TourismA 2018 palcoscenico della cerimonia di consegna del V premio Francovich, assegnato per il 2017 al museo Sannitico di Campobasso (sezione medievale) e alla Domus dei tappeti di pietra di Ravenna. Annunciata l’apertura del museo dell’Antico porto di Classe

La giuria del premio Francovich insieme ai vincitori dell’edizione 2017 sul palco di Tourisma 2018 a Firenze (foto Graziano Tavan)
Il museo Sannitico di Campobasso (sezione medievale) e la Domus dei tappeti di pietra di Ravenna sono i vincitori del premio Francovich 2017 nella classifica votata rispettivamente dai soci e dal pubblico (non soci). La cerimonia di consegna del premio a TourismA, salone Archeologia e Turismo, che si è confermata palcoscenico privilegiato per il premio “Riccardo Francovich”, riconoscimento istituito nel 2013 dalla Società degli Archeologi Medievisti Italiani (Sami) per chi rappresenta la migliore sintesi fra rigore dei contenuti scientifici ed efficacia nella comunicazione verso un pubblico di non specialisti, individuando anno dopo anno un museo o un parco archeologico che a livello nazionale rappresenti un caso di best practice di allestimento museografico, attività didattico-comunicativa e qualità scientifica “in grado di rappresentare adeguatamente le tematiche dell’archeologia post classica”. Sabato 17 febbraio 2018 nell’auditorium del centro congressi di Firenze, gremito per TourismA 2018, è stato consegnato il premio Francovich, giunto alla V edizione. Sul palco, con il presidente della Sami, Giuliano Volpe, tutta la giuria. Nella votazione dei soci si è classificato al primo posto il museo provinciale Sannitico di Campobasso – Sezione Medievale per “l’efficace, affascinante presentazione museologica di una delle più importanti scoperte di archeologia barbarica del Meridione”.
Il museo del Sannio nasce nel 1881 e viene ospitato, insieme alla biblioteca Provinciale, nel Palazzo della Prefettura di Campobasso. Fu l’archeologo Antonio Sogliano a provvedere a una prima catalogazione del materiale, e a pubblicare l’Inventario nel 1889. Da allora il museo e la biblioteca hanno conosciuto vicende alterne e molteplici cambi di sede fino al 1995, quando il museo è stato allestito nei locali del settecentesco Palazzo Mazzarotta, nel centro storico di Campobasso. Al suo interno hanno trovato posto sia l’originaria raccolta provinciale ottocentesca, sia i ritrovamenti avvenuti durante moderni scavi archeologici nella provincia di Campobasso. L’esposizione si articola secondo un criterio cronologico e tematico, per cui per trovare la sezione alto-medievale, premiata dalla Sami, bisogna salire al secondo piano. Qui l’Alto Medioevo è rappresentato dalle ricchissime tombe di cavalieri bulgari ritrovate nella Piana di Bojano: tra queste la ricostruzione integrale della tomba di un guerriero e del suo cavallo con ricche bardature in argento. C’è inoltre una breve sezione con materiali basso medioevali, in particolare ceramiche.
Nella votazione del pubblico al primo posto si è classificata la Domus dei tappeti di pietra di Ravenna, per “il limpido allestimento museale di una ricca domus aristocratica della tarda antichità”. Collocata nella settecentesca chiesa di Santa Eufemia, in un vasto ambiente sotterraneo a circa tre metri sotto il livello stradale, la Domus presenta 14 ambienti con oltre settecento metri quadri di splendide pavimentazioni a mosaico appartenenti ad un palazzetto bizantino del V – VI secolo d.C. “La Domus non ha vinto solo in virtù della sua bellezza”, è intervenuto il presidente di RavennAntica, Giuseppe Sassatelli, “ma anche e soprattutto perché rappresenta un efficace esempio di restituzione del patrimonio archeologico sotto il profilo progettuale, museologico e gestionale. Questa vittoria è stata possibile grazie al sostegno dei cittadini e a quello degli oltre 850mila visitatori che, fino ad oggi, hanno visitato la Domus. Inoltre, grazie alle attività didattiche rivolte ogni anno alle scuole e attraverso le iniziative dello scorso novembre, realizzate per la ricorrenza dei 15 anni di apertura, tante persone hanno avuto occasione di visitare nuovamente il sito e di apprezzarne le modalità espositive. Il premio Francovich è un riconoscimento che ci darà ancora più energia per le molte ed importanti operazioni che dobbiamo affrontare nel 2018, tra le quali, in particolare, l’inaugurazione del Museo di Classe”. RavennAntica, proprio con la Domus, ha inaugurato la sua fortunata stagione di restituzioni del patrimonio e di buone prassi nell’ambito dei beni culturali. La Fondazione – hanno sottolineato i responsabili -, ha poi consolidato “il suo innovativo sistema gestionale con la successiva messa in valore degli altri monumenti da essa concepiti, realizzati e valorizzati: il museo Tamo, la Cripta Rasponi – Giardini pensili e l’Antico Porto di Classe, entrati a pieno titolo nel circuito dei siti cittadini. Tutto questo in attesa di conseguire l’obiettivo principale della sua mission: l’inaugurazione, come si diceva, nel prossimo autunno, del museo di Classe.
TourismA 2018. Il cavallo di Troia? Una clamorosa fake news dell’antichità. L’archeologo navale Tiboni: “Omero non ha mai scritto di un cavallo. Ilio fu vinta con l’inganno: ma entro le sue mura fu fatta penetrare una nave di tipo fenicio nota come hippos”

L’archeologo navale Francesco Tiboni e il direttore Piero Pruneti sul palco di Tourisma 2018. Alle loro spalle la copertina del libro “La guerra di Troia. Un inganno venuto dal mare” (foto Graziano Tavan)
Il cavallo di Troia? Una clamorosa fake news dell’antichità. Una bugia con le gambe lunghe come quelle di un… cavallo. Francesco Tiboni, archeologo navale di NavLab Laboratorio di Storia navale dell’università di Genova, ne è convinto perché – ribadisce – “Omero non ha mai scritto di un cavallo”. E a due anni dalle prime comunicazioni (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/24/miti-sfatati-il-cavallo-di-troia-era-una-nave-lhippos-fenicio-larcheologo-navale-rilegge-omero-e-i-relitti-antichi-e-smaschera-lequivoco-millenario-dovuto-al-traduttore-antico-alloscuro-de/), seguite da contributi più articolati e da un libro, “La guerra di Troia. Un inganno venuto dal mare” (Edizioni Storia e Studi sociali, 2017), il mondo accademico comincia a recepire la “novità” che smantella un episodio entrato nell’immaginario collettivo da più di due millenni. “E questo per me è un grande risultato”, commenta soddisfatto Tiboni dal palco di TourismA 2018, salone di archeologia e turismo culturale, a Firenze dal 16 al 18 febbraio 2018. Proprio a TourismA l’archeologo navale ha ripercorso le tappe filologiche della sua ricerca partendo proprio dal suo recente saggio dove ha esaminato uno degli episodi più noti della guerra di Troia, l’inganno del cavallo di legno, analizzandolo da un punto di vista archeologico, storico e filologico, allo scopo di chiarire come una vicenda che per i contemporanei di Omero era estremamente chiara nella propria evidenza, nel tempo possa essere stata fraintesa e decontestualizzata. Avvalendosi degli strumenti dell’archeologia navale, attraverso l’analisi delle parole, delle immagini e dei relitti, l’autore giunge a proporre una precisa collocazione dell’episodio che pose fine alla guerra di Troia all’interno di un quadro tematico ben definito, quello appunto della dimensione navale del mondo mediterraneo prearcaico.
“Sono un archeologo navale”, ha puntualizzato subito, “e quindi ho voluto approfondire gli aspetti della navigazione nel Mediterraneo tra la tarda età del Bronzo, cioè quello corrispondente alla guerra di Troia, e la prima età del Ferro, periodo in cui sono stati scritti i poemi omerici. È proprio in questi secoli che tra le navi che solcavano le acque del Mediterraneo c’era un’imbarcazione fenicia molto diffusa e nota col nome di hippos, così chiamata perché aveva la polena a testa di cavallo, imbarcazioni con le quali sarebbe stata circumnavigata addirittura l’Africa”. Le fonti antiche citano la nave hippos in più occasioni. Strabone la ricorda come una nave mercantile fenicia. Sofocle (Andromeda, fr. 2, Apud Athenaeum, XI, 64): “su hippoi o su piccole navi navighi verso terra?”. Trifiodoro (184-5): “dopo aver pregato la glaucopide figlia di Zeus (Atena, ndr), si precipitano al mercantile hippos”. Ma forse la citazione più interessante, spiega Tiboni, è quella contenuta in Plinio il Vecchio (Naturalis Historiae, VII, 57) che afferma: “Hippo di Tiro inventò l’oneraria”. “Quando Plinio scrive – siamo nel I sec. d.C. – la tradizione di queste navi si è ormai persa nel corso dei secoli. Sappiamo che nel Levante non è riscontrato il nome Hippo. Quindi il nome della nave oneraria, hippos, si fonde con le sue origini fenice, la città di Tiro, e in Plinio diventa un nome proprio: Hippo di Tiro. Ma, al di là della “sovrapposizione-contrazione” delle notizie, abbiamo la conferma che l’hippos era una nave fenicia”.
Ma quello che per Tiboni è fondamentale è che Omero, nel descrivere l’inganno del cavallo, usa sempre una terminologia navale. Odissea (IV, 708-9): “Dimmi araldo, perché mio figlio solca il mare a bordo delle navi che sono gli hippoi del mare?”; (XI, 523): “Quando ci imbarcammo sull’hippos, che Epeo costruì, noi fiore degli Argivi, e tutto da me dipendeva, aprire il solido inganno e richiuderlo”. E ancora (VIII, 487-520): “Dicci del dourateous hippos che Epeo costruì con Atena”. Per Tiboni questo è un passo importante perché si associa hippos all’aggettivo dourateous, che rimanda al termine dourata, cioè alle tavole del fasciame che compongono una imbarcazione. “Quindi non stiamo parlando di un cavallo di legno, come per secoli è stato tradotto (per legno Omero avrebbe usato un’altra parola), ma di una nave. E a ribadire il concetto più che Epeo, del quale si sa essere stato un pugile e un discobolo, è l’intervento divino di Atena che in epoca omerica era la protettrice dei maestri d’ascia”.

Esempi di pittura vascolare con il “cavallo di Troia” mostrati da Tiboni a TourismA 2018 (foto Graziano Tavan)
Ma allora come è nata la bufala del “cavallo” di Troia? “Già i greci parlano del cavallo perché avevano perso la nozione della nave fenicia”, spiega Tiboni. “Comunque le rappresentazioni dell’inganno di Troia sono abbastanza scarne. Ne conosciamo solo 37, e non sembrano riferirsi a una tipologia precisa. Esemplare in questo senso le scene vascolari: i vasai riproducevano l’episodio su informazioni che avevano letto o tramandate oralmente, e quindi ognuno lo interpretava alla sua maniera. L’idea del cavallo di legno si rafforza in periodo romano dopo aver letto – superficialmente e frettolosamente – Virgilio che in realtà nell’Eneide (II, 16, 112, 186, 234-237) nel narrare dell’inganno, descrive non un cavallo ma un’imbarcazione e le diverse fasi della sua costruzione che in antico partiva dal fasciame e poi passava allo scheletro”. Scrive Virgilio: “Ne intessono le murate con tavole di abete… già sorgeva il cavallo fatto di travi d’acero”, che è la prima sequenza: la realizzazione del fasciame in legno di abete o di acero. Segue la costruzione dello scheletro in legno di quercia (“Così intessuto di travi di quercia”). Ma anche la descrizione dell’introduzione del cavallo in Troia è illuminante. Sempre Virgilio: “Separiamo le mura e apriamo le fortificazione della città. Ognuno dà una mano a sottoporre rulli scorrevoli al cavallo a legare al suo collo lunghe funi”. Chiarisce Tiboni: “Quindi non si abbattono le mura: si aprono le porte. E l’uso dei rulli è quello tipico per la messa in secca delle navi, ben decritto da Tacito”. Ma ormai la fake news era stata confezionata. Il “cavallo di legno” di Virgilio viene ripreso e reso immortale da Giambattista Tiepolo nel Settecento per giungere senza colpo ferire ai nostri giorni nel film “Troy”, colossal epico del 2004 diretto da Wolfgang Petersen.

Tiboni mostra i rilievi assiri con la rappresentazione di un hippos trascinato dentro la città facendolo scorrere su grandi rulli (foto Graziano Tavan)
Cosa successe veramente davanti alle mura di Troia? “Per capire la valenza dell’inganno”, fa sapere l’archeologo navale, “dobbiamo aver ben presente cosa succedeva tremila anni fa quando si giungeva alla fine di un conflitto: la parte perdente doveva pagare il tributo alle divinità vincitrici. Spesso lo si faceva offrendo alla città vincente una nave carica di merci preziose”. I greci in dieci lunghi anni lontano dai loro regni non erano riusciti ad avere la meglio sulla città tra lo Scamandro e il Simoenta. Le grandi mura, che la tradizione vuole realizzate da Poseidone e Apollo, avevano retto a ogni assalto. Non rimaneva che la resa. E il pagamento del tributo. “Ma quale nave era più adatta?”, si chiede Tiboni. “Considerando le rivalità interne tra i greci, è facile pensare che nessuno voleva che una propria nave diventasse il simbolo disonorevole della resa. E così si scelse una nave non greca, un hippo fenicio, che fu avvicinato alle mura facendolo scivolare su grandi rulli”. Un rilievo dal palazzo del re assiro Assurbanipal a Ninive del VII sec. a.C. ci fa capire bene come avveniva il tributo ai vincitori con il trascinamento sui rulli di un hippo, agganciato alla testa di cavallo, dentro la città. “Come possiamo immaginare”, riprende Tiboni, “l’operazione era piuttosto laboriosa e richiedeva molto tempo, durante il quale le monumentali porte della città rimanevano spalancate. Quindi non ci fu l’abbattimento delle mura, con l’ingresso di un manipolo di greci nella pancia del cavallo: avrebbero fatto ben poco”. Ma con le porte spalancate e, si può supporre, le guardie distratte dai festeggiamenti di ringraziamento agli dei per la fine della guerra e il pagamento del tributo, l’irruzione dei greci dentro le mura di Ilio fu un gioco da ragazzi. “L’inganno del cavallo di legno aveva raggiunto lo scopo: la presa di Troia. Un inganno venuto dal mare, a bordo di una nave fenicia”.
TourismA 2018, Sgarbi lancia la sfida-progetto: “Ricostruirò per anastilosi il tempio G di Selinunte, il più grande dell’occidente greco. Sarà un valore aggiunto di bellezza per la Sicilia”. Costo dell’operazione: 15 milioni, da coprire con sponsor
Sulla collina orientale di Selinunte si vede solo un informe ammasso di rocchi di colonne, più vicino a una ruina dantesca che a una vestigia antica. È quello che rimane di quello che oggi è noto come Tempio G, tempio greco di ordine dorico (VI-V sec. a.C.) dedicato agli dei olimpici e alle principali divinità della città di Selinunte (Zeus, Phebo, Apollo, Pasikrateia, Malophoros), che con i suoi quasi 45 metri di larghezza e 109 di lunghezza era uno dei più grandi dell’occidente greco. “Basterebbero sette mesi per vedere in piedi le prime colonne”, ha affermato Vittorio Sgarbi, neo assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia, ospite sabato 7 febbraio di TourismA 2018, a Firenze. Poi, rivolgendosi all’auditorium gremito del centro congressi, mostra un’immagine sul grande schermo: “Guardate. Qui in primo piano le rovine del tempio G, sullo sfondo il tempio E maestoso. Ma non è sempre stato così. Anche quel tempio era a terra ed è stato riassemblato. Perché allora non fare altrettanto con il più grande tempio greco dell’occidente?”.

Vittorio Sgaarbi sul palco di TourismA 2018 mostra la grande “ruina” del tempio G a Selinunte (foto Graziano Tavan)
L’idea-progetto del suo assessorato Sgarbi l’aveva manifestata la prima volta un mese fa proprio a Selinunte, intervenendo al convegno “Valorizzazione e tutela dai rischi geologici della polis di Selinunte” al baglio Florio del parco archeologico selinuntino, dove sono stati presentati i risultati del primo di tre anni di una ricerca che i geomorfologi dell’università di Camerino stanno svolgendo nel sito. E a Firenze l’ha ribadito con forza: “Mi sto impegnando per raggiungere l’obiettivo: la ricostruzione per anastilosi del tempio G, che rappresenterà un valore aggiunto di bellezza per il parco archeologico selinuntino. Una bellezza in più per il patrimonio siciliano”.

La mapppa del crollo del tempio G di Selinunte con gli elementi delle singole colonne colorati con colori diversi (foto Graziano Tavan)
Il tempio G presentava 8 colonne sul fronte e 17 sui fianchi. Il peristilio circondava un naos suddiviso in 3 navate. Sgarbi ha già un’idea dei costi dell’operazione: circa 15 milioni di euro da coprire con sponsorizzazioni, senza gravare sul bilancio pubblico. Da una prima stima il prezzo della ricostruzione per ogni colonna sarebbe di 600mila euro. “Ho chiesto preventivi a quattro diverse fonti”, ha chiarito, “e ritengo che quello più autorevole sia il progetto da 12 milioni elaborato dalla soprintendenza del Mare, ente capofila, con la soprintendenza del sito”. Un altro progetto, che prevede la ricostruzione anche della cella e di altre componenti del tempio, si avvicinerebbe ai 35 milioni di euro. “Ho detto alle due soprintendenze di mettersi d’accordo e di darmi un preventivo certo, che pare potrebbe essere intorno ai 15 milioni con la ricostruzione del solo peristilio”. Sgarbi, una volta che avrà in mano il progetto definitivo (“Questione di settimane”), cercherà dei mecenati che lo possano sostenere. “La volontà politica della ricostruzione esiste”, ha concluso, “gli studi sono stati in gran parte esperiti con un convegno del 2013, altri studi sono stati fatti e quelli dell’università di Camerino sono utili sul piano della geologia”.
TourismA. Alle catacombe di Napoli il premio nazionale Francovich della società degli Archeologi medievisti italiani: un riconoscimento alla gestione innovativa dei ragazzi del rione Sanità guidati da don Antonio Loffredo. Premiata dal pubblico l’area archeologica di S. Maria di Siponto
Il più emozionato sul palco del centro congressi di Firenze era senz’altro don Antonio Loffredo attorniato dai ragazzi della cooperativa la Paranza a TourismA, salone internazionale dell’archeologia, per il premio nazionale Francovich. “Se succede al rione Sanità di Napoli, c’è speranza per tutti”, ha commentato commosso alla presenza del ministro Dario Franceschini nel ricevere dalle mani di Giuliano Volpe, presidente Sami e presidente del Consiglio Superiore Beni Culturali e Paesaggistici del MiBACT, il premio Francovich 2016, riconoscimento istituito nel 2013 dalla Società degli Archeologi Medievisti Italiani (Sami) per chi rappresenta la migliore sintesi fra rigore dei contenuti scientifici ed efficacia nella comunicazione verso un pubblico di non specialisti. E quest’anno il premio è stato assegnato alle catacombe di Napoli, precisamente quelle di San Gennaro e San Gaudioso “per l’appassionata ed efficace opera di promozione culturale e sociale, per la capacità di coinvolgimento della comunità di patrimonio del rione Sanità e per l’innovativa gestione dal basso di un importante complesso archeologico”, raggiunto – come si diceva – grazie alla gestione innovativa dei ragazzi del rione Sanità, guidati da don Antonio Loffredo con la cooperativa la Paranza e il sostegno della Fondazione San Gennaro, che ha portato nel 2016 un boom di visite, che quest’anno ha superato i centomila ingressi.
La commissione, presieduta da Giuliano Volpe, è composta da Paola Galetti (professore di Storia medievale, università di Bologna), Federico Marazzi (professore di Archeologia medievale, università di Napoli “Suor Orsola Benincasa”), Antonella Pinna (dirigente Regione Umbria), Piero Pruneti (direttore di Archeologia Viva), Ugo Soragni (direttore generale Musei, MiBACT), Anna Maria Visser (professore di Museologia, università di Ferrara). Dallo scorso anno alla votazione dei soci della Sami si è aggiunto anche il voto pubblico dei non soci, in modo da allargare il più possibile la partecipazione e mobilitare, in tal modo anche sensibilizzandoli, i cittadini italiani e in particolare le comunità locali più direttamente coinvolte. Il premio del pubblico è stato conferito all’area archeologica di Santa Maria di Siponto “per il progetto coraggioso e innovativo, capace di coniugare i resti archeologici e una suggestiva installazione di arte contemporanea e di offrire con efficacia evocativa la percezione dei volumi architettonici della chiesa paleocristiana”.
Egitto. Scoperti alla periferia del Cairo, dove tremila anni fa sorgeva la grande città di Eliopoli, i frammenti di una statua colossale di Ramses II. Probabilmente veniva dal tempio che il grande faraone della XIX dinastia aveva costruito proprio a Eliopoli. Entusiasmo delle autorità egiziane

Bambini di el-Matariya, un sobborgo del Cairo, si fotografo accanto al frammento della statua colossale di Ramses II appena scoperta
“Una delle più importanti scoperte dell’Egitto”: il ministro egiziano delle Antichità, Khaled al-Anani, ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per far sapere al mondo della scoperta da parte di un gruppo di archeologi egiziani e tedeschi dei frammenti di una statua colossale di Ramses II alla periferia del Cairo, nel sobborgo di el-Matariya, oggi poco più di una baraccopoli annessa alla zona industriale, ma quattromila anni fa sede di Eliopoli, una delle più importanti città dell’Antico Egitto, che ospitava – tra l’altro – un grande tempio solare analogo – si ritiene – a quello di Abu Gurab, tra la piana di Giza e Saqqara. “Abbiamo visto il busto e una parte della testa, poi la corona e ancora un frammento dell’orecchio e dell’occhio destro”, continua il ministro. “Accanto alla statua gigante anche un’altra di circa un metro del faraone Seti II, entrambi appartenenti alla XIX dinastia”. E conclude: “Il colosso di Ramses II appena rinvenuto a el-Matariya verrà con tutta probabilità esposto all’ingresso del Grande museo egizio che dovrebbe essere inaugurato il prossimo anno al Cairo”. Non è una novità che le autorità egizie sfruttino le nuove scoperte come promozione della terra dei faraoni, in questo Zahi Hawass è stato insuperabile, ma oggi l’Egitto ha particolarmente bisogno di rialzare attenzione e interesse dei viaggiatori internazionali che latitano dallo scoppio della rivoluzione nel 2011. Il Paese ha bisogno dei turisti. Non è un caso che proprio l’Egitto sia stato il Paese ospite d’onore della recente edizione di TourismA, il salone internazionale dell’archeologia, a Firenze.

Archeologi e autorità, tutti attorno al frammento della testa colossale di Ramses II scoperta al Cairo
Entusiasta anche il capo del dipartimento Antichità egiziane del dicastero, Mahmud Afifi, parlando della monumentale statua di Ramses II in quarzite, ritornata alla luce spezzata in grandi pezzi. E il capo della missione egiziana, il professor Ayman al-Ashmawy: “Proprio a Eliopoli sono stati trovati in passato rovine di un tempio dedicato al grande faraone che ha governato dal 1279 al 1213 a.C. che era uno dei più grandi dell’antico Egitto visto che raggiungeva il doppio delle dimensioni del tempio di Karnak a Luxor”. E ora i frammenti di una statua monumentale che secondo Zahi Hawass “in considerazione delle dimensioni della statua, non possono che appartenere a Ramses II e non a un qualsiasi altro re antico”.
Per sollevare l’enorme testa, trovata separata dal busto, è stato utilizzato un carrello elevatore, mentre il resto della statua, del peso di 7 tonnellate, è stato recuperato con corde e paranchi. Il ministero delle Antichità, viste le non poche polemiche sollevate sul web, ha negato che la gigantesca statua del faraone possa essere stata danneggiata da una scavatrice durante i lavori di recupero: “Soltanto la testa è stata spostata utilizzando la scavatrice. Il tutto è avvenuto sotto la supervisione del team di archeologi tedeschi autore del ritrovamento. Sono state inoltre utilizzate travi di legno e sughero per evitare danni”. Anche il capo il capo della missione archeologica Dietrich Raue assicura che la scultura non è stata danneggiata durante lo spostamento, sottolineando anche che diversi monumenti subirono danni in epoca greco-romana.
A Tourisma 2017 tutti in fila per un’esperienza unica: entrare nella camera funeraria di Tutankhamon, ricostruita in scala 1:1, e poi assaggiare lo shedeh, il vino che faceva resuscitare i morti, ricreato nel Trevigano sulla base dei ritrovamenti nella tomba del faraone fanciullo
“Scusi, dov’è la tomba di Tutankhamon? Il mio nipotino mi ha chiesto di accompagnarlo proprio per vederla…”. Chi ha frequentato il palazzo dei Congressi a Firenze per Tourisma 2017, il salone internazionale dell’archeologia, gli sarà capitato più di una volta di sentirsi rivolgere questa domanda da visitatori disorientati dalla complessa e ricca articolazione della kermesse diretta da Piero Pruneti. “Segua la fila…”. E sì, perché per tutti tre i giorni di Tourisma è stata una fila continua, ordinata, emozionata, desiderosa di provare un’esperienza unica: entrare nella tomba del faraone fanciullo, vera attrattiva del salone. La camera funeraria è stata infatti ricostruita, come Howard Carter la scoprì nel 1922, in scala 1:1 dall’artigiano e appassionato di egittologia Gianni Moro, dopo tre anni di studio e lavoro su un progetto scientifico delle università di Torino Padova e Venezia. “Entrando”, spiega l’ideatrice del progetto, l’egittologa Donatella Avanzo, “si respira un fascino sospeso, come se fossimo accolti anche noi nell’aldilà del sovrano”. La copia esatta della camera funeraria ha riproposto gli affreschi, ma anche i gioielli, il trono, gli oggetti con cui il faraone fanciullo fu sepolto. Tra questi c’erano tre anfore con tre tipi di vino diversi. Quello chiamato Shedeh, che doveva aiutare a far rinascere il sovrano, è stato ricreato da un produttore trevigiano, utilizzando semi ritrovati nella tomba.
“Nella tomba di Tutankhamon”, ricorda Avanzo, “sono state ritrovate ventitré anfore vinarie. Tre, in particolare, erano state collocate rispettivamente a est, a ovest e a sud rispetto al sarcofago: la prima conteneva vino bianco, a bassa gradazione, a indicare il sole debole del mattino; la seconda vino rosso, più forte, come il sole caldo di metà giornata mentre la terza vino shedeh, più alcolico, dolce e gradevole, che si pensava potesse dare al defunto l’energia necessaria per rinascere al termine del suo viaggio notturno. Su questa anfora era riportata la scritta irep nefer nefer nefer, e cioè vino buono buono buono, una sorta di garanzia di qualità che ne indicava lo straordinario livello di pregio, oltre all’annata di produzione e al nome del capo cantina, segno di quanto fosse considerata importante in quella civiltà la cultura vitivinicola”. Shedeh: un vino dunque così buono da essere considerato capace di riportare in vita i morti. Ricreare quel vino, utilizzando le tecniche del tempo, è stata l’improbabile quanto affascinante sfida che hanno deciso di raccogliere Donatella Avanzo e Fabio Zago dell’azienda Antonio Rigoni di Chiarano (Treviso).
“Tutto è nato nel 2005”, racconta l’egittologa, “quando abbiamo presentato al salone del vino di Torino la ricostruzione di un torchio per la vinificazione utilizzato in epoca ramesside, sulla base di disegni ritrovati nelle tombe e delle ricerche di Patrick McGovern”. Il progetto successivo è stato la ricostruzione tridimensionale, in scala 1:1, della camera mortuaria del “faraone fanciullo” Tutankhamon, scomparso nel 1323 a.C. a 19 anni, e scoperta nel 1922 da Howard Carter. Proprio questa riproduzione, realizzata dall’artigiano Gianni Moro, è stata lo stimolo per spingersi poi oltre e provare a riprodurre quel nettare ritrovato in fondo a una delle anfore della tomba”. Lo shedeh presentato a Tourisma 2017 è stato realizzato con le uve più antiche del territorio trevigiano. “È un progetto”, sottolinea Zago, “che si presta bene all’invecchiamento in bottiglia, rivolto a una clientela medio-alta”. E per dare un tocco di classe, sull’etichetta è stata riportata una famosa dichiarazione d’amore contenuta nel famoso papiro, Harris 500, custodito al British Museum: “Ascoltare la tua voce è per me vino shedeh”.
TourismA 2017. Alla scoperta del santuario megalitico di Pat in Valcamonica tra massi-menhir, stele istoriate, allineamenti, recinti sacri
Sulle orme dei nostri lontani antenati di 6-7mila anni fa. È stata una passeggiata alla scoperta dei santuari megalitici della Valcamonica quella che Raffaella Poggiani Keller, specialista in Preistoria, già soprintendente ai Beni archeologici della Lombardia, ha presentato a TourismA 2017, il salone internazionale dell’Archeologia, portando per mano il numeroso pubblico presente al palazzo dei congressi di Firenze alla scoperta di “Culti e cerimonie dell’età del Rame in Valcamonica”, e focalizzando l’attenzione sul santuario megalitico di Pat. “Per megaliti”, introduce l’archeologa preistorica, “si intendono le stele e i menhir che troviamo distribuiti pressoché contemporaneamente in molte regioni d’Europa, e con caratteristiche molto simili”. Particolarmente ricche le aree alpine. Famosi i siti megalitici di Sion, Aosta, Val d’Adige, Riva-Alto Garda, Valtellina e Valcamonica: queste ultime collegate tra loro attraverso il passo dell’Aprica. “Negli ultimi trent’anni”, ricorda, “sono stati catalogati una trentina si siti megalitici, 12 in Valtellina, 20 in Valcamonica, tra santuari e siti con singoli monoliti istoriati”. Tra i santuari, abbiamo quelli sugli altopiani (soprattutto in Valtellina) e quelli di fondovalle, spesso collegati ad abitati: questo si riscontra tra la fine del Neolitico (II metà del V millennio a.C.) e la romanizzazione (età del Ferro).

Un mosaico di immagini con il paesaggio in cui è stato fondato il santuario megalitico di Pat e dettagli dei circoli votivi a nord e dei tumuli a sud
Particolarmente interessante il santuario megalitico di Ossimo-Pat, una struttura molto articolata che si estende su una superficie di 4mila mq., frequentato dalla metà del IV millennio per tutto il III millennio, con una persistenza nel I millennio a.C. quando nei pressi sorge un abitato dei camuni che dialoga ancora con il santuario. Fu un appassionato del posto, Giancarlo Zerla, che nel 1994 individuò la prima stele istoriata, scivolata a valle tra gli alberi del bosco, dando il via alle ricerche che continuano tuttora. Il santuario di Ossimo-Pat fa parte di un singolare complesso di luoghi di culto dell’età del Rame (Pat, Anvòia, Passagròp e Ceresolo- Bagnolo), posti alla distanza di circa 400 m l’uno dall’altro e in relazione visiva tra di loro, ad una altezza di 800 metri. I pianori su cui si trovano i siti furono “ritagliati” tra i boschi con incendi, all’atto dell’impianto dei santuari calcolitici.
“Il sito”, spiega Poggiani Keller, “inserito in un paesaggio rituale di grande suggestione presenta due distinti contesti: un santuario calcolitico (metà IV-III-inizi II millennio a.C.) nel quale si rinnovano attività di culto sul finire dell’età del Bronzo e per tutto il I millennio a.C.; un abitato dei camuni, formato da sette case a pianta rettangolare, costruito nell’avanzata età del Ferro appena a monte. Il santuario, esteso per oltre 4000 mq all’estremità orientale del terrazzo di Pat affacciato sulla Valle dell’Inferno, comprende un’area con allineamenti di monoliti, posta al centro di due aree con tumuli e recinti. Il primo ciclo di vita (fondazione, frequentazione con varie fasi d’uso e di ristrutturazione, abbandono) inizia tra tardo Neolitico ed età del Rame, verso la metà del IV millennio a.C., e si conclude con il Bronzo Antico. Per ora si è raggiunto il livello di impianto del santuario solo nell’area cerimoniale posta a Sud dell’allineamento megalitico, dove si sono evidenziati tre tumuli circolari (diametro tra 5 e 6.40 m) in pietre originariamente coperte da terra e con perimetro in sassi, in alcuni tratti su più corsi”. Si tratta di tumuli-cenotafio perché, anche se all’interno si riproduce una struttura funeraria, non hanno mai ospitato sepolture ma solo offerte votive: collane, vasi, punte di freccia. In questi tumuli, databili 3700-3500 a.C. (età del Rame), erano poste delle stele incise, capovolte ritualmente, con cosiddette “figure topografiche”, vere e proprie raffigurazioni del territorio. “È proprio in questo periodo”, sottolinea l’ex soprintendente, “che l’uomo preistorico inizia a costruire il paesaggio”. L’area dei tumuli Sud fu abbandonata con il Bronzo Antico: il focolare, acceso tra piattaforma A e B, data la conclusione del primo ciclo di frequentazione al 1890-1520 a.C. L’area torna ad essere frequentata nel corso del I millennio a.C. quando sopra i tumuli calcolitici, ormai coperti dal colluvio, furono accesi piccoli fuochi. “Ne abbiamo scavato una trentina. La scansione cronologica di questa nuova frequentazione del santuario, sul finire della tarda età del Bronzo e per l’intera età del Ferro fino al II-I secolo a.C., è basata, oltre che su frammenti ceramici significativi, seppur rari, su una serie di datazioni radiometriche, effettuate sui carboni dei numerosi focolari accesi accanto e sopra monumenti e strutture. Lo studio paleobotanico chiarisce il contenuto di alcuni fuochi rituali e la stagione di accensione: piccoli fiori o boccioli fiorali di crataegus monogyna, misti a gusci e rami di corylus avellana e di coniferae (focolare acceso in primavera); bacche e semi di Rosa canina con rami di Fagus sylvatica e corylus avellana (fcoolare acceso sul finire dell’estate). Rituali che ricordano i floralia di epoca storica”.
A Nord dei tumuli-cenotafi c’è un allineamento di stele istoriate e massi-menhir, databili all’inizio del IV millennio, che si protrae per una cinquantina di metri: finora 27 monumenti, integri e frammentari, con andamento N-S in direzione della montagna Cimon della Bagozza, con le facce principali istoriate nella parte apicale con il motivo del sole e rivolte verso oriente. Sono contenuti in fosse con un alloggiamento di pietre o poggiano su piattaforme rettangolari, anch’esse con orientamento costante Nord-Sud. “Lo scavo ha raggiunto i livelli di frequentazione dell’avanzata età del Rame, ma non ancora quelli di impianto dell’allineamento, che risulta più volte ristrutturato; la stratigrafia mostra che il santuario è il risultato di più fasi di costruzione e di distruzione, con abbattimento di alcuni monumenti e innalzamento di nuovi, e che si sviluppa almeno in tre differenti fasi. Nella fase finale di frequentazione, tra tardo Calcolitico e Bronzo Antico, alcuni monumenti risultano ormai caduti a terra e parzialmente coperti, oppure spezzati. Dopo l’abbandono, strati di colluvio seppelliscono via via lentamente i pochi massi e stele ancora ritti nel terreno, senza che si perda nel tempo la cognizione del luogo sacro”.
A Nord dell’allineamento si estende un’area priva di monoliti e occupata da una tomba a cista e da recinti circolari. “La tomba a cista”, sottolinea Poggiani Keller, “conteneva le spoglie di un individuo adulto che, dopo 3-4 secoli dalla deposizione, vengono raccolte e ammucchiate per lasciar posto ai resti di un infante, che così è in collegamento con l’antenato. I due recinti finora scavati mostrano all’interno di un doppio cerchio concentrico di pietre (alcune delle quali sono frammenti di stele riutilizzati) una struttura rettangolare con perimetro in sassi, in forma di sepoltura, ma contenente solo offerte (in una, nove cuspidi di freccia in selce, nell’altra un vaso e una collana di perle, secondo un rituale già praticato nell’area Sud)”.

Le stele e i menhir del santuario megalitico di Pat allineati nel museo nazionale della Preistoria della Valcamonica (Mupre)
Antenati o dei? “Sono riconoscibili varie fasi di incisione nel corso dell’età del Rame, ben scandita, oltre che dalle sovrapposizioni, dalla tipologia delle armi raffigurate (asce, asce-martello; pugnali tipo Remedello, tipo Ciempozuelos; alabarde tipo Villafranca). La sequenza iconografica connessa alla sequenza stratigrafica ci fa intravvedere la possibilità di definire anche una articolazione molto più dettagliata delle fasi di istoriazione dei monumenti nel corso del IV e del III millennio a.C. Le raffigurazioni presenti sulle stele e sui massi-menhir suggeriscono che si possano distinguere due tipi di composizioni monumentali: una mostra attributi più propriamente antropomorfi, maschili e femminili, organizzati in schemi araldici; la seconda, in genere costituita da imponenti massi- menhir, presenta associazioni più complesse dove le incisioni sono fittamente distribuite su tutta la superficie, con frequenti interventi di sovrapposizione a indicare successive fasi di istoriazione. La presenza di tumuli e di circoli con offerte, induce ad attribuire al sito cerimoniale anche una valenza di culto degli antenati ed a considerare, perciò, alcuni dei monumenti incisi come raffigurazioni degli antenati”.















































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