoltre, hanno partecipato l’impresa Idra di Venezia; Paolo Mozzi, geomorfologo e geoarcheologo del Dipartimento di Geoscienze dell’università di Padova; e Elisabetta Boaretto, specialista in analisi al radiocarbonio del Weizmann Institute di Rehovot (Israele).

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Le ostriche di duemila anni fa ritrovate sul fondo della vasca in mattoni per l’acquacoltura nel sito della villa romana di Lio Piccolo nella laguna di Venezia (foto unive)

“Nel mondo romano”, spiega Carlo Beltrame, “le ostriche erano molto apprezzate e allevate, anche se forse già adulte, in Gallia e nella penisola italiane. Come ricorda Cicerone, famose erano quelle allevate nel Lago Lucrino da Sergio Orata. Gli autori antichi ci parlano anche delle ostriche dell’Istria ma non menzionano Altino, dove però ostriche sono emerse da vari scavi della città romana. Non stupisce quindi trovarle a Lio Piccolo, ossia in una località che in età romana doveva essere in prossimità del litorale, in condizioni ideali per la loro crescita”.

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Ricerche subacquee dei ricercatori dell’università Ca’ Foscari nel sito della villa romana di Lio Piccolo nella laguna di Venezia (foto unive)

La prima campagna si era svolta esattamente un anno fa e aveva permesso di mettere in luce alcune strutture murarie e palificate segnalate da Canal a poche decine di metri dall’argine di Lio Piccolo lungo Canale Rigà. Questa nuova breve campagna ha permesso di chiarire l’interpretazione e la datazione di quanto visto nel 2021. Il fondale conserva una vasca in mattoni sesquipedali di forma rettangolare databile, anche sulla base di analisi al radiocarbonio, al 1° e 2° secolo d.C. In età romana, la struttura era sommersa e serviva per la conservazione, forse poco prima della consumazione, di ostriche. Questi molluschi si sono infatti eccezionalmente conservati sul fondo della vasca. Le ostriche verranno ora studiate da Davide Tagliapietra di Cnr-Ismar. La presenza di un gargame in legno, che doveva suddividere lo spazio per mezzo di una saracinesca, fa pensare peraltro che questa non fosse l’unica specie ospitata nella vasca.

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Spalletta della vasca in mattoni usata duemila anni fa per l’acquacoltura delle ostriche a Lio Piccolo nella laguna di Venezia (foto unive)

Ostriche e affreschi per una villa di pregio. Gli studiosi hanno rinvenuto delle strutture fondazionali ad una profondità minore rispetto al livello del medio mare. Si tratta di fitte palificate infisse su un fondale argilloso compatto che sostenevano dei camminamenti in mattoni rivestiti di cocciopesto. Numerosi resti di affreschi di pregio, in corso di analisi ad opera di Alessandra De Lorenzi, chimico-fisica dell’ateneo veneziano, e di mosaici bianchi e neri completano il quadro. Secondo l’ipotesi preliminare del team di studiosi, ci troviamo di fronte a una villa marittima di un certo livello dotata di piscine per l’allevamento ittico. L’applicazione, in via sperimentale, della tecnica fotogrammetrica subacquea, condotta da Elisa Costa, assegnista di ricerca del Dipartimento di Studi umanistici dell’ateneo veneziano, sta dando ottimi risultati anche in queste acque a bassissima visibilità permettendo di documentare al meglio le strutture sommerse individuate.

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Pali di fondazione e resti di pavimento in mattoni nel sito della villa romana di Lio Piccolo nella laguna di Venezia (foto unive)

Il progetto riguarda la portualità di Altino. Questo sito si inserisce nel progetto di archeologia dei paesaggi lagunari condotto da Carlo Beltrame in collaborazione con Paolo Mozzi e incentrato sulla ricostruzione della dimensione portuale di Altino. Negli ultimi due anni sono già stati oggetto di indagine il cosiddetto torrione romano, dimostratosi in realtà una cisterna di tipologia estremamente simile a quelle “alla veneziana” come quella, già nota, di Ca’ Ballarin (molto vicina alla villa di Lio Piccolo). È stato inoltre indagato un piccolo molo in opera pozzolanica, sempre di età imperiale romana, forse di servizio alla cisterna di Ca’ Ballarin, anch’esso a poche centinaia di metri dalla villa romana. Parte integrante del progetto sono anche le ricerche “terrestri” sull’area del porto urbano di Altino in località Vallerossa dove è stata indagata la grande darsena ad elle, di un ettaro di superfice, collegata al Sioncello, già nota da precedenti ricerche del Dipartimento di Geoscienze dell’ateneo patavino. “Le quote di giacitura di queste strutture sommerse – conclude Beltrame – sono preziosissimi markers per studiare il fenomeno dell’innalzamento relativo del livello del mare nelle sue due componenti eustatiche (innalzamento o abbassamento a scala globale del livello medio dei mari, non dipendente cioè da fenomeni locali) e di subsidenza regionale che, sommate, hanno portato gli edifici romani ad una sommersione di oltre due metri rispetto al livello del medio mare attuale”.

Lombardia. Emergenza siccità anche per i beni culturali: messe in sicurezza due imbarcazioni antiche emerse dal fiume Oglio e manufatti lignei di altri siti tra Cremona e Mantova. Individuata una palafitta dell’Età del Bronzo

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Messa in sicurezza di due piroghe medievali sul fiume Oglio a isola Dovarese (Cr) (foto sabap-cr-mn)

Messe in sicurezza due piroghe medievali emerse dal fiume Oglio in secca. Il protrarsi della siccità che nel corso di questa estate ha colpito la Lombardia, tra gli altri consistenti danni, ha causato l’affioramento dall’alveo dei fiumi di strutture, reperti archeologici e manufatti antichi. La situazione di emergenza per la tutela è collegata non solo al rischio che i materiali vengano raccolti da soggetti non autorizzati, ma anche all’esposizione al sole che ne mette a repentaglio la conservazione, in particolare per i reperti lignei. È il caso di due imbarcazioni antiche, emerse dal fiume Oglio nel territorio di Isola Dovarese (CR), poco a valle del ponte “Tre martiri”. Si tratta di due piroghe, vale a dire imbarcazioni monossili ricavate da un unico tronco d’albero scavato, risalenti all’epoca medioevale. Di particolare rilievo risulta una delle due, della lunghezza di 11.50 m, perché presenta anche alcune costolature di rinforzo interne, raramente attestate fino a oggi.

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Messa in sicurezza di una piroga medievale a Isola Dovarese (Cr) (foto sabap-cr-mn)

In seguito alla segnalazione dei volontari Auser (ex gruppo dell’ecomuseo di Isola Dovarese) e del sindaco di Isola Dovarese, la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Cremona Lodi e Mantova, stanziando parte dei fondi destinati alla tutela per il 2022, ha diretto un progetto di messa in sicurezza dei due scafi, consistente nel riseppellimento in alveo, una volta eseguita la documentazione e la campionatura dei manufatti.

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Una fase della messa in sicurezza della piroga a Isola Dovarese (Cr) (foto sabap-cr-mn)

La delicata operazione, che ha avuto luogo il giorno 18 luglio 2022, progettata dallo Studio Associato di Ricerca Archeologica di Gattico (No) con l’intervento degli archeologi Fausto Simonotti, Andrea Montrasi e Alice Lucchini, dottoranda dell’università Ca’ Foscari di Venezia specializzata in questo tipo di evidenze, con il supporto tecnico della ditta Olli Scavi srl, è stata resa possibile dalla collaborazione di diversi soggetti, quali AIPO-ufficio di Mantova, il Parco Oglio sud, il Consorzio di Bonifica Navarolo, i gestori della centrale idroelettrica di Isola facenti capo alla FENENERGIA spa, il sindaco Gianpaolo Gansi di Isola Dovarese e i volontari Auser Rino Piseroni, Mauro Bernieri, Ferruccio Minuti, Pierluigi Migliorati e Luciano Sassi.

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Dalle acque del fiume Oglio è affiorata una piroga medievale (foto sabap-cr-mn)

Parallelamente a questa, altre situazioni di affioramento sono state segnalate contemporaneamente alla Soprintendenza nella zona: a Piadena (CR) e ad Acquanegra sul Chiese (MN) altre imbarcazioni monossili e a fasciame sono parzialmente emerse dall’acqua, ma, a differenza di quelle di Isola Dovarese, il livello raggiunto dal fiume non ne pregiudicava la conservazione.

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Palificazioni emerse in comune di Calvatone (Cr), presso la riva di un’ansa fluviale immediatamente a monte dell’oasi WWF “Le Bine” (foto sabap-cr-mn)

Più complesso è apparso invece il contesto individuato in comune di Calvatone (CR), presso la riva di un’ansa fluviale immediatamente a monte dell’oasi WWF “Le Bine”. La segnalazione, trasmessa dall’associazione Klousios – Centro Studi e ricerche basso Chiese, della presenza di una serie di palificazioni emerse dall’acqua e di abbondante materiale ceramico, ha permesso alla Soprintendenza di attivare la protezione del sito, con il coinvolgimento del sindaco di Calvatone, Valeria Patelli, del Comando Stazione Carabinieri di Piadena, del Comando Compagnia Carabinieri Casalmaggiore e l’aiuto nella sorveglianza di vari cittadini di Calvatone, Enrico Tavoni, Massimiliano Seniga, Francesco Cecere e dell’ispettrice onoraria e collaboratrice della Soprintendenza Daniela Benedetti.

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Imbarcazione a fasciame emersa in comune di Calvatone (CR), presso la riva di un’ansa fluviale immediatamente a monte dell’oasi WWF “Le Bine” (foto sabap-cr-mn)

L’indagine archeologica condotta ha permesso di rilevare e posizionare una struttura composta da un centinaio di pali lignei, che vanno a comporre una piattaforma quadrangolare a centro fiume collegata alla riva da due pontili. Nei pressi è stata reperita un’imbarcazione a fasciame, ancora per la maggior parte interrata. La presenza di materiale ceramico di diverse cronologie, collegata allo scorrimento del fiume, non permette di datare con sicurezza la struttura, già individuata nel 2003 e allora interpretata come una palafitta ascrivibile ad un periodo compreso tra l’età del Bronzo Antico Finale e il periodo centrale del Bronzo Medio. Le campionature effettuate dai pali permetteranno tramite analisi dendrocronologiche e con l’utilizzo del C14 di comprendere meglio la datazione e il significato del contesto, che risulta in ogni modo di straordinaria rilevanza.

Scoperte ad Altino. Dagli scavi dell’area residenziale emerge un’imponente cloaca, parte di un sistema fognario pubblico. E, sul fondo, lucerne vasellame oggetti per la cura del corpo. Questi ritrovamenti saranno svelati in anteprima nell’iniziativa “Scavi aperti”

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L’imponente cloaca scoperta nel quartiere residenziale dell’area archeologica di Altino (Ve) (foto drm-veneto)

Una cloaca. Imponente. Ad Altino. All’inizio non ha sorpreso più di tanto, nonostante l’imponenza, perché qualcosa del genere era già emerso diversi decenni fa, nella zona a nord oltre l’anfiteatro, e probabilmente parte dello stesso sistema fognario. Ma gli scavi, iniziati a marzo 2022 nel quartiere augusteo dell’area archeologica di Altino (Ve), hanno svelato un “tesoro” che i fortunati partecipanti all’iniziativa “Scavi aperti” di mercoledì 20 luglio 2022, potranno vedere in anteprima. Dal “nuovo” lotto di scavi ad Altino iniziati in marzo, condotti sul campo dalla società cooperativa Petra di Padova e diretti dal Museo in collaborazione con la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, sono emerse delle scoperte inaspettate: in particolare le basi molto ben conservate di una struttura imponente, una cloaca, probabilmente costruita nello stesso periodo in cui la città si ampliò, interrando il canale con l’accesso acqueo. Un’infrastruttura a volta (di cui sono rimaste alcuni mattoni d’attacco) con spallette, anche quelle in mattoni alte un metro e mezzo ben visibili e una pavimentazione di lastroni di trachite. Sul fondo oggetti di uso quotidiano, pettini, oggetti in osso per la cura del corpo, vasellame da mensa e piccole lucerne decorate. La struttura si trova 3 metri sotto terra rispetto al piano campagna (il livello del terreno in cui si cammina oggi).

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Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e area archeologica di Altino (foto graziano tavan)

“Il manufatto”, spiega Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e area archeologica di Altino (Direzione regionale Musei Veneto), “ha una dimensione imponente quindi si tratta sicuramente di un sistema fognario pubblico predisposto secondo un preciso disegno urbanistico, non di  un piccolo fognolo di scarico dalle abitazioni private. Il livello di conservazione è molto buono e ci dice molto della pianificazione urbanistica dell’epoca”.

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Una delle lucerne ritrovate con altro vasellame sul fondo della grande cloaca scoperta nel quartiere residenziale di Altino (foto drm-veneto)

Oltre alla struttura ha un valore importante anche ciò che in essa è contenuto: vasellame da mensa, fine o grezzo, vasellame da cucina, lucerne, oggetti in osso per la cura del corpo, frammenti in vetro, piccoli strumenti in bronzo, pezzi di attrezzi da artigiani (come ad esempio un manico di mannaia) finiti nella fognatura attraverso gli ampi tombini dell’epoca. “Gli scavi di Altino riservano sorprese, scientificamente e qualche volta anche dal punto di vista dei monumenti e dei reperti che restituiscono”, interviene Bressan. “Per il futuro quindi ci auguriamo di continuare a scavare, qui, nelle altre aree demaniali, e non soltanto perché Altino è ancora tutta da scoprire e perché la ricerca, che in archeologia significa soprattutto scavo, è il fondamento e la base per la valorizzazione del patrimonio archeologico”.

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Visite guidate nel cantiere aperto dell’area residenziale di Altino con l’iniziativa “Scavi Aperti” (foto drm-veneto)

Tutte queste scoperte, che in futuro non rimarranno a vista, saranno osservabili in un’occasione speciale: l’incontro di “Scavi Aperti”, l’iniziativa di archeologia pubblica promossa dal Museo di Altino che a luglio raddoppia: appuntamento mercoledì 20 luglio 2022, alle 16, su prenotazione (0422 789443). Nel pomeriggio, durante l’incontro con il pubblico, oltre alla visita della ditta Petra, società cooperativa di Padova delle indagini archeologiche nell’area residenziale augustea, verrà infatti proposta anche una visita agli scavi di Campo Rialto dell’università Ca’ Foscari di Venezia, progetto “Alla ricerca di Altinum”. Sono raccomandati abbigliamento e scarpe comode, una bottiglietta d’acqua e antizanzare.

Cividale. Al museo Archeologico nazionale per il festival Musica Cortese concerto “LA FLOR EN PARADIS” con Tasto Solo

cividale_archeologico_205mo-compleanno_locandina“LA FLOR EN PARADIS – Liturgia & fin’amor nell’Ars Antiqua” è il titolo del nuovo concerto, a ingresso libero, di Musica Cortese, il festival internazionale di musica antica nei centri storici del Friuli Venezia Giulia. Appuntamento sabato 16 luglio 2022, alle 21, al museo Archeologico nazionale di Cividale con Tasto Solo l’ensemble fondata da Guillermo Perez (ES), preceduto dalla prolusione “Il mito del Medioevo: l’invenzione delle lingue europee” a cura del prof. Riccardo Drusi (università Ca’ Foscari – Venezia). Tutti gli appuntamenti di Musica Cortese 2022 sono “in presenza” di pubblico. Ogni concerto ed evento del Festival viene registrato professionalmente in multi-cam, con l’obiettivo di offrire a chi assisterà “in differita” una visione ed un ascolto quanto più possibile fedele all’ascolto dal vivo. È raccomandata la prenotazione da inviare alla mail dramsamcgma@gmail.com, indicando il proprio nominativo.

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Tasto Solo: Guillermo Pérez e Anne-Kathryn Olsen (foto di Robin H. Davies)

LA FLOR EN PARADIS. Il secolo XIII è stato un periodo essenziale per lo sviluppo e la fioritura della polifonia in Occidente. Tra tutte le forme musicali, il mottetto francese si impose come il genere preferito delle classi intellettuali. Il mottetto, risultato del processo di aggiunta di nuove voci a una melodia gregoriana pre-esistente, aprì nuove opportunità di sperimentazioni trasformandosi in un vibrante veicolo di esplorazione di nuove tecniche di composizione e di nuove formule contrappuntistiche. Il concerto presenta una selezione di mottetti composti principalmente tra il 1250 e il 1300 ed eseguiti associando in modo inusuale al canto l’organetto, secondo la pratica medievale dell’intavolatura: al piccolo organo sono affidate le voci inferiori mentre il cantante interpreta il canto superiore. Oltre ai mottetti, Tasto Solo presenta altri brani caratteristici dell’Ars Antiqua e dei primordi dell’Ars Nova. Il programma si basa soprattutto su due manoscritti: da un lato il famoso e prezioso Codex Montpellier, un codice che a dispetto della sua piccola dimensione, ha un valore incalcolabile poiché contiene la maggior collezione di mottetti francese del XIII secolo; dall’altro il celebre manoscritto Las Huelgas, che riporta le musiche utilizzate dalle monache e esperte cantatrici del monastero di Santa Maria la Real de Lau Huelgas di Burgos e la cui compilazione risale ai decenni a cavallo tra i secoli XIII e XIV.

Padova. “Sulle tracce dell’uomo alato”: apertura straordinaria del laboratorio di scavo della Soprintendenza per scoprire le sepolture preromane della necropoli orientale di Padova

padova_laboratorio-archeologico_sulle-tracce-dell-uomo-alato_locandina“Sulle tracce dell’uomo alato”: mercoledì 6 luglio 2022 apertura straordinaria del laboratorio di scavo della Soprintendenza per scoprire le sepolture preromane della necropoli orientale di Padova. In occasione del Piano di valorizzazione dei luoghi della cultura 2022, iniziativa promossa dal ministero della Cultura, la soprintendenza area metropolitana Venezia e province Belluno Padova Treviso apre le porte del proprio laboratorio di scavo archeologico in via Crimea, a Padova, per accompagnare il visitatore alla scoperta delle sepolture preromane della necropoli orientale patavina, rinvenute in via Tiepolo e via San Massimo. Lo scavo in laboratorio in essere si intitola “Sulle tracce dell’uomo alato”, un progetto che nasce attorno alla ricerca dell’università Ca’ Foscari di Venezia AWD (Another Way of Digging – Lo scavo in laboratorio delle sepolture preromane della necropoli orientale di Padova), attuata in collaborazione con la soprintendenza e giunta al suo quinto anno di attività. Il progetto prende il nome dall’immagine, unica in tutta l’arte delle situle e nel Veneto preromano, di un uomo alato su un gancio da cintura in bronzo, rinvenuto nella necropoli. Appuntamento dunque mercoledì 6 luglio 2022, dalle 15.30 alle 19.30, al deposito della Soprintendenza in via Crimea 68 a Padova. Ingresso gratuito su prenotazione. Massimo 20 persone distribuite nei seguenti turni di visita: alle 16, 16.45, 17.30, 18.15. Per prenotare, scrivere a sabap-ve-met.urp@cultura.gov.it entro martedì 5 luglio, indicando l’orario di visita scelto.

“Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata”: il regista veneziano Alberto Castellani svela in anteprima il suo nuovo film che racconta di un Paese martoriato, un popolo umiliato, una cultura millenaria e un patrimonio archeologico ricchissimo a rischio; con il contributo dei massimi esperti in materia

“Afghanistan, una terra dimenticata. Un popolo ferito e umiliato. Una tragedia immane. Un conflitto senza fine. Afghanistan, ultimo atto? Afghanistan, una cultura millenaria. Una cultura calpestata. Una incredibile avventura archeologica. Un patrimonio archeologico ricchissimo singolare incrocio di culture diverse oggi sottoposte a un sistematico saccheggio”. È con queste parole accompagnate da immagini straordinarie e drammatiche che il regista veneziano Alberto Castellani ci svela con un promo in anteprima il suo ultimo nuovo film, di cui sta ultimando in queste settimane la produzione: “Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata” destinato a essere uno dei film protagonista delle rassegne cinematografiche a soggetto archeologico dell’autunno 2022. “Dovrebbe durare all’incirca un’ora”, anticipa Castellani, “ma un minutaggio preciso al momento non è possibile. Vorrei che il film fosse disponibile per settembre in tempo per partecipare fuori concorso ad un momento dedicato all’Afghanistan che il RAM, il festival internazionale di Rovereto, sta organizzando per la giornata finale della manifestazione di quest’anno, esattamente tra tre mesi, il 2 ottobre 2022”.

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La valle di Bamiyan in Afghanistan con quel che resta dei Budda fatti saltare dai Talebani (foto TOI)

Dopo il film “Mesopotamia in memoriam” il racconto di una nuova pagina drammatica destinata a sconvolgere le nostre coscienze: “È stata una decisione presa all’indomani della presa di Kabul da parte dei talebani”, racconta Castellani. “Una decisione forse un po’ avventata per l’impegno e le difficoltà che poteva comportar la realizzazione di programma televisivo dedicato all’Afghanistan. Ed è così che abbandonato per un po’ il Medio Oriente legato alla mia produzione audiovisiva di questi ultimi anni, mi sono letteralmente “tuffato” nel continente asiatico venendo a contatto con un mondo ed una cultura che fino ad oggi non mi avevano coinvolto”.

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La corona d’oro trovata nelle tombe di Tillia Tepe (Afghanistan)

L’Afghanistan è una data, il 15 agosto 2021, quando ha cominciato a chiamarsi “Emirato islamico dell’Afghanistan”. “È lo Stato, se così possiamo ancora chiamarlo, che, nel corso di poche settimane, le milizie talebane hanno conquistato o meglio riconquistato occupando i principali centri della nazione compresa la capitale Kabul. Ed è lo Stato totalmente disfatto, da cui la popolazione civile sta tuttora cercando, con crescente difficoltà, di fuggire verso l’occidente. A quale Afghanistan rivolgersi? mi sono allora chiesto. Ma perché allora non pensare anche ad un altro possibile intervento, ad altre risorse che non debbono essere dimenticate dall’opinione pubblica internazionale oltre che dagli stessi afghani? Perché non pensare, ad esempio, alla millenaria cultura di quel popolo, a qualcosa che va ad inserirsi nelle radici più lontane di una comunità oggi in ginocchio ma che forse un domani potrà trovare nuove forze guardando al suo glorioso passato? L’Afghanistan rischia di perdere la propria identità e di svegliarsi dal caos attuale senza la coscienza di possedere una storia”, denuncia il regista. “L’Archeologia con le sue capacità a volte inesauribili di scoprire e ricostruire il passato può fornire un prezioso contributo per la sua rinascita”.

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Un rilievo dell’arte di Gandhara esposto nella mostra “Città, palazzi, monasteri. Le avventure archeologiche dell’IsMEO/IsIAO in Asia”

Il programma intende ricordare le principali figure di studiosi che nel corso del ‘900 e di questo inizio secolo si sono dedicati a ricostruire le vicende artistiche più lontane dell’Afghanistan facendo conoscere al mondo soprattutto l’arte del Gandhara che si caratterizza per la compresenza di elementi indiani, ellenistici ed iranici. Si tratta, nella fase iniziale, di archeologi francesi ma anche di ricercatori italiani tra i quali spicca la figura di Giuseppe Tucci.

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L’archeologa Anna Filigenzi in Afghanistan dove dirige la missione archeologica italiana dal 2004 (foto ismeo)

Per accompagnare il pubblico in questo viaggio, il regista veneziano si è avvalso della collaborazione di prestigiose istituzioni culturali, dal Museo Guimet di Parigi al Museo delle Civiltà di Roma, dal Museo Archeologico di Kabul all’ISMEO di Roma. E soprattutto ha trovato dei “compagni di viaggio” preziosi che ora costituiscono il comitato scientifico del film. “A partire dal coinvolgimento di Anna Filigenzi, direttrice della missione archeologica italiana in Afghanistan”, ricorda Castellani. “È stata la sua una presenza discreta, concretizzatesi in un incontro avvenuto a Firenze e proseguito poi con una serie di contatti telefonici e di suggerimenti per individuare alcune figure chiave di consulenti”. Si tratta di Massimo Vidale (università di Padova), di Luca Maria Olivieri (università Ca’ Foscari Venezia), di Ciro Lo Muzio (università La Sapienza di Roma), di Laura Giuliano e di Michael Jung (museo delle Civiltà di Roma). Particolarmente significativo il carattere scientifico del contributo ma anche il valore simbolico della partecipazione, il coinvolgimento di Mohammed Fahim Rahmi, Direttore Museo di Kabul, che in qualche modo, è proprio il caso di dirlo, è riuscito a far giungere nel mio computer delle preziose immagini a testimonianza della situazione del Museo più importante dell’Afghanistan”.

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Il regista Alberto Castellani al Museo Guimet di Parigi per le riprese del film “Afghanistan” (foto media venice)

Sono stati soprattutto due i Musei cui Castellani si è rivolto per la sua documentazione. Innanzitutto il parigino museo nazionale delle Arti Asiatiche, più noto come Museo Guimet, una esposizione permanente dedicata all’arte asiatica, in grado di documentare, tutte le campagne di scavo, tenutesi in territorio afghano, tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del secolo scorso grazie ad accordi intercorsi tra Francia ed Afghanistan. Quanto esposto al Guimet ha consentito a Castellani di far emergere alcune figure base della archeologia afghana. Si tratta di Alfred Foucher, giustamente considerato l’iniziatore di una campagna di indagini sul territorio che porterà alla individuazione di alcuni fondamentali siti come Hadda e Balkh. Si tratta di Joseph Hackin e di sua moglie Marie legati alla scoperta del Tesoro di Begram, di Jean Carl ed alle sue indagini sul monastero di Fundukistan, di Daniel Schlumberger che tanto operò sul sito di Ai Khanun.

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Il prof. Massimo Vidale, dell’università di Padova, tra i consulenti scientifici del film di Alberto Castellani (foto castellani)

Senza contare l’impegno italiano che ha preso avvio sin dal lontano 1957 con indagini su siti pre-islamici e islamici, Ghazni soprattutto, ponendo in luce aspetti inediti della storia culturale dell’Afghanistan e la sua centralità nella creazione e diffusione pan-asiatica di modelli artistici originali. Un impegno complessivo che ha fatto conoscere all’opinione pubblica internazionale quella che viene conosciuta come l’arte del Gandhara e attraverso essa lo sviluppo di una rivoluzione formale, di un nuovo modo di concepire le forme, il corpo umano, la narrazione, fattori questi che non esistevano nel mondo indiano. “Prima ci si esprimeva più attraverso delle icone statiche, dense di significato, immagini codificate”, sostiene il prof. Vidale in un suo contributo che appare nel film. “L’ellenismo portò veramente la capacità di rappresentare la vita dell’uomo in tutte le sue forme: la sensualità, i movimenti delle donne, i bambini, gli asceti i boschi, gli animali. Tutte cose che prima non c’erano. Ma questi codici formali non furono utilizzati per parlare dell’Occidente e dei valori del mondo greco, furono utilizzati per raccontare il mondo indiano. Ed è stata questa sintesi che ha avuto l’effetto così rivoluzionario che ancora oggi ci ammalia per la sua ambiguità e per la sua vitalità”.

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Shiva e Parvati: il prezioso rilievo fa parte delle collezioni del museo di Arte orientale “Giuseppe Tucci” al Muciv di Roma

Una seconda tappa fondamentale è costituita dal materiale esposto al Museo romano delle Civiltà e la riscoperta di una figura forse un po’ dimenticata in questi ultimi anni. Si tratta di Giuseppe Tucci. In anni in cui il Nepal era ancora un paese misterioso, il Tibet un paese proibito e favolistico, l’India una realtà poco conosciuta, Tucci fu uno dei primi occidentali a visitare quei paesi. Per decenni ne ha percorso le mulattiere, gli altopiani e le vette innevate. Lo ha fatto servendosi di asini o cavalli, unendosi a carovane di passaggio, spesso muovendo da solo a piedi, trascorrendo le notti in ricoveri di fortuna. Per avvicinare e comprendere civiltà allora in gran parte ignote, ha usato la sua conoscenza, eccezionale per quegli anni, del sanscrito, del tibetano, del cinese, e di molte altre lingue orientali come l’ebraico, l’hindi, l’urdu, l’iranico, il pashtu, il mongolo. “I temi sono tanti, forse troppi per un film, me ne sto rendendo conto di giorno in giorno”, conclude Castellani. “Forse sessanta minuti alla fine saranno pochi per celebrare un Paese come l’Afghanistan. Perché questa terra, come ha sostenuto il prof. Olivieri davanti alla mia camera, è certamente un ammasso di orografie confuse e difficili da comprendere. Ma questo ammasso dice due cose. Innanzitutto come sia difficile affrontare la complessità di questo territorio, come sia difficile prenderlo, conquistarlo, mantenerlo sotto un controllo. Ma anche come dietro quel mucchio di pietre ci siano altri mucchi di pietre: mucchi di pietre che sono quelle lasciate dall’uomo. E la straordinaria ricchezza dell’Afghanistan, dal punto di vista archeologico, non ha probabilmente pari in tutta l’Eurasia”.

Caorle (Ve). Al museo nazionale di Archeologia del Mare al via il ciclo di incontri “Storie riemerse – L’archeologia tra ricerca e racconto museale” con la conferenza di Carlo Beltrame su “Il brigantino Mercurio e la battaglia di Grado”

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Carlo Beltrame (università Ca’ Foscari)

Al via il ciclo di incontri “Storie riemerse – L’archeologia tra ricerca e racconto museale” promosso dal museo nazionale di Archeologia del Mare di Caorle (Ve), che vede in programma quattro appuntamenti, fino a settembre: il filo conduttore che li unisce tutti è l’archeologia, nella sua declinazione marittima/alto-adriatica ma non solo, considerata sia sotto l’aspetto della tutela e della ricerca, sia sotto l’aspetto della valorizzazione museale e del racconto al grande pubblico dei dati e delle informazioni acquisite grazie agli scavi (subacquei e non), dando conto, con taglio divulgativo, di alcune avvincenti sfide passate, presenti e future, lanciate per far riemergere la storia e le vicende millenarie del nostro territorio, con particolare riguardo al rapporto tra l’uomo e il mare. Gli appuntamenti in programma sono il 25 giugno, il 16 luglio, il 27 agosto, il 24 settembre 2022, sempre alle 18.30, sempre al museo nazionale di Archeologia del Mare di Caorle, con ingresso gratuito e consentito fino ad esaurimento dei posti a sedere disponibili.

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Copertina del libro “The Mercurio” di Carlo Beltrame

Il primo incontro, “Il brigantino Mercurio e la battaglia di Grado”, si terrà dunque sabato 25 giugno 2022, alle 18.30, al museo di Caorle, ed è dedicato alla presentazione del volume “The Mercurio” di Carlo Beltrame (università Ca’ Foscari di Venezia): dialogano con l’autore Alessandro Asta, funzionario della soprintendenza, e Federico Bonfanti, direttore del museo di Caorle. Il libro. Il brigantino italiano Mercurio stava scortando da Venezia la nave francese Rivoli da 80 cannoni alla sua prima spedizione, nel 1812, quando fu affondata da una nave inglese durante la battaglia di Grado. Da quando è stato individuato il relitto, il Mercurio è stato sede di numerosi scavi subacquei, iniziati nel 2001 e proseguiti dal 2004 al 2011 da parte di un’équipe dell’università Ca’ Foscari di Venezia, insieme alla locale Soprintendenza. Il loro lavoro ha rivelato una serie di reperti straordinari e ha fornito una visione unica della vita – e della morte – su un brigantino durante il periodo delle guerre napoleoniche. Questo volume offre una trattazione e un catalogo dei reperti forniti dal Mercurio, compresi i piani fotogrammetrici di prua e di poppa, insieme ad un’analisi della tecnica cantieristica, al dettaglio delle attrezzature e delle armi utilizzate e, unicamente, al dettaglio ravvicinato di trova collegato all’equipaggio stesso. Questo è uno dei pochi siti del Mediterraneo in cui sono stati conservati resti umani e, grazie al lavoro di antropologi, è stato persino possibile cercare di identificare uno degli uomini nominati nell’elenco dell’equipaggio. La scoperta di bottoni, calzature, oggetti preziosi e persino generi alimentari serve anche a far luce sulla vita quotidiana dell’equipaggio. Questo volume raccoglie così una ricchezza di informazioni archeologiche e storiche per raccontare la storia mai raccontata del Mercurio.