Archivio tag | Skira

Roma. Alla Libreria delle Scuderie del Quirinale presentazione del libro “Raffaello tra gli sterpi. Le rovine di Roma e le origini della tutela” di Salvatore Settis e Giulia Ammannati: nuova analisi della celebre “Lettera a Leone X” in cui si individua l’origine della moderna tutela del patrimonio culturale

libro_Raffaello tra gli sterpi_copertina

La copertina del libro “Raffaello tra gli sterpi. Le rovine di Roma e le origini della tutela” di Salvatore Settis e Giulia Ammannati (SKIRA)

Della famosa Lettera a papa Leone X non esiste “il” testo in forma compiuta, ma varie stesure successive: “Raffaello tra gli sterpi. Le rovine di Roma e le origini della tutela” di Salvatore Settis e Giulia Ammannati (SKIRA), un libro fresco di stampa (giugno 2022), ne propone una nuova edizione fondata su un attentissimo esame paleografico e filologico. Il libro è presentato martedì 21 giugno 2022, alle 18.30, alla Libreria delle Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16, a Roma. Con gli autori intervengono Marzia Faietti, storica dell’arte e docente all’università di Bologna e Claudio Parisi Presicce, direttore dei Musei Capitolini. Modera Fabio Isman, giornalista e autore. Ingresso libero. Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, ha diretto a Los Angeles il Getty Research Institute (1994-99) e a Pisa la Scuola Normale Superiore (1999-2010). Giulia Ammannati insegna Paleografia latina alla Scuola Normale Superiore di Pisa; si è occupata di Giotto, del Duomo e della Torre di Pisa, del testo di Apuleio.

firenze_uffizi_papa-leone-X-con-i-cardinali-Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi_di-raffaello-sanzio

Papa Leone X ritratto da Raffaello con i cardinali cardinali-Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi: il quadro è conservato alla Galleria degli Uffizi di Firenze (foto da Skira)

mantova_archivio-di-stato_lettera-di-raffaello-e-castiglione-a-papa-leone-X

Lettera a Leone X: il principale manoscritto è conservato all’Archivio di Stato di Mantova (foto da Skira)

Rinnovando il testo e l’analisi della celebre Lettera a Leone X, questo libro individua in essa l’origine della moderna tutela del patrimonio culturale. La Lettera a Leone X (1519-1520) non fu mai completata né mai raggiunse il destinatario, eppure continua a sollevare interrogativi e dubbi. Chi ne fu l’autore? Il principale manoscritto (a Mantova) è interamente di mano di Baldassarre Castiglione, ma chi si rivolge al Papa dicendo “io” è sempre e solo Raffaello, che studiava le rovine “per molti lochi pieni de sterpi inculti e quasi inaxessibili”. La morte precoce del grandissimo artista (6 aprile 1520), del cui lavoro sul testo resta traccia in un manoscritto di Monaco, spiega perché uno scritto così impegnativo rimase incompiuto.

parigi_louvre_Baldassare-Castiglione,_di-Raffaello-Sanzio

Baldassarre Castiglione ritratto da Raffaello: l’opera è conservata al Louvre di Parigi (foto da Skira)

Ma quale fu la parte di Raffaello e quale il ruolo del Castiglione? Perché tante correzioni e varianti nei manoscritti? Si può identificare il gioco delle parti fra i due co-autori? A chi spetta l’idea di ricostruire in disegno Roma antica e di tutelarne i monumenti? Al Papa, a Raffaello o a Castiglione? Della Lettera non esiste “il” testo in forma compiuta, ma varie stesure successive: Raffaello tra gli sterpi ne propone una nuova edizione fondata su un attentissimo esame paleografico e filologico. Il lettore troverà in questo libro non solo il testo critico dei due principali manoscritti ma anche un confronto sinottico e genetico, che evidenzia la stratificazione di bozze, correzioni, versioni alternative, individuando in parallelo sia la stesura del Castiglione sia la forma testuale su cui Raffaello lavorò negli ultimi mesi di vita. Il saggio di apertura affronta questi temi alla luce di un’accurata ponderazione delle circostanze documentarie e della storia culturale e istituzionale: le rovine, le raccolte di antichità, i provvedimenti di salvaguardia (prima e dopo il 1519-20) dei Papi e del Comune. Ne riusciranno illuminati lo scenario culturale della Roma di Leone X, lo sguardo di Raffaello su Roma antica, il suo rapporto con Castiglione, l’audace progetto che prese forma negli ultimi mesi di vita dell’artista, e infine l’eredità intellettuale che questa lettera non spedita lasciò alle generazioni successive, e fino a noi.

Palermo. Presentata la nuova guida del museo Archeologico regionale “A. Salinas” edita da Skira e curata dalla direttrice Caterina Greco

libro_museo-archeologico-regionale-salinas-di-palermo_guida-skira_copertina

La copertina della nuova guida del museo Archeologico regionale “Antonino Salinas” di Palermo (edizioni Skira)

Al museo Archeologico regionale “A. Salinas” è stata presentata la nuova Guida alle collezioni del Salinas, curata dalla direttrice Caterina Greco ed edita da Skira. La guida è un viaggio all’interno del più antico museo della Sicilia, istituito nel 1820 come museo dell’università di Palermo. Con un’impronta collezionistica tipicamente settecentesca, il museo fu realizzato grazie alle donazioni di alcuni nobili palermitani, primo fra tutti Giuseppe Emanuele Ventimiglia principe di Belmonte, che affidò all’ex convento dei Padri Filippini la sua collezione di quadri, disegni e stampe. La guida sarà uno strumento indispensabile per scoprire nei dettagli uno dei musei più interessanti della Sicilia che annovera nelle sue collezioni pezzi straordinari, come la Pietra di Palermo o le gronde leonine del tempio della Vittoria di Himera e la grande maschera gorgonica del tempio C di Selinunte o ancora la scultura acefala di Athena proveniente dall’Area del Partenone e concessa dal Museo dell’Acropoli di Atene. La nuova guida è già disponibile nel bookshop del Museo.

Milano. Ancora un mese per visitare alle Gallerie d’Italia la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei”: 130 opere ricostruiscono quello straordinario fenomeno che tra Sei e Ottocento fece dell’Italia la meta privilegiata di letterati, artisti, giovani signori, membri della società aristocratica e colta europea

L’Ermes a riposo, dal museo Archeologico nazionale di Napoli, nel grande salone delle Gallerie d’Italia a Milano per la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” (foto banca intesa)

Tra la fine del Seicento e la prima metà dell’Ottocento, l’Italia fu la meta privilegiata di letterati, artisti, giovani signori, membri della società aristocratica e colta europea. Fu questo il Grand Tour, uno straordinario fenomeno di carattere universale che ha contribuito in modo determinante a creare quella percezione dell’Italia, legata alla bellezza del suo ambiente e della sua arte, ancora oggi di grande attualità che rende davvero unica l’identità del nostro Paese.

milano_grand-tour_mostra-gellerie-d-italia_locandina

La locandina della mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” alle Gallerie d’Italia di Milano fino al 27 marzo 2022

Alle Gallerie d’Italia a Milano c’è ancora un mese di tempo (fino al 27 marzo 2022) per visitare la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” a cura di Fernando Mazzocca, con Stefano Grandesso e Francesco Leone, e con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli. Il catalogo della mostra è pubblicato nelle Edizioni Gallerie d’Italia | Skira. “La mostra sul Grand Tour, allestita nelle Gallerie di piazza della Scala”, interviene Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, “è la prima ideata e realizzata in Italia capace di offrire uno sguardo d’insieme su un tema così vasto. I capolavori esposti offrono al visitatore odierno l’opportunità di comprendere e rivivere l’emozione provata secoli fa dai protagonisti del Grande Viaggio di fronte alla bellezza senza tempo dei paesaggi e degli antichi luoghi d’arte italiani, elementi fondanti non solo della nostra identità nazionale, ma anche di quella europea. L’iniziativa, che si avvale della prestigiosa partnership del museo Ermitage di San Pietroburgo e del museo Archeologico nazionale di Napoli, conferma il ruolo di primo piano che Intesa Sanpaolo ha conquistato nel corso degli anni nel panorama culturale e artistico del nostro Paese”.

Nel percorso della mostra il grande quadro di Pierre-Jacques Volaire “Eruzione del Vesuvio alla luce della luna” (1774) da Château de Maisons-Laffitte, France (foto banca intesa

Solo in Italia, la cultura classica poteva raggiungere una compiuta sintesi di natura e di storia. Il grande viaggio (l’espressione fu utilizzata per la prima volta nel 1697, nel volume di Lassel, An Italian Voyage) fu presto inteso come momento essenziale di un percorso educativo e formativo, nonché segno di un preciso status sociale. L’Italia rappresentava una tappa obbligata per artisti e studiosi amanti dell’architettura, della pittura e della scultura, sia antica, sia moderna. Le straordinarie scoperte archeologiche del Settecento ad Ercolano e Pompei aggiunsero nuovi motivi di interesse. Questo momento di formazione, diventato obbligatorio per le élite europee, ma poi anche per quelle provenienti da altri continenti, ha coinvolto sovrani, aristocratici, politici, uomini di chiesa, letterati, artisti, tutti affascinati dalla varietà del paesaggio italiano ancora intatto, dalla maestà delle città, dei monumenti e delle opere d’arte che facevano, e ancora oggi fanno, del nostro territorio una sorta di meraviglioso museo “diffuso”.

L’esposizione, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e in partnership con il museo Archeologico nazionale di Napoli e il museo statale Ermitage di San Pietroburgo, presenta circa 130 opere provenienti dalla collezione Intesa Sanpaolo, collezioni private e numerose istituzioni culturali italiane e internazionali come The National Gallery di Londra, musée du Louvre di Parigi, The Metropolitan Museum of Art di New York, museo nacional del Prado di Madrid, Rijksmuseum di Amsterdam, Victoria and Albert Museum di Londra, Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, Statens Museum for Kunst di Copenaghen, musée des Beaux-Arts di Lione, Gallerie degli Uffizi di Firenze, musei Capitolini di Roma, musei Vaticani, museo e real bosco di Capodimonte di Napoli. Tra i prestiti anche due opere provenienti dal Regno Unito e appartenenti alla Royal Collection della Regina Elisabetta II, oltre ad altre opere provenienti da grandi residenze reali come la Reggia di Versailles, la Reggia di Caserta e la Reggia di Pavlovsk a San Pietroburgo.

Amorino alato (1792-93) di Antonio Canova, in marmo, conservato al museo statale Ermitage di San Pietroburgo (foto Leonard Kheifets / museo Ermitage)

Dipinti, sculture, oggetti d’arte, allestiti in un suggestivo dialogo, intendono riproporre, in una mostra di grande attualità, l’immagine dell’Italia amata e sognata da un’Europa che si riconosceva in radici comuni di cui proprio il nostro Paese era stato per secoli il grande laboratorio, un’Italia composita, raffigurata nella sua struggente bellezza dagli artisti che fecero sorgere il mito del “bel paese”. Sono esposte opere dei principali artisti del tempo come Piranesi, Valadier, Volpato, Canaletto, Panini, Lusieri, Hubert Robert, Jones, Wright of Derby, Hackert, Volaire, Ducros, Granet, Valenciennes, Catel, Batoni, le due pittrici Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann, Ingres.

“Capriccio with the Pantheon before the Porto di Ripetta” (1761) di Robert Hubert (1733-1808) di The Princely Collections di Vaduz-Vienna (foto Scala Firenze)

Particolare rilievo assumono i luoghi (le città tradizionali come Venezia, Firenze, Roma e Napoli, e i borghi storici) e i paesaggi (dalle Alpi, al Vesuvio, all’Etna). La meta principale del Grand Tour è stata certamente Roma, la città universale ed eterna, prima capitale dell’antichità e poi della cristianità, dove si venivano a studiare i segreti e i canoni del bello, depositato non solo nei marmi antichi ma anche nei capolavori del Rinascimento e del Classicismo seicentesco. Mentre nel Lazio si ripercorrevano i luoghi celebrati dalla letteratura classica che, attraverso Orazio e Virgilio, erano entrati nel mito. La magnificenza del paesaggio del golfo e della zona vesuviana, unita al fascino delle testimonianze dell’antichità, soprattutto dopo la riscoperta delle due città di Pompei e Ercolano, sepolte dalla catastrofica eruzione del Vesuvio del 79 d.C., hanno fatto di Napoli l’altra irrinunciabile meta di questo viaggio di istruzione e formazione, che si estese poi anche, sempre in Campania, alla recuperata area di Paestum dove era possibile emozionarsi di fronte allo spettacolo sublime dei magnifici templi dorici, in un periodo in cui la Grecia, ancora sotto il dominio ottomano, era interdetta ai viaggiatori. Sempre le testimonianze della Magna Grecia spinsero i viaggiatori più ardimentosi, e uno dei primi fu Goethe nel suo famoso viaggio in Italia, verso la più lontana e sconosciuta Sicilia, destinata a incantare con l’asprezza dei suoi paesaggi primitivi e l’imponenza dei templi di Segesta, Selinunte e Agrigento, o del teatro greco di Siracusa.

“Vista di Venezia dall’isola di San Giorgio” (1696) di Vanvitelli, olio si tela, conservato al museo nazionale del Prado a Madrid (foto archivio museo prado)

Altri luoghi privilegiati del Grand Tour furono città piene di eventi come Venezia; Vicenza, dove era possibile ammirare i palazzi di un genio universale come Palladio, imitato in tutto il mondo; Firenze che nelle sue chiese e nelle sue collezioni, in particolare le Gallerie medicee, schiudeva agli occhi ammirati dei viaggiatori le meraviglie dell’antico come del Rinascimento. Più avanti anche Milano, grazie soprattutto alla presenza di Leonardo e del suo leggendario Cenacolo, e i vicini laghi, per lo splendore delle loro rive e delle ville famose sin dall’antichità, diventarono delle mete per i viaggiatori più esigenti.

“Rhyton configurato a testa di cinghiale” (1770 ca) di Giovan Battista Piranesi (atelier di), conservato in una collezione privata (foto studio fotografico Manusardi Srl)

L’Italia divenne per un lungo periodo il maggiore mercato non solo dell’arte antica, ma anche di una produzione contemporanea ispirata alla memoria dell’antico. Sicuramente il più originale protagonista di questo gusto fu il genio di Piranesi che nelle sue incisioni visionarie, nei suoi estrosi arredi aveva proposto ad una raffinata clientela internazionale una visione molto personale dell’immaginario classico. Sulla sua scia si registra una impressionante ripresa delle manifatture artistiche più prestigiose che, dalla bronzistica all’oreficeria al mosaico alla glittica, hanno raggiunto livelli pari a quelli del Rinascimento. I prestigiosi assemblages in metalli e pietre preziosi di Valadier hanno incantato tutto il mondo, mentre le immagini delle più popolari sculture antiche sono state diffuse nelle regge e nelle dimore aristocratiche europee dai bronzetti di Boschi, Zoffoli, Righetti, Hopfgarten o dalle meravigliose statuine in biscuit di Volpato.

“Il Granduca Paolo e il suo seguito nel Foro Romano” (1782) di Abraham-Louis-Rodolphe Ducros, olio su tela conservato al museo-riserva di Pavlosvsk a San Pietroburgo (foto museo pavlovsk)

Dalle richieste dei collezionisti stranieri ha tratto un nuovo slancio anche la pittura, soprattutto un genere prima considerato minore come la veduta e il paesaggio. Anche in questo campo grazie ad artisti della originalità e della grandezza di Canaletto, Panini, Joli, Lusieri e degli stranieri venuti al seguito dei viaggiatori, come Hubert Robert, More, Wilson, Jones, Wright of Derby, Hackert, Volaire, Ducros, Granet, Valenciennes, Catel è stato raggiunto tra Sette e Ottocento un livello prima impensabile, passando dalla razionalità scientifica dei vedutisti all’emozione del paesaggio visto come espressione di uno stato d’animo dei romantici.

“Ritratto di Joahnn Joachim Winckelmann” (1768) di Anton von Maron, olio su tela conservato al museo della fondazione Klassik Stiftung Weimar (foto Klassik Stiftung Weimar)

Ma il genere più richiesto e amato dai collezionisti stranieri, insieme alle vedute dei luoghi visitati, è stato il ritratto. Alla celebrazione del proprio rango si sostituisce l’esaltazione del carattere e della cultura. Da qui la scelta di farsi rappresentare accanto ai monumenti e alle sculture antiche ammirate in Italia. Assoluto maestro in questo campo è stato Batoni, uno dei maggiori ritrattisti di tutti i tempi. I suoi ritratti hanno rappresentato uno status symbol, come quelli del suo rivale Mengs, delle due pittrici in competizione Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann, di Von Maron, Tischbein, Sablet, Zoffany, Fabre, Gérard, Ingres.

“Artemide Efesia” marmo della collezione farnese conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli, di età ellenistica (II sec. d.C.), restaurato nel 1786-1888 da Carlo Albacini e Giuseppe Valadier con integrazioni in alabastro e bronzo (foto Luciano e Marco Pedicini)

I viaggiatori erano attratti anche dalla singolarità dei nostri costumi e dalla bellezza di una popolazione, apparentemente felice, che viveva la maggior parte dell’anno all’aria aperta proprio per la mitezza del clima. Un illustratore e pittore straordinariamente popolare come Pinelli e pittori come Sablet, Géricault, Robert, Schnetz, Delaroche hanno saputo rappresentare la vita domestica nei suoi aspetti più avvincenti e commoventi, rivendicando la dignità del popolo. Il maggior giro di affari ha riguardato la scultura, a partire dal commercio dei marmi antichi, il loro restauro e spesso la produzione di copie in cui è stato il maggiore protagonista Cavaceppi. Verso la fine del Settecento, grazie a Canova e ai suoi validissimi seguaci, si è affiancata la produzione di una scultura originale che, pur ispirata all’antichità, ha saputo interpretare la sensibilità moderna, assicurando a questa arte, diventata l’orgoglio dell’Italia, una straordinaria fortuna nel corso del XIX secolo in tutto il mondo.

Buon compleanno Classis! Il 1° dicembre si festeggia con la presentazione della Guida di Classis, edita da Skira. Previsti biglietti ridotti e visite guidate animate

La copertina della Giuda di Classis Ravenna, museo della Città e del Territorio, edita da Skira

Buon compleanno Classis! È già passato un anno dall’apertura, il 1° dicembre 2018, del museo Classis Ravenna Il Museo della Città e del Territorio, e per celebrare questa importante ricorrenza, la Fondazione RavennAntica organizza un ricco programma di iniziative, che culmineranno domenica 1° dicembre 2019 con la presentazione della guida di Classis, che nasce come strumento necessario e complementare alla visita del museo, al suo allestimento innovativo, ai documenti e alle opere in esso esposti. Edita da Skira e a cura di Giuseppe Sassatelli e Fabrizio Corbara, la guida vede i contributi di Chiara Pizzirani, Giuseppe Lepore, Fabrizio Corbara, Isabella Baldini, Andrea Augenti, Enrico Cirelli, Rossano Novelli, Claudio Cornazzani, Andrea Mandara e Francesca Pavese. Classis Ravenna Il Museo della Città e del Territorio è un museo completamente nuovo, in cui la storia della città e del suo territorio è raccontata in modo succinto, ma con un approccio unitario e globale. “Questa guida – spiega Sassatelli – riproduce la struttura espositiva, organizzata attorno a quella che abbiamo chiamato la cronologia, ovvero la lunga storia delle principali fasi della storia della città: a partire dall’età preromana, quando Etruschi e Umbri si unirono per guadagnare il controllo del porto marittimo e del territorio interno; passando all’epoca romana, quando il porto divenne la sede della flotta imperiale; e di lì a quando Ravenna divenne la capitale dell’Impero Romano d’Occidente, sede del regno di Teodorico; e infine, in seguito alla conquista di Giustiniano, quando la città conobbe la straordinaria fase bizantina, fino alla conquista longobarda”. Accanto a questa linea del tempo, alcuni focus tematici: “Ravenna e il mare”, la basilica di San Severo, “Pregare a Ravenna” (chiese e i luoghi di culto) e “Abitare a Ravenna” (edilizia abitativa).

Una sala di Classis Ravenna museo della Città e del Territorio (foto Graziano Tavan)

La presentazione della guida di Classis domenica 1° dicembre 2019, alle 11, nella sala conferenze di Classis e sarà curata dal direttore del mensile di Archeo, Andreas Steiner, e dal presidente di RavennAntica, Giuseppe Sassatelli. Sempre domenica 1° dicembre, alle 16, la sezione didattica di RavennAntica propone la visita animata “Viaggio in un passato multietnico. Percorso alla scoperta di Ravenna, città cosmopolita, crocevia di comunità differenti”, per bambini dai 6 agli 11 anni. Inoltre fino a domenica 1° dicembre è previsto l’ingresso ridotto a 5 euro (anziché 7) per tutti. Durante questa settimana, a coloro che visiteranno il museo Classis Ravenna, unitamente al biglietto, sarà consegnato anche un ingresso valido per visitare la mostra “Picasso. La sfida della ceramica” allestita al Mic di Faenza o un ingresso valido per visitate il museo del Delta Antico di Comacchio (il numero dei biglietti è limitato). Questa iniziativa è stata resa possibile grazie a un accordo siglato da RavennAntica con le due importanti istituzioni culturali del territorio, che si aggiungono alle convenzioni stipulate con il museo Archeologico nazionale di Napoli e i Parchi Val di Cornia, con le quali RavennAntica ha organizzato la mostra temporanea “Tessere di mare”, tuttora in corso. Info e prenotazioni: 0544473717.

La “Venere Ligabue” superstar a Venezia della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”: una particolare “Dama dell’Oxus”, esemplare unico della “Civiltà dell’Oxus” che si sviluppò nel III millennio a.C. lungo l’alta valle dell’Amu Darya tra gli odierni Turkmenistan, Afghanistan settentrionale, Iran nord-orientale, Uzbekistan meridionale e Tagikistan occidentale

La cosiddetta “Venere Ligabue”, star della mostra, in clorite, capolavoro della Civiltà dell’Oxus (2200-1800 a.C.), proveniente dall’Iran Orientale: fa parte della Collezione Ligabue

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

È alta solo 11 centimetri. Eppure la “Venere Ligabue” è l’autentica superstar della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”, aperta fino al 20 gennaio 2019 a Palazzo Loredan di Venezia, a cura di Annie Caubet, conservatrice onoraria del Louvre, e promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/15/a-venezia-la-mostra-idoli-il-potere-dellimmagine-terzo-grande-evento-della-fondazione-giancarlo-ligabue-una-finestra-sulla-rivoluzione-neolitica-e-la-ra/). In una vetrina con altri oggetti della stessa cultura rischierebbe di passare inosservata se non fosse per il fascino che questa particolare “dama dell’Oxus” emana, in grado di catturare l’attenzione anche del visitatore più frettoloso. “La civiltà dell’Oxus o Complesso archeologico battriano-margiano, come è definito dagli inglesi”, scrive Annie Caubet sul catologo Skira della mostra, “rappresenta un momento particolarmente felice nella storia di questa area geografica. Sviluppatasi alla fine del III millennio a.C. lungo l’alta valle dell’Amu Darya, il fiume Oxus dei greci, questa civiltà diede vita a monumentali centri urbani, con palazzi ed edifici di culto, venuti alla luce in particolare presso Gonur Depe, in Turkmenistan. I cimiteri delle élite ci hanno restituito statuette femminili composite, vasellame in metallo prezioso e merci esotiche importate dalla valle dell’Indo e dalla Siria-Mesopotamia. Proprio il commercio con terre così lontane – continua – è stata una delle probabili cause del rapido sviluppo di questa regione collocata strategicamente a metà strada. Gli intensi rapporti con l’altopiano iranico portarono alla formazione nell’Asia centrale di un’identità mista e multiculturale, che da qui si estendeva fino all’Elam. Jiroft o Tepe Yahya, nell’Iran orientale, furono i centri di produzione di manufatti figurativi in stile multietnico che venivano esportati fino in Arabia, in Mesopotamia e nel nord della Siria. La fiorente civiltà dell’Oxus si estinse intorno al 1700 a.C. per ragioni ancora ignote”.

“Dama dell’Oxus” seduta (2200-1800 a.C.) dall’Iran orientale/Asia centrale, tipica della Civiltà dell’Oxus, conservata nella collezione Sofer di Londra (foto Graziano Tavan)

Il cosiddetto “Sfregiato” della Civiltà dell’Oxus da una collezione privata londinese

“Dama dell’Oxus” con il corpo di uccello, Civiltà dell’Oxus, da una collezione privata del Regno Unito (foto Graziano Tavan)

La civiltà dell’Oxus produsse due nuclei figurativi di base: la cosiddetta “dama dell’Oxus” (che sostituisce la vecchia denominazione di “principessa battriana”) e il cosiddetto “Sfregiato”, una sorta di genio, incrocio tra uomo, serpente e drago. A questi due gruppi di base, sono stati aggiunti – per la prima volta proprio nella mostra “Idoli” di Venezia – due tipologie iconografiche identificate di recente: lo “Spirito-uccello”, probabile alter ego della “Dama dell’Oxus”, e il giovane inginocchiato dalle belle fattezze, incarnazione antitetica dello “Sfregiato”. “Tutte queste statuine”, riprende Caubet, “ furono realizzate assemblando insieme materiali dai colori contrastanti con una particolare predilezione per la clorite (o pietre simili di colore verde scuro), per il calcare biancastro, l’alabastro screziato o le conchiglie pescate nell’oceano Indiano; sono attestati anche esemplari in una lega di rame o in lapislazzuli, pietra semipreziosa di colore blu, estratta nelle montagne afgane”. “Le figure femminili”, spiega la curatrice della mostra, “hanno il corpo completamente avvolto in un mantello scolpito in pietra scura che contrasta con il candore del volto e delle braccia, laddove invece le statuette dello “Sfregiato” presentano uno schema cromatico invertito, con il corpo interamente in pietra scura e un gonnellino a contrasto (di solito) di colore chiaro; i giovani inginocchiati possono avere il corpo sia chiaro sia scuro, il gonnellino colorato e i capelli scuri”.

Il lato posteriore della Venere Ligabue mostra il grande mantello liscio

Dettaglio del volto della Venere Ligabue

La “Venere Ligabue”, una maestosa “Dama dell’Oxus”, è seduta con il busto eretto e le gambe piegate e nascoste dal pesante mantello che le ricopre interamente il corpo e le braccia. Fu realizzata nella tipica tecnica composita assemblando all’altezza della vita, sotto il busto eretto, pezzi diversi di clorite scura. La testa e il lungo collo in calcare chiaro emergono da una scollatura circolare incassata; il volto è caratterizzato da grandi occhi in rilievo e da labbra e naso finemente modellati. Al pari dell’abito, la resa dell’acconciatura, parzialmente danneggiata al di sopra di un orecchio, è giocata sul contrasto di colori scuri. La capigliatura, percorsa da sottili striature, è raccolta in un lungo boccolo che ricade al di sopra del petto, in una foggia piuttosto rara, riscontrabile con maggiore frequenza nelle raffigurazioni di giovani tecnici. “La postura e la tecnica composita”, conclude Caubet, “sono comuni a un gran numero di statuette dell’Oxus ma, al momento, la Venere Ligabue è l’unico in cui la veste è liscia e non incisa con il motivo che riproduce il vello di lana ispirato al kaunakes sumero. Le marcate linee diagonali sul petto e sulla schiena creano l’effetto di un solido armonioso. Tutta la figura veicola un’impressione di imperturbabilità e di serena fiducia”.

Alla scoperta della Longobardia Minor: dopo Pavia, arriva al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, una prima assoluta per l’Italia meridionale

Un anello di epoca longobarda in oro e gemma dal museo Archeologico nazionale di Napoli esposto nella mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” a Napoli dal 21 dicembre 2017 al 25 marzo 2018

Il ministro Dario Franceschini, Maurizio Cecconi (Villaggio Globale International) e Paolo Giulierini direttore del Mann (foto Graziano Tavan)

Alla scoperta della Longobardia Minor. Dopo il successo al castello visconteo di Pavia, approda al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” che, rappresenta una prima assoluta per l’Italia meridionale. E non è un caso che per la seconda tappa della mostra-evento sia stato scelto proprio il Mann. Caduta Pavia nel 774 a opera di Carlo Magno, è la cosiddetta Longobardia Minor che prolunga la presenza longobarda fino all’XI secolo nel principato di Benevento e poi negli stati di Salerno e Capua – distaccatisi nel corso del IX secolo – producendo esperienze originali d’incontro con le culture greca e islamica da un lato, e con quella del mondo franco-tedesco dall’altro. È in questi secoli che si forma l’identità peculiare del Meridione, in bilico fra Europa e Mediterraneo, i cui esiti finali saranno rappresentati dall’eredità di tradizioni espresse in età normanna e sveva. “È la prima volta che il museo Archeologico nazionale di Napoli decide di organizzare una mostra dedicata ad un periodo che segue la caduta dell’Impero Romano”, aveva sottolineato il direttore Paolo Giulierini alla presentazione della mostra prima dell’inaugurazione a Pavia. “Troppo forte è stato finora il fascino di Pompei ed Ercolano per osare approfondire temi di apparente rottura con la classicità. Di fatto sono profondamente debitore nei confronti di Maurizio Cecconi, di Villaggio Globale International che ha organizzato la mostra, e di Federico Marazzi, curatore insieme a Gian Pietro Brogiolo, i quali mi hanno fatto riflettere sull’opportunità di aprire a scenari più vasti la riflessione sull’Evo antico, tanto più che i longobardi, in Campania, hanno lasciato un segno indelebile. Basterà citare solo Capua e Benevento, le due più importanti capitali della Longobardia Minor, nonché l’interessante rapporto tra l’entroterra e la Napoli tradizionalmente bizantina”.

La “Lastra con grifoni” dall’antiquarium di Cimitile (Na), esempio eccellente della scultura di arredo liturgico di età tardolongobarda (sec. XI) con stilemi di origine arabo bizantina

Appuntamento dunque al Mann di Napoli dal 21 dicembre 2017 al 25 marzo 2018: oltre 300 opere esposte; più di 80 musei ed enti prestatori; oltre 50 studiosi coinvolti nelle ricerche e nel catalogo edito da Skira; 32 siti e centri longobardi rappresentati in mostra; 58 i corredi funerari esposti integralmente; 15 video originali e installazioni multimediali; centinaia di materiali del Mann vagliati dall’università Suor Orsola Benincasa di Napoli, per individuare e studiare per la prima volta i manufatti d’epoca altomedievale conservati nel Museo napoletano. Una grande occasione, dunque, per accendere i riflettori sulla storia altomedievale della Campania e della città di Napoli con il museo Archeologico nazionale che diventa centro di gravità per una rete d’itinerari alla scoperta dei luoghi e delle testimonianze longobarde in tutta la Regione. “A una più attenta ricerca”, continua Giulierini, “anche per lo stesso centro della città partenopea, a seguito dei recenti scavi delle metropolitane, i confini culturali si fanno più sfumati ma sopratutto emerge una straordinaria occasione di rilettura complessiva anche dei manufatti aurei, delle epigrafi, degli oggetti di età alto medievale che giacevano ab immemorabili nei depositi del Mann. Questo approfondimento consentirà, dopo la mostra, di esporre in maniera permanente i materiali tornati a nuova vita, dando conto del vissuto di una città e di un territorio anche molti secoli dopo la tradizionale data del 476 d.C. L’occasione espositiva pone inoltre il Mann quale epicentro di una importante rete di centri campani che consentiranno di delocalizzare e di potenziare l’offerta culturale dei longobardi, in una piena cornice regionale”. Il Ducato di Benevento, rimasto in vita come stato indipendente sin oltre la metà dell’XI secolo, non solo conservò memoria e retaggio del Regno di Pavia, abbattuto da Carlo Magno nel 774, ma elaborò un proprio originale ruolo di cinghia di trasmissione fra le culture mediterranee e l’Europa occidentale. “Parlarne oggi, in una fase di cambiamenti altrettanto marcati come quelli che si verificarono nell’Italia longobarda”, conclude Giulierini, “significa sperimentare la possibilità di costruire una visione dal Mediterraneo  all’intera Europa, e mostrare una prospettiva del nostro continente in cui i legami fra le aree transalpine e quelle meridionali appaiano assai più equilibrati e dialoganti di quanto molta storiografia non abbia da sempre teso a rappresentare”.

Il “Disco aureo con Cristo e gli Angeli” dal museo Archeologico nazionale di Napoli, esempio di altissimo livello dell’oreficeria napoletana di influsso bizantino

Tantissimi i capolavori (oltre ai reperti da San Vincenzo al Volturno) che in mostra testimoniano il valore artistico e la maturità espressiva raggiunta in questi secoli nel Sud Italia e le contaminazioni culturali: la Stele con l’Arcangelo dal museo di Capua – considerato il santo “nazionale” del popolo longobardo – datata fra IX e X secolo, costituisce un esempio squisito della produzione più matura della scultura figurativa longobarda meridionale; Il Disco aureo con Cristo e gli Angeli dal museo Archeologico nazionale di Napoli è un esempio di altissimo livello dell’oreficeria napoletana di influsso bizantino (o d’importazione bizantina) presente nella città partenopea agli esordi dell’età ducale; la Lastra con grifoni dall’antiquarium di Cimitile (Na) un esempio eccellente della scultura di arredo liturgico di età tardolongobarda (sec. XI) che attesta stilemi di origine arabo bizantina.

Pavia è pronta a tornare capitale del Regnum Langobardorum: apre al castello Visconteo la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, un grande evento in cui per la prima volta Nord e Sud d’Italia sono uniti nel nome degli “uomini dalle lunghe barbe”

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” che apre a Pavia il 1° settembre 2017

È tutto pronto. Anzi, Pavia è pronta a tornare capitale del Regnum Langobardorum: tra una settimana, il 1° settembre 2017, al Castello Visconteo di Pavia, apre “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, una grande mostra, in realtà un grande evento internazionale, in cui per la prima volta Nord e Sud Italia sono uniti per una delle più importanti esposizioni mai realizzate sui Longobardi. Infatti dopo Pavia, dove rimane fino al 3 dicembre, la mostra si sposta al museo Archeologico di Napoli (dal 15 dicembre 2017), in cui il capoluogo partenopeo si fa portavoce del ruolo fondamentale del Meridione nell’epopea degli “uomini dalla lunghe barbe” e nella mediazione culturale tra Mediterraneo e nord Europa. Infine dall’aprile 2018 i “Longobardi” andranno alla conquista di San Pietroburgo, in Russia, “invadendo” per la prima volta il museo dell’Ermitage. Come era stato sottolineato alla presentazione dell’evento al ministero per i Beni culturali a Roma (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/07/09/gli-uomini-dalle-lunghe-barbe-come-non-li-avete-mai-visti-apre-a-pavia-poi-a-napoli-e-infine-a-san-pietroburgo-longobardi-un-popolo-che-cambia-la-storia-una-mos/) alla base della realizzazione di una mostra che, per gli studi scientifici svolti, l’analisi del contesto storico italiano e più ampiamente mediterraneo ed europeo, per gli eccezionali materiali esposti, quasi totalmente inediti, e per le modalità espositive, si preannuncia “epocale”, c’è l’eccezionale e proficua collaborazione internazionale a tre – musei civici di Pavia, museo Archeologico nazionale di Napoli e museo statale Ermitage: l’esposizione è in definitiva il punto di arrivo di oltre 15 anni di nuove indagini archeologiche, epigrafiche e storico-politiche su siti e necropoli altomedievali, frutto del rinnovato interesse per un periodo cruciale della storia Italiana ed europea.

Una cosiddetta “Fibula a S” in argento dorato, almandine e pietre, trovata nella necropoli Cella; oggi al museo Archeologico nazionale di Cividale del Friuli

Curata da Gian Pietro Brogiolo e Federico Marazzi con Ermanno Arslan, Carlo Bertelli, Caterina Giostra, Saverio Lomartire e Fabio Pagano e con la direzione scientifica di Susanna Zatti, Paolo Giulierini e Yuri Piotrovsky, la mostra organizzata da Villaggio Globale International consentirà – a differenza di precedenti eventi – di dare una visione complessiva e di ampio respiro (dalla metà del VI secolo, dalla presenza gotica in Italia, alla fine del I millennio) del ruolo, dell’identità, delle strategie, della cultura e dell’eredità del popolo longobardo che nel 568, guidato da Alboino, varca le Alpi Giulie e inizia la sua espansione sul suolo italiano: una terra divenuta crocevia strategico tra Occidente e Oriente, un tempo cuore dell’Impero Romano e ora sede della Cristianità, ponte tra Mediterraneo e Nord Europa.

La cripta dell’ex chiesa di Sant’Eusebio, di fondazione longobarda

Oltre 300 le opere esposte; più di 80 i musei e gli enti prestatori; oltre 50 gli studiosi coinvolti nelle ricerche e nel catalogo edito da Skira; 32 i siti e i centri longobardi rappresentati in mostra; 58 i corredi funerari esposti integralmente; video originali e installazioni multimediali (touchscreen, oleogrammi, ricostruzioni 3D, ecc.); 3 le cripte longobarde pavesi, appartenenti a soggetti diversi, aperte per la prima volta al pubblico in un apposito itinerario; centinaia i materiali dei depositi del Mann vagliati dall’università Suor Orsola Benincasa, per individuare e studiare per la prima volta i manufatti d’epoca altomedievale conservati nel museo napoletano.

Pluteo in marmo, con la rappresentazione di un agnello, proveniente dai civici musei di Pavia

La mostra che apre a Pavia il 1° settembre 2017 si sviluppa in otto sezioni, con un allestimento di grande fascino e di assoluta novità nel campo archeologico, che incrocia creatività, design e multimedialità: dal cupo contesto in cui s’innesta in Italia l’arrivo dei Longobardi ai modelli insediativi ed economici introdotti dalla loro presenza; dalle strutture del potere e della società nel periodo dell’apogeo alle testimonianze della Longobardia Meridionale tra bizantini e arabi, principati e nuovi monasteri. Straordinaria è la testimonianza in mostra di numerose necropoli recentemente indagate con metodi multidisciplinari e mai presentate al pubblico, che consentono una ricostruzione estremamente avanzata della cultura, dei riti, dei sistemi sociali ma anche delle migrazioni delle genti longobarde, provate grazie a sofisticate e innovative analisi di laboratorio del DNA e sugli isotopi stabili (elementi in traccia nelle ossa, lasciate dall’acqua e dall’alimentazione) effettuate per esempio su ritrovamenti recenti in Ungheria.

Catino decorato
con ingobbio rosso, esterno ed interno conservato al museo Diocesano del Santuario di Santa Restituta a Ischia

Innanzitutto si esporranno per la prima volta alcuni contesti goti con la sovrapposizione di gruppi longobardi come il nucleo di tombe di Collegno in provincia di Torino, ove sono stati ritrovati due individui, entrambi esposti, di cui un bambino di 7 anni, con la deformazione artificiale dei crani: una pratica di distinzione sociale diffusa tra gli unni e i germani dell’Europa centro-orientale. Tra le più recenti scoperte, eccezionale, per le sue dimensioni, appare la necropoli cuneese, di Sant’Albano Stura – di cui si dà conto – dove sono state riportate in luce quasi 800 tombe quando nelle altre località si contano in genere tra le 100 e le 300 sepolture. I grandi sepolcreti in campo aperto testimoniano comunque la divisione in clan e lo stadio culturale e religioso dei Longobardi al loro arrivo in Italia, legato ancora a valori pagani e guerrieri come mostrano le armi, il sacrificio del cavallo, offerte alimentari e decori animalistici. Accanto agli scheletri di cavallo e di due cani da Povegliano Veronese, nella Longobardia Minor (Il ducato di Benevento), nelle necropoli di Campochiaro, numerosi cavalieri sono stati sepolti accanto al loro cavallo bardato (nella stessa fossa), a dimostrare quella composizione multietnica di cui parlano le fonti scritte, dotati com’erano di staffe e altri complementi rari per tipologia in Italia, ma diffusi tra le culture nomadiche.